INTELLETTUALI E CULTURA POLITICA NELL’ITALIA DI FINE SECOLO

- note a sessant’anni dalla morte di Antonio Gramsci -

1. La dicotomia Borghesia/Proletariato. Una dicotomia obsoleta.
2. Gli intellettuali di oggi. Un nuovo Clero di mediazione fra una nuova Nobiltà ed un nuovo Terzo Stato.
3. La dicotomia politica Destra/Sinistra ed il suo esaurimento.
4. Auschwitz e Norimberga. Due enigmi orientativi per la cultura contemporanea.
5. La quinta operazione. Sull’infondato mito storiografico di una presunta egemonia del marxismo in Italia.
6. Un intermezzo. Pier Paolo Pasolini e Franco Fortini.
7. La cultura di destra in Italia. Una cultura introvabile.
8. L’enigma degli intellettuali di sinistra italiani. Dalla teoria del tradimento alla teoria dello spostamento.
9. Il dilemma della rifondazione comunista. Ritorno a Marx o al marxismo?
10. Vi è oggi lo spazio per una cultura nazionale progressiva nell’Italia della Seconda Repubblica?

Se ci poniamo in termini di democrazia, solidarismo e liberazione non possiamo assolutamente trascurare l’analisi delle forme culturali che di volta in volta appaiono dominanti, ed in particolare di quei loro ‘portatori’ sommariamente e tradizionalmente definiti intellettuali. A suo tempo Antonio Gramsci, nella sua vera e propria "lotta su due fronti" contro il positivismo meccanicistico di Bucharin e contro l’idealismo storicistico di Croce, scrisse pagine molto profonde, e propose una figura di "intellettuale organico" alla classe del proletariato rivoluzionario ed al suo partito politico comunista, ritenuto una sorta di Moderno Principe ispirato a Machiavelli e capace di esercitare una reale "egemonia" sulle altre classi sociali in vista di una transizione dal capitalismo al comunismo.
Nei successivi paragrafi sosterremo che questa concezione di Gramsci ha ormai più solo un valore storico, e non è opportuno riproporla, sia pure in forma modificata o aggiornata. Tuttavia, essa a suo tempo è stata una grande concezione, estremamente ricca e potente. Oggi essa è stata soltanto abbandonata, tacitamente abbandonata, non realmente superata, ed in questo modo si è persa una grande occasione per discutere della questione culturale oggi. Ma è necessario farlo, ed in queste note non suggeriremo soluzioni già pronte (che non possediamo), ma tracciati di impostazione per la discussione, sperando di fare cosa utile al lettore attento della rivista. Per ragioni di spazio ci si dovrà scusare se l’argomentazione verrà sintetizzata al massimo, cercando però di mantenerne la comprensibilità di fondo.

1. La dicotomia Borghesia/Proletariato. Una dicotomia obsoleta.

La rappresentazione del conflitto di classe nel capitalismo nei termini dualistici dell’opposizione radicale fra Borghesia e Proletariato è legata al pensiero di Marx ed al marxismo. Questo è giusto, purché si aggiunga subito che questa opposizione caratterizza soprattutto il Manifesto del Partito Comunista del 1848, mentre non caratterizza altre opere di Marx, forse ancora più importanti teoricamente. Nel Capitale, ad esempio, l’opposizione tematizzata è quella fra capitalisti e lavoratori (categorie che non coincidono, come spesso superficialmente si crede, con le classi storiche dei borghesi e dei proletari). Nei Lineamenti, infine, l’opposizione è quella fra potenze mentali della produzione capitalistica (da Marx connotate con il termine inglese di "general intellect") e le costrizioni sistemiche che reprimono lo sviluppo onnilaterale delle stesse forze produttive per conservare l’esistenza di rapporti sociali di produzione basati sullo sfruttamento della forza-lavoro. Come si vede, vi sono in Marx almeno tre coppie opposizionali che non coincidono. In generale, si attribuisce a coloro che si definiscono marxisti una sorta di ‘pacchetto’ di quattro concezioni convergenti (la dicotomia storica borghesia/proletariato, la dicotomia politica destra/sinistra, la teoria del plusvalore, la teoria dei modi di produzione), ma questa apparente ovvietà è pigra e fuorviante. A nostro avviso, borghesia e proletariato sono soltanto alcune fra le molte classi possibili dentro il modo di produzione capitalistico, anche se storicamente sono state le due classi fondamentali per la sua genesi ed i primi gradi del suo sviluppo. In un momento successivo della storia del modo di produzione capitalistico, le borghesie ed i proletariati (al plurale) vengono integralmente sottomessi alla riproduzione capitalistica che si fa sempre più impersonale (processo che può essere definito nel linguaggio di Heidegger in termini di risoluzione integrale della metafisica occidentale in tecnica planetaria), e danno luogo a nuove soggettività sociali sistemiche cui bisogna attribuire altri nomi, se vogliamo capire quanto sta accadendo. I termini di Borghesia e di Proletariato possono essere mantenuti soltanto se si stabilisce convenzionalmente che il primo connota sociologicamente i proprietari privati dei mezzi di produzione ed il secondo connota l’insieme differenziato di chi deve vendere la propria forza-lavoro, ma questi due grandi insiemi sono troppo generici per permettere la conoscenza di quanto avviene oggi nel mondo. La cultura di massa capitalistica, ad esempio, è integralmente post-borghese e post-proletaria, le burocrazie post-comuniste sono una sorta di inedita piccola borghesia amministrativa senza memoria storica e senza coscienza infelice (e quindi senza pensiero dialettico), eccetera. È dunque necessario, a nostro avviso, abbandonare la proposta gramsciana di intellettuale organico. L’unico modo pratico che avrebbe un intellettuale di diventare organico alla classe proletaria è quello di incorporarsi spiritualmente ed organizzativamente al suo partito politico (socialista o comunista, socialdemocratico o populista, eccetera), ma il partito politico è strutturalmente una manifestazione della divisione capitalistica del lavoro, con le conseguenze del caso. A nostro avviso, l’intellettuale non deve essere organico a nulla, se non alla ricerca della verità (che a nostro avviso non ha un carattere di classe, a differenza dell’ideologia, che è invece caratterizzata proprio dal suo carattere di classe). Egli deve essere invece (e sarebbe già molto!) solidale con le classi subalterne, non solo nel senso assistenzialistico-caritativo, ma soprattutto nel senso di riconoscimento pieno e meditato del diritto di queste classi a praticare una via per la propria liberazione, anche armata e rivoluzionaria quando questo si rivela necessario.
A qualche lettore può forse sembrare che il passaggio dall’organicità alla solidarietà sia il segnale di una sconfitta e di una retrocessione. Non lo crediamo affatto. È anzi la fine di una illusione e di un equivoco. È la fine dell’illusione di una sorta di fusione di appartenenza psicologica che potrebbe magicamente ‘saltare’ le caratteristiche della specificità della divisione intellettuale del lavoro. Ma è soprattutto la fine di un doppio equivoco, in primo luogo quello del carattere di classe della verità (scambiata con l’ideologia), ed in secondo luogo quello della presunta capacità globale di transizione intermodale attribuita in modo storicamente illusorio alla classe operaia-proletaria. Con la fine di queste illusioni e di questi equivoci un mondo si chiude, è vero, ma un altro mondo si apre, e non c’è dunque nulla da temere né in termini storici né in termini psicologici ed esistenziali.

