IL “WASHINGTON CONSENSUS” NELLA POLITICA ECONOMICA ITALIANA

- lo scenario di sudditanza e svendite della Finanziaria “masochistica” di Siniscalco -

 

«La strada di politica economica scelta dal ministro dell’Economia, Domenico Siniscalco, è il “Washington consensus”, condiviso da banchieri centrali ed istituzioni internazionali: riduzione del deficit (differenza negativa tra entrate e spese del settore statale, ndr) senza “cosiddette spinte alla crescita attraverso tagli fiscali insostenibili” (parole del capo del dipartimento europeo del Fondo Monetario Internazionale, Michael Deppler), riforme strutturali, liberalizzazioni, privatizzazioni». Con queste significative parole, indirettamente rivelatrici dei decisivi condizionamenti esterni dietro il varo dell’ennesima Finanziaria, e con una frecciata rivolta ai propositi di riforma fiscale di Silvio Berlusconi, il quotidiano La Stampa (3 ottobre 2004) sintetizza la manovra approntata da Siniscalco e presentata dallo stesso a Washington, al comitato monetario e finanziario del Fondo Monetario Internazionale (FMI).

Le prescrizioni del “Washington consensus”, cui accenna il quotidiano torinese, si possono riassumere con un termine: neoliberismo. Si tratta di una linea di politica economica avviata nei primi anni Ottanta negli Stati Uniti ed irradiatisi globalmente tramite i programmi di “aggiustamento strutturale” del FMI e, per quanto riguarda ilnostro’ Continente, il processo di unificazione europea. Il fine ultimo della politica economica neoliberista: il progressivo smantellamento delle sovranità statali e nazionali ed il controllo dei rispettivi sistemi finanziario-produttivi, resi sempre più permeabili ai condizionamenti statunitensi, con relativa sudditanza politica.

La riduzione del deficit annuale di bilancio, soprattutto mediante tagli alla spesa pubblica (sociale ma anche per investimenti), non solo impedisce una crescita capitalistica stimolata dalla domanda interna, ma rischia di avvitare gli Stati coinvolti in una pericolosa spirale “minore crescita-maggiore indebitamento” che li pone infine nelle mani di quei “mercati finanziari” fattivamente dominati dalla finanza statunitense. I sistemi produttivi capitalistici negli Stati in oggetto risultano poi sempre più dipendenti dalle esportazioni trainate dagli Stati Uniti e dall’afflusso di capitali esteri alla ricerca di ghiotte occasioni d’affari. Le “riforme strutturali” (dalla sanità alle professioni, al commercio, eccetera) sono volte all’americanizzazione delle società coinvolte: uno scenario che, in ultima istanza, prepara il terreno per la penetrazione di interessi capitalistici statunitensi. Se analizziamo poi la riforma delle pensioni, volta a penalizzare le pensioni pubbliche e lanciare i fondi pensioni privati, si sta producendo una redistribuzione del reddito dai lavoratori (con penalizzazioni, derivanti dallo smobilizzo del TFR –trattamento di fine rapporto– anche sulle piccole e medie imprese) ai “mercati finanziari” esteri. Le liberalizzazioni di beni e servizi, con le sue drastiche ripercussioni in termini di qualità dei servizi erogati, di livello delle tariffe, eccetera, sono anche funzionali all’ingresso di investitori esteri in settori strategici e redditizi. Le privatizzazioni hanno comportato lo smantellamento degli istituti finanziari e delle imprese statali, che un ruolo decisivo hanno giocato nei vari paesi per l’approntamento di una struttura industriale. Sullo sfondo di queste misure, l’apertura di enti statali, banche ed imprese al mercato finanziario globale dominato da agenzie di rating, banche d’affari e fondi d’investimento statunitensi. Si va configurando, dunque, un sistema che va allargando la sfera d’influenza del sistema capitalistico statunitense –a prescindere dal coinvolgimento subalterno di interessi capitalistici ‘autoctoni’– e che permette di controllare l’evolversi delle economie alleate/rivali e di drenare capitali e profitti anche da investire nei progetti economici e politici concepiti negli States.

