Comunitarismo, Eurasia, Impero.

Le ragioni nazionalitarie di un rifiuto

(prima parte)

 

Tra le fantasmagoriche credenze, un posto di rilievo lo merita senz’altro quel condensato di mistificazione culturale, prescrittività ideologica e luogo comune che ha la sua massima sintesi in una sola parola: Europa. Nessun’altra parola-concetto può vantare un uso tanto infondato, ovvero senza fondamento e fondatezza, e in tutti i sensi spropositato, negli ambiti che le sarebbero propri.

L’Europa emerge come un non-senso dalla geografia fisica –che non aiuta affatto a delimitarla, nonostante le convenzioni adottate in tale campo– alla cultura in senso lato (non essendo mai stata chiarita e non essendo chiaribile per sua natura in cosa consista la sua identità).

In termini linguistici, letterari, religiosi, filosofici, storici e di quant’altro ad essa si possa connettere, il paradosso è che la presunta “cultura europea”, che presupporrebbe una “entità Europa”, viene sempre spacciata come sommatoria di culture e di culture diverse tra loro, e non quale espressione di un’identità unitaria, con anche varianti interne, ma specifica e distinta da altre, come dovrebbe essere in questi casi, oltre che oggettivamente e soggettivamente riconoscibile e riconosciuta dai suoi –a ben vedere quindi presunti membri.

Il fatto che la parola “Europa” sia tra le più inflazionate da mass media ed apparati politici, che ad essa ci si richiami di continuo e la si strombazzi a destra e a manca, non significa che ne esca accreditata in termini di legittimità e di significato di senso. Resta oggi ad indicare quel che è, ossia un potere calato dall’alto che si connota in forme sempre più pervasive attraverso la versione che si sta affermando, quella dell’Unione Europea. Una dominanza di fase che, si badi bene, non sana –in questa, come in qualsivoglia altra diversa idea di Europa– quella infondatezza e mistificazione che ne sono marchio d’origine e caratteristica essenziale, strutturale.

L’Europa non ha identità perché non ha un’anima culturale comune, e non può averla nemmeno ad evocarla con riti ancestrali propiziatori. L’Europa resta un’entità geopolitica discutibile geograficamente e culturalmente indefinibile, non identificabile nella sua essenza, con buona pace dei tentativi favolistici, mitologici, con i quali si cerca di sostanziarla. Il richiamo a precedenti storici (Roma, Carlo Magno, Federico II, eccetera) resta di fatto un richiamo a politiche espansioniste, di conquista, di affermazione imperiale di Stati o case regnanti.

 

Interrogarsi sulla Geopolitica

 

Chi parla di Europa esprime indubbiamente un’idea politica. Meglio sarebbe definirla geopolitica, come idea cioè che scaturisce da una scienza, la geopolitica appunto, che studia i rapporti di forza tra Stati e le tendenze espansive di ognuno di essi preso singolarmente, potenzialmente in grado di trascrescere come collante aggregativo di altri Stati, come “Impero” e, quindi, inevitabilmente, come imperialismo.

La Geopolitica non è buona o cattiva, di destra o di sinistra. Esiste di fatto da tempo immemore anche se come Scienza sistematizzata ha natali storicamente moderni e, come è normale che sia per una scienza che ha in sé un impasto politico, ha prodotto, per filiazione, geopolitiche connotate ideologicamente in modo diverso, anche conflittuale tra loro.

Di per sé la geopolitica è indubbiamente un ulteriore strumento che concorre a comprendere meglio la realtà, consentendo di potervi intervenire con migliore cognizione di causa. La sua attenzione alla sfera militare e strategica, e quindi politica ed economica, nonché l’attitudine ad interfacciare questi ambiti nel quadro di una lettura d’insieme degli indirizzi statuali e delle relative confliggenze strategiche, sono il portato migliore innanzitutto metodologico da cogliere. Consapevoli però, allo stesso tempo, del doppio limite incorporato nella natura fondamentalistica della geopolitica: innanzitutto proprio l’esasperazione di quel realismo che la caratterizza e verso cui facilmente si può scivolare, giacché lo studio dei rapporti di forza tende a prescindere, ad esempio, dalla legittimità delle ragioni nazionali o anche dalle stesse aspirazioni politiche e progettuali di società. L’idealismo conta ed è considerato se si fa forza, altrimenti resta al più dettaglio. Si tratta di un limite riscontrabile, a diversa gradazione, in qualsivoglia versione ideologica che assuma la geopolitica come strumento fondamentale.

