PROGRAMMA DI STABILIZZAZIONE E DI AGGIUSTAMENTO STRUTTURALE
Nel corso degli anni Settanta, le banche, approfittando di condizioni
di mercato particolarmente favorevoli, avevano adottato una politica di credito
esageratamente diffusa senza peraltro preoccuparsi di una qualche forma di coordinamento.
Nel 1982, con la dichiarazione d'insolvenza del Messico e la reazione a catena
che ne seguì in altri paesi dell'America Latina, le banche si vennero
a trovare in una pericolosa esposizione; per costringere i debitori ad assolvere
le proprie obbligazioni ricorsero all'autorità del FMI che, per quanto
un po' in ombra in quegli anni, conservava l'influenza necessaria per mettere
in atto forme di costrizione ai fini del rimborso e le possibilità di
muovere i capitali necessari a renderlo possibile.
Dall'inizio del 1980, con ricette di autentico, ortodosso liberismo economico,
l'istituzione adottò lo slogan di aggiustamento con crescita. Verso la
fine del decennio la crescita era diventata la sua maggiore priorità
o così sembrava nei discorsi di Michel Camdessus, il nuovo direttore.
Nei primi anni Ottanta i programmi di stabilizzazione del FMI erano concentrati
su una ristretta gamma di politiche basate sulla gestione della domanda, tramite
l'attuazione di misure di austerità finanziaria che riducessero consumi
interni e deficit.
Alla crescita del debito -con implicito fallimento di tali programmi- cercò
di ovviare James Baker, segretario del Tesoro Usa, che elaborò una strategia,
nota come "piano Baker", per risolvere la crisi del debito. Nel 1985
la Banca Mondiale (BM) veniva pertanto 'invitata' ad adottare condizioni più
comprensive verso i paesi debitori, condizioni conosciute come "aggiustamenti
strutturali". La creazione della SAF (Facilitazione di Aggiustamento Strutturale,
cfr. Indipendenza n.54/55), nel 1986, si inserisce in questo contesto. Alla
fine del 1990 la maggior parte dei paesi che avevano ricevuto prestiti condizionali
[1] dal FMI ricevettero anche crediti di aggiustamento strutturale con rigorose
condizioni della BM.
Benchè differenziati sulla carta [2], programma di stabilizzazione e
di aggiustamento strutturale, 'sponsorizzati' da FMI-BM, si presentano come
facce della stessa medaglia, distinti -e neanche sempre- in due fasi di attuazione:
a) stabilizzazione macroeconomica a breve termine [3],
b) adempimento di riforme strutturali [4].
Dell'obiettivo s'è detto: equilibrio della bilancia dei pagamenti e incremento
delle esportazioni. In altre parole si esporta per avere valuta estera che poi
deve servire per pagare il debito. Quel che resta è poco o niente.
Il programma di stabilizzazione consta del seguente "menù fisso":
1- svalutazione della moneta: conseguente aumento dei prezzi sul mercato interno
e, grazie ad un tasso di cambio più favorevole per gli acquirenti esteri,
vantaggio delle aziende nell'export;
2- tagli alle spese del governo -per ridurre il deficit- che includono: licenziamento
degli impiegati pubblici, prepensionamenti, messa in cassa integrazione, drastici
tagli nei programmi sociali, in primo luogo quelli che non hanno una contropartita
economica (sanità, pensioni, ecc.), nonchè taglio massiccio dei
sussidi statali alle aziende e liquidazione delle imprese pubbliche 'in crisi'
(all'atto pratico le prime ad essere vendute sono quelle 'sane' perchè
più appetibili per gli investitori stranieri);
3- liberalizzazione del mercato all'interno dell'economia nazionale; ciò
implica l'eliminazione dei sussidi che calmierano i beni di prima necessità
e la piena liberalizzazione del sistema dei prezzi, cioè l'allineamento
dei prezzi interni a quelli del mercato mondiale;
4- compressione dei salari/stipendi reali attraverso la deindicizzazione degli
stessi, con conseguente 'forbice' rispetto al costo della vita, e liberalizzazione
del mercato del lavoro (flessibilità, mobilità...).
L'adempimento del programma di stabilizzazione è seguito dall'adempimento
di "necessarie" riforme strutturali. Il pacchetto di misure include:
1- liberalizzazione del commercio ed eliminazione di barriere protettive per
rendere le industrie interne più "competitive";
2- liberalizzazione del sistema bancario e privatizzazione delle banche controllate
dallo Stato. La Banca Centrale perde il controllo della politica monetaria nazionale
ed il tasso d'interesse è determinato dal libero mercato delle banche
commerciali. Tale liberalizzazione, giustificata dal FMI per attirare capitali,
di fatto ne determina la fuga verso conti esteri. Per parte sua il Fondo può
intervenire nell'attività delle banche private internazionali e comunque
ridisegnare a sua discrezione la stabilità del sistema finanziario mondiale.
Tra i canali utilizzati:
*tassi o agevolati o prossimi a quelli di mercato;
*forte influenza sulla politica economica dei paesi 'beneficiari', essendo i
suoi finanziamenti "condizionali" [1];
*effetto catalizzatore sui flussi di capitali privati; l'esistenza di un programma
negoziato con il Fondo incoraggia le banche private a concedere prestiti (o
ulteriori prestiti) a paesi che altrimenti non verrebbero considerati degni
di credito;
*mondializzazione del sistema commerciale e finanziario, tramite (anche) la
pressione esercitata dal Fondo per l'abbandono di misure protezionistiche;
3- privatizzazione di imprese commerciali, finanziarie ed industriali controllate
dallo Stato, attraverso la vendita di gruppi pubblici al capitale straniero;
4- ritiro dello Stato da programmi concernenti settori sociali come istruzione,
sanità, alimentazione, con loro privatizzazione sulla base del principio
del recupero dei costi;
5- riorganizzazione del settore statale in nome dell'eliminazione delle spese
'improduttive' e introduzione di progetti per il recupero dei costi nei programmi
di Stato. Misure comunque all'insegna di massicci licenziamenti nel pubblico
impiego;
6- riforme fiscali, caratterizzate sostanzialmente da aumenti delle entrate
tributarie, gravanti sui gruppi a reddito medio.
Secondo le Nazioni Unite, i programmi di aggiustamento strutturale hanno generato
nei Paesi in Via di Sviluppo (PVS) una categoria di "nuovi poveri"
composta prevalentemente da dipendenti del settore pubblico e privato e da lavoratori
rurali (discorso che dovrebbe essere allargato anche ai paesi cosiddetti industrializzati).
