LA FRANCIA E L’UNIONE EUROPEA
– brevi considerazioni di fase –
Premessa
La Francia, almeno sin dal 1948 (Trattato di Bruxelles), è il paese europeo più impegnato nella costruzione di un’unità politica continentale. Non solo, ma è anche lo Stato-nazione normalmente identificato, dall’opinione pubblica e dagli Stati Uniti, come l’alfiere della “Europa-potenza”. Con questo termine si intende il progetto di dar vita ad un’unione politica ed economica europea sufficientemente indipendente e forte –anche militarmente– per poter diventare un attore di primo piano nelle relazioni internazionali. Alleato degli USA, ma non subordinato a questi ultimi. Tale idea ha vissuto e vive negli orientamenti e nei desideri di una minoranza. Anche gli eredi di De Gaulle sono –a ben vedere– molto moderati nel proporla (si pensi a Chirac). L’Alleanza Atlantica si rivela, infatti, profondamente radicata nella politica di sicurezza e difesa di Parigi. Più di quanto alcune posture facciano credere. Certamente il mondo politico francese capisce che gli anglo-statunitensi hanno voluto, e vogliono tuttora, esercitare una nemmeno tanto discreta egemonia nell’Alleanza Atlantica e nella NATO. Per tale motivo Parigi ha sempre cercato di porsi come alleato di pari peso politico di fronte a Washington e Londra. Ciò è necessario alla proiezione esterna della propria potenza politica ed economica (e quindi capitalistica, nella nostra epoca). È tuttavia tutt’altro che univoco il modo in cui la Francia ha concepito la propria strategia in tal senso. Oggi, nel 2005, a quattro mesi dal referendum che approverà o meno la Costituzione europea nel paese transalpino, due tendenze di fondo si contrappongono: gli europeisti e i sovranisti. Si badi bene che, in linea di massima, entrambi gli schieramenti vorrebbero che la Francia riacquisti un maggiore peso negli affari internazionali, sotto tutti i punti di vista. Per gli europeisti, che in Francia hanno preso il sopravvento dal 1983 grazie soprattutto a Mitterrand, Rocard, Delors e altri socialisti che –come scrive Jean-Pierre Chevènement–«si distaccarono dall’idea di nazione»[1], la chiave di volta della politica estera francese dev’essere una forte unione con la Germania e la costruzione di un’Europa sovranazionale, da estendere fino alla Russia (possibilmente), guidata politicamente dall’asse franco-tedesco. È chiaramente una proiezione della volontà di grandeur, e come tale percepita a Londra, L’Aia, Varsavia, eccetera. Insomma: una volontà di egemonizzare una Unione Europea (UE) insieme alla Germania per proiettare l’influenza politica francese nel mondo, e porsi come interlocutore degli Stati Uniti da una posizione di maggiore forza. Ma Londra e i paesi tradizionalmente schierati con la Gran Bretagna non accettano che l’UE divenga ciò che vuole Parigi. In questo, sono ben sostenuti da Washington, che per l’UE ha semplicemente un’altra agenda: la formazione di un largo spazio di regole condivise, governato dal libero scambio e dal capitale finanziario. Non c’è nemmeno bisogno di ricordare, pensiamo, che è quest’ultimo modello ad essersi imposto, e con largo appoggio da parte degli ambienti politici ed economici dominanti dei paesi europei.
I sovranisti, al contrario, ritengono che il processo di integrazione europea abbia privato la Francia della sovranità nazionale senza che Parigi possa “ritrovare” tale sovranità a Bruxelles. Il progetto mitterrandiano sarebbe dunque sostanzialmente fallito. Al suo posto è in piedi un “carrozzone” politico/burocratico in cui anglosassoni e tedeschi hanno più frecce al loro arco. Sia per i sovranisti di centrodestra, sia per quelli “repubblicani” di centrosinistra, l’ossessione francese nel volersi legare al marco tedesco, e quindi a fondersi con esso grazie all’Euro e alla Banca Centrale Europea, è stato un sacrificio politico/finanziario di cui non è valsa la pena. La Germania, secondo tali schieramenti, non ha abbandonato la propria volontà egemonica, mentre sul piano della sicurezza la NATO continua ad essere centrale e determinante. Soprattutto su questo secondo punto (la NATO), è difficile dar torto ai sovranisti.
