GENESI E FINALITÀ DI UN'AGGRESSIONE
Le ragioni umanitarie, addotte dall'amministrazione Usa per giustificare l'intervento
armato in Jugoslavia, sono al solito chiamate a pretesto e rappresentano una
costante delle classiche guerre coloniali e di aggressione, una cortina fumogena
propagandistica che funziona benissimo ancora oggi per coprire ben altre inconfessabili
ragioni. Anche Adolf Hitler intervenne nel '39 nei Sudeti, invadendo la Cecoslovacchia,
con argomentazioni simili a quelle che oggi avanza la Casa Bianca. In tal senso,
se proprio si volesse ricorrere a riferimenti storici, l'accostamento ad Hitler
sarebbe appropriato per il presidente Usa Bill Clinton e non per Milosevic.
Credere che il nobile disinteresse muova la politica statunitense significa
ignorare la politica effettivamente condotta da decenni a livello planetario
dagli Stati Uniti e i suoi relativi -e molto materiali- interessi. Nel caso
specifico, le complesse ragioni e diverse responsabilità che pure hanno
portato al deteriorarsi delle relazioni tra la comunità albanese del
Kosovo e la Federazione Jugoslava non erano tali da non poter essere risolte
diversamente da un'aggressione e comunque nemmeno paragonabili alle ben peggiori
condizioni cui molti paesi Nato sottopongono comunità nazionali interne
al loro Stato: Turchia/Kurdistan, Spagna/Paesi Baschi, Gran Bretagna/Irlanda
del Nord, per non parlare degli stessi Stati Uniti/Nativi Americani, Afroamericani,
eccetera. Tanto più che nessuno di questi applicherebbe mai al proprio
interno quel che a suon di bombe vorrebbero che la Federazione Jugoslava applicasse
nel Kosovo. L'esempio più scandaloso può essere proprio quello
della Turchia con la quale gli Usa mantengono relazioni privilegiate: membro
della Nato, gode di una sostanziale impunità nel consumare eccidi e massacri
nei confronti dei kurdi di gran lunga più efferati e consistenti di quelli
di cui si parla nel Kosovo. Ovviamente non è interesse della Casa Bianca
destabilizzare la Turchia, mentre lo è nei Balcani. E si potrebbe aggiungere
Israele...
Insomma, non solo la Federazione Jugoslava non ha attaccato l'Italia né
alcun altro paese, ma nessuno degli aggressori della Nato è credibile
e ha titolo per impartire lezioni di morale, di comportamento o di rispetto
dei diritti nazionali a chicchessia.
In Kosovo bastava sapientemente esasperare le tensioni, soffiare sul fuoco di
una conflittualità comunque esistente, esasperarne la portata, in un
contesto già favorevole di risentimenti e rancori accumulati nel tempo.
Bastava lavorarci con tecniche di cui Cia e Dipartimento di Stato sono maestre,
avendole collaudate nel tempo. Nella logica semplicista e demonizzatrice tipica
dei vertici statunitensi il mostro di turno era già pronto, Milosevic,
sul quale scaricare ogni tipo possibile e immaginabile di efferatezza in un
crescendo che non risparmiasse nemmeno la sua vita privata e che imponesse questa
'verità' all'opinione pubblica. Ma secondo un tipico canovaccio hollywoodiano,
serviva anche il buono, o meglio, i buoni, un soggetto plurale in cui, attraverso
il tubo catodico, l'opinione pubblica mondiale si potesse riconoscere. Questo
soggetto sotto i riflettori non poteva essere pienamente l'Esercito di Liberazione
del Kosovo (Uck) utilizzabile oggi ma scomodo e scaricabile domani, ma un soggetto
in tutti i sensi innocuo e di sicura presa emozionale: i buoni dovevano essere
i profughi da far irrompere massicciamente sulla scena. Il fatto che mancassero
massicciamente sulla scena era un dettaglio cui il Dipartimento di Stato avrebbe
potuto provvedere in breve. Bisognava preparare lo scenario che lo rendesse
possibile.