2. Gli intellettuali di oggi. Un nuovo Clero di mediazione fra una nuova Nobiltà ed un nuovo Terzo Stato.

Ammetto apertamente che abbandonando la rassicurante vecchia dicotomia storicamente collaudata Borghesia/Proletariato siamo gettati in un vertiginoso spaesamento. Confesso subito al lettore che non sono in grado di sostituire questa robusta dicotomia con un’alternativa soddisfacente (e del resto questo mi sembra ovvio, a meno che si sia tanto ingenui da pensare che il marxismo si sostituisce in cinque minuti con un articolo di rivista!). In prima approssimazione (e sapendo benissimo che questa non può ambire ad essere una rivoluzione epistemologica) proponiamo come schema di classificazione provvisoria una sorta di riproposizione analogica della gerarchia dei tre ordini dell’Antico Regime -Nobiltà, Clero e Terzo Stato- come approssimazione iniziale alla comprensione del capitalismo mondializzato contemporaneo. Preghiamo il lettore di non avere eccessive pretese epistemologiche, e di considerare questa tripartizione come strettamente funzionale al discorso che stiamo facendo sugli intellettuali oggi.
La Nobiltà oggi non è più di sangue, ma di denaro. Essa è costituita dalle oligarchie finanziarie transnazionali che dominano il pianeta, e che lo stanno sottoponendo ad un inaudito stress economico ed ecologico, in sostanziale assenza di un’efficace opposizione strategica. La Nobiltà finanziaria transnazionale domina oggi un Terzo Stato, egualmente globalizzato e mondializzato, composto fondamentalmente da quattro gruppi principali: il lavoro manageriale e direttivo (in tutte le sue forme), il lavoro salariato e dipendente (in tutte le sue forme), il lavoro autonomo ed indipendente (in tutte le sue forme), ed il lavoro emarginato e pauperizzato (in tutte le sue forme). Questo Terzo Stato non ha oggi alcuna possibilità di ricomposizione politica, perché troppe sono le differenze fra le dirigenze manageriali, le classi operaie sindacalizzate metropolitane, gli immigrati poveri e senza diritti, eccetera, eccetera. Bisogna allora chiedersi chi sia il Clero di mediazione fra nobili e terzo stato, e chi eserciti oggi la fondamentale funzione intellettuale di mediazione.
Diciamo subito che questo nuovo ed inedito Clero non è composto affatto da religiosi, pretoni e pretini di alcun tipo. Nelle società precapitalistiche il clero era formato da religiosi di vario tipo, perché la divinità di legittimazione sociale si poneva in una relazione di esteriorità, cioè di separatezza trascendente, con la società umana. Nel capitalismo sviluppato, invece, la divinità di legittimazione si incorpora direttamente nella società nella forma della razionalità tecnica ed economica (è questa, a nostro avviso, la vera "dialettica dell’illuminismo", già correttamente anticipata da Horkheimer a Adorno), e si ha pertanto non più una esteriorità trascendente, ma una esteriorizzazione immanente di questa legittimazione, su cui fra poco ci soffermeremo. I religiosi propriamente detti oggi non sono più clero, nel senso di legittimazione ideologica del potere, ma si distribuiscono come tutti gli altri lavoratori (essendo essi stessi specialisti nella integrazione simbolica di senso di fronte alla completa insensatezza dell’economia capitalistica) nei quattro gruppi lavorativi del Terzo Stato: lavoro manageriale (papi, vescovi, lama, ayatollah, eccetera); lavoro dipendente (parroci, pastori, pretoni e pretini, eccetera); lavoro autonomo (ordini religiosi, bonzi, eccetera); lavoro emarginato (volontariato per immigrati, malati poveri, drogati, eccetera). Lo ribadiamo con forza: il vecchio clero religioso dell’esteriorità della divinità (oggi ormai esteriorizzata nella forma del potere pseudorazionale dell’economia e della tecnica) è oggi divenuto integralmente Terzo Stato, lavoratori dominati come gli altri.
Il nuovo Clero del capitalismo mondializzato è formato dal ceto dei giornalisti, televisivi in particolare. La loro funzione è quella di esteriorizzare capillarmente nella forma dello spettacolo, esibito in un grande teatro barocco multimediale, della potenza economica e tecnica del capitalismo. La comunicazione giornalistica ha sottomesso a sé in modo reale le varie forme di produzione intellettuale (interviste, talk show, eccetera), lasciando tutte le altre forme di fruizione artistica, musicale e letteraria a segmenti di mercato relativamente ristretti. Mentre al tempo della borghesia era la letteratura la forma artistica dominante (estetiche idealistiche, eccetera), oggi è la musica, in particolare quella giovanile, e questo corrisponde meglio al carattere emozionale, istintivo, di una volontà di potenza niccianamente post-moderna, della moderna cultura capitalistica. A questo punto si capirà già che ogni distinzione fra cultura di destra e di sinistra rischia di non cogliere il carattere globale dello spettacolo dell’esteriorizzazione, ma la cosa è di tale importanza, da meritare di dedicarci il prossimo paragrafo. Il clero giornalistico ha di fatto il monopolio dell’interpretazione della totalità sociale, che manifesta nella forma di spettacoli pluralistici. Nello stesso tempo gli altri intellettuali specialistici (professori universitari, scienziati, ricercatori, eccetera) sono dominati dal processo di spezzettamento e frammentazione esasperata delle varie discipline, sempre più minutamente specialistiche, e pertanto dipendono, per la loro visione del mondo complessiva, dallo spettacolo mediatico in cui sono inseriti come utenti passivi e non critici, e questo spiega, anche se non giustifica, perché tanti insigni ‘luminari’ nelle loro discipline specialistiche, si mostrano veri e propri coglioni quando esprimono giudizi politici e sociali di congiuntura. Tutto questo, peraltro, non è affatto divertente, perché mostra che il nuovo Clero delle nuove nobiltà finanziarie transnazionali domina in modo non più rigido ma flessibile (e pertanto più efficace), non più nella forma dell’imposizione autoritaria di una verità obbligatoria, ma nella forma della banalizzazione permanente della stessa verità, ridotta ad elemento secondario di uno spettacolo di simulazioni. La questione intellettuale diventa dunque un problema che deve essere radicalmente riformulato.

