«Si respinge il concetto di “antiamericanismo” per non svilire quello di antimperialismo. Che non è generico e indifferenziato»: è il messaggio di fondo di questo articolo volto a mettere in guardia dalla «mela avvelenata» dell’“antiamericanismo”. L’atto di surrogare il concetto di antimperialismo con quello di antiamericanismo nasce come pratica ideologica dall’alto, soprattutto «nei picchi di crisi che incontra la geopolitica imperialistica degli Stati Uniti». Il concetto di antiamericanismo («improprio e culturalmente un vero e proprio non-senso») va respinto non solo per questo: esso incorpora di fatto aberrazioni concettuali, culturali e politiche, discriminatorie e razziste. E sullo sfondo, inquietantemente, finisce con il solleticare l’artificiale costruzione ideologica di alcuni fautori di un’altra Grande Narrazione senza anima storica, culturale, linguistica, filosofica, sociale: l’Europa. L’antiamericanismo per costoro diviene impasto ideologico per un blocco geopolitico di potenza e di dominio, concorrenziale a quello incastonato sugli Stati Uniti. Lo scritto si muove comunque nelle retrovie teorico/concettuali dei fondamenti e delle evocazioni scaturenti dall’ideologia antiamericanista, ricercandone i nodi essenziali e generali.

 

 

CRITICA ALL’ANTIAMERICANISMO. NOTE DI ORIENTAMENTO

contro l’imperialismo USA, per un nazionalitarismo antimperialistico strategicamente a 360°

 

Il significato politico e gli effetti anche geopolitici dell’invasione dell’Iraq e dell’inaspettata (soprattutto per gli aggressori statunitensi ed i suoi lacché di complemento) resistenza stanno riproponendo ancora una volta la legittimità di tre questioni tra loro legate da un filo nient’affatto sottile: questione nazionale, resistenza, antimperialismo. Come altre volte nella Storia, una conflittualità particolare mostra di avere portata e conseguenze di rilevanza generale, da qualunque angolazione (politica, geopolitica, economica, sociale, culturale) le si voglia valutare. Queste tre questioni-chiave, con le idee, i concetti, i valori (etici, filosofici, morali, ecc.) loro incorporati, tornano a riproporsi nonostante le si ritenesse, perlomeno in certa parte di mondo, obsolete e superate. Non senza sprezzo del ridicolo e dell’umana intelligenza, gira a pieno regime l’opera di derubricazione dall’alto di queste tre questioni –questione nazionale, resistenza, antimperialismo– in, rispettivamente, fanatismo etnico o (a seconda delle latitudini) religioso, terrorismo, antiamericanismo. Si tratta di questioni, incluse le rispettive derubricazioni, che meriterebbero di essere affrontate singolarmente in modo circostanziato, per essere poi ricomprese in una percezione e razionalità complessive. In questa sede ci si soffermerà solo sulla dicotomia –tale è a nostro avviso– antiamericanismo/antimperialismo, talmente contrappositiva da essere l’un concetto escludente dell’altro, dicotomia che in questa fase, sullo sfondo degli eventi iracheni, si pone concettualmente –e con fattive ricadute tutt’altro che irrilevanti– in primo piano. Scioglierne dialetticamente i principali nodi e le attinenze non è a nostro avviso indifferente con le altre questioni collegate.

Come nel precedente numero ci si era soffermati sui concetti a nostro avviso non coincidenti, anzi confliggenti, di comunità e di comunitarismo, discutibili peraltro entrambi concettualmente in sé, in termini di senso politico e di valenza filosofica, per le stesse ragioni –perché è sul vocabolario, sull’accezione dei termini, dei concetti e della relativa veicolazione che si dispiega il pre-dominio politico e culturale– ci si soffermerà qui sul significato di senso e di valore della principale, in questa fase, dicotomia concettuale su richiamata.

 

Funzionalità ideologica del concetto di “antiamericanismo”

 

Antiamericanismo e antimperialismo sono categorie generalmente non percepite nella forma dicotomica con la quale le presentiamo. L’abitudine a ritenerli concetti pressappoco coincidenti ed intercambiabili è di gran lunga retrodatabile a questa decennale fase di egemonia planetaria a Stelle e Strisce sostanzialmente indiscussa. Piuttosto, ma non casualmente, torna in questa fase a notarsi l’uso diffuso a surrogare il concetto di antimperialismo con quello di antiamericanismo che ne sarebbe la quintessenza. Una pratica in gran parte scientemente incoraggiata e artificializzata – soprattutto nei picchi di crisi che incontra la geopolitica imperialistica degli Stati Uniti– dalla grancassa delle oligarchie ideologico/massmediatiche che dominano negli States e nei suoi paesi di complemento nel mondo. Può sembrare infatti paradossale, ma si tratta della principale arma critica del bagaglio dell’ideologia bellica preventiva attivata dall’alto. L’accusa di antiamericanismo non da oggi è la mela avvelenata dell’ideologia dell’imperialismo egemone statunitense. Non si tratta di un passaggio innocente ma della volontà di pre-definire a proprio vantaggio lo spazio comunicativo, a partire dallo stesso linguaggio. Lo scopo preventivo, infatti, è soprattutto quello di intimidire pubblicamente i refrattari, di screditare e demonizzare i resistenti, mettendo all’indice ed ostacolando culturalmente il possibile e ragionevole allargarsi di un fronte del rifiuto all’ordine sociale imperiale, che ha reggenza e motore nella struttura socioeconomica e nelle classi politiche dominanti negli Stati Uniti.