In primo luogo si è riabilitato e legittimato come "esercito di
liberazione" l'Uck, che solo pochi mesi prima il Dipartimento di Stato
Usa definiva "terrorista"; quindi lo si è foraggiato e incoraggiato
ad intensificare gli attacchi contro caserme, poliziotti e figure istituzionali
della federazione jugoslava -nonché civili serbi- per provocare la reazione
dell'esercito federale, indurlo alla spirale repressiva e preparare il contesto
(mediatico) favorevole all'intervento militare della Nato. Il battage propagandistico
'occidentale', imbeccato dal Dipartimento di Stato per il tramite di agenti
dei servizi segreti Usa ampiamenti presenti tra gli osservatori Ocse, si è
quindi messo in moto per fare la sua parte. Il terreno non era comunque ancora
del tutto pronto e bisognava fare di più per spingere gli alleati/subalterni
europei della Nato ad accettare l'ineluttabilità di un intervento militarmente
a conduzione Usa. Il passaggio significativo doveva avere una ribalta pubblica
dove il cattivo fosse additabile come cattivissimo e che quindi, come si dice,
quando-ci-vuole-ci-vuole. Serviva una tribuna internazionale dove si concentrasse
un'aspettativa generale di soluzione e dove questa fosse disattesa dal prescelto
cattivo. Rambouillet doveva costituire l'epilogo di un copione già scritto
dove additare al mondo la pervicacia e la riottosità alla conciliazione
del novello Hitler di turno, inspiegabilmente irriducibile ad un "accordo"
benignamente predisposto dal Dipartimento di Stato, a Washington. Un vero e
proprio diktat -tale è un testo che si sottopone e che non può
essere emendabile e neppure oggetto di confronto tra le parti che, come è
noto, a Rambouillet non è stato consentito che si incontrassero. Un "accordo"
indigesto anche alla delegazione albanese del Kosovo che nemmeno voleva firmarlo
e che lo ha fatto solo dopo aver saputo del rifiuto del parlamento federale
jugoslavo (dove il partito di Milosevic non ha neppure la maggioranza), dopo
la rimozione sollecitata dagli Usa del riottoso e sgradito portavoce UCK -che
non voleva firmare- sostituito con uno più malleabile, e purtuttavia
solo dopo le continue pressioni americane, in testa l'Albright, che esigevano
la firma vincolandola allo scatenamento dei bombardamenti. Una firma, quella
dell'Uck, peraltro avvenuta con un documento interpretativo del testo stesso.
Un diktat, quello di Rambouillet predisposto a Washington, che veniva imposto
a Belgrado, senza possibilità di negoziazione -prendere o lasciare- sapendo
benissimo che, per il suo contenuto, Belgrado non avrebbe mai potuto firmare,
a meno di non diventare un protettorato statunitense. A questo punto la già
pronta macchina militare Usa ha cominciato a girare a pieno ritmo: si è
incentivato l'Uck ad attaccare obiettivi jugoslavi e si è dato il via
ai bombardamenti ("pochissimi giorni basteranno", si diceva per rabbonire
gli 'alleati') e particolarmente sul Kosovo, dove si è scientemente innescata
quella migrazione forzata che rappresenta il bombardamento permanente contro
le coscienze dell'opinione pubblica massmediatizzata. Senza l'immagine dei profughi
sarebbe difficile, anche ad una plebe massmediatizzata e globalizzata, 'vendere
il prodotto' dei bombardamenti umanitari come efficace mezzo rispetto ad un
fine tutto da dimostrare.
Quello dei "diritti umani" è un terreno talmente sperimentato,
che ha mostrato di funzionare così bene grazie all'accorta e gestita
propagazione mediatica, da trovare una sanzione ufficiale (il 24-25 aprile)
al vertice della Nato a Washington, dove se ne celebrava il cinquantennale:
e l'ufficializzazione è che la Nato potrà intervenire, in piena
autonomia e a proprio piacimento, in qualsiasi area -ovviamente ritenuta di
interesse da parte statunitense- in nome dei "diritti umani" superando
la lettera dello stesso trattato Nato, nel suo statuto difensivo. L'aggressione
in corso costituisce in tal senso un precedente significativo ed inquietante,
ancor più sfacciato dell'azione bellica contro Baghdad. D'ora in avanti,
sia pur in "casi eccezionali" -come ha voluto la Francia a Washington,
e gli Usa non avranno problemi a crearne di casi eccezionali in qualsiasi scenario-
la Nato potrà ergersi ad arbitro dell'interpretazione da dare al principio
di autodeterminazione e allo stesso principio della sovranità statuale
(non più intesa ovunque allo stesso modo) e intervenire ovunque voglia.
