IL PROBLEMA DELL’INDIPENDENZA

 

-elementi di riflessione sul delicato e necessario passaggio

dalla cultura dell’indipendenza alla politica dell’indipendenza-

 

 

 

1. La bancarotta della cultura contemporanea ed il Ventesimo Secolo visto come un sanguinoso incidente di percorso sulla via provvidenziale alla globalizzazione.

2. La necessità dell’abbandono integrale della dicotomia Destra/Sinistra e l’indispensabile riorientamento gestaltico.

3. Il partito-giornale la Repubblica e la progressiva acculturazione ultracapitalistica del socialconfusionario “popolo di sinistra”.

4. Il partito-giornale il Manifesto, sacerdote trentennale della religione consolatoria della Sinistra Introvabile.

5. La Cosa Pci-Pds-Ds, vettore politico e culturale principale della globalizzazione imperiale ed avversario principale di ogni politica e di ogni cultura dell’indipendenza.

6. Rifondazione Comunista, il ghetto della protesta istituzionale e la sua incurabile ed irriformabile subalternità gravitazionale. Le sette metafisiche parallele, sorgente di sterilità permanente.

7. Il primo elemento irricevibile ed inaccettabile della tradizione della Destra: la fuga all’indietro della rivendicazione storica.

8. Il secondo elemento irricevibile ed inaccettabile della tradizione della Destra: la fuga in avanti della pretesa comunità geopolitica euroasiatica unitaria.

9. Conclusioni. Dalla globalizzazione alla mondializzazione. Dalla dipendenza all’indipendenza. Dalla cultura alla politica.

 

Il lettore abituale di questa rivista sa ormai molto bene che il problema dell’indipendenza non è qualcosa di puramente culturale o geopolitico, ma è anche e soprattutto qualcosa di storico e di politico. In questo momento, si tratta di qualcosa che è confusamente presente nella coscienza implicita di molti, mentre solo pochi ne hanno anche una coscienza esplicita. I “pochi” non potrebbero mai diventare “molti”, se nei molti non ci fosse già, sia pure linguisticamente e concettualmente poco elaborata, un’esigenza politica e culturale (ed anche economica e sociale) che non trova però corrispondenza e rappresentanza nei ceti che monopolizzano l’espressione culturale politicamente corretta. Il politicamente corretto è dunque un vero e proprio macigno che ostruisce la strada della comunicazione, e si configura purtroppo come un  nemico strategico per la costruzione di una nuova identità, di una nuova cultura e di una nuova politica.

Tutto questo è già avvenuto molte volte nella storia, e non bisogna farsi cogliere dal pessimismo e dalla disperazione. Già Kant sapeva che lo scontro fra le visioni del mondo antitetiche ed inconciliabili è un Kampfplatz, un campo di battaglia. Non è possibile evitare la battaglia delle idee. I nostri avversari non ci regaleranno nulla, e ci faranno sudare tutto. Personalmente, mi aspetto all’incirca quattro stadi successivi della loro tattica nei nostri confronti: ignorarci prima; poi diffamarci, quando sarà ormai impossibile ignorarci; poi scendere a compromessi, quando ormai la “massa critica” culturale e politica di quanto diciamo sarà grande; infine accettare il terreno che noi proponiamo, integrato ovviamente dagli apporti positivi recepiti nel corso di questo lungo prevedibile scontro. Da come la vedo io, stiamo ancora nel passaggio fra il primo ed il secondo stadio: la strategia del silenzio è ancora dominante, ma è possibile che si sia già al limite della prossima e probabile diffamazione. Essa dovrebbe essere vista come qualcosa di sgradevole, ma anche come un buon segno. Il segno che qualcosa comunque comincia a maturare.

La prima metà dell’anno 2000 in Italia ha visto alcuni eventi, certo secondari e non strategici, ma comunque positivi per la creazione di un “campo di legittimità” per la nostra prospettiva. In estrema sintesi, mi limiterò a segnalarne tre. Essi non sono affatto “epocali”, anzi. Ritengo tuttavia che essi nell’essenziale vadano in una direzione positiva.

Il 16 aprile 2000 le elezioni amministrative delle regioni italiane hanno visto la sconfitta, indiscutibile e sonora, della coalizione di governo del centro-sinistra, il vettore politico privilegiato della piena subordinazione del paese agli Usa ed alla Nato (fino alla recente guerra del Kosovo del 1999). Il cinico baffetto ex-comunista Massimo D’Alema, che già faceva dichiarazioni di arrogante bonapartismo decisionista, ha dovuto rassegnare le dimissioni, e mira ad un riciclaggio politico personale futuro sulla base di una mediazione bonapartistica da raggiungere mediante una Fondazione extra-partitica. Con le sue dimissioni cade per un periodo probabilmente medio-lungo ogni pretesa alla centralità politica di comando del personale politico mercenario Pci-Pds-Ds, vettore privilegiato dell’americanizzazione culturale e politica e quindi di conseguenza nemico strategico di ogni indipendenza nazionale italiana. Si tratta di un evento incondizionatamente positivo.

Il 21 maggio 2000 il ricatto referendario che infestava il paese da quasi un decennio è stato definitivamente sconfitto, e la banda mercenaria transnazionale del Partito Radicale, il duo spiritato ed allucinato Pannella-Bonino, il notabile sardo trombato Mariotto Segni e lo sbirro gocciolante di sudore Antonio Di Pietro hanno subìto una provvidenziale sconfitta strategica. Si è trattato della sconfitta del tentativo di americanizzazione diretta e totalitaria dello spazio politico parlamentare italiano, tentativo teso a scavalcare il ceto politico professionale dei partiti (pur sempre lontanamente legato alla rappresentanza di interessi sociali, sia pure con lo sgradevole accompagnamento dell’incompetenza e della corruzione individuale e di gruppo) in favore di un personale politico direttamente dipendente, senza alcuna mediazione intermedia, dalle oligarchie finanziarie transnazionali. Si tratta di un evento incondizionatamente positivo.

Nel giugno 2000, infine, sono caduti gli ultimi teoremi giudiziari di Mani Pulite contro Berlusconi, residuo di quel vero e proprio colpo di stato giudiziario permanente che da quasi un decennio stava ricattando non solo alcuni politici presi di mira (e non altri, presumibilmente altrettanto colpevoli), ma la politica in generale, cioè la possibilità di fare politica senza il ricatto di alcuni magistrati autonominatisi coscienza morale del paese. In proposito, non è decisivo il dilemma se Mani Pulite sia il frutto di un’autonoma decisione di alcuni giudici coraggiosi oppure di un complotto extra-parlamentare accuratamente preparato e messo in atto sull’onda di alcune sopraggiungenti condizioni esterne (crollo del campo socialista, vittoria elettorale di Bossi, eccetera). In ogni caso, anche supponendo che sia corretta la prima ipotesi (ma io ovviamente credo assai più alla seconda), si tratta comunque di un colpo di stato extra-parlamentare, che ha per alcuni anni seriamente inquinato la rappresentanza democratica in Italia. Anche chi pensa che sia stato qualcosa di virtuoso (e non di vizioso, come penso fortemente io), dovrà ammettere che c’è qui qualcosa di profondo che non va. Ma chi crede alla provocatrice internazionale Carla Dal Ponte, che assolve la Nato ed accusa la Jugoslavia multinazionale, e si compiace del Watergate e del caso Levinsky, eccetera, non ha evidentemente capito che oggi lo svuotamento della decisione democratica e popolare, buona o cattiva che sia, avviene sulla base sistematica di due strumenti, quello economico (la globalizzazione finanziaria) e quello giudiziario (la messa sotto accusa dei cattivi, definiti tali dalle oligarchie imperiali e dai loro servi). Non è certo per berlusconismo (ma andiamo!) che diciamo che si è trattato di un evento incondizionatamente positivo.

