MAI più. Come gli antagonisti del Pensiero Unico hanno sconfitto le Multinazionali

Neanche il più ottimista fra i nemici del neo-liberismo avrebbe scommesso sulla possibilità di assestare un colpo così importante al Partito delle Multinazionali, quale è stato il seppellimento (almeno per ora) del Multilateral Agreement on Investment, MAI per gli addetti ai lavori. Un successo che probabilmente ha sorpreso anche i rappresentanti delle oltre 600 ONG che pure contro la ratifica del MAI avevano infuso le proprie migliori energie. Una vittoria, una grande vittoria che deve far riflettere, perché ha dimostrato sul campo l'efficacia delle pressioni operate da organizzazioni non parlamentari e non istituzionali contro quello che sembrava essere un vero e proprio Moloc invincibile, sostenuto com'era dai più importanti trust economici del Pianeta. Che deve far riflettere perché la sconfitta subita dai Signori della Finanza internazionale, dagli affamatori della Terra, avrà fatto riflettere anche loro, e li porterà a non commettere una seconda volta gli errori che sono stati la causa di quella sconfitta.
Solo comprendendo a fondo lo spirito e i dettagli del MAI ci si può realmente rendere conto di quelli che sarebbero stati i suoi devastanti effetti sui barlumi di democrazia che ancora regolano i rapporti sociali in almeno una parte degli stati, occidentali e non, già pronti a capitolare di fronte alle sue spietate logiche mercantilistiche.
Il MAI nasce come trattato sulla liberalizzazione della circolazione degli investimenti nel mondo. Con umorismo involontario Enrico Sassoon lo definiva, su Repubblica, "un nuovo tentativo di dare un po' d'ordine al caotico ribollire degli investimenti internazionali (..) ". Più onestamente il Presidente della ERT (European Round Table of Industrialist), nonché boss della Nestlè, Helmut O. Maucher, ne parlava come della codificazione della loro volontà, cioè di quella delle imprese, di "investire dove vogliamo, il tempo che vogliamo, per produrre cosa vogliamo, approvvigionandoci e vendendo come vogliamo, sopportando il minor numero possibile di obblighi (sociali, fiscali, ecologici) ".
Le trattative per la messa a punto delle varie clausole sono iniziate dal maggio del 1995, a Parigi, nell'ambito dell'OCSE, l'Organizzazione di Cooperazione e Sviluppo Economico, un'elitaria associazione di cui fanno parte i 29 paesi più ricchi del mondo, e che rappresenta la sede di riferimento di più del 90% delle multinazionali. Trattative, qui la prima anomalia, svolte nella più assoluta segretezza. I successivi sviluppi della vicenda faranno comprendere il perché di tanto riserbo. Solo nel febbraio 1997 una copia della bozza del trattato, 147 pagine volutamente ipertecniche e poco comprensibili, arriva in possesso delle ONG, che la pubblicano su Internet. Questo darà il via ad una serie di mobilitazioni, prima in Canada e negli Stati Uniti, poi in Europa. In Italia prenderà vita una "Campagna Dire mai al M.A.I.", che vede insieme ONG, associazioni ambientaliste, del Terzo Settore, e gruppi di sensibilizzazione come GlobalizzAzione dei Popoli, Riforma della Banca Mondiale, Bilanci di giustizia, SdebitarSi per la cancellazione del debito estero, Chiama L'Africa e molte altre.
Il perché di uno schieramento così ampio, variegato e internazionale è tutto nella dichiarazione di Lori Wallach, direttore di Public Citizen's Global Watch, che ha portato avanti negli USA la battaglia contro il MAI: "Immaginate un trattato internazionale che autorizza le multinazionali a portare in tribunale i governi per ottenere danni e interessi in compensazione di ogni politica o azione pubblica che abbia l'effetto di diminuire i loro profitti. Non è la trama di un romanzo, ma una delle clausole di un trattato che sta per essere firmato". È il cosiddetto stand still, un'estensione del concetto di espropriazione che comprende ogni possibile decisione governativa che potrebbe ridurre i potenziali guadagni di un investitore estero, ad esempio il varo di normative restrittive in tema di difesa dell'ambiente o di salute del lavoratore. Con un arbitraggio internazionale in caso di contrasti fra governi e aziende, che escludeva esplicitamente la presenza di ONG, cittadini, popoli indigeni e governi locali come soggetti attivi, di fatto, relegandoli ad essere soggetti passivi delle angherie neo-liberiste commesse nei propri confronti.
