LA QUESTIONE NAZIONALE ALLE SOGLIE DEL XXI SECOLO
-note introduttive ad un problema delicato e pieno di pregiudizi-
1. L'origine storica delle nazioni fra stato ed etnia.
2. La questione nazionale ed il colonialismo imperialistico.
3. La questione nazionale e la questione sociale.
4. La questione nazionale e l'orrore delle guerre etniche.
5. La tradizione culturale di sinistra fra sradicamento e cosmopolitismo ultracapitalistico.
6. La natura storica dell'attuale globalizzazione imperialistica.
7. Il problema del cosiddetto americanismo e dell'americanizzazione del pianeta.
8. Le forze di resistenza all'americanismo e all'americanizzazione forzata del
pianeta.
9. L'Organizzazione delle Nazioni Unite e la questione nazionale oggi.
10. Conclusioni provvisorie. Informazione, democrazia, solidarismo, liberazione.
Sul precedente numero della rivista Indipendenza ho pubblicato un primo saggio
di carattere politico (sul passaggio dalla prima alla seconda Repubblica nell'Italia
degli anni Novanta) al quale fa séguito un secondo di carattere culturale
(sui problemi generali di orientamento culturale nel mondo contemporaneo) che
esce in questo stesso numero. Sebbene il primo saggio sia probabilmente di maggior
interesse immediato e di più facile leggibilità, è il secondo
a mio avviso il più importante, perché pone in modo esplicito
la questione culturale principale dell'attuale momento storico, per cui la tradizione
definita comunemente "di sinistra" è sostanzialmente inutilizzabile
oggi per motivare un serio atteggiamento di critica e di resistenza all'attuale
globalizzazione capitalistica ed imperialistica. Quest'opinione si scontra oggi
con una resistenza sorda, opaca, pressoché insormontabile. Ciò
avviene per un insieme di ragioni, di cui ricorderò qui solo le due principali.
In primo luogo, è giusto ammettere che nei due secoli trascorsi la tradizione
"di sinistra", nonostante i suoi limiti culturali incredibili (economicismo,
laicismo positivistico, populismo, mitologie miserabilistiche, sfrenata seduzione
per il nuovo di qualsiasi tipo, eccetera), ha nell'essenziale difeso cause sociali
giuste, e solo da due decenni circa sta mutando qualitativamente di natura,
insieme con l'irreversibile declino storico dei suoi referenti sociali. In secondo
luogo, l'opposizione destra/sinistra, ormai in gran parte artificiale e 'virtuale',
continua ad essere riprodotta dall'alto per strutturare simbolicamente uno spazio
politico manipolato. In questo breve saggio parleremo solo della questione nazionale
oggi, un tema cruciale in cui la tradizione culturale di sinistra è assolutamente
incapace di orientarsi neppure sui punti più generali. Senza troppe speranze
a breve termine, mi limiterò a criticare i pregiudizi più tenaci
indicando nel contempo lo scenario nuovo, storico e sociale, in cui siamo oggi
collocati.
Nel primo paragrafo, richiamerò criticamente le due principali teorie
sull'origine storica delle nazioni (la teoria statuale e la teoria etnica),
chiarendo sommariamente la mia personale posizione in proposito. Nei paragrafi
due, tre e quattro segnalerò rapidamente i tre principali pregiudizi
cui ci si scontra quando si osa parlare di questione nazionale in senso positivo
e non immediatamente demonizzante. Nel quinto paragrafo, che è assolutamente
centrale per la comprensione dell'intero saggio, esporrò la ragione principale,
per il momento assolutamente insormontabile (ma in un futuro chissà),
per cui la tradizione culturale di sinistra non è in grado oggi di comprendere
la natura della questione nazionale. Nel sesto paragrafo, anch'esso molto importante,
chiarirò la natura del complesso rapporto fra la globalizzazione imperialistica
attuale ed i nuovi termini della questione nazionale. I paragrafi che restano
toccano tutti temi specifici e particolari alla luce delle tesi esposte nel
sesto paragrafo. L'insieme del saggio, data la sua brevità, si propone
di essere soltanto una nota introduttiva ad un problema delicato e carico di
pregiudizi.
1. L'origine storica delle nazioni fra stato ed etnia.
La bibliografia specialistica e divulgativa sull'origine e sullo sviluppo delle
nazioni, anche in lingua italiana, è ricca e variata. Non mancano i libri,
anche buoni, manca la loro assimilazione, conoscenza e soprattutto collocazione
critica. In termini generali, le teorie sull'origine storica delle nazioni moderne
possono essere divise in due grandi classi, quelle che insistono sull'origine
statuale, moderna, protocapitalistica delle nazioni, e quelle invece che ne
individuano un'origine etnica, premoderna, precapitalistica, su cui la statualità
(di cui nessuno ovviamente nega l'importanza) si è innestata solo in
un secondo momento. Vediamo meglio.
Le teorie sull'origine statuale, e dunque moderna, protocapitalistica e protoborghese
delle nazioni insistono molto sul fatto che la stessa idea di nazione è
una costruzione artificiale, in cui la stessa tradizione storica di riferimento
è stata in gran parte "inventata" a posteriori. Gli apparati
statuali, costruiti quasi sempre in funzione del sostegno politico alla formazione
di un mercato capitalistico unitario e/o alla tutela economica e militare della
propria nazione rispetto ad altre nazioni concorrenti, hanno volentieri delegato
ai gruppi intellettuali ed al sistema scolastico l'invenzione di una tradizione
storica nazionale unificata e la sistemazione linguistica unitaria di un dialetto
letterario. Il nazionalismo è dunque un tipico prodotto della modernità
capitalistica, ed in particolare protocapitalistica (laddove nel capitalismo
'maturo', mondializzato, informatizzato, globalizzato, esso dovrebbe essere
superato ed abolito). In proposito, è bene rilevare subito che l'invenzione
culturale e letteraria di una tradizione non è assolutamente un fenomeno
tipico della modernità capitalistica. Basti pensare (ma si potrebbero
fare decine di esempi storici) agli intellettuali romani di età augustea
(Livio, Virgilio, eccetera) che furono chiamati ad inventarsi una tradizione
(Enea, Romolo, eccetera). Più in generale, le teorie sull'origine statuale
delle nazioni, insieme ad intelligentissimi contributi storico-culturali specifici,
suggeriscono che la nazione non esiste, è un prodotto artificiale, è
un'invenzione del capitalismo borghese, e come tutte le invenzioni artificiali
è destinata a dissolversi ed a morire in un indefinito "mutamento
di fase storica". Si ha qui, a mio parere, una reazione culturale, comprensibile
ma errata, alle teorie della nazione come "comunità organica"
(Gemeinschaft), esclusiva ed un po' razzista, che hanno effettivamente insanguinato
la storia degli ultimi due secoli. Ancora una volta, però, non bisognerebbe
buttare via il bambino con l'acqua sporca.