Possiamo dunque passare ad una analisi culturale e politica, il cui oggetto è una sorta di “mappatura” preliminare che dovrebbe consentirci, alla fine di questa sommaria “mappatura” stessa, di determinare quale sia l’attuale stato dell’arte, cioè il possibile passaggio da una cultura dell’indipendenza ad una vera e propria (sia pur embrionale) politica dell’indipendenza. I successivi paragrafi saranno necessariamente brevi, quasi telegrafici, ma questo è dovuto sia a ragioni di spazio sia al fatto che ho desiderato esprimermi consapevolmente in modo sintetico. Queste note non sono infatti indirizzate a “dare la linea” ad un (ancora inesistente) movimento politico nazionalitario di indipendenza, ma ad adempiere ad un compito preliminare, che consiste nell’esplorazione e nella conoscenza del terreno.

 

1. La bancarotta della cultura contemporanea ed il Ventesimo Secolo visto come un sanguinoso incidente di percorso sulla via provvidenziale alla globalizzazione.

 

Prima di iniziare l’analisi e la discussione sui problemi della costruzione di una cultura e di una politica dell’indipendenza è necessario prendere atto fermamente di un fatto che non è possibile in alcun modo rimuovere o censurare: ed il fatto è che noi viviamo oggi in un’epoca di Oscurantismo e di Anti-illuminismo egemone e dominante in un certo senso inedito da almeno due secoli (ed in realtà da tre e forse quattro). Quando nel passato si sono verificati fenomeni culturali di vero e proprio oscurantismo “pesante” (faccio qui i due esempi delle persecuzioni ecclesiastiche a Galileo e della cultura razzista del nazismo di Hitler) vi erano però anche delle opposizioni robuste ed organizzate per contrastarlo. Ma oggi, almeno in questo momento, non è più così. Oggi la comunità universitaria, compreso quella “radicale”, il circo mediatico giornalistico e televisivo, comprendendo anche i settori maggioritari del pacifismo istituzionale, dell’ecologismo governativo e del femminismo partitico-accademico (e dunque i tre settori essenziali della Sinistra Politicamente Corretta), ed in generale la “cultura dei colti”, intesa come il senso comune diffuso fra chi ha accesso alle fonti di cultura “normalizzata”, sono interamente sottomessi al punto di vista delle nuovi classi dominanti, le oligarchie finanziarie e le direzioni strategiche di impresa. Questo dà luogo ad una situazione inedita, che definirei in prima approssimazione di oscurantismo globalizzato. Questa severa definizione merita alcune considerazioni di chiarimento.

Ho recentemente parlato con un amico “colto”, che cercava di comunicarmi la sua indignazione del fatto che si prendesse tanto sul serio il cosiddetto terzo segreto di Fatima. Egli vedeva questo come un preoccupante sintomo di irrazionalismo, fondamentalismo religioso e ritorno al peggiore Medioevo visionario ed apocalittico. Ma, appunto, qui sta il cuore della questione. Quella che dovrebbe essere l’alternativa all’oscurantismo, la cultura laica di tipo universitario, è oggi unificata da una interpretazione dominante del secolo XX, per cui il Novecento, teatro di guerre, totalitarismi ed utopie sanguinose naziste e comuniste, eccetera, è stato in definitiva una sorta di spiacevole incidente di percorso sulla via ragionevole e provvidenziale di una unificazione ultracapitalistica del mondo, la cosiddetta globalizzazione economica e culturale.

Questa concezione, sia pure presentata con l’ausilio di sofisticate argomentazioni tratte da Nietzsche e da Heidegger, è infinitamente più oscurantistica ed irrazionalistica dello stesso terzo segreto di Fatima. Eppure essa è presentata come il culmine dell’esperienza della razionalità occidentale. Fino a che questo odioso blocco culturale non verrà spazzato via (è infatti impossibile limitarsi ad “aggirarlo”) non esiste via di uscita per la cultura contemporanea.

 

2. La necessità dell’abbandono integrale della dicotomia Destra/Sinistra e l’indispensabile riorientamento gestaltico.

 

Quando parliamo di oscurantismo globalizzato che interpreta il XX secolo in chiave di un tragico ed utopisticamente sanguinoso incidente di percorso sulla strada obbligata dell’unificazione ultracapitalistica del pianeta, ed in questo modo raggiunge di fatto una vetta di irrazionalismo tale da far apparire scientifica la stessa profezia di Fatima, intendiamo alludere soprattutto alla cultura oggi egemone, che ha fuso insieme la divulgazione del circo mediatico con la specializzazione rincretinente della cultura universitaria ed accademica. Questa cultura oggi egemone fonde insieme ciò che un tempo era chiamato economia di destra (neoliberismo), politica di centro (decisionismo tecnocratico deideologizzato) e stile di vita di sinistra (liberalizzazione totale dei comportamenti e confinamento della religione a risarcimento psicologico per la totale insensatezza della vita o a richiamo per il solidarismo assistenziale ed il perdonismo sistematizzato, con la sola eccezione del nazismo antisemita e dello stalinismo hard). Si capisce dunque che ogni orientamento culturale e politico in base alla dicotomia Destra/Sinistra è falso, fuorviante, inutile, dannoso e quasi sempre anche ingenuamente ridicolo.

È necessario un vero e proprio riorientamento gestaltico per uscire da questa tragicomica impasse. Il termine riorientamento gestaltico significa che bisogna abituarsi a vedere un’altra cosa dove percepiamo un oggetto che siamo condizionati a vedere in un certo modo. Nel cosiddetto cubo di Necker è possibile vedere due cubi completamente diversi, l’uno abbassato e l’altro rialzato, anche se apparentemente l’immagine disegnata è la stessa. Nella cosiddetta reversibilità di Jestrow l’immagine disegnata è unica, però cambiando punto di vista per guardarla si può riconoscere una papera oppure un coniglietto, ed il becco dell’una diventa le orecchie dell’altro. Si tratta di cose assolutamente familiari ed elementari per tutti coloro che hanno una pur minima conoscenza della psicologia.

Il ritardo ad abbandonare completamente l’obsoleta dicotomia Destra/Sinistra non è assolutamente dovuto soltanto a stupidità o pigrizia. Da un lato, si tratta di un delicatissimo problema di identità individuale e collettiva, il cui abbandono può essere percepito come una vera e propria “morte” culturale e politica, perché ne va del proprio rapporto con il passato, individuale o familiare. Dall’altro, vi sono giganteschi apparati giornalistici e culturali che sono impegnati giornalmente e settimanalmente per impedirlo e renderlo impossibile. La dicotomia Destra/Sinistra, infatti, è il modo ad un tempo normale ed illusorio, fisiologico e patologico, eccetera, in cui si struttura l‘immaginario politico nel campo orizzontale della fase borghese/proletaria della società capitalistica, la fase che ha seguito la strutturazione verticale dell‘immaginario politico medioevale, feudale e signorile, e che ha preceduto l’attuale strutturazione neoverticale del presente capitalismo senza borghesia e senza proletariato.

