NATO, KOSOVO E NUOVI INDIRIZZI STRATEGICI U.S.A.
1. Da Solana a Robertson
La nomina di Lord Robertson, qualche mese fa, a segretario generale della Nato,
ci offre lo spunto per una messa a fuoco di alcuni passaggi apparentemente tecnici,
ma sostanzialmente politici dell'indirizzo politico/militare pianificato da
Washington e, di riflesso, dello scenario internazionale che si prospetta. Non
è in tal senso superfluo richiamare le tappe più significative
dell'eredità, un vero e proprio lascito, del suo predecessore, Javier
Solana, designato già prima della scadenza del suo mandato a divenire
mister Pesc, cioè ministro della politica estera e della sicurezza comune
dell'Unione Europea (Ue). Una designazione che rappresenta un ossequio europeo
a Washington ed è tanto più significativa in seguito alla recente
"fusione per incorporazione" della Ueo (il formale braccio militare
dell'Europa) nella Ue e l'attribuzione allo stesso Solana di entrambi i ruoli:
di Mr Pesc e di segretario generale della Ueo. Sembra così realizzarsi
quel che da tempo, già negli anni Settanta con Kissinger, gli Usa richiedono
all'Europa: un'unica interlocuzione senza obbligo, per Casa Bianca e Dipartimento
di Stato, di consultare singolarmente tutti o almeno i più importanti
governi europei.
Durante i quattro anni del suo mandato, Solana è stato un esecutore scrupoloso
delle direttive d'oltre Atlantico: ha avviato la prima missione della Nato di
cosiddetto mantenimento della pace in Bosnia-Erzegovina, al di fuori dell'ambito
geografico e contro i limiti previsti dallo stesso trattato; ha condotto il
primo ampliamento dell'Alleanza dalla fine della Guerra Fredda; ha intensificato
il Partenariato, vera e propria anticamera all'ingresso nella Nato, con 25 paesi
dell'Europa centrale e dell'Asia centrale; ha avviato, contro la lettera dello
stesso trattato Nato, l'aggressione contro la Federazione Jugoslava; ha avviato
una ristrutturazione di snellimento -struttura di comando inclusa- dell'Alleanza
secondo linee spiccatamente dinamiche ed aggressive indicate dalla Casa Bianca
-sempre nel quadro del "nuovo Concetto strategico"- per soddisfare
i requisiti di proiezione rapida e di utilizzo di assetti Nato per la condotta
di operazioni Ueo (la cosiddetta Identità di Sicurezza e Difesa Europea).
Che Lord Robertson elogiasse e rivendicasse questi passaggi era cosa scontata.
È noto che la Gran Bretagna si muove sullo scacchiere internazionale
come il più fidato e allineato partner di Washington. Iraq, Balcani e
Kosovo scandiscono a chiare lettere, nel sangue, le tappe di questa intesa di
ferro. Ebbene, la nomina di un britannico alla carica di segretario generale
della Nato, già significativa in una fase delicata del consolidamento
dei rapporti euro-statunitensi, precede di qualche settimana l'annuncio della
costituzione di un super esercito di 60mila uomini che il premier inglese Tony
Blair propone e sancisce con Jospin e Chirac. In quei giorni, siamo alla fine
del novembre scorso, Blair chiarisce che questa stretta collaborazione tra Gran
Bretagna e Francia deve coinvolgere gli altri paesi europei e, lungi dall'essere
un tentativo di isolamento o di ridimensionamento del ruolo Usa nella Nato,
mira ad accelerare i tempi di attuazione di una politica più integrata
e collaborativa in materia di difesa. Al vertice europeo di Helsinki, a dicembre,
questi tempi vengono fissati "entro il 2003". Insomma, per usare le
parole di Lord Robertson, "più Europa" non significa "meno
Stati Uniti". Washington ovviamente plaude.
