IL SEPARATISMO COME RIVOLUZIONE SOCIALE E INDUSTRIALE

(II parte)

I paesi occidentali, certamente più eccelsi in materia di civiltà, han sempre saputo badare a sé, difendersi dal rischio di trasformarsi in uno sbocco. D'altra parte, qui, la gente sapeva già usare i cannoni, quindi le cannoniere non ebbero quel ruolo decisivo che si racconta abbiano avuto nella Baia di Kyoto. Tranne qualcuno, certamente più liberale, che, per amor della parlata tosca o perché preso dal vivace colore delle camicie, volle lasciarci i fondelli.
Chi, in questi ultimi mesi, ha scorso i giornali o ascoltato i telegiornali, ha -credo- avvertito lo smarrimento degli editorialisti di fronte alle recenti vicende telefoniche, telefoniniche, bancarie e in genere borsistiche. Con la globalizzazione, sono scese in campo -ammoniscono i giornali- potenze finanziarie di inaudita spavalderia, che sovrastano gli Stati, mentre i governanti si mostrano indecisi se allearsi fra loro per tentare d'intervenire o restare in tribuna ad assistere alla fine della sovranità nazionale. Giornalisti abituati ad avere come referenti dei noti potenti, adesso appaiono confusi e paurosi delle novità; pare del tutto che chiedano al lettore se anche lui è d'accordo che lo straniero sia libero di fare il proprio interesse in Italia e se l'interesse nazionale conti ancora; se il nazionalismo economico -negli ultimi trent'anni (da quando anche noi siamo grandi della terra) proclamato a gran voce una cosa sconcia- non sia invece una cosa seria.
Naturalmente non saremo noi a spiegare il Vangelo a dei giornalisti che neppure ci vedono. Sicuramente faranno una riunione a porte chiuse sul Lago di Como o a Taormina, nel corso della quale chi possiede le Tavole della Legge darà le istruzioni del caso. Noi, a uso esclusivo del popolo basso, ci limiteremo a spiegare le idee di fondo che ispirano il teatrino cui stiamo assistendo.
La storia, essendo la narrazione della stessa vita dell'uomo, non avrebbe né un principio né una fine. Comunque datiamo l'inizio del balletto intorno al 1820. In quegli anni, i liberali inglesi tributavano grandi onori all'economista liberale e assertore della libertà internazionale di commercio David Ricardo, unanimemente riconosciuto come l'Unico Figlio del Padre dell'economia moderna, lo scozzese Adam Smith. Appena nel decennio immediatamente successivo, in Germania, riceveva plausi non minori un altro economista, per nulla illiberale ma alquanto riflessivo e cauto sui benefici della libertà degli scambi, il cui nome -Federico List- è assonante con quello del grande musicista Federico Liszt.
A detta di Ricardo, ogni paese dovrebbe specializzarsi nelle produzioni che realizza a costi minori e il resto comprarlo all'estero. Per esempio il Portogallo dei suoi tempi non avrebbe dovuto produrre altro che vino e l'Inghilterra solo manufatti di lana. I due paesi, scambiando tra loro, avrebbero ottenuto un vantaggio superiore a quello che ottenevano producendo entrambi sia il vino sia le stoffe di lana. List gli oppose che una incontrollata libertà delle frontiere avrebbe fatto abortire sul nascere l'industria nazionale nei paesi in ritardo. Né allora né poi, in Germania o altrove, qualcuno si sarebbe messo a fabbricare acciaio finché la gente avesse trovato sul libero mercato quello venduto a un prezzo concorrenziale dagli industriali inglesi. Perché i tedeschi imparassero a fabbricare acciaio a prezzi concorrenziali sarebbe stato necessario accordare loro una protezione iniziale, consistente in un dazio all'entrata che rialzasse il prezzo di quello proveniente dall'Inghilterra. Solo tale misura avrebbe garantito ai fabbricanti locali la prospettiva di un guadagno sull'acciaio che si fossero messi a produrre. Sicuramente i consumatori tedeschi avrebbero pagato più caro l'acciaio, ma lo scotto era inevitabile, se si voleva salvare la Germania dalla disoccupazione.
