Venezuela / Tra golpismo
filo-imperialista e resistenza nazionale
Dopo due falliti colpi di Stato e un blocco economico interno (la serrada) efficacemente contrastato da esercito e sostenitori del Governo in carica, l’opposizione venezuelana al presidente Hugo Chávez, costituita prevalentemente dalle oligarchie economiche, dalla burocrazia sindacale e da gran parte dei mass-media e costantemente appoggiata e finanziata dagli USA, cerca disperatamente di sbarazzarsi del Capo di Stato democraticamente eletto quattro anni fa.
Il referendum
revocatorio
La Costituzione venezuelana, voluta proprio da Chávez, prevede infatti che ogni rappresentante eletto possa essere “revocato” dal mandato da un referendum popolare, qualora i promotori riescano a raccogliere un numero di firme pari al 20% dell’elettorato. Nello scorso novembre, l’opposizione –che può contare non solo sull’appoggio statunitense ma anche su gran parte dei network televisivi– annunciò di aver raccolto il numero sufficiente di firme per revocare il mandato di 30 deputati chavisti e del Presidente stesso. Ma il Consiglio Nazionale Elettorale (CNE) ha recentemente reso noto (febbraio 2004) che la validità di un gran numero di firme raccolte non poteva essere provata. In particolare, ben 876.000 firme sono state al centro di un aspro dibattito sulla loro veridicità, in quanto apposte su fogli in cui i dati personali dei presunti “revocanti” appaiono, all’esame grafologico, immessi dalla stessa mano. Il CNE, tuttavia, invece di invalidare direttamente le firme, ha proposto all’opposizione cinque giorni di tempo per verificarne la veridicità: una proposta rifiutata in base all’accusa di “voler prendere tempo” e tentare di sabotare il referendum. L’opposizione ha così dato inizio a una serie di dimostrazioni, ricorrendo anche alla violenza e alla guerriglia urbana, mostrando, a detta di numerosi osservatori, una certa disperazione.
L’egemonia statunitense nel paese che, seguendo lo stesso schema attuato in Brasile, si basa essenzialmente su un processo politico di formazione di classi dirigenti asservite, che dispongono del controllo dei media, ha incontrato un ostacolo più duro del previsto. Il Governo di Hugo Chávez, infatti, dimostra una notevole tenuta in termini di consenso e di appoggio attivo presso gli strati popolari della nazione venezuelana, strati numerosi e presenti in particolare nelle campagne e nei quartieri periferici di Caracas e di altre città, zone urbane in cui l’opposizione filo-capitalista e filo-statunitense non entra (in senso fisico e politico). E non è un caso, come vedremo, dato l’impatto sociale della linea politica chavista.
In carica dal 1998, e riconfermato alle elezioni presidenziali del 2000 con la maggioranza più ampia degli ultimi quaranta anni, Chávez ha impresso una svolta alla politica del Venezuela. Giunto al potere in una situazione debitoria drammatica, unita a un forte deficit di bilancio interno, Chávez non era malvisto né dall’Amministrazione Clinton, né da istituzioni internazionali come Fondo Monetario Internazionale (FMI) e Banca Mondiale. Ma ben presto la sua politica, interna ed estera, lo ha imposto all’attenzione come nemico della strategia USA in America latina. Seguendo i princìpi del bolivarismo –dal nome dell’eroe venezuelano Simòn Bolivar–, incentrati su princìpi di giustizia distributiva, di indipendenza dal colonialismo e di un populismo a vocazione “socialista”, sull’unità nazionale e la sovranità popolare, Chávez ha attuato delle riforme suscettibili di spostare i benefici della grande ricchezza del Venezuela (del petrolio in particolare) verso l’80% della popolazione che vive in povertà. Pur senza nazionalizzare alcuna proprietà statunitense sul territorio venezuelano e continuando a fornire petrolio agli USA anche in pieno tentativo golpista da questi sostenuto, Chávez e i suoi si sono liberati di molti corrotti burocrati della compagnia petrolifera nazionale alle dirette, sebbene non ufficiali, dipendenze di Wall Street e di Washington. Il Governo ha istituito dei controlli sui capitali, limitando il flusso di profitti, leciti o meno, verso le grandi banche statunitensi, e ha ridiretto molti profitti ricavati dalla vendita di petrolio al finanziamento di investimenti interni. In 49 leggi adottate dal Congresso venezuelano nel novembre 2001, Chávez ha avviato una seria riforma agraria e ha tutelato i diritti degli indigeni e delle donne, assicurando l’assistenza sanitaria gratuita e l’istruzione fino al livello universitario. Il suo governo ha anche dato impulso alla partecipazione popolare alla democrazia. I progressi sociali e culturali di queste politiche possono già essere apprezzati, come è avvenuto in occasione della VI Conferenza Ispano-Americana sull’Infanzia e sull’Adolescenza, che si è svolta nella città boliviana di Santa Cruz de la Sierra. Il “Piano Nazionale di Lettura”, spiega il giornalista Orlando Oramai Leòn, «distribuisce le opere della letteratura mondiale sulle colline di Caracas ed in altre località, dove la povertà e l’abbandono scolastico ostacolano la cultura. Il Venezuela di oggi è diventato un’immensa scuola. È stata annunciata l’apertura di nuove aule alle quali accederanno migliaia di liceali che avranno l’opportunità eccezionale di realizzare poi studi universitari» (il Piano Sucre per la scuola). «Oggi il Venezuela può dire al mondo che in poco tempo è riuscito a ridurre la mortalità infantile dal 24 al 17 per ogni mille nati vivi, grazie ad un programma nazionale di controllo e di prevenzione, attaccato dall’opposizione, ma appoggiato da centinaia di medici cubani che partecipano al piano ‘Rione Dentro’».
