DA TREMONTI A SINISCALCO

–fine delle illusioni di “rilancio” e ritorno delle finanziarie “lacrime e sangue”

in nome dell’Europa e dei mercati finanziari

 

Le dimissioni del ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, su pressione dell’asse AN-UDC (Alleanza Nazionale-Unione Democratici di Centro), e l’avvicendamento con Domenico Siniscalco, non rappresentano soltanto una svolta comunque significativa in favore dei “poteri forti” (banche e grandi famiglie, con le prime in posizione dominante) negli equilibri di potere politico/economici di questo paese. La defenestrazione di Tremonti è l’esito fallimentare del tanto sbandierato progetto di rilancio capitalistico-liberistico della versione di destra del ceto politico al governo. Progetto che, all’inizio del mandato del centrodestra, aveva ricevuto, pur obtorto collo, l’appoggio dei succitati “poteri forti”, in realtà sempre più deboli ed in crisi. Come più volte accennato negli editoriali di “Indipendenza”, tale progetto non poteva trovare sbocco, stante gli onerosi vincoli di dipendenza incombenti anche sul nostro paese.

Le vicende politiche di queste settimane, per essere pienamente comprese, vanno collocate nello scenario internazionale. Uno scenario che vede da più di un decennio una decisa riaffermazione dell’unico imperialismo esistente, quello statunitense. Se sul piano militare questa volontà di dominio, volta a far sì che anche il XXI secolo sia americano, si concreta in una serie –ben lungi dal concludersi– di aggressioni (Iraq, ex Jugoslavia, Afghanistan, ancora Iraq…), sul piano economico l’offensiva assume le sembianze del neoliberismo. Un termine che significa non solo mercificazione di ogni ambito di vita individuale e collettiva e peggioramento delle condizioni materiali e sociali di vita, ma anche smantellamento progressivo delle sovranità statali a favore del cosiddetto mercato finanziario globale, regolato e strutturato secondo tecniche e normative di derivazione statunitense, e fattivamente governato da istituti –banche d’affari, agenzie di rating (che valutano la solvibilità dei debiti), fondi d’investimento– proprio di quel paese. In Italia (ma non solo), il veicolo privilegiato di tale politica neoliberista è il processo d’unificazione europea.

Nella rassegna stampa che segue, si cercherà di tratteggiare non soltanto un quadro dei conflitti e degli intrecci di potere tra e dentro forze politiche e “poteri forti” economico/finanziari, ma di mostrare la cornice di dipendenza sempre più inquietante in cui questi si innestano.

 

17 giugno. «Acquistare tempo»: così Giuseppe Pisauro sul sito la voce.info sintetizza la politica di bilancio dopo tre anni di gestione del centrodestra. L’economista rileva che «le misure di finanza straordinaria, come condoni e cartolarizzazioni varie, hanno avuto un peso preponderante nelle manovre di questi anni». Secondo Pisauro, ciò sarebbe una conseguenza della «sfavorevole congiuntura economica (…) L’andamento stagnante dell’economia deprime le entrate pubbliche e non consente di procedere alla promessa diminuzione delle aliquote d’imposta, senza sottoporre ad un rischio eccessivo l’equilibrio di bilancio. Non resta allora che guadagnare tempo, in attesa di una ripresa del ciclo [sottolineature nostre, ndr. Una descrizione condivisibile, ma con delle significative omissioni, annacquate dentro espressioni criptiche. Primo: i vincoli capestro esterni del Patto di stabilità europeo –di fatto, come vedremo, monitorato pure dalle agenzie di rating (valutazione della solvibilità dei debiti)– sono celati dalla poco chiara affermazione di «rischio eccessivo dell’equilibrio di bilancio». Secondo: tale andamento dei conti pubblici è anche il riflesso di un decadimento generalizzato dello stesso capitalismo italiano che ha trovato forte impulso nelle privatizzazioni eseguite sotto dettatura delle grandi banche d’affari prevalentemente statunitensi. Va altresì notato come, sotto la dizione «ripresa del ciclo», vari analisti economici intendano la ripresa di ordinazioni dagli Stati Uniti, verso cui alcuni affermano sussista una vera e propria dipendenza per le esportazioni.

 

29 giugno. Secondo Il Foglio, il vero problema nella coalizione di centrodestra è l’inconciliabilità dei consensi della Lega –nata sotto la spinta del «“vento del nord”, cioè l’insofferenza dei ceti produttivi (lavoro autonomo, ma soprattutto piccole e medie imprese, ndr) dell’area più ricca del paese a pastoie burocratiche e fiscali»– con quelli di UDC ed AN. Eppure, alle elezioni del 2001, il centrodestra si presentava compatto nel puntare sul rilancio e sulla promozione della crescita economica delle piccole e medie imprese del nord che, con l’elezione di D’Amato a presidente della Confindustria, lanciavano un segnale di forte malcontento nei confronti della politica anche fiscale dell’asse centrosinistra-“poteri forti”. Nell’ottica del rilancio del nord, ecco «cementarsi l’asse tra la Lega e il ministro dell’Economia Giulio Tremonti». Promovendo la crescita dimensionale delle piccole e medie imprese –era questo il ragionamento– ne sarebbe derivato un aumento della competitività internazionale dell’Azienda Italia, con benefici anche sulle entrate fiscali complessive. Si sarebbero dunque incamerate risorse con cui poter accontentare gli appetiti degli “alleati” di governo e degli stessi “poteri forti”, sempre bisognosi di assistenza. «La politica di Tremonti, però, soprattutto per l’avversa condizione internazionale, non ha prodotto la rivoluzione fiscale promessa». Sottoposto oltretutto ai pressanti vincoli esterni del Patto di stabilità europeo, Tremonti si è andato convincendo che, per procacciare risorse, occorresse toccare certi interessi “forti”. Da qui l’eliminazione delle agevolazioni fiscali Dit e SuperDit per le grandi imprese, la conflittualità con le fondazioni bancarie, «che distribuiscono sussidi e beneficenza in tutte le realtà locali», e quindi la conflittualità con il Governatore della Banca d’Italia, Antonio Fazio. Da questa battaglia, come rileva Il Foglio, «Tremonti, e con lui la Lega, si sono trovati isolati». Probabilmente è venuto anche a mancare un convinto sostegno da parte della base di piccole e medie imprese di riferimento. Come mostra l’elezione di Montezemolo a presidente di Confindustria, può essere prevalso in tale mondo l’esigenza di scendere a patti con i “poteri forti” soprattutto bancari, di fronte al crescere della competitività internazionale (Cina su tutti) e pensando alle conseguenze sull’erogazione del credito indotte dall’accordo Basilea 2 (un accordo internazionale che fissa i requisiti patrimoniali che le banche devono rispettare per poter erogare credito ed allarga ulteriormente la pratica del rating; in sostanza, per le piccole imprese ciò si traduce in minor credito e tassi più elevati da pagare).

