LE RAGIONI DI UN DISSENSO.

NOTAZIONI CRITICHE A COSTANZO PREVE

 

Le notazioni critiche alle risposte che Costanzo Preve dà nell'intervista vanno lette, per il nostro intendimento, non come stucchevole polemica ad personam, ma come un pretesto, un'opportunità, per ragionare di concetti, di indirizzi (filosofici e politici) che sono importanti in sé, sul piano delle idee, e per tutta una collateralità di effetti che si possono generare, ad esempio, in relazione a certi indirizzi politici piuttosto che altri.

E' bene sgombrare il campo da un equivoco di fondo che, se non rimosso, potrebbe inficiare un sereno porsi su questo terreno dialogico.

Costanzo Preve, in Italia, collabora con "Comunitarismo", "Eurasia", e in generale scrive articoli e pubblica libri prevalentemente, in questi ultimi tempi, per una serie di riviste e case editrici della "destra radicale". Rivendica questo come una scelta di libertà per l'espressione delle sue idee a prescindere dai luoghi e che queste idee, quindi, debbano essere valutate in sé. Tutto questo è legittimo sostenerlo, ma rimuove, a nostro avviso, un non detto che è intuibile con il buon senso ed è verificabile alla lettura. Quando realtà molto caratterizzate politicamente e culturalmente, qualunque esse siano, aprono a delle collaborazioni e quando case editrici, altrettanto caratterizzate politicamente e culturalmente, qualunque esse siano, decidono di spendere soldi per editare qualcosa, non avviene per compiacere la libera espressività creativa di un Costanzo Preve qualsiasi, ma per l'ovvia ragione che si individuano dei motivi di interesse e/o di ritorno politici e/o di affinità in questo. Questo spiega perché certuni pubblicano alcune cose e mai pubblicherebbero altro. Cambiando i soggetti editanti, cambiano gli indirizzi, ma non una logica assolutamente comprensibile e per la quale non c'è niente da lamentare.

Fin qui siamo al buon senso, un buon senso comune, ordinario, immediato. Come dire, non bisogna essere uomini di mondo e aver fatto il militare a Cuneo per capirlo.

Se poi, per meglio rendersi conto, si passa nello specifico alla lettura di ciò che Preve scrive, i perché sobbalzano dalla carta a più riprese. La critica -certamente la nostra- non si limita quindi ad essere formale, estetica, ma diventa anche contenutistica.

Potremmo dettagliare ragioni distinte e complementari, ma in estrema sintesi il tutto si sostanzia significativamente in questo: c'è una evidente accoglienza da parte di Preve di assunti concettuali di fondo dei luoghi ove viene pubblicato, sia pur con distinguo che data la provenienza marxista dell'autore non sono motivo frenante ma anzi ben accetti e avvaloranti. Ci sono dall'altra parte, in queste realtà di fatto della destra radicale (di gruppi cioè che o si definiscono in tal modo senza problemi o ne respingono la definizione salvo riproporne le idee in chiave moderna, diciamo così), una serie di possibili ricadute di ordine politico che queste intendono spendere e già spendono a modo loro. Questa complementarità non spiega ancora tutto e lascia certamente sullo sfondo alcuni interrogativi e certe questioni.

Ma il punto, adesso, per quel che qui ci si prefigge, è entrare nel merito, per quel che sarà possibile, del Preve-pensiero su quelle determinate questioni (comunitarismo ed eurasismo in particolare) oggetto dell'intervista oltre che del nostro radicale dissenso.

A completezza di questa premessa, e proprio per cogliere la sostanza delle cose, anche quando si dissente fortemente, ci preme precisare che riteniamo sbagliato culturalmente, proprio come fatto di mentalità, demonizzare chicchessia. Non si desuma, quindi, da quanto detto e alla fine di quel che si leggerà, che noi si intenda alimentare alcunché in tal senso.

