L'EUROFORIA DEL CAPITALE
Sull'inclusione ufficiale dell'Italia nel novero dei paesi dell'Unione Monetaria Europea che adotteranno l'Euro come moneta in corso legale, sono fluiti fiumi di inchiostro e di parole a magnificare l'eccezionalità dell'evento che spalancherebbe magicamente scenari paradisiaci. Per molto tempo si son dovute sorbire banalità manichee secondo le quali Euro era -ed è- bello, e rimanerne fuori avrebbe comportato sciagure, miserie, lacrime e lutti. Se il futuro italiano dovesse essere celestiale o infernale si doveva carpirlo dagli atteggiamenti facciali ora estatici ora corrucciati di un Prodi, autentica parodia di quel Balanzone di felsinea tradizione, intinto di un fare pretesco. L'Inghilterra, la Svezia e la Danimarca, rimaste fuori per loro scelta, e la Grecia, per il mancato rispetto dei parametri di convergenza, sono avvertite! Moderna volgarizzazione dell'evento. Così, semplicemente! Dietro la cortina fumogena della faciloneria da sponsor, condita di banalità sconcertanti per propagare la bontà della moneta unica europea, le ragioni dell'introduzione dell'Euro, le condizioni e le implicazioni che comporta, sono rimaste confinate alla soggettiva volontà di sapere e di capire.
Maestosamente si annuncia che viaggiare con l'Euro in Europa sarà più
facile, non comporterà svantaggiosi cambi di valuta, consentirà
il confronto immediato delle retribuzioni sul continente e come meglio 'offrirsi'
in questa arena dello schiavismo mobile, aumenterà le libertà
e le opportunità di acquisto per i consumatori, in grado di valutare
su scala continentale i prezzi delle merci e servizi, e per i produttori i costi.
La stabilità dei prezzi, come effetto della fissazione irrevocabile dei
tassi di cambio, rappresenta peraltro l'apoteosi dello spaccio propagandistico
ideologico degli eurotecnocrati. Insomma, una grande opportunità di progresso,
di sviluppo e di consumo per i cittadini europei: questa la sostanza del messaggio
che filtra nella forma maggioritaria del teleimbonimento di massa.
Non è affatto paradossale che questo battage propagandistico trovi un
terreno fertile di accoglienza 'ideologica' anche in quel luogo sociologico
dello sradicamento modernizzatore ipercapitalistico che è la sinistra
largamente intesa. La scelta dell'integrazione europea, vien detto, ha in fin
dei conti un valore strategico, fa parte della tradizione della sinistra perché
schiude una prospettiva di internazionalismo non predicatorio ed offre l'opportunità
di inserire in una dimensione macroregionale progetti di trasformazione sociale.
Certo, si aggiunge, una trasformazione sociale compatibile, ma pur sempre una
opportunità di emancipazione per i lavoratori, sempre che, beninteso,
sappiano servirsi di questo strumento. La moneta unica, par di capire, sarebbe
sì lo strumento dei circoli e delle lobby industrial/finanziarie 'europee'
per meglio competere con la concorrenza statunitense e asiatica, ma anche un
potenziale cavallo di Troia posto -inconsciamente?- in casa propria, capace
di schiudere inopinati scenari 'di progresso'. Sullo sfondo, poi, si agita la
bandiera della possibilità di affrancamento dalla pluridecennale tutela
-meglio sarebbe dire: subalternità- esercitata dagli Stati Uniti -anche-
in Europa. Insomma, una sorta di possibile rilancio della lotta di classe sul
continente europeo con -sembrerebbe- una valenza di tipo antimperialista, sempre
che, beninteso, la si sublimi con la mitica unità politica dell'Europa,
cui l'Euro farebbe da inevitabile battistrada come fattore di definizione se
non addirittura di autoidentificazione europea. L'Europa unita non solo contrasterebbe
l'invadenza a stelle e strisce ma servirebbe anche, lo si dice candidamente,
a dare la stura ad una politica continentale di lotta alla disoccupazione, tanto-per-cominciare,
colpevolmente ignorata dai tecnocrati di Maastricht. Quindi Euro sì,
fondamentalmente, e Maastricht no! Come se il primo non fosse figlio legittimo
-partorito in provetta- del secondo, propaggine di scambio nei permanenti parametri
di rigore, tagli e sacrifici.
