Comunitarismo, Eurasia, Impero.

Le ragioni nazionalitarie di un rifiuto

(seconda parte)

 

La prima parte di questo scritto è uscita sul n. 19-20. Oggetto di riflessione, la fantasmagorica idea di Europa quale “grande spazio geopolitico” declinato in diversi modi (euroatlantismo, eurocentrismo, euroasiatismo) a nostro avviso tutti rigettabili. Chi parla di Europa, si riferisce ad un’entità geopolitica discutibile geograficamente e culturalmente indefinibile. Gli stessi precedenti storici –Roma, Sacrum Romanum Imperium di Carlo Magno, Federico II, eccetera– richiamati per provare a sostanziarla, non a caso si rifanno a politiche espansioniste, di conquista, di affermazione imperiale di Stati o case regnanti. Come per ogni “macro-aggregato” geopolitico il problema, se non il nemico, è sempre principalmente la sovranità nazionale. Quando se ne vuole prescindere, il fondamento ideologico e prescrittivo di legittimazione del Potere si presenta sempre come suppostamente comunitario, per dare una parvenza di collante che si vorrebbe percepito comune dalle nazionalità inglobate. Si mira insomma a depotenziare le nazionalità prefigurando una dimensione più grande e piramidale, una sorta di fittizia ed immaginifica comunità delle comunità. Nella prima parte cinque i paragrafi dello scritto: 1) Interrogarsi sulla Geopolitica; 2) Ideologia comunitaria o “nazionale” degli Stati? 3) Quattro diverse idee di Europa; 4) Euroatlantismo, eurocentrismo, euroasiatismo; 5) Perché parlare di Eurasia.

 

In questo prosieguo l'attenzione è concentrata su una particolare visione di Europa l'Eurasia a completamento di quanto scritto in quella prima parte. Potrebbe apparire superfluo ed inutile dedicare spazio e tempo ad un'idea che si rivendica «imperiale» e che taluni arrivano a vagheggiare come un blocco continentale che includa i territori dell'attuale Unione Europea, della Russia, dell'Asia, della Cina, dell'India e del mondo arabo, con il suo centro a Mosca. La cosa, in questi termini, appare talmente bizzarra, a prescindere dai contorni e contenuti –a dir poco discutibili– dei suoi fautori, da rendere il terrificante serial "L'isola dei famosi" di gran lunga più interessante o, al più, da rappresentare uno stimolo alla fantasia di conquista di qualche appassionato del gioco del Risiko.

 

Lo si scriveva allora e lo si ribadisce qui. Due sono le principali ragioni. La prima risiede nel fatto che suggestioni eurasiste (ma nel senso storico più che moderno, e più avanti si vedrà in che senso) sono tornate ad essere presenti a Mosca nella politica estera di questa fase della storia russa, sotto l'era Putin (lo erano state anche nell'era Stalin), in cui sono evidenti ritorni, mai in fondo sopiti, di revanche imperiale. La seconda, e tale non per importanza, consiste nell'essere una sorta di caso da scuola, cioè un esempio di come una supposta volontà realista di costruire una opposizione e resistenza all'imperialismo egemone e dominante degli Stati Uniti si possa rovesciare, a prescindere dai velleitarismi, in un processo che di fatto prefigura scenari di sostituzione oppure di coabitazione imperialista, «multipolare» come si sente garbatamente dire.

Questa sorta di caso da scuola aiuta a non equivocare sull'antimperialismo solo che ci si sforzi, qui e in genere, di non accontentarsi di formulari e parole d'ordine, anche se riempiti con qualche condivisibile argomentazione anti-qualcosa. E questo è parte della seconda ragione per cui può avere un senso soffermarsi sulla prospettiva geopolitica auspicata dagli eurasisti. Continuiamo a ritenere insomma, tanto più su certi piani, che la confusione resti disdicevole, mistificatoria e controproducente.

È come se, mutando quel che c'è da mutare, nella Germania degli anni Venti, per opporsi legittimamente ai diktat sanciti a Versailles dagli imperialisti vincitori della Prima guerra mondiale, si fosse sostenuto che i comunisti, o le sinistre radicali in genere, dovevano schierarsi con i nazisti di Hitler contro il comune nemico. Che bisognasse cioè unire le forze contro le sanzioni, l'occupazione, eccetera eccetera, e realisticamente si dovesse essere più grandi e quindi più potenti per avere una qualche speranza di successo. Guardare dall'interno le tesi eurasiste, andando più in profondità di questa intelaiatura geopolitica presuntivamente realista di un'entità –l'Eurasia– che si vorrebbe antagonista all'imperialismo statunitense, può concorrere, a nostro avviso, a comprendere meglio il nostro tempo e a riflettere meglio sulla pertinenza di certe strade piuttosto che di altre.

