Costanzo Preve ha collaborato costantemente alla rivista per diversi anni, a partire dal 1997. Non ha quindi bisogno di presentazione per i nostri lettori. Questa collaborazione si è interrotta, anni fa, per l'inconciliabilità dell'indirizzo politico della rivista con le sue prese di posizione comunitariste ed eurasiste. Resta l'apprezzamento per suoi lavori culturali che riteniamo significativi, ad esempio sul marxismo e sul comunismo storico novecentesco. In questa intervista l'autore interviene su quei nodi di dissenso. A seguire uno scritto redazionale in merito.

 

COMUNITARISMO, EURASIA. PARLA COSTANZO PREVE

 

Come definiresti la comunità e il comunitarismo? Cosa ti differenzia, in sintesi, dal comunitarismo di autori, tra loro magari diversi, come Etzioni, MacIntyre e Taylor? Quali differenze sussistono tra comunità e società, tra l'idea del dover essere etico (comunità) e l'essere sociale (società)?

A proposito del tema del comunitarismo le mie posizioni, analiticamente sviluppate, si trovano esposte in un recente saggio (cfr. Elogio del Comunitarismo, Editrice Controcorrente, Napoli 2006). Mi rendo perfettamente conto che esistono autori più interessanti ed importanti di Costanzo Preve per passarci le giornate sopra, ma se si vuole dare un giudizio sulla esatta natura del mio modesto pensiero è pur sempre necessario andare oltre il sentito dire e passare alle fonti originali. E tuttavia, poiché non posso presupporre nel lettore di questa intervista la conoscenza diretta delle mie tesi, approfitterò di questa domanda per chiarire ulteriormente alcuni punti che possono provocare perplessità in buona fede.

In primo luogo, so bene che l'autocertificazione di un autore sul proprio lavoro non è un criterio sufficiente per connotare l'autore stesso, ma bisognerà pur sempre tenerne conto. Ed allora annuncio solennemente che io non mi considero un autore “comunitarista”, non mi interessa marcare le concordanze e le differenze con MacIntyre o con Taylor in quanto non mi colloco nell'ismo di scuola in cui essi si collocano, e tanto meno ovviamente accetto il malevolo gossip per cui sarei passato dalla sinistra (marxismo) alla destra (comunitarismo). Dal momento che ormai anche il mio gatto di casa sa che mi considero estraneo alle polemiche di bandiera Sinistra contro Destra e viceversa, riformulerò ancora una volta l'atteggiamento che rivendico in questo momento della mia vita. Io mi considero un allievo indipendente di Marx, mi colloco soggettivamente nella sua prospettiva filosofica e scientifica, pur storicizzando ampiamente (e quindi in gran parte respingendo) l'eredità del marxismo storico posteriore, e quindi non sono un comunitarista, ma un autore che propone un'interpretazione fortemente comunitarista della classica teoria comunista. Più esattamente (ed in queste cose l'esattezza terminologica conta molto), sono un autore che, sulla base di una ricostruzione della storia della filosofia occidentale fatta in base al metodo della deduzione sociale delle categorie, propone una lettura idealistica dello statuto della filosofia di Marx ed una lettura comunitaristica della sua filosofia politica. La lettura idealistica si contrappone a quella tradizionale materialistica, pur senza respingerla del tutto, e la lettura comunitaristica si contrappone a quella tradizionale puramente classistica, pur senza respingerla del tutto. E come il materialismo c'è, ma solo come metafora di altre cose (l'ateismo, la prassi, la struttura, la fragilità umana, l'aleatorietà, eccetera), nello stesso modo il classismo c'è, ma solo come strumento politico e sociale in vista di una comunità umana senza classi, e cioè postclassistica.

Spero che questa autocertificazione venga creduta, e su questa base si cerchi poi di giudicare il mio pensiero, sia per approvarlo che eventualmente per respingerlo. Ovviamente sono maggiormente d'accordo con MacIntyre e con Taylor che con Habermas e con Rorty, ma questo è del tutto indipendente da un inserimento in un ismo. In quanto autore che non si autocertifica come comunitarista, ma semmai come interprete fortemente comunitarista della classica teoria comunista di origine marxiana, mi considero del tutto esterno alle eventuali dispute della scuola comunitarista, non importa se queste concernono le sue varianti di destra (gerarchiche), tradizionaliste (organiciste), o anche democratiche e di “sinistra” (Christopher Lasch, eccetera). Stimo tutti costoro, ma non faccio parte della loro parrocchia.