Tutte queste argomentazioni sono una truffa ideologica aggravata e continuata
di dimensioni continentali, europee appunto, che si fondano e sfociano nel nulla
più che sul poco, interessi delle oligarchie industrial/finanziarie transnazionali
a parte. Una sorta di applicazione meccanicistica di una concezione stadiale
del modo di produzione, che vede fondamentalmente con favore lo sviluppo massimo
e continuo delle forze produttive (e finanziarie!), risolvendosi in una subalternità
di gestione puramente amministrativa (partito di D'Alema) o in una sotto-subalternità
di gestione para-amministrativa (partito di Cossutta e Bertinotti). Ad oltre
un secolo di certa lotta di classe in Italia (ma ci potremmo allargare al resto
d'Europa), che ha avuto un contesto statuale caratterizzato da un'area di sviluppo
e da un'altra di sottosviluppo, non si è riuscito nemmeno a creare un
raccordo nazionale tra operai, contadini, disoccupati, precari, ceti medi del
Nord e del Sud. Su che basi si pensa di riuscire in Europa là dove si
è fallito nei singoli Stati?
Se davvero non vogliamo credere alla fola di masse di europei giubilanti che sciamano permanentemente in viaggio sul continente a confrontare sul mercato, Euro alla mano, i prezzi di scarpe o verdura, vorrà dire che bisogna ripartire da zero, innanzitutto respingendo decisamente la tesi amplificata ad arte dalla grancassa massmediatica che il nuovo sistema di circolazione monetaria sia un provvedimento di natura 'tecnica', praticamente neutro. La moneta, ogni moneta, non è mai neutra ma il riflesso di un rapporto di forza che si esplica in quello di scambio. Nell'attuale epoca il mercato delle monete si sviluppa molto di più nei circuiti delle borse telematiche unitamente all'enorme massa di flussi finanziari (e suoi derivati) ad esercitare con la sua forza d'urto l'effettivo controllo politico ed economico dei popoli, delle nazioni, degli Stati. Nello specifico l'Euro, espressione formale dell'unione monetaria di Stati, riflette e ratifica in realtà rapporti di forza infracapitalistici sul continente europeo: non scopriamo certo noi che l'Euro sta al marco tedesco come la Banca Centrale Europea sta alla Bundesbank. L'Euro è lo strumento voluto e ricercato dalle grosse concentrazioni industriali e finanziarie per meglio competere in questa fase di sviluppo capitalistico policentrico con le grandi corporation statunitensi e asiatiche ed ha nel compattamento del mercato interno -già frastagliato e diseguale- il suo primo ed indispensabile referente di leva competitivo unitamente alla volontà di non avere vincoli nella competizione per il profitto. L'Euro è lo strumento in nome del quale si è dato avvio ad una opera di spoliazione pianificata e programmata di quelle parzialissime conquiste sociali e giuridiche che avevano rappresentato un compromesso sociale -il welfare state, appunto- fra capitale e lavoro pur in un contesto capitalistico di tipo keynesiano differenziato per realtà statuali e che oggi sono giudicate d'ostacolo al rapido e consistente drenaggio di liquidità. L'Euro è destinato ad avere ripercussioni ancora più marcate nella stessa struttura del sistema economico e nell'assetto sociale di ciascun paese, disciplinandone la politica monetaria, quella di bilancio, quella sociale, ambiti sottratti alla sovranità non dei popoli, che da tempo non hanno alcuna influenza nell'indicare alcunché, ma a quella delle stesse oligarchie politico-amministrative statuali; il che non significa che queste perdano le loro funzioni più tradizionali -amministrative, fiscali, poliziesche, ad esempio. Nello specifico contesto capitalistico italiano la competitività non potrà più far leva sul cambio, non saranno cioè più possibili svalutazioni per ridare fiato all'export o alleggerire il peso reale del debito pubblico; non più riduzioni del costo del denaro manovrate dalla Banca d'Italia indipendentemente dal livello dei tassi internazionali; non più pratiche assistenziali di Stato; non più spesa pubblica abbondante per frenare la recessione. Il che non vuol dire rimpiangere questo 'modello' ma è singolare che la critica di questo venga da chi grazie ad esso si è ingrassato ed oggi vede nel sistema monetario europeo il trampolino di lancio per profitti ulteriori. La critica del vecchio, che non sono legittimati tutti a fare, comunque non legittima questo nuovo. Non c'è bisogno di evocare teorie del complotto, ma osservare e informarsi con spirito critico su quanto dice e fa la casta dei tecnocrati, degli economisti, dei giornalisti addetti al settore ecc., per capire quali siano le linee determinanti di fondo, la direzione impressa al corso degli avvenimenti. Non da oggi -il terreno è stato preparato con cura da alcuni decenni- si parla apertamente, come "vie obbligate", di riplasmare il "mercato (!) del