Chávez ha poi rifiutato i diktat di Washington in politica estera, allacciando buone relazioni con Cuba, cui fornisce petrolio nonostante l’embargo, e negando il diritto di sorvolo all’aviazione militare statunitense che partecipa al “Plan Colombia”. Ciò ha dato modo all’Amministrazione Bush di affermare che Chávez «ostacola la lotta al terrorismo» e ha spinto gli Stati Uniti a promettere pesanti ritorsioni contro il governo venezuelano.
Le reazioni alla politica chavista hanno riproposto la centralità del conflitto tra interessi imperialistici di Washington da un lato e aspirazioni nazionali a democrazia, indipendenza e giustizia sociale dall’altro. Quando, alla fine del 2001, Colin Powell definì «autoritario» il Governo Chávez e il FMI auspicò, insieme al Segretario di Stato USA, l’avvento di un «regime di transizione» in Venezuela, non fu difficile capire che Washington sosteneva concretamente i tentativi golpisti dell’opposizione anti-chavista e capitalista al presidente democraticamente eletto. L’intreccio tra dominio delle oligarchie capitaliste e subordinazione alla strategia USA anche nell’area latino-americana emerge in modo chiaro, nella sua drammaticità, nel caso venezuelano. Per poter “leggere” tale conflitto in modo appropriato, occorre volgere lo sguardo al contesto geopolitico e capitalistico degli ultimi tre decenni, a partire dall’appoggio a Pinochet in Cile fino al Plan Colombia, passando per le azioni militari di vario genere in Nicaragua, Panama, Guatemala ed El Salvador, durante i quali gli Stati Uniti hanno messo in piedi una vera e propria impresa di “ricolonizzazione” del “cortile di casa” latino-americano.
Gli USA, il “cortile di casa”, l’ALCA e il
Mercosur
Due i binari fondamentali di tale azione statunitense: quello economico-finanziario, basato su accordi tesi a imporre principi di “libero scambio” all’interno, possibilmente, dell’intera area geoeconomica centro/sudamericana, e quello militare, sia attraverso il “Plan Colombia”, sia tramite la formazione e l’addestramento di truppe paramilitari al servizio della repressione dei movimenti antagonisti. Binari orientati in direzione di un continuo sostegno a regimi “clienti” (più o meno autoritari o cosiddetti “democratici”) disposti ad obbedire alle direttive politico/economiche di Washington e del FMI e di opposizione feroce, anche militare e golpista, a governi indipendenti e a movimenti popolari di ispirazione anticapitalista e antiglobalisti, cioè antimperialisti. Lo scenario peggiore, per gli USA, è infatti quello di una trasformazione socio-economica in paesi come Venezuela, Colombia e Bolivia, suscettibile di provocare un “riallineamento” con Cuba e una cooperazione rafforzata tra nazioni indipendenti, contro il progetto di area di libero scambio denominato ALCA (Area di Libero Commercio della Americhe). Quest’ultimo è concepito, con clausole più aggressive, come una estensione del NAFTA (Accordo di libero scambio del Nord America) a tutto il continente, con la sola eccezione di Cuba. In linea con la svolta dell’Amministrazione Bush in materia di negoziati, gli USA, dopo anni in cui hanno spinto per far confluire i più importanti sistemi latinoamericani di cooperazione politica, economica e commerciale all’interno dell’ALCA, mirano ormai a contrattare bilateralmente con i singoli Paesi latinoamericani. In tal modo, «gli Stati Uniti mantengono una posizione di forza nelle contrattazioni, e costringono tali Paesi a firmare accordi bilaterali che, se da un lato permettono comunque agli USA di aggiudicarsi nuove zone di libero commercio all’interno del sub-continente, dall’altro, sfaldano con prepotenza le alleanze regionali e destabilizzano i già precari equilibri»[1]. Gli ultimi accordi in questo senso con Colombia e Cile (2002-2003) permettono a Washington di minare il progetto Mercosur, una sorta di mercato unico integrato sudamericano nato da un accordo del 1991 tra Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay, cui si aggiunsero nel 1996 Cile e Bolivia.
