LA SERVITÙ DELL'ITALIA NELLA NATO

La caduta del Muro di Berlino ('89) e l'implosione dell'Unione Sovietica ('91) rappresentano una sorta di spartiacque temporale in cui si esaurisce quel contratto spartitorio USA/URSS dell'Europa sancito alla fine della seconda guerra mondiale. Eppure, disattendendo le aspettative dei più, la rarefazione ad uno dei contendenti sul piano militare non ha aperto prospettive di pace ma un escalation di tensioni e conflitti regionali. La NATO, uno degli strumenti di intervento statunitense in Europa, non solo non si è sciolta, sulla scia dell'omologo organismo -il Patto di Varsavia- che diceva di voler fronteggiare, ma si è allargata nell'est europeo. Non solo. Nel '91, a Roma, annuncia il suo Nuovo Concetto Strategico, una mutazione 'qualitativa' da struttura politico-militare di difesa statica a struttura mobile per interventi militari anche 'fuori area', fuori cioè dai territori inglobati dall'Alleanza: una formidabile macchina da guerra in grado, sulla carta, di schiacciare qualunque paese confligga -quale ne sia la ragione- con chi di questa Alleanza è il padre-padrone, gli Stati Uniti. Che ha il sostegno di un apparato mediatico già collaudato nel girare a pieno ritmo, a livello planetario, per santificare o demonizzare personaggi e cause nazionali.
Cosa abbia rappresentato, nella storia di questo paese, l'egemonia culturale, politico/militare, anche economica statunitense -di cui la presenza disseminata di basi Nato e USA è solo una spia- è in gran parte ancora da scrivere. Pagine di condizionamenti, di imposizioni, di scelte di fondo eterodirette. Pagine anche di sangue di una guerra occulta, non-convenzionale che ha insanguinato il nostro paese. Una storia che per ovvie ragioni di opportunità politica interna è bandita dai libri di testo nelle scuole. Insomma, quel che eufemisticamente si dice "sovranità limitata" ma che in termini reali si è configurato e si configura come un'assenza effettiva di indipendenza e di sovranità del nostro paese. Con ampie ripercussioni che il senso comune non è in grado di percepire, in mancanza di tutta una serie di strumenti documentali ed interpretativi, e del controllo blindato dei mezzi di comunicazione.
Si commetterebbe un errore, però, se si pensasse di leggere il presente avendo come paradigma un assetto internazionale profondamente modificato. Si correrebbe il rischio di equivocare certe prese di posizione governative come tentativi di affrancamento da decennale servitù. Nulla di più illusorio: mutano gli scenari, non lo status di colonia del nostro paese.
Per ragioni di spazio concentreremo il ragionamento su alcuni aspetti per capire quale sia lo scenario in cui si muove l'Italia, quali le ragioni delle scelte di politica estera (i presunti 'interessi nazionali'...) che questo governo di centro-sinistra afferma di voler perseguire senza che l'appoggio di fatto organico di Rifondazione Comunista, di là di qualche distinguo (Albania, ad esempio), le abbia mai messe seriamente in discussione.