Il fatto che Preve si trovi in sintonia, con distinguo che evidentemente non sono così decisivi né per lui né per i suoi interlocutori, con un pluriverso di realtà che noi definiamo, per le idee e le concezioni di fondo meta-culturali e meta-politiche, di "destra radicale" (anche se comprendiamo i perché formali di rigetto di questa definizione da parte di alcune di queste realtà collocabili e definibili in questi termini) non deve, a nostro avviso, significare che tutto ciò che ha scritto Costanzo Preve debba essere messo all'indice e desumere una sorta di sottile filo oscuro dalle antiche radici e che quindi, resosi ora manifesto, sarebbe approdato a quanto è visibile in questa fase. Le persone -ci scusiamo per l'approssimazione terminologica- si sostanziano anche in termini di idee.

Da questo punto di vista non è consigliabile confondere le idee con le persone, né le diverse idee, anche in contrasto tra loro, che una persona può produrre nella sua vita e liquidarle come sostanzialmente irrilevanti. Questo esito è accettabile, a nostro modo di vedere, solo dopo averne preso cognizione e averci riflettuto sopra.

Con altrettanta chiarezza e pacatezza abbiamo un paio di appunti di fondo da muovere a Preve per certi passaggi piccati delle sue risposte. Le nostre critiche non solo rilanci da gossip ma proprio frutto della lettura e conoscenza di ciò che scrive e sostiene. In secondo luogo è di una evidenza palmare che, sulle questioni oggetto di "radicale dissenso" -per usare una garbata e misurata espressione- riproposte nell'intervista, idee e posizioni di Preve (valutate nell'insieme di questa fase, al di là quindi di certi passaggi sfumati nell'intervista stessa, essendo noi attenti lettori) sono significativamente diverse da quelle che sosteneva qualche anno fa. Questo non toglie il diritto individuale di cambiarle, ma il suo frequente (non solo in questa intervista, quindi) richiamare pluridecennali collaborazioni editoriali con tutt'altre "parrocchie" rispetto a quelle attuali, come se questo fosse garanzia di chissà che, ci sembra -si apprezzi il garbo- nient'affatto pertinente.

Ciò doverosamente premesso, entriamo nel merito. Procederemo suddividendo per paragrafi i due nodi politici e culturali in questione: Comunitarismo e Eurasia.

 

Comunitarismo

 

Prendiamo atto di quanto, in questa intervista, dice Preve: "non sono un comunitarista, ma un autore che propone un'interpretazione fortemente comunitarista della classica teoria comunista". Per l'autore di "Elogio del comunitarismo", nel senso quindi, ci par di capire, di elogio di un'interpretazione fortemente comunitarista della classica teoria comunista, il passaggio decisivo vede Marx (di cui fino ad alcuni anni fa sottolineava, sotto il profilo filosofico, i tratti libero-individualisti del suo pensiero, il suo essere un “episodio della storia dell’individualismo radicale”) come un "pensatore comunitarista rigoroso" (cfr. "Elogio del comunitarismo", p.162), affermazione che nell'intervista risulta più sfumata (cfr. l'ultimo paragrafo della terza risposta).

Comunque sia, perché mai Karl Marx viene ricondotto in modo più o meno perentorio in questo alveo comunitarista? Semplice: per il termine Gemeinwesen (in tedesco "comunità", "essenza comune", nello specifico l’essere accomunati dall’origine di specie) che usa nei suoi scritti giovanili (1844) e poi evoca nelle pieghe dei celebri Grundrisse (Lineamenti per la critica dell'economia politica, 1859).

Qualcosa di evocato e mai ben circostanziato è alla base della prudenziale affermazione di Preve sull' "interpretazione" di un Marx "comunitarista" che "perseguiva l'utopia di una sola comunità umana mondializzata" (op. cit., p. 12). Premessa antropologica di questa comunità umana (Gemeinwesen), sostiene Preve, è il concetto astorico marxiano di uomo come "ente naturale generico" (Gattungswesen). Una genericità, ci sia consentito dirlo, che non chiarisce cosa dovrebbe comportare in concreto nell’uomo immerso nei rapporti sociali, e che a ben vedere può costituire il presupposto di tutto e del contrario di tutto in termini, ad esempio, di assetti e "modi di produzione" sociali. Volendo completare il Preve-pensiero sul punto, Marx avrebbe visto nel classismo la "tattica" e nel comunitarismo la "strategia" (op. cit. p.12), giacché, non essendo possibile nel capitalismo nessuna comunità, sarebbe dovuta essere la lotta di classe operaia, salariata e proletaria l'unica in grado di abolire tutte le classi e spianare la strada al comunitarismo mondializzato, sempre valorizzando quegli accenni sulla Gemeinwesen, dal pensatore di Treviri non circostanziata né tantomeno sottoposta a quell'analisi strutturale che su altri piani lo contraddistingue.