 

3 luglio. La corsa alla presidenza dell’Associazione degli Industriali di Roma illustra bene la conflittualità interna al blocco bancario-industriale dei cosiddetti “poteri forti”. Favorito alla successione è Luigi Abete, attuale presidente della Banca Nazionale del Lavoro. Se vincesse, si tratterebbe del primo “banchiere” eletto al vertice di una struttura confindustriale. A suo favore le grandi banche e, secondo Il Foglio, lo stesso presidente di Confindustria, Luca di Montezemolo, che a più riprese ha dichiarato che «banche e imprese devono crescere insieme». Per Il Foglio, «Montezemolo è convinto che le imprese abbiano da guadagnarci, indebitate come sono, a spalancare alle banche le porte della propria associazione, mettendo a punto, in commissioni congiunte, criteri comuni di valutazione del credito, da concedere a piccola e media impresa alla luce dei coefficienti patrimoniali imposti dall’accordo Basilea2». Questa linea però incontra diffidenze tra i manager delle imprese statali e tra le grandi famiglie, che appoggerebbero un candidato anti Abete. «Pierfranco Guarguaglini di Finmeccanica, Paolo Scaroni dell’Enel, Elio Catania di Ferrovie e Giancarlo Cimoli di Alitalia ritengono che devono essere le imprese a comandare a casa propria, e non le banche», scrive il quotidiano. Linea condivisa, sempre stando a Il Foglio, anche da Tronchetti Provera, «che sul Sole 24ore ha chiesto che il Parlamento, con la riforma sul “risparmio”, faccia il piacere –Parmalat o no– di non complicare la vita agli industriali ponendo limiti ai crediti loro concessi dalle banche di cui sono azionisti e nei cui consigli d’amministrazione siedono». La questione non è solo romana, precisa Il Foglio, che rileva «il ruolo che le banche hanno nel futuro di Fiat e di Edison, la loro presenza a metà della catena di controllo Telecom in Olimpia, i rapporti che Monte dei Paschi di Siena, Sanpaolo e Unicredit hanno con Autostrade di Benetton». La conclusione: nonostante non manchino i “grandi imprenditori” in possesso di partecipazioni bancarie o presenti all’interno stesso dei loro consigli di amministrazione (la famiglia Agnelli in San Paolo e Mediobanca o i Benetton in Antonveneta, ad esempio), in un sistema in cui ogni “grande impresa” è indebitata verso una pluralità di istituti di credito, le banche «esercitano oggi, nella vita italiana, un peso assai maggiore di quello dei tanti industriali che vantano quote delle banche stesse (…) Non è con la quota di una banca che l’industriale si salva dalle condizioni poste dalle banche creditrici, abituate “a fare squadra”».

 

3 luglio. «La campagna personale del ministro Giulio Tremonti verso il sistema bancario sta per avere un nuovo capitolo (…) l’assegnazione alla Cassa depositi e prestiti, chiamata anche la Mediobanca personale del ministro dell’Economia, dell’esclusiva dei finanziamenti a tasso agevolato alle imprese». Così scrive Paolo Panerai su MilanoFinanza. Secondo Panerai, Tremonti mira a levare alle banche il monopolio della gestione di tutte le pratiche connesse alla distribuzione di fondi delle imprese. Lo strumento predisposto in tal senso sarebbe un “fondo rotativo” da alimentare con i risparmi postali gestiti dalla Cassa depositi e prestiti. «La Cassa raccoglie, attraverso le Poste, denaro a costo più basso, che può quindi riprestare a tasso agevolato senza che il costo sia particolarmente alto», sarebbe l’intendimento di Tremonti secondo Panerai.

 

3 luglio. Tremonti si dimette da ministro dell’Economia. Berlusconi ne assume le funzioni ad interim.

 

4 luglio. I “poteri forti” auspicano l’investitura di Mario Monti, attuale Commissario UE alla concorrenza, alla direzione del dicastero dell’Economia. È quanto emerge, ad esempio, dall’editoriale di Stefano Folli sul Corriere della Sera. «L’interim dell’Economia al premier è con ogni evidenza una soluzione debole e del tutto provvisoria (…). È interesse di tutti, a cominciare da Berlusconi, che questa transizione duri il più breve tempo possibile (…). È essenziale che non vada sprecata l’occasione di dare all’Italia un grande rappresentante dei suoi interessi in Europa, nonché una personalità che sul piano interno sia in grado di dire i “no” necessari a salvaguardia del bilancio pubblico (…). Inutile dire che il nome di Mario Monti, commissario europeo uscente (e rientrante, nelle speranze di molti), risponde all’insieme di queste esigenze».

 

5 luglio.  Come spiegare l’aut aut di Fini sulla testa di Tremonti? Secondo Il Foglio, Gianfranco Fini, «capo di un partito sottorappresentato nel governo, marginalizzato nelle decisioni che più o meno contano (…) si è trovato a capo, senza nemmeno saperlo bene, di una coalizione di interessi bancocentrici ed industriali ostili alle manovre di puro potere di Tremonti. Cumulate con la forza sorgiva del clientelismo assistenziale del pubblico impiego e del nostro bisognoso Mezzogiorno, ecco che il fronte si è saldato, la contraddizione nel governo è diventata esplosiva (…) e la testa fine del suo nemico (anche personale, e qui ci sarebbe da ragionare ancora) è caduta».

 

5 luglio. Banche e grandi imprese gioiscono per la defenestrazione del ministro dell’Economia del centrodestra, Giulio Tremonti, nella speranza che ciò si accompagni a determinate misure in loro favore. La situazione è ben riassunta su Il Foglio: «Ora che Mediobanca è caduta e il fronte banco-industriale è solcato dalle prime divisioni per attribuirsene le spoglie –Rizzoli-Corriere della Sera oggi, Generali domani–, per decidere come sostenere la Fiat nel suo traghettamento, o come e quali medie imprese appoggiare nella crescita, ecco l’importanza che all’Economia avvengano significative correzioni». In particolare, le banche auspicano che «il disegno di legge sul “risparmio” venga sbloccato facendo decadere la parte che riguarda Banca d’Italia» e che venga abbandonato «quel fondo rotativo presso la Cassa depositi e prestiti che disintermedierebbe il ruolo istruttorio svolto dalle banche per miliardi di euro di incentivi alle imprese del Mezzogiorno, sotto l’attuale regime della legge 488». Le grandi imprese, invece, chiedono sostanzialmente il mantenimento dei trasferimenti pubblici a loro favore, una ripresa delle liberalizzazioni (leggasi settori più o meno sottratti alla concorrenza verso cui diversificare i loro affari) e il «ripristino di qualcuna delle agevolazioni fiscali sulle operazioni di finanza straordinaria, abolite con la Dit e SuperDit volute da Vincenzo Visco (esponente DS, ex ministro delle finanze dei governi del centrosinistra, ndr) per ingraziarsi le grandi imprese più finanziarizzate». Insomma, il solito decalogo di assistenzialismo parassitario.

 

6 luglio. Berlusconi intenderebbe mantenere l’interim all’Economia. Secondo Il Foglio, tale decisione risponde ad un calcolo politico. Mantenendo l’interim, Berlusconi potrebbe realizzare il promesso taglio delle tasse, e prepararsi così da posizioni di forza ad eventuali elezioni anticipate. Berlusconi diffida dell’UDC, intenzionata a far saltare la “devolution” voluta dalla Lega e con lo sguardo rivolto a scenari post-berlusconiani. In caso di mancata approvazione della riforma “federalista”, la Lega uscirebbe dal governo. A quel punto, Berlusconi chiederebbe a Ciampi di sciogliere il Parlamento ed indire le elezioni anticipate. Uno scenario che Berlusconi conta di poter gestire solo se approvata la riforma fiscale.  