 

Come accennato sopra, un fondamentale impulso alla diffusione del “Washington consensus” è venuto dal processo di unificazione europea. Pensiamo alle direttive europee, come quelle sul sistema bancario e finanziario, che stanno sempre più allargando gli spazi di penetrazione ed influenza per la finanza statunitense; ad istituzioni come la Commissione Europea, promotrice di liberalizzazioni e determinante per l’avvio delle privatizzazioni in Italia; ai vincoli finanziari/di bilancio del Patto di stabilità su debito e disavanzo annuale, i quali, allo stesso modo di analoghi provvedimenti imposti dal FMI in Stati come quelli dell’America Latina, stanno avvitando il nostro paese in una perversa spirale di “minore crescita-maggiore indebitamento”, e mettendolo nelle rapaci mani della finanza statunitense. Patto di stabilità europeo tra l’altro ben visto dai dirigenti del FMI –istituzione notoriamente al servizio di interessi statunitensi (si vedano gli effetti delle misure intraprese in occasione delle crisi finanziarie russe, del sud-est asiatico, eccetera)– come mostrano le seguenti dichiarazioni a Il Sole 24Ore (30 settembre 2004) del suo direttore, lo spagnolo Rodrigo Rato: «L’Europa deve pensare anzitutto ad applicare il Patto di stabilità, prima di pensare a cambiarlo. Adesso, con la ripresa dell’economia (…) io dico: applichiamo il Patto adesso e con forza. Su questo vanno concentrati gli sforzi».

Europa e “Washington consensus”, omaggiati e riveriti a più riprese dalle classi (semi)dominanti economiche e politiche italiote, a conti fatti si rivelano un piatto piuttosto indigesto. Per quanto riguarda i (semi)dominanti economici, spiccano le ripetute dichiarazioni del Governatore della Banca d’Italia, Antonio Fazio, che paventa i rischi di un’ulteriore penetrazione di gruppi stranieri nel sistema bancario italiano se l’Unione Europea decidesse di procedere con l’integrazione dei sistemi bancari. Guardando invece i propositi di “rilancio” del centrodestra, significativa è l’intervista rilasciata da Mario Baldassari, viceministro dell’Economia di Alleanza Nazionale, a il Giornale (7 ottobre 2004). Baldassarri spiega a chiare lettere come l’abbassamento delle aliquote fiscali IRPEF, tanto caro a Silvio Berlusconi, è legata ad una riforma del Patto di stabilità europeo: «Se il governo ottiene dall’Europa il riconoscimento della golden rule (regola d’oro, ndr) –deficit zero per la parte corrente e spese per investimento svincolate dal Patto di stabilità– potrebbe già nel 2005 varare una riforma fiscale da 12 miliardi». In sostanza, Baldassarri si dice favorevole al mantenimento del limite del 3% del rapporto deficit/Pil per le spese correnti (interessi, sanità, pubblico impiego, eccetera), ma vorrebbe esclusi gli investimenti. Nell’intervista, il viceministro dell’Economia, affermato clamorosamente che la finanziaria andava fatta perché «in caso contrario, i mercati non ci avrebbero capito, e ci avrebbero punito attraverso un aumento dei tassi d’interesse», definisce il Patto di stabilità «una regola secca, da giovani scapestrati: oltre un certo deficit in rapporto al PIL è proibito andare», ed aggiunge: «magari fossimo in grado di fare investimenti pari non al 3%, ma al 5% del PIL». Baldassarri non usa mezzi termini per definire la situazione politica del centrodestra nel caso non si approvassero quei tagli fiscali bocciati dal capo del dipartimento europeo del FMI ed appesi ad una riforma del Patto di stabilità europeo: «Se ci fermiamo con il varo della finanziaria, senza il rilancio dello sviluppo e la riforma fiscale, cadiamo in una trappola masochistica».

