CONTRO IL NEOLIBERISMO O CONTRO IL CAPITALISMO?
Ora che l'aggressione imperialista ed il massacro umanitario degli Usa -e dei
suoi servi- nei Balcani ha prodotto comunque dei risultati, i suoi risultati,
è necessario mettere a fuoco un ragionamento sullo specifico della situazione
italiana. Con l'intento di far emergere elementi di valutazione e indicazioni
che interessino e al contempo guardino oltre lo stesso contesto di casa nostra.
L'aggressione alla Jugoslavia non è un incidente di percorso né,
per le classi dirigenti di questo paese, un passaggio vissuto con lacerazione.
Aggiungo: nonostante una serie di danni diretti ed indiretti, non solo di natura
economica, derivanti dalla partecipazione subalterna alle operazioni belliche.
È del resto evidente che l'investimento su possibili vantaggi derivanti
dall'essere nella scia del dispositivo bellico della potenza imperialista statunitense
ha prodotto non pochi oneri e ben scarsi risultati di ritorno -e solo per alcuni
settori imprenditoriali (edilizia, in particolar modo).
Il passaggio dal governo Prodi al governo D'Alema, al di là del fisiologico
riassestamento dei rapporti di forza tra frazioni confliggenti della classe
dominante, non rappresenta un elemento di rottura ma di continuità con
il processo di ridefinizione politica, economica, sociale, culturale, innescato
di fatto da alcune Procure, agli inizi degli anni Novanta, con l'operazione
giudiziaria moralizzatrice detta Mani Pulite. Un processo che legittimasse -pubblicamente
e con discredito- l'uscita di scena o comunque un forte ridimensionamento di
un ceto politico ingrassato nei gangli di un elefantiaco apparato statale ed
inadeguato, agli occhi dei grandi gruppi imprenditorial-finanziari italiani,
a modernizzare un contesto strutturale per loro ormai sfavorevole di fronte
alle esigenze competitive della fase neoliberista che si era già aperta
a livello mondiale. Le modifiche strutturali complessive dell'apparato statale
richiedevano infatti un nuovo ceto politico che fosse anche rappresentativo
di quei settori sociali chiamati ad essere inevitabilmente penalizzati dalla
nuova -e ricorsiva- fase competitiva mondiale.
In tale direzione, costellata di passaggi necessariamente scadenzati, l'esecutivo
D'Alema non solo eredita l'impianto dell'intera precedente politica, ma lo prosegue
con decisione rappresentando il punto più avanzato dell'esposizione al
governo della sinistra italiana. Questo fatto ha una rilevanza straordinaria
che investe il terreno non solo economico (continuità in fatto di tagli,
privatizzazioni, flessibilità, sostegno e incentivi ai padroni sponsor)
ma, appunto, anche sociale (rafforzamento della concertazione e del patto sociale
con i sindacati confederali e particolarmente la Cgil) e culturale (accelerazione
del processo di americanizzazione). L'esecutivo D'Alema è lo strumento
necessario dei circoli dominanti del capitale industriale e finanziario italiano
in uno scenario mondiale che, pur in un contesto fortemente concorrenziale tra
sistemi capitalistici diversificati, vede ancora -dal '45- gli Stati Uniti svolgere
un ruolo di potenza monoimperialista che coordina e traina l'intero sistema
economico-statuale di tutti i paesi capitalistici in virtù del suo sistema
economico, della sua egemonia culturale e della sua potenza militare.
Ebbene, in Italia e nei paesi europei soprattutto latini -dove questa categoria
non universale e non omogenea al suo interno ha storicamente un senso (qualcosa
di consimile sta avvenendo anche in America latina)- è la sinistra, quella
socialdemocratica e in gran parte comunista, il referente ideale dei rispettivi
circoli industrial/finanziari, in questa fase di passaggio -tutta interna alle
coordinate capitalistiche- da un modello cosiddetto keynesiano ad uno neoliberista.
E lo è anche in virtù di un ormai generico e agevolmente manipolabile
cosmopolitismo che la predispone ad accettare e favorire il cosmopolitismo reale
dello spostamento di merci e flussi finanziari su scala planetaria. Insomma
un astratto e nient'affatto conseguente cosmopolitismo ideale che spiana la
strada all'americanizzazione reale.
