NOTE SU CAPITALISMO E IMPERIALISMO
- intendere correttamente le coordinate attuali -
1. Una posizione sbagliata
Nell'editoriale de Le Monde Diplomatique di dicembre, Ramonet scrive: "La
terra conosce...una nuova epoca di conquiste, come al tempo delle imprese coloniali.
Mentre però gli attori principali della precedente epoca di conquista
erano gli Stati, adesso sono le conglomerate, i gruppi industriali e finanziari
privati che intendono conquistare il mondo". È spiacevole dover
polemizzare con chi critica comunque il dilagante neoliberismo attuale, ma è
necessario non lasciar correre sciocchezze simili, che annullano qualsiasi memoria
storica; tanto più che la devastazione culturale subita dalla "sinistra"
rende simili autori, controllori di importanti testate giornalistiche ed editoriali,
assai pericolosi per un retto intendere le coordinate dell'epoca attuale.
Ricordo in primo luogo il tanto vituperato (anche dai "sinistri" attuali)
Lenin che, nel suo opuscolo del '16 sull'imperialismo, riguardante l'era delle
presunte (da Ramonet) imprese coloniali dirette dagli Stati, non solo criticava
con molta esattezza, e cognizione dei fatti come delle teorie, la nozione di
colonialismo, considerandola appartenente ad una fase ormai nettamente superata
dello sviluppo capitalistico (quella dell'accumulazione originaria), ma indicava
nel contempo con grande acutezza le varie caratteristiche della nuova era imperialistica,
mettendo al quarto e quinto posto la competizione per l'egemonia nel mercato
mondiale tra le grandi concentrazioni monopolistiche del capitale e la lotta,
anche guerreggiata, tra le grandi potenze (Stati) per la spartizione del mondo
in varie aree di dominio e influenza. Non vi è dubbio che Lenin poneva
l'accento sulle attività dei grandi monopoli industriali e finanziari,
mentre gli Stati erano in fondo considerati, almeno "in ultima analisi",
strumenti di questi ultimi.
Se anche guardiamo ai teorici del "revisionismo" (Hilferding e Kautsky
in testa), o addirittura leggiamo studiosi "borghesi" come Veblen
e Hobson, non troviamo concezioni molto differenti. Tutti sapevano quel che
Ramonet (e fior di studiosi radical e marxisti o pseudotali del giorno d'oggi)
hanno bellamente dimenticato: la "nuova" epoca (eravamo alla fine
'800, primi anni del '900) era caratterizzata dalla più esasperata competizione
intermonopolistica, tra imprese giganti. Gli Stati erano attori "derivati",
in quanto gli apparati politici, in particolare quelli addetti alle operazioni
militari, sviluppavano le loro attività in stretta combinazione con le
strategie interconflittuali dei gruppi imprenditoriali dominanti nei vari paesi
capitalistici. Il resto è pura invenzione, non sempre dovuta a mala fede,
ma comunque sempre all'abitudine degli odierni giornalisti e superficiali studiosi
di ripetere in continuazione, a guisa di giaculatorie, le stesse formulazioni,
che partono dal falso presupposto di un'epoca completamente nuova e diversa
dal passato; laddove diversità e novità sono in gran parte il
risultato dell'oblio del passato, anche di quello di pochi decenni fa.
Non si tratta semplicemente di un errore, poiché segnala anche qualcosa
d'altro, che tuttavia non è possibile tratteggiare in questo troppo breve
scritto. Cerchiamo invece di reimpostare, pur per cenni, uno schema d'analisi
che ci possa aiutare a comprendere quel che sta avvenendo.
2. Stato e capitale
Nella fase di transizione al modo di produzione capitalistico, in particolare
in quella fase denominata accumulazione originaria del capitale, importante
è stata la funzione dell'istituzione detta Stato; e tuttavia non è
certo quest'ultima ad aver dato origine al suddetto modo di produzione, poiché
ne ha solo coadiuvato l'affermazione, legata ad altri fattori sui quali non
è certo il caso di soffermarsi in questa sede. Una volta consolidatasi
quella data organizzazione dei rapporti sociali (la formazione sociale capitalistica),
il cui nucleo strutturale interno è costituito dal modo di produzione
in oggetto, la configurazione di detti rapporti si articola secondo alcuni livelli
fondamentali, sintetizzabili nei tre decisivi indicati come l'economico, il
politico, l'ideologico. Lascio perdere l'ultimo, malgrado la sua rilevanza -soprattutto
in date epoche quali quella odierna- e mi concentro sugli altri due. Economico
e politico si sono, in ultima istanza, "coagulati" attorno a due fondamentali
insiemi di apparati, insiemi che hanno preso tradizionalmente le denominazioni
di impresa1 e Stato.
Il fatto che l'impresa abbia una decisiva influenza sulla politica e che le
funzioni svolte dallo Stato siano sempre rilevanti per l'esercizio delle attività
economiche non deve trarre in inganno. Impresa e Stato sono (insiemi di) apparati
con ruolo e funzioni differenti, anche se convergenti nel favorire la riproduzione
dei decisivi rapporti di produzione capitalistici. L'impresa è innanzitutto
caratterizzata dalla scissione tra due ruoli nettamente distinti e divaricantisi,
scissione che tuttavia l'impresa soltanto riproduce e amplifica poiché
essa è fondamentalmente il risultato della più complessiva scissione
della società in due "classi" distinte, scissione prodottasi
durante il già ricordato processo storico dell'accumulazione originaria
del capitale2. Tale scissione è quella tra chi ha e chi non ha il controllo
(reale) dei mezzi di produzione; essa "produce" quindi il rapporto
tra dominanti e dominati nella sua storicamente specifica forma capitalistica.