Come definire la comunità? Ne sono state proposte molte definizioni. La mia definizione, o meglio la mia approssimazione, è quella di un insieme solidale non semplicemente elettivo, ma fondato su legami storici e culturali, sia pure sottoposti a critica ed autocritica di tipo razionalistico. In questo senso, sono vicino al pensatore italiano Sebastiano Timpanaro che, sulla base di una interpretazione solidaristica della filosofia del poeta Giacomo Leopardi, cercava di innestare questa interpretazione nella filosofia della storia di Marx (anche se poi non ne condivido le argomentazioni, fondate su di una adesione alla dialettica della natura di Engels, che invece personalmente respingo). Ecco, la mia idea di comunità non è lontana da quella di Leopardi, o meglio di Leopardi secondo Timpanaro.

Passando al cosiddetto “comunitarismo”, e ricordando ancora una volta che si tratta di un ismo di cui non faccio parte, bisogna distinguere storicamente il suo profilo vecchio ed il suo profilo nuovo. Il profilo vecchio, che ha contrapposto la comunità (Gemeinschaft) alla società (Gesellschaft), è ormai un pezzo archeologico da museo della storia delle ideologie in Europa, ed è legato al conflitto fra l'Inghilterra vittoriana e la Germania guglielmina, come Domenico Losurdo ha brillantemente mostrato in una serie di opere storiche. Il profilo nuovo, che non c'entra assolutamente più nulla con quello vecchio, ormai morto e sepolto, è legato alla dialettica fra individualismo e comunitarismo attuali, o più esattamente al tentativo dall'alto di imporre un individualismo anomico legato alle nuove modalità di consumo e di colonizzazione della vita quotidiana, ed alle resistenze dal basso contro queste strategie di imposizione.

Dal momento che questo nuovo comunitarismo, che a differenza del vecchio non presenta più elementi apologetici della gerarchia e dell'organicismo, si struttura e si sviluppa sulla base di strategie e di tattiche di resistenza, inevitabilmente differenziate caso per caso, ne consegue che non c'è nessun bisogno che si cristallizzi un ismo dottrinario con annesse forme di copyright ideologico di identità e di appartenenza. È un'ennesima ragione per respingere, cortesemente ma con decisione, ogni etichettatura dottrinaria di “comunitarismo”. Ma questo non dovrei più ripeterlo, perché mi sembra ormai chiaro, almeno per chi vuole confrontarsi con me in modo non pregiudiziale o polemico a priori. Per quanto riguarda la presunta opposizione fra un essere sociale (società) ed un dover essere sociale (futura comunità solidale senza classi), dichiaro solennemente, da filosofo professionale, di respingerne la formulazione di tipo neokantiano (o se si vuole, bobbiano). È vero che Marx concepisce il comunismo in termini al 100% comunitari, o più esattamente comunitario-solidali, ma è anche vero che Marx, che si richiamava filosoficamente a Hegel e non certo a Kant (più esattamente alla dialettica hegeliana e non certo alle antinomie di Kant o alle dicotomie di Bobbio), riteneva che a questa comunità ideale del futuro non si sarebbe mai arrivati se non esistessero già qui ed ora, nel presente storico in cui viviamo, delle comunità  di resistenza e di progetto. Il fatto che queste comunità assumessero una forma classista pura, una forma classista mista, o una forma decisamente interclassista, eccetera, deve poi essere esaminato ed indagato caso per caso, e non posso certamente dilungarmi qui per ragioni di spazio. Sono grato alla redazione di Indipendenza per questa domanda, che mi ha permesso di chiarire la mia posizione in proposito. E spero che non si debba poi sempre ricominciare da capo, come se non ci si fosse già chiariti esplicitamente una volta per tutte. Lo spero, ma so già perfettamente che così non sarà, in base al detto di Andreotti, per cui a pensare male si fa peccato, ma ci si azzecca sempre.