Questo è quindi il nocciolo del fondamento di vaga ispirazione marxiana del comunitarismo previano. Per gli specifici e generici comunitarismi (che non si capisce dove inizino e dove finiscano) sono fondamentalmente due i punti legittimanti: la valorizzazione dell'individuo nell'organismo comunitario e l'esistenza di una (poco precisata) "particolare etica sociale che prevale sui movimenti ciechi dell'economia" (op. cit. p. 222). Questi gli antidoti del comunitarismo "buono" al rischio di "organicismo, cioè di sottomissione autoritaria dell'individuo all'insieme sociale", il comunitarismo "cattivo", insomma, che riguarderebbe "soltanto alcune forme patologiche di comunitarismo, particolarmente quelle tribali-tradizionali oppure le forme di collettivismo pseudo-comunitario" (op. cit. p. 222). Punti in astratto non disprezzabili, ma francamente generici e peraltro non specifici di questo fantasmatico comunitarismo. Una indefinitezza sostanziale che permea tutta la visione comunitarista di Preve.

 

Su questo scenario più che millenaristico dell'umanità (l'insieme armonico e comunitario degli uomini, cioè degli "enti naturali generici"), su questa Gemeinwesen quale dimensione collettiva della vera comunità umana, quale principio comunitario, quale comunità degli umani, che va scoperta nell'intera Specie, ci restano poi forti perplessità. Particolarmente per una ragione di natura classista ed una di natura nazionalitaria.

Sulla prima. L'idea di un mondo senza classi prospetta una società idilliaca, non ineguale per condizione, come l'aldilà cristiano nemmeno prevede e prescrive stante la ripartizione in regni anche dopo l'estinzione del genere umano, nel giorno del Giudizio Universale. Come prospettiva consolatrice del mondo che verrà, questo comunitarismo mondializzato, questo "comunismo delle comunità" non avrebbe confronto seduttivo con quello cristiano se riuscisse a configurarsi anche come salvifico comunitarismo senza ripartizioni del genere umano post-mortem.

Al di là di questo, vi è un nodo più sostanziale che poniamo e su cui invitiamo a riflettere. Se le classi, quindi la loro distinzione verticale, in termini di alto-basso, non sono altro che la "forma storica evolutiva dei ruoli sorti all'interno della divisione sociale del lavoro" (op. cit. p. 59), ne consegue che, per l'abolizione integrale delle classi sociali prefigurata nel messianesimo comunitario mondializzato, è la divisione dei ruoli che andrebbe superata, abolita, per colpire di conseguenza, come dire, la rendita sociale ed anche economica di posizione che ne deriva. Ma questa prospettiva è realisticamente non diciamo perseguibile, ma addirittura pensabile, in presenza di una dinamica evolutiva della divisione sociale e tecnica del lavoro, che ha sempre prodotto ruoli individuali e collettivi dalle società primitive alla loro riproduzione esponenziale dei nostri tempi? E' vero o non è vero che questi ruoli, nel momento in cui si differenziano per competenze, saperi e poteri, inevitabilmente determinano, nelle forme che siano, un conseguente differenziale in termini di prestigio, di reddito e quindi anche di consumo? Che risposte concrete si pensa di dare a tutto questo?

Questo nodo coinvolge non solo la fuga in avanti iper-millenaristica del comunitarismo messianico mondializzato, ma invita tutti, più sobriamente, a rifletterci su.

