LA STRATEGIA DELLE RIFORME ISTITUZIONALI

-Dal rapporto della Commissione Trilaterale

alla riforma costituzionale del centrodestra-

Con il referendum costituzionale del 25-26 giugno 2006, una opinione pubblica frastornata dovrà scegliere se respingere o confermare lo snaturamento di tutto l’ordinamento della “Repubblica delle autonomie”, “democratica” e “antifascista”, “fondata sul lavoro”, nata dalla Resistenza.

Il pericolo è che tutto si consumi nella inconsapevolezza organizzata dalla “sinistra di governo” che, anziché denunciare il rivolgimento antidemocratico squadernato dalla maggioranza berlusconiana, dice di votare NO perché quella del centrodestra è una riforma costosa e confusa (sic!), e non perché introduce la “dittatura del premier” e del governo sul bicameralismo di due Camere separate per compiti e per funzioni, come era nel bicameralismo sette-ottocentesco.

Siamo quindi ad una sorta di ultima spiaggia per una Costituzione democratico-sociale detta e riconosciuta come di democrazia-avanzata, rispetto a tutte quelle di modello liberale che, come quella statunitense, sono ferme al sette-ottocento, con forme istituzionali fondate sul dominio dall’alto di un “capo” e del governo sul Parlamento e sulla società. Costituzioni elaborate quando non c’erano ancora né lo Stato democratico né le concezioni democratiche moderne che nel 1948 diedero, con la Costituzione italiana, forma giuridica a quelle che erano le domande e le aspirazioni popolari uscite provate e rese consapevoli da un secolo di monarchia/liberale, 20 anni di fascismo, due guerre mondiali e dalla Resistenza popolare e guerra di Liberazione. Il che dimostra che diritto e Stato hanno forma storicamente mutevole, contro le pretese delle ideologie giuridiciste e delle concezioni astratte del diritto che vogliono cristallizzare e fermare alle origini settecentesche la teoria giuridica.

Superando tali giuridicismi e conferendo un “uso alternativo” all’applicazione del diritto in funzione delle aspirazioni popolari e sociali, è derivata una originalità della Costituzione italiana, che rischia di essere spazzata via se il 25 giugno non vincerà il NO alla riforma autoritaria del centrodestra, bloccando i progetti delle classi dominanti capitalistiche fautrici di una forma di governo di tipo “autoritario” condivisa da entrambi i poli. Si vuole cancellare la Costituzione in nome dell’ideologia del primato del mercato d’impresa, e schiacciare la democrazia sotto il potere privato dell’impresa capitalista, utilizzando anche princìpi come quello della sussidiarietà dello Stato rispetto alle imprese anche nell’esercizio delle funzioni pubbliche. Principio introdotto nel 2001 con la riforma del Titolo V dell’Ulivo, il cui referendum confermativo del 7 ottobre 2001 vide recarsi alle urne solamente il 35% del corpo elettorale. Una riforma che aprì la strada a quella del centrodestra che, se il 25 giugno risultasse vincitore il SI, stravolgerebbe le forme di Stato e di governo della Repubblica definite dalla Seconda Parte della Costituzione.

Questo nel mentre lo stesso Comitato per il NO al progetto di Berlusconi presieduto da Oscar Luigi Scalfaro, dice solo di difendere ma non di rilanciare nella sua integrità quei valori e princìpi sociali che rendono così peculiare la Prima Parte della nostra Costituzione. Questa Prima Parte la si vuole rendere lettera morta modificando la Seconda nelle forme di organizzazione politica-economica e sociale, che i partiti costituenti del 1948 concepirono quanto più possibile coerente con i princìpi della Prima.

 

La valenza della Prima Parte della Costituzione

 

Il punto è decisivo e merita di essere circostanziato. La Prima Parte della nostra Costituzione non solo è stata innovativa nel campo dei diritti civili –cari alla cultura liberale– e dei diritti sociali (entrambi storicamente minati in nome del “liberismo”), ma soprattutto ha promosso un intervento diretto a «rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese» (art. 3 della Costituzione).

È a causa di queste indicazioni pienamente democratiche che la nostra Costituzione è sempre stata “travisata” e “perseguitata” (da forze occulte e palesi, nazionali e internazionali). Essendo la nostra una Costituzione “interventista” in campo economico-sociale, indicante precisi orientamenti allo Stato e alle stesse forze politiche e sindacali, senza cui, dice la Costituzione, non si realizza né l’eguaglianza giuridica, né il pieno sviluppo della persona umana, con grave danno alla stessa democrazia.