3. La dicotomia politica Destra/Sinistra ed il suo esaurimento.

Il pensiero unico delle oligarchie finanziarie transnazionali che dominano il pianeta non è di destra né di sinistra, e non è neppure di centro. Se si vuole provvisoriamente mantenere questa obsoleta e fuorviante metafora spaziale, esso è di destra in economia (potere del denaro), di centro in politica (potere del consenso) e di sinistra in cultura (potere dell’innovazione del costume). Lo smantellamento (di sinistra) delle vecchie forme conservatrici delle forme di vita tradizionali borghesi e proletarie, fatto in nome della modernizzazione nichilisticamente permanente, è funzionale ad un allargamento globale del mercato e del connesso potere del denaro che questo comporta (di destra). Questo è il punto essenziale da capire. Tuttavia vi è ancora un elemento importante da segnalare al lettore.
L’attuale capitalismo della terza rivoluzione industriale trova già consolidata nel mercato politico la dicotomia sinistra/destra, che ha già duecento anni di storia, e coinvolge pertanto l’immaginario politico e culturale di milioni di persone concretamente esistenti. Si tratta di una vera e propria rendita sociale e culturale. Questa rendita sociale viene trasformata in profitto politico, nel senso che in questo modo viene artificialmente organizzato uno spazio politico illusoriamente bipolare, che nasconde il fatto che ormai quasi tutto lo spazio del politico è sottoposto a costrizioni economiche sistemiche che tolgono ogni residuo spazio di decisionalità politica sovrana vera e propria. Sono ormai gli "esperti economici" che determinano le decisioni politiche fondamentali, non certo i "cittadini elettori", ridotti ad elemento di legittimazione ornamentale. In proposito diciamo subito che la vertiginosa diminuzione dei votanti (evidente in America e crescente ormai anche da noi) deve essere a mio avviso intesa come una presa d’atto tristemente razionale della sostanziale inutilità della partecipazione elettorale, laddove da noi prevale ancora la moralistica colpevolizzazione degli astenuti bollati come "cattivi cittadini". Da un lato il ceto politico svuota la partecipazione democratica di ogni sovranità delegandola -subito dopo gli spettacoli gladiatori delle campagne elettorali- agli esperti economici depoliticizzati, mentre dall’altro colpevolizza moralisticamente i mancati elettori per essere rimasti a casa. Anche in questo caso è il clero giornalistico, sia televisivo che della carta stampata (affollata sempre più da gadget ed offerte speciali estranee all’informazione), a tenere la regìa di questo triste spettacolo.
In Italia è stato soprattutto Norberto Bobbio, questo vero e proprio Benedetto Croce della Seconda Repubblica, a benedire filosoficamente la dicotomia Sinistra/Destra come classificatore politico fondamentale. È interessante che il criterio della cosiddetta eguaglianza venga da Bobbio privilegiato su ogni altro per differenziare positivamente la Sinistra dalla Destra proprio quando gli automatismi economici impersonali sovranamente diretti dalle oligarchie finanziarie transnazionali incrementano in modo inaudito le diseguaglianze fra individui, nazioni e classi anche e soprattutto in presenza di governi politici di "sinistra". Non a caso l’unica forma pratica di "eguaglianza" messa in atto nelle società capitalistiche di oggi è il volontariato caritativo ed assistenziale (rapporto strutturalmente di diseguaglianza quanto altri mai), e questo spiega (anche se non giustifica) gli sperticati elogi dei sinistri di oggi (Bertinotti, eccetera) ai pretoni e pretini di ogni tipo, in particolare a quelli manageriali e direttivi (papa polacco, cardinal Martini, eccetera).
Certo, restano comunque esistenti due giganteschi depositi simbolici e culturali di tradizioni di destra e di sinistra. Non lo nego, perché sarebbe come negare l’evidenza. Ciò che nego è che queste rispettabili tradizioni siano realmente in grado di orientare qui ed ora la comprensione dialettica di quanto sta avvenendo nel mondo, compreso nel mondo della cultura. In ogni caso è inutile lamentarsi del ritardo con cui si prende atto dell’esaurimento della dicotomia Destra/Sinistra. Non si tratta di un ritardo, quanto di una manifestazione indiretta del potere economico, politico e culturale che impone e prolunga nel tempo la riproduzione di questa dicotomia nel doppio aspetto di organizzazione illusoria dello spazio politico bipolare e di simulazione di pluralismo culturale nella concezione orientativa del mondo simbolico ed immaginario.

