COSTRUIRE LA RESISTENZA, PROGETTARE LA LIBERAZIONE: ALCUNI NODI
- antiimperialismo e questioni nazionalitarie
(anche) negli Stati a capitalismo avanzato -
Preliminarmente alle riflessioni che seguono, merita riportare la dichiarazione
che il movimento di resistenza libanese Hezbollah ha diffuso, solidarizzando
con i parenti delle vittime negli Stati Uniti: "Ci dispiace per gli innocenti
che vengono uccisi in qualunque parte del mondo. Il nostro popolo libanese,
che ha conosciuto i massacri sionisti a Qana e altri massacri che il governo
americano ha rifiutato di condannare al Consiglio di Sicurezza dell'ONU, sente
più di chiunque altro il dolore di chi ha perso i propri cari".
Un messaggio, per chi lo sa leggere con attenzione, che esprime, in sintesi,
quella dignità umana e politica che, da tempo, e per l'impatto massmediatico
di questi giorni, non vanno assolutamente per la maggiore.
Gli attacchi suicidi contro obiettivi finanziari e militari negli States stanno
producendo due effetti: 1. una straordinaria riaffermazione egemonica degli
Stati Uniti, che pretendono ed ottengono un riconoscimento mondiale di leadership,
mai così platealmente visto, da parte di classi dominanti, particolarmente
europee, servili ed assolutamente subalterne; 2. una rincorsa frenetica dei
vassalli, valvassori e valvassini, cioè il codazzo gerarchizzato degli
Stati subalterni con annessa grancassa massmediatica internazionale di riferimento
(cosiddetta pubblica e privata), in (quasi) competizione per chi omaggia e si
prostra di più all'imperialismo dominante, giù giù sino
allo 'spaesamento' di non pochi organismi sedicenti rivoluzionari, antagonisti,
eccetera, che intimiditi balbettano, annaspano, confessano (esplicitamente o
implicitamente) il loro disagio d'intervento politico.
A tutt'oggi, nonostante non sia giunta alcuna rivendicazione di alcuno Stato
su quanto accaduto, il giudice e gendarme del mondo ha già emesso la
sua sentenza di morte e distruzione. Con la scusa del terrorismo e come se non
lo praticassero essi stessi da tempo, gli USA puntano a colpire Stati non (o
non del tutto) allineati alle proprie posizioni, a normalizzare ed occupare
aree in posizione strategica in vista di possibili e ben più complessi
scontri futuri contro "nemici" più seri ed attrezzati. Gli
Stati Uniti, alcuni anni fa, hanno conosciuto attentati simili. Ad Oklahoma
City un palazzo dell'FBI saltò in aria provocando centinaia di morti.
Un'organizzazione di estrema destra, radicata negli USA stessi, particolarmente
in uno dei suoi Stati, intendeva così colpire il centralismo federale
statunitense giudicato oppressivo. Come mai, in nome della lotta al terrorismo,
non si è deciso di attaccare e bombardare quello Stato dove risiede(va)
quell'organizzazione di estrema destra? Ovviamente non auspichiamo bombardamenti
su nessuno. Rileviamo come, in presenza di casi simili, questa diversità
di approccio sia solo strumentale e sintomo di precisi interessi.
Chi si batte per una trasformazione radicale degli assetti sociali dominanti,
ed ha come proprio orizzonte ideale e di senso esistenziale una prospettiva
di liberazione individuale e collettiva, non può ovviamente restare insensibile
per le sofferenze umane in ogni dove del pianeta e per le modalità di
certi atti. Ma qui si è innescato qualcosa di diverso ed il nostro cervello
non intendiamo portarlo all'ammasso. Quel che indigna è l'indifferenza
per i morti che l'imperialismo USA ha disseminato per il pianeta. Quel che lascia
sconcertati sono i fiumi di retorica e di ipocrisia, come se quel che è
avvenuto sia frutto dell'assurdo, dell'inspiegabile. I tragici fatti di New
York e del Pentagono non sono frutto della follia, ma probabilmente, dandola
cioè per buona in assenza di elementi certi, della disperazione e della
vendetta messa in atto da un qualche gruppo del radicalismo islamico. Lo ripetiamo:
assumiamo solo come ipotesi la possibilità di questa matrice, per essere
più netti e chiari nel ragionamento e nella posizione che assumiamo.
