Quale scontro, oltre la bocciatura del "lodo Alfano"
La bocciatura del "lodo Alfano" si inscrive in uno scontro che non è solo affaristico tra gruppi imprenditoriali (quello di Berlusconi e di De Benedetti) da tempo in guerra tra loro per ragioni di concorrenza, ma che è anche e soprattutto politico (essendo il primo Presidente del Consiglio ed il secondo ha rivendicato di essere la tessera n.1 del Partito Democratico). Non si tratta di uno scontro 'autonomamente' interno a questo paese, ma ci sono interferenze estere, particolarmente statunitensi. Ci sono perché continuiamo ad essere, dal secondo dopoguerra, una loro colonia e, se non sono messi in condizione di mollare, non si vede perché a Washington dovrebbero desistere dal condizionare per i loro interessi la vita politica italiana, con relative ripercussioni 'a cascata' nella società. Quando ragioniamo sulle congiunture e sugli eventi di oggi (e dunque anche sulla figura di Berlusconi), dobbiamo prestare attenzione ed interfacciarli con lo scenario di fondo. Qui, in Italia, con le mutate condizioni di fase della geopolitica mondiale post guerra fredda (1989-'91) nell'ottica a stelle e strisce e con il relativo riassestamento profondo che questo ha comportato nella vita politica italiana.
Se si prescinde da questo scenario di fondo, la puntata che sta andando
in onda e che si è aperta con la bocciatura della Consulta della Corte
costituzionale del "lodo Alfano" (che a sua volta non va sconnessa
alla vicenda "papi", D’Addario, l'uno-due del Lodo Mondadori)
rischia davvero di essere sostanzialmente incompresa, fraintesa, nei suoi
termini e nella sua portata perché segue molte altre precedenti.
Cerchiamo dunque per un attimo di andare al "generale" rispetto
al "particolare", congiunturale oggetto del contendere (il Lodo
Alfano).
Chi si fa accecare da un odio (in gran parte indotto) nei confronti di una
figura (sicuramente mediocre dal punto di vista politico) come Berlusconi
rischia davvero, come del resto è da un quindicennio, di farsi trascinare
in un gioco largamente manipolatorio in cui il fottisterio ai danni
della nazione, dei suoi interessi collettivi, è davvero trasversale
alle cordate partitiche di subdominanti di destra, di centro e di sinistra.
Proviamo piuttosto ad interfacciare il quadro geopolitico con le modifiche
indotte nel contesto italiano. L'esordio della storia, l'evento cioè che
modifica la situazione iniziale (la perdurante colonizzazione di questo paese)
senza volerne alterare il quadro di fondo, anzi per rafforzarlo, e che mette
in moto l'azione, è l'operazione giudiziaria cosiddetta "Mani
Pulite" (curioso rilevare che con l'arresto di Mario Chiesa, avvenuto
il 17 febbraio 1992, segue di 10 giorni la sottoscrizione del Trattato di
Maastricht). Un'operazione giudiziaria dalla quale, ad esempio, il businessman De
Benedetti è stato curiosamente sfiorato e poi ignorato, nel mentre
il vero obiettivo era fare piazza pulita di un sicuramente mastodontico e
clientelare regime politico-parlamentare, quello DC-PSI, ingrassatosi al
tempo della "guerra fredda" sotto l' "ombrello NATO" e
ritenuto a Washington non più adeguato alle direttrici geopolitiche
d'interesse cui si intendeva destinare (anche) l'Italia dopo l'implosione
dell'URSS e lo schiudersi di un "nuovo mondo", sostanzialmente
poli-centrico dal punto di vista capitalistico, nel quale l'uni-polarismo
imperialista statunitense mira(va) a mantenere una funzione in certi luoghi
di dominio, in altri egemonica. Le forze politiche italiane di governo di
allora, con i loro interessi e relazioni maturati nel quadro di una dipendenza
che consentiva margini di manovra di tutela 'autonoma' di interessi capitalistici
e quindi parzialmente geopolitici 'italiani', non si confacevano a questo
nuovo quadro unipolare, non erano più accettabili. Per comprenderlo
bisognerebbe rivedere la politica estera italiana di quel periodo con particolare
attenzione agli ultimi anni della cosiddetta Prima Repubblica e da lì ricollegarsi
alle dinamiche politiche interne.
Oltretutto andava smantellato il "capitalismo di Stato“ (vedasi
liquidazione IRI, con banche e industrie connesse) ed indebolire così le
velleità capitalistiche 'italiane', con le oligarchie parassitarie
di questo paese sempre più nelle mani della finanza statunitense.