 

6 luglio. Se la sinistra vincesse le prossime elezioni, per riportare il rapporto annuale deficit/Pil sotto la soglia prevista dal Patto di stabilità, farebbe quello che ha proposto il Governatore della Banca d’Italia, Antonio Fazio: tassare la casa. Lo afferma a MilanoFinanza Giancarlo Pagliarini, deputato della Lega ed ex ministro del Bilancio del governo Berlusconi del 1994. «Nella sua relazione annuale dello scorso 31 maggio, Bankitalia ha calcolato che alla fine del 2003 la ricchezza lorda delle famiglie, costituita dalla ricchezza reale e dalle attività finanziarie, era stimabile in 8200 miliardi: di questi, 2900 erano strumenti finanziari, mentre il resto è rappresentato da case di proprietà. Tra le righe, la soluzione per far incassare denaro allo Stato: una bella imposta patrimoniale sulla casa».      

 

8 luglio. Il momento per «il primo declassamento di uno Stato sovrano nella zona dell’euro», come scrive la Reuters, non sarebbe stato scelto a caso: a Palazzo Chigi era in corso il vertice tra Berlusconi, Fini e Follini.  Secondo Federico Rampini de La Repubblica, destinatario del messaggio è Berlusconi, attuale ministro ad interim dell’Economia. Le note di Standard & Poor’s, che hanno accompagnato il declassamento, sarebbero estremamente rivelatrici: «se i tagli fiscali saranno applicati senza un’adeguata riduzione delle spese, il deficit potrebbe salire fino al 4% nel 2005», sforando così quei vincoli del Patto di stabilità europeo sulla cui osservanza anche le agenzie di rating dimostrano fattivamente interesse. Secondo Rampini, tale frase significa che il taglio delle imposte non si può praticamente fare. Per procacciarsi risorse, non ci sarebbero altre alternative al taglio della spesa corrente. Sulle cosiddette “misure una tantum” (come condoni e cartolarizzazioni), infatti, l’agenzia di rating avverte che «le opzioni disponibili sono esaurite».

 

8 luglio. «L’acconto di manovra viene imposto dai vincoli esterni». Così Federico Rampini su La Repubblica giustifica la “necessità” di un’ulteriore stretta sui conti pubblici.

 

8 luglio. Federico Rampini avverte di non nutrire illusioni su eventuali modifiche del Patto di stabilità europeo. «L’intero dibattito sulla riforma del Patto tende verso una soluzione: rendere più elastiche le norme sul deficit, in modo da allargare gli spazi per politiche keynesiane di rilancio della crescita (un’implicita ammissione che le attuali norme rappresentino un freno per prospettive di “sviluppo” quantunque capitalistico, ndr), ma in compenso stringere il freno sui criteri del debito pubblico». Un’impostazione che guarda caso penalizzerebbe in particolare l’Italia, il cui rapporto debito pubblico/Pil (circa il 105%) è ben al di sopra del limite stabilito dal trattato di Maastricht (60%).   

 

9 luglio. «L’approvazione al più presto della riforma previdenziale è assolutamente necessaria per evitare in autunno il downgrading (declassamento, ndr) da parte di Moody’s e Fitch (le altre due importanti agenzie di rating statunitensi, ndr)». Lo afferma Il Foglio.

 

9 luglio. Le banche sfiduciano Berlusconi e danno indiretto appoggio al progetto neocentrista promosso dal segretario dell’UDC, Marco Follini. Lo scrive Il Foglio, che commenta con questi toni un passaggio della relazione, tenuta all’Abi (Associazione bancari italiani), dal presidente Maurizio Sella. A pagina 25 del testo si «prefigura un organismo –cui sarebbero chiamati a partecipare anche assicurazioni, imprese e soggetti pubblici– destinato a integrare (…) la capacità finanziaria delle imprese coinvolte. Un organismo per finanziare lo sviluppo nelle mani delle banche, non del governo (…) Altro che fondo rotativo presso la Cassa depositi e prestiti elaborato da Tremonti e voluto da Berlusconi».     

 

10 luglio. Anche il quotidiano Finanza & Mercati dedica un articolo alla questione del “fondo rotativo” da 5 miliardi di euro in capo alla Cassa depositi e prestiti (Amministrazione postale, trasformata recentemente da Tremonti in società per azioni, di proprietà per il 70% del Tesoro e per il 30% delle Fondazioni), «immaginato da Tremonti per portare “fuori” dalla contabilità dello Stato esaminata da Bruxelles buona parte dei 25 miliardi di euro di trasferimenti pubblici annuali alle imprese pubbliche e private, nonché per sostituire gradualmente l’attuale inefficiente macchina degli incentivi» previsti dalla legge 488. Tremonti avrebbe dunque ideato il “fondo rotativo” per due motivi: come scappatoia contabile per abbassare artificiosamente il disavanzo pubblico monitorato da Bruxelles, e per togliere alle banche la gestione di tali finanziamenti pubblici. La Legge 488, varata a suo tempo dal centrosinistra, incardinava in capo alle banche la procedura istruttoria e le erogazioni di tali finanziamenti pubblici. Con quali risultati? Il presidente della Confcommercio, Sergio Billè, ha affermato che «dei cosiddetti “contratti di programma”, dal 1996 al 2003 risulta erogato solo il 37% delle somme stanziate, e su 24 miliardi e mezzo di euro stanziati come incentivi alle imprese nel solo Sud, ben 15 miliardi risultano “residui”». Che fine hanno fatto allora il resto delle somme stanziate? Proprio poco tempo fa, in un’intervista al Corriere della Sera, lo stesso Billè aveva denunciato l’uso dei trasferimenti pubblici fatto dalle banche, utilizzati per rinegoziare proprie esposizioni debitorie con certe grandi imprese…

 

10 luglio. Non deve dunque stupire che la lettura del dispositivo sul “fondo rotativo” non sia stato accolto con favore da banche e grandi imprese. Finanza & Mercati parla di «dura offensiva» approntata da Abi (Associazione bancari italiani) e Confindustria. «Si capisce lontano un miglio che l’ex ministro dell’Economia intendeva scrivere di proprio pugno (…) i criteri istruttori, di valutazione, concessione ed erogazione dei finanziamenti alle imprese interessate», scrive il quotidiano economico, che aggiunge: «di fronte ad una torta di tali proporzioni (il quotidiano calcola che tale fondo può «attivare, per l’effetto moltiplicatore, fino a 250 miliardi di euro di incentivi», ndr), come si può pensare che le banche accettino di essere disintermediate dall’esercitare in proprio le istruttorie? Per di più con i tempi che corrono, con l’offensiva su Bankitalia penosamente fallita, con la riforma del risparmio avviata allo stralcio, con le banche che tengono sotto schiaffo i consigli di amministrazione di tutti i maggiori gruppi industriali e litigano sulla Rizzoli-Corriere della Sera?». Così conclude Finanza & Mercati: «Per i “poteri forti” alla riscossa, questa è un’ambizione da far passare a tutti i costi, e subito, al governo italiano. Tanto più a un governo indebolito all’interno come quello attuale». Secondo l’edizione odierna de Il Foglio, «le banche hanno inviato riservati ambasciatori ad AN ed UDC, e anche al Cavaliere, per spiegare che “devono” essere loro a svolgere questa funzione, “senza” rispondere alla Cassa delle risorse pubbliche impegnate».