Le teorie sull'origine etnica, e dunque premoderna, precapitalistica e preborghese
delle nazioni, insistono invece sul fatto che nella stragrande maggioranza dei
casi (certo, non in tutti) esiste una robusta realtà etnica al di sotto,
dentro e a fianco della posteriore costituzione della nazione in popolo ed in
stato moderno. La storia non comincia con il capitalismo, l'accumulazione del
capitale o l'arrivo dei colonialisti europei e americani. A mio avviso questo
è indubitabile e sacrosanto. Certo, l'origine etnica si evolve storicamente
e culturalmente, e si intreccia con una identità parzialmente artificiale
costruita in un secondo momento dallo stato moderno, dagli intellettuali e dal
sistema scolastico, ma questo secondo momento non nasce dal vuoto, ma si basa
su di una realtà precedente, che modifica, ma che non può azzerare
ed annullare.
Chi ha ragione? Difficile dirlo, e comunque manca lo spazio per discuterne seriamente.
Dire che hanno ragione tutti e due è ragionevole, ma è anche opportunistico
e fuorviante. In prima approssimazione, se riconosciamo che il momento della
statualità, laddove si impone (ma non si è imposto ad esempio
in moltissime nazioni, dai còrsi ai bretoni, dai gallesi ai baschi, dai
kurdi ai maya latinoamericani), ha comunque come presupposto un momento etnico
precedente, dobbiamo riconoscere che la teoria etnica è migliore della
teoria statuale, anche se quest'ultima la corregge utilmente in molti punti.
Non è però questo a mio avviso il punto filosofico essenziale
della questione. Indipendentemente da chi abbia ragione, o più ragione,
fra i sostenitori delle due teorie, si potrebbe sostenere che comunque, etnica
o statuale che sia, la nazione ha avuto una genesi storica in un momento passato
ed ormai tramontato (precapitalistico o protocapitalistico), e dunque non ha
più oggi una sua validità. Ebbene, è proprio questo il
punto: la genesi è sempre -ed in ogni caso- particolare, la validità
è universale laddove naturalmente questa universalità sia logicamente
costruita come momento di una verità reale. Gesù di Nazareth si
mosse in un contesto storico ultraparticolare, oggi completamente tramontato,
ma la validità del suo messaggio non è riducibile a questa genesi
storica particolare, ma possiede una sua validità veritativa metastorica.
Facciamo ancora l'esempio del liberalismo, della democrazia e del socialismo.
Storicamente, nella loro forma moderna, queste tre tradizioni hanno avuto una
genesi storica particolare, rispettivamente borghese (il liberalismo), piccolo-borghese
(la democrazia) ed operaia e proletaria (il socialismo). Ebbene, questa genesi
storica particolare in tutti e tre i casi trapassa in validità universale
non nella totalità delle loro componenti storiche, ma in quelle che la
razionalità logica convalida e conferma.
È esattamente questa la realtà dell'identità nazionale,
statuale o etnica che ne sia stata la genesi particolare. Ma per comprendere
questo bisogna subito liberarsi di tre ordini di pregiudizi quasi invincibili,
che discuteremo nei prossimi tre paragrafi.
2. La questione nazionale ed il colonialismo imperialistico.
Un grande pregiudizio contro la nazione sta nel fatto che essa, sia nell'Ottocento che nel Novecento, è stata il pretesto ideologico per praticare una politica di potenza, il militarismo ed il colonialismo imperialistico, quasi sempre di tipo razzista. In proposito, si suole generalmente dire che il nazionalismo colonialistico, imperialistico e razzista è stato una perversione ed una deviazione -insomma una maligna patologia- dell'originario ed autentico concetto di nazione, che invece a metà Ottocento era stato democratico (1848, eccetera). Ebbene, a mio avviso questa formulazione è una mezza misura, ed è insufficiente ed errata. Bisogna dire invece che il nazionalismo militaristico ed il colonialismo imperialistico, nonostante le loro bandiere ed i loro "fardelli dell'uomo bianco", sono stati la negazione, il nemico frontale della realtà nazionale per la stragrande maggioranza dei popoli del mondo. Voglio fare in proposito un solo semplice esempio. Per decenni chi scrive ha sempre sostenuto virtuosamente che il razzismo è una cosa cattiva, che non esistono razze superiori e razze inferiori, che tutte le razze sono eguali, che non bisogna aver paura di una società multirazziale, eccetera. Ebbene, mi è stato fatto personalmente notare da uno studioso della questione razziale (Hosea Jaffe) che questa impostazione era errata, che era un'involontaria ed implicita concessione teorica al razzismo, che semplicemente le razze non esistono, non solo in senso politico-culturale, ma anche e soprattutto biologico (ed infatti il vero razzismo hard, come quello hitleriano, è una forma di biologismo). Nello stesso modo, non bisogna dire che il colonialismo imperialistico è una perversione ed una deviazione di un'originaria identità nazionale in sé positiva. Il colonialismo imperialistico è la negazione, è il più grande nemico del riconoscimento della legittimità dell'identità nazionale, che ha come sua prima caratteristica il riconoscimento dell'altro come differente e perciò eguale, che è cosa ben diversa, ed anzi opposta, dal considerarlo diverso e perciò diseguale. Raccomandiamo al lettore di non fare concessioni su questo punto, che è concettualmente il più delicato ed importante di tutti.
3. La questione nazionale e la questione sociale.
Un secondo pregiudizio a proposito della questione nazionale insiste nel fatto
che l'idea di nazione è nemica della questione sociale, anzi della rivoluzione
sociale proletaria ed internazionalistica. La nazione implicherebbe una falsa
unità interclassista, e l'identità nazionale non sarebbe altro
che un'identità borghese e capitalistica mascherata e travestita, venduta
ai proletari dagli apparati ideologici di stato per trasformare i proletari
stessi in carne da macello per le guerre imperialistiche. Non intendo tornare
qui sulle considerazioni già svolte nel paragrafo precedente. È
invece giusto riconoscere la parziale pertinenza di questa obiezione, che tocca
un punto reale (rilevato da Marx e dal marxismo successivo in tutte le sue tendenze).