Quali siano i risvolti concreti di regole del genere lo si può vedere prendendo in considerazione un altro grande trattato di libero scambio, il NAFTA che, già in vigore, regola i rapporti economici fra Stati Uniti, Messico e Canada. In Canada il governo si è, infatti, visto citare in giudizio da un'industria chimica statunitense, la Ethyl, che pretende un risarcimento di 251 milioni di dollari per i mancati guadagni provocati da una normativa che mette al bando un additivo per benzina da essa prodotto, l'Mmt, dimostratosi pesantemente tossico. Sempre grazie al NAFTA, la cui entrata in vigore fu la scintilla che scatenò la rivolta zapatista nel Chiapas, tra le 20.000 e le 28.000 piccole e medie imprese, le stime sono quelle ufficiali, sono fallite non reggendo la concorrenza con quelle transnazionali, soprattutto statunitensi.
Ma il MAI è (dovremmo dire era) molto di più e molto peggio. Per il principio del top down sono considerati automaticamente liberalizzati tutti i settori dell'economia nazionale dei paesi firmatari la cui non apertura totale al mercato non sia espressamente dichiarata, con il corollario del cosiddetto roll back, secondo il quale ogni forma di liberalizzazione è perentoriamente irreversibile. Di fatto la proibizione, per i governi nazionali, di varare qualsivoglia normativa che impronti gli investimenti a principi di interesse pubblico. Nel caso di monopoli svolgenti un pubblico servizio, il trattato addirittura prevedeva che le tariffe non sarebbero potute essere più basse di quelle di mercato, qualunque fosse la motivazione di ordine sociale che motivasse una scelta del genere. La clausola della nazione più favorita proibiva poi espressamente la limitazione degli investimenti in paesi esteri a causa di violazione dei diritti umani. Vietati anche la richiesta di standard di performance, che oggi limitano in qualche modo l'agire delle multinazionali, almeno in occidente, imponendo una percentuale minima di forza-lavoro locale, l'utilizzo di materiali di provenienza locale, regole di salvaguardia ambientale e utilizzo di tecnologie sostenibili.
Per quanto riguarda le normative vigenti in contrasto con i suoi principi, il MAI prevedeva il loro progressivo e completo smantellamento. Una trappola da cui, in caso di ratifica, i governi avrebbero potuto ritirarsi solo dopo 20 anni. Previste anche norme di "protezione contro eventuali disordini", che applicate con zelo avrebbero potuto drasticamente limitare le libertà sindacali, di manifestazione e perché no, anche quelle personali, di tutti coloro che dissentissero da questa vera e propria dittatura delle multinazionali. La completa distruzione del già spesso solo virtuale concetto di sovranità nazionale avrebbe poi di fatto codificato leggi extraterritoriali come la famigerata Helms-Burton, che sanziona pesantemente chiunque investa in paesi considerati nemici dagli USA, come Cuba, l'Iran, la Libia e, domani, la Serbia.
Come si vede ce n'è abbastanza per far gridare all'esproprio di quella sovranità anche paesi del tutto allineati al modello liberista, come la Francia. Sarà proprio la Francia a sollevare per prima, in sede OCSE, la sua eccezione culturale, che già le fu riconosciuta nel 1993 nell'ambito del GATT, quando avvenne la costituzione dell'OMC, l'Organizzazione Mondiale del Commercio. Un'eccezione, nel caso del MAI, ripresa anche da Canada, Belgio e Italia.