Non ci stupiremmo, infatti, se dovesse risultare che si è trattato dell'ennesima
operazione con regia o 'avallo' CIA, la cui maestria nel costruire o nel 'consentire'
operazioni sporche anche di una certa "raffinatezza" è nella
storia e nell'oggi. Si tratterebbe di una "verità" di cui,
forse, saremo a conoscenza tra cinquant'anni. Intanto, a trarre benefici da
questi atti, questo ci pare evidente, sono gli USA stessi ed il suo alleato
strategico regionale che è Israele.
Nell'ipotesi di una 'autonoma' o 'consentita' azione di un qualche gruppo del
radicalismo islamico, chi ha colpito le due Torri ed il Pentagono, dirottando
aerei e trasformandosi in kamikaze, avrebbe inteso colpire dei simboli finanziari
e militari dell'imperialismo statunitense. Facendolo non si è preoccupato
di uccidere se stesso e delle persone qualunque e, forse, si sarà anche
compiaciuto di colpire sia chi era attivo in alcuni dei centri più significativi
della speculazione finanziaria negli States, sia chi lavorava negli uffici del
Pentagono che notoriamente attiva e coordina le guerre (ad alta, media e bassa
intensità) di aggressione USA in giro per il mondo. Si saranno compiaciuti
di colpire quel "capitale umano" (espressione non nostra, ma di commentatori
televisivi!) la cui perdita è stata lamentata più grave di quella
infrastrutturale perché, per rimpiazzarla, ci vorrà tempo.
Come non vedere, allora, in questa operazione speculativa imperialista sui morti,
che fanno più notizia i morti "americani" (e poi tutti gli
altri...) mentre è da decenni calato il sipario sui morti (solo "civili",
per carità, per restare a questa categoria ora tanto in voga dall'ideologia
dominante
) ammazzati in Iraq, in Jugoslavia, in Kurdistan, in Palestina
e via elencando nel tempo e nello spazio? Ora, se gli USA, l'unico Stato che
esercita in pieno le proprie funzioni di Stato, l'unico a muoversi "liberamente"
in termini imperialistici sul pianeta (perlomeno in questa fase), se questo
imperialismo, il più spietato che si sia visto sulla faccia della terra,
impone lutto ed esecrazione (e non solo...) per le proprie convenienze, e, per
le stesse ragioni, cioè le proprie convenienze, impone indifferenza e
normalità alle morti, alle stragi, ai genocidi che direttamente o tramite
suoi alleati-subalterni (Israele e Turchia, ad esempio) provoca altrove, è
evidente che si tratta di un gioco sporco, oltre che di un neanche tanto velato
"razzismo umanitario" che non si possono accettare. Giacché
la nostra coscienza non si accende ad intermittenza, cioè a comando diretto
o indotto, giacché esprimere solidarietà ed esecrazione è
oggi, in questa situazione, una scelta politica ipocrita ed indotta dal "politicamente
corretto", giacché si chiede questo per "avere l'anima",
ebbene, noi riteniamo che allora non si debba concedere niente. E diciamo, sempre
nel quadro della suddetta ipotesi: quei morti sono vostri morti. Vostri perché
prodotto della vostra arroganza imperiale, vostri perché l'odio che da
decenni seminate nel mondo vi sta tornando in casa, vostri perché quegli
uomini bomba che si scagliano in casa vostra non hanno altro che la disperazione
e l'odio che voi avete sparso e nutrito, con la morte e l'oppressione, in ogni
dove e da molto tempo, direttamente, o tramite vostri alleati 'tattici' e 'strategici'.
Quei kamikaze sono un vostro prodotto, "cosa vostra". Voi, da decenni,
praticate con disinvoltura e senza scrupolo il massacro fisico e civile, culturale
e psichico, anche di intere popolazioni. Ora con clamore, ora discretamente.