L'"ingerenza umanitaria" insomma, come autentico cavallo di Troia
ideologico per l'ingerenza militare, battistrada alla penetrazione imperialista,
terreno avanzato della conflittualità intercapitalistica mondiale.
Il punto ora è: se non è affatto credibile che gli Usa si siano
mossi per ragioni umanitarie (oggi i kosovari sono l'utile pretesto come lo
furono i kurdi 'iracheni' nel '91), se non è in gioco la necessità
di rafforzare la presenza politico-militare nei Balcani (gli Usa sono già
presenti in Bosnia, Macedonia, Albania, Croazia, eccetera, ed altri paesi limitrofi
bussano per entrare nella Nato), se la posta in palio non sono certo le (modeste)
risorse minerarie del Kosovo, e nemmeno il controllo, ottenibile altrimenti,
dei pur preziosi oleodotti di petrolio e metano che provengono dal Caspio e
dal Caucaso verso l'Europa, se non ci sono le ragioni economiche per accelerare
il pieno inserimento nel 'libero' mercato di un'area non ancora del tutto integrata
e comunque avviata su questa strada perché largamente dipendente dalla
morsa creditizia della finanza internazionale, se manca la necessità
e l'utilità di rispolverare la demonizzazione ideologica del 'nemico
comunista', malgrado taluno ci provi ma con palese difficoltà, perché
questa aggressione?
La risposta è in linea con quanto dicemmo circa dieci anni fa: come non
lo era ieri Baghdad, non sono oggi nemmeno Pristina e Belgrado i veri obiettivi
delle bombe della Nato. Il nemico di Washington -e del suo referente principale:
Londra- è a Bonn, Parigi, Roma, e anche a Mosca e Pechino e, forse, a
Nuova Delhi. Si tratta di una tappa di avvicinamento a ridosso della 'casa'
del nemico, è un passaggio nell'acquisizione di posizioni geostrategiche
di vantaggio, è infine una verifica delle posizioni degli 'alleati' di
oggi, possibili nemici domani. La riaffermazione della leadership statunitense
ha bisogno di fiumi di sangue per mantenersi e questo secondo conflitto post-'89
(il primo è appunto quello ancora in corso nel Golfo, ad alterna ma continua
intensità) in questa logica si inscrive. Un contenzioso, quello tra 'alleati',
per niente appariscente se si è inebetiti dalle immagini dei profughi,
ma che non deve indurre a credere che l'opposizione alla tracotanza omicida
di Washington debba essere perseguita rafforzando quello che vorrebbe essere
il suo omologo 'europeo' sullo stesso terreno competitivo e con le stesse logiche.
L'area balcanica rappresenta un ventre molle nel cuore dell'Europa e lungo
la dorsale che porta verso la Russia. La preparazione dell'intervento militare
nei Balcani ha un suo retroterra reso possibile dacché la prevista implosione
dell'Unione Sovietica, nel '91, si è effettivamente verificata. L'onda
lunga del vuoto politico/militare rappresentato dall'Urss, con la riduzione
'ad uno' dello schema planetario di 'condominio conflittuale' duopolistico,
ha reso necessario per il sistema politico/economico mondiale, con al centro
il 'libero' mercato capitalistico, il bisogno di un nemico. Per gli Stati Uniti,
che di questo sistema sono il 'vecchio cuore malato', la 'resa senza condizioni'
del socialismo reale ed il suo fulmineo scivolare nell'accogliente alveo del
capitalismo liberista, non corrispondeva ad un regime di monopolio -in atto
o possibile. La 'copertura' armata, assicurata con l'ombrello Nato all'economia
capitalistica di tutti i paesi e secondo logica superata dal venir meno del
'nemico principale', l'Urss appunto, rischiava di rivelarsi inutile e di vanificare
la potenza militare su cui gli Stati Uniti avevano fondato la propria egemonia
sul mondo capitalistico (e sul mondo in senso lato!). Svincolati quasi totalmente
dall'onere delle spese militari, gli alleati/concorrenti, particolarmente il
Giappone e l'Europa a trazione tedesca, avevano rimontato il gap economico con
gli Stati Uniti, sviluppato un tasso di crescita e accumulato un vantaggio strategico
talmente decisivo in proiezione futura che Washington difficilmente avrebbe
potuto fronteggiare. Questo elemento alla lunga stava già logorando l'economia
di pace americana.
