UN INVITO A PRENDERE LA PAROLA

- per chi vuole riflettere, confrontarsi, ricercare un percorso… -

 

Premessa: la guerriglia irachena imprime un salto qualitativo, quantitativo e geografico nei suoi attacchi. Lo riconosce il Pentagono, che ammette una media – nella seconda quindicina di ottobre – di 36 attacchi quotidiani (una media in continua crescita rispetto alle scorse settimane), ormai diffusi nel paese. Numerosi giornalisti ed osservatori sul campo stimano la media quotidiana degli attacchi ad un centinaio ed assicurano che gli Stati Uniti minimizzano le proprie perdite militari. In Iraq, a ben vedere, si sta ‘giocando’ una partita di portata enorme,globale’, solo per cominciare in funzione anti-imperialista. Per un possibile rivoluzionamento dei rapporti capitalistici interni non c’è alternativa alla rivendicazione di indipendenza e di sovranità nazionale.

 

Intermezzo: Iraq, Palestina, Bolivia, Venezuela, eccetera. Epicentri, in forme diverse, della resistenza all'imperialismo su basi nazionali a fungere da detonatori. Negli scenari del XXI secolo, per necessarie ed ineludibili ragioni di millenarie emancipazioni, le lotte di liberazione nazionale si affermano come terreno di resistenza collettiva senza uguali, una possibile Apocalisse per il Padrone (USA in primis, senza trascurare i padroni/subalterni agli USA). Le ragioni delle varie resistenze nazionali sono da considerarsi legittimate dall'essere funzionali -in quanto tali e se coerentemente tali- a prospettive di liberazione sociale, terreno preliminare e possibile alla messa in discussione dei vincoli capitalistici interni. Morale dell’intermezzo: non c’è anti-imperialismo senza resistenza nazionale; ma non c’è liberazione nazionale effettiva senza liberazione delle classi subalterne.

 

Invito: lo scritto che segue, ridotto rispetto all’originale (pubblicato sul n.14 di “Indipendenza”), è stato scritto a ridosso della cessazione formalizzata da Bush delle “grandi operazioni” di guerra. Il testo vale come proposta di interlocuzione. Saluti

 

NUOVE PROSPETTIVE STRATEGICHE

-scenario, ipotesi e percorso, dopo la guerra d’aggressione all’Iraq-

 

Il messaggio inequivocabile che sale dalle macerie delle tante città irachene sottoposte ai bombardamenti e ai missili anglo/statunitensi, intriso del sapore ripugnante dei corpi in putrefazione dei tanti senza nome e dei tanti senza volti, migliaia di uomini e di donne, resistenti civili e militari iracheni, è un messaggio che si chiama fierezza, irriducibilità alla sottomissione. Un messaggio di resistenza, che ha opposto corpi allo strapotere militare e tecnologico degli invasori, e che non termina con la formale fine della guerra d’aggressione subita. La determinazione combattente ha sbugiardato le manipolazioni, le falsificazioni della propaganda degli aggressori e dei suoi terminali servili disseminati sul pianeta. (…) Non c’è dittatura che possa imporre la resistenza, costringere a combattere, infondere determinazione contro un nemico esageratamente più potente. Senz’altro lo può quell’atavico legame di amore e di difesa della propria terra.

Ma che mondo esce dall’ennesima mattanza a guida statunitense, stavolta in terra d’Iraq? (…)

 

LA FUNZIONE DELL’ONU

 

Contrariamente a convinzioni diffuse, con questa guerra Washington non supera la NATOscioglie l’ONU. La NATO è destinata sempre più ad essere coinvolta in interventi logistico/militari fuori area, come braccio militare integrato della politica estera statunitense. Quanto all’ONU, il discredito di questo organismo, succedaneo alla Società delle Nazioni, non è di oggi, ma di lunga data e nasce dalla discrezionalità del proprio operato. (…) Ogni decisione dell’ONU è espressione del rapporto di forza tra alcuni Stati del Consiglio di Sicurezza. Riflesso per lo più del fronte dei vincitori scaturito dal secondo conflitto mondiale, gli atti dell’ONU sono stati, fino grossomodo al 1991, la risultante del con/dominio conflittuale USA/URSS. La rarefazione ad uno, cioè gli Stati Uniti, dell’esercizio indiscusso del potere militare e tecnologico, e della legittimità esclusiva –autoconferitasi– a decidere in stato d’eccezione, ha mandato a gambe all’aria quell’assetto in maniera progressiva. (…)

È interesse di Washington mantenere questo riferimento sovranazionale, percepito (erroneamente) come al di sopra delle parti, per più ragioni: 1. è strumento di pressione formidabile e di penetrazione culturale e logistica cui ricorrere all’occorrenza con Stati riottosi; 2. lo si utilizza, in termini di risorse, impegni e rischi quando si tratta del lavoro di manovalanza da far svolgere ad altri nei paesi conquistati; 3. è un terreno di verifica dove saggiare l’affidabilità degli Stati vassalli da tenere impegnati sul piano finanziario nella ricostruzione del paese aggredito, distogliendo peraltro le loro risorse dalla competizione intercapitalistica, a tutto vantaggio in ultima istanza del capitalismo statunitense.