Ma è la vera e propria battaglia scatenata contro il trattato dalle associazioni non governative che ha portato alla luce i suoi nefasti contenuti, costringendo governi e forze politiche istituzionali a prendere una posizione. Una resistenza telematica (50 siti WEB, 200 gruppi di discussione di posta elettronica) e planetaria (più di 70 paesi coinvolti), che ha visto le tecnologie informatiche, intrinsecamente globaliste, utilizzate come strumento di attacco alle logiche e agli strumenti della mondializzazione neo-liberista. Con un'efficacia misurabile dalle scomposte reazioni dei detentori del potere economico mondiale e dei loro portavoce. La Confindustria ha definito la campagna "una sovversione". Il Financial Times ha parlato di "un'orda di vigilantes", seminatori di "paura e sconcerto", impegnati in una "guerriglia on-line" senza precedenti. In una dichiarazione di chiusura di un convegno che vedeva riuniti, nel settembre del '98, i rappresentanti di 450 multinazionali ci si è spinti ben oltre: "L'emergere di gruppi di attivisti rischia di indebolire l'ordine pubblico, le istituzioni legali e il processo democratico (…). Bisogna stabilire delle regole per chiarire la legittimità di queste organizzazioni non governative militanti, che affermano di rappresentare gli interessi di ampi settori della società civile." Una dichiarazione paradossale, visto che a sostenerla sono soggetti che rappresentano solo gli interessi economici delle proprie imprese.
Fra le organizzazioni che si sono più impegnate è d'obbligo una citazione per la francese Attac, "Associazione per una tassazione delle transizioni finanziarie per l'aiuto ai cittadini" che, nata su iniziativa della rivista Le Monde Diplomatique, mira a colpire un aspetto fondamentale dell'economia virtuale, capace di produrre immensi arricchimenti senza che questi ricadano minimamente su chi vive, la quasi totalità dell'umanità, al di fuori dei circoli della finanza globale.
Il 9 marzo 1998 è il Parlamento Europeo ad adottare, a schiacciante maggioranza, una risoluzione che riprendendo le richieste del movimento internazionale di opposizione al MAI, chiedeva la sospensione del negoziato in corso e una revisione del testo dal punto di vista della salvaguardia sociale e ambientale. A seguito di questa decisione sarà lo stesso Responsabile del Gruppo di Negoziazione MAI, l'olandese Frans Engering, ad ammettere nel corso di un dibattito pubblico svoltosi in Olanda, il fallimento del negoziato stesso, chiedendo di conseguenza ai Governi di non ratificare il trattato, come invece previsto, nel corso della Conferenza Ministeriale OECD in programma per il maggio successivo. La riunione OCSE, di poco precedente a questa scadenza, si concluderà senza che si arrivi ad una firma. Come dire: il seppellimento del nefando trattato diventa ufficiale.
Purtroppo, come ogni mostro che si rispetti, anche il MAI rischia di resuscitare, parcellizzato e mimetizzato, all'interno di una serie di accordi meno appariscenti, ma nei cui confronti sta già accentrandosi l'attenzione delle organizzazioni militanti che sono riuscite a sconfiggerlo. Partito nell'ambito dell'Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO), il MAI potrebbe essere nuovamente discusso in quell'ambito fin da quest'anno. Ma anche all'interno dei negoziati fra USA e UE per il Transatlantic Economic Partnership (TEP), che mira alla creazione di una zona di libero scambio transatlantica in funzione anti-europea (l'85% degli investimenti esteri diretti avviene in quest'area). O in quelli per il FTAA, che riguarda il Nord e Sud America, e per l'APEC, che si occupa degli investimenti nel Pacifico. È stato anche proposto di utilizzare il Fondo Monetario Internazionale (FMI), già responsabile dei devastanti piani di "aggiustamento strutturale", per imporre i principi contenuti nel MAI ai paesi che chiedono il suo micidiale quanto peloso aiuto.
La battaglia vinta non significa certo, quindi, la vittoria della guerra, vista anche la nuova strategia dei burocrati del liberismo reale, che punta ad accordi diffusi ma meno appariscenti e come tali meno capaci di suscitare, almeno questa è la loro convinzione, accese manifestazioni di dissenso. In realtà l'utilizzo militante di Internet ha creato una rete di monitoraggio internazionale che, da un momento di puro ed efficace contrasto, si è trasformata in un laboratorio sociale capace di analizzare le mosse del nemico in tempo reale, ma anche di elaborare serie iniziative per disciplina dell'azione delle multinazionali, come quelle proposte, fra gli altri, da noti tecnici militanti come Susan George e Vandana Shiva. La lotta per la difesa dei diritti dei popoli e di quelli umani, per la difesa dell'ambiente e contro lo sfruttamento ha così segnato, non c'è dubbio, un importante punto a proprio favore.

Giulio Silvestri

BACK-34.GIF (1142 byte)