Non meno rilevante ed anzi al suddetto limite strettamente legato, c’è poi una propensione al determinismo, a vedere il destino di ogni formazione storica preordinato dalle sue caratteristiche geografiche, con la stessa geografia che diviene frontiera (border) da spostare espansivamente.

Ovviamente non si intende disconoscere l’importanza della collocazione geografica di uno Stato, di una nazione, ma è quel condizionamento sotto traccia, forse anche nemmeno razionalizzato e consapevole, quella certa attitudine di fondo fissista, determinista, che detta collocazione geografica implicherebbe nelle relazioni esterne, nella spinta inevitabilmente aggressiva lungo linee espansive fissate primordialmente ed una volta per tutte, ad essere un fattore ed una forma mentale prescrittiva ideologicamente e potenzialmente fuorviante.

 

Ideologia comunitaria o “nazionale” degli Stati?

 

1789-1989. Due secoli: dalla rivoluzione francese, simboleggiata nella presa della Bastiglia, alla caduta del Muro di Berlino, fattore della riunificazione tedesca e –proprio come condizione contrattata per il suo effettuarsi– stura al processo di allargamento europeo sponsorizzato e supervisionato da Washington.

Con la caduta del Muro di Berlino, per quel che le date convenzionalmente possono indicare quando si tratta di chiusura e apertura di fasi storiche, si è sostenuto –e ancora lo si fa da più parti– che la forma dello Stato-nazione, nata come modello nel 1789, sia entrata in una crisi irriversibile e sia destinata, sempre più estesamente sul pianeta, a diventare fatto da consegnare alla Storia.

Altrove, su questa stessa rivista, ci si è soffermati nello spiegare e nel demolire l’interessata con/fusione, formale e sostanziale, dei due distinti concetti di “Stato” e di “nazione”, distinzione che riveste un’importanza decisiva nel leggere gli eventi e nel suo legarsi a consequenzialità politiche operative quantomeno molto significative e a tutto campo (dal punto di vista dei dominanti e di quello dei dominati, per mantenerci sulla sola e qui genericamente espressa  polarità di classe).

Sempre su “Indipendenza” è stato più volte sottoposto a critica radicale –e con circostanza di argomentazioni– l’infondato ed ideologico assunto della fine dello Stato-nazione, pur nell’indebita commistione di forma e sostanza sopra accennata. Resta il fatto che la fase storica apertasi convenzionalmente a partire da quel 1989 è quella del ritorno su larga scala della dottrina dei “grandi spazi”, dei macro-aggregati territoriali che si baricentrano su uno Stato (ancor persistente quindi) di fatto dominante.

 

Storicamente ogni Stato, che geopoliticamente ha voluto e voglia farsi grande, in termini di espansione territoriale, di egemonia o addirittura di dominio, non può che essere assimilatore, aggressivo e militarista. I tanti inquietanti precedenti nella Storia stanno lì a dimostrarlo.

Ogni Stato, che propenda per una tale direzione di sviluppo geopolitico, in ultima istanza non è mai nazionale, non lo può essere e non lo è mai stato, ed è anzi anti-nazionale per eccellenza, anche se ha avuto e per certi versi ha ancora necessità di inventarsi una legittimità di mobilitazione o quantomeno di consenso che rinviene nell’enfatizzare, distorcendola, l’idea di nazione. L’allargamento dimensionale territoriale e (geo)politico che si profila, anche in forme differenti, per alcuni Stati dominanti o in via di diventarlo determinerà –lo sta già obbligando– una rivisitazione del proprio fondamento ideologico.

