IMPERIALISMO ITALIANO: MITO O REALTÀ?

Il carattere peculiare di questo scritto è quello di rivolgersi principalmente a quell'area che, rifiutando globalmente, in vario modo, il capitalismo ed il conseguente legame sociale che lo caratterizza, assume nel proprio bagaglio teorico/ideologico la nozione critica di imperialismo, alla ripetuta prova dei fatti tutt'altro che tramontata. Una nozione che a dire il vero sembrava, in senso lato, non andare più per la maggiore, ma accantonata, messa in soffitta, laddove l'assunzione delle nostre ragioni nazionalitarie ne ha sempre presupposto la perdurante esistenza, pur nella diversità di forme e di modi che ha espresso nelle diverse fasi storiche. Sottoporremo però a critica la convinzione frettolosamente -e a ben vedere falsamente- derivata che, nell'aggressione imperialistica nei Balcani, sia in atto l'affermarsi o anche un ri-affermarsi (il risultato non cambierebbe) di una specifica forma italiana di imperialismo, che si caratterizzerebbe per il perseguimento di suoi autonomi interessi economici. Una convinzione peraltro non nuova che da tempo viene meccanicamente e pigramente assunta, falsificando i termini reali del rapporto di subordinazione imperialistica che caratterizza da alcuni decenni a questa parte la presente epoca certamente in Italia. Argomenteremo una tesi che va contro un senso comune consolidato nella succitata area, per la quale quella in corso è la "guerra di Clinton e D'Alema" e più in generale è la "convergente azione di imperialismi alleati" alla ricerca di risorse e braccia da sfruttare, per la spartizione delle spoglia di uno degli ultimi lembi di terra presuntivamente refrattario alla globalizzazione capitalistica. Insomma, la solita guerra dei padroni contro i proletari che ne fanno le spese.
La nostra tesi è radicalmente diversa perché non assumiamo in modo fideistico alcun tipo di argomentazione men che meno quel che attenga all'ambito della metafisica, ma ci sforziamo di articolarla attraverso una lettura strutturale e quanto più attenta possibile dei fatti. E questa tesi consiste in ciò, che gli interessi economici delle aziende e del capitale 'italiano' non sono affatto garantiti dall'aggressione criminale contro la Jugoslavia così come non lo furono -e non lo sono, perché l'aggressione è ancora in corso- dalla prima guerra intercapitalistica e monoimperialista del dopo '89/'91 scatenata dagli Stati Uniti nel Golfo. Questi interessi sono anzi fortemente danneggiati, forse compromessi irreparabilmente, come hanno lamentato alcune aziende. Del resto basterebbe leggere e ascoltare in generale la voce dei padroni italiani in merito per prenderne atto.
Chi ritiene che esista una vocazione e una finalità autonoma di un (presunto) imperialismo 'italiano', la penserebbe come Edward Luttwak, consigliere imperialista della Casa Bianca in questioni geostrategiche e militari, che ha più volte affermato che l'Italia svolge una funzione di primo piano in questo conflitto e che se solo lo volesse, questa guerra finirebbe subito. Ma Luttwak lo fa provocatoriamente, proprio perché sa che i segni di tiepidezza politico/diplomatica manifestatisi nel governo D'Alema (indicativi ad esempio la mantenuta apertura dell'ambasciata italiana a Belgrado o le ripetute esternazioni del ministro degli esteri Dini poco gradite all'alleato/padrone Usa, eccetera) riflettono una sorda ostilità del capitale 'italiano' che non ha interessi a confliggere contro la Jugoslavia e più in generale a destabilizzare i Balcani. Mentre D'Alema, quindi, che sinora sta tutelando magnificamente gli interessi del capitale 'italiano' più e meglio di quanto farebbe un Berlusconi, si barcamena, gli Usa vogliono un compattamento assoluto sulle proprie posizioni (e interessi), senza mediazioni o tentennamenti.
Il punto è che, se si ritiene che vi sia un'autonomia di obiettivi dell'imperialismo italiano e che il governo D'Alema persegua -scientemente, volutamente e con convinzione- finalità di primo piano in questo conflitto, si arriva ad un incomprensibile paradosso. E il paradosso è che, per ragioni oscure, l'aggressione l'ha voluta il governo italiano, che notoriamente veicola gli appetiti del capitale 'italiano' non interessato però a confliggere dove già è impiantato e sta crescendo, e che gli Usa abbiano benignamente posto la propria mostruosa macchina militare al servizio degli interessi dell'imperialismo italiano, nonostante l'indifferenza e il disinteresse di gran parte della propria opinione pubblica che, forse, solo in queste settimane sta scoprendo dov'è collocato il Kosovo sulle carte geografiche. Saremmo alla follia delirante! Insomma, quella di Clinton e D'Alema come accoppiata del braccio e della mente è una tesi che non regge e offende l'umana -perlomeno italica- decenza e buon senso. Il che non sminuisce le responsabilità del governo italiano con un D'Alema che di fatto veste i panni da caudillo sudamericano golpista che vìola le stesse regole e modalità formali del funzionamento 'democratico' di questo paese. Solo che la radicale alterità di vedute non può accecare al punto da alterare una corretta lettura dei fatti, necessaria per capire ruoli e funzioni, e presupposto ineludibile per una conseguente ed intelligente comprensione della direzione in cui muoversi.