 

La tua idea di comunitarismo si lega al territorio, all'idea di nazione o a che? E in termini più generali: ha senso con/fondere il concetto di nazione con quello comunitario laddove non si tratti di realtà talmente contenute demograficamente da poter -forse- far coincidere l'idea di nazione (se ci fosse) con il principio comunitario?

Nella formulazione della domanda credo ci sia un equivoco, ed è allora bene cercare di chiarirlo subito. I concetti e soprattutto le realtà del cosiddetto “comunitarismo”, da un lato, e del territorialismo e del nazionalitarismo, dall'altro, non sono omogenei e dunque non si sovrappongono, anche se ovviamente (e non intendo affatto negarlo in modo sofistico) esistono elementi di continuità e di contiguità. Cercare di far coincidere l'idea di nazione con il principio comunitario è dunque comprensibile sul piano ideologico e della mobilitazione politica difensiva (pensiamo a Chavez in Venezuela, che può tranquillamente essere definito -a mio avviso- un comunitarista nazionalitario di sinistra), ma è indubbiamente sorgente di confusioni sul piano storico e concettuale. Se qualcuno intende con/fondere il concetto di nazione con quello comunitario, e può darsi che ci sia qualcuno che lo fa, quello non sono certamente io. Da una lunga pratica della filosofia io ho imparato piuttosto l'arte della distinzione.

Ci sono casi in cui il territorio, costretto ad una resistenza motivata, pratica il livello della comunità, e quindi il comunitarismo, se lo si vuole chiamare così (ad esempio il movimento No-Tav in Val di Susa o anche il movimento dei cittadini di Vicenza e dintorni contro il raddoppio della base militare USA), e casi in cui un'intera nazione priva di struttura statuale è costretta a praticare il livello della comunità linguistica e culturale (ad esempio il popolo basco, la cui rivendicazione di indipendenza statuale personalmente appoggio pienamente). Come si vede da questi esempi (ma se ne potrebbero fare molti altri), territorialismo e nazionalitarismo, ognuno dei quali ha poi motivazioni differenti, si incrociano con il principio comunitario, ma non si con/fondono certamente con esso.

In linea di massima, e riprendendo i contenuti di una mia precedente risposta, le ragioni del comunitarismo e le ragioni del nazionalitarismo hanno radici distinte. Le ragioni del comunitarismo, che come sapete io interpreto in modo incompatibile con l'organicismo gerarchico supposto “tradizionale”, trovano la loro radice nell'opposizione al modello individualistico del capitalismo cannibalico di oggi. Le ragioni del nazionalitarismo, invece, trovano la loro radice nel diritto all'autodeterminazione dei popoli, e soprattutto nel loro diritto -per me assoluto e non negoziabile- a coltivare le loro identità linguistiche e culturali.

 

Hai affermato che Marx è il più grande pensatore comunitarista. Ma quale comunità reale avrebbe a fondamento del suo pensiero? L'insieme sociologico dei soggetti (divisi in classi) operanti in fabbrica? Puoi precisare il senso della tua affermazione?

Che in Marx sia filologicamente rintracciabile la centralità della categoria di comunità non è certo frutto di una mia curiosa alzata d'ingegno, ma si tratta di un dato noto da più di un secolo, che soltanto la tradizione dell'economicismo deterministico ed (illusoriamente) teleologico e del conflittualismo di tipo classista-sindacalistico ha potuto silenziare ed oscurare, nello stesso modo peraltro con cui ha silenziato ed oscurato la centralità della questione nazionale, che invece è sempre stata anch'essa presente (cfr. R. Monteleone, Marxismo, Internazionalismo, Questione Nazionale, Loescher, Torino, 1982).

Il “comune” (Gemein, Gemeinwesen) in Marx è prima di tutto un concetto antropologico, ed antropologico prima ancora di essere storico, e cioè la natura umana dell'uomo inteso come ente naturale generico. Ed è allora questa comune genericità dell'uomo che spiega il come ed il perché l'uomo stesso, inserito storicamente in determinati rapporti di produzione sociali, lotta contro l'alienazione (Entfremdung) di questa sua comune essenza, che non è quella delle formiche, delle api e delle termiti, ma non è neppure quella dei cosiddetti lupi solitari.

