Il presente saggetto è il fedele rifacimento (o piuttosto riordino) di uno scritto risalente a qualche anno prima delle elezioni regionali del 1985, forse al 1982 o 1983, il quale ebbe il singolare destino di non trovare spazio sui Quaderni calabresi. Non fu questo, tuttavia, il solo motivo per cui è rimasto per tanto tempo nel cassetto. Per chi pretende di scrivere storia del Sud italiano, relativamente allinfelicissima fase unitaria, che non sia la solita "Storia della questione meridionale", la difficoltà maggiore sta non tanto nellorganizzare i materiali per una Controstoria, quanto nel cogliere con onestà intellettuale le cose che potevano essere -in un paese veramente appartenente allo Stato italiano- e che invece non sono state, a causa della pesante colonizzazione toscopadana. Certamente la questione della borghesia meridionale appartiene a tale tipo, quasi impossibile, di storiografia. Da qui una forte resistenza personale a ricalarsi come storico nel tema. Il quale, tuttavia, veniva affrontato a livello di scontro politico locale (e quindi nel suo aspetto attuale), attraverso il Volantino (quattro pagine ciclostilate). La tematica de il Volantino anticipò di sei o sette anni Tangentopoli. La contestazione morale ebbe una forte risonanza locale, ma non superò tale perimetro, tranne che per gli aspetti giudiziari. Si ebbe, infatti, un processo, ma solo per diffamazione a mezzo stampa, tenutosi parecchi anni dopo -ma sempre parecchio tempo prima che esplodesse Tangentopoli- davanti al Tribunale di Monza, il quale ribadì il diritto (anzi il dovere) di critica al costume politico. Adesso la riformazione delle cosche ridà attualità al tema, così che il risultato della riflessione di allora viene offerto a un pubblico si spera più vasto.
IL SISTEMA DI POTERE IN MERIDIONE - DAI GALANTUOMINI ALLA CLASSE INFAME
Baroni e galantuomini
Pur essendo una figura tipica dellItalia unita, in quanto strettamente collegata
con il sistema elettoral-accosciato, con lascarismo unitario, il galantuomo
meridionale nasce prima che Garibaldi e Cavour depistino la storia del Sud. Indubbiamente
nasce dalla terra. Anche la fatua gentry inglese nasce dalla terra, ma non per questo
riesce a rovinare la Gran Bretagna. Il problema pertanto non sta in essa (quantomeno alle
origini), ma nel modo in cui si formano le sue entrate. Nella storia del Sud, la svolta
modernizzante è il frutto di due concause: da una parte, la crescita della domanda
mondiale di zolfo e di olio, in connessione con lultima fase -una fase fortemente
espansiva- della manifattura e con la prima Rivoluzione industriale; dallaltra, la
fine della dominazione spagnola e lavvento nelle terre napoletane e in Sicilia di
uno stato indipendente, sia pure sotto la guida di una dinastia proveniente da fuori e
pensosa di sé stessa, prima che della nazione.
Come ha insegnato Kula, anche uneconomia chiusa -non più che uneconomia di
villaggio- può ben convivere con il commercio mondiale. Ora se il monopolio dello zolfo
rese ben poco alla Sicilia e il commercio lecito o illecito dei grani non vi ebbe quel
peso sociologico che la saggistica posteriore ha creduto dintravedere, la
parte continentale del Regno ebbe consistenti benefici dagli scambi continentali. Infatti,
quando la dinastia borbonica chiuse il suo bilancio, il paese napoletano si trovava con
laristocrazia debellata, con abbondante risparmio, con le attività commerciali
interne, alle quali si dedicava una potentissima flotta di dodicimila navi piccole e
grandi, ben sviluppate. Era inoltre il beneficiario del quasi-monopolio mondiale della
produzione dolio, una merce richiesta dai maggiori paesi industriali come alimento,
per lilluminazione, come lubrificante dei motori e materia di lavorazione del
cotone. Non suoni strano, ma nei fatti la rinascita commerciale aveva aiutato il
baronaggio ad affermarsi.
Il feudalesimo è una condizione giuridica, propriamente di diritto pubblico, mentre il
baronaggio del XVIII, XIX e XX secolo è una condizione dello spirito, oltre che un modo
di rapportarsi alla società. Nonostante assuma atteggiamenti neofeudali, il barone è
giuridicamente pari a qualunque proprietario secondo il restaurato diritto civile romano
(cioè con la piena facoltà di godere e disporre della cosa). Già nel secolo dei lumi,
laristocrazia napoletana è un nome senza gran sostanza. Lo stato ha carattere
patrimoniale e gli aggregati urbani hanno egemonizzato le terre circostanti. Il circuito
intercorrente tra castello, palazzo nella capitale e sperpero delle rendite si è
fortemente indebolito e subisce la mediazione del borgo. Laltro circuito, non meno
pesante, quello delle esternazioni, che va dal villaggio rurale alla corte
spagnola, è fortunatamente chiuso. Il lavoro evolve verso una nuova forma di produzione e
la città si va separando dalla campagna. Il più solido momento di congiunzione
resta il proprietario inurbato -principalmente lui, il barone1, il primo
proprietario del luogo, che domina la campagna e spadroneggia in città. In campagna, la
miseria e lignoranza delle masse contadine gli offrono il destro di pretendere e
dottenere, pur senza averne titolo, un rispetto del tipo feudale; in città, per
quanto possa essere arcaica la sua azienda agricola, il solo fatto che essa sia la
principale sede locale di produzione, porta chi la dirige in contatto con il lavoro urbano
e con i civili attivi, fino a dominare luno e gli altri con autorevolezza, appunto, baronale.
Mentre la rendita feudale si decompone in forza dei processi che il mercato innesca, è
proprio la vivacità mercantile dellolivicoltura che rafforza la posizione aristocraticante
del nostro parvenu. Beati monoculi in terra caecorum. Il proprietario
doliveti non ha pari in altri settori, cosicché il grande produttore dolio,
il barone, nella sua albagìa e nella sua ignoranza, può credere che il flusso di
benessere proprietario che lesportazione gli porta, quasi un grazioso dono di Dio,
non si esaurirà mai. A questa idea contribuì sicuramente la mano leggera, in materia
fiscale, con cui i Borbone trattarono sempre i settori vocati allesportazione, tanto
più che si potevano facilmente rifare con il consumatore straniero, gravando lolio
dun dazio alluscita. Ancor più fortemente dovette contribuire il basso costo
dimpianto. Lulivo è una pianta divina che non richiede cure, ma solo dei
tempi dattesa e una certa vigilanza nei confronti dei pastori, delle greggi e delle
mandrie. Basta sistemare una piantina nel terreno perché cresca da sola. Dove le terre
sono appoderate -cioè quasi sempre- il contadino può continuare, nellinterfilare,
le sue tradizionali coltivazioni di cereali, ortaggi, legumi. Tuttavia non è la posizione
di agricoltore il tavolo anatomico su cui sezionare la figura baronale, ma quella sociale
e politica. Il barone è barone in quanto ha una regolare entrata in ducati, la quale
viene prevalentemente dalla produzione dellolio. Questi non ha una cultura
sufficiente per immaginare che lespandersi del mercato farà crescere i suoi bisogni
e che un bel giorno le sue entrate si riveleranno insufficienti. Quindi arriva molto tardi
a reinvestire le sue consistenti rendite. Non sente il bisogno di crescere, non ha
appetiti animaleschi, ma, per altro verso, non vuole perdere niente, così non ama
dividere con fratelli e sorelle, e finché può, si aggrappa alla legge del maggiorasco.
Ma, con il declinare del feudalesimo e delle rendite ecclesiastiche, i fratelli minori
trovano una collocazione sempre più difficile. Nasce, così, una questione, che, se
parlassimo la lingua occitana, chiameremmo dei cadetti. Non che qui mancasse qualcuno da
sbudellare, ma i Borbone andavano cauti con le spese di corte, e quanto ai moschettieri
preferivano importarli doltralpe. Così che i nostrani cadetti restavano in casa a
consumare la verginità delle serve.
Barone il fratello ricco, barone il povero fratello, o se più vi piace, il fratello
povero. I fratelli baroni si amano come tutti i fratelli, e tranne che la terra e le
rendite (che fanno la baronia), il barone ricco darebbe tutto al barone povero. E infatti
gli cede parte della sua ignoranza, una quota della sua arroganza, e gli lascia intero lo
spirito di rivalsa. Infatti il cadetto meridionale partecipò entusiasticamente alla
rivoluzione del 1799, nella speranza che questa moltiplicasse le terre appropriabili,
togliendole agli aristocratici più testardi, ai comuni e alla Chiesa, cosa che i Borbone
mai vollero fare.
Il galantuomo nasce nel sottoscala proprietario e baronale del paese e della città
meridionale, nella fosca alba di un giorno che per il Sud sarà più tetro della buia
notte. È un cadetto della famiglia con scarse rendite, o è lo stesso barone decaduto, o
il figlio del massaro che ha fatto la salita finché il padre lo ha sospinto, ma che,
morto il padre, non sa salire da sé. Non è il proprietario arricchitosi che un giorno
potrebbe diventare barone e che già si comporta quasi come se lo fosse. No, il galantuomo
con la ricchezza ha chiuso, dopo non avere mai aperto. Se per caso ha qualche terra, non
ne ha a sufficienza per vivere da barone. Insomma il cadetto sudico è un barone
disarcionato, il quale non incontra nella sua parabola sociale un re guerriero che lo
innalzi a cadetto di Guascogna, né una Chiesa in espansione che ne faccia un pingue
abate, né un ricco mondo mercantile che gli prometta un altro tipo di corona.
Con i Borbone, i galantuomini sarebbero periti socialmente, come in tutti gli stati
moderni, confusi nella piccola borghesia impiegatizia, dei commerci e dei servizi.
Sopraggiunti i Savoia, i galantuomini ebbero invece il modo di intossicare la società
meridionale. I fatti stanno a dimostrare che il vero disegno unitario non consisteva nel
dare un governo moderno al Napoletano e alla Sicilia, secondo laspirazione
risorgimentale, ma nel mungerne lagricoltura per salvare dalla bancarotta la corona
sabauda, che ora ammorba con puzzo di cadaveri e di stallatico lintera Italia. Per
qualche spicciolo e qualche medagliere, i galantuomini si prostrarono, offrirono il fondo
del dorso, furono gli ascari della colonizzazione.