L’ambiguità nazionale con la quale storicamente si erano rivestiti, soprattutto nell’ora delle macellerie sociali chiamate guerre (mondiali e non), si sta sciogliendo culturalmente e sta fuoriuscendo dalla Storia dei dominanti perlomeno, in questa fase, nelle aree più avanzate capitalisticamente del globo (il capitalismo non ha mai nazione, semmai uno Stato). La dimensione ideologica più appropriata per il genericismo che le appartiene e perché da sempre consona alle dottrine dei “grandi spazi” tornate in auge nell’era della cosiddetta “globalizzazione” è quella comunitaria (sul tema cfr. “Comunità contro comunitarismo” n. 14). La nazione torna ad essere il nemico perché esige, se vuol essere tale, sovranità, indipendenza, autodecisione politica, autogoverno economico, relazionalità tra pari con altre nazioni. La sua dimensione, innanzitutto culturale e quindi politica, è strutturalmente in antitesi con l’ideologia inevitabilmente imperiale dei “grandi spazi”, e lo è stata storicamente con tutte le forme storiche di Impero, quando non ha voluto essere derubricata a pittoresca ed innocua espressione folclorica. Le dottrine dei “grandi spazi” fanno da alveo ad un orizzonte di potenza interna ed esterna allo spazio comunitario, implicano l’assunto categorico dell’esercizio della forza a fini di dominio oligarchico. Proprio per questo hanno sì bisogno di una ideologia, di un sistema più o meno coerente di argomentazioni, giudizi e valori che esprimano o giustifichino interessi di gruppi o classi, ma ancor meglio, dell’ideocrazia, cioè di quella data idea immaginifica posta come prescrittiva, in cui costruire e rinvenire la propria presuntiva legittimità, da propagandare e far percepire come comunitaria.

Il comunitarismo polarizza in basso e in alto. In basso tiene conto delle nazionalità, anche e proprio perché fondamentalmente le teme. Non può ignorarle e mira a depotenziarle, teorizzandone così, in alto, una immaginaria vivificazione in una dimensione più grande e presuntivamente garantista, la comunità delle comunità, che è l’astrazione geopolitica che caratterizza da sempre ogni dominanza statual/imperiale. La ricerca, per ogni potere, di un collante e di un fondamento riconoscibile e possibilmente condiviso è, del resto, qualcosa da cui non si può prescindere.

L’idea di una ineluttabilità comune di destino si concreta così, ideologicamente, nell’inventare un retroterra ideocratico ed al tempo stesso una prospettiva teleologica (finalistica, destinale), la cui natura inevitabilmente assume una parvenza spirituale e/o religiosa. La si può rinvenire in qualche bislacca concezione di Dio che passionalmente individuerebbe per bizzarre pulsioni un qualche popolo eletto, oppure in un passato lontanissimo, talmente lontano da andare oltre l’Umano in primordialità ancestrali, immaginifiche, di epoche e civiltà del trapassato remoto, di cui staticamente, fissamente, si rivendica una continuità, una derivazione, una discendenza mitica. Di sangue per i più spregiudicati e disinvolti, di spirito per i pudici e/o i ‘tattici’.

L’individuazione inevitabilmente arbitraria di uno spazio geopolitico comune ha bisogno di una ideocrazia, prima ancora che di una ideologia, che sia percepibile e percepita come comune.

Nel suo costituirsi e nell’aggregare forze economiche, militari, politiche può trovare consensi ed argomentazioni realistiche di fascinazione quando c’è un nemico uguale e differente da additare come minaccia (anche effettiva), con il quale contrapporsi negli stessi e concorrenti termini comunitari e di cui si ha strutturalmente bisogno per costruire un’identità contro. Quel nemico diviene fondamentale non solo per divenire, ma anche per legittimarsi e autoperpetuarsi, quando come nuovo “grande spazio” si sarà formato e sarà in grado di reggersi con la forza.

Ogni imperium, alla fin fine, a ben vedere ha un suo Dio ispiratore, una sua primordialità atavica, benedicente dall’alto, ed un suo comunitarismo di fatto spirituale ed inevitabilmente organicista. Per i miscredenti c’è la punizione del “Signore”, poco importa se del cielo o della guerra. Ieri risuonava inquietante l’(Achtung) Banditen, oggi la qualifica di “terrorista”, domani chissà. E questo non esclusivamente fuori dagli spazi e dai confini dell’imperium, ma anche dentro.

 

Quattro diverse idee di Europa

 