 

«La Russia è l’Eurasia»

 

Di movimento eurasista si può parlare negli anni Venti e Trenta del Novecento, come di un fenomeno di intellettuali operanti pressoché tutti nell’emigrazione in ambiti tra i più vari. Non solo letterati, ma anche linguisti (Trubeckoj), geografi (Savickij), storici (Vernadskij, Suvchinskij), filosofi (Karsavin, Il’in), addirittura teologi (Florovskij). Si esprimevano, seguendo la tesi di Mackinder, in termini di «grandi spazi». Per gli eurasisti ogni questione economica, culturale, militare, strategica e persino psicologica andava considerata unicamente e prima di tutto entro una prospettiva geopolitica. E, per l'area che stava a loro imperialmente a cuore, continentale.

Ora, contrariamente a quanto il nome di riferimento (Eurasia) potrebbe far pensare, il movimento eurasista storico assume come idea centrale che la Russia sia altra cosa rispetto all’Europa e all’Asia, che non ne faccia e non ne abbia mai fatto parte. Secondo lo storico Vernadskij, la Russia coincide con l’Eurasia, e questa «non [è] una combinazione di Europa ed Asia, bensì il centro del continente, inteso come specifica area geografica e storica. Un’area che deve essere distinta tanto dall’Europa quanto dall’Asia» (G. Vernadskij, A History of Russia, Yale 1929, p. 4). Pochi anni prima ed ad appena tre anni dalla Rivoluzione d’Ottobre del 1917, N. Trubeckoj in un suo saggio –Evropa i chelovechestvo (L’Europa e l’umanità), Sofia 1920, ripubblicato a Torino 1982– aveva anticipato e argomentato questa linea di pensiero dimostrando l’estraneità della Russia al mondo «romano-germanico», al suo «sciovinismo» e all’«egocentrismo» della cultura occidentale con le sue pretese di universalità. Convinto dell’inesistenza di alcuna civiltà universale e quindi di un univoco cammino storico, Trubeckoj ritiene che l’opposizione russa alla civiltà romano-germanica passi non per il tentativo, a suo parere vano, di imitarla, ma attraverso la comprensione, la riscoperta ed un ritorno consapevole ai propri autentici valori storico-culturali. L’individuazione di questi è contenuta in un suo successivo saggio –Il vertice e la base della cultura russa, Parigi 1927– frutto dell’enorme erudizione linguistica ed etnografica di cui era in possesso. Secondo la sua analisi, a differenza degli slavi occidentali (accostatisi al mondo romano-germanico senza peraltro essere mai stati accettati come membri di pieno diritto), quelli orientali e meridionali avevano attinto e ricevuto dalla civiltà bizantina un’impronta decisiva per la propria formazione culturale e spirituale, con conseguenze decisive soprattutto per la Russia, nonostante virate verso il mondo romano-germanico coinvolgenti peraltro solo il vertice occidentalizzato della cultura ed in parte della politica russa. Attraverso una disamina non solamente religiosa, ma anche culturale ed antropologica degli elementi fondanti la cultura bizantina, Trubeckoj rileva la trasfusione e l’assimilazione profonda che si sono prodotte nel tessuto sociale e culturale russo. La stessa rivoluzione bolscevica, nonostante il suo impasto ideologico occidentale, veniva vista come un fenomeno che, allontanando il paese dall’Europa, ne avrebbe suo malgrado consentito il ritorno alle sue radici più autentiche. Esodo verso Oriente (Ischod k Vostoku, Sofia 1921) è il titolo dato non casualmente alla prima raccolta di articoli programmatici degli eurasisti più in vista (Trubeckoj, Florovskij, Savickij, Suvcinskij) in cui venivano appunto posti dei significativi punti fermi: collocazione della rivoluzione bolscevica all’interno della storia russa, anche se verso quella si esprimeva opposizione perché rifacentesi ad un modello occidentale; ritorno alle basi bizantine ed euroasiatiche della cultura russa. Ad eccezione di alcuni casi individuali non accettarono la Rivoluzione d'Ottobre. La radice principale della tragedia russa risiedeva, ai loro occhi, nella struttura non organica della Russia, «europeizzata e capitalistizzata» dalle riforme di Pietro il Grande, e più in generale nella rimessa in discussione dei valori complessivi del modello russo avvenuta negli ultimi tre secoli sino agli stessi Romanov. La loro idea politica consisteva in un sistema statuale centralizzato multi-etnico di tipo imperiale, un potere politico al cui vertice Trubetskoij pone, elaborando la teoria dell'«ideocrazia», l'élite eurasista –tradizionale, intellettuale e religiosa– vista come una sorta di Ordine.