Fatta lItalia, bisognava fare chi la mantenesse. Nel generale lutto per il crollo
del prezzo della seta, nasce la modernizzazione nordista. I De Ferraris, sedicenti
Galliera, i Bastogi, i Balduino, i grandi profittatori e intrallazzisti della cerchia
cavourriana, fondano la patria finanza e il capitalismo italiano (padano) violentando la
vergine Italia ancor prima che fosse condotta al fonte battesimale. Non sono dei ladri
puri, tipo Grisby ma propriamente dei capitalisti che imparano il mestiere di truffare lo
stato da coloro che intorno a Napoleone il Piccolo stanno facendo una grande cuccagna
con i franchi del contribuente transalpino. Non rubano i nostri fondatori, ma spingono lo
stato sabaudo, cavourriano e liberale a questa o quella attività, che loro, e solo loro,
avranno il privilegio dintermediare, lucrandoci lautamente sopra (sui titoli del
tesoro, che spesso comprano con i soldi dello stesso tesoro, arrivano a lucrare 79 lire su
100).
Ovviamente le operazioni sono più facili nei territori a loro noti, così che si comincia
da Genova e da Torino, poi si passa a Firenze e in appresso si scende a Roma. Nel
frattempo Milano, Bologna, Padova, Ferrara, ecc. pretendono di non restare fuori. Anche
Napoli, alcuni decenni dopo, chiede e ottiene qualche intervento lucratorio. Anche Palermo
chiede, ma per ottenere quasi niente. A Napoli manca un capitalismo di buon appetito,
sostiene la storiografia sabauda con il plauso dei sedicenti storici gramsciani. Il fatto
che vi operi persino uno dei tre fratelli Rothschild, i veri padroni dEuropa, non
conta niente per i nostri rapsodi. A fare il confronto con il piccolo regno sardo, quel
che in realtà manca non sono gli impianti industriali portanti della futura nazione
industriale; la cosa che a Napoli manca è lo sfacciato intrallazzo cavourriano e
postcavourriano che, a partire dal 1853 e fino a quando Giolitti non chiuderà la bocca ai
più impertinenti, con laiuto dei soliti prefetti e corrompendo con la sua generosità
i socialisti dellEmilia rossa, riempirà decine di volumi degli Atti Parlamentari.
Nonostante il passaggio epocale, il Regno borbonico vive una condizione di tranquillità e
di serena fiducia. Nel campo economico è reputato e si ritiene una potenza di rango.
Anche sul lato industriale è limitativo metterlo a confronto con gli altri stati della
penisola. Il Regno ha unautonomia che gli altri, a cominciare dal Piemonte sabaudo,
sono ben lontani dal possedere. Nei settori strategici dellindustria, vale a dire la
siderurgia, la meccanica e la cantieristica, essi hanno bruciato i tempi naturali di
maturazione economica, facendo in proprio. E se cadono sotto i colpi di Garibaldi e dei
generali sabaudi, è perché non intendono sistemare i parassiti sociali.
Possiedono le risorse per avviare lindustrializzazione privata, dopo avere fondato
quella pubblica, e pertanto non allettano intrallazzisti. E ciò sarà fatale per il
futuro del Sud, che fino alla Cassa per il Mezzogiorno non avrà il personale idoneo, la
cultura, per partecipare in grande alle patrie dissipazioni. Invece che grandi ladri, o
dei ladri in grande del tipo Bastogi, Balduino, Breda, SME, Fiat, il Sud avrà dei ladri
di polli. Anzi qualcosa di meno, perché i contadini dispongono, tuttal più, di una
minestra di broccoli. Che i galantuomini non si vergognano di arraffare.
In sostanza, il Sud contribuisce allintrallazzo nazionale dal lato delle uscite, ma
non ricava niente dal lato delle entrate. È terra infidelium per gli
intrallazzisti toscopadani. Che il Sud non sarebbe mai divenuto una vera parte del paese,
ma un mero mungitoio cavourriano e sabaudo, lo si era visto già prima che cominciasse,
non appena il plenipotenziario cavourrista Farini arrivò a Palermo. A Torino le idee
erano chiare. Lassenso delle classi proprietarie sudiche ce lo procuriamo difendendo
la proprietà; quello delle classi medie, lottizzando a buon prezzo i beni ecclesiastici,
di cui per altro (noi torinesi) incasseremo il valore; quello dei proletari, offrendo una
speranza di lottizzazione sui demaniali comunali. Ma i contadini avevano una fame antica.
Raggirati sulla questione della terra, scatenarono il brigantaggio politico costringendo
il governo liberale a rinsaldare la sua alleanza con i galantuomini -ironia degli
aggettivi- anchessi liberali. Se i piemontesi fossero arrivati
dallAlaska sarebbero stati meno stranieri a questo popolo.
Mungere i sassi
La Rivoluzione industriale ha inciso così profondamente sugli assetti tradizionali da
mettere il mondo su nuove gambe, purtroppo storte fin dal primo momento. Guidata da
logiche irrazionali, leconomia mondiale ha due volti: quello di un mondo che
progredisce e quello di un mondo che regredisce. In Italia, la contropartita più
devastante si ebbe proprio nelle campagne del Sud, dove alla restaurazione del concetto
romano di proprietà, che aveva decretato la fine dei diritti promiscui, si aggiunsero
forme moderne di conduzione, del tipo risparmia-lavoro. Per lancestrale colono fu la
fine. I contadini vennero scacciati a milioni dalle campagne. Daltra parte la
regolarità del salario li attraeva lontano dai campi, in un lavoro sentito sì come
alienante, ma anche come fonte di un pane sicuro. Ma non fu solo questo. Dove
lindustria non nacque (come nel Meridione), i prodotti industriali arrivarono
comunque, spazzando via lantica industria domiciliare dei contadini. Larrivo
delle merci industriali prodotte altrove, sottraendo ai contadini lantico lavoro
manifatturiero, fece sì che lunica fonte da cui ricavare un guadagno rimanesse la
terra. Si deve aggiungere che, a partire dal 1650 circa, la popolazione dEuropa
prese a crescere a un ritmo senza precedenti, raddoppiando nel corso dei duecento anni
successivi e facendo il doppio tra il 1850 e il 1930. Nelle aree non industriali, la bassa
capacità dacquisto sommandosi alla pressione demografica portò le masse contadine
a rivivere una condizione vicina alleconomia di sussistenza.
Tutta la grande narrativa meridionale è confezionata con il dolore di quellepoca
infelice. Dopo essere stati consumatori soltanto dei propri prodotti, una volta divenuti
consumatori di lavoro altrui, i contadini presero a mungere la terra nella vana speranza
di cavarci il danaro per vivere. In regioni come la Puglia e la Calabria si misero a
cultura persino le pietraie, nella vana illusione di mungere dai sassi quello che i sassi
non danno.
Mentre lEuropa industriale arricchisce, il Meridione -ormai spoglio di risparmio
privato e privo di uno stato che lo guidi- vede spegnersi le sue manifatture e la grande
industria statale borbonica. Loccupazione nel settore manifatturiero cala, in venti
ani, da oltre il 18% a poco più del 12% delle persone in età lavorativa2. Si dice
la stella dItalia. Ma solo del Nord. Nonostante la crisi da cui è investito, la
particolare condizione climatica e la positiva eredità borbonica aiutano il Sud a
compiere lultimo miracolo -un miracolo, ovviamente, tornato interamente a favore del
paese settentrionale. Stava mettendosi male per i Savoia e per la cosca piemontese.
Crollata la seta e crollate le speranze riposte dai conquistatori piemontesi sulle regioni
seriche, lolio diviene il primo sostegno della bilancia commerciale unitaria. Ma
subito dopo, accanto allolio si allineano altri prodotti tipici, quali il vino e gli
agrumi. Diversamente dallulivo, questi impianti richiedono un investimento di
capitali. Ma, in appena qualche anno, il Piemonte ha interamente incassato e dissipato
laccumulazione storica napoletana. In più si cucca ogni forma di surplus che si
formi al Sud. I proprietari, vessati dal drenaggio fiscale, non hanno risorse adeguate. E
tuttavia il miracolo si compie egualmente, frutto del sudore e dellintelligenza
contadina. Olio, arance, vino, fichi secchi -povere cose di un mondo al passato- sono
tutto quello di cui dispone lItaglia. Ma lo stato di Sella e di Minghetti le
fa bastare. Così è il Sud che paga praticamente da solo la tripla speculazione
ferroviaria: quella delle concessioni, quella della prima nazionalizzazione e quella della
successiva privatizzazione. Paga inoltre alla Francia il debito estero ereditato dal Regno
di Sardegna e quello alimentato dallallegra gestione della Destra -severa solo con i
contribuenti- salvando in tal modo due volte lo stato nazionale dalla bancarotta.
Certamente nel mondo attuale nessuna produzione agricola risulta vincente alla lunga
distanza, in quanto lofferta degli agricoltori cresce più della domanda dei
consumatori, deprimendo il prezzo. Nello stesso tempo, i prezzi delle merci industriali,
che si strutturano indipendentemente dalle vecchie leggi di mercato, incorporano di regola
elementi di monopolio, che con landar del tempo si faranno sempre più consistenti.
Si realizza così un particolare squilibrio delle ragioni di scambio che, nei grandi
aggregati economici tipo CEE, oggi viene sanato soltanto attraverso costose forme di
protezionismo doganale.
Comunque nel Sud italiano non fu il mercato a mandare a gambe allaria la rivoluzione
agricola in corso, ma lo stesso stato, cosiddetto italiano, attraverso un ribaltamento
della precedente politica filofrancese e liberista con unincredibile alleanza
austrotedesca e ladozione di un autolesionistico protezionismo doganale; cosa
pretesa -e ottenuta con la corruzione- dalla Banca Commerciale, dai suoi finanziatori
tedeschi e dai neo-intrallazzisti milanesi che, atteggiatisi a industriali nazionali,
continueranno per ben settantanni a corrompere i governi nazionali per aver
mano libera con i consumatori nazionali. A disdoro di Lor Signori Cuccatori e dei paladini
del Corriere e delle case editrici nazionali, ben remunerati assertori del "Sud
che non produce", è il caso di ricordare che, nonostante le loro albagìe, i salotti
buoni e altre immonde incensature, gli agrumi resteranno la voce più importante del
commercio internazionale italiano fino al 1955 circa.
Mentre lerario nordista impone la feroce formazione di surplus da astinenza che poi
drena immancabilmente verso lintrallazzismo toscopadano e ora anche capitolino, ogni
speranza muore nel cuore dei generosi e degli intrepidi. LItalia colonialista, che,
al Sud, emargina gli onesti e i patrioti3, può trovare un sentito sostegno
soltanto in una classe infame, del tipo Quisling e quinta colonna: la classe dei
galantuomini -classe italiana per eccellenza, che tenne il potere fino al 1943 e
rinacque a partire da De Gasperi con stile e tono ben diverso.
Lepoca dei galantuomini
Dovunque è nata lindustria, laristocrazia di origine agraria ha perduto la
direzione della società di appartenenza. Dove lindustria invece non nacque, le
classi superiori e proprietarie si sono arroccate intorno alla proprietà terriera4.