Il presente capitalismo (globalizzato o postoccidentale o postmoderno o nelle decine di modi in cui vogliamo chiamarlo) è neoverticale in quanto propone un’unica piramide planetaria unificata da un impero americano che ha il monopolio della violenza strategica aerea e nucleare. Al vertice di questa piramide ci sta una sorta di nuova nobiltà imprenditoriale e finanziaria, sotto cui vi sta una nuova classe media globale identificata dall’accesso mercantile ai consumi, e sotto cui infine vi sta un’immensa massa multicolore e benettoniana di lavoro “astratto”, flessibilizzato, precarizzato e costituito dal suo accesso alla cosiddetta “rete” (web).

La cultura di Sinistra, ipnotizzata e rincoglionita dalla dicotomia apparente Destra/Sinistra, non capisce letteralmente nulla della natura culturale e politica di questa inedita situazione. Questo è il motivo per cui essa non capisce assolutamente nulla di quello che intendiamo per indipendenza, che è appunto il distacco dal “campo globalizzato” in cui questa cultura si autopercepisce e situa se stessa. Ed è questo il motivo, purtroppo, per cui essa è al presente l’avversario principale, in quanto in Italia il termine di Sinistra è quasi diventato sinonimo del termine di Cultura, a causa della situazione specifica della storia italiana della seconda metà del Novecento, caratterizzata dalla spartizione di compiti fra governo ed opposizione (economisti ed industriali a destra, intellettuali a sinistra).

 

3. Il partito-giornale la Repubblica e la progressiva acculturazione ultracapitalistica del socialconfusionario “popolo di sinistra”.

 

Il partito-giornale la Repubblica ha ormai venticinque anni, un quarto di secolo. Il miliardario laico e narcisista Eugenio Scalfari, che ne ha determinato la linea politica e culturale, può meritatamente vantarsi di aver contribuito a fare qualcosa di storico, e non solo di congiunturale. Mentre infatti i tradizionali giornali della borghesia italiana (il cui massimo esempio è stato ovviamente il milanese Corriere della Sera) hanno piuttosto segnalato ed incarnato l’unità complessiva di direzione delle classi dominanti in tutti i passaggi critici della storia del paese, la Repubblica non ha esercitato questo compito, ma ha piuttosto accompagnato la progressiva acculturazione (i sociologi cattolici direbbero piuttosto “inculturazione”) capitalistica di amplissimi settori sociali, professionali e soprattutto generazionali (la generazione di “sinistra” italiana degli anni Sessanta e Settanta) che partivano in gran parte da una precedente identità confusamente ispirata alla cultura socialista, comunista ed extraparlamentare (dal Psi al Pci, da Lotta Continua ad Avanguardia Operaia, eccetera). Si è trattato di una funzione di acculturazione importantissima, quasi inestimabile, di cui il miliardario laico narcisista Scalfari può essere legittimamente fiero. A dire il vero, ciò che ha fatto molto bene Scalfari era già stato genialmente previsto fin dai primi anni Sessanta dal filosofo cattolico Augusto Del Noce, che aveva già acutamente compreso che la logica culturale interna dello storicismo immanentistico del cosiddetto marxismo italiano (più esattamente dell’ideologia picista, il volgare salsiccione scambiato per il nobile pensiero di Antonio Gramsci) l’avrebbe sempre più portato verso l’adesione alla “società radicale”, cioè appunto all’ultracapitalismo senza Dio e senza identità nazionale che alberga nel cuore di tutti i banchieri e gli speculatori.

Eugenio Scalfari (in piena sintonia con quanto fecero a suo tempo i gesuiti della Controriforma) non si è mai occupato del settore popolare, operaio ed “incolto” del popolo di sinistra, abbandonandolo ai giornali sportivi, alla televisione-spazzatura ed alla frammentazione sociale dovuta ai mutamenti produttivi e tecnologici. Egli si è intelligentemente concentrato sul cosiddetto “settore colto” del “popolo di sinistra” italiano, portandolo per mano alla integrale secolarizzazione capitalistica globalizzata fatta passare per virtuoso ed intelligente superamento delle utopie regressive socialiste e comuniste. La Repubblica è stata a tutti gli effetti l’Unità del nuovo ceto medio di sinistra, e ne ha influenzato la mentalità ed i comportamenti di costume, politici ed elettorali. Gli innumerevoli supplementi di Repubblica, da quelli semicolti (l’Espresso), a quelli supercolti (la rivista filosofica Micromega) hanno semplicemente obbedito ad una divisione del lavoro, cioè del target e del bacino d’utenza dei lettori.

In tutti i momenti critici della vita nazionale (dall’adesione nel 1991 alla guerra del Golfo all’adesione nel 1999 alla guerra Nato contro la Jugoslavia, dalla sponsorizzazione del colpo di stato giudiziario di Mani Pulite all’isterica promozione del sistema elettorale americano maggioritario, dall’appoggio politico al gruppo di mercenari Pci-Pds-Ds fino alla riduzione sistematica dell’eredità di sinistra italiana al solo antiberlusconismo ossessivo, eccetera), la Repubblica, o meglio il partito-giornale che essa ha rappresentato, è sempre stata l’avversario culturale principale non solo di ogni elementare cultura di tipo nazionalitario, ma anche di qualsiasi cultura e politica di indipendenza. Si tratta del profilo culturale peggiore che si possa concepire ed immaginare. Per fortuna, si notano incoraggianti segnali di indebolimento della sua egemonia, e la prima metà dell’anno 2000 ne ha dato esempi esilaranti (cito qui solo il demenziale appoggio culturale al concorsone Berlinguer per frammentare ed umiliare gli insegnanti italiani), anche se questo partito-giornale ha già in un certo senso vinto, avendo adempiuto brillantemente al suo compito storico.

 

4. Il partito-giornale il Manifesto, sacerdote trentennale della religione consolatoria della Sinistra Introvabile.

 

Se la Repubblica ha già venticinque anni, un quarto di secolo, il Manifesto ne ha addirittura trenta. In questa sede, non intendo affatto discutere del lavoro di suoi singoli giornalisti. Come è evidente, ce ne sono stati e ce ne sono di ottimi, e ce ne sono stati e ce ne sono di pessimi, in senso sia giornalistico sia culturale e politico. Come alcuni sanno, il Manifesto nacque nel 1970 da un gruppo di dissidenti di “sinistra” espulsi dal vecchio mastodonte Pci. Fra gli “espulsori” ci stavano anche i giovani burocrati Massimo D’Alema e Fabio Mussi, di cui invito a rileggere gli esilaranti discorsetti conformistici di ipocrita espulsione, testi assolutamente essenziali per comprendere la natura antropologica del verme metamorfico Pci-Pds-Ds nelle sue “scissioni” successive (nel senso zoologico vermiforme, non certo nel nobile senso politico).