L’idea di Europa-potenza era e resta un’idea minoritaria. Essa da un lato trova sponde nell’estrema destra, dall’altro è un concetto utilizzato da varie formazioni marxiste (che non la condividono, perché vi intravedono la nascita del cosiddetto “imperialismo europeo”, ma nello stesso tempo puntano proprio su di essa per agire in contesti di presunto “scontro inter-imperialistico”). Per quanto ci riguarda, l’Europa-potenza è per un verso un obiettivo assolutamente non auspicabile, in quanto sostituzione in salsa vecchio-continentale delle pretese imperialistiche statunitensi, il che è semplicemente incompatibile con un’impostazione nazionalitaria, democratica e anticapitalista. Per un altro verso, è un concetto teorico di scarsa utilità, perché –come detto– è un orientamento minoritario e non un contesto geopolitico empiricamente verificabile. La situazione attuale è invece quella di un’Unione Europea allargata e politicamente debole, che peraltro è alle prese con vari problemi derivanti dall’unificazione monetaria. In questa UE, gli Stati Uniti hanno buon gioco nell’imporre le proprie priorità geopolitiche e capitalistiche. Il che non è un caso, ma è il frutto di un’impostazione di lunga data: Washington è da decenni impegnata per la formazione di un’unità europea favorevole ai propri interessi[2].
Chiariti, seppur in modo necessariamente conciso, questi concetti-base, ci sembra opportuno mettere in luce un certo dinamismo francese nella fase attuale. Se, infatti, da più parti è stato fatto notare come la Germania stia agendo il più delle volte al di fuori di strette logiche europee[3], è altrettanto evidente come Parigi non stia con le mani in mano. In fin dei conti anche i francesi, come i tedeschi, si trovano in una situazione paradossale: dopo aver spinto per 20 anni come forsennati sulla strada dell’integrazione totale dei paesi europei, essi sono oggi in gran parte “vittime” dell’agognato meccanismo. La moneta comune e la politica estera e di sicurezza comune, i due pilastri del disegno strategico francese, non hanno dato i risultati sperati da chi, a Parigi, coltiva ancora ambizioni globali. Il capitalismo francese è solo leggermente più in salute di quello tedesco, e vari ambienti politici e imprenditoriali ritengono che il “Patto di stabilità e crescita” sia un freno alle capacità di innovazione e competizione industriale transalpine. Sul piano della PESC (Politica Europea di Sicurezza Comune), la decisione di Chirac di non appoggiare militarmente gli USA nell’invasione dell’Iraq è stata presa autonomamente, al di fuori del quadro comune europeo (che, se fosse stato governato da regole comuni maggioritarie, come più volte proposto proprio da Parigi, avrebbe costretto Chirac a seguire Londra, Roma, Varsavia, Madrid, eccetera, nell’aggressione voluta da Washington...). Inoltre: se Berlino si muove un po’ a tutto campo (tenendo rapporti ad hoc con gli USA, ma anche con russi e cinesi), la Francia deve fare altrettanto: la logica geopolitica interna alla UE (così come la competizione inter-capitalistica) è infatti implacabile. La storia non si può comprimere a colpi di decreti da Bruxelles. Se la Germania cerca di aumentare la propria influenza in Europa e nel mondo, la Francia deve fare altrettanto, con buona pace delle illusioni europeiste e sovranazionali.
Uno degli aspetti del dinamismo francese di questi tempi è stato il tentativo del governo di Raffarin di ricucire lo “strappo” con Roma, verificatosi nel 2002-2003 di fronte alla crisi irachena e alla volontà italiana di non comprare l’A-400 M, aereo da trasporto militare costruito da Airbus, sulla cui riuscita commerciale Parigi ha scommesso molto.
