FASCISMO CONTRO NAZIONE. STORIA ED ATTUALITA' DI UNA STRUMENTALIZZAZIONE

 

Esaminando la storia della sinistra italiana negli ultimi decenni, un elemento distintivo che emerge in tutta la sua evidenza è senza dubbio la rimozione dell'idea di nazione e di patriottismo. Rimozione, questa, di natura culturale oltre che politica, e che ha caratterizzato pesantemente le vicende dell'opposizione anti-capitalista nel dopoguerra, in forma più acuta dopo il Sessantotto. Indubbiamente una delle ragioni determinanti di una simile idiosincrasia nei confronti di categorie politiche intrinsecamente connotabili in modo tutt'altro che negativo va ricercata nella strumentalizzazione che il pensiero liberale prima, e soprattutto il fascismo poi, hanno operato in merito al concetto di nazione e della sua spendibilità politica. Se nel primo caso la manipolazione appare evidente –tanto è vero che, oggi, proprio da quell'area politica arrivano gli attacchi più decisi, sul piano politico e culturale, alla sovranità degli Stati nazionali–, nel caso del fascismo la strumentalizzazione si è rivelata decisamente più subdola e difficile da smascherare. Non sorprende quindi che nell'immaginario comune di gran parte degli italiani “la nazione”, “la patria”, “il tricolore”, “l'inno nazionale”, siano generalmente percepiti come un patrimonio pressoché esclusivo della cultura di destra, cui opporre un malinteso internazionalismo ("inter" infatti sta per "tra", non per "senza" le nazioni), del tutto funzionale alla logica del capitalismo. Un equivoco –va detto– che non ha fatto altro che condannare all'impotenza e al fallimento qualsiasi velleità antagonista scaturita da questi presupposti.

Oggi più che mai si rende dunque necessario sfatare il mito del legame indissolubile ed esclusivo tra fascismo e nazione, la quale è stata invece dal primo utilizzata strumentalmente in vista di ben altri obiettivi, sostanzialmente imperialistici e anti-nazionali. A tale proposito è bene evitare di trattare l'argomento in maniera unitaria, facendo invece le opportune distinzioni tra le distinte fasi storico-politiche e i diversi filoni culturali interni al fascismo stesso, nei cui ambiti i processi di appropriazione e strumentalizzazione del fatto nazionale si sono articolati su basi di volta in volta differenti. Occorre inoltre tenere presente che, a partire grossomodo dal 1870, si assiste a una sempre più serrata competizione inter-imperialista tra le principali potenze dell'epoca, il cui esito naturale sarà la Prima Guerra Mondiale, vero momento di incubazione del fascismo. Il trionfo dell'imperialismo in questa fase storica si coniuga con un ampio uso della retorica nazionale in senso sciovinista, rovesciandone il senso che aveva avuto a partire dalla Rivoluzione Francese e successivamente in Età Romantica. La strumentalizzazione del concetto di nazione in chiave imperialista non è quindi un'invenzione del fascismo, ma è di fatto una costante dei decenni che precedono la Prima Guerra Mondiale, la cosiddetta Età dell'Imperialismo.

 

Il fascismo storico

 

È innegabile che il fascismo storico (intendendo con questa espressione la fase dalla fondazione dei Fasci italiani di combattimento nel 1919 sino alla fine della Repubblica di Salò nel 1945, sebbene quest'ultima fase presenti delle caratteristiche peculiari, e  verrà perciò in questa sede trattata separatamente) abbia costruito la sua ascesa politica sull'utilizzo di una retorica propagandistica fortemente sciovinista e bellicosa. Si pensi ad esempio ai continui riferimenti alla vittoria mutilata e alla conseguente rivendicazione di Fiume e della Dalmazia. Ora però, a parte l'ovvia contestazione di qualsiasi equazione patriottismo-sciovinismo, occorre non fermarsi alla superficie ma analizzare più in profondità posizioni politiche e riferimenti culturali.