Così, se si critica la politica di qualsiasi amministrazione statunitense, e nell’insieme la configurazione particolare della formazione sociale strutturalmente imperialistica degli Stati Uniti, è pronta a scattare come una mannaia –il giochino funziona da oltre 50anni– l’accusa di antiamericanismo. Quando si è bollati di antiamericanismo, si è marchiati e giudicati prima di essere ascoltati, obbligati psicologicamente a precisare che non è vero, che si distingue fra popolo da un lato e amministrazioni USA, classi dirigenti, transnazionali, complesso militar/industriale, servizi segreti (CIA, ecc.), eccetera, dall’altro. Americanismo ed antiamericanismo sono a nostro avviso configurazioni speculari, che appartengono al terreno ideologico preventivo degli apparati della dominanza imperiale statunitense. In questo caso, il definirsi per derivazione (anti-qualcosa) non esplica un contro ma segnala una dipendenza innanzitutto ideologica, anche inconsapevole. Si gioca cioè su un terreno e alle regole del linguaggio altrui, non su un terreno e alle regole proprie, proprio laddove la comunicazione resta snodo decisivo per l’affermazione di qualunque progetto. Veicolare, quindi, istanze e rivendicazioni occupando identità già tracciate dall’alto è un costume che può anche assicurare una congiunturale copertura mediatica, ma questo perché si finisce con il fungere da parafulmine di una vasta gamma di possibilità (del ridicolo, dell’eccentrico, del pittoresco, del riprovevole, dell’aberrante, ecc.). Il prezzo è insomma quello dell’essere fattivamente funzionale a svolgere, proprio malgrado, la parte assegnata nel gioco di ruolo già predisposto. Non c’è mai profondità progettuale né prospettiva strategica per chi modella la propria identità per derivazione. Il vocabolario, la consapevolezza della terminologia e dei relativi concetti, non devono essere quindi visti come preoccupazione formale e dotta, come ricercatezza di un bizzarro od originale estetismo linguistico, ma come terreno preliminare conflittuale che condiziona l’agire stesso culturale e politico. Di questo è necessario avere consapevolezza e regolarsi di conseguenza, sapendo che il terreno della comunicazione dominante non è e non sarà mai neutro, rispettoso del pluralismo, educato ed attento alla corretta veicolazione delle diverse posizioni. Almeno però lo si affronti, prima ancora che con le proprie idee, con il proprio linguaggio e non con quello che viene cucito addosso da altri.

 

Ideologia e prescrittività nella percezione di significato del concetto di “antiamericanismo”

 

Non è però per ragioni di inopportunità linguistica formale che il concetto di “antiamericanismo” va respinto e tantomeno assunto. È il messaggio in sé che è sbagliato, perché in ultima istanza totalitario e fuorviante. Rileviamo preliminarmente e rapidamente, in vista del cuore del problema che si disloca altrove, la banale ovvietà della mistificazione concettuale che dovrebbe essere nota ai più. La convenzionale definizione geografica di America, non a caso nel linguaggio di merito declinata sovente al plurale (“le Americhe”), si riferisce a due distinte masse continentali, unite fra loro da una lunga e stretta regione istmica nota come America centrale. Considerando anche le isole ascritte all’America, si va dal punto estremo settentrionale di capo Morris Jesup a quello meridionale di capo Horn, a sud della Terra del Fuoco, ad includere una pluralità diversissima di tradizioni culturali, lingue, costumi, mentalità. Eppure nel linguaggio (geo)politico, “America” e nemmeno il pluralizzato “Americhe” del linguaggio geografico, è sinonimo di Stati Uniti. Un primo rilievo collegabile con quanto si diceva sopra. È casuale che una forzatura linguistica tanto macroscopica abbia avuto luogo e sia diffusa con la relativa veicolazione concettuale che ne fanno i circuiti della dominante comunicazione di massa? Questa forzatura linguistico/concettuale, peraltro, è rilanciata preferibilmente con la sua assurda antitesi, proprio cioè con il prefisso “anti-” piuttosto che senza. Dell’americanismo riferito ai soli “Stati Uniti” si parla assai meno esplicitamente, perché creerebbe difficoltà ed obbligherebbe a definire, a caratterizzare, ad esplicitare. Più accortamente, quei circuiti comunicativi che veicolano l’egemonismo (geo)politico delle oligarchie dominanti negli States tendono a darlo per scontato, ad indurne l’interiorizzazione, a rifletterlo ricorrendo al suo contrario (l’anti-americanismo), senza alcuna problematizzazione. È l’anti-americanismo che legittima l’americanismo illusorio riferito ai soli “Stati Uniti”.

Nella trasmissione dei concetti notoriamente si ricorre ad astrazioni linguistiche. Saper circostanziare un’astrazione diventa riflesso dell’esistenza o meno della sua sostanza. Orbene, si sostiene che si fa un’astrazione quando si dà un nome generico ad un fenomeno complesso. L’americanismo sarebbe un’astrazione. Come l’europeismo. Ma l’“America”, come fenomeno complesso, come concetto culturale e quindi con possibili presupposti di legittimità in termini di rivendicazione politica, non esiste nemmeno come astrazione. Al pari dell’Europa, peraltro. Quando si parla di “America”, di “Europa”, siamo in presenza non della complessità di un fenomeno, ma dell’assemblaggio confusionario ed arbitrario di cose diversissime tra loro. “Americanismo”, “europeismo”, sono operazioni ideologico/intellettuali da Grande Narrazione per una costruzione artificializzata del consenso, enfatizzate massmediaticamente, ma senza anima storica, culturale, linguistica, filosofica, sociale. Il fatto che siano in atto processi materiali a tutto campo, quantunque diversamente declinati, per dar vita a blocchi geopolitici, attiene ad altro, ad operazioni di dominio e di sopraffazione, a forzature di potenza, senza però pertinenza con fondamenta di legittimità culturale, sociale, e a ben vedere, quindi, nemmeno politica.