Uno studio dell'UNICEF (Fondo delle Nazioni Unite per l'Infanzia) di alcuni
anni fa ha valutato gli effetti dei programmi di aggiustamento sulla crescita
a breve termine. Si è rilevato fra l'altro che, in 55 paesi destinatari
dei programmi varati dal FMI, il tasso di crescita del Prodotto Interno Lordo
(PIL) è diminuito o è rimasto invariato nel 57% dei casi e come
non si sia realizzata, in generale, quella presunta crescita economica che doveva
seguire alle politiche di aggiustamento. Le misure adottate per contrarre la
domanda interna, invece, hanno comportato conseguenze negative sui programmi
di investimento, pregiudicando il potenziale produttivo di numerosi paesi del
Terzo Mondo.
Il risultato immediato degli austeri programmi di aggiustamento del FMI è
la diminuzione degli investimenti interni al paese e della spesa sociale, la
cui gravosità viene scaricata peraltro sulle fasce più deboli
della popolazione. Una 'curiosa' combinazione se si considera che la diminuzione
degli investimenti, determinando una contrazione del tasso di crescita del paese,
riduce il risparmio e la capacità di pagare il debito.
"piano baker"
È interessante soffermarsi brevemente sull'atteggiamento assunto dai
paesi industrializzati creditori, rispetto ad una situazione complessiva non
più affrontabile con una 'logica' di spoliazione di tipo tradizionale,
comunque destinato al fallimento perchè interno alla medesima volontà
di dominio. A tal proposito, più noti e in tal senso significativi sono
i piani Baker (1985) e Brady (1989) dal nome dei segretari statunitensi al Tesoro
USA in carica in quegli anni.
Il "programma per una crescita sostenuta", comunemente conosciuto
come piano Baker, prevedeva massicce iniezioni di capitali nei paesi maggiormente
indebitati in cambio del loro impegno ad adottare adeguate politiche macroeconomiche
e riforme strutturali, in un contesto di ribadita centralità del ruolo
del FMI. La 'novità' del piano consisteva nell'accento posto più
sul concetto di crescita che non sulle tradizionali politiche d'austerità
e nel ruolo-motore delle banche private. Queste peraltro, con un immobilismo
di fatto, manifestarono da subito riluttanza alla "concessione di prestiti
volontari", rendendo impossibile il raggiungimento del tetto di finanziamenti
previsti dal piano. La logica della restituzione del prestito con gli interessi
non veniva comunque messa in discussione: il debito veniva rifinanziato ma non
ridotto. Per farvi fronte sarebbero stati necessari sostanziali nuovi impegni
di valuta, nell'arco di tre anni, da parte delle banche -altri 20 mld di $ per
i 15 paesi più fortemente indebitati- da un lato, e della BM e del FMI
-altri 9 mld di $ (da 18 a 27)- dall'altro. Il piano fallì. Il FMI, che
ne era stato acceso sostenitore, divenne sempre più preoccupato per le
sue ristrettezze finanziarie. I suoi Stand-By Agreements (cfr. Indipendenza
n.54/55) erano intesi a fornire crediti rotativi a breve termine per far fronte
ad una temporanea mancanza di liquidità, ma non tali da finanziare programmi
di sviluppo a lungo termine. Il problema del debito, diagnosticato come il primo,
si rivelò il secondo. Questo divenne evidente non appena molti debitori
dovettero ripagare i loro stand-by; dal 1986 il FMI stava ricevendo più
in "servizio-debito" dai PVS maggiormente indebitati di quanto stava
concedendo in crediti.
piano brady
Con il Piano Brady, nel 1989, si cercò -sulla carta- un approccio alla
questione del debito che fu definito "più realistico", ma che
a ben vedere si rivelò essere un tentativo di mascherare il condono -sempre
'condizionato'- conservando ai due organismi finanziari internazionali un ruolo
comunque regolatore, senza peraltro definire con esattezza chi dovesse prendere
l'iniziativa nell'approntare gli schemi di riduzione del debito.
Questo sullo sfondo di uno stato d'instabilità accentuata nell'America
Latina, culminato in una serie di rivolte in Venezuela ed Argentina. Fermo restando,
come peraltro il precedente piano e la filosofia generale del FMI, la valutazione
"caso per caso" nell'imposizione di misure differenziate per i vari
paesi, si prendeva atto della diminuzione dei flussi di risorse verso i PVS,
delle crescenti difficoltà di onorare il debito, del declino degli investimenti.
Di qui la "necessità" di avviare un processo di riduzione dell'importo
globale del debito e dei relativi interessi, mantenendo ferma comunque la richiesta
di garanzie sul pagamento degli interessi, per quanto il tutto si accompagnasse
all'erogazione di nuove risorse. Fondamentalmente quindi rimane la spirale debito-paga-debito.
I risultati, nella loro minimalità, si sono rivelati fallimentari. Nel
piano era previsto che BM e FMI fornissero 10 mld ciascuno e che altri dovessero
venire dal governo giapponese. L'unico risultato acquisito fu la riduzione del
debito messicano nel 1989, salutato enfaticamente come un "grande successo",
anche se per molti osservatori si tratta di un caso molto particolare, strettamente
legato agli interessi statunitensi per il costituendo NAFTA.
fmi: "rapporto '93"
Quanto segue è un resoconto riassuntivo e analitico delle parti dell'ultimo
rapporto del Fondo ritenute più rilevanti o comunque contenenti dati
degni di nota.
Nel corso dell'esercizio '92/'93 il numero dei paesi membri è salito
a 177 [5] e alla data della sua chiusura le richieste di adesione di altri tre
erano ancora allo studio (uno di questi, gli Stati federati di Micronesia, è
poi diventato membro nel giugno '93).
Il FMI esercita la sua sorveglianza -sulle politiche di cambiamento e le politiche
macroeconomiche- sia sul piano bilaterale, analizzando la politica economica
di ogni paese (con relative consultazioni), sia su quello multilaterale, esaminando
le conseguenze delle politiche economiche nazionali in relazione al funzionamento
del sistema mondiale nel suo insieme.
