LAVORO A NORD-EST

Perché 14 ore di lavoro per tutta la famiglia (con sabato di 8) o disoccupazione per tutti?
È un concetto non facile da comprendere per chi non vive in questo contesto. Forse allora è utile provare a sondare un po’ di storia per capire: si scopre che questa stessa figura di lavoratore dipendente o di contoterzista in proprio è la stessa che in passato lontano ma non troppo (metà degli anni ’70) coniugava il lavoro in fabbrica con quello della terra. Tanto da veder coniato dalla metà degli anni ‘50 il termine metalmezzadro. Si tratta di una cultura e di un modo di lavorare flessibile fin dall’inizio. Basta pensare che pur in presenza delle rigidità insopprimibili del modello fordista si trovava il modo di conciliare periodi di ferie in corrispondenza dei lavori stagionali (ad es. la vendemmia) oppure della caccia. È pur vero che la gente in quegli anni assai raramente andava in ferie, ma è altrettanto vero che il modello produttivo prevedeva le ferie estive e vi era quindi un andamento legato alla domanda e all’approvvigionamento della materia prima. Ostacolo superato in cambio del consenso che consentiva di svolgere proficuamente la doppia attività.
Questo processo che, anche se spiegato sinteticamente, spero sia utile alla comprensione, ha subìto una potente accelerazione, nel momento in cui, a partire dagli anni ‘80, la logica di impresa ha pervaso il territorio e nello stesso periodo vi è stata la scomparsa del conflitto. Il governo del territorio e della forza lavoro si è manifestato attraverso una parcellizzazione delle mansioni ed una frantumazione delle figure.
Dentro la fabbrica ciò ha creato figure diverse: un nucleo centrale ‘garantito’ ed una serie di figure che sono state poi formalizzate con i contratti di formazione o con contratti ad hoc (basti pensare alla convivenza sotto lo stesso tetto di figure operaie come lo specializzato di 5° livello e l’addetto/a alle pulizie).
Sul territorio questa frantumazione ha portato ad una perdita di identità per le figure anziane e ad un’assenza di orizzonti per la nuova generazione, che rifiutando la scuola, il sapere, il conoscere rifiuta la proiezione e l’affermazione di sé. Nasce così l’identificazione esclusiva del lavoro come strumento finalizzato all’acquisto di beni. Se una volta era la casa (oggi meta per molti irraggiungibile) ora è la moto, la macchina, il viaggio esotico. La proiezione oggi è quella della droga sintetica e delle emozioni forti (i sassi dal cavalcavia).
Su questo retroterra si innesta questo modello di produzione toyotista, che non si identifica, come in Giappone, con l’azienda, ma col territorio. Un modello che mette in concorrenza fra loro i vari ambiti territoriali e li rende funzionali alla filiera produttiva che li attraversa.
Il meccanismo che a questo punto si innesca è conseguente: lavoratore, datore di lavoro e collettività interessata hanno un comune obiettivo: la sopravvivenza dell’azienda. Quindi dall’azienda dipendono i ritmi di vita, la possibilità di comprare, l’opportunità di migliorare.
Se a ciò aggiungiamo che in molti casi la competitività del prodotto riguarda l’universo e non esiste alcuna rete di protezione, forse intuiamo il perché di un modello. Ma capiamo anche il perché di una sconfitta di classe colossale nel momento in cui il lavoratore ritiene di avere gli stessi interessi del padrone. Ritiene di avere nemici comuni: le tasse, la burocrazia, ecc. e non si rende conto che mentre il padrone evade, a lui non è concesso e quindi, di fatto, è lui a pagare i servizi per chi lo sfrutta. È una sconfitta che viene da lontano fatta e accumulata a tappe. Tappe che hanno preso il via dal taglio della scala mobile sulle liquidazioni, hanno transitato per la sconfitta del referendum sulla contingenza dell’84 ed è culminata prima con gli accordi di luglio e poi con la chiusura disastrosa del contratto dei meccanici.
Una via crucis dove si è introdotta la concertazione e con essa la convinzione che lottare non paga. Dove, specialmente con il contratto dei meccanici, si è introdotta una contraddizione nella fascia di lavoratori che più avevano creduto nella lotta. Mi riferisco all’accordo nazionale sulle aziende pilota i cui lavoratori lavoravano, mentre quelli delle altre fabbriche spazzolavano (termine sindacale in voga negli anni ‘70 per indicare azioni operaie contro i crumiri all’interno delle fabbriche, ndr) le portinerie delle aziende che avevano firmato gli accordi anziché la sede dell’associazione industriali.
Sul piano politico le due destre (Lega e Polo) svolgono diligentemente il loro ruolo che è quello di sempre: rendere il conflitto orizzontale in maniera da scatenare la guerra fra poveri. È così che l’insicurezza urbana non ha come nemici i poteri forti che espropriano il territorio ed i residenti, ma la prostituta, il drogato e le nuove povertà. È così che il lavoratore ha come nemico l’immigrato. È così che il disoccupato ha come nemico il pensionato.
Quello che dovrebbe fare la sinistra sarà oggetto, se possibile, di un altro intervento. Quello di cui bisogna renderci conto subito, invece, è che il binomio secessionismo/destra materializzatosi con il comune sostegno agli "8 del campanile di S. Marco" sta riportando alla ribalta l’estrema destra. È la stessa che nel ‘94 ha tentato, a Vicenza, di conquistarsi il diritto di cittadinanza e che oggi, attraverso i naziskin, braccio operativo della massoneria-nera e del fascismo internazionale, sta tentando, come ha sempre fatto nella storia, una normalizzante azione sovversiva attraverso allarme sociale e scontri di piazza (vedi Oderzo, Vicenza e Mestre). Destra che gode di ampi appoggi nei settori tuttora presenti di quella che era la destra DC nel Veneto. Un mix esplosivo che gioca sul disorientamento di larghe fasce giovanili e soprattutto prospera grazie ad un imperante e nefando revisionismo storico, su ciò che è stato il fascismo, sul significato della resistenza, su ciò che ha rappresentato la Costituzione, carta scritta proprio dopo il fascismo, la guerra e la resistenza. Capitali dai quali comunque ripartire per non restare vittime di queste destre del III° millennio che nulla ha di nuovo e che cammina sempre sulle gambe degli stessi uomini.

Luciano Ceretta

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