Questi due economisti, diversamente da tanti altri, non appartengono a quell'Arcadia di intellettuali di cui si occupano soltanto gli istruiti nel chiuso delle biblioteche e gli studenti nelle loro tesi di laurea, ma sono stati e sono tuttora grandemente influenti sulla politica economica delle nazioni. Anzi, a volerne guardare le idee in una prospettiva storicistica, essi furono la compiuta espressione dei diversi e contrapposti interessi dell'Inghilterra e della Germania del loro tempo.
Nel 1820, l'Inghilterra è la più ricca e la più potente nazione del mondo; la sua flotta da guerra e le sue navi mercantili dominano le rotte oceaniche e il Mediterraneo; possiede colonie in tutti i cinque continenti, fra cui l'intero sub-continente indiano, la penisola e l'arcipelago indocinese, e l'Australia; s'è fregata il Canada, ama la sua Africa, i masài, anche i pigmei, specialmente se abitano zone ricche d'oro e di diamanti; esporta tessuti di lana, cotonati, macchine, utensileria metallica dovunque; le banche londinesi hanno accumulato tanta ricchezza da poter comprare il mondo intero. Il meglio della classe dirigente inglese è perciò liberale e favorevole al libero scambio. Contro gli interessi dei nobili proprietari terrieri, i whig vorrebbero acquistare liberamente il grano in Canada e negli Usa, dove costa meno che in Inghilterra, allo scopo di abbassare i salari operai; vorrebbero che i vari Stati non frapponessero intralci all'entrata delle sue merci. L'Inghilterra si era arricchita vendendo, e ancor più spera di arricchirsi in avvenire; anzi in eterno.
La Germania è ancora un paese politicamente diviso in arciducati, principati e reami regionali. I tedeschi sanno di essere un grande popolo, anzi si ritengono il più grande dei popoli. Hanno piegato Roma, quella imperiale e poi quella dei papi, hanno creato e fatto vivere per secoli un impero nelle terre nere al centro dell'Europa; hanno prodotto Goethe, Kant e Beethoven; i soldati prussiani hanno battuto l'imbattibile Napoleone prima a Jena e poi ancora a Waterloo; gli artigiani tedeschi hanno surclassato quelli fiorentini, genovesi e veneziani; sono zelanti, laboriosi, amano la perfezione. Ciononostante i romantici tedeschi debbono con amarezza constatare che le merci inglesi invadono il loro grande paese, togliendo lavoro agli operai tedeschi. Cosicché, nella libertà doganale, vedono una seria minaccia al bisogno avvertito di diventare un solo Stato nazione. Federico List imposta il concetto (ripeto non illiberale) di economia nazionale, volto a consentire alla Germania di compiere una Rivoluzione industriale simile a quella inglese e di unificarsi politicamente (il futuro Impero Germanico del Kaiser Guglielmo II e di Bismarck arriverà infatti nei decenni successivi).
Per la verità l'idea di nazionalismo economico (o meglio produttivo) era stata già teorizzata dal mio illustre conterraneo Antonio Serra nel secolo XVII. Solo che al tempo di Serra non c'era ancora la grande industria macchinistica. Al tempo di List, invece, il mondo civile è tutto proiettato in una gara industriale. Cosicché l'idea nazionale diventa prevalente in Europa e in Usa; del tutto vitale, in quel clima agonistico. Bisogna aggiungere però quel che il nazionalismo acquista sul terreno internazionale lo perde all'interno di ciascuna nazione con l'abbattimento dell'aristocrazia fondiaria e il trionfo della libera iniziativa (e del libero profitto). I codici civili in uso alle soglie del duemila, i quali sono fondati sul diritto di ciascuno a fare lecitamente il guadagno che può, sono stati redatti nell'Ottocento. Anzi il primo -un vero modello per gli altri- fu scritto al tempo di Napoleone e si chiama appunto Code Napoléon.