Dove anche lagricoltura è stata cancellata, la borghesia dovrebbe essere alla testa
di un moto di rinascita.
Il sistema italiano ha sempre saputo evitare tale insidia. Infatti, nellassenza di
remuneratività in altre attività, il nostro sistema ha incanalato la competizione fra
borghesi del Sud nellambito dellattività pubblica: sia quella politica in
passato onoraria, sia propriamente burocratica e remunerata. Anzi tra luna e
laltra si generò un sistema osmotico, per cui il politico onorario di grado elevato
(ministro, sottosegretario, deputato) fu sostenuto da un gruppo di aderenti (consorteria),
i quali sarebbero stati ricompensati con impieghi e prebende -una forma di sistemazione
pseudo borghese, imitativa cioè del prestigio e della condizione sociale della borghesia
danarosa. Limpiego divenne l"occasione" per eccellenza,
lunico modo per evitare la totale caduta sociale, una completa proletarizzazione. Ma
laccesso allimpiego non dovette essere facile. La ricerca storica dovrebbe
proprio chiarire tale punto. Comunque possiamo dire che intorno al "posto"
si accese in passato, come si accende nel presente, lunica reale competizione
infraborghese a cui si assista nel Meridione. La consorteria, nata dal basso, fu
lSOS di una classe sociale vinta ai suoi esponenti più fortunati e potenti5.
Collocando il Meridione dellepoca -cioè la parte del paese che accumula senza
ottenere altra spesa pubblica se non quella del danaro della corruzione- nel quadro delle
cose che potevano essere e non sono state, lo spaccato che se ne ricava non è "la
questione meridionale" oppure "il ritardo storico".
Leredità spagnola e il mancato coinvolgimento nella rivoluzione comunale
centrano ben poco. Il nodo è tutto economico ed è tuttinterno al mondo
industriale, cioè dellepoca nostra. Il tema giusto è laccumulazione
originaria dellindustria padana6, che ha avuto bisogno, per compiersi, di
un vasto popolo di contribuenti e di un intero secolo: dal 1860 al 1960. Rispetto a detto
tema, i galantuomini furono, a volte inconsapevolmente, gli agenti nazionali
dellaccumulazione primaria padana, realizzata per una quota preponderante e forse
superiore all80% ai danni dei contadini meridionali e degli emigrati meridionali.
Lintramontabile epoca dei galantuomini fu contrassegnata non solo dal progressivo,
ulteriore impoverimento delle classi agrarie (che ha il suo finale travolgente nel
protezionismo fazioso della CEE), ma soprattutto dallapertura dei ranghi del
pubblico impiego alla borghesia, spesso ignorante, del Sud. In origine, i beneficiari
appartenevano ad una classe bloccata, imbalsamata nella staticità di rapporti
economicamente regredienti, anche a causa della crescita numerica dei componenti, a sua
volta frutto della generale crescita demografica. Ridotti in miseria dallo stato che essi
stessi avevano adottato, battuti dagli scambi diseguali con le società industriali,
impossibilitati ad aprirsi nuove strade, quando potevano si rifacevano sui contadini, che
erano il loro antagonista sociale interno e peraltro vincibile soltanto con laiuto
delle piumate milizie padane. Ma il soccorso più consistente gli arrivava da una certa
libertà a truffare lo stato, specialmente in sede di amministrazione comunale. Gaetano
Salvemini ci ha lasciato un impareggiabile ritratto politico della loro storia più
antica. Luigi Pirandello -pur puntando ad altra tematica letteraria e filosofica- ne
descrisse con vigore insolito, specialmente nelle "Novelle per un anno",
i loro drammi, la loro meschinità, la loro fragilità, la loro miseria materiale.
Il progresso -anche quello esterno soltanto- provoca forte mobilità sociale, e
lepoca dei galantuomini fu di nuova e notevole mobilità sociale. Ad un certo punto,
già prima della Grande Guerra, ma anche dopo, specialmente sotto il fascismo, i
galantuomini ebbero un sostenuto rinforzo con liniezione di dottori e diplomati
saliti dalle classi proletarie. Ma nulla cambiò, la classe indegna sopravvisse attraverso
lelargizione del "posto" che lo stato creava ambiguamente: sia
perché si perfezionava come stato centralizzato e burocratico, sia perché inventava
surrettiziamente "posti" in soprannumero per tenere in piedi il sistema.
In effetti il Ministero della malavita di salveminiana memoria governò le elezioni
dei deputati meridionali con i prefetti e fece ingoiare al Meridione la corrispondente
soperchieria perché il sistema ebbe sempre nuovi posti da distribuire.
Da un punto di vista politico nazionale, lidentità sociale -il particolare status-
del galantuomo è quello di mantenuto e contemporaneamente di sostegno del sistema
nazionale. Allinterno di tale settore sociale si sviluppò una forte competizione
che vide la formazione di gruppi fra loro contendenti, aggregati dalla solidanza
dellimbroglio amministrativo, dallo scrocco nella gestione pubblica, nella feroce
negazione di uguali opportunità al gruppo contrario. Da questa negazione prende avvio e
si sviluppa la degenerazione dellintera società meridionale, la sua corruzione
ormai interiorizzata, il disvalore dellonestà pubblica, appena compensato, qualche
volta, dallonestà privata, lambiguità, peraltro non più attuale, tra "spirito
di servizio" e assurda e completa inefficienza, la cedevolezza sui grandi
principi e la rigidità formalistica, più spesso opposta ai deboli e alle fazioni
contrarie che allinterno della consorteria.
Fascismo e consorteria
Il destino della "consorteria" sotto il fascismo non credo sia stato
spiegato con la doverosa onestà. Il regime portò nella statica società meridionale una
contestazione a destra e una a sinistra. Da questultimo lato, esso operò in difesa
della proprietà agraria spingendo le prefetture e le forze di pubblica sicurezza a
stroncare energicamente i moti dei reduci per la terra, secondo quanto era stato loro
promesso dopo Caporetto. Anche se a volte pagate con il sangue, si trattò di iniziative,
mancanti comerano di un vero progetto e di una seria direzione. A destra, il regime
combatté la massoneria e i gruppi consortili che egemonizzavano la scena meridionale. Gli
esiti di una siffatta politica furono incerti e confusi. Che io sappia, mancano studi
esaustivi sullargomento. Solo incasellando avvenimenti minori e slegati tra loro si
può arrivare ad abbozzare un quadro meno incerto e sfumato. Certamente la consorteria fu
battuta proprio sul terreno sociale -che era poi il suo modo di esprimersi politicamente-
e cioè nellorganizzazione del clientelismo e nellerogazione del "posto".
Ciò consente di affermare che al Sud il fascismo si presentò e fu in effetti una forza
moralizzatrice della vita pubblica. Probabilmente fu la stessa piccola borghesia,
costretta ad accapigliarsi per uno stipendio, a trovare nellorganizzazione fascista
del potere e della burocrazia una specie di rinnovamento, nel senso che quantomeno i
meriti formali prevalsero e le raccomandazioni, certamente sopravvissute alla consorteria,
ebbero un punto di riferimento stabile.
In sostanza si trasformò la posizione del pater. Prima era incerto, o perlomeno
diffuso fra una pluralità di cosche in lotta fra loro, poi divenne solo, anzi unico
come il partito. Ciò trasformò anche laspirante o cliente, in quanto non gli fu
richiesta come contropartita unazione sub-clientelare, ma soltanto unadesione
politica, che poi fu pigra e qualche volta la copertura di ben diversa posizione politica.
Ma il fascio raramente negò la tessera a qualcuno, a meno che del suo spirito critico nei
confronti del regime non facesse una millanteria.
Almeno in Calabria, il vertice visibile del potere non fu espresso soltanto dal gruppo dei
maggiori redditieri, ma vi si inserì molta gente nuova, salita al rango borghese
attraverso il diploma e la laurea. Tuttavia il fascismo consolidò (o non intaccò) il
potere delle classi agrarie, le quali dietro le quinte conservarono la sostanza del
potere, che non venendo più dallelettore, non doveva più essere acquistato. Dopo
di che tutto quello che quelle classi avevano perso sul terreno elettoralistico e
clientelare, lo recuperarono sul terreno della tranquillità politica, mostrandosi il
sistema fermo e stabile; e lo recuperarono anche sul terreno dei rapporti colonici,
poiché la riruralizzazione fascista inchiodò i contadini in una gabbia dalla quale la
fuga era difficile. I proprietari divennero tranquilli come mai lo erano stati negli
ultimi due secoli, perché difesi da uno stato forte e attento in materia di controllo
sociale: niente più briganti, niente camere del lavoro, niente fasci operai e mutue
bracciantili o altre associazioni contestatrici. Pagarono logicamente un prezzo al
sistema, a causa della più coerente e pesante imposizione fiscale e verso la fine del
periodo soffrirono per una certa efficiente gestione degli uffici di collocamento.
Nei grossi centri, i galantuomini di maggior rango si configuravano come un gruppo
privilegiato e protetto negli averi, ma generalmente separato dal regime e guardato a
vista per il sospetto che allinterno vi covasse lopposizione liberale, o che
vi fosse propensione alla comunella con preti e socialisti.
E tuttavia anche i fascisti venivano dalla classe infame dei galantuomini. Erano
galantuomini truccati, ma non redenti, in qualche modo resi inoffensivi, quantomeno in
occasione delle tresche più plateali. Carlo Levi registra e presenta con irraggiungibile
efficacia rappresentativa il caso dellinglobamento nel regime degli antichi rancori
tipici delle consorterie avverse, in un paesino dellentroterra lucano. Nel
retroterra jonico calabrese, il racconto dei più anziani si rifà a situazioni
sostanzialmente simili. Nei paesi più poveri di borghesia professionista e di burocrazia
addottorata e acculturata, il fascismo e lantifascismo furono certamente usati anche
nel senso tradizionale della consorteria, ma con molta più cautela che in passato.
Per quel che avvenne poi, dopo la caduta del fascismo, è di somma importanza ricordare
che durante il ventennio si inaugurò, sotto la spinta della crescita secolare dei
redditi, una mobilità sociale assolutamente ignota in precedenza. Anche se non di grandi
proporzioni, il fatto nuovo incise sulla natura sociale dei ceti medio-superiori. Gli
studi fino al diploma o alla laurea, in precedenza, erano stati aperti oltre che ai figli
dei proprietari, anche ai figli dei massari e dei piccoli proprietari. Ma, nelletà
dei galantuomini, le classi subalterne erano rimaste tagliate fuori persino dalla
velleità di un simile sbocco. Solo qualche ragazzo più dotato arrivava al sacerdozio.