 

«Trappola masochistica»: questa sarebbe in sostanza la Finanziaria approntata da Domenico Siniscalco, varata dal consiglio dei ministri a fine settembre e volta al reperimento di 24 miliardi di euro, necessari per riportare il rapporto deficit/Pil sotto quel limite del 3% imposto dal Patto di stabilità. Altro che velleità di rilancio capitalistico! Il raschiamento di fondi per rispettare assurdi e masochistici vincoli di bilancio è ormai da più di un decennio, assieme alla “credibilità” nei confronti dei “mercati finanziari”, l’obiettivo principe della politica economica di questo paese, come ribadito dallo stesso Siniscalco alla Commissione Europea e ai ministri dell’Economia nel Consiglio Ecofin (La Stampa, 22 ottobre 2004): «L’Italia ha la volontà politica di rispettare l’impegno di non superare un deficit del 2,9% in rapporto al Pil». «Volontà politica», afferma Siniscalco. Ma da parte di chi? Ne è informato il popolo italiano? La Commissione Europea, per bocca del commissario all’Economia, Joaquin Almunia, ammonisce però che il deficit italiano potrebbe essere «un po’ più alto di quanto previsto finora dal governo». Che farà Siniscalco? «Cercheremo di vendere tutto quello che serve, anche per ridurre il debito pubblico (…) Da qui alla fine dell’anno faremo ricorso a cessioni di credito e di immobili. Tutto l’armamentario. Saldi di fine stagione».

Da tali cosiddetti «saldi di fine stagione» si vorrebbero ottenere almeno un terzo dei fondi necessari a rispettare le imposizioni del Patto. Si prevedono quindi ulteriori misure di speculazione su beni collettivi che farebbero impallidire persino il Totò della fontana di Trevi. «Lo Stato Italiano possiede un patrimonio pubblico recentemente stimato in 1771 miliardi di euro, intorno al 137 per cento del PIL a valori di mercato (…) Oltre al patrimonio artistico di interesse nazionale, lo Stato continua a svolgere compiti impropri: è ancora proprietario di attivi che, in un’economia di mercato, devono essere controllati dal settore privato», è scritto nella Finanziaria. In precedenza, nel Dpef 2005-2008 (Documento di programmazione economica e finanziaria), si affermava che «nel medio periodo, circa il 40% dell’attivo patrimoniale può considerarsi disponibile» e “destinabile” sia alla riduzione del debito pubblico, sia alla sua mercificazione per trarne profitti. Ma in che consiste tale “attivo patrimoniale”, stimato dal dipartimento del Tesoro con il concorso della società di revisione e consulenza statunitense Kpmg, come ci informa Il Sole 24Ore (6 agosto 2004)? Lo stesso quotidiano ce lo spiega, offrendoci un quadro a dir poco inquietante: «L’aria e l’atmosfera, quelle respirabili e respirate sul territorio italiano, valgono 5.446 milioni di euro. Ebbene sì: anche l’aria, quando si devono inventariare le attività che fanno capo allo Stato, ha un valore di mercato (…) L’elenco delle risorse naturali nel Conto patrimoniale è lungo e ricco. Il paesaggio dell’Italia, trasformato in numeri, rende più alla portata la riduzione del debito pubblico, vendendo persino, in via del tutto ipotetica, qualche ghiacciaio delle Alpi. L’idea non sarebbe neppure originale. La dismissione di una fetta del paesaggio per risanare i conti pubblici, del resto, è stata già sperimentata in Nuova Zelanda dove,alle prese con un debito galoppante, lo Stato si è venduto porti e foreste (…) L’Italia avrebbe soltanto l’imbarazzo della scelta se decidesse di azzerare il rapporto debito/PIL ricorrendo alla vendita delle più disparate “immobilizzazioni materiali”. La voce “terreni”, per esempio, con cui si intendono aree edificabili o sottostanti a fabbricati, terreni coltivati, parchi, pascoli, boschi e prati».