Agli Usa non restava (e non resta!) che inventarsi drammaticamente nuovi nemici
e portarli alla guerra perché l'economia di guerra (strutturalmente portante
negli Usa) fa da volàno ad una ripresa economica generale del paese e
allo stesso tempo riveste funzioni strategiche nella riaffermazione di leadership
sugli 'alleati/subalterni': ripropone lo scambio egemonia politica/copertura
militare e, con il coinvolgimento diretto, incatena lo sviluppo economico dei
'concorrenti' alle spese militari del sistema integrato Nato e ai costi di mantenimento
della pace (peacekeeping) nelle aree di crisi. È noto del resto che questa
insistenza di Washington, che sta trovando ascolto tra gli alleati, è
nell'ottica dell'alleggerimento dei propri costi e dei propri impegni di bilancio,
che non attiene ovviamente alla ridiscussione del proprio controllo decisionale.
La necessità di scatenare queste guerre deve però avvenire in
aree di interesse nevralgico per i 'concorrenti', dove vi siano caratteristiche
'oggettive' di inimicizia da svendere massmediaticamente (diversità 'etnico/culturale'
marcata, anti-occidentalismo, 'primitivismo' bellico ed ideologico) e non possono
essere guerre-lampo perché altrimenti non servirebbero allo scopo. L'area
del Golfo e i Balcani sono in tal senso nevralgici e qui gli USA si sono dimostrati
maestri nel provocare i conflitti e nel fare in modo che fossero permanenti.
Del resto basta vedere come di fronte a pur minime possibilità di composizione
delle 'crisi', gli USA sappiano vanificarle.
In questo decennio il fronte prescelto è stato ed è quello anti-europeo.
Nei Balcani la direttrice è quella di incunearsi tra la Germania e la
Russia, in linea peraltro con la forte determinazione che gli Usa hanno mostrato
al recente allargamento Nato a Polonia, Ungheria e Repubblica Ceca. Mettere
insomma un freno all'espansione (innanzitutto economico/commerciale) della Germania
e dell'Europa verso est e verso la Russia ha il significato di impedire la possibile
saldatura che potrebbe diventare partenariato anche di tipo militare, pericolosissimo
per il mantenimento della leadership statunitense.
La destabilizzazione dei Balcani, che passa per la demolizione progressiva della
Jugoslavia, è in tal senso un altro siluro lanciato contro Mosca, ben
recepito anche a Pechino, e al contempo legittima e giustifica la presenza della
Nato e degli Usa anche in questa parte d'Europa.
In Asia la situazione è tenuta 'in caldo', a bassa intensità,
cui si può in qualsiasi momento dare la stura. I pretesti -con le caratteristiche
di cui sopra- non mancano: Corea del Nord, Tibet o Taiwan, in funzione anti-cinese,
soprattutto, sempre che il Giappone si mantenga allineato a Washington. La cernita
tra servi e nemici, nell'ottica dell'unico imperialismo attualmente dominante,
avviene quindi in uno scenario di conflittualità diffusa dove, in quella
che è stata definita una 'strategia di devoluzione regionale', si vedrà
chi intende o meno essere coinvolto tanto nell'erogazione di fondi necessari
a mantenere questo costosissimo sistema a conduzione Usa, quanto nel sostegno
logistico e anche diretto in conflitti e nel mantenimento delle operazioni di
gestione e pacificazione delle crisi. In altre parole i servi si caricheranno
sulle spalle una serie di oneri fattivamente improduttivi comunque funzionali
alle strategie di leadership politica, economica, militare di Washington, mentre
i nemici di domani saranno coloro che tenteranno di svincolarsi da queste logiche
imperiali.