Il dato politico di fondo è che l'operazione dei magistrati che parte nel 1992 è fattivamente 'indirizzata' colpendo particolarmente alcune forze politiche e non altre, e soprattutto lasciando in ombra corruttori 'di peso', forze grande imprenditoriali che dalle inchieste escono rapidamente. Quando Berlusconi si presenta sullo scenario politico, forte della sua mediocrità politica e del suo 'potere' soprattutto massmediatico, mira a drenare frazioni di "borghesia di Stato" ed interessi colpiti da "Mani Pulite" e contrapporsi al nuovo ceto politico che si pone come referente più affidabile di Washington nel nuovo scenario internazionale. Il tutto anche con il consenso di buona parte dei ceti medi professionisti e imprenditoriali diffidenti se non ostili verso gli ex comunisti.
La scesa in campo del parvenu Berlusconi, allora fuori dal salotto buono dei poteri forti dell'oligarchia bancario/finanziaria-grande industriale/imprenditoriale che subito si riposizionano nelle referenze partitiche al (sotto)comando nella nostra nazione, è dettata da ragioni personali e di gruppo affaristico. Berlusconi è fuori da questi giochi di sotto potere italiota, perché è un emergente (la società di produzione multimediale Mediaset è fondata nel 1993). Ha legato le sue sorti al sistema politico-parlamentare del tempo, incernierato sulla figura di Craxi e del relativo modello rampante di potere, il craxismo appunto, e capisce che la fine del suo mentore politico avrebbe prevedibilmente significato di lì a poco anche la fine sua e del suo gruppo. Sono i suoi interessi personali la ragione principe della sua discesa in politica che l'ha messo in frizione forte con i poteri politici emergenti (già da tempo in via di accreditamento a Washington) di questo paese e con quei grandi gruppi che rapidamente si stavano riposizionando all'ombra delle nuove direttrici d'oltre Atlantico. La famosa dichiarazione di Giovanni Agnelli, un vero e proprio imprimatur politico, che disse che solo un governo di centrosinistra poteva fare una politica di destra, è la mirabile sintesi dello scenario che stiamo qui solo tratteggiando. Certo, Agnelli pensava innanzitutto ai suoi interessi di gruppo (un regime di salari bassi e incremento delle regalìe alla Fiat nel nuovo scenario neoliberista mondiale), ma era l'espressione –e fu così nei fatti– degli interessi capitalistici dei gruppi imprenditoriali italioti interessati a riposizionarsi nel nuovo quadro internazionale (fine della Guerra Fredda e implosione/dissoluzione dell’URSS) in via di accelerato mutamento geopolitico e geocompetitivo. Berlusconi sceglie non un accomodamento inevitabilmente subalterno con l'apparato di banche e grandi gruppi imprenditoriali (sub/)dominanti nel nostro paese (forse nemmeno c'era questa possibilità) ma la strada di una 'autonoma' discesa in campo politica che non mette in discussione i vincoli con i dominanti d'oltre Atlantico ma cerca di accreditarsi meglio.
La storia anche di questa fase della politica italiana va letta
in questo quadro di fondo. In cui resta il convitato di pietra, il grande
Innominato di questo paese che è quella potenza straniera (gli USA)
che le diverse frazioni di sottopotere nostrano comunque ossequiano. Solo
che, per ragioni nient'affatto antagonistiche con il cuore dell'Impero, Berlusconi
(come ieri per Craxi con punta dell'iceberg la vicenda di Sigonella,
comunque in una cornice non ancora rivoluzionata dagli eventi internazionali
del 1989-'91), nel suo muoversi politico, e con un occhio ad interessi capitalistici
interni, ha mosso passi oggettivamente confliggenti con gli interessi
geopolitici statunitensi. I rapporti in affari con Putin (gasdotto South
Stream e partecipazione dell'ENI) e con Gheddafi probabilmente scandiscono
le ragioni della fine politica di Berlusconi ma non del berlusconismo sociale
e men che meno della sudditanza di questo paese.
All'orizzonte, si affacciano le più inquietanti -e per Washington
più affidabili- figure di Draghi, di Montezemolo, dietro cui i Fini,
i Bersani, i Casini, i Rutelli sono solo dei comprimari subalterni, funzionali
alla manipolazione delle coscienze e dello spazio politico.
Tenendo conto di questo quadro, sarebbe da aprire una discussione su come intervenire politicamente e nella società italiana.
"Indipendenza"
8 ottobre 2009