Bisogna innanzitutto rilevare che il fascismo, una volta al potere, ha cercato di monopolizzare il concetto di appartenenza nazionale, identificandolo con l'appartenenza al regime, allo Stato fascista; lo ha fatto, inoltre, sostituendo miti e simboli risorgimentali (giudicati superati ed espressione degli ideali borghesi) con quelli fascisti: il fascio littorio, la “nazione armata”, i continui riferimenti all'Impero Romano, con cui si proponeva di stabilire una continuità ideale. Questa appropriazione esclusiva può spiegare in parte l'identificazione di ogni riferimento alla nazione con quest'area politica, identificazione che ha caratterizzato gli ultimi 60 anni. Ad una analisi più attenta però, il legame fascismo-nazione si rivela in tutta la sua strumentalità, dal momento che il primo si serve della seconda per costruire un'ideologia che s'incentra nello Stato e nell'idea di Impero.

Il ruolo di assoluta subordinazione che il fascismo assegna alla nazione emerge in tutta la sua evidenza, oltre che in numerose dichiarazioni di Mussolini (il quale ebbe più volte a ripetere che «Senza lo Stato non c'è Nazione»), anche negli scritti della più autorevole voce intellettuale del regime, quella di Giovanni Gentile. Nell'Enciclopedia Italiana alla voce “Fascismo” si può leggere: «Non è la nazione a generare lo Stato, secondo il vieto concetto naturalistico che servì di base alla pubblicistica degli Stati nazionali nel sec. XIX. Anzi, la nazione è creata dallo Stato, che dà al popolo, consapevole della propria unità morale, una volontà, e quindi un'effettiva esistenza». Sulla stessa lunghezza d'onda la Carta del Lavoro del 1927, nella quale si afferma che «La Nazione italiana (…) è  una unità morale, politica ed economica che si realizza integralmente nello Stato fascista».

Lo scioglimento della nazione nello Stato comporta quindi la sua svalutazione a fenomeno contingente, privo di sostanza storica, e il non riconoscimento della sua autonomia politica. Il fatto poi che ciò avvenga nell'ambito dello Stato fascista, presuppone anche la negazione e il rifiuto della valenza democratica ed emancipativa di cui la nazione era stata portatrice a seguito della Rivoluzione Francese. Inoltre il ruolo totalmente subordinato a cui essa è relegata, costituisce la condizione essenziale per il suo definitivo superamento nell'idea di Impero. Ciò si evince non solo dalle mire colonialistiche manifestate tragicamente nei fatti dall'Italia mussoliniana, ma anche dalle elaborazioni ideologiche prodotte dal fascismo stesso. Già negli anni Venti infatti Camillo Pellizzi (giornalista e scrittore, nonché presidente dell'Istituto Nazionale di Cultura Fascista dal 1940 al 1943) affermava che: «la nazione si basa sopra una concezione e un valore immanente, l'Impero sopra una trascendente. La nazione è intellettuale, l'Impero è mistico. La nazione è, alla radice, economica (edonistica); l'Imperialismo è etico. La nazione è borghese; l'Impero è monarchico, oligarchico e popolare». Non lasciano poi spazio a dubbi di sorta le parole dello stesso Mussolini nella succitata Enciclopedia Italiana: «Per il fascismo la tendenza all'Impero, cioè all'espansione delle nazioni, è una manifestazione di vitalità; il suo contrario, o il piede in casa, è un segno di decadenza: popoli che sorgono o risorgono sono imperialisti, popoli che muoiono sono rinunciatari». La storia è così concepita come il terreno di un'eterna lotta, interpretata darwinianamente: i più deboli sono fatalmente destinati a soccombere politicamente, assoggettati  al nuovo ordine imperiale, il cui dominio spetta alle nazioni più “vitali”. Quelle cioè imperialiste e conquistatrici.

 

Il nazismo

 