Per affrontare questo problema bisogna però liberarsi dalle impostazioni
ingenue, per cui il nazionalismo interclassista distrarrebbe i proletari dal
fare la loro bella rivoluzione comunista direttamente internazionalistica. La
mancata rivoluzione come prodotto di un sistema pianificato di distrazioni mi
ricorda irresistibilmente la teoria dei comunisti italiani che non hanno fatto
la rivoluzione nel 1948 perché distratti dalle vittorie del ciclista
Bartali al Giro di Francia, o ancora meglio delle plebi romane che accettavano
lo schiavismo e non si ribellavano alla loro triste sorte perché distratte
dai gladiatori e dalle belve del circo. La gente è forse un po' cogliona,
ma non è mai cogliona fino a questo punto (è questo un precetto
storiografico che non mi stanco mai di segnalare). La questione nazionale non
distrae mai dalla questione sociale, quando essa è realmente radicata
in forze sociali reali. Lo sviluppo dialettico della cosiddetta questione sociale
(che è poi quella della lotta di classe, o meglio della lotta fra le
differenti classi che costituiscono la società capitalistica, e che non
sono a mio avviso soltanto due) ha anzi come presupposto storico la precedente
identità nazionale. Personalmente, preferisco di gran lunga l'internazionalismo
al nazionalismo. Ma, appunto, l'internazionalismo (e si rifletta sul significato
letterale della sua etimologia, inter-nazioni-ismo) presuppone il rapporto fra
nazioni differenti ed eguali (dalla preposizione latina inter), non certo la
negazione dell'identità nazionale. Tuttavia, se si prova a fare un breve
sondaggio fra le cosiddette "persone colte" (in particolare di "sinistra"),
si vedrà che l'internazionalismo è sistematicamente confuso con
la negazione in via di principio della questione nazionale, che viene al massimo
ridotta a quella, contigua ma distinta, dei cosiddetti "diritti umani".
La rivoluzione classista pura è un'astrazione dei dogmatici. Tutte le
rivoluzioni sociali concrete non sono mai state pure. Ad esempio, la rivoluzione
russa del 1917 ha avuto almeno tre soggetti sociali distinti (operai, contadini
poveri ed intellettuali rivoluzionari), con distinti programmi e distinte finalità.
Il mito della rivoluzione proletaria è una costruzione ideologica posteriore.
Tutte le rivoluzioni sociali concretamente avvenute (facciamo qui solo tre esempi:
Cina 1949, Vietnam 1954, Cuba 1959) sono tutte sorte da una precedente questione
nazionale non risolta, a causa appunto dell'imperialismo, che non è una
deviazione patologica dell'idea nazionale, ma ne è la sua negazione assoluta.
Il lettore vede dunque come in concreto non abbia nessun senso continuare a
sostenere pigramente che le classi oppresse sono sistematicamente ingannate
dall'utopia interclassista dell'identità nazionale. Questo fa semplicemente
a pugni con la realtà storica veramente esistita.
4. La questione nazionale e l'orrore delle guerre etniche.
Vi è un terzo pregiudizio sulla questione nazionale, secondo cui lo
stesso riconoscimento della legittimità dell'identità nazionale
è pericoloso, perché porta alle terribili e sanguinose guerre
etniche (Hutu contro Tutsi, musulmani di Bosnia contro serbi di Bosnia, eccetera).
L'esempio di Sarajevo, questo simbolo costruito dai media degli anni Novanta,
è in proposito illuminante. Il messaggio che i media occidentali hanno
inviato fino al parossismo è stato in breve questo: in questa guerra
c'è un cattivo, un nuovo Hitler, un nuovo Saddam, e sono i serbi di Bosnia;
c'è anche un buono, e sono la gente comune, ingannata dai politici che
hanno inventato la nazione per i loro sporchi scopi; ma la nazione non esiste,
i giovani non sanno che farsene, vogliono parlare inglese, vogliono i MacDonald,
vogliono i concerti rock, vogliono le Spice Girls e Michael Jackson, sono cittadini
di un unico mondo televisivo, informatico ed Internet; la nazione non esiste,
e c'è soltanto un grande mercato mondiale capitalistico mondializzato.
Purtroppo, a fianco di questo messaggio dei media, cui si sono prestati anche
molti intellettuali vanitosi, ignoranti e male informati, c'erano anche le sofferenze
concrete dei bosniaci, serbi, croati e musulmani implicati in questa spaventosa
guerra etnica. Ebbene, le guerre etniche non sono l'inevitabile e triste conseguenza
del riconoscimento della questione nazionale, ma sono appunto l'opposto, il
frutto della negazione e della banalizzazione colpevole della questione nazionale
stessa. Alla Germania ed agli USA non interessava nulla l'esame delle ragioni
dei musulmani, dei croati e dei serbi di Bosnia. A queste potenze imperialiste
interessava soltanto l'appoggio preferenziale ad un cliente (preferibilmente
i musulmani per gli USA ed i croati per la Germania), e per questo era necessario
demonizzare alcuni e santificare altri. Anche nel caso delle "pulizie etniche"
si può dire, come per gli animali di Orwell, che alcune erano più
"eguali" di altre. Le espulsioni etniche dei serbi della Krajna e
di Sarajevo, ad esempio, sono state considerate legittime dalla cosiddetta opinione
pubblica internazionale, che è poi il nome dato all'insieme di alcune
centinaia di giornalisti direttamente legati al grande capitale finanziario.
Il punto essenziale, comunque, stava nell'individuazione del "nemico",
un'individuazione che era il presupposto della legittimazione della trasformazione
dei "diritti umani" e dell'aiuto umanitario in corpi speciali di intervento
militare imperialistico.
Le guerre cosiddette etniche potrebbero già oggi essere risolte e composte
dal diritto internazionale onestamente applicato. Ma, appunto, questo presuppone
il riconoscimento della legittimità e delle ragioni della questione nazionale,
non il contrario, cioè la retorica del cosmopolitismo rock e dell'interventismo
militare "umanitario". Come è chiaro, bisogna purtroppo affrontare
il centro culturale del problema, senza il quale continueremo a girare in tondo
ed a perderci nei particolari. Lo faremo nel prossimo paragrafo.
5. La tradizione culturale di sinistra fra sradicamento e cosmopolitismo ultracapitalistico.
Anziché girare in tondo, bisogna affrontare il problema principale.
La sinistra è oggi il luogo culturale principale dello sradicamento,
e proprio per questa ragione è il referente culturale privilegiato per
l'attuale globalizzazione capitalistica. Il rifiuto della pertinenza della questione
nazionale non è che una delle forme, e neppure purtroppo la principale,
di questo generale sradicamento. Vediamo come, cercando di non 'saltare' i passaggi
logici principali.
Parlare di sradicamento significa riferirsi ad una situazione precedente in
cui si era in qualche modo radicati in qualcosa, qualcosa da cui si è
poi stati sradicati. Ed è proprio questo il caso della "sinistra"
presa nel suo complesso. La parte comunista della sinistra si era radicata nel
corso dell'ultimo secolo sul terreno della Classe (operaia e proletaria) e del
Partito (comunista). La parte non comunista della sinistra aveva cercato il
proprio radicamento sociale e culturale in una piccola-borghesia progressista
legata a valori di riformismo politico e di eguaglianza sociale. Lo sradicamento
da queste precedenti radici culturali e sociali è avvenuto per un doppio
fenomeno interconnesso, la trasformazione endogena del modo di produzione capitalistico
globale (dalla sinistra non prevista neppure nei suoi termini più generali)
ed il fallimento programmatico nell'edificazione di una società alternativa
al capitalismo. Parlando di doppio fenomeno interconnesso, intendiamo sottolineare
che i due fenomeni non debbono essere analizzati separatamente come processi
paralleli, come purtroppo tende a fare tutta la storiografia, anche la migliore.
