IL SEPARATISMO COME RIVOLUZIONE SOCIALE E INDUSTRIALE
(I parte)

Il tema non è nuovo per i lettori di Indipendenza, ma credo opportuno tornarci su più ordinatamente. Comincio con un'osservazione che ha la consistenza di una banalità: il blocco economico del paese meridionale -l'improduzione, la paurosa crisi di sovrappopolazione e le conseguenti fughe in massa di cui il Sud soffre a partire dal primo ventennio dell'unità italiana, in buona sostanza la vera questione meridionale e non quella degli intellettuali mantenuti in un modo o nell'altro dallo Stato nordista- è un prodotto dei meccanismi capitalistici. Per tal motivo (per la ragione che nol consente, avrebbe detto Dante) non saranno certamente i citati meccanismi e le forze a essi sottoposte (o che trovano conveniente autosottoporvisi) a determinare una svolta produttiva. Tuttavia, non solo i professori, le autorità, i preti, i giornali e la televisione fanno immaginare alla gente tale assurdità come l'unica cosa possibile, ma anche la gente comune è ubriaca di tale stupida speranza. Dacché gli Usa sono assurti a unica potenza mondiale (una volta si diceva a gendarme del mondo), si inclina a credere che la storia sia finita: i padroni saranno in eterno padroni, perché è il padronato che regge il mondo e insuffla la vita nei corpi; i servi saranno servi in eterno, perché tale è la loro aspirazione; e chi oggi non gode della naturale libertà non l'avrà mai, perché solo gli yankee e chi gli somiglia per ingordigia e arroganza sono atti a goderne.
Ma chi sta sul pulpito da cui si fanno le prediche, sa bene che non è così. Le talpe continuano a scavare. Di diverso, rispetto al passato, c'è solo una cosa: questa volta l'onda, dovendo essere più lunga, necessita di un tempo maggiore per montare. Ma arriverà.
Naturalmente verrà anche il giorno in cui il separatismo rivoluzionario dovrà misurarsi con l'inganno politico corrente in Italia, ma ancor prima deve convincere se stesso. Per esser chiari ha il problema di definire una sua teoria politica.
Il mio libretto Tutta l'égalité (edizione in proprio dell'autore) ne è un abbozzo. Lo scritto parte da un'osservazione. L'analisi storica condotta da Marx a proposito della formazione del proletariato e di quella interfacciale del capitalismo -a rigore di storia naturale della società, nonché di logica- dovrebbe approdare all'abolizione del lavoro dipendente -cosa che decreterebbe la fine, per i secoli dei secoli, del plusvalore capitalistico- mentre egli, e con un salto logico, approda all'idea di un mondo comunista; una cosa di cui nella società contemporanea, specialmente nella sua parte occidentale, manca ogni premessa e vocazione.
La contraddizione della nuova società inaugurata dal macchinismo non è l'autonomia privata, ma il suo impazzimento che passa sotto il nome di capitalismo. Una funzione decisiva, quale la diffusione su raggio mondiale dei benefici materiali apportati dal sistema industriale, non può appartenere alla sfera dell'arbitrio privato, ma spetta alle rappresentanze popolari, alla istituzione parlamentare, capace di muoversi (quantomeno in teoria) nella prospettiva d'un interesse generale.
Ora, l'abbattimento del capitalismo e la fine del lavoro dipendente non portano automaticamente all'economia pianificata -a una produzione di valori non misurabili con il lavoro e, comunque, a un tipo di distribuzione che non ne tenga conto. All'attuale stadio della morale corrente -e bisogna aggiungere in presenza di un'offerta globale di valori d'uso tuttora più vicina alla penuria che all'abbondanza- una volta liberi, i privati cercherebbero spontaneamente d'associarsi con altri, tutte le volte che il buon funzionamento dell'officina o della fabbrica imponga la collaborazione e la divisione dei compiti fra persone, gruppi di persone, masse di persone. Riprenderebbero, inoltre, a misurare gli scambi in base al merito, come dicevano gli artigiani prima che il loro mondo finisse; cioè calcolando con sapienza ancestrale il tempo di lavoro semplice e complesso incorporato nel prodotto.
