DOVE VA IL "TERZO SETTORE"
La ristrutturazione dellorganizzazione del lavoro secondo quello
che è ormai noto come modello post-fordista, è lespressione di una serie di
tendenze manifestate dal mercato negli ultimi venti anni.
La prima è certamente quella di una globalizzazione del mercato stesso, veicolata dalle
nuove tecnologie, in particolare dalla rivoluzione informatica frutto della
digitalizzazione dellinformazione. Informatica che è allo stesso tempo mezzo di
produzione ma anche bene di consumo e medium creativo.
Tale totale apertura del terreno di scontro economico tra le imprese, oltre ad aver
favorito la delocalizzazione del capitale e quindi del potere reale, ha aumentato in
maniera esponenziale la pressione competitiva fra le aziende abbastanza forti da essere
capaci di adeguarsi a questa situazione di esasperata concorrenza su scala transnazionale.
Una pressione favorita dalladesione della quasi totalità dei paesi occidentali e di
molti di quelli definiti "in via di sviluppo" (o più realisticamente "in
via di sfruttamento") ad una serie di trattati internazionali -Gatt (oggi Wto),
Nafta ed altri- tendenti ad eliminare ogni forma di vincolo alla circolazione delle merci
e dei capitali (ma non delle persone).
Allinterno di tale quadro, il lavoro ha perso la sua funzione di veicolo di
allargamento del mercato trasformandosi, in un panorama globalizzato e con una spiccata
tendenza alla stagnazione, in un semplice costo che, in unottica concorrenziale,
deve essere ridotto. Operando, di conseguenza, la rottura di quel "patto
sociale" mediante il quale veniva ridistribuita, attraverso loccupazione, i
salari e i servizi, una parte degli enormi profitti accumulati dalle imprese.
Il capitale non solo non è più disposto ad investire in "aggregazione
sociale", ma al contrario, forte della debolezza e della disgregazione della sua
controparte "storica" (classe operaia, sindacati) distrugge, o cerca di
farlo, i due punti fermi di tale patto: occupazione e welfare-state. Entrambi son visti
infatti come pure perdite, che diminuiscono pericolosamente la concorrenzialità e
sottraggono risorse allaccumulazione capitalistica finalizzata alla guerra
commerciale globale.
Lorganizzazione della produzione secondo il paradigma post-fordista comporta -è
oramai un fatto- che una sua ripresa (cui dichiarano costantemente di puntare i governi
dei paesi euro-occidentali, dopo la recessione che ha caratterizzato il passato
quinquennio) si accompagna ad una costante riduzione dei posti di lavoro.
Nella sola Italia, tra il 1980 e il 1984, nel settore industriale loccupazione è
diminuita di un milione e 400mila addetti, pari a quasi un quarto della forza totale. La
condizione di non lavoro è oltretutto affiancata da una serie di nuove figure (lavoro
autonomo eterodiretto, precariato strutturato, working poors, nuovi schiavi)
caratterizzate, oltre che dal fatto di riguardare soprattutto le donne, da una
radicalizzazione della frequenza e dellintensità dello sfruttamento. Aumento della
quantità di lavoro erogato a parità di salario, condizioni di sicurezza sempre più
precarie1, estrema flessibilità degli orari, sempre meno attenti controlli di
legalità, caratterizzano tale "area grigia", a metà strada fra
disoccupazione e pieno impiego.
Lintroduzione delle nuove tecnologie nei cicli produttivi delle imprese non si è
limitata, oltretutto, a distruggere occupazione nellambito delle attività
industriali ma -nonostante quanto si fosse sostenuto erroneamente in passato- sempre di
più anche nel campo dei servizi (banche, telecomunicazioni, ecc.). Di fatto essa cresce
esclusivamente nei paesi di nuova industrializzazione, ed in virtù delle scarse, quando
non inesistenti, garanzie fornite ai lavoratori, che ovviamente, permettendo standard
sociali e di sicurezza sempre più bassi, consentono alle imprese un abbattimento drastico
dei costi di produzione. Una delocalizzazione che, paradossalmente, impone alle periferie
una rigida organizzazione fordista e pre-fordista, a base di sub-appalti, laboratori di
sottosalariati e lavoro nero minorile.
Come contraltare di ciò stiamo assistendo, nei paesi industrializzati, al tentativo di
dissoluzione dello stato sociale, ritenuto da governanti di "destra" e di
"sinistra" non più compatibile con i parametri di gestione di una
moderna struttura statale capitalista. Con le parole del segretario generale della
Conferenza delle Nazioni Unite sul Commercio e lo Sviluppo (UNCTAD): «La
mondializzazione crescente delleconomia e il progredire della liberalizzazione del
commercio costringeranno sempre più imprese di tutti i paesi ad adattare le proprie
strutture di produzione e di scambio, per tener dietro allevoluzione delle capacità
concorrenziali. I governi dei paesi sviluppati possono facilitare questo aggiustamento
strutturale creando un ambiente macroeconomico favorevole».
