Gianfranco La Grassa, già docente di Economia politica nelle Università di Pisa e di Venezia. Si è formato come studioso di marxismo e di teoria della società capitalistica attingendo alla corrente althusseriana, essendo stato allievo di C. Bettelheim all'Ehess di Parigi. È autore di decine di volumi (singoli e collettanei), saggi e articoli su riviste varie. Tra i più recenti: La fine di una teoria, Lezioni sul capitalismo, Movimenti progressivi, Il comunismo fallibile, Microcosmo del dominio, Dai tre mondi alla globalizzazione capitalistica, La tela di Penelope, Oltre il fordismo. Alcuni volumi e saggi sono stati tradotti in francese, spagnolo e portoghese. Quelle che seguono sono considerazioni che usciranno in forma più articolata in un testo di prossima pubblicazione.

RIFORMA DEL SISTEMA PENSIONISTICO E QUESTIONE FISCALE: ALCUNI CENNI

Tratto solo per cenni questo particolare problema, che riguarda praticamente soltanto il nostro paese. Non mi soffermo sull'annosa polemica scatenatasi in merito, che dovrebbe essere ampiamente conosciuta ed aver annoiato chiunque segua con un minimo di attenzione Tv e giornali. Voglio solo brevemente ricordare che il Governo di centro-destra, nel 1994, fu contrastato e infine liquidato su questo tema. All'epoca, ben quattro economisti di centro-sinistra (Modigliani, Sylos-Labini, Prodi e Baldassarri; spero ci si renda conto di chi sono questi personaggi) appoggiarono, pur dietro le quinte, la riforma proposta e consigliarono l'opposizione di "sinistra" e i sindacati di lasciarla passare perché si sarebbero colti i classici due piccioni con una fava: si sarebbero, secondo gli economisti in oggetto, risolti i problemi che gravano sul debito pubblico e il bilancio dello Stato, ecc. e si sarebbe lasciata la responsabilità di una misura così impopolare all'avversario politico. Questo fatto fu rivelato meno di due anni dopo proprio da uno degli economisti sopra citati. La riforma Berlusconi, in definitiva, avrebbe affrontato subito ciò cui si starebbe mettendo mano in questi anni, anche se con qualche gradualità, ma con ritardo e in una situazione incancrenitasi; per di più, dopo averci tolto dalle tasche non ricordo bene quante decine di migliaia di miliardi con le varie finanziarie, la tassa Europa, ecc.
Le cose non stanno però proprio nei termini in cui sono state raccontate. Non mi consta che la riforma proposta nel '94 volesse passare al sistema contributivo generalizzato. Essa poneva, dall'oggi al domani, l'età pensionabile a 65 anni oppure quando si fossero raggiunti 40 anni lavorativi. Con meno di 65 anni o dei 40 lavorativi scattavano riduzioni progressive di pensione. Inizialmente, il Governo voleva anche abbassare la percentuale di rendita per ogni anno lavorativo al di sotto dell'odierno 2%; per cui, per chiarire la questione, se uno lavora 35 anni prende oggi il 70% della media delle retribuzioni degli ultimi dieci anni lavorativi (una volta erano solo gli ultimi cinque); se ne lavora 40, prende l'80%, essendo questo il tetto massimo. Si pensava di passare dal 2 all'1,5 o 1,75%. Questa intenzione fu però subito accantonata alle prime opposizioni da parte dei sindacati.
Le attuali proposte di riforma vorrebbero prescindere dall'età dell'andata in pensione (ma per quanto tempo si potrà resistere al proposito?), puntando invece sulla generalizzazione del cosiddetto metodo contributivo al posto di quello retributivo. Il punto di riferimento per l'ammontare della pensione non dovrebbe più essere la media delle retribuzioni degli ultimi 10 anni, bensì l'insieme dei versamenti contributivi per l'intera vita lavorativa. Alla Tv, dove in trenta secondi bisogna trasmettere un messaggio agli spettatori, è facile affermare che il metodo contributivo è quanto di più giusto vi sia: tanto dai nella vita lavorativa e tanto ricevi quando esci dal lavoro. Ma non è proprio così, anche se non si possono dire certe cose in trenta secondi. Cominciamo per gradi.
