DOPO I FATTI DI ROSARNO.

OLTRE LA SOLIDARIETA' ALLA RIVOLTA DEI BRACCIANTI NERI

 

E' il caso di tornare a riflettere e confrontarsi sui fatti accaduti a Rosarno.

E' possibile che, 'a monte' della rivolta degli immigrati africani in reazione alle aggressioni subite, vi siano stati interessi particolari della 'ndrangheta nei suoi intrecci e contorni poco chiari con la politica istituzionale locale e soprattutto 'centrale'. E' possibile, quindi, che i fatti di Rosarno siano inscrivibili in una 'logica' ben diversa da quella che apparirebbe e da legare (in continuità o come sviamento/alleggerimento?) con la bomba fatta esplodere lo scorso 3 gennaio davanti alla Procura di Reggio Calabria, un avvertimento -così è stato detto- rispetto all'arresto di latitanti e soprattutto contro recenti sequestri di beni della 'ndrangheta. A questo forse si aggiungerebbe il recente ritrovamento di una macchina con armi ed esplosivi fatta ritrovare a cento metri dall'aeroporto di Reggio Calabria, nelle vicinanze del tragitto che doveva seguire il presidente della Repubblica Napolitano durante la sua visita nella città calabrese. Si tratta, non solo adesso, di un qualcosa che andrebbe ben investigato. C'è chi ha fatto notare come certe operazioni dello Stato anti-mafia, anti-'ndrangheta e via dicendo si siano storicamente concentrate su determinate 'famiglie' non toccando altre, quasi ci fosse una 'politica' di intervento alla luce di interessi che prescinderebbero da quel che altrimenti apparirebbe come repressione delle attività della criminalità organizzata. C'è chi parla del ritorno di forti interessi di alcune 'ndrine nell'agricoltura e chi ricorda che è in voga da alcuni anni la prassi, nella zona, di sollecitare la partenza degli immigrati stagionali ricordando loro che il loro servizio (di sfruttamento) è concluso con la chiusura della stagione della raccolta e che tale sollecito alla partenza avvenga con il linguaggio delle schioppettate. Chi avesse osservazioni o contributi informativi in tal senso farebbe cosa gradita se aprisse una nuova discussione al riguardo. Si tratta di un filone assolutamente importante questo delle manifestazioni regionali dei differenti ambiti della criminalità organizzata.

 

Qui adesso accantoniamo questi aspetti forse particolari che darebbero ai fatti una luce diversa, e concentriamoci su altro che vado ad esporre in estrema sintesi e su cui invito ad intervenire tenendone conto. Nel corso di un servizio andato in onda sul tg3 proprio nei giorni successivi agli incidenti di Rosarno, veniva intervistato un piccolo proprietario terriero di un agrumeto (nella fattispecie arance). Al giornalista indicava un muretto o un ponticello (non ricordo bene questo dettaglio) dove solitamente stazionavano -diceva- duecento lavoratori africani. In quei giorni, dopo gli incidenti, deserto. Lamentava i danni che ciò avrebbe determinato per lui se fosse durato nei giorni successivi. Dovendo pagare regolarmente dei raccoglitori, la spesa non valeva l'impresa, sosteneva. Tanto valeva lasciarle marcire sugli alberi. Integrerei questa vicenda esemplificativa che interessa l'agricoltura nazionale, particolarmente nel meridione, con una notazione da non sottovalutare. Si sa che, nei campi, per lo più nella raccolta (agrumi, olive, ecc.), si ricorre a manodopera in buona parte non-italiana. Chi cerca di evitare problemi nell'utilizzo 'al nero' di detta manodopera (paghe al ribasso, niente contributi, ecc.) ricorre a polacchi, romeni, eccetera, piuttosto che ai cosiddetti extracomunitari. In caso di controlli nei periodi di raccolta, è possibile 'correre ai ripari' regolarizzando 'a posteriori' un lavoratore dell'est europeo piuttosto che un clandestino "extracomunitario". Le conseguenze, in base al "pacchetto sicurezza" Maroni, possono essere pesanti. L'utilizzo degli uni piuttosto che degli altri è quindi indice, orientativo certamente, dello status economico di chi ricorre a detta manodopera.