L’antiamericanismo, come appunto l’antieuropeismo, divengono così, curiosamente, un’implicita legittimazione ideologica, molto superficiale, di inesistenze culturali quantunque totalitariamente assunte e propagandate.

Antiamericanismo è quindi improprio, e culturalmente è un vero e proprio non-senso, perché implicitamente legittima l’inclusività colonizzatrice di tutto il “continente americano” dentro la dimensione geo-politica dello Stato plurinazionale e gerarchicamente comunitaristico, conosciuto come Stati Uniti, che pomposamente si è voluto sin dalle origini “d’America”. Ma anche accogliendo, per spirito dialettico, la vulgata che si vuole comune, o che è tale solo perché indotta a livello di comunicazione dominante, l’equiparare inclusivamente l’“americanismo” agli Stati Uniti (sedicenti) d’America ci porta a qualcosa di peggiore dell’uso improprio e del non-senso culturale. Ci porta alla discriminazione. In termini nient’affatto forzati si può anche dire: al razzismo. Culturale e sociale. Con fondata pertinenza. Si noti bene questo passaggio che è, ai fini della nostra critica, concettualmente decisivo. Il portato implicito di discriminazione e di razzismo è incorporato non nel concetto fantasmagorico di “americanismo”, ma è attribuito di fatto ai suoi pittoreschi critici, ai fautori dell’“anti-americanismo”. Si tratta di un cavallo di Troia che, sotto un profilo concettuale immediatamente percepibile dai più, dalle masse, gli apparati di riproduzione ideologica dell’imperialismo egemone dislocano nell’anti-americanismo. La consunzione immediata e strategica di quest’ultimo è tutta qui. Non si tratta affatto di un effetto manipolato e arbitrario. L’uso della nazionalità, o anche della statualità, come ingiuria, come antitesi, è sempre una pratica discriminante e totalitaria. È inclusiva in senso assoluto, ed è altrettanto assolutamente escludente. Al più tollera delle eccezioni, salva delle singolarità, degli abitanti, come atto non tanto munifico di benevolenza e liberalità, quanto di attenuazione del suo portato di sgradevolezza e di totalità. Ma resta il fatto. Ogni antitesi nazionale produce solo devastazioni sociali e culturali. Generalizzare il risentimento e l’opposizione radicale –anche fondati e legittimi– nei confronti di un governo, di una formazione o di un sistema sociale, trasferendolo contro una nazione o la totalità dei cittadini di uno Stato è sempre sbagliato. L’antiamericanismo produce così due storture: 1. per pigrizia concettuale e conformismo espressivo surroga una definizione al più geografica con intenti politico/ideologici, poco importa quali, che già così, linguisticamente, sono deformati e manipolati; 2. assimila specularmente il manicheismo da Male Assoluto propagandato nei confronti del “nemico” dalle classi dominanti statunitensi e lo rovescia concettualmente in forma simmetrica, configurando un approccio ed un indirizzo di fatto totalitario, a prescindere dalle intenzioni dei suoi assertori. Un vero e proprio integralismo sociale alla rovescia sulla base di un fondamentalismo ideologico prescrittivo ed intrinsecamente portatore di devastazioni culturali e tragedie sociali. Quale senso, che non sia già inquietante, avrebbe quindi il dirsi anti-americani? Come non vedere che l’antiamericanismo porta con sé un’idea di “responsabilità collettiva” che è l’anticamera della demonizzazione di questo o quel popolo, di questa o quella cittadinanza? Come se, per fare un esempio tra gli infiniti possibili, avesse senso dirsi anti-italiani perché l’Italia è rappresentata oggi da Berlusconi nell’occupazione dell’Iraq (2003), come ieri da D’Alema nell’aggressione alla Jugoslavia (1999). Come se avesse senso incatenare delle generazioni a responsabilità assolute che non hanno, inglobandole e consegnandole anzi alla titolarità di rappresentanza delle rispettive classi dominanti e all’interesse che queste hanno di legittimare tale percezione nelle coscienze stesse delle rispettive collettività subalterne. Rileviamo telegraficamente che, così facendo, si commettono due imperdonabili colpe strategiche: di omissione e di con/fusione. La prima –l’omissione– consiste nella rimozione della lettura delle differenze e degli interessi di classe, anche contraddittori, interni alla formazione sociale in oggetto, e quindi delle forze che possano essere il motore sociale di un progetto di trasformazione radicale dell’esistente. La seconda –la con/fusione– consiste nel sancire un’implicita equazione tra Stato e nazione, tra apparati ed interessi privatistici (quantunque conflittuali internamente) da un lato e dall’altro collettività subalterne di classi (quantunque frazioni di queste siano legate per interessi –generalmente di opportunità e convenienza, mai, a ben vedere, strategici e strutturali– a questo o quel carro dei dominanti).