Tale visione presenta numerose similitudini con quella propria del nazionalsocialismo, se non fosse che in questo caso l'imperialismo fa perno non tanto sul concetto di Stato, quanto su quelli di razza e di «comunità di popolo» (Volksgemeinschaft). L'elemento biologico diventa qui centrale, e sono eloquenti in tal senso le parole di Hitler: «La nazione è un espediente della democrazia e del liberalismo. Dobbiamo cancellare questo falso concetto e sostituirlo con quello politico, non ancora logoro, di razza». Anche in questo caso il superamento dell'idea di nazione è finalizzato a un progetto imperiale, quello del Reich millenario. Impero vuol dire Europa, nell'ambito della quale è teorizzato un ordine gerarchico tra i diversi popoli e razze. Il ruolo di dominatori spetterebbe ai rappresentanti della razza ariana, e non è prevista alcuna autonomia politica per le vecchie nazioni, nemmeno per quelle considerate affini da un punto di vista razziale, come i paesi scandinavi, il Belgio o l'Olanda. Anzi, ogni riferimento all'identità nazionale deve essere dimenticato. Non a caso la propaganda del Reich durante i primi favorevoli anni della Seconda Guerra Mondiale fa continuamente riferimento al Nuovo Ordine Europeo: l'invasione dell'Unione Sovietica è presentata come una «crociata per l'Europa», la radio trasmette una nuova «canzone per l'Europa», vengono emessi francobolli con lo slogan «Fronte unito europeo contro il bolscevismo», si celebra addirittura la nascita degli Stati Uniti d'Europa.

Tuttavia, dietro la propaganda, la realtà è ben diversa: la politica europea del nazismo non è certo una politica di integrazione, ma di mera conquista. Una conquista teorizzata e condotta, come già visto, su basi razziali. I popoli conquistati vengono suddivisi in base a tale principio: quelli considerati affini possono entrare a far parte di questo nuovo ordine, a patto che rinuncino a ogni velleità nazionale; a quelli considerati inferiori spetta un triste destino fatto di schiavitù e di sterminio fisico. Tra gli elementi estranei dal punto di vista razziale figurano poi anche diversi esponenti della stessa nazione tedesca classicamente intesa: ebrei, rom, sinti, omosessuali, portatori di handicap. Essi sono concepiti come elementi estranei e corruttori della razza germanica, del “Volk”. Ulteriore dimostrazione, se mai ce ne fosse bisogno, della natura fondamentalmente anti-nazionale del Nuovo Ordine Europeo immaginato da Hitler.

Si può quindi legittimamente concludere che, analogamente al fascismo, anche l'ideologia nazionalsocialista strumentalizza l'idea di nazione a scopo propagandistico per la conquista del potere. E così, come per il fascismo, l'obiettivo è il superamento della nazione stessa in un'ottica imperiale. L'unica differenza sta nell'elemento perno dei rispettivi progetti politici: lo Stato per il fascismo, la razza per il nazismo. Tale differenza –va sottolineato– si affievolirà non poco con l'introduzione delle leggi razziali in Italia, il che comporterà uno schiacciamento del fascismo sulle posizioni naziste. Preludio questo, non solo alle vicende politiche della Repubblica di Salò, ma anticipatore anche di alcune tendenze culturali di certo neofascismo dei decenni successivi.

 

Da Salò al neo-fascismo “atlantico", fino al post-fascismo

 

Le vicende della Repubblica Sociale Italiana costituiscono una fase peculiare della storia del fascismo, e sono anch'esse estremamente utili per comprendere la natura sostanzialmente antinazionale del progetto politico mussoliniano, a dispetto della retorica di cui ha sempre fatto ampiamente utilizzo. A scanso di equivoci, va sottolineato un punto: è vero che alcuni italiani si arruolarono in buona fede tra le file repubblichine, spinti dalla volontà di difendere l'onore di un paese umiliato dalla condotta della monarchia e di Badoglio; è però altrettanto vero che la Repubblica di Salò si rivelò fin da subito nulla più che uno stato-fantoccio controllato dai nazisti, i quali diedero prova a più riprese di un totale disprezzo per la popolazione del paese un tempo alleato. Sull'altro fronte, di contro, la Resistenza partigiana, strutturandosi su basi antifasciste e patriottiche, pose al centro la liberazione nazionale dall'invasore, costituendo per molti la necessaria premessa alla liberazione sociale. Gli sviluppi del dopoguerra, con l'Italia ridotta a rango di colonia statunitense, furono dettati principalmente da fattori esterni (divisione del mondo in due blocchi e posizione strategica del nostro paese, il quale sedette al tavolo della pace in qualità di nazione sconfitta) e dai rapporti di forza in campo. Non facevano certo parte degli obiettivi politici della stragrande maggioranza di coloro che parteciparono attivamente alla Resistenza.