 

Si potrebbe continuare, ma riteniamo che quanto riportato sia sufficiente a dare l’idea di dove possa condurre in futuro il dogma della riduzione del debito e del rispetto dei vincoli europei, e delle ripercussioni sugli interessi collettivi di noi tutti. Nell’immediato Siniscalco, nel solco della gestione Tremonti ed in continuità con quanto predisposto dal governo Amato di centrosinistra, procederà con ulteriori cartolarizzazioni dei crediti, degli immobili, persino dei fondi per la “ricerca”. Su alcune di tali operazioni sussisterebbero dubbi sull’attuabilità, per non parlare dei costi nel lungo periodo, stante quanto riportano vari quotidiani. Basti pensare al progetto di vendita degli edifici scolastici (intermediata a caro prezzo da banche d’affari) con successivo riaffitto degli stessi al ministero dell’Istruzione. Evidenzia il quotidiano economico Finanza & Mercati (5 ottobre) che gli affitti graveranno sul bilancio statale, invertendo nel medio-lungo termine la “convenienza economica” dell’operazione.

Non dissimile il meccanismo dell’operazione “pedaggi ombra”, che sta suscitando forti malcontenti anche all’interno dello stesso centrodestra. Si vorrebbero vendere, per 3 miliardi di euro, 1500 km di strade statali, in gran parte del Sud, a Infrastrutture spa (società controllata dalla Cassa Depositi e Prestiti, di proprietà del Tesoro al 70% e delle fondazioni bancarie per il restante). I miliardi di euro ricevuti consentirebbero al Tesoro di ridurre il deficit annuale. Ma dove reperirebbe Infrastrutture spa i quattrini suddetti? Indebitandosi, vale a dire emettendo sul mercato obbligazioni sottoposte al rating delle solite agenzie statunitensi. E come pagherebbe i suoi debiti Infrastrutture spa? È presto detto: le strade “acquistate” saranno poi riaffittate allo Stato, che pagherà un cosiddetto “pedaggio ombra” per risarcire tra l’altro Infrastrutture spa dei costi finanziari delle obbligazioni emesse e quelli di manutenzione delle strade cedute. Insomma, una sorta di cartolarizzazione delle strade, in cui, a fronte dei profitti di banche intermediatrici ed obbligazionisti soprattutto esteri e dell’incameramento per il Tesoro di una somma di denaro oggi, sorgerebbero non trascurabili aggravi per il bilancio statale domani. Chi pagherà il conto finale? Gli abitanti di questa nazione: e poco importa se il prelievo finirà o meno con l’assumere la forma di pedaggi per gli utenti e/o di minori spese/maggiori tasse su tutti i contribuenti. Il conto dell’Europa sarà pagato comunque.

Nella definizione di «saldi di gestione» può pure annoverarsi la privatizzazione del 20% delle azioni ENEL, diretta a ridurre lo stock accumulato di debito pubblico (a parte, dunque, i 24 miliardi di cui sopra). Vendita i cui svantaggi economici sono stati a più riprese denunciati da Massimo Mucchetti sulle colonne del Corriere della Sera: «Per risparmiare 217 milioni di euro di interessi sui Btp, ricomprati con la vendita del 20% dell’ENEL per circa 8 miliardi, lo Stato rinuncia a oltre un miliardo di dividendi (3 ottobre 2004)»; «Chi “paga il prezzo” dei dividendi distribuiti dall’ENEL? I ricchi profitti derivano da un prezzo di vendita dell’energia al pubblico che è il più alto d’Europa (…) La vendita dei beni patrimoniali è possibile perché qualcuno, prima, ha costruito (…) Chi crea valore per gli azionisti? Chi costruisce un’azienda o chi, per ordini superiori, sia chiaro (di chi?, ndr), la smonta? (Corriere della Sera magazine, 21 ottobre 2004)». In due parole: socializzazione dei costi e privatizzazione dei profitti a beneficio in particolar modo di investitori esteri.