Apriamo qui una piccola parentesi sul comunismo storico novecentesco e sui suoi
esiti dissolutivi. Chi scrive è contrario alla sua demonizzazione filosofica,
che sulla scia della scuola di François Furet e di libri come Il libro
nero del comunismo interpretano metafisicamente l'intera storia del comunismo
stesso in termini di illusione criminale, più esattamente di una illusione
rivoluzionaria utopica che si è necessariamente concretizzata in una
serie di crimini. In questo modo, riteniamo, l'intero XX secolo diventa completamente
incomprensibile. Il comunismo storico novecentesco (da tenere ben distinto dall'utopia
comunista di Marx) ha presentato specifici e ben precisi elementi illusori (l'illusione
di edificare una società comunista per mezzo di uno stato-partito totalitario
ed attraverso l'azione di una classe strutturalmente non universalistica e non
intermodale come il proletariato di fabbrica), insieme con specifici e ben precisi
elementi criminali (la distruzione di interi gruppi sociali ed i metodi dei
processi, dell'incarcerazione e dello spionaggio di massa). Ma pressoché
tutti i fenomeni sociali e storici del Novecento (il colonialismo imperialistico,
il sionismo, il normale capitalismo finanziario, il nazifascismo, eccetera)
hanno prodotto specifici fenomeni criminali, oltre a legittimarsi con un'ideologia
illusoria. È dunque assolutamente errato attribuire al comunismo un carattere
globalmente criminale. E chiudiamo qui per brevità questa parentesi.
Radicata in questa realtà sociale (il progresso, la scienza, la classe,
il partito, eccetera) la sinistra ne è stata brutalmente sradicata dal
mutamento sociale, che le sue categorie culturali non permettevano neppure di
immaginare nella forma in cui è avvenuto (pensiamo solo al mitico Sessantotto,
vissuto esistenzialmente dalla sinistra come una sorta di rivoluzione sociale,
senza sospettarne mai il ben più robusto carattere di modernizzazione
ultracapitalistica ed antiborghese del costume e delle forme di consenso e di
dominio). Questo sradicamento ha prodotto una sorta di vertigine da spaesamento,
di azzeramento vissuto con voluttà di annientamento e di vergogna della
propria precedente identità, vissuta come un peso di cui liberarsi assolutamente
il più presto possibile.
È questa la ragione per cui la sinistra è oggi il luogo culturale
principale del cosmopolitismo ultracapitalistico, dell'americanizzazione a tappe
forzate, dello smantellamento dei residui di conservatorismo "borghese"
in direzione di un capitalismo integralmente postborghese. Si tratta, in un
certo senso, di un perverso rovesciamento dialettico dell'utopia dell'uomo nuovo.
L'uomo nuovo delle utopie ricostruttive comuniste avrebbe dovuto essere un uomo
rinnovato dalla catarsi rivoluzionaria, senza più tracce dell'egoismo
e dell'individualismo borghesi. Sfigurata caricatura di quest'ultimo, l'uomo
nuovo postborghese è una sorta di 'grado zero' del nuovo consumismo capitalistico,
che ha ormai il permesso di fare tutto ciò che non sia incompatibile
con la riproduzione capitalistica. Dentro di essa, infatti, tutto è permesso.
Il cosiddetto buonismo italiano (Veltroni, eccetera) è infatti una forma
di permissivismo moderato. È possibile essere buoni rispetto a tutti
i comportamenti trasgressivi che non trasgrediscano però i limiti sistemici
del capitalismo contemporaneo.
Il passaggio dal precedente radicamento classista-proletario al presente radicamento
cosmopolitico-ultracapitalistico è ovviamente avvenuto senza un radicale
processo culturale autocritico. In linguaggio filosofico (apertamente rivendicato
dal cosiddetto pensiero debole, la versione italiana del post-moderno) si è
trattato non di una Uberwindung (superamento consapevole), ma di una Verwindung
(lasciar perdere, lasciar cadere). Ciò è stato anche teorizzato,
fra gli applausi della stragrande maggioranza dei nuovi intellettuali.
La comprensione dell'importanza dell'identità nazionale, già assente
nel vecchio radicamento apparentemente internazionalistico, in cui l'internazionalismo
era in realtà malcompreso e frainteso come negazione di ogni identità
nazionale in un astratto comunitarismo classistico, è ancora più
assente nel nuovo cosmopolitismo ultracapitalistico. Ed è questa appunto
la situazione in cui ci troviamo sciaguratamente oggi.
6. La natura storica dell'attuale globalizzazione imperialistica.
Abbiamo visto come lo sradicamento esistenziale, sociale e culturale della
tradizione di "sinistra" è il presupposto per l'adozione di
un nuovo fondamento, la globalizzazione capitalistica attuale. Bisogna ora chiarirci
le idee su che cosa significa esattamente quella "globalizzazione"
divenuta ormai un luogo comune giornalistico da tutti ripetuto.
Il termine "globalizzazione" non significa soltanto un inaudito sveltimento
della comunicazione di transazioni finanziarie e di decentramento di beni e
servizi (tecnologie informatiche, Internet, eccetera). Esso non significa neppure
soltanto la nuova centralità di organismi finanziari internazionali (come
il Fondo Monetario Internazionale), che hanno ricostituito per molti paesi del
mondo (debito, eccetera) un nuovo imperialismo virtuale a volte peggiore di
quello delle vecchie cannoniere. La globalizzazione è una situazione
storica relativamente nuova nella storia del capitalismo, in cui la pressoché
integrale "restaurazione" del pieno funzionamento dei rapporti capitalistici
di produzione (dopo l'intervallo del comunismo storico novecentesco dal 1917
al 1991) ripropone sotto molti aspetti la situazione precedente al 1914, mentre
sotto altri aspetti siamo di fronte ad uno scenario nuovo. Una corretta valutazione
della questione nazionale oggi richiede di comprendere bene i due aspetti della
globalizzazione capitalistica di oggi, ed in questo breve paragrafo li esamineremo
tutte e due separatamente.
In primo luogo, non bisogna essere incantati dalla presunta "novità
assoluta" della situazione attuale. Paradossalmente, coloro che sono maggiormente
disposti a lasciarsi incantare da una presunta novità assoluta della
situazione attuale, incomparabile con qualsiasi epoca storica precedente, sono
spesso dei "pentiti" del comunismo e/o della socialdemocrazia, che
avendo sempre pensato la storia in termini di successione stadiale direzionata
verso un cosiddetto ultimo stadio, sono ora portati psicologicamente a vedere
la globalizzazione capitalistica attuale come una sorta di "stadio finale"
della storia, in cui vivere in pienezza esistenziale il regno dei diritti umani
di cittadinanza e della flessibilità del lavoro presunto "indipendente".