C'è poi un'obiezione nazionalitaria decisiva a questa prospettiva comunitaristica messianica, obiezione che tiene conto della dimensione stessa dell'uomo nella sua complessiva concretezza. E' vero, vi sono aspetti che accomunano gli uomini (i bisogni ed i desideri, ad esempio) di qualunque epoca, età e latitudini, peraltro con differenze di genere (uomo, donna, ecc.) non sottovalutabili; non meno significativo però è come, ad esempio, quegli stessi aspetti vengono filtrati, interpretati e pensati nelle culture di appartenenza. E ancora: si è così convinti che la declinazione di idee e valori possa mai procedere, per identici ambiti, in quella prospettiva comunitarista mondializzata, stanti diversità nette, sostanziali, di lettura e di vissuto, tra realtà culturali comunque tra loro fortemente distinte anche se soggette a mutamenti al loro stesso interno?

Questa sorta di "universalizzazione dialogica permanente" che auspica Preve, il suo "universalismo" insomma, che sarebbe peraltro già parte di una ben intesa e propria concezione dell'inter-nazionalismo (non quale negazione ma valorizzazione delle nazioni), può di fatto convergere con le istanze imperiali che ritrova tra i suoi interlocutori eurasiatici?

La condivisibile critica al "relativismo delle comunità" (assunto, quest'ultimo, che presuppone e accetta l’esistenza di comunità strutturate in modo organicistico) non si concreta fino in fondo se si rovescia il problema in termini di macroentità geopolitiche (offerte transitoriamente) in vista del messianico comunitarismo mondializzato, il comunitarismo della specie umana.

La prospettiva "comunitaria" eurasista trasuda organicismo dalle parole culturali, filosofiche, spirituali dei suoi propugnatori. Non per una peculiare malvagità dei soggetti, ma per ragioni strutturali di ogni Impero. L'idea di diluire la brodaglia amara in federalismo ("federazione repubblicana di stati-nazione democratici") è in ultima istanza, alternativamente, una questione di maggiore efficienza di un Impero o sintomo di una sua possibile disgregazione. Dipende dal contesto di fase in cui si configura (la necessità del) l'istanza federalista. Quando Preve pone il nodo della sovranità politica, e quindi di un'effettiva democrazia, individua il cuore del problema, ma risponde indicando un soggetto irricevibile politicamente, culturalmente, eticamente, strategicamente, nell' "asse geografico e politico (...) che passa per le tre capitali di Parigi, Berlino e Mosca" (op. cit. p. 239). Questo perché, sostiene Preve, il comunitarismo "buono" non può non relazionarsi con il "quadro geopolitico nei rapporti internazionali su scala mondiale più favorevole o meno sfavorevole" (op. cit. p. 239). Questo ci introduce a qualche breve considerazione sul tema eurasista.

 

Eurasia

 

Preve risponde telegraficamente decurtando quasi metà della risposta a lamentare gossip e iniquità di giudizio, relazionando il tutto, curiosamente, a mancate pubblicazioni (chissà perché...) da parte di case editrici "di sinistra" della sua "concezione di geopolitica e di eurasiatismo". L'altra metà della risposta elude aspetti importanti della domanda e si riduce sostanzialmente all'adesione "ad una versione puramente difensiva in senso strategico-militare della geopolitica eurasiatica", presuntivamente legittimata dalla "guerra USA contro l'Iraq 2003".

L'eurasismo di Preve, per il non poco che è capitato di leggere altrove, è tutto pensato come via maestra di opposizione agli USA. Un'assunzione di una logica muscolare vista in termini di estensione e di potenza, con uno sfondo inevitabilmente imperiale negato nell’intervista, ma problematizzato altrove. Ad esempio, alla presentazione a Torino (4 marzo 2006) della rivista Eurasia, Preve positivizza il concetto di Impero sostenendo che questo "presuppone una convivenza multireligiosa, multietnica e multiculturale" e nega, per l'assenza di queste condizioni, che questo concetto possa essere attribuibile agli Stati Uniti.

Preve oscilla dall'idea di un'Europa imperniata sull'asse Parigi-Berlino-Mosca ad una grande federazione continentale che veda insieme Europa (occidentale), Russia, mondo arabo, India e Cina. Di tutto quel che abbiamo letto -e Preve, bisogna riconoscerglielo, sui concetti essenziali è solito ripetersi nei suoi scritti- il perché di questa "unità geopolitica, economica e militare buona per giochi di strategia alla risiko" non viene ulteriormente trattato.