Il 25 gennaio si è dunque svolto a Villa Madama (Roma) un vertice tra Raffarin e Berlusconi. Per quest’ultimo si è trattato di un buon mezzo mediatico per tentare di uscire dall’isolamento europeo cui lo aveva condannato l’eccessivo schiacciamento sulle posizioni anglo-statunitensi. Sul piano interno, di fronte al desolante, aprioristico europeismo del centrosinistra, Berlusconi ha potuto dimostrare che i propri attacchi al “Patto di stabilità e crescita” non erano il frutto di “pura demagogia”, ma il segno di un meccanismo mal concepito che anche i suoi principali sostenitori (francesi e tedeschi) vogliono sottoporre a revisione. Secondo noi, gli attacchi di Berlusconi sono effettivamente più demagogici che basati su una vera alternativa politica anche capitalistica. Ciò non toglie che attaccare Berlusconi facendosi scudo con le “sacre” regole europee, come è riflesso condizionato dello schieramento di centrosinistra, è semplicemente grottesco.
Se per Berlusconi il problema sembra esser stato soprattutto recuperare visibilità e credibilità presso ambienti europei e controbattere l’assalto mediatico neo-ulivista, per Raffarin si è invece trattato di tessere nuove trame politiche volte ad aumentare l’influenza economica e geopolitica francese. Un punto centrale dell’incontro è stato sul piano della politica energetica. Sono anni, oramai, che Parigi ha adocchiato il mercato italiano dell’energia elettrica come possibile bacino d’espansione del proprio gigante EDF (Electricité de France, equivalente dell’ENEL).
I due capi di governo si sono impegnati per «lo sblocco della vicenda Edf-Edison, fissandosi un mese di tempo per arrivare a una soluzione amichevole, concordata, che soddisfi entrambe le parti. Altrimenti Edf potrebbe abbandonare la partita e lasciare l’Italia a se stessa»[4]. Come a dire: che l’Italia faccia da sé in questo campo, è impensabile... «Da parte nostra –ha detto Berlusconi– c’è della buona volontà», per far decadere l’attuale blocco del 2% sui diritti di voto di EDF in Edison, in cambio della promessa francese di apertura del mercato transalpino all’Enel. Ma tra i due competitori, sarebbe l’EDF, più solida, ad aprirsi le prospettive più allettanti.
Scrive Michele Calcaterra sul Sole-24 Ore del 26 gennaio: «La partita dell’energia si gioca comunque su diversi tavoli e livelli: quello delle interconnessioni e quindi della fornitura di energia da parte della Francia all’Italia; quello del controllo di Edison, quello del rafforzamento di Enel in Francia, quello infine del nucleare: “Una energia –ha confermato Berlusconi– che ricomincia da poco a riproporsi”. Il capitale di Edf sarà aperto ai privati e il mercato francese dell’energia sarà liberalizzato: su questi punti Raffarin ha nuovamente garantito che la Francia farà fede agli impegni presi e alle promesse fatte ai suoi principali partner europei». In questo, a nostro avviso, sta il segno dell’azione profonda delle regole europee, improntate all’interesse sia degli Stati Uniti, sia del grande capitale finanziario, a una de-nazionalizzazione progressiva (con conseguente perdita di controllo, ovviamente, ma anche perdita di posti di lavoro, checché ne dicano gli ortodossi liberali) di settori e mercati, a beneficio dei privati Insomma: da un lato Raffarin vuole garantire all’Europa la liberalizzazione del proprio mercato; dall’altro si affretta a trovare lo sbocco adeguato per EDF...
Significativa, peraltro, questa frase di Berlusconi sul problema della spesa pubblica da assoggettare ai parametri europei riportata dal giornalista del Sole: «Occorre differenziare tra spese correnti, che non possono aumentare, e spese in conto capitale per la ricerca, le infrastrutture e la difesa, che devono essere inserite in bilancio solo per la quota di ammortamento annuo (nella sostanza aumentarle, ndr), perché danno risultati benefici nel corso degli anni e noi vogliamo questo». Si può dedurre che la spesa pubblica è necessaria, ma in un’ottica puramente capitalistica, e di appoggio a un riarmo fortemente voluto anche dagli USA. La spesa pubblica di tipo sociale o ambientale è evidentemente, invece, pienamente sacrificabile...