Quella che Marx indicò come sottomissione prima formale e poi reale del
lavoro al capitale è il processo tramite cui detta scissione sempre si
riproduce, e si allarga e approfondisce riproducendosi, trovando nell'apparato
impresa il suo particolare "strumento".
In quest'ultima viene invece prodotta, per suo intrinseco funzionamento (diretto
alla competizione mercantile), un'altra scissione: tra direzione tecnica delle
diverse partizioni (dipartimenti, divisioni, ecc.) dell'impresa stessa e direzione
addetta alle strategie conflittuali interimprenditoriali. La prima rivolge prevalentemente
la sua attenzione ai problemi interni alle diverse partizioni imprenditoriali
(ivi comprese quelle che riguardano il reperimento di fattori o la vendita dei
prodotti finiti, oltre a quelle direttamente produttive, cioè trasformative)
e al loro reciproco coordinamento, agendo secondo i princìpi della razionalità
strumentale, più o meno limitata che essa sia. La seconda è proiettata
prevalentemente all'esterno e applica strategie di "guerra" (in senso
lato), guidate da una razionalità differente rispetto a quella più
strettamente legata al principio del massimo risultato con il minimo impiego
di mezzi. Gli agenti direttivi di tipo tecnico costituiscono sia i livelli elevati
dei cosiddetti ceti medi sia frazioni subordinate di classe dominante, subordinate
cioè all'altra "classe" (delle strategie imprenditoriali),
che è la vera frazione dominante tout court3.
Nello Stato, prescindendo dalla sua genesi e costituzione (che pure ha grande
rilevanza), possiamo distinguere innanzitutto un insieme di apparati che svolgono
funzioni dette "pubbliche", attinenti alla regolamentazione formale
generale dei processi riproduttivi dei rapporti della formazione sociale a modo
di produzione capitalistico, fra i quali assumono predominanza quei processi
riproduttivi intrinseci alla sfera della produzione, scambio e distribuzione
delle merci. Le funzioni "pubbliche" generali sono il risultato dell'apprestamento
di particolari processi di lavoro, nel cui ambito si formano le consuete gerarchie
piramidali, non derivanti però da una competizione mercantile tra i vari
apparati statali4. Proprio per la generalità formale delle funzioni "pubbliche"
-che favorisce la formazione di una particolare ideologia da "servitori
dell'interesse collettivo"- gli individui che ricoprono i ruoli bassi di
dette gerarchie non possono considerarsi veramente appartenenti alle classi
dominate, così come quelli che occupano i posti di vertice non sono in
genere dei dominanti, pur se ai dominanti tendono a restare costantemente "fedeli".
L'insieme delle gerarchie in questione va sotto la denominazione di burocrazia,
che non è quindi mai una classe o frazione di classe dominante.
Troppo spesso lo Stato viene identificato semplicemente con questa pura burocrazia,
per cui ne nasce l'idea d'esso come mero "comitato d'affari della borghesia"
(Marx), cioè come semplice strumento, macchina, al servizio della classe
dominante. In realtà, sotto l'egida e la forma dell'interesse generale,
di tipo "pubblicistico", appare l'intera (o quasi) sfera della società
definita come politica. Tale sfera è uno spazio sociale in cui si sviluppano
pratiche specifiche che, dietro la maschera dell'ideologia del "servizio
per la collettività", portano all'ascesa di particolari frazioni
di dominanti.
"Storicamente", due sembrano essere stati i tipi di pratiche che hanno
condotto in tale direzione. In primo luogo, anche dal punto di vista cronologico,
si è trattato dell'esercizio di funzioni che tendono sia ad affermare
la potestà di normazione e regolamentazione dello Stato, in merito a
rapporti strutturanti una determinata popolazione abitante un dato territorio
considerato come una nazione5, onde consentire la dominazione in essa della
classe degli agenti capitalistici; sia, soprattutto, ad esplicare la potenza
statale verso l'esterno -verso altre popolazioni, altre nazionalità,
quindi altri Stati- per promuovere la formazione di una struttura mondiale dei
rapporti intercapitalistici confacente alla supremazia della propria classe
di agenti capitalistici dominanti. In secondo luogo, ci si riferisce all'esercizio
di funzioni implicanti il controllo e impiego di importanti quote del reddito
nazionale prodotto, il cui fine dichiarato è sia l'attenuazione delle
onde del ciclo economico (per evitare crisi di grande portata) sia l'attuazione
di politiche di redistribuzione del reddito stesso onde impedire troppo gravi
squilibri sociali e diminuire i rischi di acuti conflitti tra "classi",
che potrebbero mettere in discussione il dominio dei più decisivi agenti
della riproduzione capitalistica (quelli delle strategie interimprenditoriali).