Nel quadro della procedura di sorveglianza, nel '93, gli "Amministratori"
hanno convenuto di rivedere le procedure di sorveglianza accentuata. Queste
procedure, istituite nel 1985 per "facilitare" gli accordi di rirateizzazione
pluriannuale tra alcuni paesi membri e le banche commerciali, stabiliscono tra
il FMI e i paesi membri dei legami più stretti dell'ordinario nel quadro
delle consultazioni periodiche. Secondo le procedure riviste di sorveglianza
accentuata, i governi richiederebbero al FMI di sorvegliare le loro politiche
macroeconomiche e strutturali nel contesto degli sforzi di aggiustamento in
corso. Il Consiglio di Amministrazione darebbe séguito alla domanda dei
paesi membri caso per caso, "tenendo conto particolarmente del quadro antecedente
e del vigore del loro programma economico, senza essere (formalmente, n.d.c.)
tenuto ad approvarlo o ad appoggiarlo".
La crescita delle richieste al Fondo di assistenza tecnica e di formazione
viene ricondotta a tre fattori essenziali:
1- rapido aumento del numero dei paesi membri in seguito alla dissoluzione dell'ex
Unione Sovietica e relativa liberalizzazione politica ed economica in Europa
centrale e orientale;
2- l'abbandono del sistema di pianificazione centrale per un sistema ad economia
di mercato si è accompagnato ad enormi bisogni di formazione e assistenza
tecnica;
3- in ragione dell'accrescimento del numero dei paesi che applicano programmi
appoggiati dal Fondo e dell'accelerazione delle riforme strutturali nella maggior
parte di questi, il FMI 'forma' quegli esperti nazionali più in vista
nella gestione economica e finanziaria.
bilancio finanziario
Durante i 12 mesi d'esercizio trascorsi tra la fine dell'aprile '92 e la fine
dell'aprile '93, l'ammontare totale delle quote-parti al Fondo è passato
da 91.2 a 144.6 mld di DSP [6] (con un accrescimento di circa il 60%), in conseguenza
sia della crescita del numero dei paesi membri (apportando con l'adesione, il
30 aprile '92, 6.2 mld di DSP), sia dell'aumento del 50% delle quote-parti prevista
dalla 9^ revisione generale entrata in vigore nel novembre '92.
Con i pagamenti delle quote-parti sottoscritte dai nuovi membri e dall'aumento
di quelle di quasi tutti i paesi membri le risorse liquide del Fondo si sono
fortemente accresciute durante l'esercizio: alla fine dell'aprile del '93 ammontavano
globalmente a 68 mld di DSP (in cui vengono incluse le risorse impegnate ma
non emesse) contro il 37.4 dell'anno precedente, mentre il totale aggiustato
delle sue risorse utilizzabili non impegnate raggiungeva i 52.2 mld di DSP alla
fine dell'aprile del '93 contro i 20.9 mld dell'anno precedente.
L'ammontare globale dei DSP concessi è rimasto lo stesso nel '92/'93: 21.4 mld; quello totale degli insoluti a titolo di obbligazioni finanziarie nei confronti del Fondo è rimasto elevato nel '92/'93, ma grazie all'applicazione seguita con la "strategia rinforzata di cooperazione", il Fondo ha registrato, per la prima volta da 10 anni, un ribasso del livello degli arretrati: 3.5 mld di DSP alla fine del '92, 3 mld l'anno successivo.
I crediti liquidi del FMI sono aumentati: 25.6 mld di DSP (fine aprile '92),
33.7 mld (fine aprile '93), a causa soprattutto dell'accrescimento delle posizioni
dei paesi membri nella tranche di riserva, di cui l'ammontare totale è
passato da 21.9 a 30.3 mld di DSP tra queste due date. Il corso dei prestiti
del Fondo è sceso da 3.7 a 3.4 mld di DSP.
Nel corso dell'esercizio '92/'93, 11 accordi di conferma, per un totale di 2
mld di DSP, e 3 accordi allargati, per un totale di 1.2 mld di DSP, sono stati
approvati. L'ammontare di questi impegni, ossia 3.2 mld di DSP, è inferiore
agli 8.1 mld di DSP impegnati nel '91/'92. Una delle più significative
ragioni di questo ribasso è imputabile al fatto che "importanti
richieste (cioè una massiccia utilizzazione delle risorse del Fondo,
n.d.c.), che ci si aspettava da molti dei nuovi paesi membri, non si sono ancora
concretizzate sotto forma di programmi di aggiustamento e di riforma strutturale
che possano essere sostenuti da accordi finanziari con il FMI". Le cifre
corrispondenti dell'esercizio finanziario precedente sono: 21 accordi di conferma
(5.6 mld) e due accordi allargati (2.5 mld). Otto degli 11 accordi di conferma
conclusi nel '92/'93 riguardano paesi dell'ex URSS e paesi dell'Europa centrale
o orientale (Albania, Estonia, Lettonia, Lituania, Polonia, Romania, Russia,
Repubblica Ceca). Gli altri 3 sono stati conclusi con paesi dell'America Latina
(Costa Rica, Guatemala e Uruguay).
Il 30 aprile '93 accordi di conferma erano in vigore con 15 paesi; il totale
delle risorse investite a questo titolo si elevava a 4.5 mld di DSP e quello
dei saldi non emessi a 2.5 mld. I 3 accordi allargati approvati nel '92/'93
sono stati a favore di Giamaica (0.1 mld), Perù (1 mld di DSP) e Zimbabwe
(0.1 mld). Il totale degli investimenti al titolo dei 6 accordi allargati in
vigore dal 30 aprile del '93 si eleva a 8.6 mld di DSP, di cui 2.8 non ancora
emessi.
All'inizio del luglio '93 -dato significativo se lo si focalizza sulla Russia-
nell'ambito di un accordo di conferma con il FMI il Kirghizistan e la Russia
hanno acquistato rispettivamente una prima somma di 16 e 1.078,3 milioni di
DSP [7], al titolo della facilitazione per la trasformazione sistemica (FTS),
il nuovo meccanismo temporaneo approvato il mese precedente dal consiglio di
amministrazione.
Nell'esercizio '92/'93, gli acquisti di paesi membri al Conto di risorse generali,
escluse quelle della tranche di riserva, sono stati valutati nell'ordine di
5.3 mld di DSP. La ripartizione per aree geografiche è la seguente: America
Latina, 2.3 mld; Asia, 1.6 mld; Europa centrale e orientale, 1.3 mld; Africa
e Medio Oriente, 0.1 mld.
Gli acquisti più importanti, sempre in DSP, sono stati quelli dell'Argentina
(1.3 mld), dell'India (1.2 mld), della Russia (0.7 mld) e del Perù (0.6
mld). Il Pakistan ha effettuato un acquisto d'urgenza di 0.2 mld di DSP per
far fronte alle inondazioni che lo avevano devastato.
meccanismi speciali di credito
Il Consiglio ha rivisto le modalità d'accesso all'utilizzazione delle
risorse generali del Fondo, in modo da mantenere -pressappoco allo stesso livello
di prima- i limiti entro i quali ne è permesso l'impiego, che continua
comunque ad essere subordinato alla situazione e al vigore degli sforzi di aggiustamento
del paese membro.