La nostra Costituzione repubblicana, dunque, redatta sotto la spinta di partiti e forze sociali democratiche e antifasciste, non solo ruppe con il modello monarchico/liberale dello Statuto Albertino, in cui la fonte primaria di legittimazione del potere politico era rappresentata dal re e dalla sua dinastia che governavano per volere divino. Essa ha soprattutto inaugurato un inedito modello di democrazia nel campo dei poteri politico-economico-sociali, col nesso stringente tra democrazia politica e democrazia sociale, tra forma di governo (sistema di rapporti e modi in cui viene ripartito il potere tra gli organi supremi dello Stato) e forma di Stato (il modo in cui è regolato il rapporto tra “governanti” e “governati”, cioè tra istituzioni e società, quindi l’articolazione territoriale del potere) finalizzato ai compiti che lo Stato si propone di raggiungere ed ai valori cui ispira la propria azione, per cui tutti i rapporti istituzionali sono organizzati in maniera strumentale e per fini non di mantenimento ma di trasformazione dei rapporti sociali, come nessuna Costituzione liberale può e potrebbe mai riconoscere.

Il nostro modello costituzionale si è così posto all’avanguardia delle Costituzioni post-fasciste, in quanto legittimante quel processo di trasformazione della società e dello Stato capitalistico perseguibile con il concorso pluralistico dell’azione delle forze sociali e politiche, costituzionalizzazione del diritto di sciopero incluso. In questo contesto il Parlamento, autonomo dal potere esecutivo che invece lo domina nei regime liberaldemocratici, costituisce il luogo di istituzionalizzazione della sovranità popolare anche sui poteri economici, con il controllo politico e sociale della produzione e delle imprese.

La nostra Costituzione, dunque, se vuol essere anche solo difesa, deve essere rilanciata nei suoi valori e novità sociali, ribadendo il nesso indissolubile tra Prima e Seconda Parte che centrosinistra in primis e centrodestra condividono nel voler spezzare, non potendosi difendere i valori della Prima Parte contraddicendoli con l’attacco alla Seconda pensata e finalizzata ad attuare quelli.

 

Attacco alla democrazia. Il rapporto della Commissione Trilaterale del 1975

 

Questo ben sanno le oligarchie politiche ed economiche ‘nazionali’ e soprattutto transnazionali che mai si proclamano contro Princìpi e valori della democrazia, ma in nome della democrazia (cfr., ad esempio, anche il Piano di Rinascita democratica di Gelli) vogliono “mezzi” utili non ai fini della democrazia ma del primato del mercato sulla democrazia. Le premesse dell’attacco organico alla Seconda Parte della Costituzione sono rintracciabili nella famosa ma obliata riunione della Commissione Trilaterale del 1975.

La Commissione Trilaterale (www.trilateral.org) è un’organizzazione fondata nel 1973 per iniziativa dell’influente oligarca USA David Rockefeller, ex presidente della Chase Manhattan Bank. All’atto della fondazione, il direttore operativo era Zbigniew Brzezinski. Questi successivamente divenne Consigliere Speciale per la Sicurezza USA sotto la presidenza Carter, evidenziandosi come importante sostenitore dei finanziamenti ed aiuti in armi ed addestramento dei servizi segreti USA ai mujaheddin afghani1.

La Trilaterale ha sede sociale a New York e riunisce alcune centinaia fra i più influenti personaggi del mondo industriale e finanziario, politico, dei mass media, universitario (persino sindacalisti) di Stati Uniti, Europa e Giappone. L’obiettivo dichiarato è quello di promuovere una cooperazione più stretta tra queste tre aree, richiamate dal nome stesso, Tri-lateral appunto: l’Europa, già allora, era considerata come un’entità geopolitica unitaria, ovviamente subordinata agli USA, le cui oligarchie dettano le strategie che Londra, Roma, Bonn, Parigi, Tokio, eccetera sono chiamate ad applicare.

Il primo studio della Commissione Trilaterale è significativamente intitolato The Crisis of Democracy: Report on the Governability of Democracies (New York University Press, 1975), un lavoro concotto da Michel Crozier, Samuel Huntington e Joji Watanuki, tradotto in Italia dalla Franco Angeli (La crisi della democrazia, 1977) con una prefazione del defunto Gianni Agnelli2.

Il rapporto è pervaso da una profonda avversione per la democrazia, con forti critiche al Parlamento ma soprattutto alla non passività di sempre più ampi strati della popolazione. Lo studio denunciava una debolezza strutturale degli esecutivi rispetto al potere legislativo ed esprimeva turbamento per la crescente partecipazione popolare di quegli anni. La democrazia, sostiene la Trilaterale, finisce per coinvolgere troppo i cittadini, li “protegge” con il Welfare State e allo stesso tempo li rende attivi, sospingendoli a un eccesso di rivendicazioni che in ultima istanza pregiudicano la funzionalità dell’economia capitalistica. Sotto accusa finisce anche il ceto intellettuale, giudicato irresponsabile e inaffidabile, ed i media, che distorcerebbero le informazioni, amplificando i problemi sociali. Un forte richiamo è indirizzato anche alle «istituzioni responsabili dell’indottrinamento» dei giovani –scuole, media, chiese, eccetera– per agire ed invertire quella che la Trilaterale chiamava appunto “la crisi della democrazia”.