Ogni geopolitica, quale che sia il suo ‘colore’ ideologico, che tenti di legittimare un’idea d’Europa, cioè una mega entità per sua natura culturalmente fittizia e geopoliticamente artificiale, incuba i germi propri di ogni volontà di potenza, nello specifico imperiali ed inevitabilmente imperialistici. Se dovessimo caratterizzare all’ingrosso le ideologie geopolitiche di questo vero e proprio fondamento senza radici che è appunto l’idea di Europa, potremmo parlare di quattro differenti concezioni. La prima è quella attuale, l’Unione Europea, la cui configurazione in espansione è stata concepita dagli Stati Uniti, quantomeno sin dalla conclusione del secondo conflitto mondiale, come area di affermazione egemonica e non solo di libero scambio in funzione delle proprie merci. Al suo interno è allo stato più un’ipotesi di scuola –per ambizioni differenti di dominanza da parte di gruppi allo stato velleitari– l’idea di uno sviluppo di potenza autocentrato nello spazio che si vorrebbe tradizionalmente storico dell’Europa e che in modo assolutamente autoreferenziale è definito eurocentrico, riferito cioè all’Europa occidentale. È sostanzialmente la sua discutibile estensione geografica a differenziare –sempre sul fronte delle Europe immaginarie– la sua versione occidentale dall’eurasismo, che allarga territorialmente ad oriente l’aspirazione ad una potenza imperiale concorrenziale. Questa a sua volta presenta, tra i ristretti circoli e pensatori che anche storicamente la sostengono, differenze di estensione e di baricentro.

Vi è poi una terza idea di Europa che i suoi propugnatori chiamano sociale, e che è sostanziale espressione delle sinistre largamente intese, il cui europeismo concorre a svuotare di significato, nella pratica, il loro essere di sinistra. Resta luogo dell’evanescenza rivendicativa che funge da mito di fascinazione, nell’ottica di un mal posto senso di internazionalismo, più che essere pratica politica e progettualità concreta altra. Non è un caso, volendo categorialmente richiamare categorie-concetti diversamente intesi nello spazio e nel tempo (sinistra, socialismo, comunismo), che non sia mai esistita questa immaginifica, paritaria, condivisa Europa sociale che prescindesse da Stati costituiti, e non solo per le ragioni sopra indicate. Infine, la si segnala qui telegraficamente, c’è chi fa riferimento alla cosiddetta Europa dei popoli, idea che sostanzialmente oscilla tra il legittimo auspicio di chi prefigura un diritto all’indipendenza statuale nel continente geografico convenzionalmente detto Europa, e l’aspirazione ad un aggregato unitario presuntivamente europeo compartimentato in piccole patrie che, suggestiva sulla carta (geografica), diventa impraticabile già solo sul terreno giuridico-amministrativo e comunque non aliena da osservazioni critiche.

 

Euroatlantismo, eurocentrismo, euroasiatismo

 

Da quanto detto, le idee di Europa geopoliticamente considerabili, a parere di chi scrive, sono a ben vedere riducibili a tre: quella euroatlantica, quella eurocentrica e quella euroasiatica. Ricapitoliamo brevemente, con qualche notazione aggiuntiva.

La prima di queste idee è quella euroatlantica. La prima posizione le spetta di diritto perché è quella sempre più evidente nella sua configurazione attuale. L’euroatlantismo è comunque un’espressione “politicamente corretta” (politically correct) perché copre già terminologicamente un equivoco, scientemente propagandato, che induce a pensare ad un asse paritario di rapporti tra cosiddetta Europa e Stati Uniti. L’Europa, nell’euroatlantismo, è invece sempre più, alla prova dei fatti, appendice integrata nell’area geopolitica a dominanza statunitense ed in questa veste è oggi comunemente nota come Unione Europea (per approfondimenti, cfr. “Unione Europea a stelle e strisce”, in questo stesso numero).

Le altre due idee di Europa, quella eurocentrica e quella euroasiatica, si differenziano dalla prima (euroatlantica) per l’assunto prioritario e fondante di voler costituire un contraltare geopoliticamente attrezzato allo strapotere statunitense. Il loro motore ideologico consiste nell’anti-americanismo (si badi bene: non nell’anti-imperialismo di per sé, né potrebbe essere altrimenti pena il proprio suicidio ideologico) e la sostanza che accomuna queste due versioni ‘di potenza’ dell’Europa è condensabile in due aggettivi: autonoma e forte. I meno imbarazzati ad ammetterlo ne aggiungono un altro: imperiale. Altrimenti si ripiega sul più edulcorato e apparentemente paritario concetto di Federazione –riempibile a piacere con fantasie di ogni tipo da libro dei sogni– o addirittura di Confederazione di Stati reso semmai ulteriormente accattivante con l’aggiunta dell’aggettivo rigorosamente plurale “Socialisti”.