Avendo chiari questo contesto e gli aspetti di fondo succintamente esposti,
vi sono una serie di questioni, veri e propri nodi che riflettono un intreccio
di natura teorica -e di conseguente pratica- non sciolti nemmeno in uno strato
che si possa definire di significativa minoranza. Sarebbe riduttiva una critica
solo nei confronti di chi ritiene di porsi in un'ottica anticapitalista e antimperialista
proponendo lo schemino delle "due sinistre", con quella pura che dialoga
e cerca di condizionare quella moderata -poco importa se internamente o esternamente
alla compagine governativa. La posta in gioco è più seria e riguarda
la possibilità di dare una veste adeguata ad una elaborazione teorica
anticapitalista contemporanea che sappia tradursi nella realtà. Questa
possibilità, perché si affermi, ha però bisogno che si
faccia tabula rasa di tatticismi, di compromessi teorici, di opportunismi da
"meno peggio", di tutto ciò che alla fin fine si rivela confacente
al mantenimento dello stato di cose presente, fungendo da zavorra perché
tale possibilità diventi effettività. Detta anche più crudamente:
si tratta, senza ovviamente gettar via il famoso bambino insieme all'acqua sporca,
di prendere atto che una vecchia analisi critica del capitalismo non solo ha
fatto il suo tempo, ma risulta essere per il capitalismo contemporaneo un punto
di riferimento dialettico ideale e doppiamente utile, perché innocuo
e allo stesso tempo efficace deterrente rispetto ad un nuovo che possa nascere,
in virtù dell'autoreferenzialità di intellettuali impigriti e
di ceti politici desiderosi di potere e di sopravvivere a loro stessi.
Questi nodi da sciogliere sono certamente molteplici, ma qui se ne vuole individuare
e affrontare, nelle sue linee generali, solo uno: il cosiddetto neokeynesismo,
di fatto diventata la bandiera di certa area sedicente anticapitalista che include,
non solo in Italia, forze istituzionali comuniste e organismi extraistituzionali
alla loro sinistra.
È noto che quel che viene indicato come keynesismo, in riferimento più
o meno proprio al pensiero dell'economista inglese Keynes, è l'insieme
delle politiche economiche del cosiddetto welfare state, o stato sociale o del
benessere o assistenziale, messe in atto con l'erogazione e distribuzione di
fondi della spesa pubblica da parte degli apparati statali e da agenzie collegate.
Per non deprimere le potenzialità di sviluppo del capitalismo, si ritenne,
con l'esplodere della crisi del '29, che fosse necessario procedere all'ampliamento
della spesa pubblica anche a costo di crescenti deficit di bilancio. Tra gli
effetti, uno fu senz'altro quello di rafforzare ed ingrassare la cosiddetta
borghesia di stato, che nella gestione di detta spesa e nell'utilizzo di queste
risorse ha fondato e accresciuto nel tempo il suo potere.
Venuta progressivamente meno la comprensione che l'applicazione di questa ricetta
economica era stata decisa in relazione al superamento della crisi del '29 e
dagli Stati Uniti esportata come modello di riferimento in Europa anche per
le necessità della ricostruzione postbellica, è divenuto un luogo
quasi comune sostenere che certe politiche economiche fossero il frutto sia
di lotte sociali in grado di dettare limiti e condizioni al capitale all'interno
delle frontiere statali, sia di un quadro internazionale favorevole in virtù
del con/dominio planetario Usa/Urss. Si è persa così di vista
non solo e soprattutto la sua funzionalità per il centro propulsore del
sistema capitalistico, gli Usa, di legare a sé un'Europa uscita stremata
dalla guerra, ma anche il suo essere l'effetto -e una delle poste in gioco-
della lotta di frazione, interna alla classe dominante, tra quella che in approssimazione
si definisce borghesia di stato contro frazioni imprenditoriali private. Una
strategica diversità di indirizzo e di interesse destinata ad esplodere
conflittualmente nel tempo, con il completarsi delle necessità di ricostruzione
delle infrastrutture e del riavvio economico nei paesi devastati dalla guerra.