lavoro" in termini di flessibilità e di riduzioni di costo. Di incrementare la produttività delle imprese e la loro efficienza. Di rivedere a fondo lo stato sociale (pensioni, sanità, istruzione) in termini sia di sostenibilità economico-finanziaria sia di funzionalità al livello competitivo in atto. Lamentando permanentemente il ritardo in cui ci si trova anche nel mentre si introducono misure restrittive che procedono in questa direzione. Si dice: bravi, i sacrifici che avete fatto vanno bene, i conti ora sono in regola ma bisogna fare di più, bisogna mantenerli e il sistema economico-sociale necessita d'essere ancora profondamente riformato. Si devono offrire agli investitori migliori condizioni di competitività: allora largo ad uno Stato più leggero, che abbassi i costi, investa nelle infrastrutture, che investa nella "formazione delle risorse umane" togliendo costi alle imprese, inserendole nel processo produttivo, sia insomma efficiente per la competitività e la produttività delle imprese con i soldi della collettività e non sia invadente per la ripartizione dei profitti, che agli uni alleggerirà il carico fiscale, ma lo scaricherà sulla cittadinanza in nome del decentramento di spesa. Largo ai sindacati che debbono diventare ancora più comprensivi. La moneta unica americanizzerà le società europee. Non ci vuole una sfera di cristallo per prevedere che l'ingresso nell'Euro avrà effetti di trascinamento sulle politiche economiche e sociali degli anni a venire, come peraltro è previsto dai vincoli del cosiddetto "patto di stabilità" che le varie oligarchie statuali hanno sottoscritto in nome della permanenza delle rispettive economie nel circuito della moneta unica. Riflessi si avranno inevitabilmente sugli stessi apparati politici nazionali che verranno scelti di fatto per la capacità di tassare e tagliare il quanto e il dove che sarà indicato dalle "istituzioni europee", di assecondare -come si suol dire- "l'evoluzione dei mercati", di ottemperare in prima ed ultima istanza alle disposizioni provenienti dai piani alti del grattacielo che, a Francoforte, è sede della Banca Centrale Europea. La già annunciata filosofia del rigore, della "costante politica di rigore", che è alla base dell'Euro, renderà inevitabili riforme più profonde di quanto si è visto sinora e ciò finirà per allargare le disuguaglianze tra regioni ricche e regioni povere. Non solo. Per paesi che si trovano in diverse fasi del ciclo economico, che hanno strutture economiche e finanziarie diverse, che necessitano quindi di risposte diverse, come è pensabile credere di poterli far convivere in modo indolore con un'unica politica monetaria ed un unico tasso di interesse? Ogni qual volta la Banca Centrale Europea toccherà i tassi, gli effetti nei vari paesi-euro saranno diversi. Non bisogna essere degli esperti per capire che una politica monetaria approvata per un paese sarà inidonea, se non devastante, per un altro. Chi stabilirà cosa? A quali interessi risponderà? Lo scontro tra Parigi e Bonn per la presidenza della Banca Centrale Europea all'atto della sua stessa ufficializzazione è stato solo un esempio indicativo. La moneta, insomma, non è neutra. Il suo governo è il più politico degli strumenti di politica economica. Nei paesi cosiddetti "economicamente più evoluti" il governo della moneta è ormai sottratto al controllo diretto non del popolo, ma degli stessi governi e parlamenti, ed è saldamente in mano a quella élite di non eletti che sono i banchieri centrali. Il processo si verticalizzerà ancor più che in passato con la Banca Centrale Europea. Con una pervasività che inciderà nella vita di ognuno, oltre a lasciare tracce profonde nelle sue tasche. Se una prospettiva nazionalitaria ha un senso, una sua ragion d'essere, un futuro nella nazione italiana e in tutte le nazioni sottomesse a vario livello in Europa, negli anni a venire si avrà modo di verificarlo. L'integrazione ipercapitalistica 'europea', sponsorizzata dalle smanie competitive e di profitto delle sue oligarchie finanziarie e produttive per il tramite dei loro apparati statuali di rappresentanza, costruita a tavolino con l'occhio fisso all'andamento delle Borse, reggerà, come una società per azioni, fino a che ci saranno dividendi da ripartire. E, come per ogni società per azioni che si rispetti, ristretto sarà il numero degli autentici lucratori. Ma l'integrazione ipercapitalistica 'europea' -ragionevolmente- è del tutto in grado di produrre qualcosa di ancor più importante: offrire ulteriori motivi di riscatto nazionale e di fraternità per i popoli d'Europa. La nazionalità si incontrerà con l'anticapitalismo e la loro unione potrà innescare un processo non solo etico, ma politico. Dalla loro saldatura potrà nascere una speranza di rinascita per l'umanità. Non sarà comunque un pranzo di gala.