A distanza di 150/200 anni, quel quadro ambiguo non è ancora superato. Anzi, come conseguenza della polarizzazione industriale, esso si è ulteriormente aggravato di non sempre pacifiche questioni regionali. In sostanza esiste oggi un pot-pourri ideologico. Le idee di Smith e di Ricardo danno una giustificazione filosofica alla libera iniziativa privata, ma poi, nei rapporti tra le varie aziende-nazioni il liberismo ricardiano lascia sovente il posto al protezionismo di List. Esempio eclatante, quasi ridicolo, l'attuale guerra delle banane tra l'Europa e gli Stati Uniti.
È appena il caso di annotare che, nonostante tutte le proclamazioni liberali, gli Stati Uniti, il Giappone e l'Unione Europea, per citare soltanto i tre più grandi e potenti aggregati economici mondiali odierni, adottano forme di protezionismo alquanto severo. Bisogna aggiungere che detta politica -gira e rigira- finisce sempre con il colpire i paesi più deboli, quelli incapaci di qualsiasi forma di autarchia nazionale. Si pensi alla Polonia, alla Repubblica Ceca, alla Repubblica Slovacca, all'Ungheria, alla Bulgaria, alla Romania, alla Turchia che, sebbene invase dalle merci tedesche, non possono vendere le loro merci in Germania a causa del protezionismo comunitario. Se questi paesi potessero esportare liberamente in Germania, e negli altri paesi UE, carne, latte, burro, formaggi, grano, foraggi, macchine, tessuti, risolverebbero sicuramente il problema del lavoro e della democrazia. Ma l'Europa, che pure proclama di volerli aiutare, protegge i propri contadini, i propri allevatori, i propri operai in modo così fermo che lo stesso Friederich List, se tornasse in vita, si rivolterebbe.
All'interno dei singoli Stati la corrispondenza d'amorosi sensi non è maggiore. Da quando non è più l'agricoltura a sostenere l'industria, ma il contrario, le logiche che avevano presieduto alla nascita dello Stato europeo da coagulanti si vanno trasformando in repulsive. In alcune regioni si spara a viso aperto, in altre da dietro la siepe, in altre ancora si riaprono parlamenti serrati da cinque secoli; dove, poi, la gente è andata a scuola dal Machiavelli, si passa al federalismo, come dire una forma nuova del vecchio colonialismo interno, questa volta benedetta da Sant'Ambrogio, da San Marco e da San Giovanni (non ho mai saputo se Battista o Evangelista).
Insomma, a volerla dire tutta, al giorno d'oggi il nazionalismo economico è un peccato, salvo che siano le grandi potenze, o le grandi regioni industriali a praticarlo. In effetti, a certi livelli, la doppiezza è lecita. Si predica la libertà economica e poi si ha il potere di realizzare un privato o nazionale privilegio. Forse qualcuno ha già sentito dire che quegli eroi delle libertà economiche, che in Inghilterra volevano il libero commercio, erano poi gli stessi che imponevano alle Due Sicilie di non commerciare liberamente lo zolfo. Chi comanda in Italia ha fatto tesoro della limpida lezione inglese. Da noi l'idea di libertà economica è servita e serve a coprire le sopraffazioni di una regione sull'altra. Ho accennato allo sfacciato protezionismo europeo a favore della carne, del grano, del latte e derivati. Vorrei adesso menzionare l'assoluto liberismo europeo in materia di agrumi, olio e vino. Si tratta di una doppiezza politica che, però, faremmo male ad addebitare ai tedeschi e ai francesi, in quanto, detta prassi, l'Europa l'ha ereditata dalla precedente doppiezza italiana. Tanto liberismo, in effetti, è stato voluto dai signorini Agnelli e da consimile genìa di patrioti, ma anche dalle sinistre e dai sindacati nazionali, negli anni Sessanta, in quanto l'Italia (ma non il Sud) poteva vendere macchine, camion, aratri, aerei, navi e altre armi a Israele, alla Spagna, all'Egitto, alla Tunisia, all'Algeria, al Marocco, al Sudafrica eccetera, solo a patto che questi paesi potessero smerciare in Italia il loro olio e le loro arance. Quanto al vino, il Piemonte, il Veneto e la Toscana, data l'alta qualità delle loro procedure in cantina, già non avevano bisogno di alcuna protezione. Anzi, qualsiasi forma di protezione sarebbe stata controproducente.