Durante il ventennio, invece, non solo la popolazione scolastica crebbe, ma -ed è questo
il dato significativo- riuscirono ad accedere agli studi anche giovani provenienti dalla
minuta borghesia, da famiglie di operai e di artigiani, persino il figlio di qualche
contadino meno affamato e rozzo. Gli esiti di siffatta mobilità ascendente si videro a
partire dal 1943. Senza quei professorini e avvocaticchi di modestissima estrazione
sociale, tutto il fiorire di sezioni socialiste e comuniste, che si ebbe nel Sud dopo la
guerra, sarebbe stato impensabile.
La fine
Sulle trincee del Carso i galantuomini morirono a fianco dei contadini. Ciò forse avrebbe
democratizzato la scena meridionale, ma subito dopo la guerra, il leninismo e il fascismo
sospinsero il Sud completamente fuori scena.
Lantifascismo, che al Sud non fu un moto popolare, ma il chiacchiericcio serotino di
una sorta di fratrie alquanto assortite di vecchi notabili e di meno vecchi peroratori del
comunismo o del popolarismo cattolico, ridette fiato alla cosca. Nei paesi e nelle città
-nelle spire coinvolgenti dellantifascismo e nel conseguente clima di reciproca
tolleranza (delle opposte e, in teoria, a volte inconciliabili etichette) si andarono
formando dei gruppi notabiliari assolutamente inediti rispetto al trasformismo giolittiano
e prefascista. Certamente in ogni luogo non mancarono gli idealisti (gli ingenui,
si diceva) e quindi i contrasti e le avversioni anche vivaci, ma lopposizione al
fascismo finì per prevalere, così che i litigi vennero sempre superati.
Caduto il fascismo e perduta la seconda guerra mondiale, man mano che le truppe occupanti
risalivano la parte meridionale della Penisola, gli attori che per primi si presentarono
sul proscenio della restaurata democrazia furono coloro che si erano forgiati nei circoli
riservati, nei salotti dellantifascismo come in una loggia interclassista. Gli
occupanti angloamericani, che mostrarono di essere ben informati sulle situazioni locali,
si mossero, sin dallestate 1943, con lidea di restaurare il galantomismo.
Affidarono il potere locale nelle mani dei cospiratori inoffensivi e fra loro solidali dei
salotti antifascisti, e collocarono alla direzione dei comuni gente politicamente o
personalmente affidabile. Più che la Chiesa, la loro eminenza grigia fu la grande
massoneria. La quale, dove cera, prese al suo servizio la mafia quale responsabile
dellordine pubblico.
Durante i due anni circa, tra il 43 e le elezioni del 46, la gestione locale
coinvolse però gli esponenti di tutte le bandiere politiche, poiché i Comitati di
Liberazione Nazionale, che ebbero il riconoscimento di partner da parte degli
angloamericani, provvidero a lottizzare le posizioni di potere fra i sei partiti che ne
facevano parte (Liberali, Democrazia del Lavoro, Azionisti, Democristiani, Socialisti,
Comunisti). Tuttavia, per il classico gioco delle tre carte, al potere andarono sempre dei
conservatori o dei moderati, anche se a volte con il papillon rosso.
Lontani Mussolini, i tedeschi e la guerra, lunico disturbatore della quieta unità
antifascista fu il popolo, affamato di pane, di fabbriche, di terra e di uguaglianza.
Negli anni dellimmediato dopoguerra, la parola democrazia ebbe una forte caratura
popolare ed eversiva, quantomeno ebbe a significato che il popolo basso aveva raggiunto un
sufficiente riconoscimento politico, e che, come corpo collettivo, poteva trattare da pari
a pari con le classi proprietarie e signorili. Le classi subalterne vennero identificate
nelle loro richieste sociali e di rappresentanza politica. In effetti, dopo il crollo
degli apparati statali e la perdita del controllo che questi avevano sul territorio, il
popolo poté credere che bastasse il numero per ribaltare lassetto sociale.
Esemplare in questo senso furono linsurrezione e la Repubblica di Caulonia.
Lattesa e la fiducia crebbero nei due anni seguenti, raggiungendo lapice della
parabola nel 1946. Successivamente, lapparato dirigente locale del PCI o fu
sostituito, o intese -e con esso le masse popolari- che il processo rivoluzionario si
sarebbe dovuto dispiegare in un arco di tempo lungo, e che comunque non era quello il
momento propizio per uno scontro frontale, come mostravano i fatti di Grecia.
Latteggiamento popolare sospinse gli antifascisti che militavano nel partito
comunista, e i molti improvvisati comunisti, tuffatisi nel PCI perché folgorati
dallidea socialista, o per opportunismo, o per qualche riposta ambizione, tennero
con fermezza la loro posizione nellambito del nuovo quadro politico locale,
contendendo allavversario il dominio assoluto della società meridionale e
contrattando i compromessi; ciò fino a quando, intorno al 1955, lemigrazione
falciò lazione popolare e spense le speranze di un Sud che contasse in Italia.
Ma già prima il PCI aveva incanalato tale esigenza fondamentale della società
meridionale verso laspetto minore dellazione contadina per il possesso della
terra. Per la verità la strategia del PCI non osò mai spingersi fino ad
unalternativa così secca. Certamente le lotte per la terra continuarono a tenere
banco a sinistra, fino al 1951, ma ben inserite in un riformismo proprietario di corto
respiro e di ambito rurale, mentre era chiaro che al centro dello scontro stava la città
e il vero tema dello scontro era loccupazione. Dove questo emerse spontaneamente,
come nellhinterland napoletano, nellarea tarantina, in quella barese, nel
Crotonese, non trovò grandi solidarietà. Poi il momento rinnovatore ricadde e si
appiattì in un partitismo locale senza respiro, poiché, al di là delle lotte
proletarie, il Meridione era politicamente vuoto. Era (ed è) politicamente vuoto, perché
era (ed è) politicamente dipendente. Perché era (ed è) soltanto la somma di
orientamenti scollati e senza programmi, che si riducono a una cifra elettorale utile solo
per i calcoli parlamentari su maggioranza e minoranza.
Nonostante la fase politica frontista, i comunisti non sempre ebbero lappoggio degli
esponenti socialisti. A quel tempo la tipologia del dirigente era quella di un essere con
due anime e un corpo. Il corpo apparteneva di solito a un medico o a un avvocato, solo
qualche volta a un artigiano acculturato nelle tematiche sociali (uno splendido ceto,
politicamente e culturalmente ormai spento, lultima leva del quale è stata regalata
senza contropartite al sistema padano). Lanima sensitiva si estraniava dal corpo:
era per la democrazia e per il riconoscimento umano -dellappartenenza, cioè, alla
specie umana anche dei contadini, dei braccianti e delle frange sparse di proletariato
senza mestiere delle aree urbane (in genere facchini a salario giornaliero, pescatori che
dividevano con i capibarca il frutto della pesca, e consimili); un riconoscimento
comiziale, concionatorio, demagogico che restava senza fiato quando si doveva passare ai
fatti; lanima razionale era quella colpevole di chi comprende la direzione del
movimento storico e non può o non vuole opporsi, trattenuto comè dal corpo
piccolo borghese, benestante, addottorato. Le viscere piccolo borghesi soffocavano
lanimo socialista, e quindi il socialista si barcamenava tra il cambiamento e la
conservazione, tra le idee e la pratica, tra le classi padronali e il popolo, tra i
moderati e i comunisti.
Per il fisico venir meno delle generazioni più intraprendenti del popolo, quel tentativo
di democrazia meridionale si esaurì (ma non tanto inavvertitamente come parrebbe, se ci
si limita ad un esame della cronaca giornalistica dellepoca, già guidata da rigidi
paraocchi romani e pertanto milanesi, o alla storiografia paludata che affronta con
sussiego partitocratico il discorso su quellepoca). Nel breve volgere di due o tre
anni il moto era sconfitto, e già nel 1958, quando a sinistra cominciò a farsi luce il
mancinismo, era completamente tramontato. Rimase tuttavia il nome di democrazia, il quale
fu riempito posticciamente.
Con l8 settembre, il mondo dei galantuomini si può dire definitivamente tramontato
nelle braccia larghe dei Comitati di Liberazione Nazionale, tanto più ridicoli a causa
della loro estrazione pantofolaia, della loro legittimazione offerta da un esercito
straniero, spesso della modestia dei personaggi e per la loro mal riposta arroganza.
È tramontato e non si riproduce, perché in quel passaggio il mondo contadino taglia il
filo spinato che lo separava dal mondo urbano, usando come forbice il mercato nero delle
derrate agricole. I contadini escono dal neofeudalesimo sabaudo e fascista e
sinsediano nel mercato, rivoluzionando il proprio modo di produrre, i propri
consumi, il proprio rapporto con il resto del mondo. Quando arriverà lApe (la Vespa
con cassonetto, della Piaggio) e lasino sarà archiviato, se non ci fosse stata
lItalia padana a placcarlo, quel mondo nuovo sarebbe arrivato fino al suo giusto
orizzonte.
Il secondo dopoguerra
Nel 1946, quando si ebbero le prime elezioni amministrative comunali, non tutti i
raggruppamenti politici possedevano le stesse chance di successo. Comunisti, socialisti e
democristiani, nel Sud, si erano già formati una base di massa; partivano quindi favoriti
nel confronto con etichette oggi quasi tutte scomparse, ma a quel tempo ritenute
importanti.
Nei comuni molto piccoli i proprietari pesavano ancora parecchio, ma sin dallinizio
furono costretti a mettere un distintivo allocchiello. Generale e grande fu invece
il peso delle parrocchie. Sin dal 1946 esse assunsero il carattere di una notevole forza
clientelare e paternalistica, accanto a quello tradizionale di collettore del voto
cattolico. Per cinque o sei legislature, la Chiesa ebbe la meglio su ognaltro
suasore politico. Se si prescinde dalle allocuzioni comiziali e dai bei battibecchi da
marciapiede, anche gli altri partiti incorporavano una forte dose di vuoto politico, e
solo leccitazione del momento portava a credere che le parole fossero sostanza.
Freddamente esaminate le loro posizioni, esse si presentarono come entità fortemente
sfumate e in certa misura intercambiabili.
Linglese Tarrow ha scritto un libro molto interessante sullarcobaleno dei
colori politici che presenta il Meridione in sede di potere locale7. Il comune A è
democristiano, il comune B, contiguo, è comunista; il paese C, che sta dallaltro
lato, è a prevalenza socialista. Il tutto si mostra senza senso e senza alcuna logica
politica. Zone economicamente omogenee, per cui un diverso orientamento comunale non
sarebbe giustificato, contengono invece coloriture partitiche diverse, spesso una per
municipio. La spiegazione è che ad A si è formato un gruppo di potere democristiano
intorno a due medici e due avvocati democristiani; che a B un professore e un avvocato
hanno fatto da volano a unespansione comunista; che a C tre avvocati e un professore
socialisti si sono mostrati i più idonei a guidare il paese.