 

10 luglio. La Corte dei Conti boccia duramente la trasformazione, voluta da Giulio Tremonti, della Cassa depositi e prestiti da ente pubblico economico a società per azioni. Secondo Finanza & Mercati, con tale provvedimento Tremonti era riuscito a ridurre il debito pubblico di 11 miliardi aprendo il capitale della Cassa alle fondazioni bancarie. «Poco trasparente la privatizzazione, dati contabili troppo ottimistici e non adeguati»: questo in sintesi il giudizio della magistratura contabile. Al di là di valutazioni di merito, si commetterebbe un errore ad isolare tale sentenza dall’intreccio conflittuale di interessi politici ed economici nostrani, e a non vedere l’oggettivo appoggio ai “poteri forti” soprattutto bancari.

 

10 luglio. Liquidare Berlusconi: questo in sintesi il progetto di Marco Follini, segretario dell’UDC. Secondo il direttore de il Giornale, Maurizio Belpietro, «dopo le elezioni europee, AN prima e l’UDC poi hanno pensato che fosse giunto il momento di stringere Berlusconi all’angolo, obbligandolo a ciò che da mesi reclamavano: un cambio della politica economica ma anche una ridistribuzione del potere dentro la coalizione (…). I due hanno viaggiato di concerto, creando un asse che ha schiacciato Tremonti (…). Ma raggiunto l’obiettivo, AN si è fermata, l’UDC no». Secondo Belpietro, Follini «non si accontenta che Berlusconi corregga la rotta, né vuole indebolirlo per contare di più: intende bensì chiudere la sua stagione politica, che ritiene finita». Scendendo più nei dettagli, Belpietro afferma che il segretario dell’UDC, anche attraverso un cambiamento del sistema elettorale in senso proporzionale, intenda formare un «grande centro» con la Margherita di Rutelli (che, in alcune dichiarazioni, ha già lanciato segnali di assenso) e l’Udeur di Mastella. «Un partito che, sulla carta, supererebbe il 17% e potrebbe rubare voti a Forza Italia, mettendosi al centro della scena politica. Ma soprattutto un partito in grado di riequilibrare il centrosinistra (…). Alleato ai DS sfiorerebbe il 40% e, raggranellando i voti dei satelliti, potrebbe fare a meno dei voti di Bertinotti e compagni. Insomma, un vero centro-sinistra col trattino, ben visto da quell’establishment bancario, industriale e burocratico il quale da tempo cova la voglia di restaurazione».

 

12 luglio. Una deroga di due anni al Patto di stabilità: questa la proposta annunciata a La Repubblica da Gianni Alemanno, ministro dell’agricoltura di Alleanza Nazionale, e presentata alcuni giorni fa al vertice di maggioranza sulla cosiddetta “verifica” e sulla formulazione del prossimo Dpef (Documento di programmazione economica e finanziaria, con il quale si definiscono linee e obiettivi della politica economica per il prossimo triennio). Una proposta che conclama l’impossibilità, per il centrodestra, di conciliare i vincoli del Patto di stabilità europeo con una politica di rilancio comunque capitalistica. Alemanno “crede”, sulla base del precedente di Francia e Germania, che tale proposta venga accettata dall’Ecofin (Consiglio dei ministri economici e finanziari degli Stati membri dell’Unione Europea). In caso contrario, dalle stesse parole di Alemanno si ricava indirettamente che ad essere sacrificato non sarà il Patto di stabilità, ma gli stessi interessi elettorali di AN: «Pensiamo sia inevitabile alzare la soglia del Patto di stabilità dal 3 al 4% perlomeno nel biennio 2005-2006 (…) In caso contrario, accadrà di nuovo, come con Tremonti, che si fissa il 3% e poi bisogna fare una manovra correttiva per rientrare dallo sforamento».

 

13 luglio. Così com’è stato per le precedenti manovre finanziarie, i tagli ai trasferimenti statali per regioni e comuni, previsti dall’imminente manovra di correzione dei conti pubblici, daranno ulteriore spinta alle emissioni di obbligazioni (bond) da parte degli Enti territoriali, al fine di recuperare risorse. Secondo il quotidiano economico Finanza & Mercati di due giorni fa, «regioni e comuni hanno cominciato a rivolgersi alle banche d’investimento (in gran parte estere, ndr) per preparare nuove obbligazioni». Inevitabile conseguenza: l’aumento del già non trascurabile indebitamento estero.

 

15 luglio. «Con l’uscita di scena di Giulio Tremonti, sembra finito il clima di assalto alla Banca d’Italia». È quanto evidenzia Salvatore Bragantini sul Corriere della Sera. Brigantini fa notare come dal disegno di legge della cosiddetta “riforma sul risparmio”, fin qui bloccata «per le divisioni intestine della maggioranza», siano state stralciate, secondo fonti di stampa, le norme fissanti la durata del mandato del Governatore della Banca d’Italia.

 

17 luglio. Domenico Siniscalco, ex direttore generale del Tesoro, è stato nominato ministro dell’Economia. Siniscalco era divenuto direttore generale del Tesoro in sostituzione del potentissimo esecutore delle privatizzazioni, Mario Draghi, all’epoca in cui c’era Vincenzo Visco (DS) come ministro del Tesoro. La sua carriera politica inizia a 24 anni, quando, subito dopo la laurea (Università di Cambridge), entra nel ministero delle Finanze guidato allora da Franco Reviglio, definito, da il Giornale di Milano, tecnocrate vicino al Partito Socialista. Li lavorerà a fianco anche di Giulio Tremonti. Tra questa prima esperienza ministeriale e quella attuale, Siniscalco accumula cattedre universitarie, un’intensa attività di editorialista, nonché tutta una serie di incarichi di prestigio: tra questi, un posto di consigliere in società come Eni e Telecom Italia e la consulenza alle privatizzazioni del governo dell’Arabia Saudita. Da menzionare pure la sua presenza come membro dell’Economic Advisory Group presso la Commissione Europea. In generale, Siniscalco vanta solidi contatti con il mondo della finanza statunitense, e buoni rapporti con Antonio Fazio, Luca di Montezemolo, Carlo Azeglio Ciampi. Non mancano i contatti con il centrosinistra. Oltre ad essere stato rappresentante del consiglio degli esperti economici della Presidenza del Consiglio sotto il governo Amato, Siniscalco ha fatto parte del Comitato scientifico della Fondazione ItalianiEuropei fondata da Massimo D’Alema con il contributo di vari “poteri forti” (da Merloni a Tronchetti Provera, eccetera). Proprio il centrosinistra gli aveva offerto nel 2000 la candidatura a sindaco di Torino, poi da quest’ultimo declinata.