Intanto, se uno, ad esempio, ha cominciato a lavorare negli anni '60 (o anche '70), i contributi versati per anni e anni debbono essere via via rivalutati in base all'inflazione e alla svalutazione (altissima) subita nel frattempo dalla moneta (per cui 100.000 L. di contributi pagate nel '60 dovrebbero essere oggi assai ampiamente moltiplicate). Questa rivalutazione presta il fianco a tutti i possibili imbrogli, tenuto soprattutto conto di come è gestito l'Istat. In questi ultimi tempi, tanto per fare un esempio, tale organismo istituzionale si diletta a diminuire il peso dei beni, contenuti nel "paniere" su cui viene calcolato il costo della vita, i cui prezzi si alzano e ad aumentare quello dei beni che diventano meno cari. Negli ultimi anni, stando all'andamento di questi pesi, sembra che noi abbiamo consumato (relativamente) sempre meno benzina, gasolio e i vari altri prodotti petroliferi, il che è quanto meno opinabile. Ed è sulla base dei calcoli di questo Istituto che verrebbero rivalutati i contributi annuali dei lavoratori.
Inoltre, i contributi stanno comunque in relazione con la retribuzione, poiché sono calcolati su quest'ultima in base ad una certa percentuale. Di conseguenza, mettere nel calcolo pensionistico l'intera vita contributiva del lavoratore equivale, di fatto, a stabilire la pensione non più sulla media delle retribuzioni degli ultimi 10 anni, bensì dell'intera vita lavorativa. Si vorrà ammettere che un qualsiasi lavoratore, da quando entra a quando esce dal lavoro (magari dopo 35 o 40 anni), abbia almeno raddoppiato la sua retribuzione (reale, cioè calcolata in moneta a valore costante). Si pensi dunque quale abbattimento di pensione dovrà infine subire il lavoratore. Io credo che questa si riduca a ben meno della metà dell'ultima retribuzione. Cioè, proprio nella sua vecchiaia (con tutti i bisogni legati all'assistenza sanitaria, e anche non sanitaria), egli avrebbe un improvviso e cospicuo abbassamento delle sue possibilità economiche, ed è difficile sostenere, stante la media delle retribuzioni della stragrande maggioranza dei lavoratori, che sia possibile accumulare chissà quali risparmi per non scendere troppo di tenore di vita. In particolare, saranno danneggiati i lavoratori ormai alle soglie della pensione, che non sono in grado di procurarsi alcun altro credibile emolumento alternativo, per ottenere il quale occorre un minimo di 20 anni di versamenti ai vari Istituti assicurativi.
Infine, la percentuale della contribuzione può essere variata per legge. Facciamo un semplice, ma non cervellotico, esempio. Mettiamo che, ai fini di una politica anticongiunturale, venga abbassata tale percentuale. Si tratta di una manovra che potrebbe avere una sua sensatezza. In effetti, una diminuzione dei contributi -che per una parte vengano pagati dal lavoratore e per l'altra dall'impresa che lo impiega- lascerebbe un salario maggiore in mano al primo, con possibilità di un accrescimento della domanda di consumo, e diminuirebbe il costo del lavoro per la seconda, con incremento dei profitti e la possibilità (non certo la sicurezza) di un aumento degli investimenti (in lavoro e/o in beni di produzione la cui domanda si accrescerebbe). Non è quindi escluso che una misura del genere avrebbe una qualche giustificazione ove si volesse tentare di stimolare il nostro sistema economico; solo che, se diminuissero i contributi, diminuirebbero anche le pensioni e peggiorerebbero le prospettive future dei lavoratori.