Esplicitata o meno che sia, l’idea di imperium rimane incorporata di per sé nell’affermazione geopolitica comunque declinata di quell’entità. Soffermarsi a tempo e luogo, in questo scritto, su questo concetto sarà molto illuminante per filtrare e confermare il senso quantomeno di inquietudine sopra espresso. Intanto, brevemente, rileviamo che l’eurocentrismo, non chiaro nemmeno nei suoi confini, si connota per elecubrare –peraltro con pochi, se non nulli, appigli nella storia culturale degli Stati presi a riferimento e superficiale conoscenza della stessa storia politica plurimillenaria della cosiddetta Europa occidentale– l’idea di un asse principalmente franco-tedesco cui, satellitarmente, c’è chi aggiunge questo o quello Stato attorno al quale far rinascere una sorta di Sacrum Romanum Imperium. L’indefinitezza di confini, di identità, di religioni di questo eurocentrismo, oltre ad una consapevolezza della debolezza storico, culturale e politica di quell’asse, vengono superati e sublimati, sparandola ancora più grossa, dai sostenitori dell’euroasiatismo, in una super area continentale, sorta di prolungamento imperialmente ‘corretto’, che ingloba Europa, Russia, Medioriente, India e Cina. C’è chi le ingloba in un unicum territoriale e chi sposta qualcuna di queste aree su un piano di alleanze strategiche privilegiate a partire da un centro che taluni ponevano in Germania e che da decenni, invece, si vorrebbe fortemente in Russia, culla della cosiddetta Terza Roma. La mania di grandezza da Risiko comunque rimane. Questo spazio, si sostiene, risolverebbe tutti i problemi all’interno, grazie ad un’illuminato Imperium che garantisce risorse e loro distribuzione, oltre che ovviamente benessere, giustizia, pace, sicurezza e via magnificando. All’esterno la garanzia di tutto questo discenderebbe dal fatto che i grossi blocchi continentali si bilancerebbero e si rispetterebbero mutualmente nel quadro di un auspicato assetto multipolare. Alla arrogante globalizzazione unipolare degli Stati Uniti si sostituirebbe una globalizzazione multipolare, armoniosa e conviviale, di un mondo diviso per blocchi geopolitici. Certo (peraltro supponente) realismo geopolitico non produce nemmeno, paradossalmente, ricette idealistiche dell’avvenire ma semplicemente favole da sotto-grande narrazione. Una chiosa, in conclusione di paragrafo. L’«orribile Europa  dei burocrati neoliberali» asservita agli Stati Uniti è sì disprezzata dai fautori di queste ultime due idee di Europa, ma sovente le figure più rappresentative di queste mettono in guardia dall’essere contro la demolizione degli istituti e strumenti dell’Europa che c’è, quella euroatlantica (esempi: euro, unificazione dei mercati, legislazioni comuni, costituzione europea, eccetera), perché li ritengono comunque dei passaggi concreti verso una sempre più pervasiva espansione dell’euro-mito ed in vista di un messianico diverso indirizzo imperiale propugnato e ovviamente, a tempo debito, da questi impugnato e diretto. Addirittura si bacchettano i ritardi di Bruxelles per una “politica estera e di difesa comuni”, effettiva ed incisiva.

Nel loro insieme queste visioni (eurocentrismo ed euroasiatismo) sono uno dei connotati principali della pur diversificata ma metafisicamente unitaria area politica della “destra” e della “destra radicale” in particolare, cui appartiene o comunque finisce con il gravitare anche chi, pur respingendo detta collocazione, ed addirittura definendosi altrimenti, a questo brodo di cultura visionaria si collega. La comunanza di nuclei meta-fisici, meta-culturali, meta-politici, resta a nostro avviso un buon viatico di comprensione e di orientamento di fenomeni non necessariamente spiegabili con le categorie tradizionali di sinistra - centro - destra, certamente inservibili per connotare certi concetti e realtà.

 

Perché parlare di Eurasia

 

Potrebbe, a questo punto, sembrare bizzarro e alla fin fine superfluo dare troppa importanza, soffermandocisi, alla più fantasmagorica tra le idee di Europa che tocca sentire: l’Eurasia.

Non lo è, invece, e cerchiamo subito di tratteggiare telegraficamente i due principali perché.