 

19 luglio. Come conciliare crescita capitalistica, riduzione delle tasse («il motivo per cui Berlusconi ha scelto Siniscalco e non Mario Monti») e la “fiducia” delle oligarchie finanziarie estere? Francesco Giavazzi ritiene di aver trovato la via d’uscita. Sul Corriere della Sera, l’economista sostiene che occorre ulteriormente privatizzare e riformare il Patto di stabilità «accogliendo un’idea che stava scritta nel programma dell’Ulivo per le elezioni europee (quello elaborato da Giuliano Amato»). La prima opzione si sostanzia nell’azzeramento delle partecipazioni statali (dall’Enel a Finmeccanica, dal Poligrafico dello Stato a Cinecittà, eccetera). Sulla seconda, bisognerebbe rilanciare l’idea che sforamenti del 3% del rapporto deficit/Pil del Patto di stabilità «sarebbero ammessi solo per chi dimostra di aver fatto progressi concreti sugli obiettivi di Lisbona». In cosa consistono gli “obiettivi di competitività” stabiliti a Lisbona dal Consiglio Europeo nel 2000? Giavazzi ci fornisce «un breve elenco: liberalizzare le professioni; aprire il mercato bancario alla concorrenza estera, cioè approvare la legge sul risparmio trasferendo alcune competenze dalla Banca d’Italia all’Antitrust; abolire il valore legale delle lauree, i concorsi universitari, liberalizzare le tasse universitarie (…) modulare i trasferimenti ai Comuni in funzione di quanto fanno per liberalizzare le licenze (in primis i taxi) e per vendere le ex municipalizzate». Secondo Giavazzi, un’azione di questo tipo «muterebbe radicalmente l’opinione dei mercati e dell’UE sulla nostra finanza pubblica». Un’affermazione che mostra come il debito pubblico, per metà oggi in mano ad istituti finanziari esteri, costituisca essenzialmente un mezzo di pressione per approntare misure promosse soprattutto da oligarchie finanziarie statunitensi, pur con il cointeressamento dei “poteri forti” nostrani.

 

19 luglio. Il neo ministro dell’Economia, Domenico Siniscalco, intende rivedere il meccanismo del “fondo rotativo”, predisposto da Tremonti, per affidarne la gestione al sistema bancario. Lo rende noto tra le righe il Giornale, secondo cui verrebbe inserita la proposta di riforma degli incentivi alle imprese presentata dal ministro Antonio Marzano, «meno radicale di quella di Tremonti». Il progetto di Antonio Marzano punterebbe ad un più graduale passaggio dal fondo perduto ai finanziamenti agevolati, ma soprattutto continuerebbe a coinvolgere il sistema bancario. Secondo Il Sole 24ore, «le modalità di assegnazione dei prestiti (…) richiederanno un’alleanza con il sistema bancario».

 

20 luglio. «È il primo dei nostri che torna al governo». Questo il commento dai banchi del centrosinistra, in occasione della prima comparsa in Parlamento del neo ministro dell’Economia, Domenico Siniscalco. Lo riferisce il sito dagospia, secondo il quale «sui politici del centrosinistra fanno ancora presa i trascorsi di Siniscalco come consigliere di Giuliano Amato e la sua collaborazione alla Fondazione Italianieuropei di Massimo D’Alema».

 

21 luglio. «L’Italia resta sotto osservazione». A dichiararlo a La Repubblica è Vincent Truglia, analista al vertice della divisione “sovereign rates” dell’agenzia di rating (valutazione della solvibilità dei debiti) statunitense Moody’s. Truglia afferma che sarà tenuta d’occhio la «prospettiva» di medio termine del rapporto annuale deficit/Pil, oggetto anche dei vincoli del Patto di stabilità europeo, al cui proposito il responsabile statunitense si lascia andare ad una considerazione significativamente rilevatrice della funzionalità di tali vincoli: «Da economista dico che forse il Patto di stabilità è fatto male, ma da analista contribuisce alla solidità di bilancio, ed è perciò un bene che ci sia». Sarà forse un caso che gli USA non adottino alcun Patto di stabilità, né siano “giudicati” da alcuna agenzia di rating?

 

22 luglio. La «credibilità dei mercati» è tra le principali priorità nel Dpef (Documento di programmazione economica e finanziaria) da varare. Parola del neo ministro dell’Economia, Domenico Siniscalco. «Il giudizio dei mercati è fondamentale», ammonisce Siniscalco, che giudica «confortante» l’esito dei colloqui, nei giorni scorsi, con esponenti dell’agenzia di rating Moody’s. Al contempo, esprime preoccupazione per l’indebitamento degli enti territoriali (regioni, comuni e province), al 30 giugno 2004, pari a circa 61 miliardi di euro.    

 

22 luglio. «L’Europa e i mercati chiedono una manovra in fretta. Il Governo la sta facendo». Così Renato Brunetta, europarlamentare di Forza Italia, rileva indirettamente le decisive pressioni esterne sul varo dell’odierno decreto governativo, volto a ridurre il disavanzo di bilancio nei conti pubblici per riportarlo in linea con le statuizioni del Patto di stabilità europeo. «Gli impegni presi all’Ecofin (Consiglio dei ministri economici e finanziari degli Stati membri dell’Unione Europea, ndr) ora sono una priorità (…). La manovra correttiva dei conti pubblici deve essere realizzata e deve incidere sulla seconda parte dell’anno, pena il declassamento del nostro debito sui mercati (da parte delle agenzie di rating statunitensi, ndr)», ha precisato Brunetta.

 

22 luglio. «Bisogna salvaguardare il bilancio del ministero della Difesa, soprattutto in un momento come questo, quando l’Italia è impegnata in molte missioni umanitarie». Così il deputato di Alleanza Nazionale, Ignazio La Russa, giustifica a La Repubblica l’aumento della tassazione sulla seconda casa, che raccoglie, pur parzialmente, un suggerimento avanzato dal Governatore della Banca d’Italia, Antonio Fazio (vedi dichiarazioni di Pagliarini, sopra riportate, del 6 luglio). Si concorda dunque sul varo di tale misura, che andrà ad incidere sullo stesso elettorato di AN, per non toccare le spese militari per operazioni all’estero, in sostanza veri e propri oneri coloniali sborsati dall’Italia nel quadro del sostegno all’aggressività imperialista di Washington. Con la speranza che il padrone statunitense permetta la tutela in scia di immediati e marginali interessi economici e politici. Dopo Stati Uniti e Gran Bretagna, l’Italia è il terzo Stato al mondo per «contributo complessivo» alle cosiddette «missioni di pace» all’estero.

 

22 luglio. Senza riforma delle pensioni e varo del Dpef (Documento di programmazione economica e finanziaria), le agenzie di rating Moody’s e Fitch declasseranno in autunno l’Italia. Lo scrive Il Foglio.

 

22 luglio. Il dissesto della Parmalat era «conoscibile» già dal 1997 dagli operatori finanziari. È quanto dichiara il commissario straordinario della Parmalat, Enrico Bondi, nella sua relazione sulle cause dell’insolvenza della multinazionale di Collecchio depositata alla procura di Milano. Bondi evidenzia come già nel 1997 sussistesse una «differenza significativa» tra i debiti iscritti in bilancio e quelli rinvenibili da «canali d’informazione» accessibili per qualunque operatore finanziario. La relazione menziona i dati della Centrale dei rischi (che indica l’indebitamento totale di un’azienda nei confronti delle banche italiane; dati accessibili per ogni funzionario bancario) ed i terminali Bloomberg (computer disponibili in ogni banca o società finanziaria e collegati alla rete di informazioni creata dal miliardario statunitense Michael Bloomberg, oggi sindaco di New York; rete considerata “una miniera di dati finanziari” sulle società quotate).