Si sostiene poi che in tutta Europa non esiste un istituto come quello del tfr (liquidazione); si tratterebbe di un anacronismo da superare. Tuttavia, la liquidazione non è altro che salario differito; nel resto d'Europa non ci sarà, ma anche perché i salari sono più alti. Si dice però che, in realtà, il salario differito resta, poiché con le liquidazioni verrebbero creati i Fondi Pensione; e, per tale via, la pensione futura dei lavoratori sarebbe rimpinguata. Tale conclusione è largamente opinabile. Intanto, pur se tutto andasse a buon fine, i Fondi Pensione servirebbero solo a creare una pensione integrativa che, nelle intenzioni, dovrebbe supplire (e forse nemmeno in toto) quella tolta con il sistema contributivo. Quindi, i lavoratori potrebbero trovarsi con, al massimo, la stessa pensione di prima (quella del sistema retributivo), ma senza più alcuna liquidazione. E, anche in tal caso, chi è vicino alla pensione sarebbe sfavorito, perché i Fondi, funzionando sulla base di operazioni finanziarie come le Assicurazioni, farebbero i loro calcoli esattamente come queste ultime; in base cioè alla data dei versamenti relazionata alla data in cui uno comincia a percepire la pensione. E se gli anni tra le due date sono pochi, succede quel che succede a chiunque abbia 50 anni o più e prova a consultare un Istituto assicurativo al fine di godere di una rendita mensile integrativa.
Ancora: se i Fondi Pensione venissero gestiti dai sindacati -e il centro-sinistra così vorrebbe per precostituirsi i soliti centri di potere, simili ai vari carrozzoni elettorali del precedente regime Dc-Psi- sarebbero degli elefantiaci e farraginosi apparati burocratici del tipo dell'Inps&C., centri di formazione di nuovi settori di piccola e media borghesia di Stato e di sperpero del denaro pubblico; con in più un nuovo difetto, tipico ad esempio dei Fondi Pensione Usa, che sono una delle maggiori potenze finanziarie mondiali. Entrando in concorrenza con Banche e Assicurazioni per operazioni finanziarie, cui è demandato il compito di accrescere le risorse, essi -soprattutto tenendo conto di come sarebbero gestiti da organismi di dubbia capacità come i sindacati- potrebbero andare incontro a gravi rischi di perdita dei capitali con conseguente insolvenza nei confronti del pagamento delle pensioni; questo fu un rischio corso, ad es., dai Fondi Usa durante la crisi messicana, in cui essi furono coinvolti pesantemente. Sia chiaro comunque che tale rischio permarrebbe, e sarebbe alto, anche se si formassero Fondi Pensione gestiti da Banche e Assicurazioni e non da incompetenti sindacalisti.
Come ben si vede, non c'è proprio nulla di particolarmente brillante nei progetti della "sinistra" per quanto concerne la riforma delle pensioni. In effetti, l'avessero lasciata fare al Governo Berlusconi, non poteva accadere nulla di peggio. È tuttavia ben comprensibile il motivo per cui non si poteva accettare una simile prospettiva. Si trattava della grande occasione per farlo cadere. E tale caduta, malgrado timidi inviti rivolti all'opposizione di allora da alcuni centri dei "poteri forti" affinché quest'ultima lo lasciasse fare almeno sulle pensioni, era nell'interesse dei burattinai del centro-sinistra, nell'interesse della parte decisiva della classe dominante grande-imprenditoriale. Senza centro-sinistra, sarebbe stato difficile per tale classe tosare le cosiddette masse lavoratrici (lavoro dipendente e subordinato), ma soprattutto sarebbe stato impossibile succhiare una buona parte della ricchezza prodotta dal ceto piccolo-imprenditoriale dei vari settori.
Bisogna ben dire che tutta questa operazione, tutta questa ricchezza assorbita dai grandi gruppi imprenditorial-finanziari, pare sia servita veramente a poco. In Europa siamo estremamente deboli. Abbiamo agito da fedeli servitori degli Usa, secondi al massimo agli inglesi; in ogni caso, siamo stati una pedina utile al rinsaldarsi dell'egemonia mondiale dell'imperialismo più (pre)potente. Ne abbiamo avuto guadagni assai scarsi in tema di alleanze interimprenditoriali internazionali (sembra sia la Fininvest ad aver stabilito il più importante collegamento con una grande impresa finanziaria americana); e, dal punto di vista del capitalismo nazionale, le operazioni di fusione, collegamento, incorporo, ecc. sono, malgrado i loro effetti politici che potrebbero rivelarsi importanti nel medio periodo, piuttosto modesti in relazione ai bisogni della competizione economica a livello mondiale.