Nella sfera economica della società capitalistica emergono in dominanza
gli agenti delle politiche conflittuali necessariamente implicate dalla riproduzione
dei rapporti che rappresentano il tessuto di detta sfera, cioè dei rapporti
mercantili che sono rapporti di competizione tra imprese. Nella sfera politica
emergono in dominanza, soprattutto, gli agenti di politiche aggressive verso
l'esterno (di quel dato Stato, di quella data "nazione", ecc.) di
carattere latamente "militare"6, nonché gli agenti del controllo
e impiego di quote del reddito nazionale avocate alla sfera detta "pubblica"
(di "servizio generale", per la "collettività intera"),
impiego che possiamo definire, all'ingrosso, "spesa pubblica"7.
Gli agenti dominanti nella sfera economica -che, nel capitalismo tradizionale
del resto ormai rimondializzatosi, è prevalentemente "privatistica"-
e quelli dominanti nella sfera politica -non coincidente, ma comunque prevalentemente
organizzata in senso "pubblico", soggiacente alla trasfigurazione
ideologica dell'agire per l'interesse generale della collettività- rappresentano,
in simbiosi fra loro, le due frazioni fondamentali della "classe"
dei ruoli dominanti nella formazione sociale a modo di produzione capitalistico.
Entrambe queste frazioni, come si sarà notato, svolgono politiche, anche
se di tipologia differente e per fini diversi eppur convergenti nel favorire
la riproduzione dei rapporti caratteristici di detta formazione sociale, riproduzione
che non può avvenire se non nella forma essenziale del conflitto reciproco
tra gruppi vari di agenti dominanti delle diverse frazioni; essendo decisivo,
per la sopravvivenza della forma capitalistica di società, che la riproduzione
tramite conflitto si attui, "in ultima istanza", sotto la prevalente
influenza dei processi -sociali, cioè di produzione e riproduzione di
rapporti tra "classi" di ruoli- che si svolgono nella sfera economica
della società stessa.
3. Le classi dominanti nelle diverse fasi dello sviluppo capitalistico
Non starò qui a ripetere le mie considerazioni sulle fasi mono o policentriche8.
Ricordo solo che durante una fase monocentrica non cessa la specifica conflittualità
intercapitalistica (interimprenditoriale), che si esplica però sotto
il complessivo controllo e orientamento sia economico che politico da parte
di un sistema coordinatore, sempre costituito, almeno finora, dal complesso
imprenditorial-finanziario e dall'apparato statale di un determinato paese.
Il liberismo, quanto meno sul piano del commercio internazionale, è sempre
la politica cardine di una fase monocentrica, poiché il paese centrale
-che lo è in termini economici, finanziari, tecnologici, spesso culturali
e sempre come potenza dello Stato (in particolare quella "militare")-
ha il massimo interesse a che i flussi mondiali di merci e capitali non vengano
intralciati, poiché in essi si afferma appunto la sua supremazia.
Malgrado la sua prevalenza nelle discussioni sia teoriche che politiche in voga
nel secondo dopoguerra, il cosiddetto keynesismo non ha dominato la scena per
quanto concerne le pratiche relative alle relazioni economiche internazionali.
Semmai, si può ben dire che il liberismo è restato spesso al livello
della pura affabulazione ideologica, poiché la "libertà"
degli scambi nell'area del capitalismo sviluppato occidentale veniva garantita
dalla potenza politico-militare USA, che non ammetteva intralci all'estrinsecarsi
della supremazia del proprio sistema, e "metteva in riga" (o almeno
faceva tutto il possibile in tal senso) coloro che tentavano di sottrarsi ad
essa, andando talvolta incontro a qualche difficoltà solo per la presenza
del cosiddetto campo "socialista". Le politiche keynesiane, pur essendo
state in un certo senso lanciate ante litteram (cioè prima della stessa
teorizzazione di Keynes) negli USA durante il New Deal, caratterizzarono nel
dopoguerra soprattutto l'attività degli Stati in Europa e in Giappone.
Tali politiche, del tutto interne ai paesi non centrali del campo capitalistico
(tradizionale), erano nell'interesse non solo di questi ultimi (ricostruzione
postbellica, attenuazione dei conflitti sociali resi ancor più pericolosi
dalla presenza, e vicinanza persino geografica, del campo "socialista"),
ma anche del sistema economico-imprenditoriale centrale -che non a caso favorì
l'innesco di tali politiche con il piano Marshall- poiché accresceva
le dimensioni dei mercati di sbocco delle merci e dei capitali da detto sistema
provenienti.
Rifacendomi a quanto delineato nel secondo paragrafo, possiamo ben dire che
il primo trentennio del dopoguerra è stato caratterizzato dalla supremazia,
all'interno del campo capitalistico (tradizionale), della classe dominante USA,
nelle sue due frazioni (in simbiosi) degli agenti delle strategie grande-imprenditoriali
e di quelli delle politiche esterne dello Stato di carattere latamente "militare"9.