La storia del movimento eurasista ebbe vita difficile e contrastata nell’area dell’emigrazione in cui era nata e cresciuta. A monte di questo stava la sua marginalità rispetto ai filoni dominanti in quell’area, quello monarchico-conservatore e quello democratico-liberale, con in più il sospetto di una nascosta simpatia per l’aborrito regime sovietico dovuto al fatto che sembrava accettare il fenomeno rivoluzionario. Il non riuscire ad esercitare influenza nel mondo dell’emigrazione russa e avulsi, in senso assoluto, dall'incidere politicamente nella Russia Sovietica, determinarono progressivamente una sensazione di disperazione tra gli eurasisti. Sul finire degli anni Venti il fenomeno si esaurisce riducendosi ad una sorta di utopia storico-culturale. Alcuni rimasero in Occidente chi rifugiandosi nella ricerca religiosa e storica, chi spostandosi su posizioni filo-sovietiche e collaborando con i servizi segreti di Mosca; altri si unirono al movimento nazional-socialista tedesco; altri ancora decisero il rientro in patria, alcuni di questi accostandosi alle tesi del parallelo, quantunque distinto, movimento nazional-bolscevico. Quest'ultimo, sviluppatosi nel corso degli anni Venti tra gli emigrati russi, riuscì a mantenere legami editoriali e politici anche con la madrepatria. Questo movimento, conosciuto come smenovechovstvo (il nome deriva dalla raccolta di articoli Smena Vech, Il cambiamento di pietre miliari, sorta di manifesto politico che apparve a Praga nel 1921 con il sottotitolo Manifesto degli eurasiatisti) viene accusato dagli altri gruppi dell'emigrazione russa ora di filofascismo ora di filocomunismo, e, dalla fine del 1921, comincia a far proprio il termine "nazional-bolscevichi" con il quale veniva ingiuriosamente chiamato dagli avversari ideologici. Gli autori di Smena Vech (Ustrjalov, Lukianov, Kljuchnikov, Bobriscev-Puskin, Potechin, eccetera) esprimevano la convinzione che il sistema sovietico, che vedevano forte, autoritario, dispotico, si inserisse nel solco della tradizione storica russa e potesse realizzare quegli obiettivi mancati dalla Russia zarista.

 

Sia Lenin che Trockij all'inizio, per ragioni strumentali e di pragmatismo (di breve durata, peraltro), ne apprezzarono le tesi perché consentivano a strati non esigui della società russa, ancora riottosi, di sintonizzarsi con il nuovo potere bolscevico. Percepivano, e cercarono di utilizzare, quella sorta di accostamento non al comunismo ma allo Stato sovietico, che i nazional-bolscevichi esprimevano. Una strumentalità reciproca, appunto: gli smenovechovcy, con un passato prevalentemente nell'ala destra del partito cadetto, invitavano gli emigrati a riconoscere il potere sovietico per l'obiettivo di una nuova Russia sviluppata economicamente e culturalmente (sono gli anni della NEP, la Nuova Politica Economica voluta da Lenin). Ritenevano che il potere sovietico avrebbe trasmutato la Russia in un'effettiva grande potenza sulla via di un moderno capitalismo di Stato (grande attenzione era rivolta al corporativismo fascista). Il loro era un anticomunismo che intendeva lavorare dall’interno, facendo leva sulla parte che ritenevano positiva del bolscevismo, cioè l’essere un fenomeno nazionale russo in grado di salvare l’Impero dalla disgregazione. La friabilità di questa simpatia per lo Stato sovietico la si poté constatare quando Nikolaj Ustrjalov e buona parte degli smenovechovcy aderirono al fascismo russo al suo costituirsi, alla metà degli anni Venti, tra gli emigrati russi di Harbin (Manciuria) e si riconobbero nel concetto fascista russo di “postrivoluzione” che adottava principi filosofici di stampo hegeliano: la tesi (Impero Zarista) è stata seguita dall’antitesi (URSS), sicché ora è necessaria la sintesi (Impero Zarista Socialista).

 

Qualche ulteriore telegrafica nota storica sul fenomeno (marginale dal punto di vista storico, ma significativo culturalmente, diciamo così) del fascismo russo può essere utile per comprendere quella sorta di fiume carsico che sarebbe riapparso come neo-eurasiatismo nella seconda metà degli anni Ottanta del secolo scorso. È poco interessante, per il senso di questo scritto, ripercorrerne tutte le vicende. Val la pena, piuttosto, sottolineare lo spartiacque rappresentato dall'aggressione della Germania nazista all'URSS (1941). La figura di spicco del fascismo russo, Konstantin Rodzaevskij, vide l’opportunità di ripristinare un Impero Nazionale Corporativo Russo, alleato con la Germania nazionalsocialista. Parallelamente i fascisti russi in Manciuria stringono rapporti con i giapponesi, protettori dell’Impero Mancese. Il bolscevismo torna ad essere un nemico e viene ricostituita un'Armata Bianca.