I meccanismi speciali del Fondo, allo stato attuale, sono sostanzialmente tre:
la facilitazione del finanziamento compensatorio e del finanziamento per imprevisti
(FFCI), il meccanismo di finanziamento di stock regolatori e la facilitazione
per la trasformazione sistemica (FTS).
La Facilitazione per la Trasformazione Sistemica è stata istituita nell'aprile
'93. Con questa si intende fornire un "finanziamento ai paesi membri che
accusano difficoltà nella bilancia dei pagamenti, nella misura in cui
i loro dispositivi di commercio e di pagamento sono stati gravemente perturbati
dal passaggio da un sistema commerciale fondato principalmente su prezzi fuori
mercato a un sistema multilaterale basato sul mercato". Una misura evidentemente
rivolta ai paesi dell'Est, applicandosi in particolar modo a quelli che si trovano
agli stadi iniziali della transizione e che non hanno ancora messo a punto programmi
'sostenibili' del Fondo nell'ambito dei suoi meccanismi di prestito. Per usufruirne,
sono vincolati all'adozione di rapide politiche che potrebbero essere poi appoggiate
nel quadro di accordi di conferma del meccanismo allargato di credito o della
facilitazione di aggiustamento strutturale rinforzata (FASR).
aspetti giuridico-organizzativi
Fattori da sottolineare sono l'adozione di normative più rigide per i
paesi inadempienti (si autorizza la sospensione dei diritti di voto e dei diritti
connessi di un paese membro che persista a non adempiere alle sue obbligazioni
in virtù degli statuti, in particolare a non regolare i suoi insoluti
a titolo di obbligazioni finanziarie) e l'ampliamento dell'apparato burocratico
dell'organismo per l'intensificazione delle operazioni finanziarie (accrescimento
dell'effettivo permanente dell'istituzione oltre le 2100 persone, riorganizzazione
di alcuni dipartimenti operativi per adattarli ai nuovi bisogni dei paesi membri
e istituzione di un Segretariato dell'assistenza tecnica per centralizzare queste
attività e coordinare i servizi di assistenza tecnica nell'ambito del
FMI e con le altre istituzioni).
Con i paesi membri il FMI insiste sull'importanza del ruolo della formazione,
essenziale per indirizzarli nell'elaborazione e applicazione di specifiche politiche
finanziarie ed economiche. A tal fine mantiene stretti rapporti con i funzionari
dei paesi membri, così come con le istituzioni multilaterali, regionali
e nazionali, cui trasferisce il più velocemente possibile le conoscenze
teoriche e pratiche, favorendo la creazione di organismi nazionali o regionali
capaci di assicurare al momento opportuno la maggior parte delle attività
di formazione. In questo ambito, ad es., il Fondo ha collaborato alla creazione,
nel settembre '92, dell'Istituto multilaterale di Vienna, insieme ad altre organizzazioni
internazionali, per assicurare la formazione di "gestori" dei settori
pubblici e privati provenienti dai paesi a economia un tempo pianificata. Parimenti
il Fondo è intervenuto in materia di formazione nel campo della gestione
macroeconomica e di altre attività tecniche (funzionamento delle banche
centrali, finanze pubbliche e statistiche, ad es.), accrescendo il numero dei
seminari di formazione a livello nazionale e regionale e intensificando la sua
presenza nelle istituzioni africane di formazione. Di recente si è pensato
di creare un centro di formazione speciale per l'Africa orientale e australe.
Nell'agosto del '92, un Segretariato dell'assistenza tecnica è stato
creato presso il FMI con il compito di centralizzare queste attività
e coordinare la direzione su tutti gli aspetti dell'assistenza tecnica, nell'ottica
del Fondo e di quella di altri organismi internazionali.
attività economica del fondo
Secondo il Fondo, l'attività economica in Europa è stata frenata
dal mantenimento, ad un livello elevato, dei tassi di interesse a breve termine
e da tensioni considerevoli sul mercato dei cambi.
Il deficit delle transazioni correnti dei paesi industrializzati si è
globalmente acuito passando da 27 mld di $ nel '91 a 46 mld di $ nel '92, nonostante
un miglioramento nei termini di scambio. Per l'insieme dei PVS il deficit delle
transazioni correnti si è leggermente contratto per stabilizzarsi a 64
mld di $ (la normalizzazione delle transazioni estere nel 'Medio Oriente' è
stata controbilanciata dall'aggravarsi dei deficit nelle altre regioni, particolarmente
nell'emisfero occidentale). Il finanziamento estero netto nei PVS si è
accresciuto di 8 mld di $ per stabilizzarsi a 112 mld di $ in seguito ad una
forte crescita degli apporti di capitali netti al 'Medio Oriente' e degli investimenti
di portafoglio nell'emisfero occidentale.
Il deficit delle transazioni correnti si è acuito anche nei paesi in
transizione dall'economia pianificata all'economia di mercato, sia pur a diversi
livelli di evoluzione. Il deficit estero si è fortemente contratto nei
paesi dell'Europa centrale, dove è stato portato a 1½ mld di $
principalmente per la crescita delle esportazioni destinate all'Europa occidentale;
si è per contro aggravato negli Stati nati dalla disgregazione dell'URSS
per via di un regresso nelle esportazioni, in particolar modo del petrolio.
L'apporto di capitali esteri netti ai paesi in transizione dell'Europa centrale
è passato a 4¾ mld di $ nel '92.
Il totale del debito (non compresi i crediti del FMI) dei PVS, in percentuale
delle entrate delle esportazioni, è stato portato dal 124% nel '91 al
116% nel '92. Tuttavia numerosi paesi hanno continuato a dover far fronte a
gravi problemi di indebitamento, soprattutto nell'Africa sub-sahariana, dove
sono rimasti esposti a termini di scambio sfavorevoli in un quadro di condizioni
avverse, tra cui la siccità. Importanti accordi sono stati conclusi nel
'92 ai fini della ridefinizione di un montante totale di 35 mld di $ di debito
verso le banche commerciali e di una riduzione netta degli arretrati di 15 mld
di $ -per una parte importante nell'emisfero occidentale.