Al riguardo, è uscito uno scritto, su "Indipendenza", "Comunitarismo, Eurasia, Impero. Le ragioni nazionalitarie di un rifiuto", di cui in questo stesso numero viene pubblicata la seconda parte. Ci sono tutta una serie di ragioni di ordine storico, politico, culturale e di buon senso -per cui qui non si ritorna- per respingere quell'Eurasia che lo stesso Preve definiva "una illusoria fuga in avanti “comunitaria” verso un’(inesistente) Europa-Nazione o addirittura verso un’(ancora più inesistente e pienamente fantasmatica) Eurasia-Nazione, da Lisbona a Vladivostok" (cfr. "Il problema dell'indipendenza", in "Indipendenza", n. 9, gennaio/febbraio 2001, al paragrafo "Il secondo elemento irricevibile ed inaccettabile della tradizione della Destra: la fuga in avanti della pretesa comunità geopolitica euroasiatica unitaria").

 

La chiave di volta della sua lettura comunitarista ed eurasiatica, con tutti i prudenziali distinguo d'accompagno, ha come sfondo e scenario decisivo il cambiamento "strategico", così lo definisce Preve, seguito all'aggressione statunitense all'Iraq nel 2003. A nostro avviso, più che di svolta, di "cambiamento strategico" avvenuto nel mondo, si tratta di una fase nuova all'interno di un quadro strategico dell'imperialismo USA che ha modo di dispiegarsi all'indomani del crollo del Muro di Berlino e dell'implosione dell'URSS consumatisi nel periodo 1989-1991.

Qui è ravvisabile una vera svolta d'epoca.

La prima fase (guerra 1990 all'Iraq ed intervento nei Balcani) la leggiamo come fase di riaffermazione egemonica nel campo occidentale, un intervento preventivo di concorrenzialità capitalistico/imperialistico all'interno del vecchio campo alleato.

La seconda fase, avviata con l'invasione dell'Afghanistan (2001) e proseguita con l'occupazione dell'Iraq (2003), ha anche, tra le sue finalità, quella di mantenere al carro le economie dei paesi occidentali concorrenti ma si inscrive strategicamente nell'inizio di un confronto, non ancora e non necessariamente diretto (questo lo dirà l'evoluzione degli eventi), con potenze emergenti fuori dal tradizionale campo occidentale (Cina e Russia in primis). Questo in telegrafica sintesi.

Il che, però, sta determinando, come emerge anche in Preve, una tendenza a non andare tanto per il sottile, a prefigurare qualsiasi cosa pur di fronteggiare il Moloch USA.

Facciamo notare per inciso che, allo stato, la migliore resistenza è data sul terreno da realtà che, laiche o religiose che siano, in termini di resistenza all'occupazione e di liberazione nazionale si pongono. Ciò non è affatto garanzia che queste attuali forme di resistenza in nome della nazione siano conseguenti con il corollario sociale ed economico che è il completamento interno di ogni liberazione che si dice, o si vuole, nazionale. Ma, dal nostro punto di vista, è intanto importante che questo avvenga, che la strada della resistenza a tutto campo, in termini nazionali, sia aperta.

Non si ritenga quindi, che da parte nostra sia non visto e men che meno sottovalutato il peso che esercita a livello mondiale l'attuale mono-centrismo imperialistico statunitense, con buona pace di imperialismi regionali e di ambizioni imperiali di questo o quello Stato.

Respingiamo con decisione l'idea, che ha soggetti politici molto interessati in tal senso anche in questo paese, per cui non ci si debba attardare sui distinguo, che si debba andare per le spicce, che si uniscano le forze anche le più impresentabili in nome di un equivoco "anti-americanismo". Nessun sostegno, insomma, ai deliri imperial/imperialistici degli eurasiatici et similia, e questo proprio per non minare incisività e credibilità all’opposizione all’imperialismo USA. Il che è solo la la premessa per ben diverse direttrici di indirizzo dei modi possibili di intervento nazionalitario nello scenario mondiale, sia da posizioni di necessaria ed ineludibile resistenza a tutto campo possibile, sia da posizioni di (ri)acquisita sovranità.

 

Indipendenza

agosto 2007