Nel 1945, con la sconfitta imminente, nuovo giro di valzer di Rodzayevskiy che ripropone ai fascisti russi la via della trasformazione, dall’interno, del bolscevismo in un nuovo patriottismo russo, sull’onda dell'esito vittorioso della «grande guerra patriottica» lanciata da Stalin. In questo periodo Rodzayevskiy si riavvicina alla politica staliniana, apprezzandone inoltre alcune purghe, che a suo giudizio avevano liberato la Russia dai leninisti. Arriverà ad indicarlo come Volksführer russo. A Stalin scrive anche una famosa lettera di plauso (agosto 1945) che non gli eviterà, da parte delle autorità sovietiche, per il suo filo-germanesimo durante la guerra, l'internamento sino alla morte in prigionia a Vladivostok nell'agosto 1949. Non è una posizione affatto isolata. Gli eurasiatisti, in particolare Vernadskij (autore di una Storia della Russia tradotta in varie lingue europee), videro nello stalinismo, soprattutto nella fase successiva al 1937, una forma di sviluppo naturale dello Stato russo.

Ora, il patriottismo russo-sovietico emerso nella seconda guerra mondiale (la «grande guerra patriottica») fa sì che dalla tragedia bellica dei milioni di morti russi si sia cementato un fenomeno trasversale di sciovinismo, di ambizione grande russa, sia tra le fila dell'opposizione, sia all'interno dell'establishment comunista e post comunista. Ufficialmente condannate, queste tesi nazional-bolsceviche, più che tollerate, si sono diffuse in vasti strati della società russa, adattandosi rapidamente alla nuova situazione politica e sociale determinatasi all'indomani dell'implosione dell'URSS nel 1991. È tornata così in auge quella visione "imperiale" che intende ricostituire, intorno alla Russia, una struttura politica che riprenda quel ruolo "naturale" (per gli eurasisti) di superpotenza. Una linea che ha stentato, per ovvie ragioni di merito, ad uscir fuori con Gorbaciov ed Eltsin, ma che ora si dispiega con la gestione Putin.

 

Il Movimento Eurasiatista e la Russia di Putin

 

Prima di affrontare brevemente le caratteristiche del neo-eurasiatismo, un piccolo inciso giusto per collocare in termini di attenzione un fenomeno che altrimenti potrebbe apparire storicizzato e marginale. In un suo documento di presentazione di qualche anno fa, il Movimento Internazionale Eurasiatista dice di comprendere «numerose organizzazioni non governative con sede in 22 diversi paesi, nella CSI, nella UE (Germania, Francia, Italia, Gran Bretagna), in America (USA, Cile), nei paesi islamici (Libano, Siria, Egitto, Turchia, Iran, Pakistan), in estremo oriente (India, Giappone, Vietnam) e così via. Nella Federazione Russa vi sono inoltre 36 rappresentanze regionali del Movimento Eurasiatista (...) Nato ufficialmente dal congresso costitutivo di Mosca del 20 Novembre 2003, è registrato presso il Ministero di Giustizia Russo come "movimento sociale internazionale". L'attività del Movimento Eurasiatista è definita dalle risoluzioni dell'"Alto Consiglio". L'organo esecutivo del Movimento Eurasiatista è il "Comitato Eurasiatista", con sede a Mosca. Il presidente del "Comitato Eurasiatista" e guida del "Movimento Eurasiatista" è Alexander Dughin, il filosofo fondatore del Neo-Eurasiatismo». Sorvolando sugli «obiettivi principali», è interessante scorrere i nomi dei membri dell'"Alto Consiglio". Sono: Troshev A. P. (vice-portavoce del Senato russo), Aslahanov A. A-M. (consigliere del Presidente della Federazione Russa), Margelov M. V. (presidente del Comitato per gli Affari Internazionali del senato russo), Kalyuzhny V. I. (vice-ministro per gli Affari Esteri della Russia), Tadjuddin T. S. (Gran Muftì della Federazione Russa), Mitropolit Andrian (Chetvergov; capo della Chiesa Ortodossa Russa), Sagalaev E. M. (presidente dell'Associazione Nazionale dei Media), Zagarishvili S. A. (membro dell'Accademia Russa delle Scienze), Djumagulov A. D. (ex primo ministro della Repubblica del Kirghizistan), Chernychev A. S. (ambasciatore plenipotenziario della Federazione Russa), Efimov N. N. (direttore della rivista “Stella Rossa”). Si chiude, sibillinamente, con «e molte altre personalità in altri paesi». Quindi l'indicazione di «diversi reparti specifici»: Segretariato (con a capo Zarifullin P. V.), Ufficio analitico (con a capo Krivosheev S. A), Ufficio educativo (sistema di istruzione "Nuova Università"), Ufficio stampa (con a capo Korovin V. M.); Club economico eurasiatista, Forum eurasiatista (rete di esperti). Questo è il documento da cui emergono una indubbia rilevanza e significato politico di certi nomi e del relativo ruolo. Possiamo aggiungere che Dughin, figura molto significativa nella storia anche culturale della nuova destra russa –è lui a divulgare, in certi aspetti con una dichiarata volontà di rivisitazione e reinterpretazione, il pensiero di Evola–, è divenuto un consigliere di Putin.