Due dei principali accordi di ridefinizione hanno riguardato il debito delle
Filippine e quello dell'Argentina, entrambi finanziati -in parte- attraverso
un'allocazione del Fondo per un ammontare di circa 1 mld di $ a sostegno di
programmi di riduzione del debito. Il Brasile è pervenuto a un accordo
sulle condizioni di un piano globale di ristrutturazione del suo debito verso
le banche, recentemente sottoposto ai suoi creditori.
Tra i paesi a debole reddito, la Bolivia e l'Uganda hanno compiuto, nell'ottica
del Fondo, progressi apprezzabili nella ristrutturazione del debito. Tra il
luglio del '92 e il maggio del '93 i creditori del Club di Parigi hanno deciso
di accordare uno sgravio del debito, a condizioni 'migliori', a 10 PVS a debole
reddito. Accordi sono stati conclusi anche con 5 paesi a reddito intermedio
e, nell'aprile del '93, i creditori ufficiali bilaterali sono pervenuti ad un
accordo di rirateizzazione con la Federazione Russa che si aggirava su circa
15 mld di $ di arretrato e di pagamenti a titolo di servizio del debito dell'ex
URSS che scadevano alla fine del '93.
La persistenza di squilibri commerciali tra i grandi paesi industrializzati
ha intensificato le pressioni protezionistiche; quanto alle relazioni commerciali
con i PVS esse sono state dominate sempre di più, soprattutto nel caso
dell'Asia e dell'emisfero occidentale, da questioni quali la protezione di diritti
di proprietà intellettuale e le norme in materia di ambiente e di manodopera.
Inoltre alcuni grandi paesi industrializzati hanno continuato a fare la parte
da leoni nella loro politica commerciale, nell'applicazione dei diritti antidumping
e di diritti compensatori, nelle incitazioni alle autolimitazioni delle esportazioni,
nonchè con minacce di sanzioni, comportamento che ha portato i PVS a
reagire tra gli altri con un rafforzamento dei loro dispositivi antidumping.
In attesa della conclusione dell'Uruguay Round, i paesi industrializzati -con
qualche eccezione (Australia, Nuova Zelanda e Svezia)- si sono in linea generale
limitati, nell'intento dell'ulteriore apertura dei loro mercati, a fare avanzare
i loro obiettivi di integrazione regionale.
Nel corso degli ultimi anni -sostiene il Rapporto- la politica commerciale
di numerosi PVS è stata condotta all'insegna di uno sforzo di liberalizzazione
e di razionalizzazione del regime di scambio e di commercio estero, nel quadro
di programmi globali di aggiustamento macroeconomico e strutturale, spesso condotti
con l'appoggio finanziario del FMI o della BM. In questi casi tale sforzo ha
permesso una diminuzione o una soppressione progressiva delle restrizioni quantitative
che sono state rimpiazzate dai diritti di dogana o da una riduzione dell'importo
e del numero di diritti di dogana esistenti. Tra i paesi che hanno agito recentemente
in questo senso si possono citare Brasile, Ecuador, Guatemala, India, Mali,
Tanzania e Zimbabwe. In Africa numerosi paesi hanno intrapreso la liberalizzazione
del loro regime commerciale, anche se, secondo il Fondo, "resta molto da
fare in alcuni casi". In Asia i paesi impegnati da lunga data in una politica
di liberalizzazione graduale hanno proseguito la loro azione, mentre altri hanno
cominciato a disimpegnarsi dalla tendenza all'autocentrismo. I paesi dell'America
Latina hanno amplificato il loro movimento di liberalizzazione degli scambi
cominciato negli anni Ottanta, ridotto la dispersione delle tariffe doganali
e procedono attualmente alla realizzazione del sistema tariffario armonizzato,
conformemente alle obbligazioni derivanti dalla loro accettazione di un numero
accresciuto di regole del Gatt e dei codici del Tokyo Round. Tuttavia alcuni
settori per i quali i mercati mondiali sono particolarmente falsati, come l'agricoltura,
continuano ad opporre resistenza alla liberalizzazione. Questa situazione, coniugata
all'aggravarsi delle frizioni che caratterizzano le relazioni commerciali, ha
indotto i PVS a ricorrere più frequentemente all'applicazione di misure
di salvaguardia, di diritti antidumping e di diritti di ingresso variabili,
al fine di proteggere la loro industria nazionale da una concorrenza straniera
"sleale".
Parallelamente al loro sforzo "unilaterale" (!) di liberalizzazione,
i PVS hanno manifestato sempre di più il 'desiderio' di integrarsi nel
sistema multilaterale degli scambi. Ne dà prova la moltiplicazione di
nuove adesioni al Gatt: nel 1992/'93 diversi paesi -Repubblica Dominicana, Mali,
Mozambico, Namibia, Santa Lucia e Swaziland- sono diventati membri; per un certo
numero di altri paesi il processo di adesione è in corso. Altri ancora
hanno ottenuto lo statuto di osservatore.
I paesi dell'Europa centrale e orientale -a detta del Fondo- hanno proseguito
l'azione iniziata alla fine degli anni Ottanta per liberalizzare e riorientare
i regimi di cambio e di commercio sulla base delle leggi di mercato. Hanno talvolta
dovuto applicare provvisoriamente delle soprattasse alle importazioni per alleggerire
le pressioni della transizione, particolarmente per rimediare a problemi budgettari
o della bilancia dei pagamenti. Le loro difficoltà per definire una base
di introiti interni adeguati e portare a dei sistemi efficaci di copertura delle
imposte sono un ostacolo alla prosecuzione della liberalizzazione degli scambi.
Alcuni tra loro -Ungheria, Polonia e Romania- rinegoziano attualmente i loro
protocolli di adesione al Gatt per sanzionare le loro riforme orientate verso
il mercato e diversi altri hanno chiesto di esservi ammessi. Inoltre la ricerca
di un'integrazione più stretta con la Comunità Europea (CE) e
l'Associazione Europea di Libero Scambio (AELE) -avviata con la prospettiva
di accordi di associazione o di libero scambio- è uno degli assi della
strategia politica e economica che hanno adottato i paesi dell'Europa centrale
e orientale e gli Stati baltici per assicurare un ancoraggio irreversibile della
loro economia all'Ovest.