Le vostre "bombe intelligenti", i vostri "effetti collaterali"
(scuole, ospedali, treni, abitazioni
) comunque giustificati per rovesciare
il "cattivo" di turno (deciso esclusivamente da voi, governi -di destra
e di sinistra- degli Stati Uniti) sono solo la parziale espressione del vostro
dominio. A quei kamikaze, a quel vostro prodotto, un minimo di riconoscimento
glielo dovete. Non hanno fatto saltare le vostre scuole, i vostri ospedali,
i vostri treni, le vostre abitazioni, come fate voi in casa degli altri, non
hanno reso radioattivo il vostro territorio, come fate voi in casa degli altri,
ma si sono limitati a colpire le vostre istituzioni di oppressione imperialista,
finanziarie e militari. Tutto questo è per noi orribile ed indigna le
nostre coscienze. Non perché ci stiano a cuore quelle vostre istituzioni
o perché noi si stimi coloro che ci lavorano, sulla cui "innocente"
consapevolezza od inconsapevolezza di quel che fanno, a prescindere dalle bombe
e quant'altro, bisognerebbe pur discutere. Inorridiamo del mondo che da tempo
ci imponete, inorridiamo del fatto che degli uomini debbano uccidere sé
ed altri per conquistarsi dignità e libertà effettive, inorridiamo
perché (poco importa quanti) avete spinto dell'umanità di questo
pianeta a gioire per le strade o nel segreto della propria coscienza, a sentirsi
forse più vigliacca di quei kamikaze. Inorridiamo perché non ci
stupiremmo di ritrovare qualche vostro apparato 'riservato' dietro queste stragi.
Da qui nasce la nostra rabbia, la nostra indignazione, la nostra comprensione
per chi soffre. Il nostro impegno, oggi come ieri, a contrastare la barbarie
che da tempo state producendo. A tal fine, pacatamente, sinteticamente, parzialmente
apriamo un ragionamento, rivolto principalmente al pluriverso di organismi ed
individualità che si ritengono anti-sistemici (cioè anticapitalisti
ed antimperialisti) o anche solo parzialmente critici, per attrezzarsi al meglio
(innanzitutto culturalmente e teoricamente) nello scenario nazionale e mondiale
che si preannunciano ancora più pesanti e soffocanti di quel che già
sono.
Lungi quindi da espressioni roboanti che abbiamo sentito (tipo "niente
sarà più come prima") importa fissare quelli che, secondo
noi, sono dei punti fermi per orientarsi nella apparentemente confusa situazione
attuale. Portiamo il nostro contributo filtrandolo attraverso l'analisi critica
delle caratterizzazioni dominanti nel movimento antiglobalizzazione. Gli scenari
di guerra e l'imperialismo USA sono ancora una volta, ed in modo ancor più
evidente, un banco di prova formidabile (della serie: globalizzazione o imperialismo?).
Dopo l'implosione dell'URSS, prima la guerra contro l'Irak, poi l'aggressione
ad ondate nei Balcani e adesso la reazione che si preannuncia al "bombardamento"
su New York e Pentagono stanno sancendo la supremazia indiscussa degli USA.
Come non vederlo? Analisi teorica e (conseguente ed intelligente) intervento
attivo ("teoria e prassi", direbbero gli 'anziani') non vanno disgiunti
se si vuol dare una direzione di senso al proprio agire.
È importante capire che non si tratta di ozioso lavoro concettuale ed
intellettuale, mentre adesso importerebbe discutere dello striscione di testa
del corteo prossimo venturo. Il "come si opera" è frutto di
orientamenti, di analisi politica (sommaria o approfondita che sia) cui, consapevolmente
o inconsapevolmente, si aderisce.
Entriamo nel merito. Sono tre i filoni politico/culturali, sostanzialmente interagenti
e comunicanti tra loro, che vanno per la maggiore nell'area anti-sistemica,
con tesi che riteniamo basate su presupposti infondati e quindi fuorvianti.
Primo filone. I fautori dell'"Impero senza Imperialismo", un "Impero"
pullulante di "transnazionali" diffuse in ogni dove ed in conflitto
tra loro, cui contrapporre un "soggetto" contestativo e disobbediente,
globale e con/fuso. Antonio Negri detto Tony è il più noto teorizzatore
di queste tesi cui si richiamano settori consistenti del movimento "no-global".