Qui emerge un tassello decisivo nell'articolazione delle ragioni nazionalitarie
sostenute da Indipendenza, e cioè il nesso preciso esistente tra 'modello
di sviluppo' capitalistico (nella versione keynesiana, liberista o altra che
sia), determinato tipo di organizzazione politico/sociale che si pone come 'filtro
difensivo' tra la popolazione ed il 'sistema reale' dell'economia, e collocazione
-quantunque subalterna- nell'ambito imperialistico da oltre 50 anni a conduzione
Usa.
Tornando al connubio di interessi necessariamente transitorio -vera e propria
alleanza- tra la borghesia di stato e i ben più decisivi grandi gruppi
imprenditorial/finanziari, questo ha determinato, in Italia, l'imposizione di
un ancor più iniquo e distorto -di quanto già sia- modello di
sviluppo capitalistico, con caratteristiche specifiche. Questo è il problema
strutturalmente ed enormemente più significativo di quello rappresentato
dai ladroni di Stato che si sono succeduti per decenni sino ai Craxi, Forlani
& company. Gestori, quest'ultimi, cui la drammatizzazione mediatica ha assegnato
un ruolo da capro espiatorio di una classe politica superata, da spazzar via
non solo, quindi, per ridimensionare peso politico e consistenza numerica della
borghesia di stato.
La conflittualità tutta economicistica tra neokeynesismo e neoliberismo
è principalmente tale solo nei termini della rappresentatività
e del potere di gruppi dirigenti o di gruppi anche imprenditoriali ad essi legati
da ragioni di interesse, ma nell'essenziale si tratta di diverse marce della
macchina capitalistica inserite comunque dall'alto nel quadro di una gestione
e controllo di ogni aspetto della società a fini di dominio sociale complessivo.
Un primo passaggio, per chi ritenga di ricercare una via radicalmente anticapitalista,
consiste quindi nell'esigenza di uscire dal pantano di questa contrapposizione
che è fittizia ma non falsa.
È fittizia perché appunto non prescinde -non può- dal sistema
capitalista che è di fatto assunto come orizzonte strategico di riferimento
nella consapevolezza delle sue diverse fasi. Ma non si tratta di una falsa contrapposizione
perché, come dimostra questa fase di rimondializzazione capitalistica,
la corposa posta in gioco attiene alla necessità, per ragioni competitive,
di un drenaggio di risorse molto consistente, ancor più che in passato,
verso l'alto, cioè appunto verso i grandi gruppi imprenditorial-finanziari.
Questo drenaggio è assicurato dal proprio Stato di riferimento, chiamato
ad un ruolo di parte anche nella successiva, ineguale fase di redistribuzione
di queste risorse interna al complesso delle imprese. È qui che si scontrano
gli interessi delle varie frazioni di potere lungo direttrici tumultuose, in
un complesso e sovente tortuoso intreccio di composizioni, rotture, ricomposizioni
a tutto campo e con effetti in ogni ambito della realtà.
Proprio questa sfericità di ricadute non riducibili al pur significativo
ambito economico/finanziario comporta, come suo presupposto di fondo, non la
sparizione o tantomeno il superamento dello Stato, quanto una ridefinizione
delle sue funzioni, alcune svuotate di contenuto, altre ridimensionate, altre
ancora rafforzate, con differenze tra Stato e Stato, il tutto comunque soggetto
e relazionato al sistema piramidale interstatuale attualmente egemonizzato dagli
Stati Uniti, l'unico Stato sullo scacchiere mondiale che esercita in pieno e
senza alcuna subalternità le prerogative essenziali di dominio.