Se in precedenza l’obiettivo condiviso, almeno a parole, dalle forze politiche che si definivano “democratiche” era di ampliare gli spazi di partecipazione dei cittadini ed allargare le procedure democratiche anche verso ambiti esterni alla sfera politica come l’impresa, dalla Trilaterale in avanti la musica cambia. Per i soci della Trilaterale, la crescita della democrazia sociale tra gli anni 1967-1975, traducendosi in un pluralismo politico e sociale –da loro chiamato frantumazione– e in una conseguente capacità di mobilitazione sociale e politica ed anche di insorgenza, aveva raggiunto il massimo di democrazia compatibile con il sistema capitalistico. Per difendere il sistema, diventa prioritaria –per i soci della Trilaterale–  l’ideologia della “governabilità”.

 

Il Piano P2 di “rinascita democratica”

 

È a partire da quegli anni che vengono formulate proposte di “riforme istituzionali”, anche in programmi “occulti” come il Piano di “rinascita democratica”, documento della loggia massonica “Propaganda 2”, tra i cui affiliati figuravano militari, magistrati, politici, imprenditori, giornalisti. Il piano della P2 di Licio Gelli, che si ritiene risalga al 1975-1976, ebbe notorietà quando fu sequestrato, nel luglio 1982, all’aeroporto di Fiumicino, nel sottofondo di una valigia di Maria Grazia Gelli, figlia di Licio. Sulla “preveggenza” di quel programma, lo stesso Licio Gelli, intervistato da la Repubblica (28 settembre 2003), avrebbe poi detto: «Guardo il Paese, leggo i giornali e penso: ecco qua che tutto si realizza poco a poco, pezzo a pezzo. Forse sì, dovrei avere i diritti d’autore. La giustizia, la tv, l’ordine pubblico. Ho scritto tutto trent’anni fa».

Un piano che appunto si proclama “di rinascita democratica”, in cui, analogamente a quanto scritto nel rapporto della Trilaterale, si afferma di voler difendere la “democrazia”, intendendo in realtà il funzionamento del sistema capitalistico e la preminenza delle oligarchie economiche a danno delle sempre più subalterne classi dominate. Una vera e propria contraddizione in termini, che può essere spiegata, con le dovute differenze, facendo ricorso ad una categoria usata dallo storico marxista Domenico Losurdo (vedasi, ad esempio, l’ultima sua opera, Controstoria del liberalismo, Laterza, 2005) a sua volta ripresa da alcuni studiosi statunitensi: quella di Herrenvolk democracy, di democrazia che vale solo per il «popolo dei signori», volta ad evidenziare come il “governo della legge” nell’ambito della comunità bianca negli USA si sia caratterizzato sin dall’inizio con la schiavizzazione dei neri e l’annientamento dei nativi americani (i cosiddetti “pellerossa”). Nel nostro caso, il «popolo dei signori» è costituito principalmente dalle oligarchie industrial-finanziarie nostrane e transnazionali, che hanno l’obiettivo di adeguare anche la forma di governo alle nuove esigenze richieste dall’attuale fase capitalistica neoliberista. E se il succitato rapporto della Trilaterale parla di limitare quelli che vengono definiti “eccessi della democrazia”, il piano della P2 converge con tali indicazioni affermando esplicitamente di «voler rivitalizzare il sistema», invertendo così quel processo ambiguamente richiamato di «confusione ed indebolimento dello Stato».

Senza in questa sede voler fare un’analisi approfondita del Piano di “rinascita democratica”, ci limitiamo a focalizzare l’attenzione su alcuni provvedimenti istituzionali che, analogamente a quanto auspicato dal rapporto della Trilaterale, hanno l’obiettivo di limitare le prerogative del Parlamento a favore del Governo. Il Piano parlava di «ripartizione, di fatto, delle competenze fra le due Camere (funzione politica alla Camera, funzione economica al Senato)»: così come nella riforma costituzionale del centrodestra, il fine della suddivisione delle competenze è presumibilmente quello di accelerare il processo di approvazione di leggi e provvedimenti. Si vuole impedire in tal modo che eventuali movimenti popolari di protesta possano incidere tra le forze parlamentari (anche solo per parziali modifiche) sfruttando i tempi di passaggio e di approvazione tra una Camera e l’altra.