Non esisterebbe più imperialismo, quello statunitense dominante in questa
fase non si sa bene cosa sia, la NATO sarebbe il braccio armato delle transnazionali
che vengono viste come il "vero nemico". Gli Stati, in via di irreversibile
declino, non conterebbero più niente e starebbero per uscire dalla Storia
lasciando spazio a quest'entità iperuranica e metagalattica dell'"Impero"
senza uno Stato di riferimento. Secondo filone. I fautori del riformismo interno
al capitalismo (da Rifondazione a Le Monde Diplomatique, passando per settori
di movimentismo sociale e 'cattolico', ecc.): modello cosiddetto keynesiano
con proiezioni sovra-statuali i cui punti 'di forza' sono la Tobin Tax, cioè
la tassazione sulle transazioni del capitale "cattivo" (quello speculativo/finanziario),
che per essere attuabile richiede un'autorità mondiale così legittimata,
ed il governo mondiale dell'ONU, etereo e paradisiaco luogo dell'armonia e della
fratellanza universali. Terzo filone. Terzomondismo elemosiniero verso i "poveri"
dei Sud del pianeta (riduzione/annullamento del debito, scolarizzazione -capitalistica?-
da Nord a Sud, lotta all'AIDS, ecc.). Questi tre filoni principali sono tra
loro molto più simili e comunicanti, diremmo anche complementari, di
quel che una lettura superficiale delle polemiche 'interne' su questo o quell'aspetto
potrebbe far ritenere. Questi filoni o ignorano o non si pongono il nodo del
modo della produzione della ricchezza, cioè a dire della struttura dei
rapporti sociali che fondano il modo di produzione capitalistico. L'esito è
duplice: o si rifluisce in un ribellismo movimentistico fine a se stesso, o
si finisce con l'accodarsi (consapevolmente o inconsapevolmente) come satellitare
truppa di complemento, anche rumorosa e violenta, di Rifondazione, che si inscrive
a sua volta, con il suo neokeynesismo, nell'orbita gravitazionale del neoliberismo
del centro-sinistra, che è, in ultima istanza, una frazione non omogenea
di rappresentanza degli interessi strategici del blocco economico/finanziario
dominante. Ciò che è fuori da questo quadro, è larghissima
minoranza rispetto alla stessa minoranza gravitazionale. Quei tre filoni, ma
anche parte della suddetta larghissima minoranza, piaccia o non piaccia, sono
la cassa di risonanza di un pauroso vuoto di comprensione sulle effettive dinamiche
di funzionamento del sistema, denotano l'assenza di ogni credibile prospettiva
progettuale anche di fase, producono quel disorientamento e annaspare a lume
di naso (evidente da Seattle ad oggi, al di là delle potenzialità
e le positività di mobilitazione emerse) che si ripropongono anche adesso,
in relazione agli attuali eventi negli Stati Uniti. Aggiungiamo che questo è
in gran parte riflesso del mancato, a tutt'oggi, bilancio teorico sull'esito
fallimentare del comunismo, più decisivo e significativo del suo pur
importante bilancio storico (legittimo ed in grandissima parte -non totalmente-
positivo: antifascismo, decolonizzazione, sostegno a movimenti di liberazione
nazionale anche nei paesi a capitalismo avanzato, pressione sui paesi capitalisti
a concedere misure cosiddette keynesiane da "stato sociale", ecc.).
Bilancio per ora limitato al confronto di confraternite ed intellettualità,
ignorate, oppure guardate con sospetto o con benevolenza, un po' come si fa
per le specie in via di estinzione. Eppure si tratta di questioni ineludibili
perché trattasi (il "comunismo storico novecentesco") dell'unico
serio tentativo (fallito e contraddittorio) di superamento del capitalismo.
Nodi teorici, insomma, la cui elusione o evasione conferisce garanzia di lunga
vita ai modi di produzione capitalistici, alle società che conforma,
all'imperialismo che attualmente li sovrintende. Ragioni di spazio ci impongono
solo una parziale messa a fuoco dei punti più essenziali e di superficie
dei tre suddetti filoni, rinviando al tempo, alla pazienza e all'interesse di
chi ci legge l'affrontare più ampiamente le questioni su indicate. Per
gli impazienti, interessati ad agili e scorrevoli immersioni catacombali in
una produzione letteraria già esistente, basta contattarci e daremo delle
indicazioni.