Ma la storia non ha mai ultimi stadi, né capitalistici né comunistici,
ecco il terribile segreto inaccessibile a costoro. Hanno dunque più ragione
quegli studiosi (come l'italiano Gianfranco La Grassa) che rifiutano esplicitamente
la teoria del cosiddetto ultimo stadio del capitalismo, e ripropongono sostanzialmente
una concezione ciclica dello sviluppo del capitalismo. Si tratta però
di non fermarsi ad una concezione ciclica puramente economica (come la riproposizione
della teoria delle "onde lunghe" di Ernest Mandel), ma di riproporre
una teoria della ciclicità globale integralmente storica, e non solo
economica. L'attuale fase della globalizzazione capitalistica appare dunque
essere una fase sostanzialmente "ricorsiva" nella storia del capitalismo,
in cui vi è un "policentrismo" di aree imperialistiche (oggi
fondamentalmente tre: USA, Giappone e futura Europa unita ad egemonia tedesca),
un policentrismo per molti aspetti simile a quello di prima del 1914.
Se si adotta questa concezione, non si cadrà nella trappola di pensare
che l'attuale globalizzazione fa sparire integralmente le funzioni economiche
degli stati, sostituiti dalla mano invisibile di una rete pura di mercati finanziari
internazionali anonimi. Gli stati perdono (anzi dismettono) alcune funzioni
tipiche della fase 1945-1990 (i cosiddetti decenni felici dello storico inglese
Hobsbawn), ma mantengono ed anzi rafforzano il loro ruolo di appoggio economico,
politico e militare alle loro industrie. È vero che le società
dette transnazionali sono maggiormente internazionalizzate rispetto a quelle
dette multinazionali (vi è su questo un'abbondante letteratura economica
di riferimento), ma è anche vero che non cessa affatto il ruolo di appoggio
degli stati principali di riferimento. Insomma, l'attuale globalizzazione è
una globalizzazione imperialistica, e dunque alcuni elementi delle teorie classiche
dell'imperialismo (Lenin, Hilferding, eccetera) sono ancora parzialmente validi.
In secondo luogo, tuttavia, il riconoscimento del carattere ricorsivo dell'attuale
fase capitalistica internazionale non deve farci diventare ciechi rispetto ad
alcune novità storiche specifiche della situazione attuale. Rispetto
al 1914, infatti, vi sono alcune novità qualitative di enorme importanza.
Primo, siamo di fronte ad una superpotenza militare globale (gli USA) che ha
una capacità di intervento incomparabile ed inconfrontabile rispetto
a tutte le altre grandi potenze, anche se (aggiungiamo noi, per fortuna) essa
non ha il monopolio delle armi atomiche di distruzione totale, e non può
pertanto fare tutto quello che vuole, almeno per ora. Secondo, siamo di fronte
ad una "grande disillusione" storico-filosofica inesistente nel 1914,
in quanto ormai conosciamo la triste verità allora sostanzialmente ancora
sconosciuta, per cui è impossibile costruire una società nuova
sulla doppia fragile base di una classe sociale non universalistica e di un
partito politico oligarchico e corruttibile per natura. Terzo, siamo di fronte,
forse per la prima volta nella storia mondiale, ad una cultura particolare (quella
americana) che tende irresistibilmente a proporsi come unica cultura universale,
e sostiene questa sgradevole ambizione con un quasi monopolio sull'immaginario
giovanile mondiale.
La discussione della questione nazionale oggi deve dunque a mio avviso essere
condotta dentro le coordinate essenziali segnalate in questi ultimi due paragrafi.
Non troveremo certo la soluzione, ma almeno eviteremo di perderci in un labirinto
di falsi problemi.
7. Il problema del cosiddetto americanismo e dell'americanizzazione del pianeta.
Abbiamo segnalato come l'aspetto più odioso e pericoloso della situazione
storica attuale sia l'inaudita sproporzione di potenza militare e culturale
fra gli USA e tutti gli altri stati del pianeta, una sproporzione che invece
non è tale in campo puramente economico, ed ecco perché siamo
di fronte ad una fase parzialmente ciclica e ricorsiva in cui vi è un
vero e proprio policentrismo imperialistico. È questo un triste fatto
di cui prendere atto, e non una gioiosa novità, come avviene per i nuovi
americanofili passati dalla contestazione sessantottina all'apologia sfrenata
dell'americanizzazione (segnalo come particolarmente comico il giornalista italiano
Paolo Guzzanti), cioè il 90% della classe universitaria, giornalistica
e letteraria italiana. Tuttavia, bisogna egualmente evitare di connotare gli
USA come il nemico principale, come fa (peraltro con buone ragioni) una parte
della cultura della cosiddetta nuova destra europea (Il nemico principale è
ad esempio il titolo di un libro di Alain De Benoist, uno degli intellettuali
più acuti della nuova destra europea). In una prospettiva di democrazia,
solidarismo e liberazione non esiste mai un nemico metafisico principale, soprattutto
se identificato in una cultura nazionale. È perfettamente comprensibile
ed ammissibile che in questo momento storico per gli arabi ed i latino-americani
lo stato imperialistico nordamericano sia considerato il nemico politico e militare
principale. Infatti così è. In una prospettiva culturale globale,
invece, non è consigliabile indicare un presunto "nemico principale",
perché in questo modo si apre la via ad una sorta di paranoia culturale
fortemente deviante.
La nazione nordamericana presenta aspetti fortemente peculiari. Nazione di emigranti,
priva di tradizioni giacobine e pertanto disponibile a riconoscere l'autonomia
culturale delle diverse etnie che la compongono, si è tuttavia costituita
su di una matrice originaria puritana ed anglosassone, che le ha lasciato in
eredità la sgradevole illusione di possedere un primato morale nel mondo
e pertanto di rappresentare una sorta di "destino speciale". Chi conosce
la storia sa che la genesi di questa sgradevole illusione di superiorità
sta in una specifica ideologia puritana inglese del Seicento, e che questa genesi
non può però ambire ad alcuna validità, perché la
genesi trapassa in validità solo quando è universalizzabile in
senso logico ed ontologico, e non è certo questo il caso. La sgradevole
presunzione di avere un destino speciale si è ovviamente incarnata nell'Ottocento
nel proprio presunto diritto a sottomettere i pellirossa e ad annettere terre
messicane ed ispanofone da due secoli, e nel Novecento ad assumere un ruolo
imperialistico mascherato da moralità religiosa e politica. A fianco
di questi elementi pericolosi la nazione americana ha anche prodotto cose molto
positive in campo scientifico, letterario, musicale e civile che verrebbero
demonizzate in una prospettiva di generico antiamericanismo aprioristico, che
per questo appunto sconsigliamo con forza.