Per rafforzare la posizione del Governo, il Piano della P2 parla di «modifica (già in corso) dei rispettivi Regolamenti per ridare forza al principio del rapporto (Cost. art. 64) fra maggioranza-Governo, da un lato, e opposizione, dall’altro, in luogo della attuale tendenza assemblearistica», e di «adozione del principio delle sessioni temporali in funzione di esecuzione del programma governativo». Si auspicavano anche modifiche della Costituzione per introdurre il cosiddetto principio della “sfiducia costruttiva” nei rapporti tra Governo e Parlamento –vale a dire «stabilire che il Presidente del Consiglio è eletto daIla Camera all’inizio di ogni legislatura e può essere rovesciato soltanto attraverso le elezioni del successore»– e si intendeva «stabilire che i decreti-legge sono inemendabili», come dire che il Parlamento non può intervenire sui provvedimenti varati dal Governo.

Insomma, si prefigurano una serie di provvedimenti per la stabilizzazione del potere delle classi dominanti, limitando di fatto così l’agibilità della democrazia, come richiesto dalla Trilaterale, senza però –si noti bene– mettere in discussione formalmente i princìpi e i valori della democrazia stessa. Princìpi e valori esplicitati nella nostra Costituzione nella Prima Parte. Questa, dunque, non c’è bisogno di toccarla, tant’è che lo stesso Tremonti, commentando la riforma costituzionale del centrodestra (intervista ad Affari italiani, 15 giugno 2006), può affermare che «nessuno ha mai pensato di modificare la Prima Parte della Costituzione italiana sui grandi e sacri princìpi». Basta semplicemente non pretendere di metterli in pratica e di attuarli con coerenti e da essi inscindibili forme di organizzazione dello Stato e dei rapporti politico-economico-sociali: forme regolate appunto nella Seconda Parte della Costituzione.

 

Breve storia dei progetti di riforma costituzionale. Dalla Commissione Bozzi a quella D’Alema

 

Sul piano parlamentare, è nel 1983 che prendono il via una serie di Commissioni bicamerali per la riforma della Seconda Parte della Costituzione, che videro la partecipazione anche del PCI.

Ricordiamo infatti che negli anni Ottanto, all’interno del PCI si convenne sulla necessità (sic!) di aprire un varco nella Costituzione avviando la deriva che progressivamente ha portato alla riforma costituzionale del centrodestra, con l’intermezzo di quella del centrosinistra del 2001. Si passò infatti all’improvvisa posizione ingraiana (1983), volta a dare al potere di vertice del governo una forza istituzionale “pari” a quella che il Parlamento aveva conseguito con la “centralità” degli anni 1970-1975. Un processo che trovò un’importante tappa negli anni Novanta con il superamento del metodo elettorale “proporzionale” e l’emanazione di una legge elettorale “uninominale” (con appendice proporzionale).

Il PCI (e poi gli “eredi” PDS-DS e Rifondazione comunista) ha comunque partecipato ai progetti di riforma costituzionale. La prima Commissione bicamerale, su invito dei presidenti di Camera e Senato dell’epoca, Nilde Iotti (PCI) e Amintore Fanfani (DC), è quella del 1983 guidata da Bozzi, per la quale si adoperarono in particolare Augusto Barbera e l’attuale presidente Napolitano, entrambi provenienti dalla corrente cosiddetta “migliorista” (del capitalismo) del PCI. La Commissione Bozzi si riunì dall’ottobre 1983 al gennaio 1985, presentando al termine dei lavori una relazione per la revisione di 44 articoli della Costituzione, con l’obiettivo principale di rafforzare il ruolo del presidente del Consiglio e i suoi poteri di coordinamento e di rivedere l’esercizio della funzione legislativa. La Relazione finale fu firmata da DC, PSI, PRI e PLI. Si astennero PCI e socialdemocratici. Votarono contro MSI-DN, demoproletari, Sinistra indipendente e Union Valdotaine. Essa rimase comunque lettera morta, in mancanza di condizioni politiche.

Dalla primavera del 1988 all’estate del 1991 tornò in voga il dibattito sulle “riforme”. Il 18 e 19 maggio 1988 si svolse alla Camera ed al Senato un dibattito sulle riforme istituzionali. Secondo le indicazioni dei Presidenti delle Camera e Senato di allora (Nilde Iotti del PCI, Giovanni Spadolini del Partito Repubblicano), le priorità di riforma erano: Parlamento, autonomie locali, ordinamento della Presidenza del Consiglio, regolamenti parlamentari (tempi certi per l’approvazione dei provvedimenti e modifica della disciplina del voto segreto per limitare la “centralità” che il Parlamento aveva assunto negli anni Settanta), controllo della spesa pubblica anche mediante la riforma della legge finanziaria e di bilancio. Il 26 giugno del 1991 l’allora capo dello Stato Francesco Cossiga inviò un messaggio alle Camere affinché eleggessero un’Assemblea costituente. Cossiga invitava sostanzialmente il ceto politico a prendere atto del mutamento dello scenario geopolitico dopo la caduta del Muro di Berlino, che rendeva antiquata la stessa Costituzione redatta nel dopoguerra.

