Sulle esternazioni governiste e filo-imperiali di Fausto Bertinotti

 

Un altro passettino, per accreditare Rifondazione Comunista come interlocutore affidabile ai poteri che contano (anche sovranazionali), compiacere la compagine dell’Ulivo nella prospettiva di governo comune –senza nemmeno più la foglia di fico della desistenza come nel 1996– e fare concorrenza alla componente “moderata” di sinistra dell’Ulivo: è il senso politico dell’intervista del segretario di Rifondazione Comunista, Fausto Bertinotti, a la Repubblica del 9 settembre scorso.

L’operazione mediatica arriva sullo sfondo di un dramma umano, quello del rapimento delle due cooperanti italiane, Simona Pari e Simona Torretta, i cui contorni sono peraltro poco chiari, al pari di vicende come quella del giornalista statunitense Nick Berg, di quello italiano Baldoni, e dei due francesi. Sappiamo bene, lo attestano i fatti anche di questi ultimi anni, che buona parte degli organismi della cooperazione molto spesso svolge –di fatto– la funzione di volto buono e presentabile dello Stato di riferimento. Stati interessati ad essere presenti in aree significative se ne avvalgono, direttamente o loro malgrado, per valenze interne sia al paese in cui si è presenti, sia a quello di provenienza, a giustificare e coprire, in tal modo, inconfessabili ragioni ed interessi in loco.

In nome dell’umanitarismo –è inutile nascondersi dietro un dito– sovente si rischia di essere funzionali, anche proprio malgrado, ai disegni di normalizzazione del dominio e del controllo perseguiti da chi occupa. Da decenni sono soprattutto le amministrazioni statunitensi a dare l’esempio. Si autoinvestono arrogantemente del mandato di «esportare la democrazia» –così negandola nei fatti– ed in paesi come l’Iraq si presentano come «liberatori», facendo sganciare dai loro aerei «bombe umanitarie» su intere città e villaggi, in una mattanza infinita di senza nome. Figuriamoci se è pensabile che la cooperazione sia una zona franca, un terreno neutro di sentimenti e di umanità appannaggio di soggetti di buona volontà.

 

Detto questo il significato politico di certi rapimenti sembra pensato per screditare e non rafforzare la Resistenza. Per limitarci alla vicenda delle due italiane rapite, restano singolari le circostanze filtrate da testimoni presenti nell’ufficio e nella zona dove si è svolto il fatto: una ventina di uomini in possesso di armi, come un bastone elettrificato in uso alle forze di sicurezza del governo fantoccio di Allawi, pistole con silenziatore, un foglio con i nomi precisi delle persone da sequestrare e relative foto segnaletiche, un agire rapido ed «altamente professionale», quindi la fuga in tre vistosi gipponi, a Baghdad, all’interno dell’area superprotetta dalle forze armate statunitensi e da quelle paramilitari di Allawi, ex agente CIA ed autore di stragi in cinema, su autobus, eccetera (New York Times, 9 giugno 2004).

È peregrino interrogarsi su chi possa trarre giovamento da questo (ed analoghi) rapimenti? È insensato e fuor di logica pensare che tra le legittime ipotesi politiche c’è anche quella, fortissima, di un interesse volto non solo a screditare la Resistenza, ma a compattare le opinioni pubbliche di Stati subalterni ‘occidentali’ (e non solo) sulla convinzione che sia “giusto” continuare l’occupazione, preferirla alla «barbarie» e schierarsi pertanto, foss’anche con riserve, nell’esercito Imperiale del Bene contro quello Resistente del Male? Non è forse sempre stato parte delle strategie belliche determinare fatti, costruire emozioni, programmare reazioni, disorientare le coscienze (soprattutto quelle meno informate), isolare chi, ad esempio oggi, all’interno degli Stati subalterni agli USA, rifiuta in vario modo e con diverse argomentazioni le sue logiche geopolitiche imperialiste, con annesso corollario di occupazioni, conquiste, sfruttamento di risorse umane e naturali, sterminio? Non è infine curioso che questo accada mentre la Resistenza irachena, nella sua pluralità di forze, è all’offensiva in tutto il paese e sta fattivamente mettendo alle corde i piani della Casa Bianca di stabilizzare l’occupazione e la tenuta politica del governo fantoccio di Allawi che ha impiantato?