La spiegazione storica risiede nel fatto che nel Meridione, nonostante il fervore di
quegli anni, la politica è impolitica; che gli interessi di fondo restano nascosti e che
lazione politica dei partiti nazionali non li scalfisce neppure. Storicamente,
infatti, dopo cento e più anni di dominazione padana, gli interessi del Sud sono
complessivi, nazionali (nel senso di propri, di regionali) e travalicano le classi. Il
Sud, inteso come paese, necessita di uno sviluppo che nessuno dei partiti nazionali
intende seriamente propugnare; il suo interesse generale è quello di contrapposi al
Settentrione. Daltra parte nessuno dei partiti nazionali fa emergere la
contrapposizione interna al Sud (propriamente sua e non italiana) tra conservazione e
rivoluzione.
Solo nellimmediato dopoguerra e in luoghi delimitati, si sviluppò, sotto la guida
del partito comunista, unazione consistente rivolta alla conquista delle terre
incolte o mal coltivate e contro il latifondo. È solo in queste zone che si ebbe un reale
scontro politico. Altrove, sicuramente in centinaia di comuni grandi e medi, con
tradizioni industriali, le forze del lavoro si compattarono sulla borghesia attiva -e
doverano più forti, come al mio paese, si allearono con essa- nella mal riposta
speranza di una politica del lavoro e dello sviluppo. Ma più in generale, le situazioni
locali furono determinate da figure paesane, sia nella veste delluomo dotato di "amicizie
in alto loco", quindi capace di trovare un "posto" agli amici,
sia nella veste del leader carismatico, sia ancora sotto la forma di gruppo dirigente
affidabile e meglio preparato del gruppo o dei gruppi avversari, sia infine le tre cose
interconnesse fra loro.
A partire dalle prime elezioni, i gruppi vincenti tesero a riprodurre la consorteria. Dal
lato opposto si formarono gruppi consortili di diversa etichetta, ma senza un reale colore
politico, che si candidarono per il ricambio. In realtà, essendo il Meridione bloccato (o
per usare un azzeccato termine sportivo, placcato) al suo destino di periferia non
decidente, la lotta che si sviluppò al suo interno fu soltanto elettoral-partitica e
quasi mai autenticamente politica. Favorito dalla preferenza al voto di lista,
lelettoralismo sostituì il notabilato e se le consorterie non si presentarono più
come appartenenti allonorevole Caio a Marefreddo e allonorevole Tizio a
Solecaldo, ma apparvero come socialiste, comuniste, democristiane, ciascuna alimentata
dallanimosità per la propria fazione, ciò fu mera apparenza. Dietro la facciata
non cera il partito ma, come vedremo, la cosca.
Gradatamente poi, nel corso di quegli anni, i proprietari persero peso economico e
politico (salvo riacquistarlo quindici anni dopo, intorno al 68/70, come
venditori di suoli edificatori). Con il declino economico della rendita, i proprietari
persero anche la connotazione di classe a sé stante e a volte fortemente staccata nel
contesto sociale, confluendo nellenorme calderone dei ceti medi alimentati da uno
stipendio o da entrate professionali. A questo riguardo è una vera e propria
falsificazione politica quella che collega il mutamento delle relazioni in agricoltura
alle nuove leggi, e principalmente a quella di Riforma Agraria, che colpì i latifondisti.
Nuove relazioni di lavoro, magari introdotte dallalto, diventano operative solo se
matura un nuovo equilibrio (regionale) tra offerta e domanda di lavoro, altrimenti restano
carta stampata. In realtà i salari agricoli lievitarono soltanto perché le campagne si
spopolarono in seguito alla domanda europea e padana. Ciò mise in ginocchio i
proprietari, le cui rendite, si dice, derivino dalla terra, ma che in effetti derivavano
soltanto dalla fame e dal superlavoro del contadino.
Al Sud, il partito di massa, salvo i luoghi dove la lotta per la terra ebbe un carattere
effettivo, fu ed è di massa solo per gli elettori, che vengono attratti per lo più dalle
relazioni extrapolitiche descritte da Tarrow, mentre fu di élite per i gruppi dirigenti.
Rifacendomi a quanto sostenuto sopra, bisogna dire che la stessa situazione oggettiva
spingeva verso la riformazione della consorteria. Infatti i partiti di massa si
scontravano sul terreno di interessi ristretti, che se non erano familiari, non volavano
tuttavia più alto del natìo borgo selvaggio, relegando la cosiddetta "questione
meridionale" in frasi enfatiche ed insensate, collocate in fondo alle loro
dichiarazioni programmatiche.
I pochi tentativi che i gruppi dirigenti locali fecero per inserire i problemi dei
rispettivi luoghi in un contesto più ampio caddero nel vuoto e nella sordità non appena
arrivati a livello di dirigenze provinciali e nazionali. È quindi alquanto naturale e
logico che la vita politica ripiegasse su se stessa e che le vocazioni al comparaggio
consortile avessero il sopravvento sulla vera politica. Il soffocamento delle istanze
locali appare più marcato nel PCI proprio perché questo partito contestava il sistema e
si era profuso con generosità nella lotta contadina. Ma alla prova dei fatti, il PCI si
è dimostrato il più nordista dei tre grandi partiti di massa. Ciò merita una
spiegazione, sia pure rapida.
In Italia, il PCI leninista si è comportato nei fatti -sin dal 1944- come un qualunque
partito socialdemocratico europeo. Come tale non ha rifiutato le rivendicazioni economiche
provenienti dal basso, tranne che in Meridione. Qui, tra il 1945 e il 1985, la grande
rivendicazione fu il lavoro, ma su tale tema il PCI e la CGIL disquisirono parecchio senza
mai scendere a un serio scontro con il sistema. Si pensi alla rassegnazione preventiva
-alla supinità- con cui andarono incontro alla perdita delle roccaforti rosse nel
Sud; alla resa, senza lonore delle armi, di Castellammare, di Torre Annunziata, di
Barletta, di Taranto, di Crotone, per citare soltanto i luoghi di cui chi scrive ha
memoria. Certamente il PCI non fu in malafede. La spiegazione è unaltra: nessun
partito può servire due altari, quello dello sviluppo e quello del sottosviluppo; non
può cantare contemporaneamente il Te Deum laudamus e il Dies Irae.
La cosca politico-intrallazzistica
La presenza di cause materiali ed esterne non significa che la rinascita della
consorteria, sotto forma di cosca elettoral-trafficona, non sia stata un male oggettivo
per la vita politica meridionale. La sua evoluzione in superpartito corrisponde
allaggravarsi della malattia contratta nel 1860. Il gruppo politico locale, che
andò identificandosi come gruppo di testa nelle istanze di partito, si trasformò in
cosca proprio per la sua sterilità a fare vera politica. In pratica i più onesti, i più
capaci si autoemarginano o vengono emarginati, lasciando ai meno onesti e capaci la guida
del partito. Cosca vuol significare un nucleo alquanto ristretto di persone legate fra
loro dal patto esplicito o tacito di sostenersi reciprocamente allinterno del
partito e di trafficare allesterno illecitamente assieme. In ordine di tempo il
primo fatto illecito o ai limiti del lecito -comunque non encomiabile- risiede nel blocco
delle preferenze, nel fare in modo che la cosca esca promossa elettoralmente, sia che si
tratti di partito di governo sia che si tratti di partito dopposizione. La lotta per
la poltrona, che è dovunque uno degli aspetti deteriori della democrazia elettorale, qui
al Sud è qualcosa di più e di peggio. Si dice da noi "u cumandari esti megghiu
du futtiri" (comandare è meglio che fare allamore).
Nellambito della borghesia laureata, qui, le scelte sono prefissate: coloro che
hanno capacità e prospettive di successo restano nella città dove hanno preso la laurea,
gli altri tornano a casa, a marcire. Una volta qui, la poltrona invade i loro sogni e
carezza le loro natiche. Sanno di essere degli sconfitti, che rimarranno in serie B, che
fino alla fine saranno dei subalterni, ma vogliono quantomeno essere i primi degli ultimi,
avere un riconoscimento sociale.
La cosca mira al successo elettorale, ma non avendo progetti politici ripiega sulla
formazione di una larga clientela impolitica, la quale si aspetta aiuti concreti, come
posti e carriere, e ancor più trasgressioni amministrative in funzione persino dei più
piccoli interessi, come costruire dove non è edificabile, bloccare i contatori
dellacqua e della luce (in attesa dellapertura dei contatori del metanodotto
algerino), irrigare gli orti con lacqua che gli abitanti del centro centellinano e
via dicendo, per una casistica che solo un compilatore del Digesto potrebbe elencare.
Da tempo, nel Sud, essere un militante di base significa soltanto tirare la volata
elettorale alla cosca, persino senza saperlo. In tale situazione viene meno la voglia di
partecipare, non solo, ma decade anche la coscienza individuale e collettiva, che degrada
nella truffaldineria, nellimbroglio, nellintrallazzo. Si tratta comunque di
cose ben note, sulle quali sarebbe superfluo insistere. Vorrei annotare soltanto che i
missini da una parte e i comunisti dallaltra seguono percorsi diversi nei casi
frequenti in cui non sono maggioranza locale. I missini hanno affidato il loro successo o
allideologia immaginata come fascista, ma solo patriottarda, moraleggiante, fondata
sulla identificazione tra democrazia e corruzione, ovvero al leaderismo di un qualche loro
esponente migliore. I comunisti, sempre che non siano partito di maggioranza, hanno
unarea di consenso ideologico, ma la disperdono amministrandola secondo le ambizioni
degli esponenti, i quali litigano preventivamente su chi dovrà essere eletto; sempre più
raramente spingendo alla ribalta i più meritevoli, cosa a cui preferiscono una selezione
in base alla fedele ripetizione della linea della direzione nazionale.
I danari dellintrallazzo politico
A partire dal primo intervento straordinario si aprì, per le popolazioni meridionali,
una strana condizione, di cui allora non si riusciva ad intravedere la linea di fuga.
Oltre ai profondi sussulti che si avevano nel mondo contadino, sui quali si è scritto
parecchio8, il Sud vide il precipitoso declino della rendita e anche il proliferare
di servizi, come la scuola, fino a quel tempo molto ristretta, e quindi il moltiplicarsi
degli alunni, dei maestri e dei professori; vide lavvio allimpiego delle donne
della piccola e media borghesia; vide larrivo di una proluvie di merci nuove e la
maggiore accessibilità dei prezzi industriali. Fu un momento di estrema
contraddittorietà, in quanto tutto quel che era vecchio e autoctono moriva, mentre chi si
metteva al servizio del capitale nordista ci ricavava una fetta di moderno plusvalore.