Ovviamente non sostengo che debba essere restaurata in tutto e per tutto la piccola produzione mercantile. Metto soltanto in evidenza lo schema merceàdanaroàmerce sul quale essa operava e che offrirebbe un quadro di compatibilità tra libertà, indipendenza sociale, piena occupazione e valori economici, alquanto avanzato rispetto al sistema del profitto capitalistico (danaroàmerceàdanaro). È l'ipotesi di un sistema possibile, realistico, in quanto collaudato dalla millenaria sedimentazione di spontanee scelte umane, come la proprietà di ciò che si è prodotto (o contribuito a produrre), come la libertà di negoziare o la competizione mercantile. D'altra parte, dato l'attuale livello di cultura sociale non mi pare sia superabile lo stadio dell'appropriazione secondo le capacità, che è un'eredità non ancora spenta della piccola produzione mercantile. Definirei tale fase dell'antropologia economica con la parola esiodismo, in quanto fu il poeta greco a identificarla per primo. Scartato poi dalla riprova dei fatti il capitalismo di Stato, o se più piace il socialismo reale (delle cose, da res, rei, ma non dell'abolizione del lavoro subalterno) l'esigenza di una riedizione attualizzata del comunismo primitivo non ha ancora messo radici (se mai le metterà) nell'antropologia occidentale, e anche altrove.
L'idea di un'economia fondata sullo scambio di valori-lavoro è assonante in tutto con il nostro mondo di produttori di merci e di consumatori che si presentano sul mercato per il loro fabbisogno di valori d'uso. Tale conclusione è ricalcata dal famoso (a suo tempo, poi dimenticato) saggio di E. B. Pašukanis, La teoria generale del diritto e il marxismo (in Teorie sovietiche del diritto, a cura di Umberto Cerroni, Giuffré, 1964. Sulla discutibile ortodossia marxista dell'autore, cfr. Rudolf Schlesinger, La teoria del diritto nell'Unione Sovietica, pp. 196 e segg., Einaudi, 1952). Sulla scia dello sventurato giurista, anch'io penso che sia fortissimo il nesso tra la libertà di scambiare, il titolo di proprietà (o altro idoneo) del venditore, le libertà pubbliche, lo Stato di diritto, i diritti naturali dell'uomo e del cittadino. Inserirvi la giustizia sociale significa andare secondo corrente. E penso anche che le opzioni di fondo (ribadisco: le tendenze secolari) della società civile non debbano essere modificate dall'alto (una cosa che la storia del diritto civile mostra meglio di altre discipline) se non si vuole traumatizzarla prima, per poi essere costretti ad arrendersi alla sua materiale volontà (a Locri Epizefìri pare fosse vietato possedere danaro e commerciare, ma la legge venne vanificata dalla pratica e in seguito la zecca di Locri divenne una delle più perfette della Megale Hellas).
Il citato scritto si prefigge, inoltre, la ricerca di un meccanismo atto ad assicurare la piena occupazione, essendo l'improduzione, che è madre dell'inoccupazione, il prezzo più caro che attualmente il proletariato paga al profitto; un problema, dunque, di natura politica, e non tecnico o economico, come si vorrebbe far credere. Liberismo e protezionismo sono politica, scelte politiche, e non balletti bostoniani o bocconiani. Il liberismo è vicino alla natura stessa della società civile, ma data la contemporanea presenza di Stati forti e di Stati deboli, ha dato risultati terrificanti. Sull'onda del macchinismo, le potenze industriali, in primo luogo l'Inghilterra e la Francia, ne hanno fatto una feroce forma di imperialismo dissimulato. Free trade imperialism, l'imperialismo che è insito nella stessa libertà degli scambi, è stato efficacemente detto.
Nella mia proposta, lo Stato è riconcepito ab imis, quale funzione politico-amministrativa della piena occupazione dei liberi (senza padrone) produttori che lo abitano. La sua funzione strategica è la regolamentazione delle importazioni attraverso un sistema di dazi alla frontiera, in modo che le importazioni non creino disoccupazione e i dazi non creino indebiti arricchimenti e non diano luogo a ritardi nello sviluppo.
Il citato libretto ha avuto un molto modesto numero di lettori, proprio fra i socialisti ante anni Ottanta a cui in buona sostanza si rivolgeva. Debbo aggiungere che ho l'impressione che coloro che l'hanno letto e capito, gesuiticamente, hanno finto di non capire, e che i più, nonostante le loro lauree, non ci abbiano capito niente. Colpa mia evidentemente. Per tal motivo, vorrei qui rimasticare le idee che me l'hanno ispirato.

Lo scarso peso che il Sud e i suoi tristi problemi hanno in Italia, la secolare, quasi caratteriale pazienza politica e rassegnazione dei meridionali, la loro sostanziale estraneità allo Stato nazionale, portano i più a catalogare il separatismo come una versione più o meno velleitaria, più o meno confusa e confusionaria di meridionalismo; un'arlecchinata non si capirebbe bene se di sinistra o di destra.