 

Individuando dei momenti significativi della ripresa eurasiatista nella seconda metà degli anni Ottanta, possiamo rilevare che dopo una fase iniziale dai caratteri di “destra-conservatrice”, prossimo al tradizionalismo storico, con elementi ortodosso-monarchici, “etnico-pochvenniki” [legati al concetto della “terra”] e ferocemente critico delle ideologie di “sinistra”, tra gli anni 1991 e il 1993, implosa l'URSS, si avvia una revisione dell’anticomunismo che era stato proprio della prima fase del neo-eurasismo. Ora che non c'è più l'URSS, si rivaluta il periodo sovietico nello spirito dei «nazional-bolscevichi» e degli «eurasisti di sinistra». Ma lo si fa nel mentre si stringono i rapporti con le varie anime della “Nuova Destra” europea. Intanto, tra il 1994 e il 1998, riferimenti diretti e indiretti all’eurasismo compaiono nei documenti programmatici del KPFR (Partito comunista), LDPR (Partito Liberaldemocratico) e NDR (Nuova Russia Democratica), ossia di sinistri, destri e centristi. Tra il 1998 e il 2001 si registra uno spostamento su posizioni centriste in politica, con il sostegno a Primakov nella sua nomina a premier. Dughin diventa consigliere del portavoce della Duma G. N. Seleznev. Il progressivo allontanamento dall’opposizione porta ad un avvicinamento alle posizioni del governo. Il 21 aprile 2001, dopo la fondazione del Movimento Politico-Sociale Panrusso EURASIA su posizioni di «centro radicale» (nel 2002 si trasformerà in partito), viene una dichiarazione di pieno appoggio al Presidente della Federazione Russa V. V. Putin.

Chiuso l'inciso.

 

Il neo eurasiatismo

 

Sia in Russia, sia in altri Stati europei dove si configurano gruppi, che in nome dell'eurasiatismo si muovono, vi è una differenza da rilevare. Mentre in Russia è molto più marcata, se non assunta in senso assoluto, la dimensione e la centralità imperiale esclusivamente russa dell'eurasiatismo, altrove l'accento è meno russo e più diluito nell'idea astratta di un'entità, sempre imperiale, che ipotizza, in via transitoria, un'Europa alleata, alla pari, con la Russia, in vista di un'aggregazione più ampia, continentale, con il centro politico, geografico e spirituale di questo immenso Stato ovviamente a Mosca. Per altri, che la sparano più grossa, si va direttamente da Dublino a Vladivostok, fino a strabordare per altri ancora che si spingono ad includere Cina, India e mondo arabo, tutti insieme appassionatamente in un  «eurasiatico blocco federale» all'interno di un mondo globale auspicato, non si capisce bene in che senso, come «multipolare». Sarebbe interessante scandagliare certe differenze di estensione geopolitica, ma il tema ci porterebbe lontano. Val la pena rilevare due aspetti: il primo è che l'eurasiatismo viene tarato a seconda di chi lo formula. Quello di matrice europea occidentale, per così dire, non ha ovviamente riferimenti al bizantinismo o al ruolo di ponte eurasiatico della Russia, ma punta geopoliticamente ad un'idea imperialmente astratta di sedicente riunificazione di popoli d'Europa, fino alla Russia, e la liberazione del Continente da ogni presenza esterna, vale a dire britannica e americana. Le guide "spirituali" ricorrenti ovunque, però, dall'Italia, alla Germania, alla Russia sono guarda caso sempre Evola e Guenon. Il secondo aspetto è che il modello geopolitico conserva l'impronta, con aggiustamenti dettati dalla congiuntura storica, di quello fornito dal tedesco Karl Haushofer, che nel secolo scorso si fece vate della realizzazione di un blocco continentale, guidato da Germania, Italia, Unione Sovietica e Giappone. Dopo il crollo del nazismo ed il venir meno di chi centrava sulla Germania di Hitler l'idea di un'Europa imperiale, la Russia –ed anche una lettura retrospettiva della sua storia– è assurta in modo deciso ad un ruolo centrale. Visto come l’avanguardia del sistema spaziale (Oriente) contrapposto a quello «temporale» (Occidente), è sul blocco strategico incentrato sulla Russia o comunque sulla sua base allargata che viene configurata l'Eurasia su scala continentale.