In questa progressiva lacerazione delle garanzie delle classi sociali meno abbienti, che
sembra essere ancora capace di provocare sussulti classisti in Italia come in Francia, in
Spagna come in Germania, si situa il cosiddetto "terzo settore" o settore
"non-profit". Al suo interno vengono generalmente comprese realtà
associative estremamente eterogenee, caratterizzate unicamente dallassenza,
nellesercizio dellattività, dello scopo di lucro. Le finalità non-profit non
sono peraltro garantite esclusivamente dai princìpi statutari, ma piuttosto da una serie
di caratteristiche, quali ad esempio i rapporti politico-amministrativi con i soci
fondatori e la qualità di quelli con le strutture pubbliche del settore in cui
lorganizzazione opera.
Il termine non-profit deriva direttamente dallesperienza degli USA, dove da tempo
lintervento statale diretto nella gestione del welfare è marginale, e il non-profit
stesso rappresenta una reale alternativa a tale intervento. Parlando di terzo settore,
terzo sistema o di economia sociale è più esplicito, invece, il riferimento al quadro
europeo, dove un ruolo forte dello Stato nel comparto assistenziale connota con
lidea di una finalità sociale il lavoro delle associazioni non-profit.
Negli USA le realtà organizzate senza finalità di lucro sono circa due milioni,
fatturano annualmente 500 miliardi di dollari, con otto milioni di occupati (il 6,8% di
quelli complessivi) senza contare i volontari, rappresentando circa il 5% del Prodotto
Nazionale Lordo. Sono impegnate in particolar modo nei settori della sanità,
dellistruzione e dei servizi sociali. Attualmente si tratta di unoccupazione
pari a quella dellindustria metalmeccanica ed elettronica, nonostante le riduzioni
della spesa governativa e i drastici tagli operati dalle amministrazioni repubblicane (ma
con Clinton anche democratiche) ai programmi sociali e culturali abbiano fortemente
ridotto il supporto finanziario statale a questo settore.
In base ad unindagine dellIRS di Milano le attività riferibili al terzo
settore rappresentano nel nostro paese l1,8% del Prodotto Interno Lordo, con 418mila
occupati (nel 91), corrispondenti agli addetti del credito e delle assicurazioni. Ad
essi si aggiungono i 303mila volontari organizzati in 16.500 associazioni che, secondo la
Fondazione per il Volontariato (promossa dal Banco di Roma), forniscono allo Stato il
corrispettivo annuo di 1300 miliardi in ore lavorative. I servizi sociali occupano il 33%
degli addetti, leducazione e la ricerca il 28%, la sanità il 14%, mentre le
attività culturali e ricreative impegnano solo il 6% dei salariati ma il 30% dei
volontari.
In Italia i finanziamenti delle associazioni non-profit vengono per metà dal settore
pubblico (soprattutto sotto forma di contratti e convenzioni), per quasi un terzo dalla
vendita di beni e servizi. Per le iniziative di volontariato la percentuale di
finanziamenti coperta dai privati non supera il 4%, contro una media europea che è di
almeno il 10%. Nonostante ciò le persone che in Italia decidono di aderire ad
unassociazione continuano a crescere (sono arrivati attualmente alla cifra di 10
milioni), mentre al contrario non sembra arrestarsi lemorragia di adesioni a partiti
politici e sindacati. Un compartimento a parte è rappresentato dalle cooperative sociali,
quelle cioè con la maggioranza dei soci appartenenti a categorie svantaggiate. Solo
nellEmilia-Romagna sono 188, con un fatturato che nel 1994 ammontava a 350 miliardi.
Complessivamente questi dati indicano quindi un settore in grande sviluppo, la cui
crescita negli ultimi anni è stata da due a cinque volte più rapida rispetto a quella
dellintera economia nazionale, peraltro ancora in fase di crisi. Una fetta di "non-mercato"
che affonda le radici della sua nascita negli anni 80, quelli del rampantismo e del
craxismo dilaganti, durante i quali, come possibile reazione, si sono consolidate le
variegate esperienze di associazionismo, volontariato e cooperazione sociale che hanno
fatto da struttura portante alla crescita del terzo settore nel nostro paese.