Nei paesi non centrali, al contrario, agli agenti dominanti della sfera economica
si unirono le frazioni "pubbliche" -volgarmente denominate "borghesia
di Stato"- che controllavano la spesa statale, con crescenti deficit di
bilancio (secondo i dettami, non troppo rettamente intesi e applicati, della
teoria keynesiana), e ne orientavano le direzioni di impiego. Si può
dire, anzi, che tali politiche provocarono l'assuefazione delle dirigenze grande-imprenditoriali
all'assistenza da parte dello Stato (paradigmatica al riguardo proprio l'Italia),
con forte crescita del potere della cosiddetta "borghesia di Stato"10
e perdita di competitività, accompagnata da elementi di parassitismo,
delle grandi imprese "private", situazione dalla quale, almeno nel
nostro paese, non siamo ancora complessivamente usciti.
A partire dagli anni '80, ed in particolare dopo il crollo del sistema "socialista"
e la rimondializzazione di quello capitalistico, si parlò spesso di un
declino del capitalismo statunitense e dell'affermarsi di un mondo tripolare
con Usa, Germania (ed Europa) e Giappone quali poli concorrenti. Nel '93 uscì
un libretto, abbastanza giornalistico ma intelligente, del francese Michel Albert,
in cui si sostenne essere in atto uno scontro tra due modelli di capitalismo,
quello anglosassone e quello renano (in quest'ultimo veniva compreso anche il
capitalismo giapponese), mentre si trattava in realtà, ed in parte ancora
si tratta, del conflitto tra due politiche delle classi dominanti capitalistiche:
quella (neo)liberista e quella, detta in senso lato, (neo)keynesiana. Molti,
compreso chi scrive, trovarono illuminanti le tesi ivi esposte, che tuttavia
presentavano ampi margini di ambiguità e di conseguente opacizzazione
della realtà.
Il fatto che sembra decisivo è che, nel capitalismo detto globale, cioè,
in realtà, rimondializzatosi, il sistema centrale statunitense non garantisce
più il relativo coordinamento dell'insieme, non controlla più
adeguatamente la conflittualità interimprenditoriale né riesce
a piegarla alle esigenze di una, almeno parzialmente, ordinata riproduzione
dei rapporti decisivi della formazione sociale mondiale. Lo sviluppo degli uni
non è più così coerente con quello degli altri, anzi spesso
avviene contro questi altri. Nei paesi non centrali (appunto Europa e Giappone
in primo luogo) è di fatto esplosa l'alleanza, la simbiosi, tra frazioni
dominanti "pubbliche" e "private", cioè, in questo
caso, tra agenti delle strategie del conflitto interimprenditoriale e agenti
dell'erogazione della spesa pubblica (in funzione anticrisi e di "pace
sociale") e di controllo delle sue direzioni di impiego -con anche la messa
in funzione di importanti settori imprenditoriali "pubblici"- a partire
dal potere conquistato nella sfera politica (in gran parte statale) della società
capitalistica. Nel paese centrale è invece rimasta ben salda la simbiosi
tra i suddetti agenti dominanti imprenditoriali e quelli delle attività
statali (aggressive) verso l'esterno, quelle latamente definite "militari".
Il neoliberismo -sempre prevalente a livello del commercio internazionale nel
campo capitalistico tradizionale, e quindi oggi a livello nuovamente mondiale
o, come si dice con troppo fortunato neologismo, globale- è complessivamente
garantito, salvo qualche minore intralcio, dalla potenza militare USA, l'unica
rimasta in campo, cioè dalla suddetta alleanza tra agenti "pubblici"
e "privati" delle classi dominanti, alleanza avente quella forma specifica
che caratterizza il paese rimasto comunque ancora centrale, per quanto supposto
in declino11. Il neokeynesismo, politica che nasce dalla peculiare alleanza
tra particolari frazioni "pubbliche" e "private" della classe
dominante (quelle più sopra indicate) nei paesi non centrali, è
stato invece nettamente indebolito dall'esplosione e profonda ristrutturazione
dell'alleanza in questione, e non credo abbia più possibilità
di essere resuscitato12.
4. Conclusioni provvisorie
In particolare, il 1999 è stato l'anno in cui l'alleanza delle frazioni
dominanti del centro USA, grazie soprattutto, ma non soltanto, alla posizione
unica in campo militare (in senso stretto come lato), ha messo a segno colpi
decisivi per la riaffermazione del suo ruolo dominante globale (cioè
mondiale). La situazione complessiva sembra caratterizzata da un mix di semiimperialismo,
a livello strutturale, e di politica imperiale da parte della potenza centrale.
Detta situazione è, insomma, imperialistica per quanto concerne la ripresa,
non coordinata e tendenzialmente disorganizzante il sistema complessivo, della
conflittualità di tipo interimprenditoriale, poiché le imprese
del centro non hanno più una supremazia così incontrastata -sul
piano tecnico-produttivo ed economico-finanziario- rispetto a quelle delle altre
economie capitalistiche avanzate. È tuttavia ancora pienamente imperiale
per quanto concerne la netta prevalenza politico-militare di un paese sugli
altri, cui, al massimo, viene concesso di accedere alla posizione di subpotenza
regionale13.
La situazione è particolarmente confusa nei paesi non centrali a capitalismo
sviluppato, dove all'accresciuta potenzialità delle frazioni dominanti
economiche (agenti delle strategie conflittuali interimprenditoriali) non si
accompagna al momento una effettiva ristrutturazione delle frazioni dominanti
politiche ("pubbliche"); si rileva una decadenza, ma non sempre decisiva
e definitiva14, della "borghesia di Stato" -in realtà, degli
agenti assurti a dominanza grazie al controllo della spesa pubblica e al suo
impiego mediante politiche latamente definibili come keynesiane- mentre non
si notano segni tangibili di una crescita di frazioni dominanti "pubbliche"
del tipo di quelle che, negli USA, costituiscono uno dei pilastri del complesso
industrial-militare15.