 

Importa adesso soffermarsi sulle linee ideologico-culturali del fenomeno nel suo insieme, al di là anche di chi, in modo bizzarro, ricorre all'uso della categoria politologica di "sinistra", e si spinge a definire l'idea di Eurasia che vagheggia come «rossa e socialista», ad indorare (forse per certi ambienti poco accorti o piuttosto tenendo conto di filoni che allo stalinismo rimandano) la pillola di questo imperialismo in pectore. Sul piano teorico il neo-eurasismo, riemerso a metà degli anni Ottanta, riprende linfa in Russia grazie appunto ad Aleksandr Dughin che, nel filone della Nuova Destra, fonda nel 1992 "Elementy", recante il sottotitolo "rassegna eurasista". Il suo eurasismo si rifà prevelentemente alla Rivoluzione Conservatrice tedesca di cui Karl Haushofer era stato figura di riferimento in materia di geopolitica ed enunciatore del concetto geopolitico di un Kontinentalblock eurasiatico da Dublino a Vladivostok. Più in generale, come i loro predecessori degli anni Venti e Trenta, i neoeurasisti sono fortemente influenzati dalle concezioni geopolitiche anche di Mackinder, Schmitt, Kjellén. Abbiamo già ricordato che Dughin si fa divulgatore in Russia del pensiero di Evola. Vengono stretti rapporti con figure della Nuova Destra e della Destra Radicale dell'occidente europeo (De Benoist, Steuckers, Mutti, Battarra, Terracciano, ecc.) con i quali si ritrovano molte idee in comune.

 

Dughin e gli altri esponenti del neo-eurasiatismo riprendono le testi di Danilevskij, Leont'ev e Trubeckoj sulla natura autonoma, «slavo-turanica» e «orientale» della Russia, amalgamandole però con nuove suggestioni di tipo storico, geopolitico ed esoterico. Sul piano storico il principale ispiratore è Lev Gumilev (1912-1992) che fa rinascere la prospettiva eurasista nella cultura storica e specificamente nel quadro di una teoria organico-biologica dell'etnogenesi che assume la «disuguaglianza dinamica delle etnie» ed indica, presumendone l'esistenza, le leggi cicliche che governano l'esistenza storica e biologica di ciascuna etnia. Il concetto centrale della sua storiografia è la «passionarietà» intesa come «concentrazione di energia creativa, biologica e psicologica assieme», quale caratteristica sia di intere popolazioni che di singoli individui, come «capacità di trascendere l'istinto di sopravvivenza», come «oltrepassamento dell'entropia biologica», come «slancio creativo» (letto soprattutto in chiave di affermazione imperiale): turchi e russi sono popoli affini per il fatto di essere «giovani», «vitali», «passionali», agli antipodi quindi delle «etnie-chimere», così Gumilev definisce le «antichissime etnie degenerate», che hanno completamente perduto la loro «passionarietà». Da qui l'affermazione che la civiltà più normale e più sana che vede ai suoi tempi è una civiltà eurasiatica di tipo imperiale. Viene ripresa la dicotomia della coppia Terra – Mare (secondo Carl Schmitt), tra potenze continentali e potenze marittime, che viene poi proiettata su una pluralità di fenomeni che spaziano a tutto campo dalla storia all'economia, dalla religione alla filosofia. Riallacciandosi alla dottrina dei «grandi spazi» di Carl Schmitt, l'idea di partenza e di fondo spesso richiamata è quella dell'antitesi, «culturale» e «psichica» prima ancora che «(geo)politica», tra Behemot, il titano della Terra, e Leviathan, il gigante del Mare. Leviathan sono, oggi, ovviamente gli Stati Uniti, anzi, l'America, che estende il suo controllo sui mari e attraverso gli spazi marittimi. Per gli eurasisti l'idea di "mare" è una trasfigurazione geopolitica delle potenze «talassocratiche»marittime e commerciali»), ovverossia il Male. Il mare «rappresenta una visione fluida della società, formata da individui atomizzati, privi di radici» al quale viene ricondotto «lo spirito del traffico, della mobilità, del progresso». Si richiamano precedenti storici che avallino questa convinzione imperitura: «lo scontro tra la talassocratica Cartagine e la tellurocratica Roma, tra i navigatori Vichinghi e i Germani stanziati sulla terraferma, tra i pirati Saraceni e l'Europa medioevale, e così via fino ad arrivare alla lunga contesa tra Inghilterra e Germania, e la recentissima sfida che ha visto contrapposti U.S.A. e Russia. La potenza talassocratica per eccellenza è stata l'Inghilterra, che ha passato il testimone lo scorso secolo agli Stati Uniti» ("Un'ideologia per il nuovo secolo: l'eurasiatismo", Daniele Scalea). La Russia, o meglio l'Eurasia è, invece, Behemot, incarnazione di una forza «tellurocratica»terrestre e collettivista») perché legata al «nòmos della Terra». Alla terra è riconducibile «lo spirito imperiale, organico e tradizionale», ovverossia il Bene. Tra tutte è la metafora della Roma tellurocratica contro la Cartagine marittima a prevalere. Metafora discutibile, peraltro. Entrambe sul mare. Entrambe proiettate all'egemonia nel Mediterraneo. Roma estenderà il suo impero a partire dal controllo di tutta la cintura terrestre del Mediterraneo.