Cè un primo, importante dato su cui sicuramente bisogna riflettere nel momento in
cui si considera la potenziale valenza politica dellassociazionismo non-profit, ed
è linteresse mostrato per esso dalla destra, nelle sue varie componenti. Da Reagan,
che elogiava volontariato ed iniziative autogestite, in quanto gli consentivano di
tagliare fondi destinati altrimenti alla spesa sociale, ad Alleanza Nazionale, che nelle
tesi del suo congresso di fondazione dedica attenzione al settore. Alla base di ciò
cè sicuramente la tendenza para-ideologica per far passare lequazione
servizio pubblico uguale inefficienza, ma anche dalla destra liberista moderata (quella di
Dini e Ciampi), il non-profit è considerato perfettamente assimilabile ad un modello di
economia che tenda a ridurre al minimo lassistenzialismo statale. Fra gli espliciti
obiettivi della Confindustria vi sono, ad esempio, la sua integrazione subalterna
allinterno del meccanismo generale di riproduzione del sistema di mercato, sia
attraverso una promozione del modello di impresa capitalista come prototipo di possibile
organizzazione del settore, sia attraverso luso del non-profit come strumento di
segmentazione e precarizzazione del lavoro. Non deve perciò stupire che
lUniversità Bocconi di Milano abbia già istituito specializzazioni in "managing
del volontariato", e che a Bologna, nellautunno del 97, partirà il
primo corso di laurea per manager esperti nella gestione di enti non-profit.
Daltronde già oggi, per la raccolta di fondi, il found raising, molte
organizzazioni senza finalità di lucro ricorrono a società specializzate, il cui scopo
di lucro è invece evidente. Alla luce di ciò è perciò del tutto concreto il rischio
che queste associazioni finiscano col trasformarsi in agenzie per il reclutamento di forza
lavoro, post-fordista, flessibile, precaria e defiscalizzata, comodi paraventi per
lintroduzione de facto del lavoro interinale.
Il terzo settore in questa ottica potrebbe essere oltretutto utilizzato per assorbire
lavoratori in esubero, fungendo quindi da valvola di sfogo dei conflitti sociali. Basta
osservare la realtà delle cooperative, oramai in Italia quasi tutte assimilate alla forma
societaria caratteristica delle imprese, per capire che si tratta di un meccanismo già
avviato. Un meccanismo il cui punto di partenza, nel caso specifico, può essere
individuato nellapprovazione di normative che concedono alle cooperative stesse la
possibilità di procedere allassunzione di lavoratori subordinati, nonché la
differenziazione del peso del voto sociale in correlazione col capitale posseduto.
In prospettiva, quindi, il settore non-profit permetterebbe il trasferimento
nellambito del mercato, per sociale esso possa essere considerato, di un cospicuo
numero di funzioni canonicamente attribuite allo Stato. Sancendo in qualche modo, inoltre,
lindispensabilità di organizzazioni che si occupino di supplire alla carenza dello
Stato stesso nei confronti delle fasce deboli e diseredate della popolazione, colpite per
prime dal disfacimento del welfare. E dando perciò per scontata, nella nostra
organizzazione societaria, linevitabilità attuale e futura della loro presenza.
Se questi sono i progetti della destra rispetto al terzo settore, è evidente che esso,
nella sua complessità e ricchezza, non può certo essere visto solo in questottica
utilitaristica, mostrando indubbie potenzialità in un contesto di radicale antagonismo
alle soffocanti leggi del "Dio mercato".
In particolare il fenomeno, come abbiamo visto in grande espansione, del volontariato può
essere considerato come una reazione forte del corpo sociale, che non accetta la
progressiva trasformazione del lavoro, delle attività umane, in semplice variabile
dipendente della dialettica concorrenziale. Ed è la costante controprova che una risposta
efficiente alla domanda di servizi sociali non deve essere necessariamente caratterizzata
dalle finalità di guadagno, riuscendo infatti non solo a fornire tale risposta a bisogni
insoddisfatti, ma affrontando allo stesso tempo il problema dellesclusione sociale
mediante la mobilitazione di risorse umane2 e materiali.
Le associazioni senza finalità di lucro sono in effetti già diventate, in molti casi,
una realtà perfettamente operante e dalle grosse prospettive occupazionali e di sviluppo
rispetto ad una serie di tematiche di notevole importanza, quali il ripristino di livelli
di assistenza accettabili, la produzione di servizi e beni "di nicchia",
solitamente ignorati sia dallo Stato che dal mercato, il credito "solidale"
e gli investimenti in attività bancarie sociali3.