In una contingenza come quella appena accennata, le stesse frazioni dominanti
economiche europee e giapponesi mettono in mostra tutta la loro debolezza politica,
pur con buoni punti di appoggio economici, tecnici e finanziari; chinano quindi
continuamente il capo e seguono i dominanti USA in tutte le loro avventure,
limitandosi a giocare di rimessa e a chiedere, dopo sostanziosi appoggi alle
operazioni "militari" statunitensi, di poter allargare qualche loro
enclave nel mondo della globalizzazione. Esse sono, al momento, fondamentalmente
capitolarde e incapaci di vera iniziativa (in specie politica) propria. Per
questo, essendo succubi sul piano delle politiche esterne, sono anche del tutto
titubanti circa quelle interne. Il loro sogno, pienamente confessato dalla stampa
che finanziano (quasi tutta), è quello di avere la "botte piena
e la moglie ubriaca". Parteggiano per un pieno neoliberismo -che gioca
sempre, ha sempre giocato (anche all'epoca della centralità inglese nell'800)
a favore del sistema centrale- accompagnato però da una continua assistenza
da parte dello Stato16; vorrebbero la flessibilità del lavoro, in specie
dei salari, nonché un attacco alla ricchezza dei ceti medi, al fine di
attuare una decisiva redistribuzione del reddito verso l'alto (proprio come
negli USA), ma non desiderano correre rischi di eccessive turbative nelle "relazioni
industriali", temono di scontrarsi troppo duramente con il malcontento
dei suddetti ceti medi, ecc.
Le loro rappresentanze politiche ideali sono dunque, al momento, le "sinistre",
ma che siano molto moderate, un bel po' "centriste" con sguardo "a
sinistra". Occorrono forze che accettino ormai il neoliberismo, ma abbiano
anche una tradizione di uso degli apparati statali, meglio se con forti connotazioni
illiberali e autoritarie sostenute da particolari organizzazioni partitiche;
che si tratti però di un uso di detti apparati a fini interni, anche
se non più, o sempre meno, per la "pace sociale" (con redistribuzione
del reddito verso il basso), bensì per ottenere una redistribuzione,
graduale e fatta "gentilmente" ingoiare alle "masse lavoratrici",
a favore delle grandi concentrazioni imprenditorial-finanziarie. Una vera alternativa
non esiste per il momento; non a caso le sedicenti "destre" (o i "centro-destra",
tanto è la stessa cosa) propugnano politiche molto simili -neoliberiste,
redistributive verso l'alto, capitolazioniste nei confronti degli USA, ecc.-
a quelle delle "sinistre" (o dei "centro-sinistra"), ma
hanno sicuramente meno numeri, soprattutto organizzativi e di appoggio da parte
delle suddette masse, rispetto ai "rivali" (nel controllo di posticini
vari di governo e sottogoverno).
Situazione confusa, quindi, assolutamente pasticciata e non decantabile se non
in periodi lunghi. Ne parleremo semmai in altra occasione, poiché qui
volevo solo cominciare a inquadrare, nei limiti delle mie possibilità,
alcuni strumenti di analisi della situazione di fase (di lungo periodo).
POSCRITTO DI METÀ MARZO
Da poco ho finito di scrivere questo breve articolo e sono intervenuti due
avvenimenti abbastanza rilevanti: l'elezione del Presidente della Confindustria
italiana, ma in modo del tutto particolare l'accordo tra Gm (General Motors)
e Fiat. Certo si tratta di fatti contingenti, ma di una contingenza gravida
di sviluppi futuri di non poco conto. D'altra parte, una loro analisi approfondita
richiederebbe un buon numero di pagine. Mi limiterò quindi ad alcune
osservazioni di larga massima in relazione al secondo di questi avvenimenti,
poiché esso riguarda in qualche modo la situazione generale da me delineata
nelle pagine che precedono, mentre il primo rientra in un'analisi più
specificamente indirizzata alla situazione italiana, di cui scriverò
in altro momento.
Dico subito che non escono alterate le linee di fondo che il mio breve scritto
voleva porre in evidenza. La centralità statunitense non ne viene certamente
scalfita, né viene contraddetta l'affermazione secondo la quale una "sinistra"
completamente imbastarditasi è il migliore rappresentante politico di
classi dominanti (imprenditoriali) assolutamente indifferenti agli interessi
"nazionali" (o europei, di cui si parla a getto continuo) e completamente
capitolazioniste nei confronti degli Usa.
Al di là di tutte le chiacchiere e dei cosiddetti verdetti del mercato17,
l'accordo Gm-Fiat si configura di fatto come una vendita soft della grande impresa
italiana a quella statunitense; il tutto in nome della solita globalizzazione.