 

L'«ideocrazia» eurasiatista

 

L'idea centrale non solo degli eurasisti classici, ma anche del neo-eurasismo (che più che un'ideologia, diviene e viene rivendicata come «ideocrazia», per come del resto si cercherà di far emergere di seguito) procede secondo un'assunzione deterministica delle "posizioni spaziali". Vi è, in tal senso, un filone, in Occidente, che attraversa il Novecento per il tramite di figure, tra le diverse altre, come Mackinder, Haushofer, Lohhausen, Spykman, Thiriart, che è accomunata dall'assunzione dell'idea che esistano costanti geopolitiche nella storia, e in modo ancor più evidente nella modernità. Attorno alla ripresa di questa convinzione di fondo e collegandola con i diversi modelli di visione ciclica della storia, vengono espressi richiami e riferimenti culturali a figure come Danilevskij, Spengler, Toynbee, Gumilev. Tale presa di posizione "di principio" si condensa e si sublima in una concezione filosofica "tradizionalista", che nega radicalmente l’idea di evoluzione e progresso, fonda questa negazione su esoteriche e metafisiche concezioni ed assume la teoria tradizionale dei cicli, dei «cicli cosmici», dei «molteplici stati dell’essere», della «geografia sacra», e così via. Il richiamo principale è in tal senso è a Evola nonché a René Guénon e ai suoi seguaci (G. Georgel, T. Burckhardt, M. Eliade, A. Corbin). L’idea della decadenza radicale del «mondo moderno» (categoria negativa) in antitesi al «mondo della Tradizione» (categoria positiva) nutre di motivi metafisici la critica della civiltà occidentale raccordandola con la critica dei processi di ordine intellettuale, tecnologico, politico ed economico che connotano l'Occidente. Per gli slavofili ed eurasisti classici qui sta il nocciolo cui dare linfa e da cui articolare poi la propria base teorica. Questo si completa nell’indagine sulle strutture del sacro (soventi i richiami in tal senso a studiosi come M. Eliade, K. G. Jung, C. Levi-Strauss), viste come un complesso rappresentativo e manifesto di una coscienza arcaica sottesa alle radici della cultura. La multiformità del pensiero umano e delle culture viene ricondotto a primordiali, a-temporali, impropriamente antiche, stratificazioni psichiche dove è possibile rintracciare frammenti di arcaici rituali iniziatici, miti, complessi sacrali originari. Questa dimensione onirica, a-storica, non dialettica, irrazionale, è centrale e decisiva nell'immaginario fideistico eurasista e si connette, a sua volta, al tentativo di fondare monumenti linguistici, epigrafici (runologia), mitologici, folkloristici, rituali, che sostanzino l'idea non solo di una «geografia sacra», ma appunto di una «concezione sacra del mondo» comune a tutti i popoli d’Eurasia, nella convinzione di cementare così le coscienze di questo spazio geopolitico ed imperiale per eccellenza. Il concetto di «società tradizionale» si viene così a porre fuori dallo scorrimento storico per realizzarsi deterministicamente, al di là delle volontà umane stesse, secondo riti e miti dell’«eterno ritorno». Consustanziale a questa visione, è l'idea fondante del principio ordinatore e regolatore della «gerarchia organica», al cui interno, riprendendo e metafisizzando la teoria delle élite di Vilfredo Pareto (1848-1923), viene sviluppata una sorta di dottrina ontologica del potere, che si rifà, integrandole, alle costruzioni dell’idea di “élite” via via sviscerata da tradizionalisti europei (R. Guénon, J. Evola, J. Dumézil, L. Dumont) e ai loro studi e ricerche sul sistema delle caste nelle società antiche, sulla loro ontologia e sociologia. Dovendo dare fondamento e specificità deterministica, organico-biologica, al ceppo russo e al suo spazio imperiale di riferimento, grande importanza viene attribuita, appunto, alla teoria della «passionarietà» di Gumilevic di cui sopra, quale configurazione della «nuova élite eurasista». Sotto questo vertice piramidale, in una stratificazione organica diversamente nominata, la «partecipazione del popolo [eurasiatico, ndr] al suo proprio destino» viene sintetizzata nel concetto di «demotia», una declinazione autoritaria (improntata cioè ad una auctoritas che si fa imperium) che potremmo definire di “democrazia organica” che rintraccia ascendenze culturali più o meno forti nelle teorie politiche di merito di J.J.Rousseau, C.Schmitt, A.de Benoist, A.Mueller van der Bruck. Nella congiunturalità di fase politico-sociale l’assimilazione di aspetti, di concetti, della critica sociale di pensatori della “nuova sinistra” (G. Deleuze, G. Débord, tra gli altri) avviene in una de- e ri-costruzione interpretativa di "destra-conservatrice”, anche opportunistica e tattica, che assume tale critica più in senso anti-occidentalista e anti-borghese che coerentemente e conseguentemente anti-capitalista e anti-imperial/imperialista.