Questi accordi prevedono l'eliminazione progressiva, nell'arco di diversi anni,
di ostacoli agli scambi per la maggior parte dei prodotti industriali. Alcuni
settori con un forte potenziale di esportazione, essenziali per le economie
d'Europa centrale e orientale -agricoltura, il tessile e soprattutto l'acciaio-
sono ancora sottoposti a barriere non trascurabili (benchè temporanee
in un certo numero di casi) all'entrata sui mercati comunitari. Questo perchè
la CE ha preso di recente iniziative per accelerare l'accesso preferenziale
al mercato nell'ambito dei suoi accordi di associazione con questi paesi, firmando
inoltre accordi commerciali e di cooperazione con l'Albania e la Slovenia. Le
Repubbliche Ceca e Slovacca hanno formato un'unione doganale e concluso un accordo
di libero scambio con l'Ungheria e la Polonia.
Il volume degli scambi tra gli Stati usciti dall'ex Urss, e tra questi e il
resto del mondo, ha continuato a scendere tra il '92 e l'inizio del '93. È
una situazione che contemporaneamente riflette e aggrava un cedimento dell'attività
economica nell'insieme dell'ex Urss. Gli Stati baltici e quelli dell'ex Urss
hanno compiuto dei progressi ineguali nella riforma dei loro regimi di commercio
e di pagamenti. Sono gli Stati baltici che hanno ottenuto qui i migliori risultati
nel quadro di un piano globale di riforma economica condotta con il sostegno
finanziario del Fondo. Preoccupati di rinforzare la loro integrazione con l'Europa
occidentale, questi paesi hanno anche concluso degli accordi bilaterali di libero
scambio con Norvegia, Svezia e Finlandia, completati dalla firma di convenzioni
commerciali e di accordi di cooperazione con la CE.
Ma tra gli Stati dell'ex Urss alcuni hanno avuto più difficoltà
a riorientare il loro regime di commercio estero. Contingenti di esportazione,
licenze, tasse per l'esportazioni e restrizioni di pagamenti espliciti o impliciti
sono altrettanti mezzi messi in opera per tentare di sostenere il controllo
di prezzi interni (in particolare nel settore dei prodotti primari) e di limitare
gli effetti sfavorevoli dell'espansione monetaria. Assicurando in generale l'assenza
di restrizioni quantitative, mantenendo i loro diritti di dogana -destinati
principalmente ad accrescere gli introiti pubblici- a dei livelli moderati nell'insieme,
questi paesi hanno adottato diversi dispositivi transitori di pagamento che
hanno impedito la liberalizzazione effettiva delle importazioni. Sono stati
numerosi a ricorrere alla permuta (ivi compresi paesi situati al di fuori della
zona dell'ex URSS) o ad accordi commerciali intergovernativi, con l'obiettivo
di preservare un volume minimo di scambi, di assicurare il loro approvvigionamento
di materie prime essenziali o di contenere il deterioramento dei termini di
scambio. Alcuni tra loro, tuttavia, hanno adottato riforme che mirano a meglio
adattare i loro regimi di scambio e di pagamenti ai princìpi del mercato:
hanno particolarmente allargato il ruolo dei mercati di scambio sviluppando
la convertibilità ai fini delle transazioni correnti, riducendo le tasse
implicite all'esportazione e unificando i tassi di cambio.
Diversi Stati dell'ex URSS -Armenia, Bielorussia, Estonia, Kazakhstan, Lettonia,
Lituania, Moldavia, Turkménistan e Ucraina- hanno ottenuto lo statuto
di osservatore per il Gatt, prima tappa sulla via di un'eventuale adesione.
La Federazione Russa, da parte sua, ha ripreso il seggio di osservatore altrimenti
occupato dall'Unione Sovietica.
Lo sforzo di stabilizzazione e di riforma strutturale avviato da questi paesi,
si legge nel Rapporto, iniziava manifestamente a portare i suoi frutti, diversi
fra loro. Il processo di privatizzazione era già ben avanzato e riforme
budgettarie importanti, che andavano dalla modifica di sistemi di imposizione
all'estensione di reti di protezione sociale, erano in corso di introduzione.
Riforme monetarie e budgettarie nell'insieme appropriate avevano permesso un
miglioramento della stabilità macroeconomica e, in alcuni paesi, si registrava
una risalita della produzione. Tuttavia -dicono gli Amministratori- importava
che il ritmo della transizione verso il mercato si mantenesse. Grandi passi
erano stati fatti sulla via della privatizzazione e nello stabilimento dei diritti
patrimoniali, ma una buona parte della capacità di produzione, soprattutto
nelle grandi imprese, restava nelle mani dello Stato. Era dunque necessario
e urgente raggiungere almeno l'inserimento di queste imprese sul mercato. Un'ulteriore
riduzione della produzione era comunque prevista nel breve periodo. Se da un
lato una liberalizzazione sostanziale dei prezzi è ritenuta indispensabile
per il successo della riforma, dall'altro vengono stigmatizzati come particolarmente
preoccupanti inflazione e problemi connessi, tipo la creazione di credito eccessivo
dalle banche centrali, l'esistenza di massicci deficit pubblici e il sovvenzionamento
delle imprese pubbliche deficitarie. Gli Amministratori si sono anche dichiarati
preoccupati del fatto che l'insufficienza dello sforzo di stabilizzazione rischiava
di intensificare la tendenza all'iperinflazione e pertanto far deragliare l'insieme
dei processi di riforma.
Le riforme strutturali già avviate dai paesi dell'ex URSS sono consistite
nell'avviare la privatizzazione, nel diffondere il sistema finanziario e nello
stabilire un quadro giuridico appropriato. I "miglioramenti" realizzati
in tali campi sono ritenuti dal Fondo ineguali da un paese all'altro. Gli Amministratori
ribadiscono lo stretto legame tra riforme strutturali e stabilità macroeconomica,
sottolineando la necessità di compiere passi più decisi su questo
doppio binario, se si vuole determinare una ripresa della produzione e del livello
di vita.
Il Consiglio ritiene vitale una non meglio precisata "cooperazione internazionale"
per sostenere la dinamica della riforma nelle economie in transizione -gli Stati
dell'ex URSS- dove le relazioni monetarie, finanziarie e commerciali devono
essere stabilite su nuove basi. Un'assistenza tanto finanziaria quanto tecnica
dei governi e delle organizzazioni internazionali, compresa nel contesto della
nuova facilitazione per la trasformazione sistemica (FTS) del FMI, viene giudicata
come un "apporto capitale" a questo riguardo. Grande importanza viene
quindi attribuita agli scambi commerciali e agli investimenti diretti privati,
con il dichiarato presupposto che lo sviluppo delle attività del settore
privato necessita di "nuove riforme strutturali" oltre che di una
"liberalizzazione dell'accesso ai loro mercati da parte dei paesi industrializzati".