4. Auschwitz e Norimberga. Due enigmi orientativi per la cultura contemporanea.

Auschwitz è il grande campo di sterminio in cui i nazisti uccisero milioni di persone, fra cui moltissimi ebrei. Un filone di studi, fra cui in particolare Bauman, ha evidenziato la tragica modernità di Auschwitz, spesso interpretato erroneamente come tragico rigurgito barbarico medioevale, laddove purtroppo si trattò di un fenomeno orribilmente contemporaneo, nel doppio aspetto della mobilitazione tecnologica necessaria per realizzare l’eccidio, e della mobilitazione ideologica necessaria per tentare di legittimarlo. Devono pertanto essere respinti fermamente sia i revisionisti storici (l’ala moderata della legittimizzazione implicita nazifascista) sia i negazionisti storici (l’ala estremista della legittimazione esplicita nazifascista), che entrambi banalizzano un fatto storicamente eccezionale ed inaudito, lo sterminio razziale pianificato in base a motivazioni culturali di legittimazione diretta e/o indiretta. È anche giusto riconoscere il carattere specifico e particolare dello sterminio del popolo ebraico, dal momento che l’antisemitismo non era una componente secondaria della concezione nazista del mondo, ma ne era una componente essenziale, primaria e fondante, che ad esempio impedisce di inserire il nazismo nella lunga storia ‘normale’ del nazionalismo tedesco e pangermanista. È questa la ragione per cui è particolarmente pericolosa una visione misticamente giudeocentrica di Auschwitz, vista come il simbolo della Shoah, l’Olocausto del popolo ‘centrale’ del Novecento. Non posso qui soffermarmi sul cosiddetto "giudeocentrismo", su cui recentemente in Italia hanno scritto cose molto profonde saggisti di posizioni politiche opposte, come il marxista Domenico Losurdo ed il liberale Sergio Romano. Ciò che dicono è largamente condivisibile, ma a mio parere occorre essere ancora più radicali (come ha saputo esserlo, per esempio, l’orientalista Edward Said, a mio avviso uno dei modelli intellettuali più luminosi della cultura contemporanea). Auschwitz non può e non deve essere dimenticato, perché la memoria dei morti innocenti deve essere riscattata, e questo mondo nella sua interezza appartiene a tre tipi di esseri umani: coloro che sono già vissuti, coloro che sono tuttora in vita, e coloro che devono ancora nascere. Ma Auschwitz non deve diventare un simbolo di legittimazione del sionismo, che agita l’accusa di antisemitismo in tutti coloro che non lo accettano radicalmente, e che non sono disposti a derubricare a semplici errori i suoi veri e propri crimini. Ne conseguono vere e proprie mostruosità storiche, per cui tutti hanno commesso o commettono crimini (dai tedeschi ai serbobosniaci, dai turchi ai birmani, dagli iracheni agli stessi americani), ad eccezione dei sionisti, i quali soli nell’intero mondo possono al massimo aver commesso degli errori, ma mai dei crimini, e che investono con l’accusa ripugnante ed infamante di antisemitismo coloro che invece si limitano a considerarli come tutti gli altri gruppi umani e politici del mondo. Non ci si rende conto, in questo modo, che le povere vittime di Auschwitz vengono uccise per la seconda volta, perché si toglie loro il carattere di universalità negativa del loro sacrificio, annettendoli simbolicamente ad una politica particolare, e per di più ad una politica imperialistica. Ed infatti il segreto dell’intoccabilità simbolica del sionismo nella cultura occidentale sta proprio nel fatto che nel sionismo viene oggi trasfigurato simbolicamente l’intero imperialismo, legittimato così ex post nel suo doppio aspetto di fondamento biblico-religioso e di risarcimento per la colpa storica di non aver saputo impedire l’antisemitismo (risarcimento scaricato sulle spalle dei popoli arabi ed islamici, in proposito del tutto innocenti sul piano storico e politico). L’imperialismo sa bene che ci deve essere almeno un soggetto sciolto dal contratto simbolico istituente le relazioni internazionali, un soggetto cui è sfrontatamente consentito di fare tutto ciò che agli altri non è consentito, ed il sionismo oggi ricopre questa pericolosa funzione simbolica. È il sionismo a decidere chi è antisemita e chi invece non lo è, e questa decisione viene presa sulla base del consenso alla annessione dei territori palestinesi (e si vedano in proposito i patetici tentativi di Gianfranco Fini di farsi accreditare dal sionismo, che gli pone come condizione non tanto il ripudio storiografico di un passato vecchio ormai di mezzo secolo, quanto l’accettazione razzistica ed imperialistica del diritto dei sionisti di cacciare quanti palestinesi vogliono). Ancora una volta, riteniamo che il silenzio su questo problema sia una vergogna incancellabile per l’odierna cultura occidentale, e che il nazismo oggi si trovi non tanto nei patetici e disgustosi raduni di naziskin ignoranti e fanatizzati (ma fortunatamente marginali ed impotenti), quanto nel silenzio e nell’approvazione tacita di embarghi assassini come quello tuttora vigente contro il popolo iracheno. È per il rispetto verso Auschwitz che tutto questo dovrebbe finire.
Il nome di Norimberga è legato al grande processo fatto nel dopoguerra ai gerarchi nazisti tedeschi. Si trattò di un ritorno al giusnaturalismo, dal momento che si volle restaurare il significato del rispetto verso i diritti umani naturali, al di là del semplice positivismo giuridico, che prescinde programmaticamente da ogni riferimento filosofico "scientificamente indimostrabile" estraneo al puro ordinamento giuridico statuale. In quanto tale, si trattò a mio avviso di un atto positivo in via di principio, che non deve essere ridotto a pura vendetta dei vincitori verso i vinti travestita da princìpi giuridici universalistici. Tuttavia questa positività resta tale finché non si tratta di un giusnaturalismo a corrente alternata, che assolve in via di principio tutti i crimini commessi dai vincitori punendo soltanto quelli commessi dai vinti. Hiroshima fu in proposito la prima violazione preventiva di questo giusnaturalismo a corrente alternata, perché questo gigantesco crimine fu subito ufficializzato come normale e legittimo atto di guerra, e questa assoluzione preventiva giuridicomorale fu decretata dal vincitore stesso, il cui guardaroba conteneva due distinti abiti, quello del generale di aviazione e quello del giudice internazionale.
A distanza di più di mezzo secolo, questo giusnaturalismo a corrente alternata, che decide chi viola i "diritti umani" (human rights) e chi no, si riproduce nella forma particolarmente odiosa di una sorta di interventismo giusnaturalistico, che evoca ed auspica Norimberga differenziate a seconda delle proprie preferenze politiche e delle proprie ossessioni filosofiche. Ricordo in campo politico la signora Emma Bonino, grande urlatrice dell’interventismo imperialistico travestito da tutela dei diritti umani, ed in campo saggistico la signora Barbara Spinelli, che non lascia passare giorno senza invocare una Norimberga nei confronti del comunismo storico novecentesco testé defunto, laddove invece il normale imperialismo occidentale ed il sionismo sono evidentemente per lei innocenti di ogni colpa e dunque non meritevoli di una nuova Norimberga. Così come sono i sionisti a decidere oggi chi è antisemita e chi no, sono i nuovi giusnaturalisti a corrente alternata a decidere chi deve essere sottoposto ad una nuova Norimberga e chi no. Abbiamo voluto in questo quarto paragrafo soffermarci un poco su questo doppio scandalo culturale, perché esso ci permette di inquadrare epocalmente meglio gli specifici problemi della cultura politica italiana, che cominceremo a segnalare nel prossimo paragrafo.