 

22 luglio. La Parmalat è stata un ottimo affare per le banche estere. È il quadro che emerge dalla lettura della succitata relazione di Enrico Bondi. Nonostante le conoscibili difficoltà finanziarie della Parmalat, le banche estere non mancheranno di sostenere Tanzi, fornendogli, tra il 1998 ed il 2003, l’80% dei finanziamenti ricevuti. Le risorse finanziarie assorbite dalla Parmalat ammonterebbero a 14,2 miliardi di euro. Mentre dal reddito operativo (vendite, meno costo sostenuto per produrre tali vendite) si sarebbe ricavato un miliardo di euro, dai finanziamenti bancari, diretti ed indiretti, sarebbero arrivate risorse per 13,2 miliardi. Finanziamenti concessi a condizioni da usura. Oltre il 40% di tale somma è ritornato nelle casse degli istituti di credito sotto forma di interessi passivi e commissioni. La relazione di Bondi parla di «operazioni disperate» tra la fine del 2002 ed i primi mesi del 2003. Quattro banche d’affari estere –Credit Suisse First Boston, Morgan Stanley, Ubs, Deutsche Bank– hanno organizzato dei prestiti obbligazionari in cui la Parmalat si indebita per 1,8 miliardi di euro, incassandone effettivamente poco più della metà: 956 milioni. Il resto sarebbe ritornato in gran parte alle banche sotto forma di commissioni (51 milioni di euro), contratti di “investment management” (250 milioni) o riacquisto di obbligazioni (più di 500 milioni). La conclusione di Bondi: senza le continue trasfusioni di denaro effettuate dalle banche, anche attraverso i paradisi fiscali, la Parmalat non sarebbe potuta restare in vita 14 anni.

 

3 luglio. Le tariffe dell’acqua aumenteranno. In quindici anni si prevede una crescita del 50%. Lo afferma il comitato di vigilanza sulle risorse idriche, che parla di aumento «in via generale sostenibile».

 

23 luglio. «Ti spacco il partito»: questa la minaccia più volte proferita da Berlusconi a Follini durante le estenuanti riunioni della “verifica”. Per ridimensionare le aspirazioni neocentriste di Follini e la sua politica di progressivo logoramento, Berlusconi avrebbe puntato ad isolare il segretario dell’UDC all’interno del suo partito. Da qui la nomina del ministro delle politiche comunitarie Buttiglione, fondatore del CDU, poi confluito nell’UDC, a commissario europeo al posto di quel Mario Monti ben voluto dai “poteri forti”. Il posto vacante di ministro verrebbe preso da Mario Baccini, mentre quello di capo-delegazione dell’UDC al governo da Carlo Giovanardi, ministro dei rapporti con il Parlamento ed in ottimi rapporti con Berlusconi. Stretti contatti avrebbe infine Berlusconi con i potenti siciliani Cuffaro e Lombardo.

 

24 luglio. Il ministro dell’Economia, Domenico Siniscalco, «dovrebbe decidere in modo autonomo e magari prendere il comando delle operazioni». È quanto auspica il responsabile economico ed ex ministro dell’industria dei DS, Pierluigi Bersani, intervistato da Il Secolo XIX di Genova. Bersani aggiunge che «il problema è che vogliono imporre a Siniscalco determinate scelte (…). Il ministro deve essere “forte”, tanto da imporre il cambio di rotta al governo se necessario». Dichiarazioni che lasciano qualche sospetto: Siniscalco come Dini?   

 

24 luglio. Tre industrie metalmeccaniche torinesi su cinque sono «in forte difficoltà». Lo rende noto il sindacato dei metalmeccanici Fiom-Cgil. Negli ultimi mesi, su 512 aziende medio-piccole monitorate, 45 sono fallite, 16 hanno cessato l’attività e 264 si trovano ad un passo dal fallimento. Negli ultimi 4 anni, ben 32mila persone sono rimaste senza lavoro, ed altre 3mila andranno in mobilità nei prossimi mesi. Secondo Giorgio Airaudo, segretario generale della Fiom di Torino, «il dato più allarmante è che le aziende non si trasferiscono per continuare altrove le lavorazioni, ma chiudono, con l’espulsione di centinaia di operai».

 

24 luglio. Domenico Siniscalco ha presentato le linee guida del Dpef (Documento di programmazione economica e finanziaria). I “numeri”: il rapporto deficit/Pil, oggetto dei vincoli del Patto di stabilità europeo, tende al 4,5%. Ben al di sopra di quel 3% oltre il quale scattano le sanzioni previste dal Patto. Per rispettare gli impegni europei, i cittadini devono pagare: ecco dunque annunciata una finanziaria “lacrime e sangue” di 24 miliardi di euro (si parla di 17 miliardi ottenuti da “misure strutturali”, 7 miliardi da misure “una tantum”). Contabilmente, ciò porterebbe l’anno prossimo il rapporto annuale deficit/Pil al 2,7%. Sostanzialmente, per gli abitanti di questo paese, ciò significherà un ulteriore salasso. Dopo l’aumento della tassazione delle seconde case, tra le misure da varare si vocifera di portare i ticket sanitari a 4 euro la confezione e di aumentare i canoni demaniali. Per calmare gli Enti territoriali, Siniscalco sembrerebbe orientato a conceder loro di poter aumentare le addizionali Irpef. Oltre a ridurre il deficit annuale, Siniscalco ha affermato di voler anche intervenire sul debito pubblico complessivo. Il rapporto debito pubblico/Pil, attualmente stimato al 106%, andrebbe ridotto al 100% entro il 2008, per far fronte specialmente alle intimazioni delle agenzie di rating. A tal fine, si parla di ulteriori privatizzazioni e dismissioni di immobili pubblici per 25 miliardi di euro l’anno.  

 

24 luglio. «Per rispettare i parametri di Maastricht (…) occorre una manovra correttiva di 24 miliardi di euro, due terzi dei quali da conseguire con interventi strutturali ed un terzo affidato a nuove misure una tantum (…). È in gioco qualcosa che vale 72mila miliardi di vecchie lire (…). Bisognerà prendere decisioni impopolari e compiere scelte dolorose (…) La sfida di Siniscalco è fare, da destra, più o meno quello che Amato e Ciampi hanno fatto, insieme, da sinistra». Questo significativo passaggio è estratto dall’editoriale del Sole 24 ore.

 

27 luglio. «Gli industriali preferiscono incentivi per sé e riduzione delle imposte sui profitti a un calo delle tasse generalizzato. Non c’è (…) da credere che lo facciano perché colti da un’improvvisa preoccupazione per le sorti della ricerca e della tecnologia, nella quale hanno investito, nei vent’anni precedenti, metà dei loro concorrenti europei ed un quarto di quelli statunitensi». Lo scrive Il Foglio.

 

27 luglio. «È necessaria una riflessione sul Dpef». Lo afferma il vicepresidente della Camera di Alleanza Nazionale, Publio Fiori, secondo cui il Dpef presentato ha alla base «un errore concettuale (…). Sta prevalendo una logica contabile e di regolarità di bilancio (…). Sembrerebbe si sia deciso di utilizzare le risorse, il taglio delle spese, per coprire il deficit e diminuire il debito, anziché utilizzarli per una spinta allo sviluppo, per quella svolta di politica economico-sociale che è stata alla base della sostituzione di Tremonti».