Questa liberalizzazione non si è tuttavia sempre accompagnata ad uno
smantellamento immediato delle barriere di protezione poste contro la concorrenza
in settori sensibili come l'automobile, l'industria tessile, il carbone o la
costruzione navale; nel caso delle importazioni di banane si constata anche
un'estensione delle restrizioni agli scambi con paesi terzi. D'altronde, i paesi
della CE e della AELE (eccetto la Svizzera) hanno firmato un accordo che stabiliva
uno spazio economico europeo che li raggrupperà nel seno di un mercato
unico, accordo che potrebbe avere effetto nel corso di quest'anno se ratificato
dagli organi legislativi degli Stati firmatari. La maggior parte dei paesi della
AELE ha dichiarato l'intenzione di diventare membri a pieno titolo della CE.
Come già accennato, i paesi della CE e della AELE si sono legati, tramite
diversi accordi regionali di commercio, con parecchi paesi dell'Europa centrale
e orientale, che hanno concluso accordi analoghi tra loro. E gli Stati baltici,
che hanno siglato accordi di libero scambio con alcuni Stati membri della AELE
e accordi di cooperazione con la CE, mirano a costituirsi anche loro in spazio
di libero scambio. Nell'emisfero occidentale, nel '92, gli organi esecutivi
del Canada, del Messico e degli USA hanno concluso il NAFTA [successivamente
ratificato dalle istanze legislative di questi paesi, n.d.c.]. Questo accordo
mira ad un'espansione progressiva dei flussi di beni, di investimenti e di servizi
fra gli Stati membri. Le restrizioni quantitative verso i paesi terzi non sono
state intensificate; tuttavia, il rischio che i firmatari di questo accordo
si distanzino dagli Stati non membri per gli scambi e gli investimenti in alcuni
settori specifici (auto, industria tessile, servizi) non è da escludere.
In America centrale e meridionale, il movimento di integrazione si è
intensificato, portando contemporaneamente un rafforzamento dei blocchi esistenti
-Mercato comune del Sud (Mercosur), Regime di preferenza commerciale per i paesi
andini e Comunità dei Caraibi (Caricom) in particolare- e la costituzione
di nuovi raggruppamenti di taglia più modesta. Altre parti del mondo
hanno manifestato un interesse crescente per l'integrazione regionale. I paesi
membri dell'Associazione delle nazioni dell'Asia del Sud-Est (ASEAN) hanno concluso
un accordo di libero scambio, mentre l'Organizzazione di cooperazione economica
si allargava ad alcuni Stati dell'Asia centrale. In Africa, infine, la Zona
di scambi preferenziali per gli Stati dell'Africa dell'Est e dell'Africa australe
(PTA), la Comunità di sviluppo dell'Africa australe (CDAA), l'Unione
doganale e economica dell'Africa centrale (UDEAC) e la Comunità economica
degli Stati dell'Africa dell'Ovest (Ecowas) esaminano i mezzi per rendere questa
integrazione più efficace.
indicazioni sul "mercato del lavoro"
In relazione alle prospettive dell'economia mondiale, gli Amministratori hanno
lamentato l'assenza di riforme adeguate delle strutture del mercato del lavoro
che, unitamente a diversi fattori congiunturali, è all'origine della
disoccupazione massiccia che colpisce molti paesi industrializzati in particolare
d'Europa. Le rigidità dei mercati del lavoro europeo hanno mantenuto
la disoccupazione a un livello elevato, contribuito sia all'erosione della fiducia
dei consumatori che ad una crescita delle domande di sovvenzione delle imprese,
e pesato sulla politica commerciale dei governi. Viene sottolineato che le politiche
di mantenimento dei redditi dovrebbero cedere più largamente il passo
a misure che favoriscano la mobilità della manodopera, il miglioramento
della formazione e del riclassamento, l'ammorbidimento della scala dei salari.
il Fondo e l'Italia
Nell'opinione del Consiglio d'amministrazione, l'Italia ha dispiegato sforzi
considerevoli per risolvere i suoi gravi squilibri budgettari, ma i suoi problemi,
che hanno largamente contribuito alla perdita di fiducia dei mercarti finanziari
nell'estate del '92, sono profondamente radicati. Nella parte dedicata al nostro
paese c'è scritto che le misure prese dall'Italia per colmare il disavanzo
sono lodevoli [8], ma non sufficienti; che quindi bisogna insistere con ulteriori
provvedimenti. Riuniti nel gennaio del '93, gli Amministratori hanno posto l'accento
sulla necessità di misure supplementari per assicurare la validità
della posizione delle finanze pubbliche e dare fiducia alla capacità
del governo di proseguire nel processo di disinflazione. Hanno preso atto della
debolezza persistente della lira, del livello ancora elevato dei tassi di interesse
reale (la richiesta del Fondo è di ridurli al massimo), e dei riscontri
sempre più evidenti sul netto rallentamento dell'attività economica.
Gli Amministratori si sono "caldamente felicitati" con le autorità
per aver preso delle misure di riduzione del deficit, comprendenti in particolare
delle riforme strutturali, ma si sono dichiarati preoccupati del fatto che,
in assenza di ogni altra azione nel campo budgettario, il deficit del settore
pubblico abbia superato nel '93 anche gli obiettivi a medio termine. Tenuto
conto dell'ampiezza degli squilibri budgettari e delle tensioni sul mercato
finanziario, la maggior parte degli Amministratori ha rimarcato che misure supplementari
avrebbero dovuto essere proposte per il '93. Gli Amministratori hanno sottolineato
che le autorità avrebbero dovuto prefigurare per il '93 delle misure
destinate a "superare gli imprevisti", basate quanto più possibile
sulla moderazione delle spese, nonchè altre di aggiustamento permanente
per il '94 ed oltre [9].
Lo Stato gioca un ruolo preponderante nell'economia italiana, e gli Amministratori
si sono "felicitati" dei piani di privatizzazione adottati dalle autorità.
Progressi in questo campo indicherebbero che queste sono determinate ad impegnarsi
in una nuova strategia e rinforzerebbero la credibilità e la qualità
dello sforzo di aggiustamento delle finanze pubbliche. Gli Amministratori hanno
rilevato che la moderazione dei salari, settore pubblico incluso, è anch'essa
un elemento importante negli sforzi di aggiustamento. La riforma del mercato
del lavoro è vitale, particolarmente in ciò che riguarda la determinazione
dei salari in modo da renderli più sensibili alle condizioni del mercato.
Ovvie le felicitazioni degli Amministratori per l'accordo governo-sindacati
confederali sul costo del lavoro che ha messo fine al sistema di indicizzazione
dei salari.