Ad ogni buon conto, il ruolo essenzialmente anti-nazionale che il fascismo ricopre tra il 1943 e il 1945 è solo un anticipo di quanto avviene nei decenni del dopoguerra. Gli anni immediatamente successivi al secondo conflitto mondiale sono infatti caratterizzati dallo scoppio della cosiddetta Guerra Fredda tra le due superpotenze (USA e URSS) e le relative aree di influenza. La sfida non è solo di natura militare e geopolitica ma anche ideologica, dato che a scontrarsi sono sistemi economici e culturali profondamente diversi, quello capitalista e quello comunista. Al contrario, l'altra grande ideologia del XX secolo, il nazifascismo, appare definitivamente sconfitta e screditata dall'esito della guerra. Sono relativamente pochi i nostalgici che nei vari paesi europei continuano a identificarsi con quel progetto politico, dovendo peraltro far fronte anche all'ostracismo di tutti i partiti dell'arco parlamentare.  Esistono tuttavia Stati come la Spagna e il Portogallo i quali, non avendo partecipato alle ostilità, hanno mantenuto un regime istituzionale che si rifà (almeno in parte) al fascismo.

È in questo quadro che le esigenze della realpolitik spingono gli USA a servirsi del neofascismo in chiave anti-comunista e anti-sovietica. L'avvicinamento si manifesta sia con gli accordi che vengono stretti con i paesi iberici (il Portogallo aderisce alla  NATO; la Spagna, pur non entrandovi a far parte, concede agli americani di installare basi militari sul proprio territorio), sia con il reclutamento degli aderenti alle organizzazioni neofasciste di altri paesi per operazioni di guerra sporca, destabilizzazione e terrorismo di Stato, finalizzate a rafforzare il controllo politico-imperialistico sugli Stati subalterni, e prevenire il pericolo di pericolose deviazioni socialiste. Il caso dell'Italia (strategia della tensione, stragi di stato, anni di piombo, infiltrazioni nelle organizzazioni armate) ne è un triste esempio.

Restando nel nostro paese, il neonato Movimento Sociale Italiano, allo scopo di darsi una legittimità nell'arena politica e di attrarre consenso, si presenta come partito fautore dell'ordine e baluardo contro il pericolo comunista. Diventa così espressione della destra in maniera assai più netta del fascismo storico, il quale invece aveva sempre fatto della retorica del superamento di destra e sinistra un elemento centrale della sua propaganda. Risultato di questo atteggiamento è quindi il passaggio in secondo piano di qualsiasi velleità di indipendenza e sovranità (punti irrinunciabili per qualsiasi nazionalista), a dispetto peraltro della retorica patriottarda di cui il neofascismo fa ampio uso. Tale rimozione si deve all'assoluto monopolio esercitato dall'anticomunismo nell'orizzonte politico neofascista, un monopolio dovuto certamente alla posizione di assoluta marginalità che questa famiglia politica si trova a ricoprire in quegli anni. Il radicalismo, cui si prestano facilmente gli ambienti più giovanili e inquieti, produce poi formazioni extraparlamentari (Ordine Nuovo, Avanguardia Nazionale) spesso direttamente collegate a inquietanti trame golpiste e stragiste (sotto la regia d'oltreoceano), le quali peraltro si limitano a prospettare forme di governo autoritarie e repressive nei confronti della sinistra, senza mettere minimamente in discussione assetti economici e culturali, e men che mai la politica estera.

Gli sviluppi storici seguiti alla caduta del muro di Berlino porteranno poi quest'area politica ad avvicinarsi progressivamente alle posizioni di una destra liberista nell'economia e conservatrice da un punto di vista socio-culturale. È questo il percorso politico che porta il MSI alla svolta di Fiuggi e alla nascita di Alleanza Nazionale. Una destra, quella di AN, che si fa strenua paladina dei valori del mercato, cavalcando al contempo il tema della sicurezza e della microcriminalità, il cui capro espiatorio è identificato nella figura dell'immigrato extra-comunitario. In politica estera, sposando sostanzialmente le teorie sullo scontro di civiltà, AN si rivela perfettamente funzionale agli interessi imperialisti statunitensi. Ironia della sorte, proprio la potenza espressione di quelle plutocrazie contro cui il fascismo storico e il nazismo avevano combattuto una guerra di proporzioni mondiali. Completano il quadro il sostegno incondizionato a Israele e l'ingresso nel Partito Popolare Europeo, che comporta un'adesione esplicita all'Unione Europea e alle sua azione di progressivo svuotamento politico degli Stati nazionali. 