Stante questa fase di accelerata innovazione tecnologica e di accentuata conflittualità capitalistica policentrica, è necessario connettere l'insieme delle principali ragioni che fanno del ceto politico di sinistra l'interlocutore privilegiato dei gruppi imprenditorial/finanziari, con varianti legate alle specificità strutturali dei singoli Stati. Riscrivere in profondità lo stato sociale, smantellandolo progressivamente, significa colpire, nei tempi e nelle forme dovute, da un lato specifici e vasti settori sociali anche di propria tradizionale rappresentanza, dall'altro apparati che all'ombra di quello stato sociale hanno investito le loro fortune personali ed economiche. Non si tratta solo di colpire il lavoro dipendente e i pensionati abbassandone fortemente i livelli di reddito, ma anche di ridimensionare in modo consistente il peso della borghesia di Stato in termini di potere e di reddito, di ridefinire riducendolo quello degli stessi ceti medi, soprattutto del lavoro cosiddetto autonomo in realtà parasubordinato, particolarmente nella prestazione di servizi all'industria, rastrellando liquidità attraverso l'aumento costante della pressione fiscale. Il tutto nel quadro della progressiva riscrittura al ribasso dell'insieme di servizi caratterizzanti il cosiddetto stato sociale, riscrittura al ribasso notoriamente in atto in tutti i paesi capitalistici, con la particolarità tutta italiana -dovuta alle specifiche ragioni storiche di crescita del capitalismo italiano- di intaccare in profondità il sistema pensionistico e quello sanitario. Insomma, il cosiddetto stato sociale, la stessa questione sociale, vengono ridefiniti in termini assistenzialistici e caritativi. A ciò vi è un valore aggiunto che connota le sinistre come referente ideale delle compatibilità poste dai vertici dell'impero ed è quello di avere un retroterra ideologico (concezione progressista della storia e stadialità delle relative strutture socioeconomiche) che oggi le rende culturalmente e per mentalità il veicolo più efficace dell'americanizzazione; insomma, dall'internazionalismo proletario alla globalizzazione imperialistica.
Si mancherebbe di completezza, però, non accennando ad un equivoco di
fondo. Quello che grosso modo sottoscriverebbe queste considerazioni per la
generalità delle sinistre europee, ma opera distinguo come nel caso della
presunta eccezione Jospin. In Italia questo equivoco è avallato, non
casualmente del resto, da Rifondazione Comunista che ha assunto l'esperienza
francese come il proprio orizzonte strategico. In un certo senso l'una è
lo specchio dell'altra. Vediamo brevemente perché.
Innanzitutto il governo Jospin ha assunto sempre più posizioni da liberismo
temperato, certamente differenti dal liberismo molto più spinto di un
Blair, ma con risultati più promettenti rispetto ai tentativi dei precedenti
governi di centrodestra. Pensiamo, ad esempio, all'espansione delle forme di
flessibilità con la crescita esponenziale del lavoro interinale come
merce di scambio per la peraltro deludente riduzione dell'orario, una rivendicazione
parziale fuori tempo, propria, forse, in una cornice attardata di keynesismo,
assolutamente slegata da un programma generale anticapitalistico, con l'ovvia
conclusione di risultare più che altro una misura d'immagine a fini elettorali.
O pensiamo anche al numero straordinario di privatizzazioni, sino al rilancio
del progetto di riforma a capitalizzazione delle pensioni che era stato, come
per Berlusconi in Italia, l'ostacolo su cui si era arenato il centrodestra di
Juppé. In altre parole i tentativi neokeynesiani di un Jospin, di rilancio
appunto di politiche espansive, trovano la loro base di finanziamento nelle
politiche liberiste stesse. È questo non è un paradosso, ma il
loro vicolo cieco. Insomma, Jospin sta disattendendo su tutta la linea i punti
immaginifici del suo programma come dimostra anche lo scontento di vasti settori
sociali espressosi in tutta una serie di manifestazioni. Per non parlare della
politica estera, che resta sempre una significativa cartina al tornasole, che
ha visto il governo francese dichiarare la "piena adesione" alla recente
aggressione Usa/Nato nei Balcani.
Seconda considerazione. Nello specifico italiano, il ruolo della sinistra anche
comunista, certamente da qualche tempo, è quello di fungere da trait
d'union tra settori della grande borghesia di Stato e del grande capitale privato
assistito dallo Stato. La parte comunista che si riconosce in Rifondazione lo
ha fatto direttamente con il fattivo sostegno al governo Prodi (sul cui sostegno
e operato, a tutt'oggi, non ha casualmente tratto alcun bilancio critico), e,
dopo la scissione, lo fa indirettamente ancor oggi, ricercando accordi ed intese
con il centrosinistra per le elezioni regionali del prossimo anno, un passaggio
che punta strategicamente ad una ricomposizione politica sul piano nazionale.
La questione degli assetti locali non è un fatto tecnico, legato cioè
a programmi specifici particolari senza raccordo alcuno con la politica governativa
nazionale. Nel contesto che abbiamo su esposto, gli enti locali vengono coinvolti
come primi attori nell'ambito di questa fase fortemente competitiva a livello
globale e la loro importanza assume un ruolo essenziale nel rapporto di stretta
interconnessione con le politiche seguite a livello nazionale, per il radicamento
nel territorio ed un'ottimizzazione dei risultati in una pluralità di
ambiti non riducibili al solo efficientismo fiscale, edulcorato come "federalismo
fiscale".