Questa idea di Blair del super esercito europeo di rapido intervento attua uno dei capisaldi della strategia politica del New Labour, teorizzata nella sua proposta di "Terza via" e candida la Gran Bretagna ad un ruolo che vuol essere di guida in Europa. Quando Lord Robertson -con mister Pesc, Solana, che gli fa eco- tra le priorità del suo mandato, individua e sottolinea il tema caro a Washington del coinvolgimento ed aumento delle spese e dell'impegno militare europeo, abbiamo un'operazione a tenaglia che rinsalda di fatto l'egemonia politico/militare statunitense in Europa e determina per l'Unione Europea stessa un contenimento del proprio sviluppo economico, vincolandone le voci di spesa, un logoramento delle velleità di autonomia europea anche sul terreno dell'accrescimento di investimenti militari che l'Europa farebbe rimanendo comunque subalterna alla direttive del Pentagono. Scarse e deboli sono le voci di dissenso. Quel gruppetto di paesi che seguono da tempo una politica neutralista più o meno rigida (Austria, Svezia, Finlandia ed Irlanda), molto refrattari alla sola idea di un Esercito Europeo, sono già stati messi sull'avviso con il "caso Haider". Solo i gonzi possono credere che il problema risieda nelle dichiarazioni o nei diritti umani violabili di Haider. Non casualmente tra gli sponsor anti-Haider abbiamo Usa ed Israele. Senza parlare degli stessi Usa ed Israele, la Turchia, bastione essenziale della Nato nella regione, è lì a dimostrare che si può fare di tutto in tema di violazione di diritti umani e nazionali di popoli oppressi senza che nelle alte sfere del dominio mondiale alcuno abbia niente da ridire. Stride il contrasto tra una Turchia che gode di una sostanziale impunità internazionale, che Washington vuole rapidamente nell'Unione Europea, e la potenziale caricatura di tutto ciò rappresentata dal "caso Haider".
2. Lo spartiacque della guerra per il Kosovo
Il 23 marzo 1999 la Nato dà avvio ai bombardamenti che per 78 giorni
martorieranno soprattutto le popolazioni civili di Kosovo, Serbia e Montenegro.
Il 9 giugno, con l'accettazione, a Kumanovo, da parte jugoslava delle condizioni
poste dalla Nato, il massacro "umanitario" cessa. Quel che qui importa
considerare sono le novità sostanziali e le tendenze che si sono delineate.
Diciamo subito che se il rullo compressore di morte della Nato è parso
inossidabile e monolitico, il meccanismo nel suo complesso ha mostrato un malfunzionamento
sotto il duplice profilo politico e militare. Il fatto che la guerra sia stata
combattuta unilateralmente e vinta dal cielo grazie alla schiacciante superiorità
tecnologica degli Stati Uniti, se ai tecnici fa prefigurare scenari di prossime
guerre spaziali, se ai più nasconde insomma le problematiche scaturite,
non altrettanto rassicura Washington. Non gratifica totalmente gli Usa il fatto
che la guerra abbia dimostrato che la Nato non è credibile né
operativa senza gli Stati Uniti. Se il problema sul tappeto fosse quello sic
et simpliciter della semplice riaffermazione oggi della leadership statunitense
non ci sarebbe di che discutere. Esiste ed è stata senza dubbio riaffermata
nei fatti. Ma il punto è che il dispositivo bellico statunitense è
risultato un clamoroso bluff rispetto alle velleità imperiali in prospettiva.
Si è ancora lontani da quella capacità di sostenere almeno due
fronti di guerra che gli strateghi del Pentagono indicano come necessaria per
una monopotenza che avochi la pretesa di guida imperiale. Questa attuale incapacità
è quindi un'insufficienza strategica ed è questo il punto nodale
da calare nella prospettiva di un assetto planetario che da qui a qualche lustro
potrebbe cambiare radicalmente. In una remota provincia dell'impero come lo
è il Kosovo, aver vinto la guerra in quelle condizioni è come
averla persa. In quelle condizioni vuol dire che l'apporto degli alleati/subalterni
è stato -a conti fatti- traballante ed esitante su quello politico, del
tutto insufficiente sul piano militare. Il fatto che all'interno di alcuni paesi-chiave
europei della Nato vi fosse la contemporanea presenza al governo di forze di
sinistra (Italia, Francia, Gran Bretagna, Germania) ha garantito (oltre al loro
discredito più totale) che l'opposizione alla guerra fosse contenuta.
Una collocazione all'opposizione di queste forze avrebbe forse reso più
difficile il sostegno all'iniziativa della Nato. E la situazione reggeva fintantoché
si vinceva dal cielo e l'opinione pubblica non veniva disturbata dalla vista
delle bare di ritorno. Incertezze politiche, ciononostante, si sono manifestate,
e crescenti, man mano che si andava oltre quei 7 giorni che Clinton aveva indicato
come necessari per risolvere il conflitto. 11 volte di più ce ne sono
voluti e la solidità politica dei primi giorni cominciava vistosamente
a scricchiolare specie in Italia, avamposto logistico per ragioni geografiche.