Rimane comunque il connubio tra l'utilizzo massiccio della retorica patriottica e il perseguimento di una politica che prospetta la rinuncia a qualsiasi forma di indipendenza e di sovranità. Rinuncia operata in questo caso non più nel nome della fedeltà servile all'alleato nazista, bensì in quello del dio-mercato e della sudditanza verso gli USA e i loro interessi (imperialisti).

 

Il neofascismo “rivoluzionario”: dalla Giovane Europa all'Eurasia

 

Negli ambienti del neofascismo del dopoguerra non tutti si rassegnano al ruolo di difensori dell'ordine costituito (capitalista) in chiave anticomunista. C'è chi, pur nell'ambito di circoli decisamente ristretti, tenta di dar vita a un progetto politico politico-culturale che vada oltre il nostalgismo e che sia capace di prospettare un'alternativa al bipolarismo capitalismo-comunismo. Una figura assolutamente centrale per comprendere gli sviluppi di questo filone del neofascismo è quella di Jean Thiriart (belga, ex membro delle waffen-SS). Nel 1963 dà vita alla Jeunne Europe (Giovane Europa), organizzazione che impernia la sua proposta politica sulla retorica del superamento delle contrapposizioni tra destra e sinistra, nel nome della lotta al comune nemico capitalista e imperialista, gli USA. Elemento centrale dell'elaborazione di Thiriart è costituito –neanche a dirlo– dall'idea di unificazione politica del continente e dalla nascita di una “nazione europea”, unica via a suo giudizio per costituire una potenza in grado di competere con quella statunitense. In tal senso Thiriart si rende conto che il progetto del Terzo Reich è definitivamente tramontato, e vede non più nella Germania, ma addirittura nella Russia, il centro di questa futura "nazione europea" che si estenderebbe da Dublino a Vladivostok. Non è casuale infatti il giudizio storico positivo che assegna alla figura di Stalin.

Su un piano culturale la giustificazione di questa presunta identità europea non risiede più nel razzismo biologico di derivazione nazista, ma nel cosiddetto razzismo spirituale teorizzato da Julius Evola. Questi è una figura di primissimo piano di quel "pensiero tradizionale" che propugna un modello di società fondato su valori spirituali, aristocratici e gerarchici. I suoi principali riferimenti storici sono da ricercare nell'antichità, in particolare nelle civiltà romana e indiana; non a caso la visione ciclica della storia di Evola è mutuata da Esiodo (secondo lo schema delle quattro età: oro, argento, bronzo e ferro) e dalla tradizione induista (satya, treta, dvapara e kali yuga). Tali civiltà, basandosi su una concezione spirituale e metafisica dell'esistenza, sarebbero superiori a quella moderna, imbevuta dei valori materialisti dell'Illuminismo e della Rivoluzione Francese, e quindi intrinsecamente decadente. In questo modo il filosofo romano si pone su un terreno critico anche nei confronti dei totalitarismi fascista e nazista, dei quali rigetta gli aspetti legati alla modernità e incompatibili con il pensiero tradizionale. Ostile a qualsiasi forma di egualitarismo, Evola pensa che le naturali differenze tra gli uomini si ripercuotano anche sulle razze, tuttavia rifiuta il concetto di razzismo biologico in favore di quello spirituale. C'è da dire peraltro che il razzismo evoliano, lungi dall'essere più edulcorato di quello classico, è in realtà totalitario, incentrato su tre livelli (corpo, anima e spirito) che si giustificano e si rafforzano tra di loro. Evola è dunque una figura centrale nella storia del neo-fascismo, e per una duplice ragione: in primis perché la sua originale visione, radicalmente anti-modernista e tradizionale, segna ideologicamente una frattura con le esperienze del ventennio e del nazismo; secondariamente perché esercita un'influenza culturale enorme su tutta l'area, in particolar modo proprio su quelle componenti che si pongono in discontinuità con il fascismo storico. Lo dimostra tra l'altro il fatto che il tradizionalismo evoliano costituisce non a caso il cardine culturale su cui si articola la proposta politica di Thiriart. Proposta che fonde in maniera piuttosto grossolana razzismo, tradizionalismo e una retorica anti-capitalista (in realtà anti-mercantilista) e anti-imperialista (in realtà anti-americana).