 

La Finanziaria di Siniscalco non consta però soltanto di tali lungimiranti operazioni una tantum. I restanti 2/3 della manovra consistono di tagli alla spesa e maggiore aggravi fiscali. Misure che non sembrano trovare unanimi consensi all’interno del centrodestra, Berlusconi compreso. Le elezioni suppletive del 24 ottobre in sette collegi, con il cappotto ottenuto dai candidati del centrosinistra, e la prospettiva delle prossime elezioni regionali, spingeranno ogni partito del centrodestra ad impedire il varo di misure direttamente penalizzanti il proprio elettorato di riferimento. Significativo in tal senso un articolo di Panorama Economy (4 novembre 2004), intitolato Metamorfosi di una manovra: «La Finanziaria cambia assetto prima ancora di arrivare in Parlamento (…) A forza di smontare e rimontare, cosa resterà della Finanziaria di Siniscalco?». La Stampa (3 novembre 2004), a due giorni dalla presentazione della Finanziaria alla Camera, riferisce di molte novità e del ritiro di certi contestati provvedimenti.

Insomma, abbiamo l’ennesima riprova di come la tanto decantata Europa si dimostri, fuori da massmediatici trionfalismi, alquanto dura da digerire. Il governo di centrodestra non riesce proprio a raccapezzarsi sul come conciliare i vincoli del Patto di stabilità e reperire fondi per adempiere alle promesse elettorali di “rilancio” e di riduzione delle imposte. Staremo a vedere quale Finanziaria verrà approvata in Parlamento. Per il momento, ci limitiamo ad alcune considerazioni.

Per quanto riguarda i tagli alla spesa, fermo restando la dichiarata intoccabilità di voci come la spesa per interessi, appare profilarsi il paradosso –per un governo che impugna la bandiera del rilancio pur capitalistico– che le forbici del Tesoro riguarderanno principalmente la spesa per investimenti, e comporteranno altresì cospicui ritardi nei pagamenti verso le imprese fornitrici allo Stato di beni e servizi, se non il blocco di precedenti ordinazioni: «Anche per le scarpe sono finiti i soldi», scrive Cirino Pomicino su Panorama Economy riferendosi alla sospensione, decisa dal ministero di giustizia, di una gara indetta per 45mila paia di scarpe per gli agenti penitenziari. «Con il risultato che il mondo dei fornitori si indebita, fallisce o vende a grandi multinazionali che hanno la finanza necessaria per sopportare i costi di questi immensi ritardi di pagamento», scrive ancora Pomicino.

Per quanto riguarda le entrate fiscali, a prescindere dai provvedimenti effettivamente attuati, gli intenti di Siniscalco hanno messo oramai in chiaro che uno dei primi obiettivi nel mirino, in questa e/o nelle prossime Finanziarie, è la casa, «ormai l’unico vero patrimonio su cui fanno affidamento le famiglie (Sergio Billè, presidente di Confcommercio, a Il Messaggero, 2 ottobre 2004)». Dopo l’aumento, sancito dalla manovra “correttiva” dello scorso luglio, dell’imposta sui mutui e del coefficiente catastale per le compravendite sulle seconde case, Siniscalco intenderebbe ritornarci con più decisione soprattutto dando via libera ai Comuni alla revisione degli estimi catastali ai fini ICI. Lascia poi pensare che, ad un anno di distanza, si ripresenti un provvedimento, quale la progressiva estensione obbligatoria ai rischi per calamità naturali di tutte le polizze antincendio, «che fra l’altro aprirebbe le porte a un altro business colossale come è stato e continua ad essere quello dell’assicurazione civile auto, con cartelli che gestiscono il mercato a loro piacimento (ancora Sergio Billè, presidente di Confcommercio, a Il Messaggero, 2 ottobre 2004)». Una politica, tra l’altro, in linea con l’indicazione di tassare la casa data tra le righe dal Governatore della Banca d’Italia, Antonio Fazio, in occasione della sua relazione annuale dello scorso 31 maggio (cfr. dichiarazioni Giancarlo Pagliarini, MilanoFinanza, 6 luglio 2004).