Dunque, nessun antiamericanismo culturale aprioristico. Nello stesso tempo,
è necessaria la resistenza più intransigente alla sconveniente
pretesa della cultura dominante americana di essere il modello di riferimento
di una prossima cultura mondiale unificata, pretesa che diventa oscena quando
parla di un destino "speciale" dato da Dio agli americani. A volte
questa resistenza è resa difficile dal fatto che l'americanismo non si
presenta direttamente come tale, ma come difesa disinteressata dei "diritti
umani", ovunque essi vengano violati. E qui si innesta appunto la pertinenza
della questione nazionale, perché l'imperialismo americano si arroga
il diritto di decidere sovranamente quali nazioni possano esistere e quali no,
in base non soltanto ai suoi interessi economici imperialistici, ma anche in
base alle sue lobby elettoralmente influenti. Purtroppo la sensibilità
su questo punto è insufficiente, per le ragioni richiamate prima.
Apriamo una parentesi sulla questione della lingua inglese come l'unica vera
lingua mondiale contemporanea, e sul rapporto fra l'americanismo ideologico
e culturale e l'anglofonia. A mio avviso, l'affermazione della lingua inglese
come lingua di comunicazione mondiale privilegiata è in questo momento
storico irreversibile, ed ogni tentativo di opporsi è non solo destinato
ad un prevedibile insuccesso, ma è anche sostanzialmente sbagliato e
controproducente. È vero che il latino o l'esperanto come lingua di comunicazione
internazionale sarebbero astrattamente preferibili, perché non darebbero
un vantaggio iniziale ed ingiusto a coloro che parlano già l'inglese
come lingua madre o come lingua scolastica privilegiata (ed è il caso
di paesi diversissimi come le Filippine, l'India o la Svezia), ma è anche
vero che questo resta pura illusione. L'inglese ha ormai vinto irreversibilmente
la sua lotta contro il francese, il tedesco o il russo come lingua di comunicazione
internazionale. Bisogna dunque distinguere attentamente fra l'apprendimento
linguistico dell'inglese come strumento di comunicazione internazionale e la
moda stracciona e subalterna del monolinguismo anglofono come "destino
linguistico" di un'umanità americanizzata. In Italia, ad esempio,
l'inglese è ancora imparato poco e male, e bisogna migliorarne l'apprendimento
soprattutto sul versante della comprensibilità orale e televisiva. La
nostra classe dirigente culturalmente stracciona, americanofila ed anglomane
ma scarsamente anglofona, non è per esempio ancora riuscita a produrre
un canale televisivo didattico in lingua inglese (dal momento che la CNN o i
canali rock giovanili sono comprensibili solo per conoscitori avanzatissimi
della lingua inglese). È questo un piccolo ma triste esempio di come
si possa unire servilismo americanofilo con totale incapacità didattica
ed educativa. E chiudiamo qui questa triste parentesi.
La nazione nordamericana deve dunque essere rispettata come una nazione normale,
una nazione come tutte le altre, una nazione senza un mandato divino o un destino
speciale. Altre grandi nazioni di matrice anglosassone, come il Canada o l'Australia,
si sono già messe su questa strada 'normale', ed infatti si mostrano
disposte ad affrontare correttamente i loro delicati problemi di riconoscimento
dei diritti delle loro etnie originarie (da quanto ne so, i problemi della nazione
esquimese e delle nazioni indiane in Canada, e quello delle nazioni aborigene
in Australia mi sembrano impostati in modo corretto e democratico). Ancora una
volta, il corretto riconoscimento delle questioni nazionali "interne"
è il presupposto della rinuncia alla megalomane pretesa di essere una
nazione "speciale", orwellianamente più eguale di tutte le
altre.
8. Le forze di resistenza all'americanismo e all'americanizzazione forzata del pianeta.
Se riusciamo ad impostare in modo chiaro, né servile né paranoico,
la questione dell'americanizzazione, ci muoveremo anche meglio sulla questione
delle forze storiche che oggi sembrano opporsi ad essa. Qui occorre fare un
discorso cauto, sfumato e differenziato, perché non si è ancora
aperta una vera discussione in proposito, e questa mancanza pesa molto. Ancora
una volta, la mancata chiarezza sulla questione nazionale comporta svariate
'fughe in avanti' verso false prospettive. Indichiamone alcune.
In primo luogo, c'è chi vuole opporsi all'americanizzazione (scorrettamente
identificata con una pretesa "occidentalizzazione del pianeta") facendo
leva sulle comunità solidali delle zone più povere del pianeta
(in proposito, faccio solo il nome del francese Latouche). Dico subito di avere
molta simpatia umana per questa prospettiva solidaristica, di ritenerla pertinente,
e soprattutto di condividere filosoficamente i presupposti teorici anti-utilitaristici
(e dunque anti-economicistici) che la sostanziano. Non vorrei però che
fosse un ennesimo alibi pauperistico per evitare di riconoscere il diritto primario
delle comunità nazionali ad opporsi alla globalizzazione imperialistica,
con la scusa che bisogna privilegiare gli ultimi, gli esclusi, e solo essi.
Questo discorso pauperistico non è affatto incompatibile con l'americanizzazione
imperialistica, che lo prevede e tende a delegarlo alle comunità religiose
ed alle agenzie di volontariato pubbliche e private. Più in generale,
è difficile che le comunità di mutuo soccorso e di mutua assistenza,
che per ora effettivamente mantengono in vita nei paesi poveri centinaia di
milioni di persone che altrimenti morrebbero, possano trascrescere storicamente
in forze sociali di liberazione mondiale. Posso capire che questa prospettiva
seduca gli orfani del messianesimo operaio e proletario, rimasti senza soggetto
di riferimento, ma è bene che la loro elaborazione del lutto avvenga
in modo più razionale. Altra cosa, ovviamente, è la resistenza
anche armata di comunità nazionali oppresse come le popolazioni maya
del Chiapas in Messico. Qui siamo completamente dentro la questione nazionale,
e siamo anzi di fronte ad un caso esemplare per capire che non solo la questione
nazionale non è opposta a quella della liberazione sociale, ma ne è
a tutti gli effetti il presupposto storico e politico. In Italia, fino ad oggi,
il mito del Chiapas ha funzionato come una sorta di evasione tropicale verso
una specie di grande centro sociale esotico, per cui il comandante Marcos era
trendy, mentre i poveri kurdi non lo erano. È evidente che se si vuole
veramente rispettare la legittima e giusta lotta militare e politica delle comunità
indie del Chiapas non si può poi disprezzare ed ignorare la questione
nazionale che vi sta sotto.
In secondo luogo, c'è chi vuole opporsi all'americanizzazione rilanciando
comunità linguistiche internazionali diverse, come ad esempio la francofonia.