In Italia il pensiero di Thiriart trova ampio eco nella figura di Franco Freda (allievo di Julius Evola), principale esponente di quella corrente politica conosciuta come nazi-maoismo. Personaggio fortemente aristocratico, Freda si scaglia ripetutamente contro ogni egualitarismo, teorizzando il razzismo morfologico, derivazione del razzismo spirituale del maestro. Ammira il comunismo di Mao poiché scorge in esso una riproposizione delle virtù spartane, e difatti arriva a definire la propria proposta politica «comunismo aristocratico». Al di là della retorica sull'alleanza rosso-bruna, è evidente anche in questo caso come vi sia una sostanziale inconciliabilità tra l'idea di impero (aristocratico, razzista, anti-egualitario, giustificato da una presunta funzione cosmico-ordinatrice) con quella di nazione (popolare, democratica, plurale dal punto di vista razziale anche se alla ricerca di una certa omogeneità culturale al suo interno, e anti-imperialista). Ispirata alle idee di Freda, nel 1968 nasce a Roma l'organizzazione politica denominata Lotta di Popolo (la quale si rifà all'esperienza di gruppi studenteschi come Primula Goliardica e il FUAN-Caravella), che però ha vita breve, chiudendo i battenti nel 1973. A raccoglierne l'eredità è nella seconda metà del decennio Terza Posizione, tra i cui fondatori figurano due dei principali esponenti del neofascismo odierno, Gabriele Adinolfi (principale ideologo del movimento Casa Pound) e Roberto Fiore (fondatore e leader di Forza Nuova). Non casualmente l'idea di un'Europa imperiale guidata dalla Russia è oggi parte integrante, sia pure con accenti diversi, sia del programma di Casa Pound (i “ghibellini”) che di quello di Forza Nuova (i “guelfi”, per via della forte connotazione cattolico-tradizionalista).

Vi è quindi un filo comune che unisce il neo-fascismo odierno con le suggestioni nazi-maoiste, terza-posizioniste e della Jeunne Europe. Un filo comune che ritroviamo anche in quella parte della fascisteria nostrana che potremmo definire “non esplicita”, nel senso che, oltre alle categorie destra/sinistra, rifiuta esplicitamente anche l'aggettivo “fascista” (va detto peraltro che il rigetto del termine è una caratteristica che ritroviamo già nelle idee di Thiriart stesso). A costituire questo fronte c'è innanzitutto il Coordinamento Progetto Eurasia (e l'omonima rivista trimestrale), supportato da una serie di altre realtà, tra le quali spicca il quotidiano Rinascita. I concetti veicolati da queste pubblicazioni non si discostano, in quelli che sono i loro nuclei concettuali e metafisici, dalle elaborazioni del neo-fascismo rosso-bruno del dopoguerra, venendo tuttalpiù attualizzati e adattati al contesto culturale e geopolitico odierno. Vi è –questo sì– il tentativo di ottenere una maggiore legittimità politica, cercando collaborazioni con intellettuali eretici provenienti da “sinistra”, nel nome di un comune anti-imperialismo. Al centro della proposta politica figura però, come sempre, l'idea di impero europeo (o eurasiatico) da Dublino (o Lisbona) a Vladivostok, la cui funzione sarebbe di natura cosmico-ordinatrice, e le cui radici sarebbero di tipo spirituale o razziale. Il tutto avrebbe naturalmente come fondamentale presupposto il superamento dei vecchi Stati nazionali, facendo curiosamente leva in alcuni casi sulle stesse argomentazioni degli europeisti liberali: inadeguatezza alle nuove sfide geopolitiche (troppo piccoli) e alle crescenti esigenze di autonomia territoriale (troppo grandi). Tuttavia emerge qua e là anche un rifiuto dettato dalla loro natura irrimediabilmente borghese e “mercantile”. Non a caso i fondatori e principali ideologi di Eurasia sono figure di spicco degli ambienti culturali neofascisti: Claudio Mutti (ex-dirigente nazionale di Giovane Europa ed ex-membro di Lotta di Popolo), Tiberio Graziani e  Carlo Terracciano (morto nel 2005). Allievo di Freda, quest'ultimo è una figura di spicco del Fronte Sociale Nazionale di Adriano Tilgher, all'interno del quale diventa il riferimento culturale indiscusso –nonché uno dei principali esponenti– dell'ala comunitarista, che gravita intorno alla rivista "Rosso è Nero". Nel 1999 questo gruppo esce dal partito e persegue un proprio percorso politico autonomo, che da principio ricorre ampiamente alle idee-forza di nazione europea e di Eurasia, coniugandole con un eterogeneo pantheon di riferimenti culturali, nel quale molto disinvoltamente convivono Evola e Marx, Thiriart e Che Guevara. In seguito rompe improvvisamente con la prospettiva eurasiatista per sostituirla con quella di una Federazione di Stati Socialisti, mantenendo ad ogni modo forti critiche nei confronti delle cosiddette "piccole patrie". Il tutto avviene in un turbinio di sigle, riviste e siti internet che nascono e muoiono nel giro di poco tempo (Rosso è nero, Resistere!, Unione dei Comunisti Nazionalitari, Socialismo e Liberazione, Comunitarismo, Comunità e Resistenza, Comunismo e Comunità). Tra cambi di nome e strappi teorici, il gruppo procede così lungo un cammino che a tappe forzate gli permette di approdare –almeno nominalmente– al marxismo, declinato però sempre sulla base della nebulosa categoria politica di comunitarismo.