Esse vanno ad operare in unarea, quella appunto del sociale, da cui Stato e mercato
tendono a ritrarsi, riuscendo in tal modo a generare relazioni economiche che si possono
definire "liberate" dalla forma merce, e che producono socialità
mediante lagire comune. Una dinamica ben più interessante rispetto allipotesi
di un mero finanziamento statale ai lavori socialmente utili proposta dalla sinistra
virtuale targata PDS.
Va peraltro detto che quando il terzo settore ha mostrato una scarsa integrazione rispetto
agli interventi statali si è notato non solo un calo della qualità dei servizi offerti
allutenza -che magari ha visto la sua assistenza frammentata fra realtà
contrapposte- ma anche lemergere di anomalie ideologiche e ambigue presenze
carismatiche, ben rappresentate dallo scomparso guru di S. Patrignano, Vincenzo Muccioli.
Dice Nuccio Jovene, coordinatore del Forum del Terzo Settore, a proposito di tale
integrazione: «Non uno Stato più "debole", ma una nuova concezione del
"pubblico" che non sia solamente coincidente con la pubblica amministrazione e
che riconosca il ruolo pubblico delle finalità sociali che il terzo settore esprime».
Se si considerano i rapporti sociali un ambito privilegiato allinterno del quale
ridare fiato alle forze che costruiscono antagonismo e identità sociale è indubbio che
il mondo del lavoro non-profit rappresenta un interessante laboratorio di sperimentazione.
Che il suo potenziamento possa costituire una reale alternativa ai modi di produzione
capitalista è la tesi sostenuta da studiosi quali Jeremy Rifkin e Marco Revelli.
Questultimo lha lungamente dibattuta sulle pagine de "il
Manifesto", proponendo anche la tassazione delle imprese profit come fonte di
finanziamento del terzo settore.
Peraltro lo stesso governo Dini, con un Ddl, aveva previsto lesclusione
dallimposizione sul reddito non solo dei proventi delle attività commerciali
conformi agli scopi statutari delle organizzazioni non-profit, ma anche dei profitti di
quelle che sono semplici strumenti di funzionamento di tali attività. Unidea che
era poco piaciuta alle associazioni imprenditoriali, che paradossalmente intravedevano in
essa una sorta di "concorrenza sleale" 4.
Revelli punta la sua attenzione anche sullimportanza della riduzione
dellorario di lavoro a venti ore settimanali. Una proposta concreta dalla doppia
valenza, quella di redistribuzione dei guadagni che laumento della produttività
legata alle nuove tecnologie ha consentito alle imprese, e quella "liberatoria"
rispetto allantica ma sempre attuale schiavitù del lavoro salariato. Come a ragione
sostiene leconomista Carla Ravaioli: «tagliare i tempi di lavoro, sottrarre al
mercato quanto più possibile di vita umana deve essere lasse portante di una
strategia anti-capitale».
Al di là di alcuni troppo facili entusiasmi, appare comunque chiaro che il settore
non-profit può svolgere un ruolo importante, in tale strategia. Se il socialismo rimane
la solidarietà praticata e assunta a modello economico, le associazioni senza fine di
lucro che rifiutino lassimilazione ai modelli organizzativi imprenditoriali possono
realmente rappresentare delle "isole" di sperimentazione di nuovi
rapporti socio-economici che rivendichino alterità rispetto agli alienanti diktat
dell"impero delle merci", resi più feroci dalla trasformazione
post-fordista. Con un servizio pubblico che si limiti a svolgere funzioni di orientamento,
di controllo e di tutela nei confronti di un terzo settore che esprima al contrario
innovazione, spunti critici e solidarietà reale.
1) In Italia avvengono ogni anno 1 milione di incidenti sul lavoro, con più di 1.000 morti.
2) Nel suo libro bianco, Jacques Delors sosteneva che un quarto della nuova occupazione in Europa potrebbe venire dal terzo settore.
3) Anche nel nostro paese si è assistito alla nascita di una banca etica, sul modello delle banche alternative già presenti nel resto dellEuropa e sullonda dellesperienza delle MAG in Italia. Le MAG, operando come finanziarie, raccolgono circa 20 miliardi di risparmi e sono state il volano principale per la crescita e la diffusione nel nostro paese del "commercio equo e solidale" e delle oltre 150 "botteghe terzo mondo" ad esso collegate.
4) Nella legge delega sul terzo settore, che il governo Prodi
collegherà alla finanziaria, la detassazione totale riguarderà solamente la produzione o
scambio di beni e servizi che servano alla "diretta attuazione degli scopi
istituzionali o in diretta connessione con gli stessi" delle Onlus, le
associazioni non lucrative di utilità sociale.