Poniamo adesso (solo) 4 nodi, sui quali sarebbe importante che individualità
e collettività, da sé e nel proprio circondario, attivassero una
riflessione:
1) regna un equivoco di fondo nell'assunzione acritica del concetto ideologico/massmediatico
di "globalizzazione", attivato non casualmente "dall'alto"
perché più innocuo, evasivo ed etereo, dell'ancor attuale e più
descrittivo concetto di "imperialismo". Concetto che va senz'altro
rilanciato, riprendendo le cinque caratterizzazioni che ne dava Lenin e ridefinendole
(come qualcuno ha già iniziato a fare) alla luce del (quasi) secolo che
è passato dalla loro teorizzazione. Comunque la rimozione del concetto
di "imperialismo", tendenzialmente generalizzata, per il più
rassicurante e imperativo concetto (imperialistico) di globalizzazione determina
tre conseguenze: a) nonostante l'uso del prefisso "anti", come dimostrabile
in innumerevoli esempi 'pratici', è implicita l'accettazione del terreno
culturale imposto dall'ideologia dominante la cui critica, infatti, verte pressochè
esclusivamente sulla questione redistributiva delle ricchezze; b) smaterializzando
l'imperialismo in globalizzazione si finisce con il prendere abbagli colossali
sia sulla natura delle conflittualità nazionali e delle aggressioni imperialiste
nello scenario internazionale, sia sull'alterità conflittuale dei diversi
e plurali interessi di classe tra dominanti/dominati e intercorrenti al loro
stesso interno; c) si ignorano o si misconoscono le pluralità e le valenze
delle questioni nazionali nel loro effettivo radicalismo di liberazione, che
sono la negazione di tutti gli imperialismi, di tutti i colonialismi, di tutti
i razzismi. La questione dell'indipendenza nazionale, delle (inter-)indipendenze
nazionali, è il terreno prioritario dell'accumulazione di forze ed intelligenze
per una possibile e necessaria insorgenza e resistenza antimperialista. Questa
terza conseguenza è la più importante e si porta appresso le altre
due. Stato e nazione sono concetti "vivi" e diversi, e la strumentalizzazione
imperialista di talune questioni nazionali, per il tramite di formazioni sedicenti
di liberazione nazionale, deve essere denunciata e contrastata sullo stesso
terreno nazionalitario e, quindi, antimperialistico. Senza indipendenza nazionale
c'è la dipendenza coloniale o imperialistica, l'esatto contrario di ogni
sana, auspicabile e libera inter-dipendenza tra pari. E perché un'indipendenza
nazionale sia effettiva, la lotta di liberazione va condotta anche nella propria
nazione, perché si materializzi un modello di società liberato
per tutti e per ciascuno, per chi già risieda nella nazione e per chi,
da qualunque parte del pianeta, decida di venirvi ad abitare. Nessuna concessione,
quindi, a verniciature 'nazionali' per operazioni da potenza anche velleitaria
di qualsivoglia Stato o di blocchi 'geopolitici' imperialistici comunque aggettivati.
2) L'idea, anch'essa attivata "dall'alto", dello svuotamento e fine
delle funzioni essenziali degli Stati cosiddetti nazionali è frutto dell'idea
di "globalizzazione" che è l'ideologia dominante dell'imperialismo
statunitense. Tutti gli Stati meno uno (cioè gli USA) mantengono certe
funzioni sul piano interno (al servizio delle proprie classi dirigenti politico/economiche
poco competitive), mentre sono fortemente ridimensionati nello svolgere i loro
'compiti' sul piano esterno. Il che non è un fatto nuovo, ma specifico
della fase liberistica del capitalismo (si ricordi la Gran Bretagna tra metà
Ottocento e primi del Novecento). Il fatto che lo Stato USA sia l'unico ad agire
da vero Stato in tutte le sue funzioni, lo si vede eccome -ad esempio- nell'autorità
con cui dispone l'uso della NATO (cioè di forze militari anche non proprie)
per le sue funzioni "esterne" di salvaguardia e affermazione dei propri
interessi, in proiezione planetaria. Già solo questo dovrebbe far riflettere
sul dominio incontrastato degli USA. I blocchi dominanti in tutti gli altri
Stati non sono in grado, per lo meno attualmente, di contrapporsi a livello
"globale" con gli Stati Uniti. Se quindi la loro egemonia è
assicurata all'interno dall'intercambiabilità funzionale di forze politiche
di destra e di sinistra, non a caso omogenee per politiche neoliberiste e filoamericane,
la loro debolezza si esprime in modo palese per certe funzioni (particolarmente
"esterne") e diventa manifesta allorché si arriva, in sede
di contrattazione, a strappare il massimo possibile -cioè qualche benevolenza-
al blocco economico-politico dominante USA.