Tutto quello che il Sud è riuscito a costruire, fondandolo essenzialmente sul sudore della povera gente, perché i capitali, persino ingenti, di cui i meridionali disponevano erano volati tutti al Nord proprio nel momento in cui più servivano, si ferma al 1880. Siamo rimasti bloccati a 120 anni fa. Non essendo una nazione-Stato, il Sud non può proteggersi dall'invasione delle merci bossiniche e comunitarie. Deve subire le regole del libero mercato e far marcire le sue arance sugli alberi; deve non proteggere i suoi contadini, i suoi pastori, i suoi operai e farsi additare come mafioso; tutt'al più può aspettarsi che qualcuno a Bruxelles approvi un avanzato progetto per lo sfruttamento delle acque provenienti dalle sacche lacrimali. Purtroppo, noi non siamo ancora arrivati alla Germania del 1830, a favore della quale Friederich List voleva il protezionismo industriale. E per la verità non siamo neppure arrivati al 1613; al pensiero nazionale di Antonio Serra e alla sua idea di produrre per vendere, e di vendere solo per comprare.

Ma esiste un proletariato capace di rivoluzione dove mancano gli operai di fabbrica? A stare alle idee dei padri del socialismo scientifico il proletariato moderno non sarebbe tanto diverso da quello dell'età greco-romana, allorché conviveva (e spesso si affratellava) con lo straniero vinto e ridotto in schiavitù. Non a caso il ricordo di Spartaco -il mito di una virile rivolta contro il sistema- ha accompagnato il folclore (e perché no? la religiosità) socialista, dovunque in Europa, per più di un secolo. Ma per quanto millenario, solo a partire dalla Rivoluzione francese e dalla feroce negazione capitalistica dell'uomo che sta dentro il lavoratore, il proletariato ha prodotto un pensiero politico rivoluzionario, il socialismo. Il quale raggiunse in breve tempo una tale progettualità politica che al confronto l'Utopia e la Città del Sole si presentano come delle arcaiche aspirazioni al buon governo, a favore dei poveri.
Non so (o non ricordo) se sia stato Marx o altri a riportare in auge la parola latina. Comunque sia, per Marx, la formazione del moderno proletariato viene innescata dalla espulsione dei contadini dalle terre signorili, quando, sul finire del sistema feudale, queste cominciano a essere recintate affinché potessero essere riconvertite a colture più redditizie (nell'immediato, solo per il padrone). Le masse degli sradicati, in cerca di un pane, fluiscono verso le manifatture, ai cui padroni vendono, e a buon mercato, non più i prodotti del loro lavoro, ma il loro tempo di lavoro, la loro giornata lavorativa, le braccia.
Non v'è dubbio che per il binomio Marx-Engels il processo che conduce alla proletarizzazione è universale, però non coevo in tutti i luoghi e paesi, e non meccanicamente legato alla nascita di nuovi rapporti di produzione. Tuttavia, sulla scia di Smith e Ricardo, anche i due rivoluzionari finiscono col credere che il capitalismo di fabbrica si affermerà in tutto il mondo. Peraltro una cosa su cui, a quel tempo, era difficile aver dubbi e sulla quale neppur oggi mi pare ci possano essere incertezze. È solo una dolorosa questione di tempo. Infatti la resistenza alla diffusione dell'industria non viene tanto dal disfatto mondo tradizionale, quanto dal moderno mondo occidentale, venditore mondiale di manufatti e globale percettore di superprofitti. Quando il satanasso Saddam Hussein, l'ostentatamente e fondamentalmente astemio Khatami, il possibilista Arafat potranno fabbricarsi le armi di cui si servono, non solo per la Oto-Melara e per la mafia, ma anche per i fabbricanti friulani di sedie, finirà la pacchia di uno sbocco che trasuda virtù religiosa da ogni poro.
Marx ed Engels non ebbero dubbi circa la formazione del proletariato esterno (alla fabbrica). Ciò è testimoniato a partire dal Manifesto. "I tenui prezzi delle ... merci sono l'artiglieria pesante con cui (la borghesia occidentale) abbatte tutte le muraglie cinesi, e con cui costringe a capitolare il più testardo odio dei barbari per lo straniero. Essa costringe tutte le nazioni ad adottare le forme della produzione borghese se non vogliono perire; le costringe a introdurre nei loro paesi la cosiddetta civiltà; cioè a farsi borghesi. In una parola, essa si crea un mondo a propria immagine e somiglianza".