 

Impero e Imperialismo

 

All'imperialismo degli Stati Uniti, gli eurasisti contrappongono l'idea di Impero. Così Tiberio Graziani (4 marzo 2006, presentazione a Torino della rivista "Eurasia") definisce l’Impero: «la più alta sintesi geopolitica, organizzata su una gerarchia di poteri (…) Questo presuppone un’attenta gestione dello spazio e delle sue periferie: ogni area con la sua funzione. L’Impero si basa quindi sulla funzionalità dei propri spazi, di pari valore ma non uguali». Insomma, si tratta delle solite concezioni di società organica e gerarchica tipiche dell’estrema destra. Sul punto è ancor più esplicito il principale teorico attuale dell’eurasismo, Alexandr Dughin ("L’Isola del tramonto", Nazione Eurasia, n. 5, 2004), secondo cui «bisogna opporre all’americanismo la dottrina euroasiatica, l’idea del Grande Impero Euroasiatico, quello della Tradizione e della sacralità gerarchica, armonica, organica, l’Impero delle grandi razze euroasiatiche, radicate nel suolo di questo continente attraverso legami naturali e diretti». L'ossessione dell'Impero è fondante ed i richiami sono continui. Citiamo, tra i tanti, Daniele Scalea ("Una ideologia per il nuovo secolo: l’eurasiatismo", Nazione Eurasia, n. 8, 2004): «L’Eurasiatismo giunge così ad opporre all’imperialismo capitalista l’antichissimo concetto di Impero universale. Esso è presente in tutte le maggiori forme di sapienza e tradizione antica. In Cina troviamo l'Impero celeste, o Impero del mezzo, in India la figura del cakravartin, "imperatore universale", in Europa prima gli imperi di Alessandro Magno e di Roma, poi il germanico Sacro Romano Impero e il Ghibellinismo. Dal punto di vista metafisico, l’Impero ha una funzione cosmico-ordinatrice, dovendo ricreare sulla Terra l’ordine universale. Al di là di questo, l’Impero spezza gli iniqui limiti delle nazioni, delle patrie o, peggio, degli Stati, e riunisce a sé le entità affini che si riconoscono in una comune Tradizione e in un comune Destino». Scrive Martin Schwarz ("Eurasia ed Islam, il Reich del futuro" [fantastico, si fa per dire, quel richiamo al Reich, ndr], Nazione Eurasia, n. 10, 2004): «Il solo punto di partenza possibile per una ricostruzione ideologica dell’Europa Occidentale, essendo i paesi che la compongono non ortodossi, può essere la Reichsidee, l’idea dell'Imperium nella forma di evoluzione organica della storia europea. Come "Reich" può essere qui considerata un’unità sovranazionale che non imponga una struttura omogenea a genti, religioni e tradizioni, ma piuttosto le componga sotto una comune idea o meta. Ovviamente non è necessario utilizzare il termine "Reich" per avere un simile ordinamento. La sostanza è quel che conta. L'idea del Reich, un'eredità dell'Impero Romano e ancor di più una reminiscenza iperborea, è già una sintesi in opposizione al concetto occidentale di Stato-nazione totalitario e democrazia liberale, i quali si sposarono con gli interessi dell’imperialista "impero" britannico ed ora con l'impero americano del mercato e del materialismo della globalizzazione atlantista». Esilarante –sempre per modo di dire– Francesco Boco ("La discriminante popolo nella dimensione eurasiatica", Nazione Eurasia, n. 3, 2005): «Il potere di un Imperium, quindi di un'organizzazione statale di tipo tradizionale-spirituale, non viene legittimato dalle masse e neppure dalla componente umana, non è una creazione degli uomini il giusto governo. Bensì esso si legittima da sé, è in sé giusto perché sacro. L’imperatore è la figura eminente che governa per investitura sacra, messaggero della divinità, il pontifex».

Insomma, che si tratti di "Imperialismo" o di "Impero", a risultare agnello sacrificale, per i fasti di potenza effettivi o velleitari che siano, risultano essere le nazioni e quei processi interni a tutto campo che dovrebbero essere conseguenti nel costituire assetti di società più equi. Le rivendicazioni nazionali e sovraniste di indipendenza rappresentano il principale e più temibile nemico anche per gli imperiali eurasisti, perché consapevoli che è da quel versante che può provenire la minaccia principale per le loro ambizioni suprematiste di potenza. Non a caso il comunitarismo ritorna come idea principalmente politica per surrogare le nazionalità (componenti oggettivamente insopprimibili anche per l'élite eurasista iperborea) che, fintantoché accettino la funzione organica che si attribuirà loro, potranno ben contentarsi di essere una nota multiculturale dell'Impero tellurocratico. (fine)

 

Francesco Labonia

("Indipendenza", agosto 2007)