Hanno osservato come il ritiro temporaneo della lira dal Mercato dei Tassi di
Cambio (MTC) abbia complicato la condotta della politica monetaria e di disinflazione
e hanno raccomandato che si continui ad accordare un posto importante ai tassi
di cambio poichè essi costituiscono un riparo correntemente utilizzato
dagli agenti economici che determinano i salari e i prezzi.
Alcuni Amministratori hanno suggerito di fondare la politica monetaria su un
certo numero di indicatori. L'idea di porre termine al finanziamento del Tesoro
tramite la creazione di moneta, al fine di rinforzare l'indipendenza della banca
centrale, ha raccolto un certo appoggio, ma un buon numero di Amministratori
ha sottolineato che, per rendere la politica monetaria effettivamente indipendente,
occorre ridurre durevolmente il deficit budgettario e l'ingente debito pubblico.
Nell'opinione generale, il ristabilirsi della fiducia è essenziale perchè
la lira ritrovi il suo posto nel MTC, ritorno che le autorità intendono
operare nei tempi desiderati, e che la nuova parità sia credibile e duratura.
È indispensabile a questo riguardo continuare nella riduzione del deficit
budgettario, nella moderazione dei salari e nella disinflazione. Alcuni Amministratori
hanno notato che un deprezzamento eccessivo comprometterebbe la moderazione
dei salari e dei prezzi, mentre altri hanno sottolineato che il nuovo punto
di riferimento del tasso di cambio deve essere totalmente credibile e che non
deve essere considerato come insostenibile o incompatibile con gli obiettivi
interni.
indipendenza
(1) Va sempre tenuto presente che il prestito viene effettuato dal FMI con versamenti
scaglionati in modo da poter essere bloccato in qualsiasi momento se il programma
non venisse attuato.
La "condizionalità", cioè l'insieme delle misure di
politica economica ritenute dal Fondo necessarie per correggere gli squilibri
interni/esterni e di fatto vincolanti per l'ottenimento del prestito, non era
esplicitamente prevista e regolata nel testo originario dello Statuto, che non
menziona condizioni di imposizione, ma in modo generico "adeguate garanzie"
per l'utilizzo delle risorse; a partire dagli anni Cinquanta è divenuta
elemento fondamentale della politica del Fondo e nel '78 inserita nel suo Statuto
per volontà USA.
(2) Al FMI competerebbe effettuare prestiti a breve termine per sostenere la bilancia dei pagamenti nell'ottica del conseguimento di obiettivi macroeconomici, alla BM quello di essere mediatrice di prestiti e garante per progetti specifici, che abbracciano periodi più lunghi, in determinati settori chiave delle varie economie nazionali, anche se col tempo i ruoli delle delle due istituzioni si sono in un certo qual modo venuti a sovrapporre.
(3) Questo richiede ai governi di moderare le loro spese pubbliche, di contenere i redditi, di mantenere il fermo controllo sul prestito pubblico, sulla creazione di soldi e su un tasso di scambio competitivo.
(4) I governi vengono spinti a liberalizzare i prezzi, a deregolamentare i mercati (deregulation), a investire in nuove infrastrutture e garantire il permanere di quelle esistenti, a definire e proteggere i diritti di proprietà, a creare, insomma, un ambiente nel quale il commercio possa fiorire.
(5) Armenia, Azerbaïdjan, Bielorussia, Croazia, Estonia, Georgia, Kazakhstan,
Kirghizistan, Lettonia, Macedonia, isole Marshall, Moldavia, Uzbekistan, Russia,
S. Marino, Slovacchia, Slovenia, Svizzera, Tadjikistan, Repubblica Ceca, Turkmenistan,
Ucraina.
Si è deciso di accreditare la delegazione nominata dal governo in esilio
del presidente Aristide, rifiutando l'accredito della delegazione nominata dal
governo di Port-au Prince, che controllava di fatto il territorio e l'amministrazione
del paese membro. Della Somalia è stato lasciato vacante il seggio. Per
ciò che rimane della Repubblica Socialista Federativa di Yugoslavia,
rifiuto dell'accredito alla delegazione della Repubblica Federativa di Yugoslavia
(Serbia-Montenegro). Per Somalia e Yugoslavia il FMI tratta con agenti finanziari
designati anteriormente alla sua decisione di lasciare vacante il loro seggio.
Il 14/12/'92, comunque, il FMI ha constatato che l'antica Repubblica Socialista
Federativa di Yugoslavia aveva cessato di esistere e non era più dunque
membro dell'istituzione. Nello stesso tempo ha deciso che la Repubblica di Bosnia-Erzegovina,
la Repubblica di Croazia, l'antica Repubblica Yugoslava di Macedonia, la Repubblica
di Slovenia e la Repubblica Federativa di Yugoslavia (Serbia-Montenegro) succedevano
all'antica Repubblica nei suoi averi ed impegni nei confronti del Fondo e che,
nel rispetto di queste condizioni, potrebbero diventare membri del FMI e succedere
a questo titolo.
(6) Diritti Speciali di Prelievo, cfr. Indipendenza n.54/55.
(7) Va peraltro notato -a titolo puramente 'statistico', senza che ciò implichi avallo della logica fondomonetarista- che dei 18 mld di $ promessi alla Russia dal FMI e dalla BM nel '93, a tutt'oggi solo 1/5 scarso è arrivato a destinazione, nonostante le misure di aggiustamento strutturale già predisposte, tra cui significativa, anche per gli interessi statunitensi in merito, quella dei tagli ai sussidi cerealicoli.
(8) Tra i fattori più importanti dei "progressi" del governo Ciampi, stigmatizzati all'apertura dei lavori del Fondo a settembre, sono annoverati "la fine della scala mobile e la tenuta della lira dopo la svalutazione... La prima ha mandato salari e stipendi sotto inflazione, la seconda ha rilanciato i commerci" (sic!).
(9) In una missiva inviata al ministro del Tesoro Barucci dal FMI a fine agosto '93, si legge che nei settori pensionistico e sanitario e nel controllo delle spese degli enti locali e di quelli pubblici possono emergere "ulteriori, significative possibilità di risparmio". Pur riconoscendo che dopo gli inasprimenti fiscali del '92 e del '93 non vi è più spazio per la pressione tributaria, "il Fondo ritiene che debba essere esaminato di quanto la pressione possa scendere nel triennio '94-'96". Come a dire: se proprio non si può fare a meno di abbassare, non ci allarghiamo troppo!!!