La verità è diversa. Il Sud non è mai stato effettivamente Italia e oggi è più che mai effettivamente separato. Peraltro è facile preconizzare che le popolazioni tosco-padane non tarderanno a decretare anche la separazione ufficiale. Sarà quello il momento della resa dei conti, perché la borghesia parassitaria verrà a trovarsi con il culo per terra. Perciò, rivendicare una separazione diversamente ispirata -o più realisticamente prepararsi all'ineluttabile momento- non mi pare un'idea confusa o confusionaria. Peraltro c'è, al Sud, qualcosa che aleggia e vibra nell'aria; qualcosa che avverto da quando ero un bambino, settant'anni fa; ma che forse c'era già da prima, sin dal tempo della cruenta pagliacciata del 1799 e della feroce sollevazione contadina; o forse da un'epoca più remota, sin dal tempo di Masaniello; qualcosa che non si è compiuto né con le bande di Santa Fé, né nel Decennio francese, né con il Brigantaggio politico, né con i Fasci siciliani, né con le Lotte per la terra, dopo la prima e dopo la seconda guerra mondiale. Riguarda solo marginalmente il rapporto con l'Italia restante; è un fatto interno, forse è l'esigenza di una resa dei conti tra servi e padroni che va indietro nei millenni; del tutto fino al tempo della rivolta degli italici contro Roma, ed è connessa a chi tradì e a chi pagò con un fiume di sangue.
Ma sono solo impressioni, forse suggestioni letterarie. Quel che qui tocca spiegare è quale ratio abbia il separatismo; perché debba essere rivoluzionario.
Fra tante disgrazie, per sua fortuna il Sud italiano non appartiene al mondo povero e disperato dei senza pane. Però di quel mondo lo marchia il carattere saliente della moderna improduttività. Appartiene ai fatti notori che la parte centrale della società meridionale, quella giovanile, è, come volgarmente si dice, disoccupata; o come più pertinentemente bisognerebbe dire, impedita alla produzione. In vigenza di rapporti sociali di tipo capitalistico, non avendo un padrone, manca anche di reddito. Inoltre, essendo stato distrutto il capitale storico e non essendo stato esso rinnovato, manca anche qualsiasi prospettiva di lavoro e di reddito. Storicamente, l'assetto servile e ilotico a cui il modo capitalistico di produzione ha condannato il popolo meridionale comporta che il carattere essenziale del Sud consista nell'essere un contenitore di popolazione superflua. Ciò spiega come il nostro punto non sia una qualunque sollevazione popolare o popolaresca contro lo Stato nazionale, ma la rivoluzione proletaria.
Ci sono elementi che possono favorire un simile sbocco. Primo fra tutti il fatto che alla maggioranza sofferente si contrappone un quarto o un quinto della popolazione inquadrato in sicurezze italiane, e quindi schierato in senso unitario. La palmare contraddizione può far immaginare che una qualunque delle endemiche rivolte inneschi una vera guerra civile.
Un'ipotesi del genere fa subito pensare alla mafia, a un Sud come Stato mafioso. Non è un'ipotesi da sottovalutare, anche se fin qui la mafia si è presentata come una forza d'ordine, i cui interessi sono legati per mille fili al Nord, che gestisce gli appalti pubblici e le banche, che, producendo armi, ha bisogno di gente senza scrupoli per venderle, eccetera. C'è poi -sempre in senso contrario- qualcosa di più sottile: i mafiosi hanno sempre ambìto il riconoscimento della classe primaria; a secondo dei tempi: dell'aristocrazia terriera, di quella del danaro, di quella delle professioni, dei politici, dell'alta burocrazia. Mai si sono schierati contro uno di tali gruppi. Chi lo ha fatto non era più un mafioso, era già diventato un ribelle, come Salvatore Giuliano. E poi il mafioso -con la sua bertoldesca intelligenza- sa bene (è un discorso ascoltato decine di volte) che non possiede l'istruzione necessaria per amministrare. Sa di conseguenza che, se mai avesse tutto il potere, dovrebbe necessariamente dividerlo con i colti, che ritiene, a torto o a ragione, i suoi veri e finali nemici. Insomma, suppongo che, nel caso di una guerra civile, solo qualche mafioso di scarso pragmatismo potrebbe provare il gusto di partecipare al casino. La mafia, o quel che resta, starebbe al balcone, pronta ad infilarsi nelle fessure.