3) Non è quindi fondata la tesi per cui le grandi imprese, dette multinazionali,
non più controllabili, avrebbero preso il controllo della scena e surclassato
le funzioni degli Stati. Ogni grande impresa continua ad avere nell'ambito politico-ideologico
dello Stato dove è allocata la casa-madre o comunque il proprio "centro
direzionale strategico", la sua referenza principale (e non solo per le
lucrose commesse cosiddette pubbliche). Risente, quindi, nella sua proiezione
esterna conflittuale inter-capitalistica, e non solo limitatamente agli investimenti
produttivi, del posizionamento che il proprio Stato ha rispetto al cuore pulsante
dell'imperialismo, cioè gli Stati Uniti. Ed è questo posizionamento
che garantisce o consente quei margini di trattativa per contrattare ambiti
ed aree di intervento che non confliggano o non siano in troppo grave frizione
con gli interessi del blocco politico/economico dominante USA, assolutamente
"centrale" nel sistema-mondo attuale.
4) Lo Stato, ogni Stato, poi, non è un blocco monolitico ma un insieme
di apparati con diverse funzioni e al contempo un luogo conflittuale di frazioni
di capitale che agiscono in intreccio con frazioni politiche di classe dominante.
In questo luogo conflittuale, in questa sfera politica, non mancano anche rappresentanti
ufficiali (di tipo pubblico) delle classi dominate (ad es. partiti, sindacati,
gruppi di pressione, organismi politico-culturali, ecc.) che agiscono in conflittuale
cooperazione con quelle dominanti. Per restare in Italia, anche forze che si
dicono esterne o estranee alle due polarità di destra e di sinistra,
quand'anche espressione di spezzoni di classe dominata (Rifondazione Comunista,
sindacati, eccetera), avallano con le loro richieste (contrattate) e con il
loro sostegno sul terreno economico-produttivo il riprodursi della struttura
di rapporti capitalistici. Detto in estrema sintesi a fini esemplificativi,
la contrapposizione tra le polarità di destra e di sinistra (non solo
in Italia) sembra netta se percepita attraverso il filtro massmediatico della
manipolazione dall'alto dello spazio politico che le vorrebbe portatrici di
valori, di identità e di progettualità antitetiche, laddove l'alterità
di interessi, che pure esiste, si esplica sempre e soltanto sul terreno della
riproduzione del modo di produzione capitalistico, nei limiti e nelle compatibilità
poste dalla dipendenza imperialistica verso gli USA.
Tutto questo dovrebbe aprire una riflessione approfondita sulle modalità
di intervento sociale e politico di forze che si dicono anticapitaliste ed antimperialiste.
Nello scenario prossimo venturo, si profila solo un appesantimento delle dinamiche,
delle modalità, del "clima" stesso del conflitto politico e
sociale. L'imperialismo, la Nato, le imposizioni ancora più marcate che,
in nome della lotta al "terrorismo globale", si innerveranno in tutti
gli Stati subalterni al centro imperialista a seconda del grado di ricettività
sinora acquisita rispetto agli USA, ci ricordano che i termini fondamentali
del conflitto non si vanno per questo ad alterare. L'assenza di indipendenza
nazionale anche nel nostro paese significa molto chiaramente che nessun possibile
assetto libero per individui e collettività potrà mai venire se
a decidere c'è un qualsiasi "padrone", e nella fattispecie
il peggior padrone attualmente esistente, l'imperialismo USA. Significa anche
che è per questo necessario spazzare via classi politiche (le "destre"
e le "sinistre") espressioni dei blocchi sociali dominanti nei paesi
capitalistici avanzati non centrali e sempre più servili verso i dominanti
del paese centrale. Al di là stesso della guerra annunciata prossima
ventura, che ne rappresenta solitamente solo la punta 'alta', il conflitto rimane
attestato lungo il crinale imperialismo / indipendenze nazionali, a sussumere
in sé contraddizioni come quella capitale / lavoro, industrialismo /
ambiente, eccetera. Organizzare la resistenza attorno alla centralità
di quella che è -e non da oggi- la contraddizione principale è
lo snodo, che ancora una volta si pone sotto gli occhi di tutti, per costruire
credibili presupposti di trasformazione radicale dell'esistente. Continuare
ad eluderla ben difficilmente farà fare passi in avanti sulla strada
della liberazione e dell'emancipazione sociale. Sarà solo, consapevole
o meno che sia, una dichiarazione di resa ai "padroni della terra".
Italia, 20 settembre 2001