I BASTIMENTI NON PARTONO PIÙ

Televisione e giornali continuano la loro tenace opera di disinformazione del pubblico circa la crescente disoccupazione che affligge l’Italia, l’Europa e il mondo. La competizione monopolistica internazionale e il conseguente, incalzante, progresso delle tecnologie risparmia-lavoro sono certamente fenomeni che si sommano, contribuendo a restringere l’occupazione.
Sarebbe, tuttavia, intellettualmente onesto tenere distinte le due tipologie di disoccupazione che abbiamo sotto gli occhi. In buona sostanza, il giornalista inganna scientemente (in quanto intellettuale prezzolato), e per evidenti finalità politiche, la gente comune.
Un tipo di disoccupazione, confusamente definita congiunturale, riguarda i salariati appartenenti alle aree economiche che governano la produzione e l’economia mondiale, o quantomeno partecipano all’approvvigionamento universale di manufatti. In queste aree, il livello dei salari è stato crescente per oltre trent’anni, tra il 1950 e il 1980, disegnando una linea ascendente dall’andamento rigido. Conseguentemente la concorrenza capitalistica tra le aziende di grandi dimensioni (oligopoli) si è sviluppata e si sviluppa tuttora sulle tecnologie risparmia-lavoro. L’altra tipologia di disoccupazione, solitamente ed eufemisticamente chiamata strutturale dagli economisti che effettuano i servizi più bassi e umilianti per il padronato universale, è frutto della modernità e delle modernizzazioni (volte da questo stesso padronato esclusivamente a vantaggio proprio e contro il resto degli uomini). Questa si ha, di regola, quando le merci industriali, e in genere nuove, incontrano (e si scontrano) con quelle antiche. La dinamica (l’antropologia economica e culturale) del connesso processo sociale è stata spiegata una volta per tutte da Marx nel 1848, nel celebre Manifesto del partito comunista.
Il processo di pauperizzazione e di espropriazione, connesso alla modernizzazione e all’industrializzazione, è unitario, solo che nel luogo in cui si sviluppa l’industria nasce il proletariato, una classe destinata a vivere di salario; all’esterno, invece, si forma un proletariato interamente affidato alla Caritas internazionale. Gli antichi artigiani e i vecchi contadini sono espulsi più o meno rapidamente dalla produzione e condannati alla fame. Interi paesi decadono e sono assoggettati al colonialismo (visibile o invisibile) dei paesi industrializzati. In Italia, i due fenomeni convivono sin dalla conquista padana del Sud e dalla formazione di un contraddittorio e ambiguo Stato capitalistico unitario. La storia sociale dell’Italia è stata segnata profondamente dalla consustanzialità e contemporaneità della nascita di una classe di capitalisti moderni (cioè spregiudicatamente animata dall’animal spirit di far soldi, con cui fare altri soldi) e della formazione di un solo Stato sovrano su tutte le popolazioni della penisola. Il processo che vide il passaggio dalla vecchia agricoltura, dal vecchio artigianato, dal lavoro domiciliare del contadino-artigiano (la separazione dell’industria dall’agricoltura), a una fase commerciale dei consumi nazionali, è descritta ne Il capitalismo nelle campagne di Emilio Sereni (in effetti l’unica analisi seria di ciò che, sotto l’aspetto antropo-economico, accadde in Italia dopo l’unificazione politica).