Infine c'è il filone della cultura della Nuova Destra (oggi Nuove Sintesi), che si raccoglie intorno all'intellettuale francese Alain de Benoist, e che in Italia trova diffusione attraverso le riviste Diorama e Trasgressioni, il cui animatore è il politologo Marco Tarchi: anche qui ritroviamo l'insistenza sul concetto di Impero (sebbene coniugato con concetti quali federalismo, democrazia partecipativa, multiculturalismo, decrescita) e sul superamento degli Stati nazionali. E anche qui, come altrove, si fa esplicito riferimento al politologo Carl Schmitt e alla sua distinzione tra i popoli “tellurici” (Romani, Eurasiatici) e le potenze marine o “talassocratiche” (Cartagine, Inghilterra, USA): fonti del diritto i primi, fonti della dissoluzione e dell'individualismo capitalista i secondi.

C'è quindi un sostrato comune che unisce le varie anime del neo-fascismo e del post-fascismo contemporanei. Un sostrato che affonda le sue radici nelle elaborazioni sviluppate a suo tempo da Thiriart e Freda, e che ha come riferimenti culturali i principali esponenti del pensiero tradizionale (in particolar modo Evola) e/o le elaborazioni degli autori di spicco della Konservative Revolution (Schmitt, Spengler, Jünger, ecc. ecc.). Ma soprattutto un sostrato comune che implica la centralità dell'idea di unità europea o eurasiatica (su basi imperiali o federative), giustificata da motivazioni spirituali e razziali (o, come nel caso dei "sinistri", da più "prosaiche" considerazioni geopolitiche), e al tempo stesso la necessità del superamento del concetto di nazione (a meno che non si parli di "nazione europea"). Ciononostante, da molte di queste realtà spesso si continuano ad agitare –oggi come ieri in maniera strumentale– concetti come quelli liberazione nazionale, sovranità e indipendenza. Segno che la forza dell'idea di nazione è tenuta in grande considerazione da coloro i quali si propongono di negarla nel nome di inquietanti prospettive imperiali. 

 

Imperialismo fascista contro patriottismo nazionale

 

È superfluo sottolineare che le prospettive imperiali, organicistiche e razziste che caratterizzano il fascismo in tutte le sue declinazioni ed evoluzioni storiche, sono assolutamente agli antipodi da quelle di chiunque assuma l'idea di nazione, il patriottismo e il connubio inscindibile tra liberazione nazionale e liberazione sociale quali cardini della propria proposta politico-culturale. Ciò a dispetto dell'ampio utilizzo retorico e propagandistico che in quell'area politica si fa dell'idea di patria e dei suoi simboli, utilizzo come si è visto puramente strumentale e funzionale al perseguimento di obiettivi politici volti a negare la legittimità stessa di concetti come quelli di nazione, indipendenza, sovranità.