Ho rilevato nel paragrafo precedente che la continuità storica dei venticinque anni di Repubblica sta nell’avere accompagnato progressivamente l’acculturazione capitalistica del popolo colto di sinistra, portandolo dall’ideologia moderna dello storicismo picista all’ideologia postmoderna della globalizzazione capitalistica. In questo senso, ho riconosciuto che la scommessa di Eugenio Scalfari è (purtroppo) pienamente riuscita. Nello stesso modo, anche i trent’anni del Manifesto sono caratterizzati da una sostanziale ammirevole continuità storica, che ha sempre solidamente sorretto le piccole svolte e le irrilevanti discontinuità tattiche e politiche. Questa robusta continuità storica si fonda sulla riconduzione sistematica di tutti i dissensi, le proteste, le divergenze, i contrasti, i conflitti, eccetera, all’universo gravitazionale della Sinistra, individuata come il solo punto archimedico di cultura e senso del mondo e della storia. Certo, l’adempimento di questo ammirevole compito fu svolto talvolta in modo grottescamente servile verso il mastodonte Pci-Pds-Ds, come ad esempio nel periodo della nascita del partito della Rifondazione Comunista (1989-1991), in cui il Manifesto si distinse per il suo ingraismo mistico ed onirico e per la sua ostilità a questa ipotesi di rifondazione. Ma sarebbe ingiusto limitarsi a queste miserie da politicanti. Ciò che è invece necessario sottolineare è la continuità trentennale del Manifesto, non le svolte, le bizze e gli incidenti di percorso. E questa continuità è ferrea, e vive tutta dentro un motto politico-filosofico: al di fuori della Sinistra non c’è Salvezza, il solo Senso del Mondo è a Sinistra.

Sarebbe dunque ingiusto e semplificatore identificare troppo sommariamente la cultura ispiratrice della Repubblica e del Manifesto. La prima infatti ha giocato un ruolo determinante nella acculturazione positiva di tipo ultracapitalistico rivolta ad un “bacino culturale” di popolo di sinistra alfabetizzato, mentre il secondo ha gestito la protesta impotente verso questo gigantesco processo riconducendola al modello abituale ed innocuo del lamento di sinistra (non vogliamo morire democristiani, dite per favore qualcosa di sinistra, ed altre simili idiozie). Dal punto di vista però della costruzione di una nuova cultura politica dell’indipendenza gli esiti dei due partiti-giornali sono purtroppo convergenti: dannosità nel primo caso, inutilità nel secondo. Detto in questo modo telegrafico, questo giudizio potrà sembrare ingeneroso ed eccessivo. Non è così. Sono infatti convinto che quando uno storico serio del futuro darà un motivato giudizio complessivo sul trentennio 1970-2000 inteso come un tutto coerente, e farà un bilancio della lotta delle idee al di là delle congiunture nervose dell’attualità giornalistica immediata, quanto ho detto in questi due ultimi paragrafi sembrerà addirittura benevolo ed al di sotto della realtà.

 

5. La Cosa Pci-Pds-Ds, vettore politico e culturale principale della globalizzazione imperiale ed avversario principale di ogni politica e di ogni cultura dell’indipendenza.

 

È triste dover ricorrere ad Achille Occhetto ed a Silvio Berlusconi per la precisa connotazione categoriale della forza politica degli attuali Ds, ma è necessario farlo, ed il lettore se ne renderà conto anche solo in base alle sommarie considerazioni che farò in questo paragrafo. Achille Occhetto, ultimo segretario del Pci e primo segretario del Pds, definì correttamente La Cosa l’ibrido che stava pilotando nel cruciale triennio 1989-1991, in cui il crollo dei sistemi statuali e politici del comunismo storico novecentesco fu identificato con il crollo dell’utopia scientifica di Marx, ed il personale politico professionale del vecchio mastodonte Pci dovette cambiare velocemente la ragione sociale e la produzione della loro azienda: dalla via italiana al socialismo alla gestione mercenaria di un’economia ultracapitalistica globalizzata. Silvio Berlusconi, leader del Polo vincitore delle elezioni del 1994 e silurato dal ribaltone congiunto di Umberto Bossi e di Oscar Luigi Scalfaro, definisce correttamente Pci-Pds-Ds il salsiccione metamorfico diretto prima dal cinico baffetto bombardatore D’Alema e poi dal banale buonista malvagio Veltroni. Trascurando qui sia Occhetto sia Berlusconi vorrei sostenere che il salsiccione metamorfico prima evocato è effettivamente l’avversario principale di ogni cultura e di ogni politica dell’indipendenza, e soprattutto fare ciò che i greci chiamavano logon didonai, cioè darne brevemente le ragioni.

Il vecchio Pci (1921-1991) non era ovviamente un partito come gli altri, perché era un modello di partito comunista novecentesco, sia pure con caratteristiche peculiari e specifiche (ma non anomale). Si trattava infatti di un partito ideologico e di un partito teleologico, cosa che gli altri partiti assolutamente non erano. Il Pci era un partito ideologico perché legittimava gli orientamenti della sua pratica politica, sia congiunturale che tattica che strategica, sul fondamento di un corpo organico di pensiero che ambiva alla triplice definizione di scienza, filosofia ed ideologia. Come è noto, questo corpo organico di pensiero era il marxismo, integrato o meno con apporti anteriori e posteriori (Machiavelli, Lenin, Gramsci, eccetera). Il Pci era anche un partito teleologico, perché la sua prassi tattica era legittimata in base ad un orientamento finalistico correlato con una scansione stadiale in fasi di avvicinamento progressivo di tipo storico. Il fine era il comunismo, cui ci si avvicinava mediante la democrazia progressiva, le riforme di struttura, il socialismo, eccetera. Bisogna comprendere che le due determinazioni ricordate di partito ideologico e teleologico sono decisive per capire anche alcuni “effetti collaterali” che ne seguivano, dal metodo dell’unanimità e del centralismo democratico all’antropologia dell’intolleranza, del complotto e del sospetto diffusa capillarmente fra i militanti (compagni, il nemico ci ascolta e paga i nostri dissidenti, che sono come pidocchi sulla criniera di un nobile cavallo -letterale, Togliatti dixit).

Un partito costruito su di un doppio fondamento ideologico e teleologico non potrebbe in teoria sopravvivere al crollo totale della sua ideologia e della sua teleologia. Se però ci immaginiamo, con la sola analogia possibile, una Chiesa il cui Papa dichiara apertamente che Dio non esiste e che pertanto tutta la complessa gerarchia di cardinali, vescovi, teologi, suore, pretoni e pretini potrebbe tranquillamente essere sciolta, possiamo avvicinarci vagamente a quanto è successo. Di fronte ad un Papa che dichiara che Dio non esiste sono presumibilmente possibili due vie simultanee. Primo, una parte dell’apparato e dei fedeli continua a sostenere che invece Dio esiste e loro vogliono anzi rifondare la stessa religione (ed è il caso di Cossutta e Bertinotti dopo il 1991). Secondo, una parte ancora maggiore dell’apparato e dei fedeli direbbero che anche se Dio non esiste la povertà, la miseria, l’infelicità ed il bisogno insopprimibile di miracoli continuano ad esistere, ed allora bisogna continuare anche in assenza di qualunque garanzia metafisica e soprannaturale.

Ebbene, questa analogia non funziona. L’apparato politico ex-comunista non è infatti assimilabile ad un corpo di preti senza Dio, che però conserverebbero comunque una tensione etica e filosofica autonoma. Nel caso dell’apparato politico professionale ex-comunista (che il cinico baffetto bombardatore D’Alema rappresenta in modo eccezionalmente realistico) si ha a che fare con un nichilismo politico particolare, incentrato sulla consumazione progressiva dell’esperienza della morte di Dio. In termini sintetici, non si ha a che fare con teologi alla Feuerbach ed alla Marx (Dio non esiste, ed occorre costruire la società su di un altro fondamento), ma con gli Ultimi Uomini alla Nietzsche (Dio è morto, c’è solo il Nulla, ed occorre affermare nel Nulla la nostra volontà di potenza senza fondamenti).