Innanzitutto, la rendita di posizione di cui l'Italia godeva, per la sua collocazione geografica, nell'epoca del condominio imperialistico USA/URSS, si è assolutamente ridimensionata sul piano politico/internazionale, senza che lo siano minimamente i benefici derivanti agli USA dal persistente utilizzo militare del territorio italiano.
Sono certamente passati gli anni in cui il servilismo dei vari ceti politici italiani nei confronti di Washington poteva garantire una pur pletorica presenza in consessi internazionali che desse, quanto meno, l'apparenza di un ruolo e di un rango. Come nel '75, quando l'Italia, "paese di frontiera", entrò nel G7 grazie alle mediazioni di Washington, nonostante l'opposizione francese. Come in un gioco di specchi, tutto ciò aveva un riflesso politico di immagine (e di prestigio) prevalentemente interno. Una sorta di "fattore d'ordine", per usare un'espressione di merito di Andreotti, che, definendo le frontiere tra maggioranza e opposizione, salvaguardava perfettamente l'asse politico allineato agli interessi statunitensi.
Quello scenario oggi non esiste più. Di conseguenza nemmeno quelle interessate 'coperture' politiche. Ma non sono venute meno le ragioni del potente dispiegamento statunitense. Non è un caso che il nostro paese sia l'unico tra quelli della Alleanza Atlantica dove la presenza statunitense sia aumentata -dal dopo '89/'91- in termini di uomini, mezzi e basi ampliate o in via di costruzione.
Che le basi e le truppe militari straniere (permanenti e in transito), con una prassi consolidata di 'accordi' di cessione, di clausole, di trattati segreti mai sottoposti nemmeno alla ratifica parlamentare (e, detto per inciso, di dubbia legittimità costituzionale), su cui nessun governo esercita -può esercitare- alcuna forma sostanziale di controllo e di sovranità, mantengano una loro rilevanza funzionale e strategica nella macchina bellica statunitense, lo si è già visto all'epoca della Guerra del Golfo e nei raid aerei della guerra bosniaca. Che sono serviti a giustificare e consolidare militarmente l'egemonia della Casa Bianca sugli alleati dell'Euro.
Qui si situa un punto centrale su cui invitiamo alla massima attenzione. In questi conflitti l'Italia è stata trascinata contro lo spirito e la lettera di quella Costituzione che era già carta straccia dalla sua entrata in vigore nel '48. Diciamo di più: in questi conflitti l'Italia è stata trascinata contro i suoi interessi di fondo che per ragioni anche economiche sono di buon vicinato con i paesi della sponda meridionale e orientale del Mediterraneo. In questi conflitti contro i suoi stessi interessi l'Italia è stata trascinata come parte integrante del dispositivo bellico del Pentagono, come retrovia militare delle opportunità politiche statunitensi. Per giunta vedendo i governi in carica, in ambedue i casi su citati, subire le scelte della Casa Bianca e partecipare -in maniera assolutamente subalterna e insignificante- alla gestione politica (di quella militare manco a parlarne) della guerra e delle sue conseguenze. Senza poter nemmeno caratterizzare la partecipazione italiana come espressione di autonomi interessi di tipo coloniale -men che meno imperialisti. Lo rimarchiamo a scanso di equivoci: non auspichiamo una vocazione 'indipendente' di potenza dell'Italia di nessun tipo. Rileviamo che tutte le classi dirigenti che si sono avvicendate al potere, comprese quelle che si sono affermate all'indomani di quella cesura politica che si vuole simboleggiata con la Prima Repubblica nei primi anni Novanta, tutte espressione di una logica capitalista, non hanno mai espresso sul loro stesso terreno di interesse una capacità autonoma nelle scelte di politica estera. Espropriati per decenni nei poteri di indirizzo e controllo della politica estera e della difesa del nostro paese, hanno accettato la politica della mediazione, del 'piccolo cabotaggio', della subalternità di fatto.
Consideriamo politicamente sbagliato e -in una prospettiva di cambiamento radicale, di liberazione nazionale e sociale tutta ancora da costruire- un ostacolo culturale strategicamente pericoloso, la tesi di chi -nella sinistra che si autodefinisce 'di classe'- sostiene l'esistenza o lo stato nascente di un presunto imperialismo italiano. Credere che siano mai emerse -o siano emergenti- autonome vocazioni neocoloniali e/o imperialiste significa ignorare i rapporti di subordinazione che ancora oggi legano l'Italia agli USA. Ed è -anche e soprattutto- proprio sul terreno degli interessi economici che questa convinzione trova riscontri. Gli interessi economici delle aziende e del capitale 'italiano' sono sempre stati diversi, e diversamente garantiti, rispetto a quelli del resto dei paesi industriali avanzati. L'economia italiana, per ragioni strutturali specifiche, è essenzialmente di trasformazione, non disponendo in proprio di materie prime e di energia sufficiente. Per questo il flusso sud-nord (petrolio, gas metano, minerali, ecc.) ed il flusso nord-sud (prodotti finiti, tecnologia, ecc.) è l'asse che ha caratterizzato la natura delle relazioni diplomatico/commerciali di buon vicinato con il mondo arabo, dai paesi del Maghreb sino al Golfo e con un interesse geoeconomico ultimamente crescente per l'area delle repubbliche musulmane indipendenti nate dal crollo dell'URSS, nel Caucaso e, oltre il Mar Caspio, in Asia centrale (dove vi sono ingenti risorse di petrolio e soprattutto di gas naturali e dove non casualmente l'ENI opera da decenni con progetti anche ambiziosi). Di là, quindi, dello specifico assetto capitalistico dell'Italia, non c'è strutturalmente un interesse a confliggere -tantomeno a determinare una situazione di instabilità- con i propri vicini.
Cosa che -lo ripetiamo- è solo negli interessi della Casa Bianca, in funzione antieuropea. Significativo in tal senso il battage propagandistico della cinematografia hollywoodiana di una serie di stereotipi anti-islamici (di là dal fatto che l'Islam come realtà politico/culturale è un groviglio anche contraddittorio -e al suo interno conflittuale- di realtà e di posizioni) che si inserisce in un più vasto disegno di rottura di rapporti geopoliticamente preferenziali tra paesi europei e mondo arabo.