Ora, lo sviluppo logico di ogni assunto anti-nazionale, o anche anti-statuale come nel caso dell’“antiamericanismo” –proprio perché la vulgata che si vuole comune equipara inclusivamente “America” a “Stati Uniti d’America” (U.S.A.), e quindi i relativi cittadini allo Stato–, non può che portare alla conseguenza da taluni dichiarata apertamente o implicitamente indotta nei più che quello degli Stati Uniti sia un popolo-classe, parassitario, accaparratore, un “popolo reazionario” insomma. Reazionario di per sé è un concetto spregiativo se rivolto ad interlocutori che lo percepiscono tale, ed in tal senso prescrittivo. Ma l’atto del reagire descrive sempre e non qualifica mai. In Iraq, ad esempio, la reazione all’aggressione e all’occupazione militare, sviluppatasi in resistenza, è a nostro avviso addirittura legittima a priori. Non è che di per sé un’azione è buona e la reazione è cattiva. Negativizzare di per sé il concetto di “reazione” equivale ad additare, in versione laica, il manicheo “Male”.

Questo è il pantano culturale, politico, comunicativo, che comporta l’adeguarsi al linguaggio filtrato dall’alto dalla cinghia degli intellettuali (ceto universitario e ceto giornalistico) organici ai dominanti. Chi quindi addirittura vi ricorre, per utilizzare un termine già noto ai più e farsi capire, accetta non solo l’ovvia conseguenza di essere frainteso dai più, ma si colloca oggettivamente su un terreno ambiguo. Sarebbe comunque terribile, a nostro avviso, attecchire con certi linguaggi e certe evocazioni concettuali.

 

Dal concetto di “antiamericanismo” a quello di “popolo reazionario”

 

Quante “Americhe” ci sono? Anche accogliendo, sempre per spirito dialettico, la vulgata dominante che assimila “America” a “Stati Uniti d’America” (U.S.A.) e stante la distinzione di cui sopra, ce ne sarebbero due: l’America delle amministrazioni e altri furfanti specificamente declinati, e l’America del popolo, del proletariato, della gente comune. Un’America degli imperialisti, ristretta cerchia di capitalisti, padroni e militaristi che minacciano, aggrediscono e terrorizzano il mondo e l’altra America, dei cittadini, dei lavoratori, dei coltivatori, il ‘piccolo popolo’ insomma. Questi sarebbero la grande maggioranza del popolo, il ‘motore genuino’ degli States.

Questa visione idealistica non è soddisfacente. Sarebbe infatti elusivo attestarsi su questa tesi, pur dotata di buon senso, della forbice fra governo di uno Stato e sua cittadinanza (il più o meno relativo “popolo” di riferimento), denunciando le politiche del primo, ma generalmente assolvendo il secondo. È elusivo quando ci si trova in presenza di situazioni in cui si registra anche un consenso di parti significative di popolo, foss’anche maggioritarie, a scelte aggressive, colonialiste, imperialiste. È elusivo quando si constata che non solo negli Stati Uniti, ma in tutti i paesi a capitalismo avanzato che si pongono in scia di quell’imperialismo egemone, sia pur differentemente declinato, a seconda del grado di potenza del singolo sistema/paese capitalistico, il blocco sociale dominante registra comunque analoghe composizioni interclassiste includendo anche consistenti settori dominati di ceto medio e impiegatizio sino a buona parte della stessa “classe proletaria”.

È un fatto descrittivo, non inedito peraltro. Alla vigilia della prima guerra mondiale l’espressione più alta fu proprio l’approvazione dei cosiddetti “crediti di guerra” votati anche dalle sinistre di svariati paesi europei. O ancora: l’Italia fascista che applaude Mussolini per la conquista dell’Etiopia o all’annuncio della dichiarazione di guerra nel giugno 1940, o gli Stati Uniti dell’amministrazione Bush dove alte percentuali di popolazione USA, dando per buoni i sondaggi, appoggerebbero la carneficina della Casa Bianca in Iraq, legittimano la qualifica di “popolo reazionario” e lo espongono a tutte le conseguenze del caso?

Perché si può sostenere che gli Stati Uniti sono intrisi di imperialismo al di là dell’amministrazione Bush e non applicare un identico criterio di analisi per tutti quei paesi, come l’Italia, che gravitano nella sua area, anche riconoscendone relazioni di sudditanza?

Ora, se la visione idealistica della forbice governanti/governati non è soddisfacente, non bisogna eccedere in operazioni di segno opposto. Certo, ogni imperialismo nasce dalla spinta competitiva dell’intreccio capitalistico nello Stato di riferimento che lo presuppone, in un contesto di relazioni ineguali e di sviluppi di crescita differenti che si caratterizza al contempo come anarchico e conflittuale all’interno e all’esterno del singolo Stato. Non bisogna però sottovalutare la capacità intrinseca del capitalismo di saper dare opportunità e risposte a bisogni ed aspettative sociali anche di strati consistenti delle classi dominate, al di là di critiche legittime e fondate che gli si possono muovere a tutto campo. Estendere però l’assunto che la formazione sociale in uno Stato imperialista è essa stessa imperialistica, a nostro avviso determina parossistiche conclusioni di giudizio. Almeno due le rileviamo telegraficamente: 1. La lista dei paesi imperialisti e dei relativi “popoli reazionari” diventa molto lunga se non pressoché assoluta, essendo il modello sociale e di produzione capitalistici in espansione nel mondo. Questa assunzione falsifica la chiave di lettura dei conflitti capitalistico/imperialistici contemporanei e si preclude anche socialmente ogni orizzonte di possibilità di superamento sistemico, a meno di non voler confidare nella “reazionarietà” dei popoli. 2. Esempio tra i tanti possibili, per non andar lontano, di preclusione e di falsificazione sono proprio il “popolo reazionario” italiano e l’Italia, che, paese sempre più “imperialista”, vivrebbe così inspiegabilmente nel paradosso, rispetto solo a 15-20 anni fa, di un sistema-paese capitalistico certamente molto più indebolito in sé, strutturalmente, e di gran parte della classe lavoratrice, inclusa la piccola e media “borghesia”, certamente più impoverita.