La svolta industriale del capitalismo tangentizio padano, databile intorno al 1895 -àuspici la non disinteressata finanza tedesca e il corrotto Francesco Crispi- produsse, nonostante le leggi della calamitante accumulazione capitalistica (i soldi fanno soldi), un mostriciattolo di capitalismo nazionale (padano), chiaramente inidoneo a guidare il passaggio del paese dalla preindustrializzazione all’industrializzazione. Di conseguenza esso è afflitto da una disoccupazione endemica, che oscilla, nel periodo secolare, intorno al 30% della popolazione attiva nazionale. L’idea d’Italia, terra di disoccupazione e di emigrazione, è un dato che appartiene alla comune esperienza dei vecchi, e anche delle generazioni che oggi si avvicinano alla maturità. Sola eccezione gli Anni Settanta, quando, con l’estendersi del terziario evoluto, il deprecabile fenomeno della disoccupazione di massa parve autosospendersi. Ma in quegli anni di prosperità (quantomeno perché lo Stato s’indebitava per spendere), il capitalismo nazionale non ha saputo allargare la base produttiva; ha preferito produrre profitti lobbistici e tangentizi anziché plusvalore capitalistico.
La sospensione della secolare tendenza disoccupazionale è durata soltanto venti anni. Intorno al 1990, l’improduttivo capitale finanziario si è sollevato contro l’idea che lo Stato potesse ripianare il debito pubblico attraverso un’inflazione strisciante (come sempre era avvenuto in Italia e altrove). Si è, perciò, impossessato del governo del paese, che fa gestire da personale del mondo bancario: ottimi ragionieri e pessimi economisti. Cosicché, negli ultimi sette anni, la disoccupazione è riemersa in tutta la sua possanza antinazionale e riappare a tutti per quella che in effetti è sempre stata: popolazione senza lavoro. Dal punto di vista grettamente economicistico, popolazione superflua. Se ci fossero ancora piroscafi diretti a New York o a Sidney, o treni in partenza per la Germania, sarebbe il caso di parlar chiaro e ripetere il leale avvertimento di De Gasperi ai cafoni di Caulonia disastrata dall’alluvione del 1953: "Imparate una lingua straniera e andatevene".
Sin dal 1883, data in cui il Sud comincia a sciogliersi nella grande trasmigrazione (che toccò un terzo della sua popolazione) verso l’altra parte, quella americana, dell’Occidente, l’Italia è un paese che vive due vite ed è abitato da due popoli. Ma, ora, i bastimenti non partono più. Il resto del mondo ha lo stesso problema, anzi sta peggio del Sud italiano. La valvola di sfogo migratoria è chiusa. Il Sud si approssima al disastro: a una situazione simile a quella che si ebbe nel secolo scorso, dopo l’avvento della proprietà postfeudale, allorché si vide esplodere, quasi senza interruzione per centocinquant’anni, un’insurrezione contadina dietro l’altra. I giornalisti prezzolati hanno mano libera nel tentare d’ingannare il volgo. Ma si vede subito che arrancano, che si arrampicano sugli specchi. Ormai è chiaro a chiunque che il capitalismo padano non ha la forza economica né l’intelligenza politica per industrializzare il Sud. Meno chiaro è, invece, che la sua grettezza e incultura economica lo portano a impedire (o far impedire dallo Stato) che sia un ipotizzabile capitalismo sudico a farlo.
L’alleato storico del capitalismo padano, la borghesia parassitaria meridionale degli impieghi e dello scialo sulla spesa per pubblici servizi -i pupilli di Cavour, Depretis, Giolitti, Mussolini, De Gasperi, Moro, D’Alema- fino adesso ha taciuto, non ha visto, in quanto lo Stato la mantiene. Ma se lo Stato non la mantiene più, che succede? Essa non ha ideali, né idee, né morale, e meno che mai amore per il proprio paese; solo un viscerale spirito di autoperpetuazione (della specie infetta). Pare fatto apposta per mordere la mano che la nutre. Ed è certo che già sta immaginando come farlo.
Prodi, D’Alema, gli olivisti, Cossiga, i fascisti di tutte le stagioni, i sedicenti marxisti cresciuti fuori dei cancelli delle fabbriche milanesi o torinesi possono fare tutti i balletti lessicali che vogliono: la guerra meridionale di liberazione (la rivoluzione) è solo una questione di tempo. Forse, solo di poco tempo. Per chi sta da questa parte della barricata, il problema non è rappresentato dall’incertezza dell’evento, o dalla sua maggiore o minore imminenza, ma proprio dagli zoppi con cui sarà costretto -inevitabilmente- a camminare.

 

Nicola Zitara

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