5. La quinta operazione. Sull’infondato mito storiografico di una presunta egemonia del marxismo in Italia.

Come è noto, le quattro operazioni (addizione, sottrazione, moltiplicazione, divisione) sono caratterizzate dal fatto che il risultato finale è l’esito terminale di un procedimento stabilito. Secondo uno spiritoso marxista tedesco, il comunismo storico novecentesco concretamente esistito, caratterizzato dal dominio assoluto degli apparati politici professionali burocratizzati sulla libera ricerca di orientamento marxista, ha inventato la quinta operazione, in cui il risultato finale viene scritto subito, ed il procedimento viene manipolato ex post per far ‘quadrare i conti’. Questa purtroppo non è una semplice battuta di spirito. È la triste verità. In proposito, esiste un infondato mito storiografico, secondo cui il marxismo sarebbe stato egemone fra gli intellettuali italiani nella seconda metà del XX secolo. In realtà ciò è del tutto falso. In Italia sono forse state egemoni a sinistra due posizioni, che non hanno mai avuto nulla a che fare con la libera ricerca marxista: la prima posizione, fondata sul sentimento di appartenenza al grande pachiderma del PCI di Togliatti e dei suoi successori; e la seconda, fondata su una sorta di identità tribale del "popolo di sinistra", con i suoi riti, i suoi pregiudizi, i suoi luoghi comuni indistruttibili, eccetera. In entrambi i casi, il marxismo era finalizzato alla quinta operazione che stabiliva in anticipo, prima di cominciare, il vincolo sistemico di appartenenza al PCI oppure, in seconda istanza ed in seconda battuta, al "popolo di sinistra".
Fra le decine possibili, limitiamoci qui a citare soltanto quattro interpretazioni del marxismo italiano elaborate nell’ultimo cinquantennio: il galileismo morale di Galvano Della Volpe, il materialismo dialettico di Ludovico Geymonat, l’interpretazione della società come mondo alienato di Claudio Napoleoni, il modello innovativo di modo di produzione capitalistico di Gianfranco La Grassa. Ebbene, si tratta di produzioni concettuali che hanno coinvolto al massimo alcune centinaia di persone ciascuna, lasciando assolutamente indifferente il senso comune di milioni di elettori e di simpatizzanti "di sinistra". Si dirà che questo non è affatto strano e scandaloso, ed è assolutamente fisiologico che elaborazioni specialistiche, scritte in linguaggio tecnico, non escano dai circoli ristretti degli specialisti. Perché meravigliarsi di questo? Ebbene, il punto non sta affatto qui. È chiaro che l’elaborazione specialistica è purtroppo un patrimonio ristretto ai soli specialisti. Ma qui ci riferiamo a quella ricaduta (fall out) nel cosiddetto senso comune (categoria molto gramsciana), per cui elaborazioni anche molto complesse trovano la strada di una semplificazione senza distorsione capace di giungere al mondo dei non specialisti in qualche modo interessati.
Nulla di tutto questo è avvenuto. Al posto di questo, due fenomeni culturali di massa che con il marxismo (comunque definito) non hanno mai avuto nulla a che fare. In primo luogo, un massiccio sentimento popolare di fedeltà e di appartenenza al PCI di Togliatti e di Berlinguer, nutrito di un totale disinteresse teorico e di una altrettanto totale adesione emotiva ai simboli ed ai riti di appartenenza politica ed elettorale del PCI, cementata da cortei e manifestazioni molto simili nel cerimoniale a processioni religiose. Uno degli esiti di questo rituale di appartenenza (privo di capacità critica nella maggioranza dei casi) lo si può vedere nelle recenti elezioni del Mugello del novembre 1997, in cui una figura politicamente ripugnante come l’ex poliziotto di destra Antonio Di Pietro è stato trionfalmente eletto da un popolo di votanti del PDS (il successore sociologico e politico del vecchio PCI), popolo di votanti in cui l’appartenenza partitica è il valore orientativo dominante. In secondo luogo, in un’area più vasta di quella dei militanti del vecchio PCI (ma pur sempre contigua a questa), una sorta di tribù di "popolo di sinistra" caratterizzata da tratti antropologici particolari. Gran sacerdote di questa tribù è stato a lungo Pietro Ingrao, mentre la più conosciuta sacerdotessa femminile è stata Rossana Rossanda, che ha genialmente concentrato l’essenziale dell’ingraismo in una sola persona. Il profilo caratterizzante di questa cultura, per esprimerci nei termini del divino Platone, è stato quello della prevalenza della retorica sulla dialettica, cioè del discorso immaginifico e letterario sul rigore della teoria e dell’elaborazione. Alla fine di questa terapia retorica, durata decenni, ad estinguersi non sono certo state soltanto determinate discutibili teorizzazioni marxiste, ma più in generale la stessa capacità razionale di utilizzare un metodo rigoroso per la comprensione delle strutture sociali nazionali ed internazionali. In più, vi è stata una sorta di dominio della presunzione saccente della cultura di sinistra, di cui parleremo nel prossimo paragrafo a proposito del suo grande critico inascoltato, Franco Fortini.

6. Un intermezzo. Pier Paolo Pasolini e Franco Fortini.

Non è certo possibile in queste poche righe proporre un’interpretazione soddisfacente di saggisti e scrittori che hanno sviluppato una vasta gamma di temi e di opere. È però possibile suggerire che la saggistica della cultura italiana detta di sinistra è stata caratterizzata da una talvolta invisibile e sfuggente soglia di compatibilità, per cui potevano essere lette ed accettate interpretazioni che non rompessero, o che non minacciassero di rompere, con un senso comune di identità e di appartenenza di gruppo che doveva essere salvaguardato ad ogni costo. Esemplare è in proposito il sostanziale (non) accoglimento dell’opera saggistica di Franco Fortini, un’opera certo conosciuta ed anche apprezzata da alcuni, ma nell’insieme scandalosamente sottostimata rispetto al suo valore, che è di prima grandezza. Certo, anche altri avevano già scandalizzato l’anima pia e politically correct del conformista di sinistra. Pensiamo a Pier Paolo Pasolini, nella sua famosa poesia sul Sessantotto in cui si schierava a fianco dei poliziotti proletari contro gli studenti arrogantemente piccolo-borghesi. Questo populismo di Pasolini poteva a volte scandalizzare, ma in linea di principio finiva con l’essere ‘assorbito’ dalle anime pie di sinistra, perché il populismo programmatico e lo schierarsi letterario con gli ultimi è alla lunga compatibile con il silenzioso mantenimento dei sottili privilegi, intessuti di arroganza intellettuale, che le élite colte della sinistra intendono ad ogni costo mantenere. Il populismo, più esattamente, è non solo compatibile, ma è anche un fattore ideologico complementare integrativo all’identità elitaria della sinistra colta. La saggistica di Fortini era invece incompatibile, perché aggrediva le inconfessabili ipocrisie dell’elitismo di sinistra nel loro più nascosto e segreto bastione, la legittimazione della propria candidatura al potere ed al prestigio sociale in nome appunto della presunta (e largamente illusoria) superiorità della propria cultura rispetto a quella della "destra". In vita Fortini dovette sopportare anatemi ed esclusioni da parte di chi gli era infinitamente inferiore in cultura ed in intelligenza, e si trattò in fondo di un contrappasso giustificato, se si pensa appunto che Fortini incarnò al massimo grado il grande principio della inseparabilità della critica radicale del capitalismo con la critica dello stupido ed infondato spirito di superiorità della cosiddetta "sinistra".