 

Dunque, quella distinzione fra governo di uno Stato e relativa cittadinanza (“popolo”) è accettabile oppure bisogna assumere l’idea dell’esistenza di “popoli reazionari”? La risposta è: quella distinzione mantiene una validità strategica ma non assunta in quei termini rigidi a forbice. È necessario piuttosto misurarsi con la fatica di capire ed interpretare certe fasi storiche nell’insieme delle forze sociali, degli interessi, dei diversi ambiti e dei fattori in gioco. Non omettendo di integrare, ad uno sfondo che sovente vorrebbe essere materialisticamente descrittivo –mentre spesso lo è in forma incompleta e con notevoli dosi di economicismo–, elementi di analisi di natura politica, geopolitica, militare, culturale, storica. Quanto all’assunto ideologico di “popolo reazionario”, che non è irrilevante come sembra, va decisamente respinto. Anche se si volesse sfumare quest’idea organicistica di strutturalità reazionaria di un popolo circoscrivendola solo a fasi temporali, resterebbe lo stesso una semplificazione assolutistica e totalitaria che è costretta a rovesciarsi nel suo contrario, con le stesse connotazioni di parossismo e paradossalità circostanziabili ad analisi di merito. Per collegarci banalmente ad uno degli esempi su richiamati, l’Italia rivoluzionaria che si riscopre sempre più antifascista dopo il 1943 non era forse in gran parte la stessa Italia reazionaria del 1935 e del 1940? Cos’è che allora determina in modo tanto repentino, a stretto giro di anni, un mutamento tanto radicale? Come non vedere che il benessere delle condizioni di vita è il fondamento principale dell’adesione ideologica delle masse a chi glielo garantisce, che si esplicita innanzitutto nella loro sussunzione nel meccanismo riproduttivo del sistema sociale di appartenenza, legandosi a comprensibili aspettative di miglioramenti di condizioni di vita? Certo, la consapevolezza che il più o meno relativo benessere sia reso possibile non solo dalla miseria altrui, dal saccheggio di risorse, dalle devastazioni della biosfera, ma debba anche essere difeso all’occorrenza con la forza in ogni dove del pianeta è più o meno scientemente incorporato anche nelle classi subalterne. E non certo da oggi. Ma è da queste contraddizioni in seno alle classi e al popolo che bisogna partire, nel quadro di una comprensione d’insieme dello stato delle cose e della prospettiva (non astratta) strategicamente da perseguire, per ribaltare lo stato di cose. Sarebbe altrimenti come pensare di curare una malattia uccidendo il malato.

Questi dati di fatto aprono ovviamente un legittimo spazio di discussione e di analisi sulle ragioni e su quali risposte politiche dare, ma è indubbio che il rischio di scivolamento, sulla base di parziali letture materialistiche, sull’assunzione di una totalità sociale compatta per aspirazioni e direzionalità di intenti, è forte. Quel che importa rilevare adesso è che, seguendo certe logiche ideologiche, l’assunto di una strutturale “reazionarietà di popolo” –anche se motivato sulle basi di un fondamentalismo integralista laico-economicista– implica l’abdicazione fattiva di ogni intervento sociale e politico possibile.

 

Sui fondamenti ideologici dell’“antiamericanismo”

 

Il concetto di “popolo reazionario”, che ha un retroterra storico di teorizzazioni ben oltre certe attuali riproposizioni, è a nostro avviso una sconcertante ed inquietante generalizzazione stupidamente interclassista e a-nazionale anche se riferita ad uno Stato imperialista quali sono gli Stati Uniti. Un concetto, quello di “popolo reazionario” nemmeno surrogabile, nei casi di colonialismo di ogni tempo, nei termini di “popolo di coloni” che è un equivoco se non un’autentica contraddizione concettuale in sé: un insieme non può essere infatti definito, specificato, da una parte. L’idea totalitaria di “popolo reazionario” è del resto speculare (lo rileviamo per inciso) ai fautori dell’idea della liberazione dei popoli senza comprensione delle dinamiche di classe e delle altrettanto strutturali dinamiche ideologico/culturali inscritte nei rapporti di forza politici interni e, sovente, esteri. Una specularità totalizzante cui riconosciamo, però, il pregio di essere non inquietante, ma di denunciare dei limiti nella versione positiva ideale che le si può riconoscere. I limiti, chiudendo l’inciso, vertono nell’idealizzazione di intenti e aspirazioni di tutte le componenti sociali in cui si articola un popolo. Il tema meriterebbe delle considerazioni, anche sulla base di situazioni storiche, ma adesso è importante scavare la nozione di “popolo reazionario” che peraltro detto tema in parte tocca.