Se questo è, come riteniamo, lo scenario pur sommariamente descritto che si attaglia allo specifico italiano, correremmo il rischio di ingenerare conclusioni tanto affrettate quanto improprie se non completassimo il nostro ragionamento. Poche righe per un paio di considerazioni. La prima è che la subalternità effettiva non significa l'assoluzione delle responsabilità politiche del ceto politico 'italiano' di destra, di sinistra, di centro, ed in primis, per il ruolo che ricopre, del governo D'Alema. Anzi, è una ragione in più per costruire le condizioni che spazzino via un teatrino delle parti che è in toto portatore di istanze contrarie agli interessi collettivi della nazione italiana, i quali tanto per cominciare si caratterizzano per rapporti di buon vicinato e di non conflittualità con altre nazioni. La seconda -lo abbiamo sempre detto e lo ripetiamo- è che non auspichiamo una vocazione 'indipendente' di potenza dell'Italia di nessun tipo e che, se si manifestasse o anche se solo si profilasse, in uno scenario futuribile allo stato delle cose impensabile, un imperialismo italiano o velleità subimperialiste o forme larvate di esso, ebbene, noi ci schiereremmo assolutamente contro, per le stesse ragioni nazionalitarie che ci portano a combattere quello dominante -statunitense- e quello -'europeo'- in formazione che pure da questa aggressione rischia di uscire fortemente ridimensionato.

La questione degli interessi economici 'italiani' nei Balcani resta uno dei parametri di riferimento decisivi -il più significativo- quale cartina al tornasole delle affermazioni di cui sopra. Ebbene, anche in quest'area la politica estera dei vari governi italiani -sia alla Farnesina sia al Commercio Estero- si è sempre mossa in questi ultimi decenni secondo una logica, peraltro molto discutibile, da Sistema Paese con funzioni di apripista e coordinamento e con programmi di sostegno statale al processo di internazionalizzazione delle imprese 'italiane'. Il che si inserisce certamente in una dinamica di sviluppo capitalista ma non è detto che faccia una politica imperialista. Nei Balcani la presenza italiana è diffusa e con Belgrado le relazioni sono rimaste strette anche quando si è avviata la disgregazione della Jugoslavia. I numeri dell'interscambio con la nuova Jugoslavia non solo sono alti, ma sono andati crescendo in questi ultimi anni, così come il numero degli investitori, nonostante l'Italia abbia aderito nel '92 alle sanzioni contro Belgrado. Negli ultimi sette anni, le aziende di casa nostra non solo vi hanno distribuito le loro merci ma si sono avvalse di imprese locali (particolarmente nella provincia serba della Vojvodina) per la trasformazione di materie prime o semilavorati che venivano ultimati con lavorazioni industriali per essere poi reimportati e venduti tanto in Italia quanto sui mercati terzi. Le ragioni di questo interesse sono principalmente tre: la manodopera a basso costo (con buona pace della retorica sugli interessi nazionali di piena occupazione); le difficoltà dell'economia jugoslava di far fronte a molti bisogni della popolazione dopo anni di guerra; la vicinanza geografica. Il tutto nonostante vi siano una pluralità di condizioni ostative come la scarsa incentivazione alle imprese straniere, forti restrizioni doganali, cambio sfavorevole, sistema bancario scadente, eccetera. Un'attività che è proseguita nonostante le ulteriori sanzioni contro Belgrado decise in relazione agli avvenimenti in Kosovo, che si è contratta notevolmente solo negli ultimi mesi e che ha finito con il bloccarsi solo con l'inizio dell'aggressione Nato/Usa. Non si tratta solo della miriade di piccole e medie imprese -soprattutto del nord est (il che può spiegare le posizioni 'pacifiste' di Bossi)- ma di nomi del calibro di Barilla, Benetton, Lavazza, Diesel, Telecom, Fiat. Se si analizzano poi i diversi tipi di attività in questione, è facile notare come queste siano concentrate nel settore manifatturiero (tessile, legno, fibre sintetiche, apparecchi, macchine, chimica) e nei servizi (telecomunicazioni, soprattutto) che, è noto, esigono mercati in pace.
A questi effetti diretti percepiti da un punto di vista materiale molto negativamente da tutte queste aziende, vi sono poi una serie di effetti indotti, 'di ritorno', che colpiscono il settore turistico della riviera adriatica (già la 'stagione dei congressi' è considerata fallimentare e l'estate è alle porte), il settore della pesca, centinaia e centinaia di miliardi di esportazione già cancellati dalla bilancia commerciale, senza contare i tagli al traffico e ai guadagni delle compagnie aeree e marittime. E lo scenario peggiorerebbe in conseguenza di un allargamento del conflitto nell'area balcanica. Un ulteriore costo riguarda poi il bilancio dello Stato (solo ogni missione di un Tornado è valutata sui 500milioni) e l'emergenza profughi che vede ridottissimi margini di manovra per l'erario di Stato (italiano) strettamente vincolato alle direttive euro della Banca Centrale Europea. Senza parlare poi degli effetti delle devastazioni ambientali, lì localizzabili solo come epicentro, e degli effetti di un'immigrazione massiccia alimentata dai bombardamenti Nato che sforerebbe la logica delle quote di ingresso legate alla valorizzazione (capitalistica) dell'immigrato come "risorsa" come ebbe a dire il governatore di Bankitalia, Antonio Fazio.
L'unica voce 'positiva' può riguardare gli interessi delle aziende 'italiane' di armi, di cui peraltro è tutto da vedere, in questa specifica situazione, il peso effettivo nella spartizione delle commesse sul mercato mondiale degli armamenti, il che comunque non ci sembra possa assolutamente essere vista come voce supplente o dominante del capitale 'italiano'.