7. La cultura di destra in Italia. Una cultura introvabile.

Abbiamo già avanzato l’ipotesi, nel terzo paragrafo, che il pensiero unico delle oligarchie finanziarie transnazionali che dominano l’economia globalizzata del mercato mondiale non è né di destra né di sinistra, ma è di destra in economia (potere del denaro), di centro in politica (potere del consenso) e di sinistra in cultura (potere dell’innovazione nel costume, che flessibilizza e ‘scioglie’ le vecchie incrostazioni conservatrici delle tradizioni precedenti). Ribadiamo qui fortemente questa ipotesi. È questa allora la ragione per cui la cultura di destra va affannosamente in cerca di un compratore, ma nessuno la vuole comprare, perché il vecchio comunismo storico novecentesco è vergognosamente imploso da solo, ed il vecchio armamentario del tradizionalismo culturale appare del tutto ‘fuori fase’ nell’epoca di Internet e del clero giornalistico internazionale di lingua inglese. Non è dunque un caso che i più intelligenti intellettuali europei provenienti da una tradizione culturale di destra (come l’italiano Marco Tarchi ed il francese Alain De Benoist) propongano lucidamente non tanto un "rilancio selezionato ed aggiornato" della cultura tradizionalista, ma un vero e proprio superamento della dicotomia culturale sinistra/destra in vista di una nuova sintesi. A mio avviso essi hanno perfettamente ragione, anche se questo aperto riconoscimento non implica affatto che io sia d’accordo con loro nel merito concreto delle proposte avanzate, per il semplice fatto che a mio avviso la tradizione marxista, convenientemente criticata e filtrata, continua ad avere un potenziale emancipativo che pensatori come Tarchi e De Benoist non sono affatto disposti a concedere. Più in generale la deriva produttiva dalla cultura di destra, pur essendo mille volte migliore del mantenimento dell’identità di destra, resta carente sul piano dell’universalismo e della critica al capitalismo, ed il suo eclettismo non è scevro di ambiguità culturale e di opportunismo teorico.
La crisi della cultura di destra è dunque anche un episodio del mutamento di campo del suo committente culturale tradizionale, che si trova più a suo agio con la flessibilità nichilistica post-moderna della sinistra ex-populista ed ex-marxista. Essa era già da tempo carente proprio su di uno dei suoi piani preferiti, quello "nazionale". Da un lato la destra, che avrebbe in teoria dovuto difendere le identità nazionali, produceva una serie di grotteschi e ridicoli anti-italiani professionali, come l’impenitente fascistoide Indro Montanelli, l’osceno negazionista dell’uso dei gas asfissianti della campagna colonialista e razzista in Etiopia nel 1936. Il copione teatrale dell’anti-italiano consiste nell’attribuire all’intera collettività nazionale i difetti specifici ed irripetibili della propria canagliesca personalità individuale, con in più l’ipocrisia del tirarsene fuori e del fingersi un sofisticato lord anglo-scandinavo capitato per caso in un mondo di trogloditi mediterranei. Dall’altro la destra, che si avvolge spesso nella bandiera come in un accappatoio, è poi di fatto la bandiera di una sorta di americanizzazione sfrenata e servile del costume, e si pensi solo al familismo consumistico della cultura di un Silvio Berlusconi, in cui la famiglia abbiente identificata con una unità affluente di consumo è esplicitamente collocata come fondamento filosofico, economico e sociale del rapporto fra l’individuo ed il mondo circostante. Il carattere del tutto post-borghese, ed appunto perché post-borghese integralmente capitalistico (nel senso del capitalismo della terza rivoluzione industriale), è in Silvio Berlusconi ingenuamente manifesto, e dovrebbe indurre alla riflessione coloro che si attardano ad identificare la borghesia con il capitalismo.
I tentativi di Gianfranco Fini (Fiuggi I e Fiuggi II) di dare alla destra italiana un profilo culturale moderno sono interessanti perché mostrano il completo nichilismo dei politici professionali nei confronti della propria tradizione culturale (ed in proposito il parallelismo fra Fini e D’Alema è impressionante e rivelatore). Da un lato non si vuole ‘buttare via niente’, perché vi sono nicchie di mercato di destra ancora interessate ad Evola ed a Spengler. Dall’altro bisogna farsi accettare spiritualmente dalle oligarchie ultracapitaliste e sioniste che dominano il pianeta, ed allora via con Popper, Hayek, Isaiah Berlin, eccetera. Ma questo ciarpame colto non può che toccare alcune centinaia di laureati pretenziosi. Per la ‘base elettorale’ resta purtroppo soltanto l’evocazione paranoica della minaccia dell’emigrazione di colore, l’enfatizzazione dell’insicurezza del cittadino minacciato dalla delinquenza comune, l’illusione di guarire i mali sociali con il pugno di ferro dell’inasprimento delle pene, eccetera. Sono tempi duri per la cultura di destra. Ma non dimentichiamoci mai che sono tempi duri per essa per il semplice fatto che oggi il potere ha scelto strategicamente, almeno in questa fase storica, la cultura di sinistra come proprio referente simbolico principale.

8. L’enigma degli intellettuali di sinistra italiani. Dalla teoria del tradimento alla teoria dello spostamento.

La questione della corretta individuazione della natura della metamorfosi dalla vecchia cultura comunista del PCI alla nuova cultura capitalistica del PDS è qualcosa di essenziale per orientarsi nell’attuale situazione, perché questa metamorfosi non riguarda soltanto alcune migliaia di quadri politici professionali, ma concerne centinaia di migliaia di persone. In proposito si dovrebbero scrivere centinaia di pagine, ed essendo questo impossibile in questa sede, mi limiterò a sviluppare una sola idea fondamentale, sperando che essa risulti comprensibile, anche se esposta in forma telegrafica. In breve, occorre a mio avviso passare da una (diffusa ma errata) teoria del tradimento degli intellettuali ad una (più complessa ma anche più pertinente) teoria dello spostamento all’interno di un comune circolo ideologico e non veritativo, né prima né dopo. Spieghiamoci meglio, perché ne vale certamente la pena.
La teoria del tradimento è la più facile da adottare, per il fatto che essa solletica la tendenza ad interpretare i cambiamenti in termini moralistici, come se fosse la debolezza umana a resistere alle tentazioni della corruzione (in termini di denaro, onori, prestigio, potere, eccetera) la chiave del passaggio dal bene al male, dalla verità alla menzogna. In altre parole, ci furono un tempo masse di intellettuali che stavano dalla parte giusta (il comunismo, l’eguaglianza, eccetera), e che sono ora passate dalla parte sbagliata (il capitalismo, il pensiero neoliberista, eccetera), pur di lucrare privilegi sul mercato politico e culturale. Un tempo il comunismo tirava, ora non tira più. Un tempo il marxismo era di moda, ora non lo è più. Ed allora si cambia di campo, si passa dalle fumose sezioni affollate dai noiosi militanti di base ai salotti sofisticati della Roma bene, ci si gratifica in un turbine di telefonini, portaborse, privilegi manageriali del ceto politico parlamentare, eccetera. Ancora una volta, la vanità vince sulla dignità. Per l’ennesima volta, le tentazioni della carne fanno passare dalla verità (il comunismo) alla menzogna (il capitalismo).
Questa teoria non mi sembra convincente, ed è anzi in quanto tale fuorviante. Certo, essa coglie corposi elementi di verità descrittiva superficiale. Il ceto politico è nell’essenziale composto da mediocri assolutamente incapaci di affermarsi nell’ambito delle rispettive professioni, che appunto per questa ragione scelgono la via del professionismo politico, intessuta di furberie, intrallazzi, eccetera. Un simile aspetto però è assolutamente secondario, e rischia di ridurre grottescamente l’azione politica nel suo complesso a motivazioni psicologiche opportunistiche della classe politica professionale. Questo è demagogicamente gratificante in una polemica da bar, ma è pericolosamente fuorviante in un’analisi storica. Ogni teoria del tradimento finisce con il riconfermare la vecchia mentalità religiosa, che individua nella debolezza umana di fronte alle tentazioni il motore dei mutamenti di campo sociali.
È forse più produttivo, anche se più faticoso, passare ad una teoria dello spostamento. Spieghiamoci meglio. Iniziamo con l’affermare che l’adesione politico-culturale all’attuale totalità sociale capitalistica mondializzata si basa su di una gigantesca menzogna. Che questa totalità sia una menzogna implica ovviamente che esista, o è possibile che possa in futuro esistere, un’altra totalità alternativa che sarebbe invece una verità. Questo implica ovviamente aderire ad una teoria della verità. In questa sede non possiamo purtroppo analizzare il problema se il pensiero di Marx sia oppure no una teoria della verità (tesi ovviamente rifiutata da coloro che riducono il pensiero di Marx ad un’ideologia o ad una epistemologia, o a tutte e due), e neppure se l’approccio più adeguato ad una teoria della verità sia quello di Hegel (verità come costruzione dialettica logica ed ontologica conforme al proprio concetto) oppure quello di Heidegger (verità come disvelamento di un contenuto ontologico pre- oppure post-metafisico). Il lettore dovrà attendere un’altra sede. Per ora, segnaliamogli che il problema della menzogna della totalità sociale capitalistica è a mio avviso magistralmente inquadrato da Massimo Bontempelli nelle sue cinquanta densissime tesi filosofiche contenute in un libro edito recentemente (cfr M. Bontempelli - C. Preve, Nichilismo Verità Storia, Edizioni CRT, Pistoia, 1997). Ora, l’interpretazione del passaggio di campo degli intellettuali di sinistra dal comunismo al capitalismo, cioè dalla verità alla menzogna (intesa assiologicamente come passaggio dal Bene al Male), implica appunto che essi, prima di questo passaggio, aderissero fondamentalmente (sia pure con errori ed incertezze) ad una teoria della verità, il marxismo appunto nelle sue varie ma convergenti versioni. Ebbene, così non è. Nel quinto paragrafo abbiamo già sostenuto che la precedente adesione al marxismo (ammesso che di questo si possa parlare) si basava già integralmente su di una integrale menzogna ideologica, quella della centralità dell’appartenenza di partito e della comunità militante, scambiata con falsa coscienza con l’adesione ad una teoria veritativa della condizione umana. In altre parole, si è di fronte ad uno spostamento da una precedente situazione di menzogna (l’appartenenza ideologica) ad una nuova situazione di menzogna (l’adesione alla totalità capitalistica mondializzata), non certo ad un tradimento inteso come passaggio qualitativo radicale. Il circolo ideologico non è mai stato interrotto, perché da una situazione già precedentemente non veritativa (l’adesione al marxismo come ideologia oppure, nel migliore dei casi, come epistemologia) si è passati ad una situazione ormai manifestamente e platealmente non veritativa (l’adesione alla totalità capitalistica trasfigurata in realtà conclusiva della storia).
Per ragioni di spazio, il lettore si deve accontentare di questo abbozzo di interpretazione della metamorfosi (altrimenti inesplicabile, se non in termini di corruzione personale generalizzata) degli intellettuali di sinistra di questo fine secolo. Il discorso è certo da riprendere. Ma crediamo che sia questa la direzione giusta.