Per Marx quello che chiamate l'insieme sociologico dei soggetti classisti è certamente una comunità di lotta  in particolari momenti di conflitto (su questo ha scritto cose profonde Jean Paul Sartre sui cosiddetti “gruppi-in-fusione”), e sarebbe sciocco negarlo. Ma in una prospettiva strutturale dentro il modo di produzione capitalistico la classe operaia, salariata e proletaria è soltanto l'avanguardia politicamente e sindacalmente organizzabile del lavoratore cooperativo collettivo associato, di cui Gianfranco La Grassa ha spiegato abbastanza bene le ragioni della mancata costituzione in soggetto rivoluzionario (cfr. Il gioco degli specchi, Ermes, Potenza, 2006).

In estrema sintesi, Marx non è un pensatore “comunitarista” in senso stretto, e non ha quindi senso cercare di inserirlo a forza in questo ismo. Marx è invece a tutti gli effetti un pensatore che inserisce l'individuo isolato del capitalismo in una comunità reale di resistenza e di lotta che allude (o più esattamente anticipa) l'ideale di comunità dell'uomo, come modo di vita realmente conforme alla sua “essenza” (Gattungswesen). Certo, questa è solo un'interpretazione di Marx fra le molte possibili. Ma come direbbe il grande comico Totò, modestamente è la mia.

 

Parli sovente di universalismo. Cosa intendi? Come si connette questa tua idea con il concetto di nazione?

L'universalismo, ovviamente, non è una mia “idea”, ma è una delle due posizioni fondamentali esistenti in tutte le tradizioni filosofiche mondiali degli ultimi tremila anni (l'altra, ovviamente, è il relativismo). In quanto polarità concettuali opposte e nello stesso tempo complementari, l'universalismo ed il relativismo non si connettono direttamente con nessun possibile concetto di nazione, né mia né di altri. In un mio recente lavoro in cui ho cominciato ad impostare il tema dell'opposizione Universalismo/Relativismo (cfr. Verità e Relativismo, Editrice Alpina, Torino 2006) non ho ovviamente neppure accennato al tema della questione nazionale, perché questo tema si pone su di un piano diverso, storico e non filosofico. E tuttavia, non ci si può limitare a queste ovvie constatazioni metodologiche e disciplinari.

In primo luogo, l'eterno tema dell'opposizione Universalismo/Relativismo (in cui io prendo fondamentalmente posizione per il primo, e nello stesso tempo cerco di prendere in considerazione le ragioni forti del secondo) presuppone una riscrittura integrale dell'intera storia della filosofia occidentale come la conosciamo (o l'abbiamo conosciuta nelle aule liceali ed universitarie). Ho cercato di portare un primo contributo in una recente trilogia pubblicata dalla Petite Plaisance di Pistoia (Storia della Dialettica, Storia dell'Etica e Storia del Materialismo), sul quale vorrei essere giudicato.

In secondo luogo, oggi il tema dell'opposizione Universalismo/Relativismo è di grandissima attualità culturale. Il papa  filosofo Ratzinger, in nome di una teoria universalistica della natura umana e delle sue costanti morali ed antropologiche, cerca di fondere l'aristotelismo filosofico classico e la teologia tradizionale per opporsi a quello che considera il nichilismo inarrestabile della società postmoderna globalizzata. I neoconservatori USA, alleati strategicamente con il sionismo, cercano di esportare l'occidentalismo in tutto il mondo mediante minacce, lusinghe, ricatti, bombardamenti ed embarghi, e chiamano questa serie di atti criminali “legalità internazionale” (Orwell, risvegliati!). Una corrente filosofica relativamente progressista (Richard Rorty, Gianni Vattimo, eccetera) rifiuta sia l'universalismo marxista (peraltro in crisi endogena profondissima, anche se non credo però dissolutiva) sia l'universalismo religioso alla Ratzinger-Khomeiny, temendo che esso utilizzi una nozione prescrittiva e non solo descrittiva della storia (marxismo), della rivelazione (Khomeiny) o infine della natura umana (Ratzinger). Insomma, il panorama filosofico mondiale è mosso, ed è mosso proprio sulla base della dicotomia Universalismo/Relativismo. Altro che “idea” del signor Preve!