 

Innanzitutto perché si tratta di un indirizzo, peraltro di vecchia data, di politica estera russa, di interessi e forze materiali che con Putin ambiscono a tornare potenza. Molteplici sono i segnali in tal senso, pur contrassegnati da passaggi contraddittori. A Mosca c’è chi, lamentando il gap di ritardo e lo sfavorevole rapporto di forza accumulato con Gorbaciov prima ed Eltsin poi, mira a ricreare, sia pur su scala ridotta, uno spazio di potenza inclusivo di Stati vicini (Bielorussia in testa). Le velleità di un ritorno, nel caso russo, ad un ruolo di (grande) potenza irritano ovviamente Washington che mira a contenere l’emergere di entità concorrenti. Ora, quanto contribuisce a mettere in fibrillazione, se non sperabilmente in crisi, lo status quo dell’assetto geopolitico pervasivo sul pianeta dell’imperialismo statunitense, resta fattore di interesse se si intendono scrollare assetti di dipendenza servile come nel caso dell’Italia. Il fatto che possano delinearsi potenze o blocchi di potenze tra loro confliggenti, al di là della loro strutturale sgradevolezza, è sempre qualcosa che le rivendicazioni nazionalitarie sovraniste di ogni dove, anche oppresse da uno solo dei contendenti in causa, devono seguire con attenzione. Questo per le opportunità di libera/azione che i conflitti inter-imperialistici possono sempre, loro malgrado, venire a determinare anche a molte migliaia di chilometri di distanza, addirittura agli antipodi geografici del teatro di scontro.

 

Interrogarsi sull’Eurasia significa in secondo luogo scandagliare un humus ideologico e culturale che incapsula in analisi geopolitiche seriose una bizzarra mitologia da Grande Narrazione dai tratti di fondo assolutamente inquietanti. Ebbene, qui sta, a nostro avviso, un ulteriore elemento di interesse, l’essere cioè quasi un caso da scuola che sembra fatto apposta per mostrare come la critica ad un sistema imperialista, anche ad uno dei più feroci imperialismi della storia del genere umano, quale è appunto quello statunitense, possa contenere e riproporre gli stessi tratti genetici dell’antagonista. Questo consente, sia pur lungo una dorsale contrastiva, di interfacciare e connotare sempre meglio un approccio nazionalitario che per sua natura è inassociabile ad alcuna versione imperiale, unitaria o federale che sia.

 

In tal senso, e correlato a quanto detto, c’è l’opportunità di mostrare come le oggi confuse categorie sinistra - centro - destra che pure mantengono ancora una capacità di mobilitazione in un quadro di fondo comunque falsato e manipolato, possano essere superate concretamente solo attraverso un processo di riflessione e di individuazione di nuclei originari allo stesso tempo (meta)politici e (meta)culturali che presiedono e presuppongono sempre il modo in cui viene posto e affrontato un tema o anche la più generale concezione del mondo cui, consapevolmente o meno, ci si richiama. Nello specifico euroasiatico, ad esempio, come spiegare altrimenti perché sia normale che fautori e forze della cosiddetta destra radicale convergano con spezzoni sinistri soprattutto di matrice staliniana nel prospettare ed enfatizzare, al di là di possibili accenti diversi, l’idea-madre dell’Eurasia e con i quali si finisce con il condividere affinità strategiche e di mentalità? Il laboratorio russo è in tal senso interessante. Quel che l’utilizzo delle categorie politiche di destra e sinistra non riuscirebbe a spiegare e che servirebbe solo a colorire il contenuto folclorico di un pezzo giornalistico sulle curiose bizzarie del costume (politico), lo si potrebbe comprendere entrando nei canali sotto traccia che rimandano sempre, in qualunque caso, ad una concezione di fondo, anche oscurata, di tipo appunto meta-culturale e meta-politico. Chi parla di obsolescenza di dette categorie politiche, con argomentazioni di critica anche condivisibile nella loro descrittività del quadro politico istituzionale, e lo fa per veicolare, ad esempio, istanze imperiali, deve essere incalzato proprio sul retroterra o, se si preferisce, sul substrato meta-fisico, meta-politico, meta-culturale che connota ogni approccio e posizione politica e culturale. Il confronto e la distinzione delle idee si farebbero molto interessanti.

Nuove parole d’ordine, nuovi concetti, per certi versi non troppe inaspettate nuove aggregazioni, diventerebbero così più leggibili rendendo possibile discernere il grano dall’oglio e leggere la traiettoria di un percorso, di pre-vederne gli approdi, di essere forniti di adeguati strumenti concettuali e orientativi, non solo per regolarsi di conseguenza ma anche per tarare meglio il proprio portato teorico e progettuale. Nel seme si vede il frutto. (continua)

 

Francesco Labonia

("Indipendenza", maggio 2006)

 

Comunitarismo, Eurasia, Impero.

Le ragioni nazionalitarie di un rifiuto

(seconda parte)