Questo sintetico quadro consente di trarre qualche conclusione. Il coinvolgimento politico/militare dell'Italia nel conflitto non è generato dall'emergere di autonome vocazioni imperialiste per la semplice ragione che non vi sono le motivazioni economiche che potrebbero indurre l'insorgere di tale tendenza (e tantomeno le premesse militari per sostanziarle). Gli interessi economici delle aziende e del capitale 'italiano' sono sempre stati diversi e diversamente garantiti rispetto a quelli del resto dei paesi industriali avanzati, essendo quella italiana un'economia industriale di trasformazione. Il presunto imperialismo italiano -nei Balcani come nel Golfo Persico e a suo tempo in Somalia- si è manifestato mai di propria iniziativa e sempre al seguito (e malvolentieri) o per conto (Albania) dell'alleato-padrone, come supporto politico/militare e militare logistico all'imperialismo statunitense. La tesi dell'operante o anche solo nascente imperialismo italiano è una colossale mistificazione, pericolosa perché indurrebbe a credere che l'Italia, sia pur in una direzione capitalistica, si stia rendendo autonoma dagli Usa. Quanto scaturisce da una lettura attenta dei fatti ci dice l'esatto contrario. Diciamo qualcosa di più. Non esiste un imperialismo italiano, come non ne esiste alcun altro in grado -attualmente- di ipotizzare nemmeno la messa in discussione dell'unico centro imperialistico esistente sul pianeta che è solo quello statunitense, a fronte di una esistente conflittualità economica in corso tra una pluralità di poli capitalistici. In quest'ultimo decennio l'amministrazione statunitense, per i mutati scenari strategici planetari (implosione dell'Urss e crescita antagonista di poli capitalistici soprattutto nel vecchio campo occidentale), ha deciso di utilizzare tutto il peso del suo monopolio militare funzionalizzato come volàno per la ripresa dell'economia Usa e dei suoi gruppi imprenditorial/finanziari nella competizione intercapitalistica in atto. È questo lo scenario attuale nel quale, secondo noi, l'assunzione della scelta strategica della lotta di liberazione nazionale, certamente nella vecchia Europa, può rappresentare un vettore di resistenza all'unico imperialismo attualmente esistente e una possibile riscrittura radicale di un modello economico e sociale altro da quello dell'insieme policentrico capitalistico dominante di quest'epoca.

Francesco Labonia

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