E tuttavia anche la nostra vecchia buona nazione c'entra pur sempre qualcosa, sia pure indirettamente. Da un punto di vista puramente astratto, è chiaro che l'eventuale esistenza di un'unica verità morale ed antropologica mondiale (non parlo qui della veridicità letteraria, della certezza fisica e dell'esattezza matematica, che non sono “verità” nel senso proprio del termine, in quanto la verità unisce fatto e valore, dato e giudizio, ontologia ed assiologia) non ha un rapporto diretto con i dati nazionali e con la loro eventuale genesi etnica e/o storica. E nello stesso tempo io sono fautore di un'idea di universalismo processuale come possibile risultato di una progressiva integrazione dialogica mondiale, e non certo come dato o premessa da esportare mediante soldati e missionari (la cui attuale variante è il corpo di spedizione USA-NATO più ONG, cioè Organizzazioni -presunte- Non Governative del tutto complementari alle forze di spedizione a comando strategico USA). In quanto fautore della possibilità ontologica (nel senso aristotelico della dynamei on, l'essente - in possibilità) di una universalizzazione processuale con mezzi fondamentalmente dialogici dell'intero genere umano pensato come un'unità ideale (e per questo sono “idealista” e dò dello stesso pensiero di Marx un'interpretazione idealistica), sono contrario alle due principali varianti storiche dell'Universalismo Aprioristico, e cioè la Variante Missionario-Religiosa, che consiste nella predicazione di una presunta verità trascendente già data, e la variante del Monoclassismo Sociologico Proletario, che nega il fatto nazionale attraverso la fuga in avanti di una unificazione omogeneizzante dell'umanità su base ideologica. A queste due varianti si unisce, ovviamente, il progetto omologatore dell'individualismo consumistico personalizzato che sta alla base delle odierne apologie della globalizzazione trionfante.

Come si vede, anche la questione nazionale c'entra con il mio concetto di universalismo processuale. La nazione in sé non è un centro espansivo di universalismo, e non potrebbe neppure esserlo, ma è una precondizione indispensabile a che il dialogo mondiale non sia ridotto ad individui sradicati manipolabili a piacere dai centri finanziari multinazionali e transnazionali. Qui sta il nesso storico-filosofico fra nazioni ed universalismo.

 

Entriamo nel merito dell’idea (geopolitica) di Eurasia. Sul numero 9 di “Indipendenza”, scrivesti in un tuo articolo che “una nozione puramente geopolitica come quella di Eurasia da Lisbona a Vladivostok non è mai stata e non è certamente una comunità, ma è soltanto un’unità geopolitica, economica e militare buona per giochi di strategia alla risiko”. A tal proposito argomentasti che “una definizione puramente geopolitica e continentale di comunità culturale e politica (l’Eurasia da Lisbona a Vladivostok) non sta assolutamente in piedi, rilevando che la tradizione nazionale (e nazionalitaria) italiana è molto più vicina all’Oriente arabo, a Buenos Aires e a San Paolo del Brasile di quanto non lo sia al Galles o alla FinlandiaSei ancora di questo avviso? E' cambiato qualcosa nel frattempo?

Ho esposto in modo sintetico ma chiaro la mia concezione di geopolitica, insieme con la mia concezione di eurasiatismo, in un recente libretto (cfr. Costanzo Preve, Geopolitica e filosofia, Edizioni all'insegna del Veltro, Parma 2005). Sulla base di questo libretto vorrei essere giudicato, e non su singole frasi, che pure in linea di massima rivendico per abitudine. Si tratta peraltro della stessa casa editrice di “Eurasia”, e non a caso, perché mi è sembrato corretto verso il lettore esporgli direttamente le ragioni e anche i limiti della mia (non integrale) condivisione con l'impianto complessivo della rivista. Purtroppo viviamo in un clima di gossip, silenziamenti e prescrizioni di impurità, per cui se avessi scritto le stesse identiche cose per la Manifestolibri e per gli Editori Riuniti sarebbero (forse) state prese in considerazione, ed in questo caso invece c'è stato l'alibi dell'impurità cartacea della fonte. Non sono colpevole di questo pensiero magico da sciamani siberiani.

