Da Pomigliano alla Serbia: il lavoro servile nella FIAT amerikana "globalizzata"

 

Nell'annuncio di Marchionne sull'avvio della produzione di due nuovi modelli d'auto in Serbia, è certo avvertibile un senso di rivalsa per la vittoria dimezzata al referendum di Pomigliano (la coraggiosa e nutrita minoranza di “no” al ricatto FIAT), rivalsa che si è già tradotta in ritorsione con il licenziamento aziendale qua e là, in una sola settimana, di cinque lavoratori distintisi per il loro impegno sindacale. Una chiara indicazione, questa, di come si vogliono intendere i rapporti di lavoro nell'epoca della globalizzazione: è fuori chi non accetta una riorganizzazione della produzione basata sullo sfruttamento intensivo del lavoro, chi non sottoscrive accordi lesivi di principi base di civiltà giuridica e della stessa Costituzione.

Attenzione, però. Sarebbe sbagliato leggere quell'annuncio del superpagato (3,4 milioni di euro all'anno) amministratore delegato della FIAT come reazione rancorosa all'esito di quel referendum. Se, a Pomigliano, l'USA-italiota FIAT ha cercato di importare le condizioni al ribasso già in essere nei suoi stabilimenti di Tichy in Polonia, non è comunque improvvisa la scelta di delocalizzare in Serbia a condizioni ancor più favorevoli di quelle polacche; la strada era stata preparata da un accordo firmato a Belgrado nel 2008 con acquisto del 67% della storica fabbrica Zastava di Kragujevac, che produceva nel passato modelli FIAT su licenza, e con il 33% appannaggio dello Stato serbo, a significare che, anche in questo caso, la FIAT beneficerà di un consistente aiuto statale.

 

Il governo di Belgrado, pressato dalla necessità di creare occupazione, si accolla quasi interamente i costi dello stabilmento (ad es. la costosa bonifica delle tonnellate di diossine ed altri veleni dei bombardamenti NATO nel '99). Garantisce 50 milioni di euro di capitale iniziale, altri 150 milioni di contributi diretti, esenzioni fiscali sui profitti per 10 anni, sovvenzioni statali da 10mila euro per ogni nuovo assunto, una zona franca nell’area dello stabilimento per l’indotto. La FIAT, quindi, avrà contributi dallo Stato serbo e potrà avere a disposizione una manodopera da pagare meno della metà di quella italiana (400 euro al mese). Un basso costo che si combina con un'alta qualità della forza-lavoro. Il sistema educativo nazionale serbo fornisce infatti una buona formazione, sviluppa rapide capacità di apprendimento, anche sul piano della conoscenza delle lingue e della capacità di utilizzo delle moderne tecnologie. E' noto come, nelle competizioni internazionali di matematica fisica ed informatica, gli studenti della scuola superiore risultino tra i migliori. Con costi della forza-lavoro locale tra i più bassi nell'area dell'Europa Sud-Orientale, inferiori anche a quelli dei paesi dell'Europa dell'Est, con anni di preparazione dei lavoratori su know-how specifici o applicativi tecnologicamente avanzati, che ora richiedono una formazione minima per essere operativi, non stupisce che sia non solo la FIAT ad investire nel paese.

In più, logisticamente, la Serbia occupa una posizione ideale: è un crocevia tra i paesi dell'Unione Europea, del sud-est dell'Europa e del Medio Oriente, ed usufruisce di tutti i benefici derivanti dal produrre al di fuori della UE. Sullo sfondo, più che favorevoli leggi (sfornate sin dal 2001 e tuttora) per facilitare gli Investimenti Esteri Diretti, inclusi premi per maggiori investimenti su terreni vacui e costruzioni. Criteri, in queste riforme, che rispondono ad una richiesta di armonizzazione con la legislazione dell'Unione Europea e di garanzia di una sempre maggiore sicurezza per gli investitori.

 

Quando Marchionne afferma che la produzione in Serbia "con sindacati [italiani, ndr] più seri" si sarebbe potuta avere a Mirafiori è ai termini della "serietà" di cui sopra che si riferisce. E le espressioni della protervia FIAT non si esauriscono qui.

La crisi economica, per le grandi imprese come la FIAT, sta risultando una grande occasione per ristrutturarsi, abbassare salari e ridurre personale, beneficiando degli aiuti di Stato. L'azienda torinese ancora nel 2009 ha incassato consistenti aiuti statali ed è in via di approvazione un decreto, per il 2010, di ulteriori incentivi. Senza contare gli aiuti statali, cospicui, sotto forma di cassa integrazione, estesa a tutti gli stabilimenti già a partire dal 2010.

Aiuti concessi da uno Stato che non ottiene neanche una contropartita minima in termini occupazionali in cambio dei soldi pubblici erogati, che finiscono per finanziare soltanto l'espansionismo estero della Fiat. Una vecchia storia, questa, anche in questo paese, che rimanda allo stretto intreccio tra (sub)dominanti del ceto politico (indifferentemente se di centro, di destra o di sinistra) e grandi imprese. E dire che anche in Italia la crescita delle vendite FIAT è stata consistente (frutto della strategia sulla produzione di massa di auto economiche a livello globale e lo spostamento di quote crescenti di produzione nei Paesi in via di sviluppo), come attestato dalla comunicazione aziendale sul buon andamento del trimestre che, con la scissione in due della Impresa, ha portato allo strepitoso successo registrato in borsa.

 

La vicenda, al di là degli aggiustamenti e/o degli sviluppi che potrà avere, ci dice alcune cose significative. Innanzitutto che, nell’epoca delle liberalizzazioni dei movimenti di capitali e del commercio made in USA imperanti, veicolate ed avallate dall’Unione Europea, le delocalizzazioni consentono una evidente spinta al livellamento verso il basso dei salari, alla sottrazione progressiva di diritti e allo smantellamento sostanziale dello stato sociale.

In secondo luogo l'opposizione sociale vede sindacati e sinistre, largamente intese, che o non si oppongono (Bonanni, ad es., ha elogiato "l'accordo" di Pomigliano e lo ha proposto come un modello da estendere a tutte le imprese italiane) od esprimono una critica morale formale e connivenza sostanziale, cianciando di Europa sociale e di un fantasmagorico Contratto Collettivo Europeo di Lavoro. Di là dal "tradimento" c'è pure, in generale, una chiara incapacità di idee e di come incidere.

In terzo luogo, chi, lavoratore, è colpito in prima persona, è sostanzialmente impotente. La sua rabbia, la sua protesta di piazza si connota come legittima reazione, ma incapace anch'essa di modificare situazioni e rapporti di forza. La fotografia è quella di un rullo compressore europeista che si presenta inarrestabile.

 

E' evidente che il Capitale non ha nazione mentre le classi subalterne è necessario, vitale, che abbiano la propria e sovrana, in grado di non subire le arroganze padronali. Il che, ancora una volta, richiama l'esigenza di trarre da ciò serie riflessioni e conseguenti azioni.

 

 

"Indipendenza"

26 luglio 2010