 

27 luglio. Il Patto di stabilità europeo è «un cappio al collo». L’affermazione, riportata da La Repubblica, sarebbe stata pronunciata da Silvio Berlusconi durante un’incontro con rappresentanti sindacali e d’impresa. Per Berlusconi, bisogna «ragionare su come interpretare il limite del 3% del rapporto annuale deficit/Pil». In altre parole, Berlusconi si rende conto che occorre sforare il tetto annuale del 3% per effettuare quella riduzione dell’Irpef reputata imprescindibile per non perdere le elezioni. «Tutti in Europa si stanno chiedendo se i limiti imposti a Maastricht siano attuali», ha aggiunto il primo ministro, sottolineando che «l’85% del Pil europeo è composto da paesi che hanno superato il limite del 3%». Secondo Berlusconi, il limite del 3% andrebbe spalmato su più annualità. Inoltre, dal computo del deficit, andrebbero tolte alcune spese come quelle per infrastrutture e difesa.    

 

28 luglio. «Le cartolarizzazioni degli immobili si sono rilevate un fallimento. Non si è incassato quello che si immaginava. E il pagherò è diventato un pagherete». Così dichiara il presidente della Confcommercio, Sergio Billè.

 

28 luglio. «Le linee del Dpef contengono un errore d’impostazione dal quale deriveranno disastri». La perentoria affermazione sul quotidiano Libero è di Geronimo-Cirino Pomicino. L’errore di cui parla Geronimo è «il mettere al centro delle proprie strategie il debito pubblico e il contenimento del rapporto deficit/Pil al di sotto del 3%», vale a dire il Patto di stabilità europeo, «e non la crescita dell’economia reale». L’ex ministro del Bilancio precisa così il suo pensiero: «Nessuno sembra convincersi che senza una crescita di almeno il 3% annuo (per quest’anno è stata stimata all’1,2%, ndr) non sarà mai possibile alcun risanamento. Mettere, infatti, al centro della strategia economica il contenimento del rapporto deficit/Pil significa ricercare affannosamente gli strumenti con cui tappare i buchi dei conti pubblici, adottando misure che spesso deprimono la crescita del Prodotto interno lordo (…). I vari buchi non possono che ricrearsi continuamente in una economia che è indebitata, cresce poco e ha perso competitività». Secondo Geronimo, l’esito finale di una politica siffatta è paradossalmente proprio l’aumento del debito pubblico: «viene rafforzato il circuito perverso di minore crescita, aumento del rapporto deficit/Pil, misure tampone correttive dei conti pubblici, e ulteriore depressione». L’impostazione seguita da Siniscalco non sarebbe altro che la riproposizione della politica perseguita dai governi ‘tecnici’ e politici del centrosinistra: «La politica economica di quel tempo (…) innescò la più grande crisi recessiva degli ultimi trent’anni, perché immaginò di poter risanare i conti pubblici senza la crescita dell’economia». Nonostante il calo internazionale –a partire dal 1995– dei tassi d’interesse, con risparmi sulla spesa per interessi inscritta nel bilancio statale, e le impressionanti privatizzazioni effettuate, Geronimo ci ricorda che il rapporto debito pubblico/Pil, stimato attualmente al 106%, è aumentato rispetto al 1991 (100%). La conclusione di Geronimo: «L’orizzonte argentino si avvicina sempre di più».

 

28 luglio. Il neoministro dell’Economia, Domenico Siniscalco, «sta scambiando segnali di fumo con i poteri forti, gli stessi che non hanno osteggiato la sua nomina”. Lo scrive il quotidiano l’Indipendente, che dedica un articolo all’operazione di dismissione degli immobili ministeriali: «lo Stato vende gli immobili alle banche che, a loro volta, danno in gestione i palazzi a una società di gestione del risparmio. Questa, infine, affitta le sedi di nuovo allo Stato». Secondo quanto riporta l’Indipendente, Siniscalco «vuole affidare la gestione dell’operazione a Mediobanca. Che dividerà gli oneri d’acquisto con Morgan Stanley e Unicredito». Il quotidiano interpreta ciò come un segno della “cooptazione” da parte dei “poteri forti”, e conclude: «Mediobanca è intenzionata a scegliere, come società di gestione del risparmio, la Pirelli real estate. Il cerchio si chiude. Con gli affitti dei ministeri, Tronchetti Provera potrebbe rimettere in sesto le casse della sua holding Olimpia, perennemente in rosso dopo l’acquisto di Telecom. Una vera manna».

 

29 luglio. Approvata la riforma delle pensioni con il ricorso al voto di fiducia. Secondo Massimo Giannini di La Repubblica, tale voto «serve al centrodestra per sopravvivere all’estate (…). Follini ha tirato la corda fino al punto estremo (…). Rispetto ai “dissenzienti” nel suo partito, non ha rinunciato alla “conta” nel consiglio nazionale di lunedì (…). Con l’appoggio di Casini che non gli è mai mancato in questi mesi e non gli mancherà in futuro, punta ad un chiarimento definitivo sulla sua leadership e la linea politica. Gli servirà per affrontare lo scontro frontale sul federalismo e sul premierato (…). Tutto è rinviato a settembre». Gli appuntamenti decisivi: il voto sulla cosiddetta “devolution” voluta dalla Lega e la Finanziaria. 

 

29 luglio. «Questa riforma delle pensioni è stata costruita sulla base di carte truccate». Lo dichiara al quotidiano l’Unità Luciano Gallino, docente di Sociologia del lavoro all’università di Torino. Più precisamente, afferma il sociologo, «il bilancio dell’Inps è assolutamente in equilibrio. Il fatto è che all’interno di quel contenitore vi sono casse differenti, come per esempio quella che eroga gli assegni di invalidità, e alcune partite passive che sono state scaricate sull’Inps come i fondi pensionistici dei dirigenti d’azienda e dei lavoratori autonomi (…). Nei confronti con gli altri paesi, sono stati utilizzati molti dati falsi o incongruenti tra loro (…). Ad esempio, in Italia i pensionati restituiscono allo Stato svariati miliardi di euro ogni anno sotto forma di imposte (…). In Germania, invece, l’imposizione fiscale sulle pensioni è molto vicina allo zero (…). Si tratta del classico caso in cui, come dicono gli statistici, si fa un raffronto tra cavalli e mele». Le previsioni secondo Gallino: «Ci sarà una corsa alle pensioni anticipate, perché molti si renderanno conto che è l’inizio di un processo e che quindi è meglio scappare subito e raccogliere quello che si può».

 

29 luglio. Il federalismo e la manovra correttiva appena varata determineranno entro l’anno cartolarizzazioni per almeno due miliardi di euro da parte della sanità locale. Lo scrive il quotidiano economico Finanza & Mercati. La sanità è finanziata per il 70-80% dalle regioni. «Poiché il passivo sanitario non può essere saldato attraverso emissioni obbligazionarie, l’unica soluzione resta quella delle cartolarizzazioni dei debiti accumulati dalle Asl (ex Usl, ndr)». Le prime regioni a muoversi, Lazio e Toscana. La regione Lazio avrebbe già cartolarizzato crediti vantati da Asl e ospedali nei confronti di fornitori di beni e servizi e si preparerebbe a fare altrettanto con beni immobili delle Asl stesse: quest’ultima operazione sarà coordinata dalla BNL e dalla statunitense JP Morgan. Moody’s ha già provveduto ad emettere il rating. La Toscana avrebbe invece provveduto a cartolarizzare crediti delle Asl nei confronti delle imprese farmaceutiche. 