LA QUESTIONE FISCALE

Naturalmente, non discuterò della maggiore o minore pressione fiscale, dell'utilità o meno di diminuirla ai fini di un impulso maggiore allo sviluppo e alla creazione di nuovi posti di lavoro; non seguirò insomma l'interminabile dibattito in cui si esercitano i due schieramenti che si autoetichettano come centro-sinistra e centro-destra, aggredendosi continuamente pur sostenendo posizioni nient'affatto dissimili, se non sui tempi della pretesa diminuzione della suddetta pressione. Mi interessa solo fare qualche ipotesi in merito all'importanza di tale questione ai fini di una politica "di classe" (naturalmente a favore dei dominanti) portata avanti sia dalla maggioranza che dalla opposizione.
Innanzitutto però, dato che si tratta di un tema collegato a quello qui in oggetto, mi periterò di dire qualcosa sul Debito Pubblico, di proporzioni che entrambi gli schieramenti affermano essere catastrofiche, la cui "esplosione" sarebbe stata causata, secondo la vulgata oggi in corso, dalla "ladroneria" dei notabili del vecchio regime Dc-Psi. Non intendo minimamente entrare nel merito della dannosità, per il nostro sviluppo e la nostra competitività (a livello internazionale), dell'elevato ammontare di detto Debito. Meno che mai intendo polemizzare, poiché è ormai superfluo, su tutti i sacrifici -la cui utilità ritengo assai dubbia- impostici dalla "comunità internazionale" per consentirci di "entrare in Europa"1. Troppo vi sarebbe da dire su tutte le fumisterie pseudo-scientifiche, i salti mortali nel truccare i conti, le pagelle (di buona o meno buona condotta) di volta in volta rilasciateci, onde permettere alle consorterie politiche, essenzialmente di "centro-sinistra", di spremere la "collettività nazionale" per poi farsi belle dei "miracolosi" risultati ottenuti (solo a parole e puntando costantemente su un futuro che non si presentifica mai).
Mi interessa solo sottolineare che il deficit di bilancio -e quando si continua così per un'intera epoca, ben difficilmente i conti dello Stato non vanno, e pesantemente, in rosso- era il correlato necessario delle politiche cosiddette keynesiane; per essere più precisi ancora, relative al Welfare State. Non ho alcuna intenzione di rivedere il mio giudizio radicalmente critico sul passato regime. Mi irrita però profondamente vedere i fu sostenitori di quest'ultimo gridare al ladrocinio, senza tenere conto che la spesa pubblica (ripeto, in deficit di bilancio) ha avuto effetti economici, e ancor più sociali, di considerevole rilievo. Il boom economico degli anni '60 (con passaggio rapido del nostro paese da una struttura prevalentemente agricola ad una prevalentemente industriale), l'attenuazione del conflitto sociale ottenuta con un certo innalzamento dei salari reali (e del tenore di vita medio dell'insieme della popolazione), la non risoluzione ma certo attenuazione del problema meridionale mediante una distribuzione di quote consistenti di reddito (diciamo pure di tipo politico-clientelare) nel Mezzogiorno, ecc. sono stati ottenuti grazie a quel tipo di politica.
Solo chi ha una concezione "neutralista" (e ipocritamente etica) dello Stato non riesce a capire che esso è un campo nel quale si sviluppano lotte per il potere e si ha l'ascesa di gruppi di dominanti, che si collegano e intrecciano con quelli dell'imprenditoria privata. Pensare di poter attribuire a tale apparato ("pubblico") un compito così importante di sviluppo e regolazione del conflitto sociale, senza che all'enorme aumento delle risorse controllate e derogate a tali fini dall'apparato in questione segua l'appropriazione di consistenti quote di prodotto nazionale da parte di determinati gruppi politici (talvolta anche a fini di arricchimento personale, ma assai più spesso per il potenziamento delle strutture organizzative su cui si basa il loro potere), significa essere o così "candidi" da credere alle favole oppure in perfetta mala fede, com'è assai più probabile e credibile. Anche quando veniva costruita una delle famose cattedrali nel deserto (mettiamo uno stabilimento o un ospedale mai finiti o comunque non entrati in funzione, o un'autostrada di poche centinaia di metri che si perdeva nel nulla), non vi è dubbio che le spese erogate -e spesso, proprio per i dettami "keynesiani"2, senza corrispettivo di entrate- finivano principalmente nelle tasche dei nostri maggiori gruppi imprenditoriali (e non c'era allora il "demonio" e "mafioso" Berlusconi!), il cui nome ognuno dei lettori saprà fare da solo; e che, logicamente, per ottenere tale risultato, erano ben disposti a lasciare una buona "percentuale" (la "tangente") nelle mani dei controllori e gestori politici della spesa pubblica.