Un anno dopo (luglio 1992) nacque la seconda Commissione bicamerale presieduta da Ciriaco De Mita e da Nilde Iotti. Nel dicembre del 1993 formulò un’ampia riforma del rapporto Stato-regioni, che ribaltava –allo stesso modo della riforma costituzionale del 2001 del centrosinistra– il criterio di competenza accolto nel testo attualmente vigente della Costituzione (enumerazione tassativa delle competenze regionali e attribuzione di tutte le altre competenze allo Stato). Evidente il collegamento di queste normative con il processo di europeizzazione, fondato sul primato del mercato, e la correlativa sottrazione di competenze dallo Stato alle Regioni. Molti degli articoli proposti sono pressoché identici agli articoli di riforma del Titolo V della Costituzione proposti dal centrosinistra. I lavori della Commissione bicamerale attribuiscono ad esempio alle Regioni la potestà di stipulare accordi con analoghi enti territoriali di altri Stati; disciplinano la loro autonomia finanziaria (con il nuovo art. 119-bis, le entrate delle Regioni sono costituite da tributi propri, proventi derivanti dalla vendita di beni e servizi, quote di partecipazione al gettito prodotto nelle singole regioni da tributi erariali con particolare riferimento alle imposte indirette); regolano la partecipazione delle Regioni al processo normativo comunitario ed alle relazioni internazionali.

Il progetto di revisione costituzionale della Commissione De Mita-Iotti prevedeva inoltre l’investitura diretta da parte del Parlamento del Primo ministro, attribuendo a quest’ultimo la esclusiva responsabilità sulla nomina e la revoca dei ministri ed introducendo (così come nel progetto della P2) la succitata “sfiducia costruttiva”. Oltre a questo: l’introduzione di nuove regole in materia di bilancio, la non emendabilità dei decreti-legge da parte del Parlamento, la potestà regolamentare del Governo. Anche allora però tali progetti ebbero vita effimera.

Dopo che Berlusconi, nel luglio 1994 da presidente del Consiglio, istituì un Comitato di studio sulle riforme costituzionali presieduto dal leghista Francesco Speroni, si arriva alla Commissione bicamerale del 1997, presieduta da D’Alema, con la partecipazione anche di Rifondazione Comunista.

In quella sede erano già state formulate molte delle proposte ora attuate dal centrodestra. Nel complesso, il lavoro della Commissione Bicamerale per le riforme costituzionali si concluse con un progetto di revisione costituzionale imperniato in particolare su una forma di governo di tipo “autoritario” e di stampo presidenziale, basato sull’elezione diretta del “capo dell’esecutivo”, il “federalismo” e l’abolizione della centralità parlamentare. Allora, come ricorda Il Foglio (7 giugno 2006), il relatore ulivista Cesare Salvi «reclamava un premier eletto dal popolo e in grado di sciogliere le Camere. Del resto Salvi riproponeva la tesi numero uno del programma elettorale dell’Ulivo scritta da Giuliano Amato per le elezioni del 1996: “L’adozione d’una forma di governo centrata sulla figura del primo ministro”, tecnicamente anche detta premierato».

 

La mistificazione del “federalismo”. Il significato della “sussidiarietà”

 

Cerchiamo di tirare le somme di quanto detto. Nel complesso, il progetto del centrodestra non è frutto estemporaneo degli umori del centrodestra, bensì il punto di arrivo di una strategia le cui radici vanno rintracciate nel succitato rapporto della Commissione Trilaterale e che si pone l’obiettivo di dotare il Paese anche di una cornice istituzionale adeguata alla nuova fase neoliberista ed europeista sotto il dominio del capitalismo USA. Una cornice in cui il rafforzamento del potere del Governo, la limitazione della funzione del Parlamento ed il cosiddetto “federalismo” sono punti essenziali, ed in cui i vertici delle istituzioni politiche vanno definitivamente posti al servizio degli interessi d’impresa soprattutto transnazionali, come dimostra la vicenda di una europeizzazione in cui la sovranità popolare è stata sottoposta al dominio delle burocrazie “monetariste”.

Dietro lo sbandierato “avvicinamento” delle istituzioni locali al cittadino –tramite il cosiddetto decentramento– si vogliono subordinare i territori locali (Regioni, Province, Comuni) ad una pluralità di centri di governo dall’alto (il presidenzialismo regionale, eccetera) subalterni a loro volta ad un “centro” sempre più dislocato altrove (Washington, per il suo tramite di Bruxelles).