Leconomia meridionale peggiorava, ma si ebbe limpressione che migliorasse,
tanto è vero che fu larga la partecipazione di coloro che si buttarono a capofitto in
nuove iniziative imprenditoriali, con il risultato (certo gradito a Milano) di inaugurare
un "cimitero dindustrie".
Comunque crebbe loccupazione extragricola e crebbe il livello dei salari e degli
stipendi; le condizioni più generali di esistenza cambiarono positivamente. Non so se per
questo o per un certo fervore di vita nuova legato alla società politica, certo è che il
vecchio contesto sociale si spezzò. La stratificazione rigida del passato, con il barone
ancora al centro e gli altri redditieri intorno, assieme al medico di successo, e tutto il
resto sotto, evaporò senza lasciare né ricordi né profumi. Il nuovo assetto spostò
lasse delle entrate dalla terra allimpiego, anche per gli stessi proprietari.
Per i braccianti invece il nuovo asse divenne il lavoro extragricolo delledilizia9.
I rapporti sociali si ammorbidirono. Il voto, i partiti, lo stesso clientelismo, il
bisogno che i pesci grossi della politica paesana avevano dei piccoli pesci elettorali,
tutta una serie di fattori che non saprei elencare e definire contribuirono a creare un
clima di democraticità, o apparente democraticità sociale. La rigidità delle relazioni
si sciolse e perfino gli aristocratici proprietari uscirono dai palazzi e accettarono
relazioni con altri gruppi sociali, mostrando peraltro una correttezza nuova e quasi
rispettosa verso gli appartenenti ai gruppi censitari bassi.
In questo clima nuovo e dai profili incerti, la grossa novità per tutta al società
meridionale fu la nuova figura dello stato (Welfare) come erogatore oltre che degli
impieghi anche di provvidenze, sussidi, agevolazioni, contributi e più in generale la
notevole espansione dello stato imprenditore, sotto lo pseudonimo di Cassa per il
Mezzogiorno (cosa che tra parentesi può dare lidea di quanto grandi fossero stati i
benefici tratti per oltre un secolo e quelli attualmente ricavati dal Centrosettentrione,
per effetto di una spesa pubblica migliaia di volte superiore e del protezionismo
doganale).
Il solletico che sempre e dovunque aveva dato la sedia in curia, la poltrona imbottita di
sindaco, la medaglietta di deputato, ora comincia a essere accompagnato da un diverso tipo
di solletico, pur esso antico, quello delle dracme, vulgo lire, da intascare sia
come provvidenza o sussidio o contributo, sia come bustarella, tangente, partecipazione
fraudolenta. Oggi si parla tanto di tangenti mafiose, ma in verità la strada del passamano
era stata inaugurata da Cavour e pare che lo stesso Vittorio Emanuele II, detto pure padre
della patria, non fosse insensibile allodore delle monete, e persino delle monetine,
proprio quelle di rame.
Sul finire degli Anni Cinquanta si arriva a un primo allargamento della cosca, nel senso
che essa comincia a incorporare ingegneri del genio civile, funzionari della Cassa e della
riforma fondiaria, grandi studi romani, progettisti di opere pubbliche e via dicendo.
Allodore delle dracme, il gusto per la politica si diffonde. Lingegnere che
ambisce dottenere una progettazione, il medico che aspira allo stipendio sicuro
della Mutua, lavvocato che gradisce di tanto in tanto una buona consulenza, prendono
la tessera, e con loro, appaltatori e commercianti. Chi ha resistenze circa la tessera,
promette un certo numero di voti. Per farla breve, nasce un clientelismo corrotto e la
deviazione politica con fini fraudolenti fa agio sulle virtù pubbliche.
La dipendenza politica
Prima novità: lemigrazione. Seconda novità: per la prima volta dopo un secolo
dunità la spesa pubblica, sotto il nome sonante di Cassa per il Mezzogiorno. Terza
novità: la pensione ai contadini e poi la pensione sociale. Sembrerà poco a chi vive di
molto, ma per il povero cafone del Sud è stata una grande conquista. In assenza di
meglio, lassistenzialismo è già qualcosa, anche se i contadini e gli altri vecchi
lavoratori non sono ripagati nella stessa misura degli operai per il contributo da essi
dato, lungo una vita di fatiche e due guerre alleconomia nazionale. Non cè
che da ringraziare la DC per questa inversione di rotta dellitalico colonialismo,
inversione certamente ispirata a logiche keynesiane e tuttavia proficua a un popolo di
lavoratori, che ha dato al paese molto più di quanto gli sarà mai restituito. Ovviamente
la DC non va più oltre. Il suo meridionalismo è tutto qui. Contro i diktat della
Confindustria, il cui pensiero è chiaramente enunciato in un famoso testo
delleconomista Vera Lutz (che come i giocatori della Juventus venne pagata con i
nostri soldi), sarebbe pericoloso andare, persino per coloro che attraversano spesso
il Tevere.
Ma la pensione serve a risolvere il problema del pane oggi, ma non quello del pane di
domani, che forse è più importante persino per gli stessi vecchietti. Inoltre, erogando
i diritti come favori, la DC ha contribuito notevolmente a rendere democratica la
corruzione politica, che alla fin fine era un fatto delle élite -in grande stile a
Milano, sotto forma di sussistenze familiari al Sud.
Allavvio del Centrosinistra, il PSI ebbe una proposta onesta: la programmazione
nazionale e il riequilibrio territoriale; onesta ma irrealistica, perché sottovalutava il
gioco degli interessi settentrionali e il blocco dinteressi tra finanza, industria e
sindacato, i quali non gradivano che loccupazione e i profitti settentrionali
subissero insidie. Posizione che lipocrisia degli economisti dichiarava miope, salvo
a consigliarla nel segreto delle ovattate direzioni padronali. I monopoli di fatto sono la
vera historia dellindustria padana. Di ciò i socialisti non seppero
tener conto e furono sconfitti già prima di cominciare. Una volta sconfitti, e
purtuttavia aggregati al governo, si sono messi a fare concorrenza alla DC sul terreno
clientelare. Questultima parte del discorso riguarda anche il PSDI e i repubblicani,
a proposito dei quali non bisogna sottacere lincredibile abilità di apparire il "partito
morale" a Milano e di trafficare con la mafia, oggi più e meglio della DC, in
Sicilia e Calabria.
Il PCI non può scegliere: il suo elettorato più consistente è il lavoratore garantito.
Servendo lo sviluppo in concreto e tuonando sullimmoralismo degli avversari, riesce
ad avere un certo seguito al Sud. Nelle amministrazioni locali, però, non potendo e
volendo concludere niente di positivo, si affloscia alla prima prova di governo e gli
elettori lo spazzano via, salvo che non abbia già imboccato la strada del superpartito.
Il superpartito
Finché funzionò la triade emigrazione, lavori pubblici, assistenza, la cosca si sorresse
da sé. Sindaci e assessori ottenevano da Roma lavori pubblici -utili e meno utili. Coi
lavori pubblici ingrassavano ingegneri, progettisti, appaltatori, subappaltatori, ecc.
Questi, a loro volta, portavano preferenze e pagavano altre mazzette. La mafia, che entrò
nel giro degli appalti, fece il resto. Ogni parvenza di legalità se ne andò a ramengo.
Segretari di prefettura, membri delle Giunte provinciali amministrative, impiegati del
Genio Civile e del Demanio pubblico e chi ne ha più ne metta, furono risucchiati nella
cosca.
Ora, solo chi ha anche un quadro approssimativo di come funziona "Cosa
nostra" o la mafia in Sicilia, può agevolmente capire che la lotta tra le cosche
mafiose non è pagante. Serve solo a farsi del male e a distruggersi reciprocamente. Allo
stesso modo in politica. La cosca politica imparò a non sputtanare la cosca avversa
perché, se e quando fosse toccato a lei amministrare, ci sarebbe stata una ritorsione. Il
sistema si configurò nel tempo. Infatti la cosca vincente ebbe la convenienza di cedere
qualcosa alla cosca perdente, oltre al resto, compromettendola, in modo che lo sporco
restasse dentro al sistema di potere. A questo punto le cosche cominciarono a
studiare accordi preventivi non sulla spartizione, ma sulla confezione della torta. Tanto
va allImpresa per il lavoro, tanto va alle Imprese del subappalto, tanto
allOnorevole Caio, tanto al Partito A, tanto al Partito B, il resto al Sindaco e al
Presidente della Corte. Tutti finanziati, tutti compromessi e tutti felici. Così che
lintero operare amministrativo finì con lessere sotterraneamente diretto e
deviato verso logiche intrallazziste.
È stato questo il primo filo, quello intuibile dallesterno, del superpartito. Un
altro riguarda precipuamente i posti e le carriere. Ai tempi della consorteria, un
gruppo escludeva laltro, e così in appresso, al tempo della cosca semplice. Oggi,
con il trionfo del superpartito, non è più così. Lassessore di cosca socialista deve
dare il posto al figlio dellappaltatore di cosca democristiana. Il bidello di cosca
comunista deve essere promosso applicato di segreteria dal provveditore
democristiano. Al ragioniere della USL di cosca democristiana il CO.RE.CO. (Comitato
Regionale di Controllo, ndr) deve riconoscere il grado di dirigente e gli
arretrati. E così via. I deve che ho messo in neretto non sono enfatici, casuali,
semplici impressioni; sono la nuova legge non scritta, ma osservata rigorosamente
allinterno del superpartito. Tuttavia il superpartito non va inteso come la cosca
centrale, come la rapsodia delle cosche che non si sono sciolte e tuttora vivono e
prosperano, ma qualcosa di più sottile e al tempo stesso di più corposo.
Il primo bozzolo del superpartito è stata ed è la Massoneria, o quantomeno un certo modo
degradato di vivere la fede massonica. Qui il discorso potrebbe farsi molto ampio, perché
in Meridione è chiara la tendenza a fare della massoneria, come pure di club visibili,
come il Rotary, i Lyons, delle mere associazioni di interessi. Comunque
lappartenenza in Massoneria non ha, al Sud, lo stesso significato che si legge nei
libri. Certo ci saranno anche qui dei massoni veri, ma la maggior parte dei massoni
meridionali sono squalificati e degradati. In Meridione, la Loggia ha svolto e svolge
prevalentemente la funzione di mettere in contatto intrallazzisti delle varie cosche. Anzi
credo di non sbagliare affermando che il primo contatto tra coscanti di gruppo diverso si
sia realizzato nelle Logge. I Lyons e i Rotary, nonostante la loro apparenza decorativa e
classista, credo abbiano avuto ed abbiano, fra le loro nobili istanze, anche una funzione
del genere.