Il pericolo sta invece in quella classe ascara che, avendo soggiogato il popolo meridionale nell'interesse suo proprio e per conto del sistema capitalistico, di cui è la serva pagata, lo ha aggiogato al carro padano. La classe dei nostrani quisling tenterà di conservare il potere sicuramente sotto le mentite spoglie di un municipalismo e sciovinismo sudista dell'ultima ora, di un bossismo rovesciato, che qui non serve a niente. L'abbiamo già detto, non sarà certo il capitalismo a lenire le piaghe che il capitalismo ha prodotto.

La cosiddetta questione meridionale va meglio catalogata come imperialismo interno ben camuffato con parole altisonanti e camiceria intonata alla bisogna. Di ciò, nella presente occasione, piuttosto che i passaggi storici, vorremmo fissare le categorie economiche.
Le idee correnti si formano, di regola, sull'opinione prevalente. Pochi si pigliano la briga di controllare se un'idea corrisponda a qualche realtà, o se una cosa che non ci tocca immediatamente sia positiva o negativa. Prendiamo la parola sbocchi. Se le auto Fiat trovano sbocchi in Cina, le cose si mettono al meglio per l'azienda-Italia, suggerisce il mezzobusto di turno. E tutti sereni e speranzosi, anche quelli che scendono in piazza per la libertà del Kosovo e contemporaneamente per la cessazione delle bombe in Serbia. Tutto il peggio che ho sentito intorno a questa fatidica parola è che le grandi potenze si sono fatta guerra fra loro, e più di una volta (e che guerre!), per assicurare adeguati sbocchi alle loro produzioni (evidentemente eccessive rispetto alla capacità d'acquisto dei vecchi clienti). Per il resto la parola è tranquilla come un week-end trascorso nell'orto dietro casa. Solo i produttori si sentono galvanizzati. Per loro è un comandamento divino quello di mantenere e d'ampliare gli sbocchi. Ora, quest'Erode elevato all'ennesima potenza, ha fatto mille volte più vittime di tutti i campi di concentramento nazisti e stalinisti. A causa dei pacifici sbocchi delle merci industriali sono periti e periscono, maledicendo Dio, gli altri esseri umani e la natura che li ha portati al mondo, centinaia di milioni di uomini, forse miliardi. Gli sbocchi sono la falce che sta decimando l'umanità attuale; la mano che la manovra è il capitalismo. Anche le migrazioni cicliche sono figlie degli sbocchi. Adesso che noi italiani siamo saliti di rango, possiamo anche permetterci il lusso di consolare gli albanesi. Ma è solo cattiva retorica. Non importa più a nessuno, tranne a chi soffre per un legame affettivo allentato, delle decine di milioni di contadini di tutte le Italie non sabaude e non resistenziali che presero un veliero, un vapore, un treno, un aereo e, pagando di tasca propria un ticket certamente non più modico di quello che, oggi, pagano gli albanesi alla mafia per attraversare il Canale D'Otranto, approdarono in America. Anche loro, come gli algerini, come i filippini, come i tunisini, partivano per una banale questione di sbocchi.
Chi produce deve pur vendere a chiunque abbia i soldi per comprare. Niente che Dio abbia comandato sul Monte Sinai o che Cristo abbia chiesto nel Discorso della Montagna, è altrettanto vincolante. Vendere a tutti è una legge naturale, ed ho sentito dire spesso che il mio (vero o supposto) conterraneo San Tommaso, Dottore della Chiesa, metteva il jus nautale accosto alle leggi divine.
Difatti, appena nasce l'industria, subito gli economisti si mettono a dissertare sulla legge degli sbocchi. Quale mai attestazione è più autorevole di questa! Gli sbocchi e l'industria moderna sono nati assieme. Ora, non so se il mio sia un vichianesimo fuori misura, ma non mi stanco mai di ripeterlo: antropologicamente e storicamente l'industria è l'erede dell'artigianato, nel senso che produce manufatti impiegando materie prime animali, vegetali e minerali, come faceva l'artigiano. La produzione di manufatti è la più antica delle attività umane; precede di millenni sia l'agricoltura sia l'allevamento. Gli etnologi e gli archeologi parlano di homo sapiens a proposito dell'individuo che sa come scheggiare le selci e come adoperarle.