9. Il dilemma della rifondazione comunista. Ritorno a Marx o al marxismo?

Il partito della Rifondazione Comunista deve essere considerato, a mio avviso, un alleato strategico e non solo tattico del governo Prodi-D’Alema dell’Ulivo. Su questo punto il mio dissenso è radicale ed insanabile. In questa sede, però, non vi è purtroppo lo spazio per motivare le ragioni storiche e politiche di questo dissenso (e rimando al mio precedente saggio su Indipendenza, n.2, luglio-agosto 1997). Si ha comunque una sorta di schizofrenia tragicomica, per cui l’appoggio al Chiapas si accompagna all’appoggio alla coalizione di Dini, Di Pietro e Veltroni, e mentre si appoggiano costoro si dichiara in documenti ufficiali che "ormai i margini del riformismo si sono esauriti" (sic!). Non ha però senso polemizzare seriamente con le due posizioni dell’almenismo e del comunquismo, perché esse si compendiano nella seguente formulazione: comunque ed almeno l’Ulivo è migliore di Bossi, Fini e Berlusconi! L’almenismo ed il comunquismo sono forme di pigrizia del senso comune, e sono forme di pensiero tautologiche, cioè autoreferenziali, che non permettono l’apertura di nessun dibattito, ma rimandano soltanto circolarmente a se stesse. Bisogna dunque abbandonarle, e non dare loro l’onore di prenderle sul serio. Esse meriterebbero la satira di un Dario Fo, ma questo è impossibile, perché questo grande attore e grande giullare, che si è a mio avviso meritato ampiamente il premio Nobel, è da un punto di vista culturale totalmente interno all’almenismo ed al comunquismo, che non gli permettono più di capire che oggi un vero giullare e sincero critico dei potenti lascerebbe stare l’ormai irrilevante Berlusconi per concentrarsi sul sorrisino sprezzante di D’Alema. Ma è impossibile pretendere che i comunquisti e gli almenisti comprendano questo enigma della contemporaneità politica.
Ha invece senso chiedersi quale sia la strategia culturale dei rifondatori comunisti oggi in Italia. Chi scrive ne conosce moltissimi, ne stima alcuni, e rispetta in ogni caso la soggettiva intenzione anticapitalistica che ne anima molti. Quindi nessuna avversione aprioristica, anzi. Si tratta di gente con cui ho in comune moltissimo, e non solo un passato ormai trascorso, ma forse anche un possibile futuro. Bisogna invece chiedersi con radicalità quale sia la loro linea di ricostruzione culturale. Nell’essenziale, individuerei due linee fondamentali, la prima di ritorno a Marx saltando e ripudiando gran parte del marxismo successivo (cui associerei per semplificare il nome di Bertinotti), e la seconda di ritorno e di recupero selettivo non solo di Marx ma anche della tradizione del comunismo storico novecentesco, italiano in particolare (cui associerei per semplificare il nome di Cossutta). Queste linee mi sembrano entrambe sbagliate, in quanto indirizzano la teoria in vie bloccate e senza uscita. E spieghiamoci meglio.
Cominciamo dalla seconda, il ritorno selettivo alla tradizione politica del comunismo storico novecentesco ed alla tradizione teorica dei marxismi più noti e consolidati del "secolo breve". Questo mi sembra impossibile, perché rimuove una resa dei conti radicale con le ragioni che hanno portato storicamente all’implosione mortale ed alla dissoluzione politica e sociale del comunismo storico novecentesco in tutte le sue forme. Non è un caso che, a distanza ormai di quasi un decennio, questa tradizione continuistica, giustificazionistica e storicistica continui ad usare banalità sconfortanti per spiegare il crollo del comunismo (tradimento dei capi, ritardo nell’innovazione informatica, eccessive spese per gli armamenti strategici, eccetera), esorcizzando continuamente la questione cruciale della putrefazione sociale, politica, economica, culturale e morale delle società socialiste novecentesche. Non è difficile capire perché questa resa dei conti teorica viene continuamente rimandata. Una simile resa dei conti (che dei moderni Marx e Gramsci certamente compirebbero) è incompatibile con la riproduzione delle strutture di partito, basate sul doppio binomio appartenenza/rappresentanza e settarismo/opportunismo. Ed è naturalmente per questo che una simile resa dei conti non viene fatta.
Veniamo alla prima linea, il ritorno a Marx ‘saltando’ il marxismo (ed in particolare il leninismo). Questa linea è apparentemente più simpatica e più plausibile della prima, ma è anch’essa largamente illusoria. Marx resta un grande e per molti aspetti tuttora insuperato classico del pensiero storico, economico, politico e filosofico (e si presti attenzione a tutti e quattro questi aggettivi), ma un ritorno al suo pensiero è impossibile, per il semplice fatto che Marx non ha mai coerentizzato l’insieme delle sue posizioni in un sistema cui si possa ‘tornare’. Si può certo ‘tornare’ al suo metodo, o alla sua intenzionalità anticapitalistica, ma questi ‘ritorni’ eludono il problema teorico dell’individuazione degli errori ideologici, epistemologici e filosofici di Marx (e si presti attenzione a tutti e tre questi aggettivi). I fautori del ‘ritorno a Marx’ (numerosi nell’ambiente di intellettuali che gravita intorno a Bertinotti) eludono sistematicamente il compito di un bilancio critico di Marx, ed in questo modo finiscono con il girare in tondo senza costrutto e con il dare un falso ed illusorio sentimento di ‘sicurezza’ teorica ai loro seguaci più sprovveduti. Per brevità rimando qui al lavoro di Gianfranco La Grassa, il marxista italiano che ha intrapreso con maggiore coraggio l’analisi delle contraddizioni del "nucleo profondo" del grande pensiero marxiano classico.
Questa doppia linea ricostruttiva di Rifondazione non è dunque a mio avviso in grado di competere per l’egemonia con la visione del mondo coerentemente capitalistica degli intellettuali della sinistra di regime di area PDS di cui ho parlato nel precedente paragrafo. Ho qui usato volutamente il grande termine di Antonio Gramsci, spero a proposito. Non è possibile contestare l’egemonia di una visione del mondo coerentemente capitalistica ed imperialistica con una visione del mondo incoerentemente rivoluzionaria e comunista. Le buone intenzioni soggettive non sono un argomento teorico. Esse sono autogratificanti, ma sono anche sconfitte in partenza. E con questa provvisoria diagnosi di crisi concludo questa analisi del pensiero di sinistra nell’Italia di oggi.