Naturalmente l'accordo è più che vantaggioso per gli "azionisti",
diciamo soprattutto per i proprietari, della Fiat. Sarebbe ridicolo pretendere
che questi non guardino ai loro interessi18. Dando comunque un giudizio in termini
di oggettività della situazione, l'accordo è del tutto contrario
agli interessi europei (non parlo nemmeno di quelli italiani!), di cui i nostri
governanti si sciacquano la bocca ad ogni istante. Tuttavia, né sedicente
sinistra né sedicente destra sono alternativi a questo riguardo19. Ho
già sostenuto, e non posso quindi che ribadirlo, che l'intero ceto politico
è, fondamentalmente, neoliberista e praticamente prono ai voleri dei
dominanti statunitensi; ma certamente perché lo è la classe imprenditoriale
italiana pressoché al completo.
La situazione appare quindi diversa da quella, ad esempio, dell'accordo tra
Daimler e Chrysler; guardando alle posizioni assunte dai rispettivi management,
sembra che in quest'ultimo caso si possa ben dire che prevalgono i tedeschi.
Di conseguenza, poiché la cooperazione ignara dei confini nazionali,
ma instaurata ai fini della competizione globale, è una delle ideologie
decisive dietro cui si cela la reale centralizzazione dei capitali (cioè
delle imprese), con dominio di un gruppo imprenditoriale su altri -certo pur
sempre per la competizione a livello mondiale con altri gruppi formatisi nello
stesso modo- l'accordo appena nominato si configura, schematizzando, come una
europeizzazione di capitali (imprese) misti tedeschi e statunitensi, mentre
quello tra Gm e Fiat è una americanizzazione di capitali misti statunitensi
e italiani.
Difficile dire quali effetti economici (e occupazionali) potrà avere
in Italia questo graduale spostamento, che dovrebbe avvenire in 5-10 anni, del
centro di gravità (di comando) della Fiat nell'ambito del nuovo colosso
creatosi. Da una parte, non è detto che la Gm abbia interesse a ridimensionare
l'attività dell'impresa italiana, dato che essa è comunque una
testa di ponte in Europa, area potenzialmente concorrente -non solo dal punto
di vista economico-produttivo, ma forse, in periodi lunghi, dal lato più
propriamente imperialistico- degli Usa. Dall'altra, da quanto ho letto, mi sembra
di capire che la Gm abbia già diversificato i suoi investimenti, entrando
in settori nuovi e d'avanguardia come le telecomunicazioni, nei quali è
quindi pronta ad entrare con maggior peso e strategie magari appropriate. La
Fiat (in specie Auto) ha invece continuato a concentrare prevalentemente la
sua attività (anche di ricerca) in un settore ormai molto maturo, pur
se con possibilità di sviluppo in alcune aree capitalistiche meno avanzate,
dove tuttavia la concorrenza si farà sempre più aspra; soltanto
le sue finanziarie (Ifi, Ifil) hanno cominciato ad investire (investimenti appunto
soprattutto finanziari) in Internet.
È troppo presto per formulare previsioni dotate di un buon grado di probabilità;
nemmeno gli interessati, credo, sarebbero in grado di farlo, salvo che per quanto
riguarda il futuro assetto proprietario, su cui ci saranno senza dubbio "protocolli"
e documenti vari non accessibili ai "profani"20. È comunque
evidente l'importanza di quanto avvenuto; certo maggiore di quanto non lo sia
quella delle convulsioni e sceneggiate che un ceto politico, fra i peggiori
(o forse persino il peggiore) che la nostra storia ricordi, ci offre ogni giorno,
ogni ora. Purtroppo, avrei qualcosa da dire anche sui pochi gruppi che oggi
si pongono in funzione anticapitalistica. Ai "miei tempi", era abitudine
comune di ogni "forza" del genere quella di seguire quanto accadeva
nell'ambito dei rapporti di forza tra le varie frazioni della classe dominante,
in specie quella imprenditoriale. Oggi si preferisce, e di gran lunga, la critica
culturale (ad esempio al consumismo, ecc.) o quella filosofica (all'alienazione
umana, ecc.). I critici sono divenuti puramente e semplicemente antimodernisti,
non anticapitalisti; odiano il mondo perverso attuale, pervaso dal Maligno,
in nome degli ideali umani del "buon tempo andato". O si cambia musica,
o è meglio andare a coltivare i campi, svolgendo una funzione decisamente
più utile.
Gianfranco La Grassa
1 La cosiddetta base economica è in fondo costituita da una rete di
relazioni che, nel capitalismo, possono essere raggruppate sotto le denominazioni
di impresa e mercato. Tuttavia, considero logicamente prioritaria, in quanto
vero e proprio apparato, la prima, mentre tratto il secondo come un portato
(lo spazio di configurazione) della conflittualità interimprenditoriale.
In un certo senso, quindi, il mercato non è altro che questa mera interazione
conflittuale. Quando in esso compaiono coaguli (apparati) organizzativi, questi
sono messi in piedi o direttamente dagli apparati "pubblici" o nascono
da intese tra imprese, con sanzione legale da parte dello Stato. In definitiva,
i veri apparati decisivi della struttura capitalistica sono l'impresa e lo Stato;
anche gli apparati a prevalente funzione ideologico-culturale appaiono nella
forma dell'impresa e/o della sanzione "legale" da parte della sfera
"pubblica".
2 Per cui, indubbiamente, la genesi del modo di produzione capitalistico è
decisiva per capire le caratteristiche essenziali della nostra società.