 

In questo quadro si colloca anche la succitata e scellerata intervista di Bertinotti, che indigna per il significato politico e che dovrebbe finalmente registrare una reazione altrettanto politica contro chi l’ha rilasciata, contro la direttrice di marcia che sta seguendo Rifondazione, e contro la compagine governativa ulivista che si candida a sostituire quella miserabile attualmente al governo, in un’invarianza complessiva di direttrici politiche di fondo. Che la regìa di certi strani rapimenti sia di qualche gruppo collegabile al complesso e vario fronte della Resistenza, o piuttosto riconduca ad un’operazione di controguerriglia svolta da paramilitari al soldo del governo fantoccio di Allawi e/o diretta espressione dei servizi statunitensi, è comunque evidente che quanto avvenuto è un prodotto della guerra d’aggressione statunitense. Negarlo, rimuoverlo, od operare distinguo come fa Bertinotti, è quindi qualcosa di politicamente molto grave e significativo.

Separare e distinguere il contesto della guerra, all’origine del rapimento, e sospendere ufficialmente (dopo averlo fatto sostanzialmente in questi mesi, iniziative di rito a parte) la questione del ritiro delle truppe italiane subalterne al comando anglo/statunitense nell’occupazione dell’Iraq, è un atto di compiacenza politica all’imperialismo, tanto più ignobile perché perpetrato speculando su una vicenda comunque tragica. Nella scellerata ed inquietante intervista di Bertinotti non c’è solo la sgradevole e forte sensazione che si voglia investire sulla vicenda delle due rapite per trarre una rendita di immagine e di voti, e di affidabilità e credibilità governista. Si trasmette in modo evidente un messaggio rassicurante di conformazione, sul terreno linguistico e concettuale –e quindi politico–, al battage ideologico imperiale di Washington. Dopo aver operato, come preliminare operazione di ammiccamento, un’artificiosa giustapposizione degli avvenimenti in Ossezia e Iraq, Bertinotti fa proprio il feticcio imperiale del “terrorismo” (e fattivamente quello cosiddetto “islamico internazionale”) evocato da Washington per giustificare il proprio Terrorismo planetario in varie forme dispiegato. Nel farlo, Bertinotti avalla l’equivoco strumentale che vi è incorporato, assunto in questa fase da tutti i sinistri arruolati tra i guerrafondai accodati a Washington, e cioè l’idea che «la guerra è brutta, ma il terrorismo è peggio».

Un argomento strumentalmente utilizzato ad esempio dai vari Rutelli, Fassino, per sostenere che perciò «se la guerra era sbagliata, ora (dall’Iraq, ndr) sarebbe sbagliato andarsene». Ebbene, quest’ultimi top gun mancati questa semplice domanda eludono sempre: ma non è terrorismo sradicare coltivazioni, perquisire, rastrellare, torturare, massacrare gente, bombardare industrie, servizi, case, scuole, ospedali, villaggi, città, per qualsivoglia motivo?

Proponiamo di chiamare tutto “terrorismo”? Ovviamente no. Rifiutiamo il linguaggio del potere di ogni epoca, che ha sempre criminalizzato coloro che si oppongono bollandoli come streghe, untori, briganti, banditi, terroristi, eccetera. Questo significa accettare tutto ciò che vien fatto in nome di qualsivoglia resistenza? No, si tratta di tenere distinto il piano politico della natura, delle cause e delle ragioni dei conflitti da quello del giudizio sulle modalità operative. Con una piccola chiosa: sull’imperialismo non c’è da discettare su niente, perché è da respingere sempre e comunque.

 

Bertinotti assume leit-motive e concetti che oggettivamente riconducono ad un linguaggio imperiale. Sotto ipocrite spoglie umanitarie, con grande sprezzo dei fatti e della logica, definisce un «grande pasticcio» confondere conflitto (in Iraq) e rapimento (delle due italiane), si pone su un crinale espressivo/evocativo equivoco, oscillando e confondendo “terrorismo” e resistenza (il “terrorismo” decisivo dell’occupante non è nemmeno adombrato come ipotesi), quindi assume il feticcio imperiale del terrorismo, quale «avversario dell’umanità», occhieggiando così, mellifluamente, già nello specifico iracheno, all’operazione dominante di criminalizzazione del pluriverso di forze della resistenza che non accettano l’occupazione statunitense, e finisce spocchiosamente con l’etichettare la Resistenza irachena «con la “r” minuscola» perché questa «non contiene in sé la soluzione del problema (cioè l’occupazione, ndr)». L’affermazione ricorda quella dell’ex direttore de il Manifesto, Riccardo Barenghi, che pubblicamente aveva affermato di non considerare quella irachena una «resistenza», perché mancante di un «progetto politico».

Ignoranze e supponenze boriose a parte, resistere all’oppressione e all’occupazione non necessita del superamento di alcun esame di programmologia politica di nessun professore, nemmeno di questi attardati sinistri alfieri di coloniali fardelli da uomo bianco in versione caricaturale. Si tratta di un insegnamento che viene dalla Storia.

 

Indipendenza

15 settembre 2004