Volendo tentare di definire il superpartito, si potrebbe dire che è unentità
nebulosa, un riferimento tra lamicale e lintrallazzistico,
unassociazione informale che si serve della cosa pubblica per far lucrare agli
adepti profitti sostanzialmente e spesso anche formalmente illeciti, ma che ci siamo
assuefatti a considerare un aspetto positivo dellagire sociale personale, anche se
poi, qualche volta, ce ne lamentiamo come di un fatto pubblico non limpido. Ma per quanto
nebuloso nella forma, il superpartito è tuttavia una realtà operativa che incombe sulla
vita materiale del cittadino meridionale. Credo che nella ricostruzione delle zone irpine
e lucane colpite dal terremoto, a proposito delle quali tanto si parla di camorra, si
trovi -a voler indagare- la chiave di lettura della mostruosità crescente del
superpartito nel Meridione. È stupido dire "la camorra ci ha messo le mani".
Le mani ce le hanno messe e ce le stanno mettendo tutti: dai sindaci agli assessori
comunali, dai progettisti agli appaltatori, da persone colpite dal terremoto ai dirigenti
superiori dei ministeri, dai parroci agli allevatori di maiali, dai vigili del fuoco ai
dipendenti locali dellEnel, dai generosi soccorritori ai produttori di ferro e di
cemento, dai democristiani ai socialisti, ai comunisti, ai repubblicani, ai
socialdemocratici, dalla stampa napoletana ai corrispondenti e inviati dei grandi
quotidiani milanesi. E si farebbe un errore a scambiare la cosa per un fenomeno di
generale corruzione. Questa cè senzaltro, e si vede, ma i luoghi di decisione
e di controllo operano secondo la regola dellillegalità sostanziale coperta in
genere dalla legalità formale; gli scontri politici -che pur ci sono- riguardano tutto,
meno che la bestia con la quale nessuno intende misurarsi e che è comunque
ritenuta così potente e vendicativa da scoraggiare anche i più onesti e coraggiosi ad
aprire il capitolo.
Altro esempio clamoroso di gioco politico dentro le regole del superpartito si è visto in
Calabria dopo le ultime elezioni amministrative. Per comporre il mosaico
dellassegnazione di presidenze, assessorati, poltrone di sindaco, presidenze
provinciali, ci son voluti quasi sei mesi. In tali casi, i responsabili usano la parola organigramma,
che sa tanto di bilancetta dellorefice. I giornali hanno detto solo quello che i
superpartitici desideravano; la gente della strada ha chiacchierato, ma in fondo se
nè fregata (nulla cambia, ha detto). Ma a guardar bene non è una novità della
vita politica, né tantomeno la sua transustanziazione in affare personale, in poltrona;
anche questo, ma è stato soprattutto gioco sottile e feroce, o intercosca nascosto dalle
cosche, tutte ossequianti alle regole del superpartito. E si badi ancora, il gioco non ha
riguardato le poltrone di questo o di quello, ma la ridistribuzione dei pesi
allinterno del superpartito, fatto non per governare ma per intrallazzare. Dietro la
poltrona di Tizio cerano infatti tutti gli ammanigliamenti sottostanti e i
collegamenti laterali. Non è stata una disputa di squallidi politicanti, ma il gioco
bizantino di abilissimi e consumatissimi diplomatici, i quali quando pronunziano la parola
sindaco non si riferiscono soltanto a chi dirige un comune, ma a chi dovrà, e a
come dovranno lucrarsi gli utili sommersi di quel comune, e a come andranno rifatte le
carriere e assegnati i nuovi posti.
In Meridione la politica è un agone senza opposizioni reali e veritiere. La facciata
nasconde la farsa. Dietro la facciata cè larrembaggio alla cosa pubblica, dal
quale maggioranze e opposizioni traggono lucro. Fino a dieci anni fa, ciò dipendeva dal
vuoto esistente nei partiti nazionali, per quanto concerneva le relazioni in Meridione;
oggi, persistendo il vuoto, il superpartito ha sciolto i partiti e governa al loro posto.
Siamo insomma al partito unico.
I governi cosiddetti democratici hanno salvato la piccola e media borghesia meridionale e
lhanno allargata, con levidente intento di realizzare un sostegno alla loro
politica nordista e anche per dare un sostituto alla classe dei galantuomini. Nella misura
in cui a Torino, a Genova, a Trieste, a Milano nascevano fabbriche, che sarebbe stato
giusto e opportuno ubicare a Napoli o a Palermo, nel Sud sorgevano scuole e ospedali, non
perché si insegnasse qualcosa o per curare gli ammalati, ma per produrre infermieri,
bidelli, applicati di segreteria, professori, comitati di gestione, medici ospedalieri, e
via dicendo. Adesso la cuccagna è finita. Niente operai, niente infermieri. I soldi
servono ad Agnelli per ristrutturare e competere -almeno così dice lui, e tutti
gli danno corda.
In ogni caso è chiaro ormai a tutti che la belle époque neocapitalistica e
weberiana è finita. Il mangime da ingrasso comincia a scarseggiare. Gli stipendi comprano
appena lo stesso, o qualcosa di meno, poiché il loro livello in termini reali non cresce
più di mese in mese. Di ciò la gente si rende conto anche se non legge i giornali. Ha
pure capito che la strada imboccata dal sistema non è destinata a cambiare nella
prospettiva di breve e medio termine. Logicamente chi è sferzato si contorce, e così i
componenti della piccola e media borghesia, le quali riempiono di sé il quadro sociale
meridionale. Cercano di salvarsi, chi ad ordine sparso e per proprio conto, chi
stringendosi di più alla cosca. Ma salvarsi è cosa tuttaltro che facile. I fessi
si son messi a coltivare un orticello, in modo da crearsi una sussistenza; quelli
ammanigliati armeggiano con il TAR ed il CO.RE.CO. per ottenere riconoscimenti di
carriera, integrazioni di stipendio, promozioni; coloro che comandano la baracca hanno
rotto le fila e vanno allarrembaggio di gettoni di presenza, straordinari, trasferte
che non fanno, forniture agli enti pubblici attraverso ditte intestate alla suocera.
Magistrati ordinari e amministrativi, dirigenti e autorità amministrative danno una mano
agli amici e la negano agli altri. Già questa sensazione di frustrazione spacca i
pubblici dipendenti in tutelati ed esposti. Ma una sensazione di insicurezza è ancora
più diffusa tra le popolazioni non stipendiate, perché è venuta meno la fiducia
collettiva, la speranza diffusa che lo stato Provvidenza un giorno o laltro avrebbe
finito con il baciare anche loro.
Siccome, i posti nuovi diventano sempre più scarsi, si è scatenata la gara a chi
fa prima a sistemare i figli. In tali gare, i meriti, i titoli sono spesso inventati di
sana pianta. A favore degli amici, e per gli amici gli esami di concorso
sono solo un gioco da prestigiatore. Intorno allesame per un posto di maestra
elementare non si muovono più le tradizionali raccomandazioni, ma si mette un moto tutta
una macchina di sorteggi sballati, di malattie inesistenti, di sostenitori organizzati
allo stesso modo dei picchiatori nei campi sportivi. Il presidente di una di queste
commissioni un giorno mi disse: "Vedi, me ne sto al caffè a leggere il giornale
perché, altrimenti, dovrei denunziare tutti, perfino i bidelli. E se li denunzio, mi
gioco sicuramente la tranquillità familiare e forse anche la pelle". Intorno a
un progetto, si muove la direzione centrale del partito e un tal numero di amici
che, se ognuno di loro portasse un blocco di pietra, si costituirebbe una piramide. Per il
figliolo, per il cugino, per il compariello, il cognato, il nipote di uno che
conta, si sviluppa un coinvolgimento diffuso, non a catena ma a raggiera, a passo di
plotone, che scavalca i partiti, le burocrazie, le leggi, la correttezza, la civiltà,
lurbanità. Lintero sodalizio procede accerchiando, raggirando, stravolgendo,
pigiando, nel disprezzo più completo degli altri cittadini (cosa non nuova) e degli altri
esseri umani (cosa nuova).
Quando, poi, a far parte della parrocchia sono tutti i concorrenti, allora comincia un
gioco a scacchi di tipo scientifico. Nessuno deve essere scontentato, cosicché, se muovo
la Torre in A5, contemporaneamente lAlfiere va in H4, il Cavallo in C3, la Regina in
F6, il Re in D8, tre pedoni vengono avanti e quattro tornano indietro. Caso eclatante, le
recenti nomine, subnomine, pseudonomine, criptonomine in un istituto bancario meridionale
(in effetti lombardo-piemontese). Per un presidente promosso ad alto incarico, tutta la
scacchiera venne sconvolta: i Cavalli diventarono Torri, gli Alfieri Regine, i Re persero
la corona e due-tre pezzi di scarto furono mangiati senza complimenti. Il tutto con
la benedizione del Ministro Goria, di De Mita, Craxi, Longo, Spadolini e dei loro
propretori locali, e con gaudio dellonorevole Puijia e mortificazione,
sintende parziale, dellonorevole Mancini. Personaggi senza nome e senza volto,
come Carmelino Puijia, ma che si tirano dietro un gregge di due, tremila amici di
tutti i colori, possono far ingoiare rospi grossi come uno scoglio anche a gente che da
trentanni è un mezzo padreterno.
Ho affermato che i partiti sono politicamente disciolti; che lunica funzione che è
loro rimasta è quella di supporto nominale della cosca. Infatti, a questo punto, anche la
vecchia conta delle percentuali politiche non ha più valore. Lunica cosa che adesso
conta è che il circuito sia ben oleato. Per fare un esempio: se il posto di presidente
della Regione e quello di usciere della pretura spettano, secondo questa entità, a Caio e
Sempronio, i due avranno il loro posto, siano essi democristiani, socialisti, comunisti e
via dicendo. Ma se il posto di usciere fallisce, anche quello di presidente va ridiscusso.
Non avendo neanche i numeri un peso specifico, ma contando solo le persone come capifila,
o come quinti, o novantesimi della fila, anche la cosca appare superata. Al suo posto è
comparso un sodalizio senza colore che imbroglia le leggi, i pesi e le misure. Qualcuno ha
chiamato tale entità "mafia bianca". E di mafia si tratta, ben più
pericolosa della mafia tradizionale. La gente che sta dentro siffatta mostruosa
associazione ha una forte coscienza mafiosa e una debole, o forse fievole, o forse nessuna
consapevolezza di operare sopra le leggi e a dispetto di esse. La cosa diventa del tutto
duna eleganza impareggiabile quando intrallazzo toscopadano e mafia bianca del Sud
sintrecciano10.