Se invece ci si limita ad osservare quest'ultima in quanto già compiutamente
formatasi, nulla di più facile che cadere nelle distorsioni ideologiche
tipiche della scuola neoclassica, che individua -nella sfera economica del capitalismo-
solo l'impresa e il mercato, e avvia quindi l'analisi considerando i presunti
"individui produttori" quali mere funzioni di combinazione ottimale
di n fattori produttivi per fornire, in concorrenza fra loro nel mercato, beni
atti a soddisfare i bisogni di un aggregato (semplice somma) di "individui
consumatori".
3 Pur non potendo approfondire l'argomento, ricordo che il dominio di detta
frazione è connesso strettamente al controllo dei mezzi che nascono dall'intreccio
conflittuale tra tante imprese, quell'intreccio che è il mercato e in
cui il risultato del processo produttivo appare nella forma di merce che va
venduta con acquisizione di masse monetarie, una parte delle quali costituisce
il profitto d'impresa. I mezzi controllati, e utilizzati nella competizione,
sono dunque essenzialmente finanziari. Tale controllo può essere esercitato
prevalentemente dalle stesse direzioni strategiche delle imprese industriali,
o può invece fortemente autonomizzarsi in imprese e istituti particolari,
ecc.; tutto questo, però, non può essere adeguatamente trattato.
4 Per cui la maggiore o minore enfasi posta, in epoche differenti, sulla necessità
di razionalizzare i processi di lavoro in detti apparati, onde risparmiare "lavoro"
(cioè salari degli impiegati "pubblici"), è solo il
risultato della maggiore o minore urgenza con cui viene avvertita l'esigenza
di lasciare la più alta quota possibile di risorse a disposizione dei
"produttori" capitalistici (imprese) ai fini della loro reciproca
competizione mercantile, anch'essa più o meno acuta in epoche diverse
dello sviluppo capitalistico (quelle da me definite poli o monocentriche).
5 Per quanto importante sia, anche in questi ultimi tempi, tralascio di considerare
la non accettazione, da parte di minoranze più o meno importanti di una
certa popolazione abitante un dato territorio e sottoposta alla potestà
di un determinato Stato, della nazionalità che caratterizza la maggioranza
di detta popolazione, il che comporta anche la non accettazione della potestà
dello Stato in questione. Le "questioni nazionali" delle "minoranze"
riguardano un diverso livello di analisi rispetto a quello che è l'oggetto
fondamentale della presente trattazione.
6 Non mi riferisco solo, in senso stretto, alle politiche che vedono l'impiego
di eserciti e di armi, ma anche a quelle che rappresentano comunque pressione
ed espansione verso l'esterno, verso il controllo o comunque la decisiva influenza,
in forme svariate, su aree territoriali, popolazioni, classi capitalistiche
"nazionali", altre rispetto a quelle cui si riferisce la sfera di
più diretta e immediata competenza di un dato Stato.
7 Gli agenti degli apparati pubblici che esercitino esclusivamente politiche
di controllo e regolamentazione rivolte all'interno di un dato territorio, di
una data popolazione, ecc. -che esercitino dunque quelle funzioni che possiamo
latamente definire di polizia (funzioni spesso caratterizzate da finalità
di coercizione)- non appartengono in genere alla classe dominante. Solo in particolari
contingenze, ad esempio colpi di Stato militari, gli agenti delle politiche
esterne avocano a sé anche quelle repressive di carattere interno; ma
sono le prime, e non le seconde, a caratterizzare la loro "simbiosi"
con le classi dominanti di tipo "economico".
8 Si vedano in particolare i miei La tela di Penelope e Riflessioni del dopoguerra
(II parte), CRT Pistoia 1999, dove si trovano inoltre ulteriori indicazioni
bibliografiche.
9 Nel paese centrale si venne formando il cosiddetto complesso militare-industriale
(dove la prevalenza spetta tuttavia al secondo termine), che fu erroneamente
pensato all'origine di politiche keynesiane negli USA. Tale complesso è
invece una forma di strutturazione delle classi dominanti assai più tradizionale
e antica, che caratterizzò i paesi capitalistici in competizione imperialistica
durante la fase di policentrismo tra otto e novecento.
10 Le sedicenti "ladronerie", con conseguente cambio di regime per
via giudiziaria negli anni '90, fenomeno particolarmente ma non solo italiano
(affaire Kohl docet), sono una diretta conseguenza di questo modo di formarsi
e di atteggiarsi delle frazioni di classe dominante e delle loro specifiche
alleanze nei paesi capitalistici sviluppati non centrali, in specie fin quando
durò la presenza "minacciosa" del campo "socialista".
Del tutto logicamente i "sinistri", ormai incapaci di contrapposizione
politica e di valori rispetto alla "destra" poiché essi stessi
propugnano una politica e dei valori complessivamente di destra, sono soltanto
in grado di agitare il tema della corruzione e del ladrocinio quale unica argomentazione.
Avendo spazio e tempo, sarebbe possibile mostrare come corruzione e ladrocinio
siano consustanziali alle politiche dette keynesiane, che non sono asettiche
attività di spesa per il "bene pubblico", ma campi di lotta
per il controllo e l'impiego di quote crescenti del reddito nazionale, nel cui
ambito si formano e ascendono frazioni specifiche delle classi dominanti nei
paesi capitalistici non centrali durante un'epoca monocentrica.