Il principio di “sussidiarietà” è un complemento essenziale del disegno federalistico di neo-accentramento di ogni vertice autoritario. Dentro questo complicato termine, si cela l’introduzione del primato dell’impresa nell’esercizio delle funzioni pubbliche: un punto diventato di fatto legge costituzionale con il “SI” al  referendum sulla riforma del centrosinistra del 2001, che ha appunto sancito che compito di tutte le istituzioni –dallo Stato centrale sino all’ultimo comune– è di favorire lo svolgimento di attività di interesse generale da parte dei “cittadini singoli e associati” e quindi delle imprese (nuova formulazione dell’art. 118).

Si ribadiva allora quanto già previsto nel testo elaborato dall’affossata Commissione D’Alema. Se il principio di sussidiarietà era già stato introdotto dal fascismo con la “Carta del lavoro” del 27 rispetto alle attività economico-sociali, il testo dell’Ulivo addirittura peggiora tale principio dando ai privati e quindi alle imprese un ruolo preferenziale anche per l’esercizio di funzioni per tradizione tipicamente “pubbliche” come appunto quelle concernenti servizi pubblici, sanità, istruzione, eccetera. È questo un duro attacco ai princìpi dello Stato sociale che la Costituzione stabilisce nella Prima Parte.

Sotto il mantello del “federalismo” e dell’“avvicinamento delle istituzioni ai cittadini” (principio ben verificato dagli abitanti della Val Susa) si nascondono gli interessi di un’ideologia neoliberista vogliosa di adeguare il quadro istituzionale alle esigenze dei “mercati finanziari” dominati dalla burocrazia monetarista e dalla finanza statunitense. Altro che “autogoverno”: lo smantellamento dei diritti, dello Stato sociale, la flessibilità del salario, delle condizioni sociali, zona per zona, al fine di soddisfare le convenienze di profitto del capitale finanziario nostrano e transnazionale è lo scenario per il quale anche la forma di Stato va adeguata.

 

Il dominio dell’esecutivo

 

Il testo di riforma costituzionale imposto dal centrodestra coniuga il “federalismo” anti-autonomistico e neo-centralista con il premierato e legittima il dominio degli esecutivi a danno di Parlamento, assemblee elettive e autonomie locali in genere.

La riforma del centrodestra attribuisce al premier il potere non solo di dirigere, ma di determinare la politica nazionale, nonché nominare e revocare ministri. Poteri che sono una conseguenza implicita del fatto che il nome del premier è già indicato sulle schede elettorali, quindi di fatto plebiscitariamente investito di tale ruolo dagli elettori, rendendo inoltre in pratica superfluo l’intervento del capo dello Stato. La riforma del centrodestra cancella di fatto la fiducia del Parlamento, in cui il premier si presenta solo per illustrare il suo programma, e limita fortissimamente la possibilità di incidere da parte del Parlamento sulla struttura e funzionalità della forma di governo del premier da parte di qualsiasi gruppo o parlamentare appartenente all’opposizione in nome dell’ideologia della “governabilità”.

Il tutto in un contesto di “passività organizzata” dell’elettorato, al quale non rimane altro che votare, ogni cinque anni, forze politiche contrapposte elettoralmente ma portatrici di una medesima ideologia di “stabilità” economico-sociale. Un “premierato” che è –allo stesso modo di presidenzialismo, semi-presidenzialismo e di quel cancellierato apprezzato anche da correnti di sinistra cosiddetta “alternativa”– una delle varianti di ingegneria istituzionale della forma di potere autoritario dall’alto, non prevista ed anzi esclusa nella nostra Costituzione per via della “centralità” del Parlamento.

Avendo il centrosinistra aderito ad una o l’altra di queste forme cesaristiche di governo, varianti “tecniche” di una sola e unica forma dello Stato capitalistico, è chiaro che finge di difendere i principi della Costituzione, del resto già ampiamente “abrogati” dalla precedente riforma del Titolo V del centrosinistra su prerogative di Regioni ed enti locali e ripartizione di competenze con lo Stato. Dati di fatto che il centrosinistra mistifica enfatizzando le norme sulla cosiddetta devolution imposta dalla Lega, nella inconsapevolezza di massa alimentata in decenni di proposte di revisione e di attacco al sistema di “governo parlamentare” fondato sulla centralità del Parlamento e non del governo come è nei sistemi degli altri paesi europei.

