NOTE A MARGINE SUL DECLINO DEL BERLUSCONISMO
La nascita del nuovo governo Berlusconi (il cosiddetto “Berlusconi-bis”) mi sembra faccia emergere la completa paralisi governativa e la ridicolezza di coloro che insistono sui pericoli di regime o altre sciocchezze del genere. Il problema non è nemmeno la stupidità del suddetto primo ministro, ma proprio il fatto che guida (cioè non guida) partiti che vorrebbero rappresentare gruppi sociali del tutto eterogenei e per il momento “non sintetizzabili”. Manca, infatti, un autentico blocco sociale, sufficientemente omogeneo, da rappresentare e su cui basare la propria forza d’urto. Il popolo delle partite IVA, l’insieme delle piccole e piccolissime imprese, eccetera, è costituito da milioni di persone, dotate però di scarsa lungimiranza politica, che vivono di tatticismi di fiato corto. Non esiste in essi un gruppo dirigente economico di una certa forza e coesione, capace di esprimere o legarsi a gruppi politici anch’essi dotati di ampi progetti.
E’ necessario superare l’ottica personalistica del pro o contro Berlusconi per comprendere quali sono le forze economico-sociali in campo, che sono poi più o meno sempre le stesse. Se Berlusconi ha perso per la sua completa incapacità di visione strategica, per il suo barcamenarsi tra gruppi sociali e politici diversi, senza coraggio e decisione, è altrettanto vero che con la sua crisi, e quasi sicura fine, rivince, attraverso il personale politico del centro-sinistra –che si allargherà al centro tramite molti transfughi– la vecchia consorteria politico-economica, che ha consentito lo sviluppo, sia pur subordinato, del nostro paese nel mezzo secolo susseguente alla seconda guerra mondiale, ma lo ha anche devastato, lo ha succhiato e posto le basi per una futura lunga marcescenza e ancor più netta nostra subordinazione sul piano internazionale. Questa opposizione, d’altra parte, non ha uno straccio di idee, salvo che legarsi ai grandi gruppi industriali e bancari dominanti e farne gli interessi (ma anche tali gruppi sono tutt’altro che omogenei, a parte la volontà di succhiare risorse, togliendole ad altri raggruppamenti sociali); di conseguenza, tale schieramento politico vede con terrore avvicinarsi il momento in cui l’antiberlusconismo non servirà più come collante sostitutivo di effettivi programmi comuni (inesistenti).
Nel Corriere del 21 aprile scorso vi erano una serie di notizie che mi sembrano fornire lo spunto per qualche considerazione. Segnalerò in particolare:
a) Un articolo di De Rita. Sintetizzando, lo studioso del Censis parla di “cetimedizzazione” (termine brutto, ma lo usa lui) della società italiana; e sarebbero questi ceti medi a decidere del prossimo futuro della politica. Tuttavia, a me sembra che tali gruppi intermedi vengano messi in un unico calderone, solo basandosi sulla loro comune preoccupazione per il futuro, per l’assenza di prospettive, per la paura e il bisogno di rassicurazione unito quindi a riflessi d’ordine, eccetera. Da qui, De Rita trae la previsione di uno sfarinamento del bipolarismo e, anche se non lo dice espressamente, è evidente che crede alla formazione del finora mitico “grande centro” (i centristi dei due poli che dovrebbero assorbire i voti di una Forza Italia avviata verso una completa débacle). A questo punto, tale schieramento politico diverrebbe maggioritario e potrebbe contrattare con i DS (Rifondazione, e altri, verrebbero tenuti ai margini) per la riedizione di una specie di centro-sinistra (non proprio come quello DC-PSI, sia chiaro, ma qualcosa di relativamente analogo; naturalmente nell’epoca della fine del confronto con il fu “campo socialista”).