10. Vi è oggi lo spazio per una cultura nazionale progressiva nell’Italia della Seconda Repubblica?

Vorrei concludere questo breve saggio con questa domanda. In fondo, una rivista come Indipendenza non può soltanto porsi il problema dell’indipendenza (nel senso più ampio e serio della parola) dei còrsi, dei baschi, dei bretoni, dei kurdi, dei friulani e dei sardi, senza porsi il problema, apparentemente ovvio ma in realtà problematico, dell’indipendenza degli italiani. Non vorrei che questa indipendenza fosse già data per scontata come un’ovvietà indiscutibile, oppure fosse confusa con la questione dello stato italiano e del suo ordinamento giuridico. Sarebbe un grave errore, consentito in una rivista ispirata ad un riduzionismo economicistico o sociologistico, ma imperdonabile in una rivista come Indipendenza. Sono rimasto molto impressionato, leggendo il n.2 (luglio-agosto 1997) della rivista, dai due saggi di Sergio Salvi e di Nicola Zitara i quali, con argomenti certo diversi l’uno dall’altro, erano però ispirati al secessionismo rispettivo della Padania (Salvi) e della Terronia (Zitara). Forse ho capito male, ma così mi è parso. Ebbene, se così fosse, io sono in insanabile dissenso con i fautori della statualità separata di un’eventuale Padania e di un’eventuale Terronia, e voglio trasformare questo mio radicale dissenso non in un semplice convincimento personale, ma in un vero e proprio punto problematico su sui si impone una discussione. Gli stessi nove paragrafi precedenti di questo saggio sono stati scritti per predisporre materiale utile alla discussione di questo ultimo problema. Certo, Salvi utilizza argomentazioni linguistiche e dialettologiche per sostenere la tesi dell’esistenza etnica della Padania, mentre Zitara usa robuste motivazioni storiche, politiche, economiche e sociali per evocare la positività di una sorta di Terronia mediterranea indipendente. Non posso qui riassumerle, e quindi rimando il lettore ai due saggi citati. La questione centrale sta comunque nel fatto che entrambi i saggisti sembrano negare la possibilità di una ripresa progressiva, e non nazionalistica né tantomeno imperialistica, di un’identità nazionale italiana nel contesto del mondo globalizzato e dell’economia capitalistica contemporanea. Ebbene, io penso che invece questo sia un punto essenziale per la discussione, e mi ripropongo di sostenerlo con argomentazioni minimamente razionali.
Ovviamente questo è impossibile farlo in questo stesso articolo, che sta per concludersi qui per ragioni di spazio. Ma mi ripropongo di scrivere un articolo dedicato appositamente a questo tema in uno dei prossimi numeri della rivista, in cui cercherò di portare argomentazioni sistematiche a questo proposito.
Come dice un arguto proverbio inglese, la beneficienza comincia a casa propria. Ed è proprio così. Baschi, bretoni, kurdi, friulani, còrsi e sardi si porranno pur sempre il problema se noi italiani abbiamo oggi o no una reale indipendenza. A mio parere è evidente che non ce l’abbiamo. È chiaro che non ce l’abbiamo sul piano economico e politico, perché siamo in piena sovranità limitata a causa dell’Europa di Maastricht e degli ordini delle istituzioni finanziarie internazionali. È chiaro che non ce l’abbiamo sul piano militare, perché la NATO ci assegnerà sempre di più la funzione assassina di bastione mediterraneo contro i popoli arabi. È invece molto meno chiaro, a causa dell’intollerabile economicismo e politicismo regnanti nella cultura di sinistra, che noi stiamo perdendo anche e soprattutto qualsiasi indipendenza culturale rispetto alla "cultura unica" delle oligarchie finanziarie transnazionali, e che oggi questo è un problema. Si parla della catastrofica riforma scolastica del ministro Berlinguer soltanto a proposito del problema (importante ma non decisivo) del finanziamento pubblico alle scuole religiose, e nessuno si chiede se essa sarà o meno l’ultima pietra tombale su di una cultura italiana unitaria indipendente e capace di resistere all’omologazione imperialistica. Si parla della RAI-TV soltanto a proposito della vergognosa lottizzazione fra bande rivali della borghesia di stato, e nessuno si chiede che cosa trasmette, di cosa parla, che cosa fa vedere a milioni di persone nelle fasce orarie di maggiore ascolto, eccetera.
Di questi, e di molti altri temi, fra cui quello della lingua e del suo apprendimento, parlerò in un prossimo saggio in modo dettagliato. Conformemente alla natura della rivista Indipendenza lo farò in un’ottica di democrazia, solidarismo e liberazione. Mi spaventa il fatto che sembra che nessun altro lo stia facendo. Consegnare questa causa in mano ai nazionalisti ed agli imperialisti è suicida, ed è per questo che invito da subito ad una seria riflessione in proposito.

Costanzo Preve

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