Un popolo che -perduto l'artigianato- non l'ha sostituito con l'industria, è come se fosse regredito alla condizione di gruppo umanoide. Gli sbocchi sono la prima ostia del capitale. Trascrivo mezza colonna di un articolo scritto da Karl Marx, nel 1853, per la New York Daily Tribune: "Per quanto mutevole fosse l'aspetto politico dell'India nel passato, le sue condizioni sociali erano rimaste invariate dall'antichità più remota fino al primo decennio del XIX° secolo. Il telaio e il filatoio a mano, intorno ai quali si sviluppava una miriade di tessitori e di filatori, erano il perno della struttura della società. Da tempi immemorabili, l'Europa riceveva gli splendidi tessuti di fabbricazione indiana, inviando in cambio i propri metalli preziosi, e fornendo (in tal modo) anche la materia prima agli orefici, membri indispensabili della società indiana ove l'amore della gioielleria è tanto grande che anche i rappresentati delle classi inferiori, abitualmente quasi nudi, portano di solito orecchini d'oro e questo o quell'ornamento in oro al collo. Gli anelli che si portavano alle dita e alle orecchie erano molto diffusi. Le donne e i bambini portavano spesso alle braccia e alle gambe massicci braccialetti d'oro o d'argento, e nelle case si trovavano statuette di divinità in oro e in argento. Gli invasori inglesi distrussero i telai e i filatoi degli Indiani. L'Inghilterra cominciò ad espellere i cotoni indiani dal mercato europeo e poi cominciò ad esportare nell'Indostan il filato e infine inondò di cotonine la patria dei tessuti di cotone. Dal 1818 al 1836, gli esportatori inglesi di filati in India aumentarono nella proporzione di uno a 5200. Nel 1824 le esportazioni di mussolina inglese in India raggiungevano appena il milione di yards, mentre nel 1837 esse superavano i 64 milioni. Ma nello stesso periodo la popolazione di Dacca passò da 150mila abitanti a 20mila. La decadenza delle città indiane, celebri per i loro prodotti, non era la peggiore conseguenza del dominio britannico. La scienza inglese e l'impiego della macchina a vapore da parte degli Inglesi, avevano distrutto su tutto il territorio dell'Indostan il legame tra l'agricoltura e l'artigianato".
Il Sud italiano e la questione meridionale altro non sono che uno sbocco. Bossi, i bossisti, i padanisti, i filosofi sindaci, i fraticelli minori leader regionali, i cooperativisti free trade imperialisti, sopportano l'idea e il fatto di tenere con sé, nella loro casa, frammischiate alle loro città d'arte, un paese che fa schifo e vergogna agli stessi meridionali solo per via degli sbocchi. Guardando la cosa dall'angolo visuale opposto, essere sbocco, fare lo sbocco, è letteralmente sconvolgente alienante, disumano, peggio che essere in guerra, che vivere sotto le bombe, che ficcare le natiche sotto le pale di un ficodindia per difendersi dalla pioggia liberatrice dei quadrimotori americani.
La transizione dall'artigianato all'industria non sarebbe tecnicamente difficile. A renderla impervia è invece il free trade imperialism, e prima ancora la norma che ammette la proprietà illimitata. Mister Morgan, di cui la free Repubblica (del trade Eugenio Scalfari) celebra la cooptazione fra i fondatori della civiltà, assieme a Socrate, a Giotto, a Newton, se tutti i suoi soldi li avesse investiti in superficie terrestre, come un vecchio latifondista del Sud, avrebbe posseduto certamente 47 Stati sui 49 credo che ai suoi tempi formavano l'Unione, lasciandone liberi due soltanto, in modo che gli americani avessero ancora qualche spazio per giocare a baseball.

Per cercare di capire quanto gli sbocchi siano consustanziali all'esistenza del sistema capitalistico debbo lasciarmi andare a una noiosa digressione. La produzione industriale consta di due momenti. Primo: le macchine, gli impianti, le materie prime e quanto è già fatturato da un fornitore esterno. Secondo: la rielaborazione di tutto ciò per fabbricare una nuova merce o perfezionare un prodotto parzialmente già fabbricato. Il primo fattore è detto capitale, ma preferisco l'espressione lavoro morto, perché antropologicamente non si tratta di altro se non di beni già lavorati, venduti e fatturati, che morti resterebbero se qualcuno non li usasse fisicamente, come le colline di carbone che si vedevano ancora una trentina di anni fa, in alcune stazioni del percorso Calabria-Salerno, quando le vecchie vaporiere vennero sostituite da locomotori elettrici; un carbone scavato in una qualche miniera belga, pagato dalle FF.SS. e pronto per essere bruciato, ma rimasto morto per l'uso ferroviario. Il secondo momento è il lavoro vivo o valore aggiunto, che tutti sappiamo cos'è.