La mafia bianca è un organismo di natura borghese e di carattere superpartitico, rivolto:
1) a sostenere persone determinate affinché non siano coinvolte nel generale cedimento
economico dei ceti impiegatizi; 2) a difendere o migliorare la posizione economica propria
e degli amici; 3) ad assicurare ai figli una sistemazione, e magari una buona
sistemazione; 4) a lucrare utili consistenti ritagliati dalla spesa pubblica. Tutto ciò
non solo usando come sempre il bizantinismo amministrativo, ma procedendo oltre, e cioè
vincolando i controllori a non esercitare il dovuto controllo. Non è lassismo sociale,
né uno scambio di favori, è una norma munita di sanzioni come sopra elencate. Chiunque
viva ed operi nel Meridione, stia dentro o fuori del gruppo, deve rispettare il losco
codice della mafia bianca, altrimenti paga sulla sua persona, con le proprie sostanze,
sulle persone dei congiunti, tale e quale le regole della mafia tradizionale.
La presenza della mafia bianca spacca il mondo meridionale con un fendente in due sezioni
precise ed opposte: gli inclusi e gli esclusi. Gli uni hanno superdiritti, superdifese,
gli altri debbono pagare per godere dei propri diritti e quando necessita sono
lasciati alla deriva. Dove questa spaccatura porti è unincognita. Intanto qualcosa
di nuovo già si profila allorizzonte: la lotta tra mafia tradizionale e mafia
bianca, la quale, facendo parte del sistema più che la mafia tradizionale, oggi riceve
lappoggio delle forze dominanti. Sembrerà questa unassurdità, eppure è
semplice: la torta è più piccola di prima e la borghesia non vuole perdere la sua quota.
Esplora strade nuove per salvarsi e fra queste cè anche: "Muoia pure la
mafia. I voti ce li troveremo da soli".
La società meridionale è tuttora "una grande disgregazione sociale" non
solo per chi ha nelle orecchie il paradigma tracciato da Gramsci e sotto gli occhi una
tipologia sociale che lo rispetta e lo ripete, ma per chiunque, in quanto, ad ogni soffio
di vento, il gallo in cima al comignolo cambia direzione. Il fatto che oggi il pane non
manchi più, e che ci sia anche il companatico, non significa progresso. Il Meridione è
decaduto e continua a decadere come realtà produttiva; è bloccato nella sua condizione
di improduttività gestita dal sistema metropolitano. Finché questa gestione esterna,
fino a quando questa abdicazione alla sovranità che ogni popolo dovrebbe avere sulle sue
naturali risorse continuerà, persisterà anche il decadimento delle coscienze,
larrembaggio, il sottogoverno, la tramutazione dei diritti in favori, il
misconoscimento dei meriti e lesaltazione dei demeriti. Solo in tale habitat può
fiorire una cosa mostruosa come la mafia bianca.
Nicola Zitara
1 La nozione che qui si dà è diversa da quella crociana. Storia del Regno di Napoli, Laterza, 1924. Croce parla del signore, titolare ancora di un feudo in provincia, il quale, al tempo del Viceregno spagnolo, di regola vive a Napoli, oziando. Qui invece ci riferiamo a unepoca diversa, il secolo XVIII e i due seguenti, e a persone altrettanto oziose, e tuttavia i veri detentori di ricchezza nella società regnicola.
2 Nicola Zitara, Lunità dItalia: nascita di una colonia, oggi Vª edizione, Siderno, 1996.
3 Non si fa alcuna lacerazione alla patria storiografia se qui si ricorda che lautoemarginazione dalla vita politica è un fenomeno di grave peso nella vita del Sud italiano. Meriterebbe invece un attento esame la vasta adesione patriottica a guerra già scoppiata, a partire dal 1915, e ancor di più la vasta attenzione che il neofascismo ha esercitato per cinquantanni nel Sud.
4 Gli storici di tutte le correnti culturali e politiche bollano la
borghesia meridionale post-unitaria di limitatezza di idee, di pochezza tecnica, di
mancanza di iniziativa. La causa preferita della cosiddetta "questione
meridionale" è linettitudine e la povertà culturale degli "agrari".
Ma quanto è vera laffermazione? In verità nessuno li ha messi alla prova, in
quanto le consistenti ricchezze meridionali furono risucchiate dallo Stato nel corso dei
primi quindici anni di vita unitaria.
Con quali mezzi dunque liniziativa privata meridionale avrebbe avviato quel sistema
industriale che il Triangolo Genova-Milano-Torino creò solo con lausilio di
consistenti aiuti pubblici diretti e indiretti, e dopo essersi impadronito politicamente
dello Stato stesso e dopo aver corrotto la classe politica? Poi, una volta stabilito il
vantaggio, un successivo inserimento è divenuto praticamente impossibile perché solo una
forza superiore (cioè uno Stato separatista e protezionista) può recuperare il ritardo e
sostenere le nuove, inesperte imprese nella lotta per la sopravvivenza che si svolge in un
mercato già formato. Daltra parte la borghesia meridionale, sacrificata e repressa,
ha ormai interiorizzato un complesso dellimpotenza, che è divenuto un aspetto
saliente dellintera società meridionale. Per giunta il vituperio civile ed
economico che furono e sono, sin dal 1860, la sua connotazione particolare dentro la
nazione italiana, linchioda allimpotenza.
Essa che non era tutta redditiera, tornò esclusivamente agricola e criptofeudale. Fondò
il suo essere sociale sul possesso, che fu non sempre, ma spesso, possesso damnosus,
fatto cioè di aride sterpaglie, di dirupi, di argille arse dal sole estivo e dilavate
dalle piogge autunno-invernali. Comunque la prova del nove che la cosiddetta "questione
meridionale" non dipendesse dalle classi dirigenti agrarie si è avuta quando,
nonostante la loro scomparsa, i problemi del Sud sono rimasti nelle forme anteriori di
sovrappopolazione e di quasi sterilità economica. Nel Meridione, una volta abrogato il
maggiorasco (cioè la trasmissione di tutti i beni al figlio maggiore), la proprietà
prese a frantumarsi. In passato, i cadetti ripiegavano sul sacerdozio, sul servizio
militare, sulle attività di toga (avvocatura, magistratura). Con limpoverimento
delle rendite e la loro suddivisione, le entrate decaddero e i rampolli delle famiglie
nobili e borghesi furono indotti a crearsi nuove entrate. Non avendo capitali a
disposizione (sul problema del drenaggio dei capitali si vedano Nitti, "Nord e
Sud", e Capecelatro e Carlo, "Contro la questione meridionale"),
ripiegarono sulle professioni libere e sullimpiego. Relativamente a
questultima attività, la creazione di uno Stato a direzione centralizzata e con
numerosa burocrazia periferica si deve dire che fu, a partire dal principio del secolo, la
valvola di sfogo per tenere i ceti superiori del Meridione dentro il sistema italiano e
per stroncare vocazioni separatiste e neoborboniche.
5 La storiografia di orientamento gramsciano sostiene che, attraverso lalleanza tra gruppi industriali del Nord e grandi proprietà produttive di grano del Sud si realizzò il blocco conservatore, anzi reazionario che guidò lItalia fino allavvento del fascismo. Cè da osservare che Gramsci salta a piè pari circa quarantanni di storia, perché il blocco di cui parla si realizzò in Parlamento soltanto nel 1887, quando il Meridione nel suo complesso era già stato sconfitto sul piano finanziario e geopolitico. Quanto alletà giolittiana in cui visse, Gramsci capì perfettamente che lindustrialismo "spontaneo" era già stato preparato politicamente con il protezionismo e finanziariamente con la concentrazione in poche mani delle risorse finanziarie. Capì anche che la proprietà fondiaria meridionale, sin dal principio, si era votata a Vittorio Emanuele per difendersi da una rivoluzione i cui prodromi erano nel brigantaggio sociale, e che fu proprio lUnità ad impedirla, perché i Savoia avevano alle spalle forze moderate settentrionali a proteggerli nellazione di repressione contadina aggiungiamo noi: cosa che invece i Borbone avrebbero avuta. Fu poi nei primi trentanni di Unità che nacque il razzismo settentrionale che tanto peso avrebbe avuto nelle epoche successive e che rimane una delle questioni fondamentali della vita nazionale, oramai superabile soltanto con il superamento del sottosviluppo.
6 Zitara, Lunità dItalia, op. cit.
7 Tarrow, Partito comunista e contadini nel Mezzogiorno, Einaudi, 1973.
8 INSOR (Istituto Nazionale di Sociologia Rurale), La riforma fondiaria: trentanni dopo. Appendice statistica e bibliografica, Franco Angeli, 1979.
9 Ferrari Bravo e Serafini, Operai e stato, Feltrinelli, 1977.
10 Mi spiego con un esempio. Io ho il diploma di direttore
dorchestra e sono anche deputato, ma non trovo il mestiere di deputato adeguato alle
mie ambizioni. Se nella cosca conto tanto da poter porre il veto a chiunque, in relazione
alla carica di ministro degli Interni, posso facilmente ottenere la direzione del traffico
aereo nazionale, che dà un cachet di un miliarduccio lanno. Se poi mi capita anche
davere un buon contatto con la Fabbrica Italiana di Locomotive, non ci penso due
volte, e attrezzo laviazione di binari ed elettrotreni.
Quanto sopra (mafia bianca) è assai diverso dal caso (clientelismo volgare) di un mio
collega che, stufatosi di ripetere ogni anno le stesse nozioni ai suoi alunni, un bel
giorno mi annunziò: "Me ne vado a Roma, alluniversità". E io
dico: "Ma non ti sembra un po tardi per unaltra laurea?". E
lui a me: "Oh pezzo di fesso, vado ad insegnare, non a fare lo studente".
Ero esterrefatto, credevo a uno scherzo. "Oh pezzo di fesso, è più facile di
quanto credi, basta sapere quello che vuoi".
Un preside socialista, che chiede una supplenza per la figlia insegnante di tessera
democristiana, si rivolge allamico giusto del provveditorato che è comunista (caso
del superpartito). Questi imbroglia un po le carte, scombussola un po i numeri
e alla fine porta al provveditore una nomina già compilata per la firma. La giovane
insegnante ha la supplenza. I ricorsi di coloro che sono rimasti fuori vengono insabbiati
da un terzo amico repubblicano. Qualche tempo dopo, lamico comunista ottiene
dal provveditore cinque giorni di trasferta per ispezionare un distretto. Quattro li
trascorre a casa. Il quinto giorno si reca alla sede stabilita. Intanto il preside
socialista ha già preparato una breve relazione. Lamico arriva, distribuisce in
mezzora cinquanta firme, si becca la relazione e torna dalla missione in
provveditorato.