Sul piano militare, poi, nel momento di massima pressione contro la Jugoslavia,
al Pentagono si è compreso che il dispositivo delle forze statunitensi
non era in condizioni di operare su un doppio fronte di guerra, su quei due
potenzialmente simultanei conflitti regionali di ampie proporzioni (i cosiddetti
"major regional conflicts") che, come detto sopra, gli strateghi del
Pentagono da tempo hanno individuato come un necessario requisito strategico
per gli Stati Uniti. L'impegno nei Balcani, considerato un "conflitto minore",
ha via via richiesto capacità di dispiegamento proprie di un conflitto
regionale tradizionale (circa 1000 velivoli, 30mila uomini sul terreno, uno-due
gruppi da battaglia incentrati su portaerei ed un gruppo da combattimento anfibio).
Due quindi le lezioni tratte.
Primo. Le incertezze politiche hanno via via acuito la lentezza del processo
decisionale, in contraddizione con l'esigenza di velocizzare al massimo sia
un ipotetico intervento militare in una qualsiasi area d'interesse, sia l'individuazione
delle forme che detto intervento debba assumere (azione aerea, embargo navale,
schieramento di forze sul terreno, ecc.).
Secondo. L'impegno militare degli alleati/subalterni della Nato è stato
insoddisfacente ed ha confermato il divario già manifesto nella guerra
del Golfo -e per taluni pressoché incolmabile- tra Stati Uniti e alleati/subalterni
in una pluralità di settori nevralgici: armi di precisione, guerra elettronica,
sistemi di elaborazione/comunicazione, Intelligence, sorveglianza strategica
satellitare, sorveglianza tattica, trasporto strategico. Ma il punto è
che queste vistose carenze hanno obbligato gli Stati Uniti a sopportare una
parte sproporzionata dell'onere. Quando Washington pone agli alleati/subalterni
l'esigenza di rimodulare struttura delle forze e raggiungere "adeguati
standard di capacità", lo fa per soddisfare i requisiti operativi
dell'intero impianto militare strategico pensato per la propria sicurezza e
per i propri interessi.
La guerra per il Kosovo rappresenta in tal senso uno spartiacque storico e strategico
di cui sarà possibile solo col tempo valutare significato ed ampiezza.
3. Il concetto strategico D.C.I.
Sono dunque quelle su esposte le ragioni dell'interesse di Washington a spingere
per l'accelerazione dei tempi in vista di un'unica interlocuzione decisionale
europea. Altro che autonomo imperialismo europeo! Altro che velleità
imperialiste italiane! Chi usa questi termini fraintende in modo colossale i
fatti che si stanno dispiegando e senza accorgersene non vede quali sono al
fondo i termini del problema, che attengono alle sempre più necessarie
modalità di costruzione di processi effettivi di emancipazione nazionale
in tutta Europa. Ma questo attiene ad altri momenti di discussione. Quel che
qui ora importa è vedere come gli Usa stiano procedendo concretamente
nella direzione su indicata.
È nell'aprile '99, al vertice Nato di Washington, che gli Usa, a guerra
ancora in corso, anzi, proprio battendo il ferro finché è ancora
caldo, impongono l'adozione del nuovo concetto strategico, sulla base di coordinate
ideologiche di intervento (diritti umani, lotta alla proliferazione delle armi
per la distruzione di massa, lotta alla droga, al terrorismo, all'inquinamento
ambientale) e dell'esigenza di un maggior coinvolgimento degli alleati in termini
finanziari e operativi. La sigla è apparentemente innocua e rassicurante:
DCI (Defense Capability Initiative). Ma al dunque sviluppa un concetto di difesa
offensiva: rapido dispiegamento e proiettabilità di uomini e mezzi, capacità
di adeguato e continuativo sostegno logistico, adeguata rotazione ed interoperabilità
dei reparti impiegati, efficienza ed interoperabilità delle funzioni
di Comando e Controllo nonché degli strumenti -necessari al relativo
esercizio (sistemi di comunicazione ed elaborazione)-, capacità avanzate
di intelligence in tempo reale, eccetera.