E passiamo ora alla domanda. In breve, sono ancora dell'avviso delle citazioni riportate: l'Eurasia non è ovviamente una comunità culturale (non sono d'accordo con Trubetzkoy), ed in generale i concetti e le categorie della geopolitica, si decida di assumerla come legittima o meno (ed io la assumo come legittima, il che non significa che debba poi assumerne anche una sua variante particolare), non sono e non possono essere per principio concetti e categorie culturali.

Sì, è cambiato qualcosa nel frattempo. C'è stata la guerra USA contro l'Iraq 2003. Chi non ha capito che da allora qualcosa di strategico è veramente cambiato nel mondo, e crede di lavarsene le mani denunciando il facile feticcio di un presunto “anti-americanismo” da cui tenersi virtuosamente lontani, non coglie e non può cogliere a mio avviso i dati storici nuovi del problema. Nel mio piccolo, io credo invece di averli colti. E questo mi ha portato ad aderire a due concetti di fondo. Primo, ad aderire al concetto di legittimità in generale della questione della geopolitica, disciplina che non è né di destra né di sinistra, né reazionaria né progressista, ma come la matematica semplicemente è. Secondo, ad aderire ad una versione puramente difensiva in senso strategico-militare della geopolitica eurasiatica, cui personalmente invece non aggiungo nessuna componente etnico-culturale sovrapposta alle singole nazionalità dei continenti. È questo è tutto.

 

Come ti poni sull'idea di Impero che, ad es, la rivista con la quale collabori, “Eurasia”, teorizza e valorizza? Come valuti la loro concezione nei fatti organica (si veda il ricorrente richiamo ad una fantasmagorica unità primordiale spirituale), gerarchica e anti-nazionale, di messa insieme di più  popoli sotto un potere centralizzato, inevitabilmente dispotico, con buona pace della loro identità, lingua, cultura, religione suppostamente salvaguardate?

Una premessa personale, in questo caso purtroppo necessaria. Per collaborare ad una rivista non ho mai chiesto per principio credenziali ideologiche di uniformità ai direttori ed ai redattori. Ho collaborato in questo modo a riviste ispirate ad un terzomondismo estremistico trotzkisteggiante, a riviste ispirate all'ipocrisia storicistica PCI-PDS-DS, a riviste della defunta Democrazia Proletaria ispirate ad un sindacalismo operaistico e massimalistico insaporito con dosi di femminismo e pacifismo, il tutto considerato come “marxismo”, eccetera, eccetera. In più di trent'anni di simili collaborazioni ho capito almeno una cosa, che chi paga i suonatori sceglie la musica, ed in questo caso (poiché ho sempre collaborato gratuitamente) la musica la sceglie chi paga le spese di stampa e di distribuzione. Per questa ragione ho sempre scelto di dire quello che volevo firmandomi gli articoli, del tutto indifferente alle ingenerose accuse di ambiguità, eclettismo, individualismo piccolo-borghese, mancanza di “organicità”, ed altri strumentali feticci ideologici di corto respiro. Quando diventerò (ma è poco probabile) direttore responsabile di una rivista, allora risponderò della cosiddetta “linea culturale. Per il momento, rispondo solo di ciò che firmo nominativamente.

Detto questo, la domanda sul concetto di Impero deve essere girata a Claudio Mutti ed a Tiberio Graziani, che lo condividono e lo sostengono. Può essere interessante ascoltare direttamente i loro argomenti, anziché aggirarli per sentito dire. Personalmente, tuttavia, non mi sottraggo affatto alla vostra domanda, e risponderò telegraficamente in due punti:

1) Mentre dò un giudizio storico (ripeto: storico, non progettuale per il futuro prevedibile) moderatamente positivo di alcuni Imperi (asburgico, ottomano e soprattutto bizantino), e negativo di altri (Impero mongolo, attuale Impero americano, eccetera), sono invece estraneo all'auspicio di un Impero futuro globalizzato o eurasiatico che sia. Sono invece favorevole ad una federazione repubblicana di Stati-nazione democratici.

2) La mia abbondante produzione filosofica dimostra oltre ogni ombra di dubbio la mia personale estraneità alle concezioni sia organicistiche che gerarchico-dispotiche della società. È infatti un segreto di Pulcinella che chi scrive non proviene da una cultura di destra, non vi è ovviamente affatto approdato in tarda età, e non c'entra nulla con essa.