Sinora, comunque, il governo italiano ha incassato due sconfitte proprio dall'alleato/padrone di Washington: sull'accettazione nella Nato -rinviata- già al vertice di Madrid (che ha enfatizzato l'egemonia statunitense sugli 'alleati', una superpotenza con molta influenza ma senza una strategia), di Slovenia e Romania per tutelare i propri interessi economici/di sicurezza nei Balcani e sulla sua proposta di ingresso nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite (un meccanismo di rotazione tra paesi 'emergenti' -pur senza diritto di veto) bocciata dall'ostracismo statunitense che punta, sempre senza diritto di veto, ad includere solo Germania e Giappone.

Il qualcerto apparente dinamismo all'immagine internazionale dell'Italia impresso dal governo di centro-sinistra, lungi da qualsiasi ipotesi di affrancamento, risponde a richieste di maggior impegno che provengono proprio dagli USA. Per contare di più bisogna assumere più oneri finanziari e di partecipazione militare (in operazioni cosiddette di mantenimento della pace, in realtà coloniali e/o imperialiste): questo il monito che la Casa Bianca ha rivolto ai suoi 'alleati'. Per esigenze di budget interno e anche come forma di logoramento delle economie occidentali per spese improduttive (come appunto quelle degli armamenti), l'interesse di Washington è quello di un coinvolgimento maggiore logistico/economico dei suoi subalterni partner, Italia compresa. La timidissima uscita -presto accantonata- del vicepresidente del Consiglio Veltroni, nel '96 ("non è in discussione la nostra fedeltà atlantica, ma rinegoziamo presenza e status delle basi Nato"), voleva essere una patetica proposta di scambio politico, un'eco miserabile di vecchie pratiche. Ovviamente inascoltata. Resta quel che ha indicato Clinton -e fatto proprio da Prodi- circa l'assunzione dell'Italia e dell'Europa "di maggiori responsabilità e quindi anche di maggiori oneri", in materia di difesa. Veltroni a parte, vi è tutta un'area di opinionisti (Sergio Romano in testa), che puntano ad una decisa politica di media potenza del nostro paese in nome della difesa di presunti interessi nazionali. Di là della consapevolezza evidente della non-coincidenza di interessi tra Italia e USA nel mondo arabo, nel Mediterraneo, nei Balcani, si percepisce la conflittualità sorda, non guerreggiata con le armi di distruzione, ma non meno spietata, che la Casa Bianca ha già scatenato (con la prima guerra del Golfo del '90, ad esempio) contro le ambizioni imperialiste autonome di Germania e Giappone, maggiormente dipendenti da importazioni di petrolio da quest'area a prezzi mediamente stabili. Conflittualità in cui le basi italiane sono diventate uno dei principali strumenti della politica estera americana, un supporto logistico a vasto raggio particolarmente tangibile nell'Europa balcanica e al Medio Oriente. Il contenzioso con la Francia per il comando Afsouth delle forze Nato (dal quale dipende come è noto la Sesta Flotta USA che fa parte sì della Nato ma il cui comando supremo, a norma della legge americana, non può essere delegato a nessun alleato) nel mediterraneo, con sede a Napoli, o perlomeno del