(…) Con l’abbandono di Baghdad da parte di Saddam Hussein e la formale fine della guerra, gli USA impongono all’ONU il ritiro delle sanzioni, senza che quelle armi siano state trovate. L’ONU si adegua, legittima così l’aggressione e sana per conto di Washington un atto di patente illegalità internazionale. (…)

 

INDIRIZZI STRATEGICI USA

 

Se le guerre di aggressione nel Kosovo (1999) e in Afghanistan (2001) sono state scatenate grazie ad un’accorta regìa di preparazione sul terreno e massmediatica sulle cosiddette opinioni pubbliche, dissimulando le ragioni strategiche di fondo, l’aggressione all’Iraq (2003) segna indubitabilmente una discontinuità formale forte, inequivocabile, dirompente. L’aver puntato i piedi, per quel che è stato loro possibile, di Parigi, Bonn, Mosca, Pechino non è certo conseguenza di un’improvvisa folgorazione per la cosiddetta legalità internazionale. Non si tratta di un sussulto di nobile disinteresse: semplicemente la Casa Bianca, sempre più sfacciatamente, spinge per una riscrittura a proprio esclusivo vantaggio della mappa geografica, partendo dalle retrovie, con effetti di riflesso sugli interessi dei paesi industrializzati del mondo e di quelli percepiti come potenziali insidiosi antagonisti.

Il fine della Casa Bianca non è solo quello di ridisegnare tutta la mappa regionale dell’area arabo/centroasiatica, ma soprattutto di arrivare nelle migliori condizioni possibili all’obiettivo strategico del conflitto con possibili potenze (Russia, India, soprattutto Cina) percepite come nemici ben più corposi di paesi militarmente deboli come Jugoslavia, Afghanistan, Iraq. La Casa Bianca (poco importa se a conduzione ‘democratica’ o ‘repubblicana’) intende giungerci lungo una politica di ingerenza a tutto campo negli scacchieri più significativi del pianeta. Non solo militare peraltro. Quel che caratterizza la dirigenza statunitense è il suo messianesimo puritano e l’idea di un’investitura divina volta al compimento di una propria eterna missione civilizzatrice nel mondo. Questa dirigenza non intende conservare un bel niente, ma mutare l’assetto geopolitico internazionale con una visione strategica dei futuri e ben più consistenti conflitti che la contrapporranno per l’egemonia mondiale (delle risorse, dei mercati, ecc.). Dimostrando con questo –i vertici politico/militari di qualunque amministrazione statunitense– maggiore lungimiranza e visione d’insieme dei capitani d’industria nell’anticipare scenari, nel predisporre le condizioni, nel tutelare gli interessi economici delle proprie principali compagnie in tutto il mondo.

Per questo anche le bombe su Baghdad hanno avuto come reali obiettivi Pechino, Mosca, Parigi. La guerra in Iraq ha significato anche acquisizione di basi che, oltre che mezzo, sono per gli Stati Uniti obiettivo strategico di queste guerre, dal momento che il controllo delle risorse, il riassetto geopolitico di determinate aree, anche a fini di contrasto di una concorrenza economica, non potrebbero essere realizzati senza disporre di soldati o basi da lasciare sul terreno. Le basi, peraltro, risultato delle guerre passate, sono un trampolino per quelle future. Chi ha auspicato la fine rapida del conflitto in Iraq, ignora che questa è solo una tappa di quel conflitto prolungato che si dispiegherà, come ha detto l’amministrazione statunitense, per almeno una generazione.