Sinceramente, trovo umiliante dover ripetere simili ovvietà a chi dovrebbe conoscermi bene e non  per gossip, sentito dire, eccetera, ma per lettura diretta di quanto ho sempre scritto pubblicamente.

 

Hai più volte valutato positivamente (anche più del diritto alle autodeterminazioni riconosciuto, quantomeno sul piano teorico, da Lenin)  le elaborazioni di Otto Bauer, austromarxista che teorizzò nell'Ottocento la coesistenza multireligiosa, multietnica e multiculturale all'interno di uno Stato multinazionale come era allora l'Impero asburgico, e l'esperienza dell'Impero Ottomano. Cosa vedi di universalmente valido in tali modelli? Non è stato inevitabile che tali modelli abbiano dato vita a dispotismi pur a vario grado?

Questa domanda è particolarmente importante e gradita, e per questo sarà necessario allargarsi un po'. Per chiarezza, giungerò al punto attraverso tre indispensabili approssimazioni successive.

In primo luogo, a proposito della genesi storica del fatto (e non solo del concetto) delle nazioni, occorre distinguere due grandi classi di teorie, che chiamerò naturalistiche (o meglio, storico-naturalistiche) ed artificialiste (o meglio storico-artificialiste). La prima grande classe di teorie concorda sulla cosiddetta “origine etnica delle nazioni”, che sarebbero dunque il prolungamento moderno di entità variamente comunitarie preesistenti. La seconda classe di teorie nega di fatto la crucialità dell'origine etnica delle nazioni, e considera il “fatto nazionale moderno” sostanzialmente una “invenzione” (l'invenzione delle nazioni, appunto) di intellettuali e burocrati a partire dalla fine del Settecento. Sebbene vi siano elementi di verità storica in entrambe le classi di teorie, personalmente sono un sostenitore della prima e non della seconda. E non potrebbe essere diversamente, perché se sostenessi la seconda non potrei neppure simpatizzare per il “nazionalitarismo”, per il quale notoriamente simpatizzo (a modo mio, ovviamente, ma nessuno può sostenere di averne il copyright in esclusiva). La maggioranza dei cosiddetti “marxisti” (ma non Lenin, Bauer, Stalin, Mao, Castro, eccetera) invece aderisce alla tesi artificialistica, che è infatti non solo maggioritaria ma addirittura egemone in questi ambienti, vedi l'ultima estrema  forma di rifiuto della legittimità della questione nazionale nei modelli di Antonio Negri e Michael Hardt, e cioè Moltitudini deterritorializzate e soprattutto snazionalizzate contro Impero a sua volta deterritorializzato ed identificato semplicemente con un'astrazione inesistente che coinciderebbe con il capitalismo globalizzato attuale. Dunque di massima al primo gruppo di teorie storico-genetiche, e no di massima invece al secondo gruppo.

In secondo luogo, passando all'applicazione del metodo precedentemente ricordato al campo del cosiddetto “marxismo” si hanno anche qui due grandi posizioni sulla questione nazionale, la prima che di fatto o la nega o la limita solo ad alcuni popoli e non ad altri, e la seconda invece che l'afferma e la mette anzi al centro dell'attenzione. È evidente che io sono per la seconda e non per la prima, ma questo comporta un breve chiarimento ulteriore.

Nel primo gruppo (quello che rifiuto) metto un po' alla rinfusa Engels, che in modo sgradevole e scorretto, anche se forse comprensibile per l'epoca (ma oggi non più), distingueva popoli storici e presunti “popoli senza storia”. A mio avviso tutti i popoli hanno una “storia”, dagli inglesi e francesi fino agli evenki della Siberia e le nazioni quechua ed aymarà del Perù e della Bolivia. Metto poi Rosa Luxembourg, che in nome di un codice teorico sindacalistico ed economicistico che definirei Monoclassismo Sociologico Proletario, se ne fregava del fatto che esistessero la Germania, la Russia e la Polonia. Certo, questa indifferenza alla questione nazionale aveva ragioni soggettivamente nobili, perché la Luxembourg (erroneamente) riteneva che il riconoscimento della questione nazionale portasse direttamente agli stermini “nazionalistici” delle guerre imperialiste, ma resta il fatto che questo nichilismo nazionale restava errato in via di principio. Metto poi anche la corrente di Trotzki e del trotzkismo (con alcune eccezioni), che a mio avviso deve il suo essere sempre rimasta minoritaria anche e soprattutto alla sua adesione al Monoclassismo Sociologico Proletario (oggi insaporito con elementi della cultura di contestazione post-sessantottina) ed alla sua sostanziale incomprensione della legittimità e della crucialità della questione nazionale, che il codice trotzkista tende ad identificare sbrigativamente con l'interclassismo  e con il populismo più o meno carismatico. Infine, metto soprattutto la cultura diffusa dell'operaismo italiano, da Panzieri e Tronti fino a Negri, che da noi rappresenta, ha rappresentato e purtroppo ancora rappresenterà il fattore di interdizione nei confronti di una corretta comprensione della questione nazionale.