 

Chi tenta di avallare l’assunto della reazionarietà di un popolo è in fondo sempre consapevole che non può accontentarsi mai, semplicisticamente, di sole motivazioni economico/sociali e analisi sociologico/politiche. L’individuazione di costanti, di permanenze riproduttive di una formazione sociale e del suo sistema può aiutare a dare ossatura ad una struttura e fornisce degli argomenti, ma serve sempre un fondamento culturale decisivo, che impregni le coscienze, le mentalità, la natura stessa delle trasmissioni di valori nelle generazioni di quel “popolo” che si vuole “reazionario”. Non c’è pertanto fondamento culturale ideale migliore di quello dottrinario, religioso, con un’origine storica anche determinata, ma soprattutto con una proiezione millenaristica, a dischiudere un potente scenario ideologico prescrittivo e deterministico. Si scolpisce un’identità, la si fissa nel tempo e la si assolutizza su un piano a-temporale e quindi a-storico. Non c’è analisi di classi e di strutture che possa supplire allo scopo di sancire altrimenti una totalità sociale.

Nell’“America”, negli Stati Uniti, gli ingredienti ci sono apparentemente tutti, essendo quella degli Stati Uniti una storia costituitasi in virtù di una conquista coloniale e segnata da specificità molto particolari: colonialismo delle origini da parte di sette protestanti estremiste; fondamentalismo religioso relativamente diffuso quale forza significativa che concorse alla fondazione e successiva articolazione sociale dello Stato; sterminazionismo dei nativi “americani”; due secoli e mezzo di deportazione degli africani e di schiavismo; sviluppo dei “comunitarismi” sorti con la successione delle ondate migratorie del XIX secolo nel quadro di una società razziale tuttora dispiegante, su queste basi, profonde disuguaglianze sociali; affermazione imperialistica; relativo consenso sociale. Già nell’elencarli si è stati costretti ad usare un avverbio (relativamente) ed un aggettivo (relativo) che scuotono concettualmente la tenuta d’impianto di uno strutturato e radicato totalitarismo sociale. Ce ne scusiamo ma non se ne poteva proprio a fare a meno. Tanto l’obiezione resterebbe comunque: fuori da questa totalità ci possono pure essere eccezioni, singolarità, abitanti (forse anche consistenti), ma questi non invalidano l’assioma di base.

Ci troveremmo in presenza di un nucleo fondamentalista fondante gli Stati Uniti, quello cosiddetto WASP (White Anglo-Saxon Protestant, gli “americani” bianchi di religione protestante e di origine anglosassone), che pure costituisce il blocco sociale dominante, numericamente significativo anche se non maggioritario della “popolazione statunitense”, che vota o democratico o repubblicano, che esercita i diritti di cittadinanza e che gode, nella sua componente più significativa, di svariati privilegi sociali rispetto a tutti gli altri.

Prima di arrivare al nucleo del vero “popolo americano”, quello appunto WASP, si è però obbligati a procedere per scomposizioni e sottrazioni. Bisogna cioè scomporre questo “popolo reazionario” statunitense (che per il senso comune è il “popolo americano”) e sottrarre componenti nazionali (messicane, portoricane, cinesi, coreane, irlandesi, africane, ecc.). Nella “democrazia censitaria” imperiale statunitense la metà, e anche più, della popolazione è “esclusa”, ovvero emarginata e non esercitante i diritti civili. Fermo restando che non è questa la sede per analisi specifiche della società castale-razzista statunitense, si evidenzia da sé l’impossibilità di considerarla un unicum, sia ovviamente in termini di classi, sia di impasto culturale.

La modernizzazione, il laicismo e la democrazia razziale e censitaria non sono il prodotto di una evoluzione (o rivoluzione) delle interpretazioni religiose, ma al contrario queste si sono adattate alle esigenze di quelli. C’è chi, con ragionevoli e condivisibili argomentazioni, rintraccia in Poe e Whitman, Melville e Hawthorne del diciannovesimo secolo, Dreiser, Fitzgerald, Richard Wright e molti altri del ventesimo secolo, e ancor più in nomi, in generi culturali i più diversi, in movimenti diffusi nel tempo e nello spazio, l’humus di un’altra America di vecchie tradizioni democratiche e di amicizia per i popoli di altre terre. Un crogiuolo di culture e di comunità e di società che interessa parte anche del nucleo cosiddetto WASP e si estende includendo le forme culturali native sopravvissute allo sterminismo pionieristico/coloniale del Far West, quelle nazionali arrivate con l’immigrazione, quelle africane trapiantate con lo schiavismo nella primigenia fase di accumulazione capitalistica del novello Stato USA, eccetera. C’è da chiedersi perché ci si dovrebbe in tal senso dire “antiamericani”, perché odiare o disprezzare queste espressioni della “cultura americana”, che è anche cultura politica, a sua volta prodotto della storia di ogni paese che non è, per forza di cose, “trasmissione atavica” unidirezionale ed autoriproduttiva di un nucleo culturale originario prescrittivo di idee e di mentalità ed escludente ogni trasformazione.

 

Vi è una certa enfasi nel sottolineare la veste ideologico/religiosa con la quale i più significativi rappresentanti dell’attuale amministrazione statunitense, più di altri loro predecessori, colorano i vari proclami geopolitici ed ammantano di giustificazioni le relative aggressioni imperialiste. Nel linguaggio politologico corrente costoro sono meglio noti come “neoconservatori”. Certo, non pare questa la definizione migliore per la ristretta cerchia di intellettuali, giornalisti e politici fautori delle azioni preventive e dell’esportazione di valori (libertà, democrazia, liberazione) stravolti nell’accezione imperiale come battistrada ideologici di conquista e sottomissione dentro e fuori i confini degli States. Vogliono cambiare la carta geopolitica del mondo e pensano sia possibile farlo. A loro modo, bisogna riconoscerlo, sono idealisti e rivoluzionari, altro che reazionari e conservatori.