Adesso rimescoliamo il lavoro vivo con il lavoro morto e agganciamo la miscela al meccanismo della concorrenza (alla quale soggiacciono gli stessi capitalisti -certamente loro malgrado- sia nel caso che l'ingresso sul mercato sia possibile a chiunque ne abbia i mezzi e le capacità, sia che si tratti di concorrenza fra oligopoli nazionali o multinazionali, essendo essa, come la proprietà illimitata, un carattere saliente dell'assetto vigente).
Considerata sulla parte industrializzata del globo (e chiudendo completamente gli occhi sui problemi connessi con l'inquinamento industriale), la concorrenza si presenta come un carattere positivo dell'antropologia occidentale. Dacché è nata l'industria, il consumo di manufatti è stato crescente. Ciononostante la curva secolare dei prezzi industriali è andata costantemente abbassandosi. Cosicché anche l'area di consumo (la penetrazione del mercato capitalistico) si è incredibilmente estesa e oggi raggiunge ogni angolo della terra. Un indiano, se ha i soldi per dotarsene, può fare la doccia calda con un apparecchio della stessa marca che abbiamo voi e io. Contemporaneamente, in Occidente si è passati dai salari di fame della prima metà dell'Ottocento alle passabili remunerazioni attuali, mentre gli indiani e quelli con la pelle non intonata con il cielo di Londra, che in teoria, oltre al braccio della doccia, potrebbero comprare tutto, non comprano niente perché hanno finito i soldi.
Comunque sia, la somma algebrica di poste positive e negative mostra che la concorrenza ha vinto sulla vecchia legge della domanda e dell'offerta, in base alla quale i prezzi dovrebbero crescere quando la domanda cresce (tanto che gli economisti l'hanno dovuta ridettare). Ora la storia mostra che il capitalismo ha scaricato i costi della concorrenza interamente sul lavoro morto. (Oltre che sui morti di fame). Infatti, per continuare a competere, il capitalista rinnova l'impianto e così aumenta la quota che il lavoro morto ha nella sua produzione. Questa benefica spinta al rinnovamento comporta inevitabilmente un aumento della produzione. Gli economisti chiamano detto aspetto delle strategie aziendali economie di scala. Si tratta in pratica della riduzione dei costi che si ottiene con l'adozione di impianti che producono di più. Esemplificando, il meccanismo è il seguente. Il mio impianto è costituito da una pressa che stampa 1000 esemplari al giorno di qualcosa che vendo a lire 1000 cadauna, facendoci un guadagno. A un certo punto avviene che un altro produttore si mette a vendere lo stesso prodotto a 950 lire. Ciò mi costringe ad abbassare il (mio) prezzo di vendita, con l'ovvia conseguenza che il guadagno si riduce o si annulla. Può capitare del tutto che, in attesa di tempi migliori, io mi rassegni a produrre in perdita. Ma, se ho la forza di reagire, reagisco. Mobilito tutte le mie risorse, utilizzo il credito di cui dispongo e compro una nuova pressa, la quale mi consente di sfornare 1100 pezzi al giorno, sostenendo costi non superiori ai precedenti. Sono così in condizione di competere con il mio concorrente.
A questo punto, secondo i testi d'economia in uso alla Bocconi e nelle altre consacrate università occidentali, i consumatori si alzano in piedi e cantano le Lodi del Signore. Infatti il ribasso del prezzo consente a 100 nuovi consumatori di comprare quel manufatto che prima non potevano comprare.
È chiaro, l'abbassamento dei prezzi dei manufatti è possibile solo allargando gli sbocchi. Infatti, a spendere 950 lire ciascuno, ci sono 100 nuovi compratori (se loro non ci fossero, il prezzo tornerebbe a L.1000). Ma da quale cappello di Fregoli hanno tirato fuori i soldi? I guai che la concorrenza provoca e che noi amiamo ignorare stanno di casa oltre le Colonne d'Ercole. Sulla cosa volle riflettere Rosa Luxembourg, ma fu molto criticata. Si sa, le donne non dovrebbero occuparsi di certe cose.