Nel secondo gruppo (che invece accetto) metto le posizioni che assumono la piena legittimità della questione nazionale, sia nella variante del diritto alla cosiddetta “autodeterminazione”  ed alla secessione statuale, sia nella variante alla Otto Bauer della coesistenza multireligiosa, multietnica e multiculturale in un solo Stato multinazionale. Si tratta della notissima, ed ormai secolare, dicotomia fra Lenin e Bauer. Trascurando per ragioni di spazio la maggiore o minore coerenza fra posizione teorica e comportamento pratico di questi personaggi, è evidente che qui stiamo finalmente entrando nel cuore politico della questione, il che non significa che le “questioni di principio” non continuino a valere come punto di riferimento.

In terzo luogo, finalmente, si giunge al problema del se ed in che misura sia corretta la posizione della autodeterminazione nazionale con la corrispondente secessione anche e soprattutto statuale (non nascondiamoci infatti dietro un dito; dietro le rivendicazioni basche, kurde, tibetane, cecene, eccetera, ci sta proprio questo), oppure sia corretta la posizione della coesistenza multinazionale costituzionalmente garantita (e non solo retoricamente e strumentalmente proclamata) all'interno di un singolo Stato, che a questo punto non sarebbe più uno Stato-Nazione (con eventuali “minoranze” nazionali), ma uno Stato Multinazionale a tutti gli effetti.

Dal momento che la bibliografia su questo tema è gigantesca, mi limiterò ad esprimere la mia personale opinione, che è quella di uno studioso specialista di filosofia, e non di uno studioso della questione nazionale, su cui sono a tutti gli effetti un dilettante, sia pure informato sui fatti. Ebbene, mi rifiuto di schierarmi in linea di principio per Lenin oppure per Bauer, in quanto ritengo che occorra farlo caso per caso, sia pure con le inevitabili dosi di arbitrarietà e di strumentalità che questo comporta (considerazioni geopolitiche, simpatie ideologiche e culturali, coinvolgimenti emotivi biografici e familiari, eccetera). E tuttavia anche il caso per caso ha un riferimento normativo oggettivo, che consiste nella presenza o meno di una nazionalità su di un ben preciso territorio (sia pure ovviamente in parte mescolata con altre), oppure nella situazione di mescolanza a macchia di leopardo. Nel primo caso è preferibile la costituzione in Stato-nazione indipendente  (mi sembra il caso dei baschi), nel secondo caso è preferibile il passaggio dallo Stato-nazione esclusivistico monoetnico allo Stato multinazionale plurietnico (mi sembra il caso della Turchia, con passaggio dal vecchio kemalismo esclusivista turco ad una nuova costituzione turco-kurda con riconoscimento di altre nazionalità più piccole, arabi, armeni, greci, eccetera, eccetera).

Un problema diverso, che non c'entra nulla con la precedente messa a punto teorica della questione nazionale, è la valutazione storica di Imperi multinazionali del passato. Ed allora, se pensiamo all'attuale situazione nell'attuale Medio Oriente devastato dallo spezzettamento, dalla balcanizzazione della nazione araba, dagli interventi USA e dal sionismo, non ci appare un'oasi di pace, sia pure con tutti i suoi errori ed orrori, il vecchio Impero Ottomano con i suoi fez ed i suoi narghilè?

 

intervista a cura di "Indipendenza"

agosto 2007

 

 

LE RAGIONI DI UN DISSENSO.

NOTAZIONI CRITICHE A COSTANZO PREVE