In sostanza, dove e quando arrivano le merci capitalistiche -quelle industriali principalmente, ma anche quelle agricole, per esempio il grano canadese- il vecchio artigianato e l'antica forma di produzione per l'autoconsumo familiare dei contadini vengono sconfitti, e coloro che vi lavorano passano alla condizione di proletari; di persone che per vivere non hanno altro da vendere che la propria giornata di lavoro. Ma Marx ed Engels pensano che l'industria, sia pure capitalistica, dopo avere fatto un gran deserto, alla fine arriverà.
La storia ha confermato la prima parte della previsione: i lavoratori sono stati dovunque sradicati. Quanto alla seconda, chi ha il potere di manipolare la storia ha fin qui impedito che si verificasse. L'allargamento dell'industria a raggio planetario è bloccato da ben precise istanze borsistiche di valenza globalizzante. I luoghi sforniti di compratori di lavoro proletario si estendono a più dei quattro quinti del mondo. Si tratta di un fatto che noi meridionali non dovremmo mai dimenticare, in quanto, nel corso di soli 140 anni, abbiamo svenduto ad altre nazioni 25 milioni di conterranei, su una popolazione attuale di 21 milioni di abitanti.
Detto questo, bisogna ancora aggiungere che, diversamente da Bakunin e dagli anarchici, Marx, Engels e i loro seguaci ottocenteschi erano fondamentalmente convinti che a fare la rivoluzione comunista sarebbe stata la classe degli operai occupati nelle moderne industrie capitalistiche. Invece furono i contadini espropriati a farla e a permettere la fondazione degli Stati socialisti. E, sulla base di quel che la storia ci ha fatto vedere, è molto improbabile che il grasso Occidente possa venire scassato dagli operai americani, giapponesi, tedeschi, italiani. È alquanto più credibile che siano gli operai russi a rifare la rivoluzione, o i cinesi, o che a farla siano gli indiani, o i pakistani, o i brasiliani, in quanto espropriati e ridotti a ombre di proletari -a gente che non sa a chi vendere la sua giornata lavorativa.
La mano invisibile preconizzata da Smith, la diffusione mondiale del sistema di fabbrica, alla cui spedita diffusione anche Marx e Engels prestarono fede, ha fatto fiasco. Il Portogallo, secondo Ricardo vocato alla produzione di vino, è rimasto al palo e tuttora non sempre riesce a sfamare completamente i suoi proletari messi in disoccupazione vita natural durante -e non perché il paese non si sia riempito di vigne, ma perché l'importazione di merci inglesi e tedesche ha bloccato per più di un secolo la sua crescita industriale. Nel frattempo l'Inghilterra ha venduto così tanto al resto del mondo da dover aprire le frontiere a consistenti masse di proletari dalla pelle colorata, onde frenare la crescita dei salari ed esorcizzare il fantasma di uno Stato operaio che, alla fine di ciascuna delle due guerre mondiali, si aggirava spavaldo sui merli dell'antica Torre di Londra.
I suburbi operai di Dickens, ridisegnati a schiera e ricostruiti in cemento armato con i fondi delle pensioni obbligatorie, dovevano continuare a scaldare, come in passato, le affusolate braghe dei banchieri della City, e anche quelle non meno ridicole dei loro dipendenti -gli insulsi borghesucci con le mezze maniche e il telefonino infilato dietro le natiche; un binomio di parassiti mondiali, che insieme intascano una quota consistente del surplus globale.
C'è, però, da osservare che difficilmente il proletariato occidentale avrebbe potuto rifiutare l'alleanza che gli veniva offerta e i connessi doni. Storicamente è avvenuto che, dovunque il capitalismo industriale è riuscito ad assorbire come salariati i contadini espulsi dalle campagne, è stato comodo riconoscergli -al di là delle etichette- la guida politica del paese.