 

Dopo l’Iraq gli Stati Uniti non si possono fermare. Volendo stabilizzare alle proprie condizioni la regione mediorientale nel breve-medio periodo il nuovo nemico si chiama Iran. Ma, attenzione, si tratta sì di un obiettivo strategico da tempo perseguito, ma pur sempre intermedio. Interno ancora alla cosiddetta fase della guerra al terrorismo che, secondo il capo del Pentagono, Donald Rumsfeld, sarà lunga e dura, ma alla quale –e questo è il cuore del problema– non seguirà la pace, sostiene sempre Rumsfeld, ma un’altra fase ancora più dura contro “un numero doppio di nazioni nucleari, molte delle quali saranno nazioni terroristiche”. In questa prospettiva le crescenti spese militari dell’amministrazione statunitense mirano ad allargare irreversibilmente la forbice tecnologico/militare con qualunque possibile altro antagonista. Ad includere il controllo satellitare dello spazio, integrato nel progetto di scudo stellare. Con il che si riducono ai minimi termini o forse si chiudono del tutto le possibilità che un qualsiasi Stato od anche una coalizione di Stati possa sfidare sul terreno militare gli Stati Uniti. È questa la visione strategica su cui si muove Washington. Privare della sua forza di deterrenza qualsiasi arma nucleare o di analogo impatto in mano altrui.

 

SCENARIO CHIUSO?

 

Qui, però, si configura il nodo decisivo per comprendere le future dinamiche dei diversi Stati nello scenario mondiale. Il capitalismo è basato sulla competizione e sul conflitto per l’ampliamento delle proprie quote di mercato e delle possibilità di utilizzo delle risorse. Questo conflitto non viene però condotto solamente nella sfera economica, ma coinvolge tutte le altre sfere della formazione sociale capitalistica, a cominciare da quella politica. L’ampliamento delle quote di mercato necessita dell’allargamento delle sfere d’influenza geopolitiche da parte del proprio Stato di riferimento.

L’invasività degli Stati Uniti sta dunque mettendo sempre più con le spalle al muro gli Stati concorrenti, che si troveranno prima o poi ad un bivio: sottomettersi o reagire. Ma reagire equivarrà per Washington ad una dichiarazione di guerra. Ora, perché questa reazione abbia una prospettiva, occorrerebbe mettere in moto processi di natura politica, economico/finanziaria, militare, che, rimanendo ad esempio in questa parte di mondo, rompano con le dinamiche dell’Unione Europea. Lo spazio non ci consente un’analisi circostanziata sui perché (culturali, politici, geopolitici, economici, sociali) del rifiuto di una qualsiasi accezione di Europa che sarebbe inevitabile sbocco servile o autoritario. Ci limitiamo solamente a constatare, rispetto a quel che si sta prefigurando, che se l’Unione Europea parlerà ad una sola voce, a maggioranza, le posizioni saranno ancor più smaccatamente filostatunitensi. Non a caso gli USA hanno sponsorizzato l’ingresso delle loro nuove colonie dell’est europeo e spingono per far entrare ancora altri membri, tra i quali Turchia ed Israele. Se a questo colleghiamo i vincolanti parametri del Patto di Stabilità ed il meccanismo politico/militare della NATO, pensato per far agire gli Stati membri tutti congiuntamente sotto supervisione degli Stati Uniti, rendendo dunque fattivamente difficile la possibilità di uno sganciamento statuale e di un parallelo autonomo apparato di difesa, emerge da sé l’interesse statunitense a questo progetto di allargamento europeo, alimentato dalla nascita, favorito nel suo prosieguo e sostenuto nella sua dinamica espansiva, al fine della riduzione ad uno di interlocutori statuali mantenuti subalterni.

 

Volendo generalizzare, ben oltre quindi l’Unione Europea, e pur restando in ambito capitalistico, ci sono due interrogativi da porsi: esistono allo stato, dando inequivocabili segnali di classe per sé, forze economiche e ceti politici, allocati statualmente, che, in un qualche paese significativo tra quelli a capitalismo avanzato, spingano per l’affrancamento dagli Stati Uniti? E ancora: ci sono il tempo, le condizioni e le prospettive di riuscita per un polo di Stati che converga su intese ed alleanze tradizionali anche a termine, tanto quanto basti, cioè, a ridiscutere l’egemonia statunitense, tenendo peraltro conto che non ci si muoverebbe in condizioni di vuoto pneumatico, con il nulla osta, cioè, e l’indifferenza dell’imperialismo dominante?

Guardando al decennio intercorso dall’implosione nel 1991 dell’Unione Sovietica, soprattutto agli ultimi 5 anni, con tre guerre di natura strategica scatenate dagli Stati Uniti, e sulla base del ragionamento sin qui svolto, riteniamo che i margini di manovra si siano fatti, a voler essere eufemistici, molto stretti e che ci si debba preparare ad uno scenario bloccato. Alle due domande sopra formulate, risponderemmo quindi negativamente. Non escludiamo reazioni in ambito capitalistico statuale. Temiamo che ricordino l’agitarsi del naufrago prima dell’annegamento.