Dico subito di essere molto favorevole alla francofonia, dileggiata in Italia
da giornalisti ed intellettuali subalterni, generalmente incapaci di difendere
e di sviluppare la loro lingua e la loro cultura. Certo, nella francofonia vi
è anche una componente odiosa, quella della copertura culturale degli
interessi economici e militari dell'imperialismo francese (e questa componente
si è vista in fenomeni come l'appoggio decennale a Mobutu, il tiranno
corrotto del Congo, e l'avallo dato al governo hutu del Ruanda colpevole del
genocidio del popolo tutsi). Più in generale, la francofonia non deve
essere confusa con la reticenza dello stato francese a riconoscere e ad applicare
pienamente i diritti delle nazioni presenti all'interno del suo stesso stato
(dai baschi francesi ai còrsi, dai bretoni agli alsaziani). Parlando
di francofonia, alludo semplicemente alla positività di chiunque si oppone
al monopolio culturale uniformante dell'americanizzazione. Lo capisce un diplomatico
arabo conservatore come Boutros Ghali, non capisco come non lo possa capire
un intellettuale italiano medio che si riempie innocuamente la bocca con parole
come diversità, pluralismo, ricchezza e varietà delle culture.
In terzo luogo, c'è chi pensa che la sola forza capace oggi di opporsi
all'americanizzazione imperialistica sia l'integralismo religioso musulmano,
visto non solo come religione monoteistica islamica, ma come vero e proprio
modello culturale incompatibile con l'occidentalizzazione culturale del pianeta.
Non nego che in questa valutazione ci sia qualcosa di vero, anche se profondi
conoscitori del mondo arabo (come l'egiziano Samir Amin) sostengono invece che
l'integralismo musulmano è una forza segretamente alleata all'egemonia
americana (dall'Algeria all'Arabia Saudita). Non entro nel merito della questione,
non solo per ragioni di spazio, ma anche per scarsa preparazione personale.
Dico subito che mentre il riconoscimento democratico e solidaristico del diritto
di tutte le nazioni, piccole e grandi, alla loro liberazione, mi sembra una
causa universalistica, non è questo il caso dell'integralismo musulmano.
Esso è a mio parere giustificato politicamente come reazione estrema
all'arroganza del sionismo e più in generale dell'imperialismo, ma è
anche il sintomo di un sostanziale 'blocco' dei processi di liberazione nazionale
e sociale nel mondo arabo ed islamico (e dunque non solo arabo, ma anche turco,
persiano, pakistano, eccetera). In questo momento, è necessario opporsi
alla demonizzazione dell'Islam, un fenomeno culturale razzista che non ha forse
molto spazio nella saggistica colta, ma che fa furore nelle forme della cultura
di massa come i giornali, i film, eccetera.
Ai tre esempi fatti potremmo ovviamente aggiungerne molti altri, ma non lo facciamo
per ragioni di spazio. Ciò che conta è che il lettore capisca
che non esistono scorciatoie per evitare di affrontare la legittimità
della questione nazionale. Ciò sarà ancora più evidente
per chi leggerà il prossimo paragrafo, dedicato al rapporto fra questione
nazionale ed organismi internazionali, in particolare le Nazioni Unite (ONU).
9. L'organizzazione delle Nazioni Unite e la questione nazionale oggi.
Un ottimo luogo per discutere e risolvere i problemi sollevati dai conflitti
nazionali dovrebbe essere l'Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU). Già
a suo tempo il grande filosofo Immanuel Kant, nel 1795, nel suo libro Per la
pace perpetua (che consiglio caldamente di leggere per la sua profondità,
ed anche per la sua semplicità e brevità) impostò correttamente
i termini teorici fondamentali del problema: in caso di conflitto fra stati
solo l'autorità di un punto di vista soprastatuale può favorire
una soluzione pacifica dei conflitti. A distanza di più di duecento anni
questa impostazione teorica regge ancora, purché questo punto di vista
soprastatuale abbia certe caratteristiche imprescindibili, come quelle essenziali
della giustizia e dell'equità.
Non è questo purtroppo il caso dell'ONU di oggi. E non lo è per
una serie di ragioni, che qui limiterò a due non perché queste
due esauriscano il problema, ma per pure ragioni di spazio.
In primo luogo, l'ONU è di fatto controllato, per ragioni storiche ed
economiche di cui qui si presupporrà nel lettore la conoscenza, dalle
principali potenze imperialistiche, e dagli USA prima di tutte le altre. Ora,
non si può essere contemporaneamente arbitro e concorrente, accusato
e giudice nello stesso tempo, e gli USA lo sono. In questo modo, il principale
elemento di un tribunale internazionale, l'equità, cioè il comportamento
eguale in casi eguali e diseguale in casi diseguali, viene meno, e non può
essere applicato. In questo modo si hanno veri e propri scandali internazionali
permanenti, per cui lo stesso crimine per cui Saddam Hussein viene punito (l'occupazione
di territori altrui) non è invece un crimine per lo stato sionista israeliano,
che ha invece il diritto divino di occupare territori altrui, e di battezzare
"terroristi" i patrioti locali che si battono legittimamente contro
questa occupazione. Purtroppo, si potrebbero fare molti altri esempi come questo.
E non esistono purtroppo a breve termine speranze reali di riportare l'ONU ad
un ruolo di giudice equo.
In secondo luogo, l'ONU è un'organizzazione di stati, non di nazioni
o di etnie. In questo modo, la repressione ed addirittura il potenziale genocidio
di una nazione o di un'etnia sono considerati "affari interni" di
uno stato, su cui l'ONU non ha giurisdizione (e facciamo, fra decine di esempi
possibili, la situazione del popolo kurdo, in particolare in Turchia). La conseguenza
di tutto questo è l'arbitrarietà e la casualità più
totali. Ad esempio, l'ONU si è occupata dei kurdi irakeni, per il semplice
fatto che gli USA sono nemici del regime di Baghdad, ma non dei kurdi turchi
(molto più numerosi e molto più oppressi), perché la Turchia
è un paese che sta dalla parte giusta, essendo alleato agli USA in questa
delicata e cruciale area geopolitica. Facciamo anche l'esempio del Tibet, una
regione autonoma della Cina. Ora, è assolutamente indiscutibile che i
tibetani sono una nazionalità distinta da quella cinese han, e che non
si può negare loro in via di principio ciò che si concede a tutti
gli altri popoli (cioè la democrazia, il solidarismo e la liberazione).
Non si può però consegnare la causa tibetana agli apparati cinematografici
di Hollywood, a Richard Gere, agli pseudo-buddisti californiani e a coloro che
vorrebbero preparare ideologicamente una futura guerra fra gli USA e la Cina.
I diritti umani, che sono sacrosanti ed inalienabili, non sono proprietà
privata e monopolio ideologico di piccoli gruppi di guerrafondai a corrente
alternata.