La distorsione dello sviluppo nazionale, concentratosi soprattutto nel nord e con il grande dramma collettivo dell'emigrazione dal sud (così ben raccontato dalla nostra migliore cinematografia), nonché la cementificazione dell'intero territorio, con gigantesche speculazioni immobiliari e costruzioni di strade e autostrade per la gloria del trasporto automobilistico, sono il prodotto di queste politiche patrocinate, come al solito, dai tradizionali agenti strategici imprenditoriali in combutta con le frazioni "pubbliche" dei dominanti (la borghesia di Stato), cresciute in seguito ai processi sociali da me delineati in molteplici scritti, che hanno caratterizzato i paesi non centrali nella fase monocentrica a guida Usa, nel mentre si era andato formando il campo "socialista". Essendo l'Italia un paese piuttosto arretrato rispetto agli altri paesi capitalistici sviluppati non centrali -ed essendo per di più caratterizzato dalla presenza del più forte partito comunista d'occidente- risulta lampante come le politiche del tipo sopra indicato, e dunque l'ascesa di una borghesia di Stato particolarmente forte e agguerrita, fossero inscritte nelle cose. È semplicemente ridicolo lamentarsi di tutto questo; ma si prova autentico disgusto nel constatare come tali lamenti provengano soprattutto dal settore grande-imprenditoriale del Nord, assolutamente favorito da queste politiche di sviluppo e di controllo del conflitto sociale.
Quando è crollato il "socialismo reale" ed è ripresa la conflittualità policentrica interimprenditoriale -in presenza però di classi dominanti (economiche e "private") dei paesi non centrali prive di qualsiasi dignità e volontà indipendentiste nei confronti della politica di potenza degli Usa- è cominciato il can-can sulle ladronerie del vecchio regime, e si è andati alla ricerca di servi politici più consoni ai nuovi bisogni dei "padroni", trovandoli appunto nei "rinnegati" del "comunismo" e della socialdemocrazia. A questo punto, non volendo imprimere una svolta alla politica interstatale, intendendo cioè continuare a restare al seguito del paese centrale3, la classe dominante imprenditoriale italiana si è inventata mani pulite e ha ottenuto fondamentalmente successo, anche se la ciambella non ha ancora il suo più appropriato buco. Il Debito Pubblico è diventato la cartina di tornasole, sia per giudicare le malversazioni del passato che per valutare la virtuosità delle politiche odierne4. Tutto, logicamente, in nome del Dio Mercato (in specie finanziario), delle taumaturgiche tre I (impresa, informatica, inglese) e di tutte le altre corbellerie ideologiche messe in giro da una (grande) imprenditoria miserabile, con il coro dei suoi scherani intellettuali, di "destra" come di "sinistra".
Il problema reale -reale per detta grande imprenditoria- è quello di avocare a sé sempre più consistenti quote di reddito; solo in parte per la vera competitività di carattere economico-tecnico, ancor più per giochi finanziari di vario genere, da quelli puramente speculativi a quelli legati alle diverse pratiche di alleanza fra imprese (fusioni, collegamenti azionari, ecc.), e per esercitare forte influenza sulle sfere politica e ideologica della formazione sociale. Bisogna allora colpire i ceti bassi, e ancor più quelli medi; è perciò indispensabile una forte copertura, una vera cortina fumogena fatta di continui bombardamenti ideologici truffaldini, con tutti i mass media (anche quelli controllati dalla sedicente opposizione) al seguito.