Il lettore mi scuserà questa lunga divagazione filosofica, ma essa è necessaria per comprendere che il personale politico mercenario di un partito originariamente fondato in modo ideologico e teleologico, e poi investito dall’esperienza del nichilismo, è qualcosa di particolare, che dà luogo ad una feccia umana ed antropologica imparagonabile con qualunque altra. Nello stesso tempo, vorrei distinguere tre livelli distinti di questo partito, in cui il pesantissimo termine di “feccia” è riservato solo al primo livello, e non certo agli altri due qui ricordati.

Il primo livello del salsiccione metamorfico della Cosa Pci-Pds-Ds è composto realmente da una vera e propria feccia. Si tratta di una burocrazia professionale priva di coscienza infelice e di riferimento teologico, esperti professionali in mediazione ed in consenso organizzato. Si tratta dell’Ultimo Uomo nicciano, che sa che Dio è morto e per questo tutto ormai è possibile. I suoi intellettuali incarnano direttamente, senza più mediazioni, l’amministrazione della Retorica del Nichilismo che ha oggi sostituito la pratica dialogica della Filosofia, e non hanno pertanto altra cultura che quella dell’americanizzazione imperiale e della globalizzazione accompagnata da riti di espiazione e di pentimento per gli spiacevoli incidenti di percorso ideologici e teleologici del Novecento. Questo livello esprime una delle più terribili crisi culturali complessive degli ultimi secoli, e con esso nessun compromesso è possibile. Esso influenza purtroppo gran parte del mondo giornalistico ed universitario.

Il secondo livello di questo salsiccione metamorfico è composto da strati di lavoratori salariati, più o meno sindacalizzati, operai, impiegati e tecnici, che non sono ovviamente in nessun modo nemici, e neppure avversari. Si tratta di ceti sociali minacciati direttamente dalla precarizzazione e dalla flessibilizzazione del lavoro salariato, che hanno vissuto due decenni di sconfitte sociali continue (1980-2000), ed hanno ormai introiettato una specie di minimalismo depressivo collettivo e permanente. Essi non sperano più nulla, se non di evitare il peggio. In termini sintetici, la loro filosofia è una specie di almenismo e di menopeggismo. Sappiamo bene che anche Veltroni e D’Alema vogliono colpirci e farci vivere peggio, ma almeno forse sono meno peggio di Berlusconi e ci colpiranno un po’ meno. Questo minimalismo sociale depressivo è frutto di una sconfitta generazionale introiettata, e non è dunque scalfibile con argomenti. Dal momento che un’esperienza di vittoria è altamente improbabile, ci vuole almeno un’esperienza di resistenza positivamente conclusa.

Il terzo livello di questo salsiccione metamorfico è composto da quel vastissimo ceto medio globale di insegnanti, impiegati, medici, eccetera, che si definiscono in modo prevalentemente culturale (un tempo si sarebbe detto “sovrastrutturale”), per cui l’antiberlusconismo è identificato con la difesa di una certa qual cultura che vuole galleggiare socialmente in mezzo all’involgarimento convergente della televisione-spazzatura e dei nuovi ricchi del sommerso, del lavoro autonomo ed in generale dei soldi fatti in fretta in modo più o meno mafioso. In questo senso, l’antiberlusconismo non è affatto una spontanea reazione di semicolti indispettiti dal Cavaliere, dalle sue duecento barche, dalle sue quattrocento piscine, dalle forchette d’oro e dalle poltrone di fantozziana pelle umana. L’antiberlusconismo è stata la principale ideologia degli anni Novanta in Italia, costruita con il sapiente concorso di elementi di vario tipo.

Così come il menopeggismo negli strati popolari abbandonati ai giornali sportivi ed alla televisione-spazzatura, nello stesso modo l’antiberlusconismo degli strati semicolti, colti e supercolti sono due ideologie di legittimazione, la prima immediata e spontanea, la seconda sapientemente costruita. In entrambi i casi, però, non si ha a che fare per nulla con una feccia sociale di mercenari, come nel caso dell’apparato nichilista Pci-Pds-Ds, ma con il dramma storico e culturale di due strati sociali bastonati da una sconfitta storica e disorientati dalla caduta di quasi tutti i loro precedenti parametri (sia ideologici che teleologici) di riferimento. Questi due decisivi strati sociali sono in realtà i destinatari privilegiati di una cultura e di una politica di indipendenza. Occorre saperlo, e liberarsi da ogni atteggiamento di sterile ed antipopolare disprezzo e supponenza, in quanto si tratta di possibili futuri alleati strategici.

 

6. Rifondazione Comunista, il ghetto della protesta istituzionale e la sua incurabile ed irriformabile subalternità gravitazionale. Le sette metafisiche parallele, sorgente di sterilità permanente.

 

Il Partito della Rifondazione Comunista, fondato agli inizi del 1991, ha già ormai quasi dieci anni. Dieci anni sono un periodo di tempo storicamente sufficiente per fare un primo bilancio sensato. Ed il primo bilancio sta in ciò, che Rifondazione fu fondata appunto da un gruppo di anziani dirigenti del vecchio Pci proprio per impedire che una base di militanti delusi ed indignati ed un bacino elettorale massimalistico e protestatario privato del precedente feticcio-salsiccione potessero sbandare verso posizioni estremistiche, quelle che il mastodonte aveva scoraggiato ed impedito per mezzo secolo. Ed il bilancio sta ancora in ciò, che, in tutte le occasioni fondamentali in cui si trattava di appoggiare strategicamente la banda dei nichilisti politici, Rifondazione ebbe due scissioni di destra maggioritarie nei gruppi parlamentari (1995 per appoggiare il governo Dini e 1998 per appoggiare il governo D’Alema). Ed il bilancio sta ancora in ciò, che il confuso massimalismo verbale di Fausto Bertinotti, erede del verbalismo innocuo del sindacalismo metalmeccanico e del vecchio e sciagurato Psiup (1964-1972), ha fino ad oggi sempre sistematicamente coperto l’appoggio elettorale alle sinistre ultracapitalistiche e filoimperiali di governo, o nella forma della contrattazione degli eletti in un’unica lista concordata o nella forma ancora più ipocrita della cosiddetta “desistenza”, del “voto a sinistra” e del “voto contro le destre”. È dunque chiaro come il cristallo che in campo politico Rifondazione esercita la stessa identica funzione esercitata in campo culturale e giornalistico dal Manifesto, verso il quale il confusionario autodidatta Bertinotti prova una vera soggezione ed un deplorevole complesso di inferiorità tipico del triste rapporto sindacalisti massimalisti / vati ed intellettuali della sinistra. Ed è allora altresì chiaro come il cristallo che per questa ragione Rifondazione non serve purtroppo praticamente a nulla per far sedimentare gli elementi culturali minimi per una politica di indipendenza.