11 Ipotesi non del tutto destituita di fondamento, ma che vale allora per tempi
molto lunghi.
12 Tanto è vero che tutti coloro che, "a sinistra", si affannano
a difenderlo, con ciò ponendosi come ultimo baluardo di difesa (i famosi
"giapponesi nell'isola") di una "borghesia di Stato" sul
viale del tramonto, continuano a sostenere che si tratterebbe di escogitare
nuove politiche keynesiane, differenti da quelle di un tempo; evidentemente
ci si rende conto, pur confusamente, che un'epoca è ormai finita, anche
se la sua agonia può durare a lungo e provocare ancora notevoli disastri,
soprattutto in tema di ritardo ormai gravissimo relativamente all'esigenza di
almeno cominciare a ripensare l'opposizione anticapitalistica.
13 Si veda la sostanziale condiscendenza con cui gli USA trattano, almeno per
il momento, l'impresa russa in Cecenia.
14 Con differenze da paese a paese; la decadenza è, ad esempio, decisamente
più accentuata in Inghilterra, assai meno in Italia.
15 In Italia, potremmo considerare riviste come Limes organi di embrioni di
tali frazioni; ma sembra quasi trattarsi più di "stati d'animo"
che della formazione di effettivi gruppi di agenti aventi vera vocazione al
sostegno e promozione di una nuova alleanza-simbiosi dominante. Anche alcuni
gruppetti minoritari "di destra" manifestano una qualche lucidità
al proposito -in ogni caso maggiore di quella dei sedicenti "neocomunisti"-
ma non paiono, neanch'essi, nulla più che vagiti di un parto prematuro,
che ha costante bisogno dell'incubatrice.
16 Tipica la recente "rottamazione" e quella che ci si appresta a
chiedere per sostituire le automobili che utilizzano ancora benzina con piombo.
Ricordo inoltre iniziative come gli insediamenti industriali del tipo di quello
previsto a Manfredonia, le false o monche privatizzazioni, l'appoggio a scalate
di un nuovo capitalismo rampante come quello che si è impadronito della
Telecom, ecc. E mi limito all'Italia.
17 È evidente che il "non gradimento" iniziale dell'operazione
Gm-Fiat da parte della Borsa, sia a New York che a Milano, è effettivamente
il risultato di speculazioni di grossi gruppi finanziari che sapevano già
degli accordi in corso e che avevano acquistato azioni delle due società
facendo alzare i loro prezzi. Si ammette ormai abbastanza apertamente che l'insider
trading è largamente praticato e che è difficile perseguirlo,
anche ammesso che vi sia l'intenzione di scontrarsi con gli interessi dei grandi
gruppi oligopolistici che dominano i mercati finanziari non meno che industriali.
Una volta stipulato ufficialmente l'accordo, tali gruppi hanno deciso di realizzare
i rialzi, vendendo e trascinando così anche i "piccoli risparmiatori"
nello stesso movimento, che comporta perciò la caduta dei corsi azionari
e una perdita per chi è rimasto più a lungo con i titoli in mano
(cioè i suddetti piccoli); mentre chi ha venduto per primo riacquisterà
a tempo debito i titoli a prezzi molto inferiori con ulteriore vantaggio.
18 Vorrei che però almeno si ricordasse come negli anni Ottanta, sotto
la presidenza Prodi dell'Iri, tale ente "pubblico" non abbia accettata
una vantaggiosa offerta della Ford in merito all'acquisto dell'Alfa e, in nome
dell'italianità, abbia venduto questa casa automobilistica alla Fiat
a condizioni molto peggiori (cioè migliori per l'impresa torinese). Poiché
mi si concederà che l'Alfa aveva un valore (e non solo in sé e
per sé, ma come "patrimonio della società") superiore
alla Villa di Macherio, per la cui svendita, se non erro, è in piedi
un processo contro un "certo" imprenditore-politico, qualsiasi individuo
non affetto dalla faziosità tipica degli ottusi dovrà ammettere
i "due pesi e due misure" della magistratura (inquirente) italiana.
19 È sintomatico, ai fini della già affermata non alternatività
di "destra" e "sinistra", che sia D'Alema che Berlusconi
abbiano dichiarato essere l'accordo, di cui si sta parlando, fondamentalmente
positivo. Indubbiamente però con qualche interessante differenza d'accento.
Il primo ha infatti affermato che l'accordo è pienamente soddisfacente
(neanche fosse l'erede designato dagli Agnelli). Il secondo, in omaggio all'ideologia
della globalizzazione che non può mai essere messa in discussione da
nessun "servo" degli Usa, ha dichiarato che detto accordo era inevitabile
e che, per quello che se ne può sapere (poco), sembra un accordo vantaggioso
per le parti; ed infatti è indubbio che entrambi i contraenti, per motivi
diversi, hanno firmato con piena convinzione: da una parte per interessi strategici
di fondo, dall'altra per convenienze economiche immediate e ottima (super)valutazione
del pacchetto azionario in trasferimento.
20 Fra i quali un posto in prima fila spetta sicuramente ai nostri governati
e al ceto politico in generale.