In questo quadro si inserisce la questione fiscale. Evidentemente, la "destra", avendo un seguito elettorale soprattutto nel ceto medio (in specie piccolo-imprenditoriale), deve agitare la bandiera della diminuzione della pressione fiscale. Se si trovasse a governare, sarebbe però in gravi difficoltà poiché, essendo anch'essa neoliberista e filoamericana -essendo cioè pur sempre espressione di gruppi dominanti opportunisti e non desiderosi di opporsi alla centralità statunitense, quindi incapaci di competere effettivamente con quel capitalismo a tutto campo- non saprebbe come fare per "consegnare" le dovute quote di reddito crescenti alle grandi imprese senza d'altra parte incrementare la spesa pubblica, con possibile crescita di inflazione, ecc.5. La "sinistra" ha invece, al proposito, compiti più facili. Può con una certa tranquillità, grazie ad un elettorato diverso (lavoro dipendente) e alla propria maggior organizzazione nella "raccolta di voti" in questo bacino, promettere diminuzioni di detta pressione fiscale, senza poi realizzarle, o realizzandole al minimo6, puntando soprattutto alla lotta contro l'evasione, che riguarda in tutta evidenza i ceti medi del lavoro detto autonomo. Una politica del genere, pur condotta per il momento con gradualità nel timore di favorire lo schieramento politico avverso, ha molti vantaggi.
Intanto, diciamo subito che le classi dominanti grande-imprenditoriali la vedono con favore, non potendo insistere su una ulteriore spremitura delle classi più subordinate, già sufficientemente colpite e il cui appoggio al ceto politico di "sinistra" non deve essere messo in pericolo, altrimenti ne deriverebbe grande nocumento per i dominanti in questione. Del resto, le grandi imprese non hanno nulla da temere, e tutto da guadagnare, dalla lotta all'evasione fiscale. Non soltanto esse tengono grandi masse finanziarie nei cosiddetti paradisi fiscali, ma soprattutto -ed è questo l'aspetto decisivo della questione7- essendo imprese multinazionali, possono giocare sui prezzi di importazione ed esportazione dei prodotti acquistati e venduti dalle loro filiali situate in vari paesi, onde far apparire profitti maggiori nei bilanci di quelle situate nei paesi in cui la tassazione è inferiore. Tali possibilità, ovviamente, non esistono per le piccole, o anche medie, imprese, che sono quindi aizzate ad elevare il più possibile la produttività della forza lavoro da essa impiegata, a migliorare veramente le tecnologie e l'organizzazione; i "piccoli" sono inoltre costretti a spremere fortemente se stessi.
L'attuale condizione di tali ceti è comunque rosea in confronto a ciò che accadrebbe se effettivamente si riuscisse ad eliminare ogni possibilità di loro difesa ad opera di una parte del ceto politico (oggi all'opposizione), indirizzando fra l'altro contro di loro la rabbia di quei raggruppamenti sociali che indubbiamente sono costretti a versare in toto il loro obolo fiscale e che, per di più, hanno redditi di livello assai meno elevato. Il disegno dei dominanti è fin troppo chiaro, ma solo per chi ha occhi per vedere, e spiega a iosa l'atteggiamento di pervicace appoggio del "salotto buono" delle grandi famiglie -sia quelle di vecchio lignaggio che quelle rampanti ultime arrivate- alla "sinistra", nonché il fuoco di sbarramento che i "grandi" intellettuali al suo servizio oppongono ad un possibile "cambio della guardia" al Governo, pur cianciando in continuazione di alternanza e formulando futili marchingegni di ingegneria costituzionale basati sul maggioritario nel (falso) intento di favorirla. Nessuna ipocrisia è più rivoltante di questa, poiché permette, fra l'altro, a questi "soloni" -che si pretendono studiosi di politologia, economia, storia (magari comparata) delle istituzioni, e quant'altro- di intascare ottimi appannaggi per gli articoli con cui ogni santo giorno provocano la nausea a tutte le persone dotate di un minimo di intelligenza e senso morale.