A proposito di Rifondazione c’è un modo sbagliato di analizzare le cose, che rende poi impossibile capirne l’essenza. Rifondazione potrebbe infatti essere accusata, da “destra”, di una cosa tanto estremistica ed utopistica come la ricostruzione di un partito ideologico e teleologico di tipo neocomunista, e da “sinistra” di una cosa tanto sgradevole ed opportunistica come la gestione di un partito menopeggista ed antiberlusconiano che appoggia sempre gravitazionalmente l’oligarchia ultracapitalistica e filoamericana di governo. Ebbene, questa apparente contraddittorietà non esiste. È infatti proprio perché astrattamente il programma comunista, ideologico e teleologico, non è affatto possibile (e neppure auspicabile, almeno nella vecchia forma novecentesca), che poi concretamente questa impossibilità diventa una pura copertura verbale consolatoria, e resta solo l’appoggio gravitazionale alla Cosa di Sinistra. Si tratta della questione decisiva, profondamente dialettica, che proprio per questa ragione dialettica (sia hegeliana che marxiana) non può neppure essere capita concettualmente da militanti identitari educati al meccanicismo deterministico di Togliatti integrato dal verbalismo onirico, moralistico e confuso di Ingrao.

Siamo dunque di fronte ad una vera tragedia culturale, che comunque coincide con il fatto che il blocco conoscitivo generale provocato dalla putrefazione del programma del comunismo storico novecentesco non è stato ancora superato. Ed è allora questa la ragione per cui è una strada sbagliata ed un vicolo senza uscita la via settaria e catacombale di costruire una formazione politica “ancora più a sinistra” di Rifondazione, su basi necessariamente anarchiche, marxiste-leniniste, bordighiste o trotzkiste di varia osservanza. È questa una tentazione ricorrente da decenni presso intellettuali e militanti, generosi ma confusionari, che non hanno ancora ben chiaro in mente che la via giusta non è quella della Vera Sinistra o dell’Ancora Più a Sinistra, ma è quella della costruzione politica di una cultura dell’indipendenza oltre la dicotomia Destra/Sinistra.

I testimoni di Geova del vero messaggio marxista e comunista, che ripetono instancabilmente messaggi sorti in diversi ed incomparabili contesti storici e politici, ormai del tutto superati ed irripetibili, sono ovviamente mille volte migliori e meno pericolosi dei complici politici dei bombardatori assassini del Kosovo del 1999. Ma sono anche la testimonianza vivente di una sterilità storica ormai quasi pittoresca, che scorre parallelamente a fianco della storia reale e non può essere mai smentita o confutata, appunto perché non la incontra mai, si guarda bene dall’incontrarla e per questo sfugge ad ogni possibile critica e confutazione.

 

7. Il primo elemento irricevibile ed inaccettabile della tradizione della Destra: la fuga all’indietro della rivendicazione storica.

 

Abbiamo visto come purtroppo oggi, almeno per il momento, la tradizione rivoluzionaria di Sinistra, da me evocata nei paragrafi 4 e 6, sia di fatto inutilizzabile per la costruzione strategica di una cultura e di una politica dell’indipendenza, riducendosi ad essere una variante di massimalismo protestatario interno alla cultura della globalizzazione imperiale. È proprio un vero peccato, perché un vago riferimento a sinistra continua ad essere anche oggi la matrice umana e psicologica dell’opposizione alla vita quotidiana nel capitalismo ed ai suoi valori antropologici di integrazione, sia dominante che subalterna. Ma senza staccare la base antropologica ed umana della sinistra di opposizione dai suoi vertici dirigenziali culturali e politici non c’è proprio nulla da fare. Mi secca molto fare una dichiarazione tanto drastica, ma è inutile girarci intorno. Ogni scorciatoia compromissoria continua a rinviare inutilmente la soluzione del problema.

Si potrebbe allora pensare che la Destra sia migliore. Una simile domanda, sia pure posta in maniera del tutto accademica, suona alle orecchie della Sinistra come la bestemmia fondamentale biblicamente meritevole di una lapidazione immediata, la confessione di un tradimento morale indicibile, il segnale di un decadimento non solo intellettuale, ma anche fisico (cioè di un precoce rincoglionimento senile). Ma non è proprio il caso. Già Cartesio parlò a suo tempo della positività metodologica del dubbio iperbolico, e su questo punto voglio seguirlo. Il politicamente corretto non mi spaventa affatto, e lo considero anzi come un ostacolo epistemologico organico alla concezione radicale ed ultracapitalistica del mondo. Detto questo, segnalerò subito due elementi irrinunciabili che rendono impossibile, qui ed ora, ogni collegamento con l’attuale Destra. Mi riferisco ovviamente alla Destra di Opposizione alla globalizzazione imperiale americana ultracapitalistica, perché dò ovviamente per scontato che la cosiddetta Destra di Governo è assolutamente affine, omogenea ed anche intercambiabile con la Sinistra di Governo in rapporto ai due fondamentali parametri che mi interessano, quello della fedeltà canina agli ordini dell’impero americano e quello dell’adesione culturale e politica alla globalizzazione economica capitalistica.

Un vantaggio relativo della Destra rispetto alla Sinistra sta nel fatto che la destra è più ignorante, legge poco o nulla, parla solo di donne e di partite di calcio, mentre la sinistra si crede colta perché orecchia le idiozie del ceto intellettuale politicamente corretto di regime. Questo apparente handicap è in realtà un inestimabile vantaggio, dal momento che la barbarica ignoranza tradizionale della destra la mette inconsapevolmente al riparo del cosiddetto Pensiero Unico. Mentre la sinistra semicolta ripete i luoghi comuni del Pensiero Unico come se fossero la distillazione di tutta la tradizione, la destra pittorescamente incolta non sa neppure che il Pensiero Unico esiste, troppo impegnata nel gratta e vinci, nel totocalcio e nel parlare solo di cazzate personali. Essa galleggia e prospera in un magma di pregiudizi tradizionali, alcuni dei quali ancora peggiori del Pensiero Unico Politicamente Corretto, ma alcuni dei quali incondizionatamente migliori.

Bisogna però affrontare il primo parametro su cui giudicare la destra che si dichiara anticapitalistica. Vi sono cose su cui si possono fare sconti, e cose su cui non si possono farne. Vi sono cose su cui si può sorvolare, e cose su cui è impossibile farlo. Le cose su cui non si può sorvolare e su cui non si possono fare sconti sono le cose che determinano purtroppo la tradizione storica novecentesca della destra, come il fascismo ed il nazismo, il colonialismo ed il militarismo, il razzismo e l’antisemitismo, e via di questo passo. Certo, la destra anticapitalistica di regola effettua autonomamente una cernita e una selezione all’interno della propria tradizione, ma questa cernita e questa selezione sono quasi sempre a mia conoscenza insufficienti ed equivoche. Vorrei insistere molto su questi due innocenti aggettivi (insufficienti ed equivoche), perché lì gira sostanzialmente tutto il problema che ci interessa. Non mi interessa qui fare il nome di gruppi e di organizzazioni, di giornali e di riviste, di libri e di pubblicazioni, ma di andare subito al cuore culturale e politico della questione che mi sta a cuore.