Pertanto, in Occidente, la parola socialismo ha corrisposto alla transizione dai campi alla fabbrica -dal medioevo all'evo del benessere- con il sindacato che patteggia le fette della torta. Nel Sud del mondo, la transizione dai campi alla fabbrica si chiama invece (ancora la speranza della) liberazione. E ciò va detto in due lingue. Per chi vive in Occidente e partecipa ai suoi incassi distruttivi, la lingua della ragione; se invece ci si rivolge a chi sta al di là delle Colonne d'Ercole del benessere, la lingua della passione.
Forse è stato un errore quello d'accettare l'etichetta di separatismo -sia pure rivoluzionario- a connotare un'idea che è invece di liberazione dell'Italia del Sud. Solo che l'Italia è Italia non perché Cavour e i finanzieri che gli stavano attorno ne hanno fatto un solo Stato, atto a spaccare la nazione, ma perché era ed è rimasta, nonostante i Bastogi, gli Agnelli, i Pirelli, Cuccia (sudico nordista) e il Bossi (più di nazionalità asinina che italiana), una nazione. Ed è assurdo che una nazione si liberi della propria identità nazionale. Non irrazionale è invece il concetto di separazione, di spaccatura di un corpo economico. Non è irrazionale, ed è anche urgente farlo. Difatti, se questa parte della nazione, che ha già perduto parecchio della sua identità avita, rimarrà legata all'Italia e all'Europa dei capitalisti (con Rai e banche, ma senza popolo), perderà anche il resto, e nel giro di pochi anni.
L'esperienza suggerisce che, se due fratelli vogliono continuare ad amarsi, debbono dividere i loro destini economici. Comunque sia, il diverso grado di sviluppo delle nazioni e delle regioni conduce a immaginare un mondo assestato in modo diverso da come la pensavano Luigi IX, Enrico VIII, il re di Aragona e la regina di Castiglia.

In Europa sta capitando che a mediare gli interessi del grande capitale non basti più il vecchio Stato nazionale. Attualmente il ruolo di rappresentazione pubblica degli interessi capitalistici viaggia tra la banca centrale di Germania, i ministri e i commissari di Bruxelles, che fanno contemporaneamente da supergoverno e da superlegislatore europeo. C'è, a Bruxelles, troppo potere incontrollato, troppi arbitrii, siamo troppo lontani dalla tradizione settecentesca della divisione dei poteri, comune a tutti gli europei, perché la festa possa durare.
Gli stessi monopoli potrebbero voler vedere costituzionalizzato l'ambiguo ruolo degli organismi comunitari. Lo sbocco quasi certo è una federazione o Unione Europea a governo parlamentare. Cosa che significherà un altro errore strategico (dei francesi e degli inglesi), in quanto la legittimazione popolare dello Stato europeo ci sarà soltanto con l'archiviazione dei vecchi Stati nazionali e l'istituzione di Stati regionali con funzioni politiche minori, con funzioni amministrative subalterne e con funzioni occupazionali primarie.
In un assetto di tipo gollista, diretto da formazioni che si ispirano al sistema del free trade imperialism, il separatismo meridionale non troverebbe alleati. Anzi si troverebbe di fronte al suo nemico principale, adesso rilegittimato da un transnazionalismo imperialista che si atteggia a provvidenzialismo. Ciò malgrado, l'incrinatura del corpo morale nazione alimenterebbe il focherello antiunitario.
Ma è ancora presto per fare progetti pratici. Siamo addirittura a un momento che precede il dibattito politico. Siamo ancora -ma non è poca cosa- alla presentazione dell'idea. La quale -a causa degli scarsi echi- potrebbe facilmente essere scambiata per un pensiero personale, per una privata ossessione. Vederla in tale luce, costituisce (o costituirebbe) però un grossolano errore politico. Qui, di privato e personale, c'è solo il testo letterario. Tutt'al più la sceneggiatura politica.
Dubitabile non è invece che, fra non molto, l'Italia saluterà il Sud che se ne va, e viceversa. Cosicché, fatto il tentativo di definire il percorso storico attraverso cui l'esigenza rivoluzionaria è giunta a maturazione o, forse soltanto, va maturando, e in attesa che un innesco la porti all'esplosione, appare più corretto e produttivo prospettare il progetto finale, ancora vago, ma solo nelle articolazioni.