C'è solo da augurarsi, anche se non ci si deve troppo contare, che il disegno dei dominanti, condito con la frenesia del risanamento dei conti pubblici, tiri troppo la corda -enfatizzando la questione dell'evasione fiscale (dei ceti medi) da combattere, e magari aggiungendovi il tentativo maldestro di ridurre eccessivamente e troppo rapidamente le spese dello Stato detto sociale (sanità, pensioni, ecc.)- in modo da provocare uno scollamento sociale, forti frizioni, una marea montante di scontento: intanto verso i migliori servitori (la "sinistra") del grande capitale, poi verso i settori più "straccioni" di quest'ultimo, i più proni e condiscendenti nei confronti della classe dominante centrale, il complesso industrial-militare degli Stati Uniti. Sarebbe però necessario superare i contrasti, certo oggettivi, tra i ceti del lavoro dipendente e quelli del lavoro autonomo; contrasti su cui si innesta il disegno dei dominanti e si fonda il consolidamento del regime "di sinistra", il pericolo certo più grave che oggi corriamo. D'altronde, per superare tali contrasti, occorrerebbe la crescita di un movimento che spazzasse via sia questa "sinistra" che questa "destra". Ma dov'è, al momento, tale movimento, non è dato saperlo.

Gianfranco La Grassa

1 Sacrifici che, ritengo lo si possa affermare con relativa sicurezza, sono stati in realtà voluti dai nostri governanti, sensibili ai desiderata della classe dominante economica, naturalmente con un fin troppo facile gioco delle parti recitato insieme alle altre classi dominanti del capitalismo avanzato.
2 Ricordiamoci l'apparente paradosso per cui, qualora il problema sia una stagnazione causata da iperproduzione rispetto agli sbocchi mercantili (domanda complessiva), può essere addirittura più utile pagare salari ad operai che scavino e poi ricoprano le buche scavate; detto in altri termini, è meglio che si elevino le capacità d'acquisto della collettività senza che, a fronte di ciò, vi sia la produzione di nuovi beni e servizi da immettere sul mercato.
3 Con situazioni buffe se non avessero conseguenze tragiche come la recente guerra nei Balcani. Si mantiene in piedi, pur dopo l'implosione del campo avverso, un organismo come la Nato, creato con la scusa di contenere la pressione dell'Urss e del campo "socialista". In questi giorni, siamo poi all'assurdo, poiché Putin (dopo essersi guadagnata la presidenza della Russia tramite la criminale campagna in Cecenia, con la connivenza appena mascherata degli Usa, che temevano l'ascesa di settori politici del tipo di quelli rappresentati da Primakov) ha formulato il proposito di chiedere l'ammissione del suo paese alla Nato. Non poteva esservi migliore prova che quest'ultima, così com'è sempre stata in realtà, è semplicemente lo strumento della centralità politico-militare degli Stati Uniti, e della loro "benevola" tolleranza circa la presenza di qualche potenza subregionale (l'Urss non poteva essere tollerata, la Russia di Eltsin e Putin sì). Di bene in meglio!
4 Da notare che durante la presidenza Reagan, con il massimo dispiegamento di ideologie neoliberiste, la spesa pubblica (e il debito) statunitense è costantemente aumentata, proprio perché il paese centrale sapeva bene a quali fini doveva servire: sempre meno al Welfare e sempre più alla potenza "militare".
5 Oltre alle sempre possibili accuse di corruzione, di distorsione di fondi pubblici, ecc. che difficilmente si evitano quando le consorterie politiche vedono espandersi il loro controllo su quote crescenti di spesa da erogare.
6 Incredibile, ad esempio, la faccia tosta di D'Alema, capace di dichiarare che il buon andamento dei conti pubblici consentirà (sempre al futuro) di diminuire ulteriormente (si faccia attenzione a questa parolina) la pressione fiscale; questo proprio lo stesso giorno in cui l'Istat (diretto da un "progressista") pubblica i dati della stessa, indicando il suo passaggio dal 43 del 1998 al 43,3% del 1999. Nemmeno il Tg4 o Studio Aperto (lasciamo perdere la Rai o il filogovernativo Tg5) hanno osato porre in luce questa smaccata menzogna.
7 Per cui i dominanti potrebbero, alla lunga, perfino accettare la famosa Tobin tax sulle transazioni finanziarie internazionali, rinnegata già da decenni da chi l'ha proposta (per motivi certo diversi da quelli che qui rilevo), ma cavallo di battaglia di tutti i "sinistri" più "radicali", in cerca di qualche obiettivo che consenta loro di far finta di condurre la lotta a favore dei diseredati.

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