Le ragioni sono evidenti, ma vale la pena di riassumerle sinteticamente, tenendo sempre in considerazione il fatto che in alcuni settori della sinistra variamente intesa, anche di quella comunista, vi è spesso intorno a questi temi e di chi, come "Indipendenza", li mette al centro della propria proposta, un'ostilità diffusa quanto priva di giustificazioni politiche e culturali, e che a volte finisce addirittura per sfociare in esplicite accuse di ambiguità, connivenza o infiltrazione.

Innanzitutto occorre sottolineare che la natura del concetto di nazione si fonda sull'interazione di tre fattori essenziali. Da un lato l'elemento etnico-culturale, ovvero la presenza di lingua, storia, cultura, geografia comuni, o almeno di alcuni di questi caratteri. Dall'altro l'elemento civico-politico, ovvero l'organizzazione della nazione stessa attraverso la forma-Stato, la cui finalità è quella di garantire l'uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge e regolamentare la loro partecipazione alla vita politica. Infine l'elemento soggettivo, ovvero la percezione di sé come nazione, requisito essenziale per qualsiasi processo di costruzione nazionale. La pluralità delle fonti (storico-culturali e politiche, oggettive e soggettive) all'origine dell'idea di nazione è dunque incompatibile con una sua qualsiasi giustificazione di tipo organicista, razziale o vagamente spirituale, e sostanzialmente a-storica.  

In secondo luogo il patriottismo nazionalitario si coniuga con una prospettiva realmente inter-nazionalista, imperniata sulla cooperazione tra nazioni indipendenti, non certo sullo scioglimento di esse in un organismo di natura imperiale (e dunque necessariamente imperialista). Ciò implica il netto rifiuto di qualsiasi struttura politica sovra-nazionale (europea nella fattispecie) la quale, non potendo evidentemente giustificarsi sulla base di una comune identità storica, linguistica e culturale (che non esiste, nonostante il martellamento della propaganda europeista), deve per forza di cose fondarsi o sul mistificato concetto di Occidente (è il caso dell'Unione Europea), oppure su vaghe e nebulose radici comuni di origine spirituale o razziale (l'Europa sognata dai neofascisti di tutte le tendenze). Rifiutare l'estinzione degli Stati nazionali indipendenti a beneficio di organismi politici continentali non suppone peraltro nessuna tentazione isolazionista. Significa semplicemente guardare alla libera cooperazione tra Stati sovrani come allo strumento cardine su cui strutturare i rapporti internazionali, a partire da una visione realistica e pragmatica della storia, alla base della quale vi è il rifiuto di una qualsiasi prospettiva salvifica di "Ordine Mondiale", di qualunque segno e contenuto.

Infine il patriottismo nazionalitario trova la sua ragion d'essere nella convinzione che non c'è e non ci può essere vera indipendenza e sovranità all'interno del capitalismo. In questo senso la distinzione –tipica del neofascismo– tra il capitalismo buono (produttivo) e quello cattivo (finanziario), tra i “produttori” e i “mercanti”, appare quantomai pretestuosa e funzionale solamente alla contrapposizione inter-imperialistica tra l'Europa (o l'Eurasia) e USA, tra la potenza “tellurica” e quella “talassocratica”, tra i guerrieri e i mercanti, ecc. ecc. In altre parole al perseguimento di una logica di potenza che, con il cambiamento in senso comunistico e anti-imperialistico dei rapporti economici, sociali e culturali, non ha nulla a che vedere.

Contro ogni tentativo di strumentalizzazione dell'idea di nazione da parte dell'area neo-fascista, contro la superficialità con cui larghi spezzoni del movimento antagonista liquidano sbrigativamente questo concetto, è dunque ancora una volta necessario riaffermare con forza la centralità del legame inscindibile tra liberazione nazionale e liberazione sociale. Centralità nella quale può essere riassunto il pensiero nazionalitario, e che è tra l'altro corroborata dalla storia stessa del socialismo, dal momento che ha storicamente costituito la premessa irrinunciabile e l'elemento cardine di qualsiasi applicazione pratica dello stesso.

 

Dario Romeo

("Indipendenza", n. 28)