Quanto detto sinora lascia aperte due direttrici, solo in parte 'toccate',
che ragioni di spazio non consentono di affrontare adesso.
Una direttrice ci conduce ad uno specifico ambito del politico, e più
precisamente all'utilizzo delle categorie destra, sinistra, centro, soprattutto
della dicotomia destra/sinistra. Per quanto svuotate da tempo di significato
reale, le categorie non universali destra e sinistra non sono ferrivecchi inutilizzabili.
La loro obsolescenza sostanziale non ne impedisce l'utilizzo formale per la
manipolazione reale delle coscienze e dello stesso spazio politico. Questo è
possibile -e funziona- perché i parametri tradizionali di riferimento
che definiscono queste categorie fungono da cortina fumogena alla mutazione
genetica che è già intervenuta e che oggi non è più
così nascosta per chi voglia vedere il trucco. Contrapporre destra e
sinistra, sulla base di parametri che non sono più assolutamente loro
pertinenti, impedisce di vedere dove si collochino attualmente i termini reali
di tutta una serie di questioni ed offusca completamente la possibilità
di capire effettivamente le funzioni e gli interessi di fondo cui rispondono
oggi detti schieramenti, nonché i conflitti talora di circostanza e talora
reali delle varie frazioni di potere. Questo baraccone di equivoci e di manipolazioni,
artificiosamente mantenuto in piedi in virtù anche del peso decisivo
esercitato dall'apparato mediatico e dall'intellighenzia, copre la sostanza
che sottostà a tutto questo, e cioè la convergente accettazione
degli indirizzi di fondo della cosiddetta globalizzazione.
L'argomentazione dell'unità a sinistra contro il pericolo delle destre
per fermare a qualunque costo le truppe cammellate di Berlusconi ed i post-fascisti
di Alleanza Nazionale è la traduzione italica di un meccanismo di blocco
sostanziale del sistema politico. Altrove, dove queste categorie hanno radici
storiche e culturali, l'orchestra cambia, ma la musica è la stessa. Se
oggi, quindi, ad attuare le peggiori nefandezze sono le sinistre, con l'argomentazione
che altrimenti al governo ci andrebbero le destre ed il dato di fatto, come
è stato sostenuto, che queste stanno uscendo dalla storia, chi resta
si pone come l'avversario principale di questa fase.
L'altra direttrice porta ad un ambito che non è solamente culturale:
la questione nazionale, il vero spettro che si aggira per il mondo. Globalizzazione
e sinistra, saltando i vicoli ciechi della destra e del centro, in tema di nazione
convergono. C'è sempre un'inquietante ombra che incombe sulla nazione,
salvo quando questa si rivela strumento funzionale. Per il piano che ci interessa,
per ragioni nient'affatto misteriose, secondo taluni anticapitalismo e nazione
(sovente confusa con il concetto di Stato moderno) non andrebbero d'accordo.
È singolare che chi sostiene la validità e la pertinenza identitaria
di categorie come "sinistra" e "comunismo" non veda il vuoto
pneumatico che caratterizza oggi queste identità, mentre in tema di nazione
si tratterrebbe di comunità immaginate o addirittura immaginarie.
Il punto è che così si mette in un unico calderone sia chi concepisce
la nazione come una comunità fondata su un'essenza comune (sangue, razza,
ecc.), su caratteri primordiali immutabili, sia chi, ben diversamente, la intende
come collettività sociale che ritrova nella sua storia, nella sua lingua,
nella sua cultura un collante che non esclude l'altro da sé, ed una spinta
propulsiva a trasferire su tutti i terreni la valorizzazione di aspetti comunistici
e socializzanti non limitabili al solo ambito culturale. Insomma, come ben sanno
i lettori della rivista, la nazione è per noi lo spazio da ripensare
e valorizzare in funzione di quella che sopra si è detta possibilità
di dare una veste adeguata ad una elaborazione teorica anticapitalista contemporanea
che sappia interagire con una sua traduzione nella realtà.
Ci torneremo su.
Francesco Labonia