Questi desiderata di Washington già parlano di per sé. Se poi ci si addentra nei meandri dei particolari e dei dettagli non serve arrivare fino in fondo per avere la conferma che le strombazzate affermazioni della Casa Bianca di voler portare l'Europa ad un livello di parità attengono al piano esclusivo dell'assunzione degli oneri (finanziari e logistico/militari), senza alterare minimamente il rapporto di assoluta dipendenza politico/militare. Del resto non sono solo le capacità tecnologiche avanzate ad essere saldamente sotto il controllo del Pentagono. Anche nell'ambito del supporto logistico l'indispensabilità statunitense è determinante: solo per il trasporto strategico di quella forza di intervento rapido europeo, presa nel suo ventilato complesso, mancano i mezzi come anche le stesse capacità di un sostegno logistico a grande distanza. Per non parlare del quadro di tutta una serie di aspetti tecnici, quadro giudicato "desolante" da esperti del settore, dove si segnalano carenze vistose in materia di standardizzazione o della stessa interoperabilità tra materiali disomogenei per qualità e capacità, al punto che, lo si afferma chiaramente, è difficile pensare ad una capacità europea di intervento che sia qualcosa di più e di diverso da operazione di cosiddetto mantenimento pace, di prevenzione crisi o di guarnigione/protettorato. Sempre, comunque, sotto supervisione strategica statunitense.
4. Uno sguardo su Italy-land
Poche righe, prima di concludere, sul posizionamento dell'Italia, considerando
che anche su questo tema non vi è differenza di indirizzo -anzi vi è
una convergenza se non un allineamento assoluto tra compagine governativa e
fittizia controparte politica. Interessante e significativa è una valutazione,
in questo ambito di trattazione, sull'appena caduto governo D'Alema che rappresenta
un elemento innovativo destinato ad essere prevedibilmente assunto come direttrice
dai governi che verranno. Il cambiamento di titolarità alla Difesa -da
Scognamiglio a Mattarella (quest'ultimo confermato da Amato), quindi dal governo
Prodi a quello D'Alema- non ha comportato mutamenti di linea nella politica
atlantista del governo. Che, piuttosto, segna con Mattarella un'accentuazione.
Se, infatti, i passaggi di fondo sono in linea con i nuovi assunti strategici
delineati dalla Casa Bianca (professionalizzazione integrale delle Forze Armate,
prosieguo nel passaggio dal servizio di leva al volontariato, elevazione del
Pil delle spese per la funzione Difesa, proroga, a parte Timor Est, delle operazioni
militari all'estero), l'aspetto più significativo del primo governo che
abbia registrato la massima esposizione politica della sinistra italiana è
l'innalzamento delle spese connesse alla copertura per lo svolgimento di queste
stesse operazioni. Per la prima volta, nelle risorse assegnate nell'ultima Finanziaria,
una quota significativa di queste spese è stata imputata al bilancio
di altri ministeri (nello specifico: Cooperazione allo Sviluppo, Pubblica Istruzione,
Sanità, Ambiente, Lavori Pubblici, proventi dell'8 per 1000 riservato
allo Stato), ossia si è data attuazione, e tutto lascia intravedere quale
sarà la strada, ad un dirottamento di risorse già impegnate sul
versante sociale a sostegno degli oneri di presenza internazionale dello Stato,
una complessiva ridistribuzione della spesa pubblica per finalità proprie
di Washington. Nonostante gli obblighi monetaristi dei famigerati "criteri
di convergenza" europei cui è stato imposto di allinearci, l'assunto
del gendarme a stelle e strisce: "non ci si può più accontentare
di consumare sicurezza, ma si è chiamati a produrla se si vuole sedere
al tavolo dei Grandi" è diventato prioritario.
Per chiudere. L'insistenza sul rafforzamento (finanziario e logistico/militare)
del "pilastro europeo" nell'Alleanza è il vero tema, assieme
a quello dell'ulteriore ampliamento, che contrassegnerà la fase interna
della Nato nell'immediato futuro e le decisioni di quel ristretto esecutivo
europeo, che mostra di essere molto prono alle direttive statunitensi, incideranno
sul futuro dei popoli d'Europa. Per la prossima guerra, insomma, ci si sta attrezzando.
In tal senso è già cominciata.