 

UN PERCORSO NECESSARIO

 

Imperialismo USA per l’eternità, quindi? Non è detto. Ma bisognerà prepararsi ad un cambio radicale di prospettiva, quando e se si prenderà atto che è fattivamente impossibile contrastare gli Stati Uniti sul loro stesso terreno tecnologico/militare e che non sarà un forse fantomatico conflitto interimperialista a sbloccare la situazione, offrendo opportunità per i dominati e gli oppressi, come sembrò avvenire una sola volta nella Storia, in Russia, nell’ottobre 1917. Il dominio incontrastato sul terreno militare può infondere un senso di onnipotenza per chi lo esercita. Ma il punto di forza o, viceversa, di debolezza di tutti gli imperi che si sono succeduti nella Storia, si è sempre giocato sulla capacità di conquistare o meno il consenso politico dei dominati, di conquistarne “i cuori e le menti”, di trarre vantaggi economici dall’inclusione subalterna di Stati diversamente posizionati nella divisione internazionale della produzione. Ogni qual volta questo meccanismo si è inceppato, si è innescata la loro decadenza. La parola chiave è quindi: coinvolgimento. Qui si giocherà la partita. E non solo nelle retrovie dei paesi economicamente arretrati, ma soprattutto all’interno degli stessi paesi a capitalismo avanzato. Creare quindi problemi nelle ‘periferie’, nelle realtà nazionali degli Stati subalterni, condizionare e spingere per un corto circuito se non per uno sganciamento dei ruoli di supporto, potrà effettivamente configurarsi come il modo più efficace per contrastare sul serio e pesantemente l’imperialismo statunitense. Essere anti-imperialisti senza essere, conseguentemente, nazionalitari attivi nel proprio paese significa affermare la propria impotenza e, per questo, essere funzionali, perché innocui, a Washington.

Per l’accumulazione strategica delle forze e per un credibile sbocco che non sia la riproposizione di un Davide che ambisca a farsi Golia, sarà necessario adottare una scelta nazionalitaria. Cioè l’affermazione di interessi non esclusivisti, non discriminatori, non di classe dominante. Alle fanfare e alla retorica patriottarda dello Stato e dei suoi interessi di classe, inevitabilmente servili nel mono-centrismo imperialista a stelle e strisce, anche quando assumono le vesti da “grande narrazione” –il mito dell’Europa o del governo mondiale– sarà necessario contrapporre la “nazionalizzazione delle matrie”, cioè gli interessi nazionalitari delle classi subalterne incastonate nell’autodeterminazione effettiva di popolo. Che necessiteranno di cambiamenti di mentalità e di prospettiva. Lo stesso discrimine, a nostro modo di vedere, di una prospettiva seriamente anti-imperialista e quindi anti-capitalista deve saper essere dialettico, essere cioè maturante di coscienze e non affermazione settaria di fede. Non c’è alternativa al nazionalismo di liberazione come collante e detonatore sociale. Non c’è operaismo, confusionismo moltitudinario, umanesimo caritatevole che tengano. Quando da parte statunitense sarà completata la sistemazione delle retrovie planetarie, Pechino, Parigi, Mosca, finiranno come Belgrado, Kabul, Baghdad. Non ci saranno margini per disobbedienze da nuovi mondi possibili, se non a livello individuale come eremitaggio sociale o a livello micro-collettivo come piccola comunità separata ed isolata. La scelta è già una: sottomettersi o resistere. Ma per chi vorrà esprimere la propria libertà non misurata, secondo i canoni capitalistici, sulla disponibilità a mercificare la propria esistenza individuale, la resistenza nazionalitaria sarà l’imprescindibile terreno da cui partire. A chi prefigura una possibilità di liberazione solo da un futuro che veda uno scontro interimperialistico, facciamo notare che se la situazione resta bloccata, si sarà presa l’unica strada possibile. Ma anche nel caso del materializzarsi, a nostro avviso molto improbabile, di un tale conflitto, si sarà agito per preparare il terreno a che i dominati possano cogliere, attrezzati, quella possibilità di liberazione. Insomma, si tratta di sviluppare un percorso autonomo ed indipendente, necessariamente su basi nazionali. Non per inseguire splendidi isolamenti, ma preparando il terreno perché si possano anche stringere alleanze di mutua assistenza. Questa resistenza nazionalitaria è quindi imprescindibile e da materializzare il più presto possibile. Non solo in Italia. Prima che sia troppo tardi. Prima di dover altrimenti prendere atto che la partita è chiusa per un po’ di generazioni.