I capisaldi sono: (uno) la fine del lavoro dipendente, cosa che rappresenta una specie di prolungamento inerziale della spinta originariamente impressa alla coscienza collettiva degli occidentali (ma non solo alla loro) dalla proclamazione dei Diritti naturali dell'uomo e del cittadino. Travasata nel socialismo più come dato scontato e concetto prepolitico, la Dichiarazione è stata però misconosciuta nello stato leninista. I diritti prepolitici e pre-giuridici vanno pertanto ri-riconosciuti e portati alla loro necessaria e logica estensione (cfr. Tutta l'égalité, cit.).
(Due) La fine della nazione medievale, castale, militare e fiscale a favore di qualcosa di diverso. Questo diverso dovrebbe essere costituito da autonomie politiche, inglobate (ma non derivate) in un maggiore Stato, anch'esso a sovranità originaria (non dipendente da altri). In sostanza lo Stato universale dovrebbe riconoscere come dato pregiuridico il diritto naturale dello Stato minore a esistere e a poter scegliere, allo stesso modo che l'ordinamento giuridico di uno Stato di diritto pone prima di sé l'autonomia privata e i diritti naturali dell'uomo e del cittadino. O, per insistere nell'esempio, come lo Stato italiano riconosce ai Comuni una loro entità originaria e prestatuale.
Nella fase di transizione verso l'ipotetico Stato universale, i socialisti dovrebbero battersi perché tutta l'autorità politica passi all'Assemblea delle Nazioni Unite, o comunque a un potere legislativo mondiale, nella presupposizione che a tale livello sia più estesa l'articolazione politica dei paesi componenti; e invece che non venga riconosciuta autorità alcuna a Stati di dimensioni continentali, come l'Unione Europea, l'ex Urss, gli Stati Uniti d'America, il Brasile, la Cina, l'India ecc., realtà spesso disegnate dalla storia naturale delle società umane, ma non sempre capaci di ben articolare i diritti delle entità subalterne, come dimostrano la storia della Russia, quella degli Usa e quella più recente della Comunità/Unione europea, ecc.
Le formazioni sociali minori -i paesi- troveranno nell'esigenza di livellarsi al grado più alto di sviluppo il loro coagulante esistenziale. Come già accennato, la funzione statuale minore sarà la piena occupazione, e dove già raggiunta, la riduzione della giornata lavorativa; entrambe cose perfettamente compatibili con la produzione di mercato, se si cancellano il profitto capitalistico e la concorrenza internazionale incontrollata (cfr. Tutta l'égalité, cit.). Ma saranno le cosiddette biodiversità a disegnare le formazioni sociali di cui si vagheggia? Forse in India, nei Balcani, in Spagna, in Canada, in Messico, ecc., insomma dove i contrasti sono vivaci, sì; in altri luoghi il principio etnico potrebbe non avere rilevanza alcuna perché esiste una tradizione a favore della convivenza interetnica (sicuramente in Brasile, in Grecia, in Italia, -non sorprenda- in Germania e certamente in altri luoghi).
Politica (chiamiamola ancora) estera, esercito-polizia, moneta, fisco maggiore, bilancio economico mondiale, polizia criminale maggiore, apparterranno all'assemblea mondiale. Mondiali saranno anche gli istituti più rilevanti del nuovo codice civile, come la proprietà, i contratti, le successioni, l'impresa economica, le società e le assicurazioni. Sarà in ogni caso esclusa la proprietà privata del suolo e classificato come reato il contratto di lavoro subalterno. Il risparmio potrebbe essere remunerato dallo Stato, ma i mutui di danaro dovranno essere esenti da qualsiasi forma di lucro.
Il controllo successivo sui bilanci aziendali dovrà avere carattere parlamentare, per le imprese di dimensioni maggiori; sarà affidato a organi elettivi locali negli altri casi. Una maggiore autonomia locale dovrebbe esserci in materia di pubbliche istituzioni e di diritto penale.

Nicola Zitara

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