In questa guerra, nel suo prosieguo e nel suo esito, l'obiettivo della Casa Bianca è quindi la riaffermazione della sua leadership ed in gioco è sia il suo rapporto con gli 'alleati', soprattutto quelli europei, sia il significato stesso della Nato. Questo obiettivo e questa verifica si manifestano concretamente su una pluralità di terreni: saggiare la propria capacità di mobilitare i governi europei (valutando quali siano affidabili o meno); saggiare qualità e quantità dell'impegno ottenibile dagli alleati; creare vantaggi per la propria economia (rilancio della produzione industriale connessa alle commesse militari, certa impennata del dollaro, ecc.); saggiare le proprie capacità di intervento bellico in Europa e sperimentare nuovi strumenti di distruzione (dopo averlo fatto nello scacchiere mediorientale).
Questa conflittualità (non dichiarata) scatenata dall'alleato/padrone
statunitense nei confronti dei partner dell'euro (coinvolti malvolentieri e
contro i loro propri stessi interessi) non deve concedere nulla a quanti vorrebbero
realizzare un polo europeo (attualmente in formazione, ma con esiti dubbi) che
si presenta concorrenziale e competitivo sul suo stesso terreno (perché
di identica natura) con quello statunitense.
Oggi nei Balcani c'è una convergenza contingente ma una divergenza strategica
potenzialmente conflittuale tra paesi europei in ordine sparso e Usa. Al momento
la Germania è 'sdoganata' e ciò viene sancito dalla sua prima
uscita in grande stile dal dopoguerra; la Francia teme di essere esclusa dal
direttorio europeo e parte in guerra senza nemmeno discuterne in Parlamento.
Londra intende assumere in Europa la 'direzione' da vecchia potenza imperiale
decaduta ed il suo ingresso nell'euro sarà la 'dote' del referente più
affidabile e privilegiato degli Usa. Se l'Europa o parte di essa svolgerà
un ruolo di testa di ponte americana è cosa che si definirà nel
tempo. Intanto pesa il baratro che separa le capacità militari Usa da
quelle degli altri alleati atlantici.
Il punto in questione adesso è: fin quando gli Usa intendono tirare la
corda? Quanto terreno di vantaggio intendono acquisire profittando della loro
potenza militare e del favorevole, ai loro fini, contesto internazionale dei
rapporti di forza? Questo ce lo diranno gli avvenimenti, fermo restando che
ai grandi strateghi di Washington la spirale innescata potrebbe anche sfuggire
di mano. Contro Belgrado gli Usa non cercano la vittoria, ma qualcosa di ben
più importante ai loro fini: l'umiliazione, il nemico prostrato a terra
che si arrende senza condizioni. Non è tanto Milosevic il problema, è
l'insolenza di un popolo che sotto le bombe difende la propria dignità.
È ovvio che non c'è paragone militare possibile tra la Jugoslavia
e la Nato. Ma c'è sempre la paura di un nuovo Vietnam che potrebbe scompaginare
le ambizioni imperiali. Qualunque cosa accada, questa aggressione ha il pregio
di aver fatto chiarezza sui nodi essenziali: l'irrinunciabile diritto/dovere
degli individui, delle classi e delle nazioni oppresse e subalterne a riprendere
pienezza e dignità di sé. Il che attiene alla necessità
e validità dell'unica scelta 'rivoluzionaria' credibile e sempre più
all'ordine del giorno: la scelta nazionalitaria come asse di lotta contro ogni
forma di capitalismo e contro l'imperialismo, tutta da discutere e da costruire
nei suoi modi e nei suoi contenuti.
La consapevolezza degli Stati Uniti di essere l'unica potenza mondiale si dispiega
in ogni sua decisione e in ogni suo atto. Il suo messaggio, rivolto al mondo
intero, è di una chiarezza spettacolare: il XXI secolo sarà il
"secolo americano". La risposta non può che essere adeguata.
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