E’ ovvia la convenienza dei grandi gruppi dominanti (finanza parassitaria-grande industria decotta e in cerca di assistenzialismo statale) di ottenere un risultato del genere. Un “grande centro” di questo tipo consentirebbe di “bastonare” con una certa “equità” gli altri gruppi sociali, cioè di farlo in modo uniforme e ben distribuito, senza preferenze per alcuno. Credo poco a simile prospettiva. Non certo perché, come qualcuno dice, il popolo italiano si sarebbe ormai convinto del bipolarismo (a questo proprio non credo), ma semplicemente perché il ceto medio è, si, uniformemente inquieto, bisognoso di rassicurazioni, eccetera, come pensa De Rita; ma i vari gruppi che lo compongono mirano ad obiettivi assai differenti fra loro.
Pur semplificando al massimo, ci sono almeno due grandi raggruppamenti: quello del ceto medio che indicherò come “privato”, soprattutto nordico, costituito da bottegai, piccoli imprenditori, lavoratori autonomi, ecc.; e quello “pubblico”, in specie centro-sudista, che vuole proprio garanzie di assistenzialismo statale, di mantenimento di piccoli sostentamenti pubblici, eccetera [non mi si obietti che anche nel centro-sud ci sono ceti medi “privati” piuttosto consistenti. Lo so, sto solo semplificando il quadro per velocità di esposizione]. Al secondo gruppo di ceti medi è possibile unire più facilmente i lavoratori dipendenti di tipologia maggiormente subordinata e a basso reddito (privati come pubblici, comunque non considerabili come ceto medio), in particolare quelli già in pensione (si tenga presente che la CGIL ha più della metà degli iscritti rappresentata appunto da pensionati).
E’ la presenza di questi diversi gruppi della “cetimedizzazione” della società italiana (come di quella di tutti i capitalismi avanzati) a mantenere una forma, pur impropria e deficitaria, di bipolarismo; ed è essa ad impedire che il centrodestra possa costituire, in modo omogeneo e con buona unità interna, uno dei poli del bipolarismo in questione. Non credo che l’UDC –tanto meno AN, che comunque dovrebbe essere gettata “all’ala destra” se si formasse un “grande centro”, in modo simmetrico a Rifondazione, verdi, comunisti italiani, eccetera– possa mai rappresentare il raggruppamento dei ceti medi “privatistici”. Di conseguenza, anche finito Berlusconi, l’elettorato di Forza Italia, Lega, e via dicendo, farà molta difficoltà ad affluire verso tale “grande centro” (cui pensano i vari De Rita), che dovrebbe essere irrevocabilmente legato ad una ripresa in grande stile dell’assistenzialismo “pubblico” (come appunto nell’epoca della DC e del confronto con il “campo socialista”). Fra l’altro, dove mai esistono, oggi, le risorse per simile assistenzialismo statale “a pioggia”?
b) L’Ateneo confindustriale romano, la LUISS, ha nominato, come suo Direttore Generale, Pier Luigi Celli (già direttore generale della Rai) in chiara “quota” di centro-sinistra (pag. 29 del Corriere del 21 aprile). Soprattutto, è interessante la seguente “notiziola” (p. 9 del giornale citato): «Tra il 27 e il 28 maggio, a Frascati, Prodi e la Margherita incontreranno il Gotha della finanza. Sicura la presenza del presidente di Confindustria Luca Cordero di Montezemolo [forse involontario, ma assai giusto, mettere tale individuo nel Gotha della finanza, poiché egli è tutto salvo che un vero imprenditore industriale, malgrado la mitizzazione della Ferrari, nda]; si fanno i nomi di Bazoli, Profumo e altri big. Due giorni di confronto. E porte chiuse». Cioè lontani da orecchie indiscrete, onde non far sapere quali perversi progetti saranno formulati per il futuro di questo nostro povero paese.
Debbo mettermi a commentare simili notizie, e in particolare l’ultima, che dimostrano da quale parte stanno le forze economico-finanziarie in grado di ungere ceto politico e intellettuale al fine di consolidare svolte autenticamente reazionarie? Per una volta non voglio far torto all’intelligenza di chi mi legge, pur se so che il virus antiberlusconiano è ancora vivo e vegeto, e produce sempre i suoi nefasti effetti obnubilanti. Mi interessa invece un breve commento.