Per chi è nato nell'area del capitalismo venditore, la vendita di una nostrana merce all'abitante di un paese arretrato rientra nella categoria economica e mercantile sbocchi. Raramente si rende conto che, con le merci che il suo paese esporta, si esporta la distruzione. Un mondo che, fino a non molto tempo fa -dai cinquanta a duecent'anni al massimo- sapeva prodursi gli abiti, gli utensili e ogni manufatto usato in Europa, tranne i cannoni, è stato ridotto a una congerie di nomi geografici, dietro ai quali c'è poco o niente, salvo che non si tratti di miniere d'oro o d'uranio, di pozzi petroliferi o di piantagioni di gomma, di caffè, the o cacao; insomma un mondo che, una volta sollevato dalla condanna biblica del sudore della fronte, muore.
La cosa è facile da mostrare. La gran parte delle macchine e degli impianti industriali viene messa in movimento dall'energia elettrica. L'export/import di corrente è fatto limitato, cosicché la sua produzione costituisce uno degli indicatori più veritieri del grado di sviluppo industriale di uno Stato. Riflettiamo sull'aberrante grado di ineguaglianza raggiunto dal mondo in soli due secoli. Per esempio nel Messico si produce appena un decimo dell'energia prodotta nei confinanti USA; Israele ne produce cinque volte più della Giordania e sette volte più dell'Egitto.
Sono cose mille volte dette e sentite, e non vorrei annoiare. Dai guai dell'import/export si è passati allo squilibrio ultra-malthusiano tra risorse e popolazione, dall'impossibilità di acchiappare un progresso tecnico che costa cifre impossibili si è pervenuti a forme di psicosi collettiva che ancora non hanno un nome, ma somigliano tremendamente alla sventura di quei cetacei che, frastornati dalle onde elettromagnetiche, andarono ad arenarsi e a morire sulla spiaggia di non ricordo quale isola del Pacifico. Accomodarsi al sole e non far niente può invogliare al consumo di Estathè, ma di regola porta anche alla povertà. Quante volte ho sentito dire: "Voi meridionali dovete scuotervi! Abbandonare le vostre abitudini spagnolesche! Siete peggio degli arabi. Su lavorate, datevi da fare! Quando lavorate a Milano, lo fate, ma a casa vostra, il sole...!".
Bisogna pur riconoscere che come sottosviluppati, noi meridionali siamo l'eccezione delle eccezioni. Raramente siamo costretti a pietire, di solito abbiamo trovato un lavoro alla pari, spesso gli italiani restanti e altre popolazioni ci hanno accolto fra loro senza sollevare problemi di sorta, il più delle volte ci hanno amati e ci amano. Certo morire amati è meno brutto che morire disamati, ma non v'è dubbio che, alla fine del ciclo, Napoli, Palermo, Catania, Bari e cento altre città senz'arte, i tremila e più paesi, paesini, paesacci del Sud saranno spettri urbani; neppure archeologia, forse soltanto ruderi, TVisticamente tenuti nascosti, perché le vere città d'arte e le Riviere potrebbero averne un danno all'immagine.
Adesso che è primavera e il giorno è più lungo, alla mattina presto me ne esco a fare una passeggiata per i campi. Ma la parola campi è usata male. A quell'ora, l'aria è fresca di pulito, ma la terra puzza di discarica. Però non è questo a disturbarmi.
Un tempo questa campagna era un ininterrotto giardino (i quadri, si diceva, evidentemente nel senso di riquadri) di aranci, interrotto soltanto dalle mastre, i canali che adducevano l'acqua per irrigare. Aranci alti, frondosi, maestosi, pasciuti d'acqua e di potassio, verdi e brillanti di cure. Oggi mi pare di essere un Pier delle Vigne e di camminare in qualche bolgia dell'Inferno, tra quadri di spettri botanici, fra un susseguirsi di giardini fatti di tronchi e di rami rinsecchiti dal calore solare e dalla mancanza d'acqua. I nipoti hanno abbandonato al solleone il capitale che gli avi avevano piantato; nella sola Calabria, il valore di dieci Mirafiori, una ricchezza che faceva quasi tutto l'export nazione italiano. È giusto, si lavora solo quando si produce valore vendibile. Ma il terrone, invece di sostituire l'arancio con un albero diverso, capace di produrre valore vendibile, se n'è andato. Se le ortiche e i cardi non crescessero spontaneamente sarebbe il deserto.
La stessa cosa avviene nel settore manifatturiero. Che senso ha fabbricare un otre, se dal mondo civile arrivano i bidoni di plasticala? Che senso ha tessere una schiavina al vecchio telaio -una settimana di fatica dura- quando alla Standa puoi comprare un plaid per poche decine di migliaia di lire?