Il progetto di revisione degli studi di settore –tra le misure indicate come «assolutamente necessarie» dal solito Fazio (Corriere della Sera, 14 ottobre 2004)– attraverso cui professionisti, artigiani, commercianti e piccole imprese versano le imposte sulla base di calcoli presuntivi (costruiti su parametri come fatturato, numero dipendenti, eccetera) elaborati dal fisco, indicano che la tosatura dei redditi includerà sempre più pesantemente anche i “ceti medi”. Con un governo meno “amico” o meno attento alle scadenze elettorali, anche tali ceti non mancherano di dare il loro contributo per l’Europa. Così come è da attendersi, quantomeno in futuro, un «via libera a regioni e comuni per aumentare tutte le imposte di loro competenza: addizionali Irpef, tasse sulla casa, sulla raccolta dei rifiuti, sull’occupazione di suolo pubblico, sulle insegne dei negozi (sempre Il Messaggero, 2 ottobre 2004)». Il conto dell’Europa si presenterà però lo stesso: con la diminuzione dei trasferimenti dal centro e l’aumento delle competenze in periferia, per finanziare servizi e soprattutto investimenti e affari, gli Enti territoriali non mancheranno di indebitarsi con l’estero. Chi pagherà tale debito? Pensa il centrodestra che sarà sufficiente tamponare le spese degli Enti territoriali con il (da verificare) “giro di vite” sulle consulenze, che pure rappresentano una deprecabile fonte di sprechi e clientelismo?    

 

Concludiamo infine questo articolo con le dichiarazioni di Angelo Panebianco, editorialista del Corriere della Sera (quotidiano per eccellenza dei “poteri forti”), che a Il Foglio (27 ottobre 2004) ha affermato: «Per la gestione dell’esistente è più indicato il centrosinistra, erede della coalizione che ha già governato con l’appoggio dei comunisti, che gode della simpatia e dell’appoggio dei gruppi più importanti della società (quali? Forse i cosiddetti “poteri forti”?, ndr). Il centrodestra si limita a mediare nella difficile amministrazione dello status quo. Dunque perde». La riconciliazione con Fazio –con l’assicurazione che, su riforme come quella sul “risparmio”, il governo non intende toccare le prerogative di Bankitalia in materia di concentrazioni e fusioni del sistema bancario, nonché introdurre un mandato a termine per il governatore– probabilmente non sarà sufficiente a conquistare l’appoggio dei “poteri forti” bancari (al cui interno cresce la conflittualità) e soprattutto industriali, che vorrebbero l’adozione di più decise misure di spoliazione sociale e l’intensificazione dell’assistenzialismo a loro favore. Un cavallo di riserva su cui puntare è già pronto: il centrosinistra, con l’appoggio di Rifondazione. Attenzione dunque alla riproposizione di scenari già visti. La giusta contrarietà ai provvedimenti di politica economica del centrodestra non devono farci perdere di vista lo scenario in cui questi si innestano: l’Unione Europea ed il “Washington consensus”. Senza mettere in discussione la dipendenza esterna, nessuna giustizia sociale, nessun’altra Finanziaria è possibile. Sarebbe ora di rendersene conto, iniziando, magari dalle prossime manifestazioni contro la Finanziaria, ad indicare i veri mandanti delle misure di spoliazione sociale subite da più di un decennio dalle classi subalterne del popolo italiano.

 

Indipendenza

3 novembre 2004