Criticare l’enfasi non significa non riconoscere l’esistenza di un’ideologia politica delle classi capitalistiche dominanti negli Stati Uniti, che imballano la merce della dominanza a Stelle e Strisce in discorsi impregnati di fondamentalismo puritano para-religioso e di laicismo liberal-democratico imperfetto e a corrente alternata. Ma non è questa ideologia fondamentalista dalle pretese religiose ai posti di comando e nemmeno è il suo verbo messianico/destinale la posta in gioco strategica. Quest’ideologia, che si richiama –e parla– al filone immaginifico della storia di settori della società statunitense ricettivi ad accoglierla e lo fa per ragioni di riproduzione ideologica del consenso e della legittimità formali –in un contesto di disinformazione sistematica e di manipolazione dell’opinione pubblica” di proporzioni e qualità mai viste–, si mette al servizio di un progetto di dominio di una particolare configurazione di capitalismo. Certo, chi rintraccia e rinviene una continuità storica che risale all’arrivo dei coloni e dei puritani Padri Pellegrini un secolo e mezzo prima (inizio del Seicento) della stessa costituzione degli Stati Uniti d’America (1776), ha argomenti di fondata pertinenza nell’enfatizzare il crogiuolo fondamentalista religioso, definito in tempi recenti da alcuni cristiano-sionista, che impregnerebbe di sé generazioni di cittadini statunitensi. Si potrebbe però rilevare che la stessa nascita degli Stati Uniti, come atto di rottura da parte delle tredici colonie britanniche del dominio che Londra esercitava su di loro, avviene al termine di una lunga fase di frizioni e di contrasti per ragioni commerciali e fiscali, non religiose. La proclamazione della Dichiarazione dei Diritti (1776), in cui il principio puritano della libertà si uniforma alle istanze democratiche dell’illuminismo, e l’approvazione della Dichiarazione d’Indipendenza, il 4 luglio dello stesso anno, da parte del Congresso di Filadelfia, si caratterizzano come impasto teorico di principi politici di derivazione illuministica, piuttosto che religiosi o etnici. Nella loro rivolta contro la monarchia inglese, i coloni americani non volevano trasformare nulla nei rapporti economici e sociali, ma soltanto non condividerne più i profitti con la classe dirigente della madrepatria. Il loro principale obiettivo era staccarsi ed espandersi, senza alcun fine di affrancamento sociale anticapitalistico. Quell’immaginifica origine di lotta per valori ideali astratti –democrazia, libertà, diritti– irradiata nel mondo è contraddetta da subito nella genesi sociale interna, in cui emergono, ad esempio, eccezionalismi su base razzistica e fondamentalistico/religiosa per le classi dominanti, che si palesano come veste ideologica che funge da volàno per il formarsi espansivo di una competitiva struttura capitalistica e imperialistica.

La convinzione in tutte le classi dirigenti degli Stati Uniti di essere investiti di una “missione speciale” da compiere per conto di Dio, che è poi l’affermazione nel mondo del proprio modello capitalistico/imperialistico ed ha indubbiamente una stretta parentela con la tesi sionista del “popolo eletto”, non è la connotazione di un’idea salvifica di un “popolo reazionario”. È la sovrastruttura ideologica che connota da sempre le amministrazioni statunitensi. Qualcuna più di qualche altra. È l’ideologizzazione di un messaggio e di interessi che sono compresi anche da una parte del nucleo fondativo di Stato, ma riconducibili in ultima istanza alla proiezione ideologica di ogni imperialismo, che assume valori di copertura e di affermazione esterna sulla base di assunti fondamentalisti, che siano religiosi (“popolo eletto”, “missione divina”, “Bene”, eccetera) o laici (libertà, democrazia, diritti, civiltà, eccetera) o un intreccio di questi.

L’“americanizzazione” di cui si può parlare è un fondamentalismo sostanzialmente laico –con linguaggio prevalentemente religioso all’interno– che prescrive l’imposizione, in mancanza di servile adozione, di un particolare modello da tempo trainante di capitalismo, che impregna di sé, a vario grado, tramite la sua potenza militare, ‘culturale’ ed economico/finanziaria, Stati e relative società. Questa prescrizione non si presenta all’esterno con tratti biblici in versione puritana perché avrebbe scarsissimo senso, non attecchirebbe e perché non è questo il fine strategico. La veicolazione coloniale all’estero dell’immagine della Grande America si presenta piuttosto come grande metafora di libertà, di opportunità e di futuro. È questo che esercita fascinazione. Al fondo di questa Grande Narrazione c’è la realtà del colonialismo che vuole “modernizzare” i settori statali altrui, “flessibilizzare” il mercato del lavoro, improntare le società alle regolazioni tipiche del capitalismo statunitense a fini della sua continua riaffermazione egemonica.

Criticare il vettore ideologico/culturale della religione civile assunta/incarnata dalle dirigenze politiche statunitensi è indubbiamente legittimo e sensato, purché si sia consapevoli del ruolo che ciò riveste. Enfatizzare il vettore ideologico del fondamentalismo religioso (il cristiano-sionismo), che pure esiste ma non è identificante uno Stato plurinazionale e gerarchicamente comunitarista e che connota semmai, a fini ideologici e di autorappresentazione, parte della frazione ‘comunitaria’ di classe dominante, è una forzatura culturalista ideologicamente non innocente.