Nel meccanismo che produce desertificazione produttiva non c'è niente di astrale. In ogni paese ci sono i ricchi e i poveri. Queste due classi complessive si specificano poi al loro interno, e in qualche modo finiscono con il raggiungere un punto di confusione. Ci sono gli appena ricchi, i mediamente ricchi, i veri ricchi, i ricchissimi, gli eccezionalmente ricchi, il più ricco di tutti. Anche in basso c'è una vasta articolazione.
In ogni paese, per quanto povero, non manca il ricco che può comprare in Germania una lussuosa Mercedes, mandare il figlio a Oxford, acquistare dei mobili antichi a Firenze, una vasca per l'idromassaggio a Modena, una collezione di cravatte a Napoli, dei quadri antichi a Parigi, dei preziosi lampadari a Venezia, e via dicendo.
Questo signore è molto in vista, cosicché i ricchi minori cercheranno di imitarlo come possono. Intanto la ricchezza che il ricco ha accumulato e spende all'estero viene dal lavoro dei suoi dipendenti, che di regola sono poveri. Infatti il ricco padrone s'impossessa di tutto quel che i poveri non riescono a trattenere per il proprio consumo. Insomma realizza un surplus annuo, il quale viene il più delle volte dall'astinenza, se non dall'indigenza dei suoi subalterni.
Ma perché Oxford, Firenze, Parigi, la Mercedes, i cristalli di Murano? Perché il nostro ricco non fa il ricco come lo facevano i ricchi di quel paese in altri tempi? Puramente e semplicemente perché da qualche secolo l'Occidente domina culturalmente il resto del mondo, e il cliché del ricco è fornito al mondo dalla famiglia reale inglese, dalle star di Hollywood, da chi vive negli alberghi svizzeri, da chi indossa cravatte firmate, da chi ha appese alle pareti di casa dipinti del Rinascimento e, in bella mostra sulla consolle, dei vetri soffiati a Murano.
L'arretrato mediamente ricco, che imita l'arretrato ricchissimo ma non ha tanto da comprare un Rembrandt, ha tuttavia a sufficienza per acquistare la copia di un Canaletto. Chi non può comprare una Mercedes compra una Audi, eccetera; cose che costano a volte cifre enormi anche per gli occidentali. Di regola gli investimenti produttivi vengono finanziati con i surplus appropriati dal ricco, dal capo, dai governanti. Nelle vecchie società stazionarie (nel senso che non andavano avanti, ma neppure indietro), chi era in possesso dei surplus provvedeva alle spese di manutenzione, al ripristino delle greggi (non consumando e non alienando i nuovi nati), al mantenimento delle piantagioni ripiantando gli alberi seccatisi, a far pulire i canali e gli scoli, e a mille altre cose.
Sia in Occidente sia altrove, in antico la ricchezza era impiegata in parte per la spesa vistosa e in parte negli investimenti. Oggi, invece, gli arretrati ricchi sono persino poveri rispetto ai loro bisogni stranieri. E non sono solo loro che rovinano i loro paesi per stare alla pari degli occidentali, non restituendo alla circolazione interna della ricchezza i surplus accumulati; anche i poveri. Anzi i poveri fanno molto più danno. Infatti, se possono acquistare un manufatto, scelgono una merce occidentale, meglio fatta e meno costosa. Non è necessario andare lontano per trovare un esempio efficace. Chi mai in Calabria, se non un raffinato -e per giunta alquanto libero da qualsiasi impegno- volendo in casa i mobili di una nuova cucina, li commissionerebbe a un artigiano locale, quando nelle vetrine del suo paese sono esposte le belle, comode e rinomate cucine che la Scavolini ci manda non so da quale provincia del vicino/lontano Centronord?
Insomma, quando i surplus accumulati e la spesa corrente non tornano nella circolazione dello stesso paese, questo s'infila nella spirale dell'improduttività.
Comprare le produzioni forestiere è lecito e può essere anche conveniente, ma bisogna che esse vengano pagate con il ricavo dalla vendita della propria produzione corrente, e non con i cespiti, la libertà, la disoccupazione, l'esodo o l'anima. La libertà degli scambi non può rappresentare "una libera volpe in un libero pollaio".
Siamo all'ABC del sottosviluppo, che però il nostro reuccio regnante, Gianni II, sa far sì che i giornalisti televisivi imparino a ignorare assolutamente. (prima parte)

Nicola Zitara

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