Un progetto che, quantomeno in relazione alle elite brasiliane, il sociologo e docente universitario statunitense James Petras giudica essere non un’alternativa all’ALCA, «bensì un mezzo per esercitare pressioni sugli Stati Uniti per contrattare benefici a vantaggio delle elite locali agro-esportatrici dentro l’ALCA». Gli Stati Uniti, al contrario, vedono di buon occhio l’ALCA, in quanto permetterebbe loro di invadere il grande mercato sudamericano con proprie merci, subordinare Costituzioni, giurisprudenze e interessi popolari degli Stati aderenti alle regole del Trattato, e prevenire l’eventuale formazione di un’area capitalistica non piegata del tutto alla loro egemonia. La contrapposizione ALCA/Mercosur appare quindi come un aspetto della asimmetrica competizione inter-capitalistica tra Stati e imprese. L’auspicio di Chávez, espresso nell’aprile del 2003, di veder inserito il proprio paese nel Mercosur, appare quindi come segno di un’ambiguità di fondo del Presidente venezuelano riguardo ad una autentica svolta anticapitalista e conseguentemente realmente nazionale ed indipendentista della propria politica.
Il “binario” militare della strategia imperialista USA non è certo meno importante di quello economico/finanziario. In Colombia, minacciati da un’insurrezione popolare condotta dai guerriglieri delle FARC-EP, gli USA appoggiano il cliente Uribe e addestrano milizie paramilitari con il pretesto della “lotta al narcotraffico”. Dopo l’ingloriosa fine dell’altro cliente boliviano Sanchez de Losada, che nel corso del 2003 non è parso in grado di opporsi efficacemente al movimento popolare di contadini, indigeni, operai, studenti e commercianti, per Washington è imprescindibile impedire la “saldatura” di una sorta di “fronte” andino/bolivariano. Per tale motivo, l’Amministrazione Bush sceglie la strada della guerriglia in Colombia e dell’appoggio ai golpisti in Venezuela, potendo contare al momento su falsi oppositori in Ecuador (Gutierrez) e Brasile (Lula da Silva), del tutto subalterni rispettivamente alla dollarizzazione dell’economia (e alla presenza militare USA nella base di Manta) e ai dettami del FMI. In particolare, la poco sottolineata occupazione militare dell’Ecuador, accettata senza fiatare da Gutierrez, prepara la strada al “Plan Colombia 2”. Quest’ultimo prospetta un possibile intervento armato multinazionale per colpire le FARC-EP e l’ELN, per favorire il quale gli USA hanno imposto, tra le altre cose, la concessione di status diplomatico a membri della multinazionale industrial-militare Dynacorp e ai componenti del Comando americano Sud in Ecuador. La versione latinoamericana della “guerra al terrorismo”.
La vicenda venezuelana ci appare come esemplificativa della necessaria centralità della questione nazionale per ogni progetto autenticamente emancipatorio sul piano sociale, politico, culturale, ambientale. Sia pure senza le basi di una ideologia o di un programma radicalmente anticapitalista, la politica chavista ha potuto, in pochi anni, imprimere una svolta sociale all’interno del paese, ricostruendo la nazione a partire da alcuni settori strategici, sottratti al “mercato” e al dominio statunitense. Questi settori sono l’energia, l’agricoltura, l’istruzione e la sanità. Il ri-direzionamento dei profitti ricavati dal settore petrolifero a vantaggio di programmi d’investimento per potenziare tali settori ha spostato i rapporti di forza a favore degli strati popolari della cittadinanza, a scapito dei super-profitti delle oligarchie venezuelane e statunitensi. La reazione delle oligarchie venezuelane si è subito “immessa” in un flusso d’azione originato dalla potenza capitalista egemone, gli USA. Il conflitto di classe scatenato dalla linea politica “bolivariana” appare quindi come legato e in qualche modo dipendente dalla contraddizione tra imperialismo del sistema-paese statunitense e aspirazione all’indipendenza della nazione venezuelana.
26 marzo 2004
[1] T.Tarantino, Accordi bilaterali. Ecco la nuova strategia USA per accaparrarsi il mercato latinoamericano, http://www.selvas.org/dossAL02.html