Le forze del centrosinistra, infatti, condividono il principio, vero vulnus della Costituzione, di elevare il capo del governo a premier, vale a dire porre il governo al di sopra del Parlamento, con un potere monocratico personale del premier al di sopra di entrambi, come quando dal Re dipendeva il governo e da questo il Parlamento. In questo modello, che indubbiamente si rifà alle esperienze britannica e statunitense, l’opposizione è istituzionalmente esclusa dal potere di indirizzo politico (come potrebbe accadere in un sistema istituzionale centrato sul Parlamento), rimanendo solo titolare di un controllo-verifica, utile eventualmente a predisporre l’applicazione del principio di “alternanza” al governo, nel contesto della su richiamata “passività organizzata”.

A questa elevazione dell’esecutivo come dominus del Parlamento, fa da interfaccia la concertazione con il governo –e al di sopra del Parlamento– tra le forze rappresentative di capitale e lavoro nei rapporti di classe. Questo per effetto dell’abbandono dei due pilastri della “democrazia politica, economica e sociale” assunta nel modello del 1948. Sul terreno politico, l’abbandono dell’autonomia del Parlamento dal governo, come portato di un pluralismo imperniato sul sistema elettorale proporzionale, che fino al 1993 risultava applicato a tutti i tipi di elezione, escluse quelle riguardanti i piccoli comuni. Sul terreno sociale, l’abbandono dell’autonomia sociale dei lavoratori e del sindacato di classe rivendicativo di un nuovo assetto dell’organizzazione della produzione e delle istituzioni centrali e decentrate (Regioni, province, comuni), che fino a metà degli anni Settanta seppe dare vita a quelli che si chiamavano appunto “contratti-riforma” per la democratizzazione e socializzazione dei poteri di Stato e d’impresa.

 

La funzione dei cittadini nella contesa referendaria

 

Il nostro auspicio è che il 25-26 giugno vinca il “NO”. Adesso per respingere il modello di revisione “autoritaria” della Costituzione del 1948 imposto dal centrodestra, successivamente per bloccare il prosieguo della strategia di “riforme istituzionali”. Ancora in questi giorni i due poli continuano ad avanzare proposte di dialogo e punti di convergenza per stravolgere la Costituzione non più da soli ma “insieme”.

Prendiamo ad esempio le dichiarazioni di un Luciano Violante, capogruppo DS alla Camera.  In una lettera al Corriere della Sera (12 giugno 2006), l’esponente dei DS auspica che «dopo il 25 giugno si apra un dialogo in Parlamento tra tutte le forze politiche per individuare le linee guida di una strategia delle riforme prioritarie ed essenziali, da attuare con leggi costituzionali ed ordinarie». E cioè, «così come avviene con il Dpef per la manovra di bilancio, si approvi entro settembre un documento di programmazione delle riforme, con l’indicazione degli interventi assolutamente prioritari e del modo in cui realizzarli». A tal fine Violante apre le porte persino ad una commissione redigente composta da «50 parlamentari e 50 non parlamentari», con metà dei componenti designate dai presidenti delle Camere e gli altri dal capo dello Stato, dall’Anci (Associazione nazionale Comuni Italiani), dall’Unione Province Italiane e dalla conferenza delle Regioni.

Insomma, centrosinistra e centrodestra sono pronti a concordare uno stravolgimento della Costituzione. Semplicemente, il centrodestra vorrebbe che prima vinca il SI al referendum; il centrosinistra, invece, si dichiara pronto all’inciucio costituzionale dopo la vittoria del NO. Sottolineando, se ce ne fosse ancora bisogno, che il NO del centrosinistra allo snaturamento berlusconiano di tutto l’ordinamento della seconda parte della Costituzione è in pratica solo un NI.

Deve essere chiaro che l’antitesi di fondo nella contesa referendaria non è tra centrodestra e centrosinistra, ma tra il rilancio dei valori di fondo della Costituzione e la linea di attacco organico alla Seconda Parte della Costituzione, le cui radici vanno rintracciate nella riunione della Commissione Trilateral del 1975 in nome della limitazione della democrazia e dell’ideologia della “governabilità” per non ostacolare il dispiegarsi pieno dell’economia di mercato.