Non so se vi sia stata una dimenticanza del giornale oppure se veramente sarà soltanto Prodi, con i vertici della Margherita, ad incontrare i cosiddetti “poteri forti”. Se sarà proprio così, non darei al fatto eccessiva importanza; comunque, potrebbe trattarsi di un sintomo del fatto che anche questi poteri nutrono le speranze di un De Rita intorno alla possibilità di formare un “grande centro”. In ogni caso, è certo che le oligarchie dominanti finanziarie e industrial-assistite (o in cerca di assistenza) preferirebbero poter stangare in modo equanime tutti i raggruppamenti sociali dominati (o non dominanti). Anche perché il dover tosare maggiormente proprio i ceti medi “privatistici” è in qualche modo pericoloso. Si produce senz’altro una qualche incrinatura dell’egemonia ideologico-culturale del neoliberismo, che è stata in questi ultimi 10-12 anni massimamente utile ai dominanti, dato che ha creato in larghi strati di popolazione la convinzione di possibile arricchimento individuale tramite la “libera” intrapresa in “libero” mercato. Ricordiamoci tutta l’enfasi posta sul “piccolo è bello”, sulle produzioni “di nicchia”, sull’“inventarsi” uno specifico spazio con il proprio lavoro, e tutte le altre strocchiolerie ideologiche propalate a vagonate. Ciò ha dato spinta ad una accumulazione intensiva, ottenuta sia con una sorta di “autosfruttamento” sia con lo “sfruttamento” di settori di lavoratori dipendenti precari e disorganizzati, mossi dal miraggio di poter diventare lavoratori autonomi in via di arricchimento.
Mettere in crisi proprio questo settore di “fratellini minori”, costituenti uno scudo protettivo per i settori grande-imprenditoriali, rappresenta un inizio di disfacimento del blocco sociale che forniva solide garanzie al potere di questi ultimi. Tuttavia, non usciamo da una grande crisi (come, ad esempio, nel 1933 in Germania) né vi sono parti delle oligarchie dominanti che chiedono allo Stato italiano una potenza di politica imperiale per meglio espandersi nel mondo; anzi, si cerca di costruire una struttura di servizio a favore del centro imperiale statunitense. In simili condizioni, i pericoli di gravi e rapide involuzioni politico-sociali sono modesti; non ci si deve aspettare l’ascesa di quelli che, in un mio recente volumetto, ho indicato quali agenti strategici della rivoluzione dentro il capitale, ascesa che esigerebbe una situazione di contorno di grande crisi sociale, accompagnata da fenomeni di impetuoso sfacelo politico. Resteremo probabilmente in posizione di stallo, con ritmi di sviluppo tendenzialmente stagnanti; un contesto di lento degrado sociale, di disagio, precarietà, malcontento crescente e crescente disordine, con l’accentuarsi dell’insicurezza e di fenomeni di piccola e grande criminalità, di anarchia e lassismo.
Tutto ciò è comunque negativo per i dominanti, e può preparare nel medio periodo svolte di maggior ampiezza che potrebbero spazzarli via assieme ai loro referenti politici; oggi costituiti, lo ricordo, soprattutto da forze che si autodefiniscono di centro-sinistra e “progressisti”. Per questo, si cercherà comunque di distribuire in modo non eccessivamente squilibrato il peso della “scrematura” dai dominati (o non dominanti) ai ristretti gruppi dominanti parassitari attualmente senza rivali in questo paese. In mancanza però del fatidico “grande centro”, sarà molto difficile essere equanimi; bisognerà scegliere, e si tratterà di scelta che metterà in moto processi di stagnazione (più ancora sociale che economica), di paludificazione, di imputridimento, di crescente disaffezione alla politica, prima, e alle attuali istituzioni subito dopo.
Per i motivi brevemente richiamati, insisto sull’importanza di una ragionevole, e ragionata, analisi di fase, di carattere strutturale e non fondata su scemenze di tipo personalistico; smettendola con le favole del “meno peggio” che stanno soltanto preparando il peggio del peggio.
24 aprile 2005