Ed è questa purtroppo la situazione attuale. In questa sostanziale assenza
di indipendenza politica e di autorità morale dell'ONU si è fatto
strada in molti intellettuali europei ed americani una sorta di nuovo e sciagurato
"interventismo democratico", che delega direttamente ai corpi militari
delle potenze imperialiste una presunta difesa dei diritti umani. Negli ultimi
anni, dalla Bosnia all'Albania, dalla Somalia alla Liberia, abbiamo assistito
attoniti ed impotenti a questa mascherata interventista truccata da umanitarismo.
Purtroppo è molto difficile smascherare questo sciagurato "interventismo
democratico", perché apparentemente esso adempie a compiti umanitari,
e bisogna proprio conoscere molto bene la situazione locale per capire che il
presunto arbitro non è imparziale. Non si può onestamente chiedere
al giovane onesto e generoso, aperto al solidarismo ed al volontariato, di essere
uno specialista di questioni internazionali, nazionali ed etniche. Purtroppo
su questa ignoranza fa leva l'imperialismo. Dunque l'informazione corretta è
molto importante.
10. Conclusioni provvisorie. Informazione, democrazia, solidarismo, liberazione.
Come si vede, siamo costretti all'ammissione che la democrazia, il solidarismo
e la liberazione non possono essere affidati all'ONU oppure a specialisti professionali
della diplomazia, ma devono essere cause cui il cittadino comune ha diritto
di accedere. Siamo ora in grado di capire meglio in che senso la questione nazionale
si trova al centro di un quadrato composto dai termini di informazione, democrazia,
solidarismo e liberazione, che tratteremo ora separatamente.
In primo luogo, informazione. I giornali e la televisione, purtroppo, non sono
in grado di fornire un'informazione completa e costante, e del resto non intendono
farlo, perché non è questo il loro compito attuale, non è
per questo che vengono acquistati e controllati dalle grandi potenze economiche
e finanziarie. Del resto, la tendenza a passare dall'informazione all'intrattenimento
è ormai ammessa apertamente. La grande stampa anglosassone, all'avanguardia
in questi processi di manipolazione, parla già in modo esplicito di infotainment,
un neologismo che fonde insieme information e entertainment, cioè informazione
ed intrattenimento. Alcuni dei nostri sciagurati e lottizzati telegiornali sono
già molto avanti su questa strada. L'incredibile santificazione popolare
di Lady Diana del 1997 non deve essere interpretata semplicisticamente come
una prova dell'inestinguibile sete di favole della nuova plebe post-moderna,
ma sottende una grande prova di forza dell'establishment mediatico, che si ritiene
ormai in grado di dettare alla monarchia britannica le nuove regole di comportamento
e di regalità. L'incredibile balletto sulle prestazioni sessuali del
presidente Clinton non è un ennesimo episodio boccaccesco sui frettolosi
coiti fra potenti e segretarie, re e cameriere, ma deve essere interpretato
come una grande prova di forza fra le categorie dei magistrati e dei giornalisti
che vogliono affermare la loro sovranità sulla categoria dei politici
di professione i quali, sia pure corrotti, sono pur sempre espressione di una
sovranità popolare. Magistrati e giornalisti sono invece del tutto slegati
da questa legittimazione, ed appunto per questo sono categorie tanto pompate
ed apprezzate dai grandi capitalisti finanziari, che sono oggi i veri padroni
del pianeta. In definitiva, è chiaro che l'informazione non ci verrà
data, e dovremo cercarcela da soli.
In secondo luogo, democrazia. Con questa parola, oggi, non si intende più
la vecchia etimologia greca, che voleva dire "potere del popolo".
Oggi il termine connota una oligarchia di ricchi, che si legittima di tanto
in tanto con manifestazioni elettorali già largamente decise da sondaggi
orientativi fatti ormai industrialmente. Ogni riferimento al vecchio significato
greco è ormai del tutto ingannevole. La democrazia è oggi esclusivamente
la capacità concreta di resistenza degli individui, dei gruppi sociali
e delle comunità nazionali all'omologazione ed alla manipolazione della
nuova globalizzazione imperialista. Non c'è dunque democrazia senza resistenza.
Chi oggi parla di democrazia senza resistenza allude ad una sorta di proceduralismo
e di garantismo astratti, che tocca forse il 10% degli abitanti del pianeta,
ed esclude tutti gli altri, e che in ogni caso non garantisce neppure la sovranità
reale di questo 10% di privilegiati, che sono in realtà la folla d'accompagnamento
plaudente di un'oligarchia molto più ristretta.
In terzo luogo, solidarismo. Quando si parla di solidarismo verso altri popoli,
classi e nazioni oppresse ci si sente spesso dire che abbiamo già tanti
guai e tanti problemi a casa nostra da non potere proprio occuparci dei guai
e dei problemi degli altri. Con tutti i disoccupati che abbiamo in Italia, come
occuparci anche dei disoccupati kurdi ed albanesi? È questo un discorso
che fa molta presa, e che spesso viene confuso con un discorso "razzista".
In realtà questo non è affatto un discorso razzista. È
del tutto logico che la beneficenza cominci a casa propria. Ma oggi il solidarismo
non è un lusso facoltativo, da delegare a chi ha soldi e tempo da perdere,
ma è diventato una necessità. In un mondo globalizzato, aiutare
gli altri vuol dire aiutare noi stessi. Lo sguardo dell'altro ci rimanda il
nostro stesso destino, cui non possiamo sfuggire come lo struzzo che mette la
testa sotto la sabbia.
Ed infine, liberazione. Senza il diritto di liberazione per i popoli e le comunità
nazionali, non vi è liberazione neppure per gli individui isolati e per
le loro famiglie. Chi scrive resta fedele all'indicazione filosofica originaria
di Karl Marx, per cui il fine del comunismo non è in ogni caso una sorta
di proletarizzazione universale livellata, guidata da una casta politica di
comunisti professionali, ma è la libera individualità, per cui
il libero sviluppo di ciascuno è il presupposto del libero sviluppo di
tutti. Questa libera individualità, però, non è la semplice
'replicazione' comunista clonata dell'individuo borghese, cui si toglie semplicemente
la proprietà privata. Questa libera individualità è arricchita
dalla multiforme pluralità delle culture etniche e nazionali. Senza dialogo
fra le nazioni, non c'è neppure dialogo fra gli individui, dal momento
che l'universalismo di un mondo globalizzato non può essere la cancellazione
delle differenze e l'uniformità conformista, rigida o flessibile che
sia. L'universalismo è il dialogo delle differenze, non certo un altoparlante
che diffonde orwellianamente ad una plebe post-moderna livellata un unico messaggio
universale obbligatorio.
Per capire filosoficamente tutto questo, bisogna prima riconoscere la legittimità
della questione nazionale. Siamo ancora purtroppo ben lontani da questo riconoscimento.
Ma possiamo essere ottimisti sul fatto che una causa giusta, anche se condivisa
all'inizio da poche persone, ha di fronte a sé un futuro più promettente
del presente.
Costanzo Preve