È assolutamente indispensabile rendersi conto della vera posta in gioco. Quel che si vuole sminuire chiamando “devolution” è in realtà una riforma autoritaria, centralizzatrice, antisociale e antiautonomistica della forma di governo e gravida di conseguenze anche sulla stessa forma di Stato. Riforma resa possibile grazie all’affermarsi di due presupposti. Primo: la legge elettorale uninominale, che permette non solo di sfornare le leggi ordinarie ad uso e consumo della maggioranza, ma rende facile anche le revisioni costituzionali. Tant’è che nel 2001, ponendosi sulla stessa lunghezza d’onda della strategia del Polo, l’Ulivo varò, col risicato scarto di quattro voti di maggioranza sul centrodestra, la riforma costituzionale del Titolo V, stravolgendo il modello della “Repubblica delle autonomie” prospettata nei “Principi Fondamentali” (art. 5). Secondo: l’affermazione del presupposto secondo cui il procedimento di revisione costituzionale previsto dall’art. 138 (pensato ed elaborato per il sistema proporzionale che fu subito reintrodotto nel 1945 per tutti i tipi di elezione) può sconvolgere norme e istituti della Seconda parte della Costituzione senza coinvolgere la Prima. Presupposto formalizzato poi nella Commissione bicamerale D’Alema, dove la sinistra, accoppiata alla destra, aveva già previsto di sostituire la Seconda parte della Costituzione modificando una ottantina di articoli. Un presupposto di cui si è avvalso anche Berlusconi, che ha modificato una cinquantina di articoli della Seconda parte, dicendo di non aver toccato la Costituzione perché ha lasciato invariati i princìpi e le norme della Prima parte.

Detto questo, bisogna però altresì rilevare che, in un contesto politico oltretutto segnato dal contrasto tra i due Poli per strette ragioni di potere, la funzione dei cittadini è enormemente cresciuta da quando la maggioranza di centrosinistra, in occasione del referendum costituzionale del 2001, richiese il referendum per ottenere l’avallo popolare sulla stessa. Si tratta di un’eventualità, non di un obbligo: lo conferma il fatto che se, dal 2000 in poi, tutte le leggi costituzionali (sette) sono state approvate a maggioranza non qualificata (oltre la metà più uno ma sotto i due terzi), solo in due occasioni –nel 2001 e nel 2006– è stato richiesto un referendum popolare dal Polo prima e dal centrosinistra ora per ragioni attinenti la loro contrapposizione tattica in Parlamento, ma all’interno di una comune strategia a danno della democrazia italiana e al ruolo delle classi subalterne. In altri cinque casi non è accaduto (ad esempio per l’istituzione della circoscrizione estero per l’esercizio del voto degli italiani residenti all’estero o per il rientro in Italia dei Savoia).

Andare a votare è allora dunque molto importante. Occorre però diffondere tra il popolo la consapevolezza della posta in gioco, ed adoperarsi anche in caso di vittoria del NO per evitare che i partiti del centrosinistra riprendano quel discorso avviato con la Commissione De Mita-Jotti (1993) e con la Commissione D’Alema (1997), attaccando e rovesciando definitivamente il modello di rapporto tra società (movimenti, partiti, eccetera) e istituzioni (Stato, regioni, provincie e comuni) sancito dalla costituzione. Un modello che, pur parzialmente, aveva aperto spazi inediti di democrazia non solo formale ma anche sostanziale almeno dal 1945 al 1975, con le lotte operaie e di altri movimenti democratici che avevano allarmato i gruppi di potere subalterni agli interessi statunitensi e lo stesso sistema NATO per cui additavano il “caso italiano” di democrazia sociale avanzata come cosiddetta “anomalia italiana” del sistema capitalistico Occidentale.

 

Angelo Ruggeri

20 giugno 2006

 

 

1 Il 3 luglio 1979 Carter firmò la prima direttiva per aiutare segretamente gli oppositori del regime sovietico di Kabul, ben sei mesi prima dell’aggressione dei sovietici, che allora si ‘giustificarono’ asserendo di voler contrastare un coinvolgimento segreto degli USA. «Il giorno che i sovietici hanno varcato il confine afghano ho scritto al Presidente Carter che finalmente avevamo la possibilità di dare all’Unione Sovietica la sua guerra del Vietnam. Infatti, per circa dieci anni Mosca ha dovuto portare avanti una guerra insostenibile da parte del governo, un conflitto che ha demoralizzato ed infine sgretolato l’impero sovietico (...) Cosa è più importante per la storia del mondo? I talebani o il collasso dell’impero sovietico? Qualche musulmano esaltato o la fine della guerra fredda?», sono state le parole dello stesso Brzezinski al francese Nouvel Observateur (15 gennaio 1998).

 

2 In un’intervista rilasciata al Corriere della Sera (30 gennaio 1975), che si può considerare premonitrice della fase storica antidemocratica che stiamo attraversando, Gianni Agnelli affermò: «Probabilmente dovremo avere dei governi molto forti, che siano in grado di far rispettare i piani cui avranno contribuito altre forze oltre a quelle rappresentate in Parlamento. Probabilmente il potere si sposterà dalle forze politiche tradizionali a quelle che gestiranno la macchina economica. Probabilmente i regimi tecnocratici di domani ridurranno lo spazio delle libertà personali. Ma non sempre tutto ciò sarà un male. La tecnologia metterà a nostra disposizione un maggior numero di beni e più a buon mercato». Parole che inquietano e devono far riflettere.