 

Vi è quindi un insieme di nodi che emerge complessivamente dai fatti di Rosarno che, mutando quel che c'è da mutare, sono estendibili a tutto il territorio nazionale e riguarda tutto il comparto dell'agricoltura italiana. Il ricorso alla manodopera al prezzo più basso, che resta una forma di sfruttamento indiscutibile, è messa in atto da proprietari terrieri (perlopiù piccoli e medi) che risentono loro stessi delle condizioni di sfruttamento indotte dalla politica dei prezzi agricoli, che ha una sua filiera determinata dalla politica agricola comune europea, essa stessa a sua volta fortemente condizionata dagli interessi geoeconomici e geostrategici statunitensi. In una logica apparentemente assurda al buon senso ma che la ha alla luce delle politiche speculative estere e della condizione coloniale di questo paese, con l'aggravante -per il meridione d'Italia- di un disvalore aggiunto derivato dal colonialismo interno avviato a suo tempo da Casa Savoia e perdurante, nonostante le trasformazioni formali/istituzionali del sistema di potere dominante, nella continuità di una logica di accumulazione interna capitalista. Il tramite delle grandi imprese è la grande distribuzione che determina a livello di territori accordi di "cartello" nell'acquisto di prodotti a prezzi da strozzinaggio. Il proprietario terriero, dovendo far quadrare i conti, è portato immediatamente a tagliare i costi nell'assunzione al nero e alla paga più bassa possibile. Con il che determinando anche la disoccupazione di manodopera autoctona disponibile a svolgere lavori agricoli anche di raccolta, ma, giustamente, ad una 'giusta' paga e garanzia di diritti.

In quest'ultimo capoverso, abbiamo quindi tutti gli ingredienti di una filiera di cause, concause ed effetti che parlano di questione nazionale, che rimandano alla necessità di una proposta nazionalitaria di liberazione, con una capacità di visione che, nazionalmente, veda l'insieme di chi agisce, vive e lavora su questa terra. Che ad esempio significa che certe problematiche sono conseguenza di uno stato complessivo (dipendente e coloniale) di questa nazione, ed anche delle dinamiche di sfruttamento intrinseche al sistema capitalismo. Non dimentichiamo mai l'assunto che qui telegraficamente richiamo, e cioè che l'atto dell'emigrare è, nelle dimensioni degli esodi biblici cui stiamo assistendo da tantissimi anni, un effetto di ritorno del colonialismo e dell'imperialismo di ieri e di oggi. Vi è una lunga catena (di cause e di perché) che non serve qui indicare, ma in cui, ad esempio, si possono ben ascrivere anche le guerre imperiali statunitensi in corso, che vedono diversi Stati subalterni (Italia inclusa) prone a concorrere con l'invio di loro truppe cammellate al seguito dell'alleato/padrone USA. Ma, ripeto, sono tantissimi i nessi capitalistici e/o imperialistici che, tra gli effetti devastanti, producono anche quello dell'emigrazione coatta e supersfruttata.

 

Tenuto conto di tutto ciò, l'invito alla discussione verte su questo nodo: come tenere conto in una prospettiva di lotta praticabile qui e adesso, parlando d'immigrazione

a) delle condizioni schiavistiche cui sono soggetti gli immigrati (quindi una critica non solo etico/morale, ma anche materialistica, di classe),

b) delle penalizzazioni forti cui sono sottoposti comparti di lavoro 'autonomo' significativo nel nostro paese,

c) della condizione di disoccupazione e precariato che anche per ulteriori ragioni sono costretti a subire cittadini italiani.

 

Non trovate che la questione immigrazione non possa essere affrontata disgiunta da una questione nazionale italiana (nodi della dipendenza, sudditanza a leggi e vincoli capitalistici ed imperialistici, fattiva assenza di una sovranità nell'adozione di politiche indipendenti effettivamente, ad esempio una ben diversa politica estera, rispondenti agli interessi di chi abita -autoctoni ed immigrati- questo paese)?

 

 

Indipendenza

26 gennaio 2010

 

 

N.B. E' possibile intervenire qui : http://indipendenza.lightbb.com/politica-italiana-f2/oltre-la-solidarieta-ai-braccianti-neri-di-rosarno-t518.htm