Iniziamo dalla questione degli immigrati, in particolare della loro stragrande maggioranza, quelli detti extra-comunitari. Ebbene, è assolutamente evidente che l’innamoramento politicamente corretto di tutta la sinistra verso l’immigrato in quanto tale nasconde (male) una voluttà di autoannientamento nazionale e sociale in direzione di un multiculturalismo del tipo Benetton. Ma è anche evidente che non è possibile fare nessuna concessione a forme di razzismo diretto o indiretto verso immigrati neri e/o musulmani, dicendo ad esempio che l’Europa, l’Italia o la Padania sono bianche e cristiane, e non possono essere e/o diventare nere e musulmane. Si tratta di odiosi razzismi falsamente comunitari. L’Europa, l’Italia o la Padania, eccetera, possono accogliere ed integrare emigrati neri e musulmani, cinesi e latinoamericani, chiedendogli peraltro, come è normale, di obbedire alle leggi e di integrarsi nella più ampia comunità nazionale italiana. Non è possibile fare concessioni di alcun tipo verso chi si propone di costruire un discorso politico aprioristicamente anti-africano o anti-musulmano. A mia conoscenza, nella Destra sia governativa sia di opposizione c’è chi questo discorso lo fa, ed invoca le Crociate, Lepanto o altre inaccettabili sciocchezze.

Passiamo alla questione dell’antisemitismo. Da un lato, non bisogna avere paura di dire che il sionismo è stato uno dei più odiosi fenomeni di colonialismo europeo del Novecento, ed esso resta tale del tutto indipendentemente dalle stragi di Hitler. Dall’altro, occorre ammettere che in alcuni casi la critica al sionismo è di fatto utilizzata come paravento “legittimo” per una critica di tipo antisemita ed antiebraico in generale, in cui alla fine occhieggia sempre, sia pure accennata in modo cauto e reticente, la classica tesi del complotto mondiale ebraico per controllare economicamente il mondo. Ebbene, vale la pena di sottolineare che nei confronti di tesi come queste non ci può essere nessuna tolleranza, e bisogna “scoraggiarne” alla radice la loro pretesa di legittimazione. Non sempre questo avviene in alcune pubblicazioni della cosiddetta destra anticapitalistica.

Infine, passiamo alla questione del cosiddetto “fascismo di sinistra”, oppure alla questione della cosiddetta “cultura di destra” dell’Ottocento e del Novecento. Anche su questo punto è di fatto impossibile fare sconti e concessioni. È vero che il populismo fascista ha fatto bonifiche agricole ed assistenza alle partorienti, ma è anche vero che negli stessi anni gettava gas asfissianti sugli eroici combattenti dell’Etiopia aggredita, e questo secondo fatto è molto più importante del primo. È vero che Donoso Cortès, Julius Evola, Schmitt e Jünger hanno detto cose molto profonde ed intelligenti (quasi sempre più intelligenti di molta retorica confusionaria di sinistra), ma è anche vero che il loro cinismo disincantato finiva quasi sempre con il plaudire ai massacri delle plebi maleducate insorte, e questo secondo fatto è molto più importante del primo.

Possiamo allora “stringere” le nostre conclusioni. Fino a che questo contenzioso della fuga all’indietro di una rivendicazione storica oggi inaccettabile ed irricevibile non sarà risolto, non è possibile contare su di una convergenza positiva in una pratica anticapitalistica comune. È bene a mio avviso essere chiari e cristallini su questo punto.

 

8. Il secondo elemento irricevibile ed inaccettabile della tradizione della Destra: la fuga in avanti della pretesa comunità geopolitica euroasiatica unitaria.

 

Nel paragrafo precedente ho sostenuto che la variopinta galassia della destra (o ex-destra) anticapitalistica non ha ancora fatto veramente i conti con i contenuti teorici e le pratiche politiche e sociali delle varie Destre dell’ultimo secolo e mezzo (grosso modo, 1848-1989). Fare i conti non significa affatto “prendere le distanze”, e dire che “non si è più d’accordo” a reprimere la Comune di Parigi, a fare la marcia su Roma, ad imporre la dittatura razziale dei tedeschi sugli slavi o a rinchiudere gli ebrei nei campi di sterminio. Questa è ovviamente una condizione necessaria, ma non sufficiente. Fare i conti significa indagare i presupposti teorici, filosofici e scientifici che hanno portato a questo. Ora, mentre i vari Bloch, Lukács, Althusser, Gramsci, eccetera, hanno esercitato una critica immanente ai presupposti della cattiva sinistra, del cattivo marxismo e del cattivo comunismo, nulla di analogo è stato veramente fatto dai teorici della destra, compresi i teorici della destra anticapitalistica, che continuano imperterriti a propugnare un antiegualitarismo radicale ed una visione elitistica dei rapporti sociali. Si tratta di un punto assolutamente cruciale, che segna un’asimmetria radicale, almeno in campo culturale, fra la tradizione di sinistra e quella di destra. Su questo punto -voglio dirlo apertamente- la tradizione culturale di sinistra è decisamente migliore.

Vi è però un secondo elemento irricevibile ed inaccettabile di molte posizioni politiche dell’odierna destra (o ex-destra) anticapitalistica. Si tratta di una illusoria fuga in avanti “comunitaria” verso un’(inesistente) Europa-Nazione o addirittura verso un’(ancora più inesistente e pienamente fantasmatica) Eurasia-Nazione, da Lisbona a Vladivostok. Alla base di questa prospettiva illusoria ci sta forse una buona intenzione originaria, quella di integrare nell’Europa anche la Russia ed i suoi spazi siberiani ormai fortemente russificati. Questa estensione geopolitica della geografia europea, nell’intenzione dei suoi sostenitori, dovrebbe servire a due scopi entrambi positivi. In primo luogo, creare una “massa critica” di popolazione e risorse in grado di confrontarsi da pari a pari con il nuovo impero unilaterale americano. In secondo luogo, contrastare quelle visioni atlantiche ed occidentalistiche che vogliono un’Europa solo protestante e cattolica (con dentro anche la Nato, il Canada e gli Usa) ed invece vogliono fuori gli ortodossi e tutti gli slavi “non normalizzati” e non “polacchizzabili” all’occidentale.

Ma di buone intenzioni è lastricata la via verso il cimitero. È allora strano che teorici che si dichiarano “comunitaristi”, e vorrebbero dunque fondare un’identità collettiva su di un’identità sociale realmente comunitaria, evochino poi una nozione puramente geopolitica come quella di una Eurasia da Lisbona a Vladivostok, che non è mai stata e non è certamente una comunità, ma è soltanto un’unità geopolitica, economica e militare buona per giochi di strategia alla Risiko. Vi sono però molti argomenti per segnalare l’insostenibilità di questa tesi, e qui per brevità mi limiterò a ricordarne due.

In primo luogo, è evidente che una definizione puramente geopolitica e continentale di comunità culturale e politica (l’Eurasia da Lisbona a Vladivostok) non sta assolutamente in piedi. In questa comunità, tanto per fare un esempio banale, sarebbero compresi i mongoli buriati e gli yakuti, ma non gli egiziani, i libanesi ed i tunisini (in quanto appartenenti all’Africa), e neppure i brasiliani e  gli argentini (in quanto appartenenti all’America Meridionale). Questo porta a vere e proprie assurdità artificiali. Per fare un altro facile esempio, la tradizione nazionale (e nazionalitaria) italiana è molto più vicina all’Oriente arabo, a Buenos Aires ed a San Paolo del Brasile di quanto non lo sia al Galles o alla Finlandia. Lo stesso antiamericanismo è una trappola culturale, se finisce con il mettere insieme l’inaccettabile politica imperiale dei governi Usa con tradizioni statunitensi autoctone di carattere democratico, federalistico e “isolazionistico” (parola ovviamente molto buona e positiva, e non negativa come impone la tradizione del pensiero unico storiografico politicamente corretto). Una parte decisiva della cultura americana “dal basso” è a mio avviso strategicamente amica, non nemica, e questo ci deve essere molto chiaro.