trasferimento della sede di comando a Tolone, non è una vittoria italiana, ma una riaffermazione di leadership statunitense come trampolino di lancio in aree strategiche e di controllo delle rotte del petrolio (lo stesso progetto di ampliamento di Aviano va in questa direzione). Dietro la richiesta di rinegoziare gli accordi di concessione delle basi (alcuni di questi contratti di 'affitto' scadono proprio nei prossimi mesi), dietro la foglia di fico della "dignità della politica estera italiana" e degli "interessi nazionali", si nasconde anche più banalmente una miserabile logica di scambio, un tentativo peraltro velleitario di contrabbandare qualche spicciolo di presenza su qualche poltrona priva di peso effettivo e di favorire sponsor economici. 'Spingono' infatti apparati industrial/militari del nostro paese, FIAT in testa -non a caso uno degli sponsor di questo governo- che chiedono una definizione precisa su funzioni, prospettive (e risorse) della Difesa per un rafforzamento del ruolo e dell'immagine dell'Italia sulla scena internazionale che allo stato paventano velleitaria, nonostante il 'dinamismo' (Somalia, Bosnia, Albania, ecc.) in interventi a regìa statunitense. In ballo c'è la ghiotta prospettiva di lucrare dal Nuovo Modello di Difesa che questo governo sta perseguendo per la credibilità internazionale, come trampolino per la partecipazione alla spartizione della torta dei massicci programmi di armamenti da vendere ai paesi dell'Europa orientale appena ammessi nella Nato.

Non è pensabile rimettere in discussione un sistema militare d'occupazione affidandosi ad eventuali 'salti di qualità' di legittime indignazioni, come nel caso della strage provocata da un volo a bassa quota dell'aereo statunitense EA-6B Prowler, adibito alla guerra elettronica, che ha tranciato i fili della funivia del Cermis. Per pochi giorni i riflettori si sono accesi sul problema, lo hanno sviato sul dilemma 'colpevolezza o errore' dei piloti, non pochi hanno parlato di "sovranità limitata" del nostro paese, senza trarre alcuna conseguenza da questa ammissione, poi più nulla. Sarà banale, ma viene da pensare che quei morti del Cermis vengano uccisi una seconda volta. Anche dai servi del padrone. La questione delle basi può essere un terreno di intervento autonomo dove far passare punti di vista differenti. Se non ci sono margini di incidenza, anche questo 'nodo' può attivare una presa di coscienza. Per evitare che il rivitalizzarsi di una serie di comitati presenti in aree contigue alla presenza della basi si isterilisca sul medio periodo, rimanendo espressione del disagio di chi vive nelle vicinanze. Non è possibile nemmeno mettere a confronto le forze in campo, per l'enorme sproporzione. Quindi queste lotte o si andranno ad inscrivere in un processo di liberazione nazionale, ad ampio raggio tematico, che sappia articolarsi nel paese e diventare cultura autenticamente popolare, oppure sono destinate a trascinarsi stancamente, come avviene da decenni, in ambiti circoscritti, in un agitazione senza futuro. Questi sforzi meriterebbero una prospettiva diversa.

Francesco Labonia

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