 

29 luglio. «Stangando gli italiani per miliardi di euro invece che abbassando le tasse, il favore di cui gode il neo ministro dell’Economia, Domenico Siniscalco, potrebbe essere l’albero in cui Berlusconi rischia di finire impiccato». La sarcastica previsione è de Il Foglio. «Guerre con imprese e banche, Berlusconi non ne vuole più», scrive il quotidiano, e da questo punto di vista Siniscalco, definito “ministro dell’Armonia”, «la pensava e la pensa in maniera molto diversa» da Tremonti. Pur tuttavia, secondo Il Foglio, Berlusconi è finito «nella brace di un carattere così buono che potrebbe anche accompagnare un’eventuale sconfitta del Cavaliere con il sorriso sulle labbra».

 

30 luglio. «Ottimo avvio: la direzione è giusta». È il benestare al Dpef del Governatore della Banca d’Italia, Antonio Fazio. «Se questa linea verrà confermata dalla prossima Finanziaria», sostiene Fazio, «ci sono i presupposti di credibilità e questo inciderà positivamente anche sulla fiducia dei mercati». Quanti e quali sacrifici dovranno ora sostenere gli abitanti di questo paese affinché non si perda “la fiducia dei mercati”?

 

30 luglio. La liberalizzazione e privatizzazione dei servizi pubblici locali, degli ordini e delle professioni costituiranno una priorità d’azione per il governo. È quanto si legge nel Dpef 2005-2008.

 

2 agosto. Ridurre il debito pubblico attraverso le privatizzazioni peggiorerà le condizioni del bilancio dello Stato. La clamorosa affermazione è di Massimo Mucchetti sul Corriere della Sera. Mucchetti evidenzia che l’Enel, di cui si balena la privatizzazione, «ha dato allo Stato 1,1 miliardi di dividendi ordinari» (iscritti nel bilancio annuale dello Stato come entrate, ndr). Secondo i calcoli effettuati dal giornalista economico, «se lo Stato avesse collocato la propria quota sul mercato (…) avrebbe risparmiato annualmente per interessi (iscritti nel bilancio annuale dello Stato come spese, ndr) circa 540 milioni sul debito pubblico estinto (…). Se l’avesse invece ceduta ad un operatore del settore (…) il risparmio sugli interessi sarebbe arrivato a 900 milioni, meno comunque dei dividendi perduti». Mucchetti diffida altresì delle affermazioni secondo cui le privatizzazioni “modernizzerebbero” la struttura proprietaria, ed in generale il capitalismo italiano, ed accrescerebbero la concorrenza, con effetti benefici in termini di ribasso dei prezzi sui consumatori. «Le liberalizzazioni sono rimaste in mezzo al guado (…). Il Tesoro ha mirato a vendere al meglio, e come tutti sanno la Borsa apprezza un monopolio più di un’azienda sottoposta a feroce concorrenza», rileva Mucchetti riguardo al secondo punto. Ed aggiunge: «Il Tesoro ha privatizzato cercando di lasciare in mani italiane il controllo delle società principali. Ma la storia di Telecom Italia e di Autostrade insegna che i nuovi padroni privati ne hanno finanziato l’acquisizione soprattutto con i soldi delle banche e dei loro azionisti di minoranza. E adesso le aziende privatizzate hanno un cumulo di debiti di origine non industriale che per qualche tempo ne tarperà le ali, e talvolta hanno pure una proprietà organizzata in forma di piramide societaria secondo quegli schemi da vecchio capitalismo che si diceva di voler superare». Sui veri interessati alle privatizzazioni, Mucchetti dà una breve ma significativa indicazione: «Gli analisti finanziari, dal loro punto di vista, possono anche applaudire. Dal punto di vista generale degli interessi generali del Paese, invece, il giudizio è assai meno favorevole».

 

3 agosto. «Mi avevano offerto il ministero del Tesoro, ho detto no». Lo ha dichiarato il Governatore della Banca d’Italia, Antonio Fazio, che al contempo lancia un avvertimento a Berlusconi: tagliare le tasse potrebbe rivelarsi controproducente.

 

4 agosto. «Riprendiamo una calda collaborazione». Così Silvio Berlusconi saluta il Governatore della Banca d’Italia, Antonio Fazio, dopo una colazione tenuta in una sua residenza privata con Domenico Siniscalco, il fido Gianni Letta, il portavoce di Berlusconi, Paolo Bonaiuti, ed il presidente della Commissione Lavori Pubblici del senato di Forza Italia, Luigi Grillo, molto legato a Fazio. Secondo Il Foglio, tale incontro non è frutto di una svolta improvvisa. Già dall’Assemblea annuale dell’Abi (Associazione bancari italiani) dell’8 luglio scorso, Berlusconi aveva espresso l’intenzione di volersi incontrare con Fazio. Sulla data Fazio ha aspettato che venisse prima presentato il Dpef in Parlamento. Dpef che ha ricevuto il suo benestare. Tale incontro rappresenta un’ulteriore vittoria dei “poteri forti” bancari, che potrebbe costare caro allo stesso Berlusconi. Fazio non concede sconti. Innanzitutto sulla Cassa depositi e prestiti, che Tremonti progettava di far divenire fulcro degli incentivi alle imprese. Fazio ribadisce che la Cassa depositi e prestiti va considerata un istituto bancario, da sottoporre alla sua vigilanza e alle sue direttive, e non un soggetto non bancario dipendente dal ministero dell’Economia, com’è attualmente. Dietro formalismi giuridici, si nasconde un’importante questione di potere. Come scrive Il Foglio, Fazio intende rimanere l’unico «crocevia di ogni iniziativa tra governo ed imprese che passi per l’interfaccia del credito». Altra questione, la politica economica. Fazio ribadisce il suo no al taglio delle imposte se non si riduce della stessa entità la spesa, preferibilmente quella sociale. Sulla stessa lunghezza d’onda, il Fondo Monetario Internazionale (FMI). Michael Deppler, direttore del dipartimento europeo del FMI, ha affermato che ogni Stato membro dell’euro deve avere come priorità la riduzione del deficit di bilancio. «È necessario evitare il taglio delle tasse mentre è ancora in corso un processo per risanare il bilancio pubblico», ha dichiarato Deppler menzionando esplicitamente l’Italia. Detto per inciso, si tratta dell’ennesima convergenza tra le direttive di istituti finanziari statunitensi (le agenzie di rating) o di organismi fattivamente dipendenti dagli USA stessi (l’FMI appunto) ed i vincoli del Patto di stabilità europeo. La dipendenza economico/finanziaria si sta rivelando indigesta persino per lo stesso governo Berlusconi, nonostante il suo servilismo filo-statunitense in politica estera. Con i suoi antagonisti dialettici (il centrosinistra) al governo, la sostanza di questa dipendenza e subalternità generale (politica, economica, finanziaria), con la sua spirale di penalizzanti e devastanti effetti sociali, non sarà diversa. Sarà musicata solo in un altro modo.

 

Indipendenza

5 agosto 2004