In secondo luogo, e questo è ancora più importante, in questo momento l’europeismo è di fatto monopolio assoluto di quelle forze ultracapitalistiche che si servono del miraggio di un governo comune europeo per imporre una dittatura ultracapitalistica sul lavoro salariato, da precarizzare e flessibilizzare ulteriormente, in vista di uno smantellamento progressivo di quanto resta della sanità, dell’istruzione e dei trasporti pubblici. Questo governo comune europeo è anche pienamente “atlantico”, e la recente guerra del Kosovo del 1999 lo ha ulteriormente dimostrato. In questo momento l’”europeismo anticapitalistico” è un semplice miraggio astratto per ingenui, nel caso migliore, o un alibi nobile per politicanti furfanti, nel caso peggiore (che è poi quello prevalente).

Un terreno di indipendenza nazionale appare dunque oggi la prospettiva più sensata e realistica, almeno nella presente congiuntura storica.

 

9. Conclusioni. Dalla globalizzazione alla mondializzazione. Dalla dipendenza all’indipendenza. Dalla cultura alla politica.

 

Lo spazio è tiranno, ma possiamo già tentare di tirare le fila dei discorsi svolti nei paragrafi precedenti. In primo luogo, mi pare si possa dire che il delicato passaggio da una semplice critica culturale all’espressione politica di questa cultura sia già all’ordine del giorno, non certo perché questa cultura dell’indipendenza sia già articolata, convincente e matura, ma perché ormai la crisi politica e culturale delle forze dominanti è già in corso, ed è questo il fattore decisivo quando si parla di politica e ci si deve orientare in politica. La benemerita crescita dell’astensionismo presenta infatti dialetticamente due aspetti: da un lato, è certamente anche espressione di una normalizzazione americaneggiante (nel cui modello di società un fortissimo astensionismo è fisiologico), ma dall’altro lato segna anche una perdita di consenso, sia pure passivo, verso la classe politica e lo stesso sistema politico. Questa perdita di consenso è provvidenziale, in quanto bisogna aggiungere il fatto che la stessa ideologia di chi va ancora a votare è comunque il menopeggismo, ed il menopeggismo è sempre l’anticamera possibile di qualunque alternativa. Da un punto di vista dialettico, è questo l’aspetto positivo dello stesso menopeggismo.

In secondo luogo, mi sembra evidente che questo necessario passaggio dalla cultura dell’indipendenza alla politica dell’indipendenza non può essere attuato con l’ennesima riproposizione di liste elettorali anticapitalistiche di Vera Sinistra, di Estrema Sinistra, di Sinistra Antisistema, di Sinistra Finalmente Vera e Verissima (o di Destra corrispondente). L’esito matematicamente calcolabile a priori è una percentuale bassissima da prefisso telefonico. Ed in questa follia, che da mezzo secolo si esercita con una impressionante coazione a ripetere, c’è un Metodo, sia pure Demenziale, che è appunto il presupposto del rilancio della dicotomia Destra/Sinistra. Ma tutto ciò che è a destra gravita inevitabilmente verso Fini, che a sua volta gravita verso Berlusconi, che a sua volta gravita verso l’impero americano. Ma tutto ciò che è a sinistra gravita inevitabilmente verso Bertinotti, che a sua volta gravita verso D’Alema, che a sua volta gravita verso l’impero americano. Chi non ha ancora capito questa ovvietà, accessibile a tutti i tifosi degli stadi ed a tutti gli studenti in motorino con la cuffia musicale alle orecchie, non ha capito che la logica bipolare è una logica sistemica, e la si rompe soltanto con un eventuale e difficile tertium che non deve collocarsi programmaticamente né a Destra né a Sinistra, pena l’inevitabile caduta gravitazionale nei baricentri di questo dualismo simulato. E questo tertium si costruisce su di un profilo di indipendenza, il solo profilo che possa metodologicamente e simbolicamente sfuggire alla logica bipolare, ad un tempo ferreamente sistemica e pienamente illusoria.

In terzo luogo, deve essere chiaro che la globalizzazione non si batte con il provincialismo, cioè con la povera mistica populistica dell’autosufficienza delle comunità locali. In Italia questo spazio è già pienamente occupato, ed è lo spazio della Lega, il cui modello può essere moltiplicato e clonato in tutte le provincie italiane. Certo, il provincialismo è comunque e sempre meglio dell’interventismo umanitario, del bombardamento etico e dell’embargo amorevole, le tre punte di lancia della globalizzazione imperiale, e non a caso la Lega ha avuto nel 1999 un nobile e benemerito atteggiamento di critica e di dissociazione verso la guerra della Nato contro la Jugoslavia. Ma in una prospettiva strategica, sia culturale che politica, il provincialismo sta alla globalizzazione come il luddismo sta all’industrializzazione. Nobile, giustificato, ma anche storicamente perdente. La tortilla, da sola, perde con il McDonald’s. Essa invece può non perdere, se si allea con altre centinaia di realtà alimentari e culinarie mondiali, che esprimono una varietà sotto la quale ci stanno ovviamente sistemi agricoli, produttivi, familiari e comunitari. Ho fatto questo esempio, volutamente insufficiente, debole e pittoresco, per comunicare immediatamente l’idea che alla globalizzazione imperiale ed uniformante non si può semplicemente opporre un provincialismo ed un conservatorismo localistico, destinato inevitabilmente a perdere. Occorre infatti che alla cattiva globalizzazione si opponga una buona mondializzazione, e che questa mondializzazione si basi sul rapporto solidale ed egualitario fra realtà comunitarie e nazionalitarie liberate. Questa prospettiva non è affatto illusoria. Essa è possibile. Essa è in prospettiva l’alternativa non solo al bipolarismo truccato fra polisti ed ulivisti, ma anche al menopeggismo, l’espressione storica e culturale della sconfitta e del fatalismo depressivo che la sconfitta porta sempre con sé.

A differenza di come molti pensano, l’individuo e più in generale l’individualità non hanno nulla da temere da questa prospettiva di emancipazione comunitaria e nazionalitaria. Chi teme una caduta nel cosiddetto “organicismo” (per dirlo in termini supercolti, della Gemeinschaft anziché della Gesellschaft) è del tutto fuori strada, ed è di fatto prigioniero di una costellazione culturale sorpassata e vecchia di un secolo. Oggi, nella realtà concreta del presente, ci sono di fatto solo due modi di essere “organici”, e di perdere così ogni indipendenza personale ed individuale credendo illusoriamente di conseguirla. Vi è un modo minoritario, che è quello di diventare “organici” ad una prospettiva politica di partito di tipo ideologico e teleologico (e quindi illusorio e destinato all’esito infelice di tutte le “grandi narrazioni”). E vi è un modo maggioritario, che è quello di diventare “organici” alla comunità globalizzata ultracapitalistica delle merci, una comunità strutturalmente illusoria, come la sua stessa estetica del virtuale mostra quotidianamente a chi sa anche solo interpretare ciò che sta sotto gli spot televisivi. In questi due modi di falsa organicità lo stesso individuo scompare nella doppia virtualità convergente, nel primo caso ideologica e nel secondo consumistica.

Riteniamo che oggi il genere umano abbia diritto a qualcosa di meglio, e su questa idea-forza ci orientiamo.

 

 

Costanzo Preve

(“Indipendenza” n. 9 – gennaio/febbraio 2001)