Italia/ IL LAVORO ALLE SOGLIE DEL 2000
Flessibilità generalizzata del lavoro e delle retribuzioni,
riduzione dei servizi sociali progressivamente 'appaltati' da enti privati, smantellamento
di quegli ammortizzatori sociali fatti passare per Welfare State, svendita di strutture
pubbliche (più correttamente: statali, dietro cui spessissimo si celano interessi
privati), eliminazione degli ostacoli normativi per l'iniziativa privata: queste alcune
linee guida che lo "Studio dell'OCSE sull'occupazione" del giugno scorso
fotografa e auspica maggiormente per l'intera economia mondiale. Si arriva anche al
paradosso di indicare nei mercati di lavoro troppo rigidi, nei costi salariali troppo
elevati, in una domanda di giustizia sociale troppo arcaica, i principali responsabili
della disoccupazione crescente -di per sé tradizionale strumento di flessibilità del
lavoro nell'accettazione di ore e orari assurdi, in posti insensati, per retribuzioni
derisorie- senza alcuna rimessa in causa delle politiche neoliberiste. I codici del
lavoro, le carte dei diritti sociali e quant'altro sono ormai incrostazioni del passato.
Al loro posto c'è la deregolamentazione selvaggia dei rapporti sociali nell'impresa:
part-time, lavoro interinale, a prestito, da week-end, prestazioni d'ufficio da casa via
cavo e via computer, l'intrinseca farsa dei contratti di qualificazione, dei corsi di
formazione -ulteriore strumento di sfruttamento- ecc., lo stesso tempo libero, che libero
non è mai stato, e in cui oggi si insinua il tempo di lavoro, col crescente peso
dell'immaterialità di alcune merci dal valore tuttora indeterminabile a divaricare sempre
più, forse come non mai nella storia, la forbice tra benessere dell'economia -sempre più
d'impresa- e quello della società nel suo insieme. Anche nel nostro paese (vedi dati
Istat) la disoccupazione non diminuisce nonostante la ripresa economica delle esportazioni
(e comunque sarebbe pur sempre da analizzare la natura di ogni occupazione). Svincolata
dalla sua "utilità sociale" l'impresa vive sempre più di vita propria,
per il solo obiettivo del profitto, ormai su scala planetaria. Ci si sta avvicinando a
passi da gigante al tanto sponsorizzato modello statunitense iperprivatistico di cui di
recente viene sottolineato l'incremento di posti di lavoro. Salvo poi aggiungere che,
nella sua componente più consistente, si tratta di bassi livelli di qualifica, con
retribuzioni molto basse; ci sono, cioé, meno disoccupati, ma più poveri che lavorano, i
cosiddetti working poor, attori di uno scenario da sottoccupazione permanente e a
precarietà costante.
La riflessione, a nostro avviso, dovrebbe ruotare su come sganciarsi dai suddetti
meccanismi di dipendenza, senza dimenticare che, in questo ambito, l'obiettivo di fondo
resta il controllo e la socializzazione della proprietà dei mezzi di produzione. Che va
conquistato. Ma quali i passi nell'immediato, senza finire nell'auspicare misure
riformistiche d'accatto, sottoprodotto di un antico sogno di liberazione? Le proposte
provenienti dall'area della radicalità sociale sostanzialmente si riducono a leitmotiv
peraltro ancora poco circostanziati: riduzione dell'orario di lavoro a parità di salario,
salario minimo garantito, lavori socialmente utili. Se sulla riduzione dell'orario di
lavoro anche settori del padronato, di fronte ad una ristrutturazione organizzativa da
perseguire, non escludono la flessibilità dell'orario comunque accompagnata da una
corrispondente diminuzione della retribuzione, per il resto si tratta di richieste che
presuppongono uno "Stato sociale" erogatore -foss'anche quella parvenza
che era- ma che, lo si vede, è in via di smantellamento. Restano dunque assolutamente
spiazzate e fuori dalla realtà se facenti parte di un bagaglio rivendicativo. Ciò non
significa ignorare la conflittualità laddove esistono condizioni di sfruttamento, di
negazione della dignità e del rispetto del lavoratore. Ma è ad un'ottica diversa che si
dovrebbe pensare: a come liberarsi dai tempi degli altri, dalle logiche degli altri, dalle
retribuzioni degli altri, e alle forme organizzate da assumere per obiettivi complessivi e
realistici da perseguire con strumenti all'altezza delle mutate condizioni. Sarà sempre
più difficile, infatti, organizzare forme di conflittualità incisive in comparti ormai
spezzettati dalla crescente automazione sui processi produttivi, dalla natura privatistica
dei contratti, di fronte alla facile ricattabilità sul singolo lavoratore su cui far
pesare la mannaia della facile rimpiazzabilità in assenza di un certo "comportamento
aziendale". È possibile -e in che termini- utilizzare le opportunità del
contesto attuale per costituire strutture che si muovano in modo alternativo per
modalità, tipi di attività, tempi, consci del rischio che l'articolazione di un progetto
di liberazione collettiva non potrà certo venire attraverso una estensione progressiva di
isole felici, riassorbibili o schiacciabili all'occorrenza dal sistema, ma con l'obiettivo
di creare le condizioni di un suo avanzamento? A nostro avviso lo è, attivando
mentalità, stili di vita, consumi, energie, differenti. Rifiutando le paure inculcate da
un sistema che chiude orizzonti, modi di vita altri, che prefigura la necessaria
dipendenza da un padrone, dalla sua pensione, dai suoi svaghi, dai suoi consumi, ecc.
Serve una ri/presa di coscienza: di poter essere attori del proprio futuro lavorativo,
gestori delle enormi potenzialità creative naturalmente proprie ad ogni uomo e donna. Non
dimenticando che la realtà dell'antagonismo incide quando sa rispondere ai bisogni
quotidiani e sa farsi cultura, che resta una forte contraddizione far parte come
consumatori e come 'dipendenti' di un sistema che si vorrebbe abbattere. Una non
sottomissione che sia globale, che coinvolga ogni aspetto della propria vita per
risvegliare lo spirito, il corpo, la creatività, la natura di uomini liberi per
ricominciare a progettare seriamente come sganciarsi e collegarsi ad altre similari
realtà, a come comunicare a chi non sa possibili vie da seguire, aiuti concreti da
offrire per costruire la propria emancipazione. Crescere -qualcuno direbbe- come
silenziosamente crescono le più forti querce.