Far derivare genericamente dalla cultura e, specificamente, da certa religione, la ragione dell’espansione di dominio dell’imperialismo delle classi dominanti degli Stati Uniti, del suo ordinamento sociale capitalista nel mondo e dei suoi settori sociali di complemento su scala mondiale, surroga e fuorvia, allo stesso tempo, la natura dell’imperialismo dominante e ci pare che vada nella direzione di preparare terreni per guerre di civiltà e di manicheismi alla rovescia, come è ad esempio, per taluni, enfatizzare la fantasmagorica “civiltà europea” rispetto al rozzo “americanismo”.

 

Antiamericanismo o antimperialismo?

 

Antimperialismo, ovviamente. Respingere il concetto di “antiamericanismo” non significa respingere quello di antimperialismo. Si respinge il primo per non svilire il secondo. Che non è generico e indifferenziato. La fase attuale è inedita perché vede una decisa supremazia di un solo paese imperialistico –gli Stati Uniti– il cui agire a tutto campo non è fattivamente nemmeno contrastato. Chi ritiene di vivere un’epoca di conflitti interimperialistici, come fu all’inizio del XX secolo, è fuori dalla realtà e si mostra incapace di capire il senso degli accadimenti perlomeno degli ultimi 15 anni. Questa supremazia statunitense, che mostra di avere un respiro di lunga durata, è frutto dello spostamento, seguito agli esiti della prima guerra mondiale, del baricentro capitalistico mondiale negli Stati Uniti, con accenti più marcati e decisi a partire dagli anni Novanta. È decisivo quindi comprendere, per poterla contrastare, l’attuale configurazione capitalistica di stampo USA che sta improntando di sé, a diverso grado, le società di tutto il mondo. Criticare la mercificazione totalitaria dell’intero legame sociale umano non può quindi prescindere dall’individuare l’intreccio delle forze storiche –agenti in economia, politica e cultura– che lo portano avanti e lo realizzano. È dalla sinergia di indirizzo e di strategia di questo insieme di forze, internamente dialettico e strutturalmente anche conflittuale, ma delineato nei suoi obiettivi egemonici, che scaturisce l’affermazione di uno o più capitalismi (imperialistici) dominanti. Nella presente epoca l’unico capitalismo (imperialistico) a presentare queste caratteristiche di dominanza è fattivamente solo quello USA capace di impregnare di sé il contesto politico/strategico in cui si collocano le altre potenze e di esprimere politiche talmente pervasive da condizionare in profondità la sostanza stessa delle loro politiche (innanzitutto estere ed economiche). Questo indirizzo è tanto più rilevante se si considera che, nella riproduzione dei rapporti sociali capitalistici globali, gli Stati Uniti stanno sempre più mostrando di saper usare il bastone e la carota, di saper cioè competere con o, all’occorrenza, cooptare importanti settori capitalistici non-statunitensi in condizioni competitive ineguali, in virtù di un saldo controllo delle leve militari e delle capacità di drenaggio di finanze anche non proprie.

Essere perciò contro l’imperialismo statunitense, senza nulla concedere a suoi potenziali competitori che fossero in formazione, implica due assunti: 1. la critica permanente contro ogni capitalismo che è sempre, in potenza, un nuovo centro imperialistico. Esserlo in potenza, o anche manifestare velleità, non significa appunto esserlo di fatto e in atto. Quindi una critica, di merito e di azione, nei confronti dell’organizzazione sociale capitalistica del proprio Stato, potenziale fondamento di connotazioni e di suo indirizzo imperialistico, non deve far perdere di vista dove si disloca in quest’epoca l’imperialismo egemone e principale. Tanto più considerando che questo, per ragioni di riproduzione competitiva permanente, è portato ad impregnare di sé gli altri capitalismi ed i relativi Stati, al fine di legarli e mantenerli dipendenti e subalterni, contenendone e consentendo sfoghi –non (potenzialmente) egemonici– alle loro naturali, capitalisticamente, spinte di sviluppo competitivo. 2. Valorizzazione della questione nazionale, come crogiuolo degli interessi strategici delle classi subalterne e dominate, e quale collante, innanzitutto sociale, di resistenza e di progettualità antimperialiste ed anticapitaliste che non vogliano avere radici in aria. In qualunque fase imperialistica –non importa se monocentrica (come l’attuale) o policentrica (come quella di fine Ottocento, inizio Novecento)– le rivendicazioni degli spezzoni di classi (non un proletariato unico), se non vogliono esaurirsi in una contrattazione al rialzo della propria disponibilità di reddito –che è la condizione di strutturale subalternità delle classi lavoratrici in ogni specifica configurazione di capitalismo in cui sono inseriti– anche nell’interesse delle proprie rivendicazioni materiali hanno necessità di un valore aggiunto, a ben vedere preliminare e strategico: la liberazione, l’indipendenza, la sovranità della propria nazione. La critica ed il superamento del capitalismo sono possibili se preliminarmente salta l’assetto imperialistico nel quale si è inclusi, direttamente od indirettamente, centrale o periferico che sia. Chi pensa di mettere in crisi il capitalismo bypassando l’imperialismo, cioè l’insieme conflittuale delle dominanze di classe a livello interstatuale e sovranazionale, è condannato alla sconfitta. Per questo la questione nazionale (antimperialismo) resta snodo della –ed ha il suo effettivo completamento nella– questione sociale (anticapitalismo), che è lotta di classi e liberazione.