«Ci sono poi l’auto, il tessile e tutti i settori legati alle nuove tecnologie e alle nuove scienze. Settori in cui la Francia ha nuovamente proposto all’Italia di partecipare alla costituzione di un’Agenzia comune per l’innovazione insieme a partner come Germania, Inghilterra e Spagna. In particolare per l’auto, si è discusso di sostenere insieme strategie europee, per sollecitare una maggiore attenzione di Bruxelles e una politica industriale finalizzata al rilancio dei settori maturi»[5].
Il succo della questione, in questa fase, sembra essere il seguente: la crisi profonda del capitalismo italiano offre a Parigi l’opportunità di rilanciare alcuni settori maturi ma strategici: energia elettrica, nucleare, trasporto aereo, presentando la propria espansione come elemento di coesione europea. Il governo italiano, di fronte a ostacoli probabilmente insormontabili da parte della propria politica, è ben felice di presentare gli accordi come “soluzione” dei nodi di Alitalia, ENEL, eccetera. Soluzione che non c’è, perché in realtà non vi è alcuna garanzia sulla sopravvivenza italiana in questi settori; ma che temporaneamente è senz’altro vendibile come tale[6]. Un’interpretazione avvalorata da un’editoriale de Il Sole 24Ore del 27 gennaio, significativamente intitolato “A Raffarin gli affari, all’Italia l’immagine”. Il quotidiano economico rivela come Berlusconi abbia ricavato sostanzialmente ben poco dall’incontro. In riferimento alle modifiche del Patto di stabilità, Raffarin ha sì parlato di «visione comune», ma ha anche aggiunto che «il debito è un criterio importante nella definizione di quelle che sono le regole di buona gestione stabilite nel Patto di stabilità». Una dichiarazione che è tutto un programma. Semplicemente un monito a Berlusconi sullo sbloccare al più presto la vicenda Edf-Edison in modo confacente agli interessi francesi? In ogni caso, la dichiarazione evidenzia, ancora una volta, la ricattabilità e le penalizzazioni dell’Italia, anche nei confronti di altri partner ‘europei’, derivanti dal Patto di stabilità.
L’impressione è sempre più che un’eventuale “scossa” dei capitalismi tedesco e francese di fronte allo strapotere USA e all’avanzata cinese non sia per nulla affatto un buon affare per l’Italia: al contrario, il nostro paese si avvia ad essere un parente povero delle (medie) potenze europee. Emblematico in tal senso è ancora il su citato editoriale del quotidiano di Confindustria, che nel lanciare tra le righe una frecciata al governatore della Banca d’Italia, Antonio Fazio, sul «mercato finanziario rimasto nazionale» e sulle «barriere contro l’invasione straniera», raccomanda a Berlusconi «di non perdere l’unica offerta degna di nota che sia stata fatta al vertice: quella di agganciarsi ai grandi progetti tecnologici dell’avvenire per restare nell’Europa che conta. Se poi Edison o Alitalia parleranno in futuro francese o qualche altra lingua ancora, poco importa». Insomma, il capitalismo italiota non persegue alcun indirizzo autonomo di ‘sviluppo’, e mira semplicemente ad accodarsi al carro delle potenze dominanti nella speranza di qualche posticino al sole. C’è di che meditare.
Indipendenza
29 gennaio 2005
[1] Défis Républicains, Parigi, 2003.
[2] Si vedano i testi di Stanley Sloan, The United States and European Defence, EU-ISS Chaillot Paper 39, Aprile 2000, e di Robert Hunter, ESDP and NATO: Companions or Competitors?, RAND Corp., 2002.
[3] Si rimanda al testo Scontro UE-Germania per questo punto.
[4] Michele Calcaterra, Il Sole-24 Ore del 26 gennaio 2005.
[5] Ibid.
[6] In tal senso si devono leggere alcune entusiastiche dichiarazioni dell’amministratore delegato di Alitalia, Cimoli, secondo il quale: «Una volta migliorati i conti, la compagnia italiana “varrà di più e porterà avanti l’alleanza con Klm e Air France”», nonché certe reazioni “a caldo” della borsa italiana (con immediata forte ripresa del titolo Alitalia), che potrebbero facilmente rivelarsi effimere… (cfr. Il Sole-24 Ore del 26 gennaio).