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notizie dal mondo
15/ 31 Maggio 2006
(Home)
a)
In primo piano
ancora Teheran. Stavolta una panoramica della sua politica estera nell’area. Al
16 vedere i rapporti Iran / Russia, e poi con Tagikistan, Turkmenistan,
Kazakistan, Armenia, Azerbaigian, Caucaso-Asia Centrale.
Insomma, andare oltre il pretesto del nucleare addotto dall’amministrazione
USA, come battage propagandistico, per creare il nuovo nemico dell’umanità
da abbattere perche d’intralcio ai suoi disegni imperialisti. Interessante
notare, in questa carrellata, come la Russia sia ovviamente preoccupata da
questa aggressività statunitense, ma al contempo veda il rapporto con l’Iran
nell’ottica di un suo appiattimento sotto le sue pelose ed interessate ali
protettive di rinascente spinta imperiale. Subordinazione cui Teheran mostra al
momento di non voler condiscendere. Sempre in tema, si veda Iran 20 (storiella
dei “nastri”), 21 e 23 (Iraq e nucleare).
b)
Balcani, in
particolare il Montenegro dopo il referendum che ha sancito la fine
della federazione con la Serbia. Se ne parla come di un referendum
d’indipendenza, solo che subito quelle stesse classi dirigenti che l’hanno
perseguita consegnano il paese a NATO, cioè USA, e al suo vassallo Unione
Europea (23). Significativo in tal senso leggere Solana al 22. Effetti a
cascata: se ne parla al 23 in generale e al 30. Non manca la Russia (30) che in
Montenegro lavora per i suoi interessi, con buona pace dei “fratelli” serbi.
Questi, tra debiti più o meno condivisi, sbocchi al mare e quant’altro, hanno
ora le loro gatte da pelare: Kosovo oggi, Vojvodina (23) domani?
c)
Euskal Herria
(Paesi Baschi).
Da queste parti ci si chiede: perché Montenegro sì, e (anche) Paesi Baschi no?
L’europeo Solana (22) parla di delirium tremens per chi chiede parità
di diritti. Le indipendenze serie, non servili (come sarebbe nel caso
basco) o anche solo non opportune, da Bruxelles e dal suo committente
Washington non vanno ovviamente bene. Ma i baschi son gente tosta e non
demordono. Nonostante la repressione e i traccheggiamenti di Madrid.
Scarrellata al 18, 19, 21, 22, 23, 25, 26.
d)
Italia. Della serie: ci ritiriamo
dall’Iraq, cioè restiamo. E ce n’è pure per l’Afghanistan. La cornice
ideologica ce la dà il neoministro degli Esteri D’Alema al 21 (un paio di notiziole
in merito). Niente di nuovo sotto il sole, ovviamente. Son decenni che la solfa
è la stessa. Tra Iraq e Afghanistan, comunque, camaleonti
scatenati al 17, 19 [vedere: Afghanistan / Italia], 21, 23.
e)
America
Latina. Colombia
(21, 22, 28, 29, 30) e rielezione Uribe; Bolivia (17, 20), Ecuador
(18, 30); Venezuela (18, 23, 30); Brasile (18); Cile (21).
f) Notizie sparse, ma significative:
1. USA. La paura della Cina (23, 29)
per cui è già partita (Afghansitan, Iraq,...) la “guerra infinita” in vista
dello ‘scontro finale’. Pronti a colpire in un’ora (29), ma intanto testano
nuove armi, ad esempio in Iraq (18). Altre notiziole e non proprio
d’appendice: al 31 (Goldman Sachs ha come ministro Mario Draghi in Italia e
Henry M. Paulson Jr. negli USA); album dei ricordi (di massacri) per Washington
(Corea la 31); Iran (19 e 30); rapporti con la Libia al
24. Infine una curiosità che dà da pensare: gli USA forse si danno l’inglese
come lingua ufficiale (19).
2.
Sull’Iraq due
chicchette al 28 (poco se ne parla, ma i militari britannici si danno)
e, al 31 (USA / Iraq), una testimonianza dal fronte.
Tra l’altro
(se non vi è bastato):
Sardegna (22 maggio)
Germania (15 e 31maggio)
Francia
/ Afghanistan (15
maggio)
Polonia (22 maggio)
Palestina
(24, 31 maggio)
Israele
/ NATO (30 maggio)
Afghanistan (19, 30 e –cfr Germania– 31 maggio)
- Irlanda del Nord. 15 maggio.
Nuova precondizione unionista: la polizia. Dopo la prima sessione
dell’Assemblea nordirlandese, l’esponente unionista Ian Paisley ha
dichiarato che il suo partito (DUP, Democratic Unionist Party) «non
stabilirà alcuna associazione di governo con un partito legato al
terrorismo, ad assassinii ed attività criminali, e che non appoggia la
polizia». Il Sinn Féin ha vincolato la sua partecipazione al consiglio
di polizia nordirlandese al trasferimento delle responsabilità di polizia
e del potere giudiziario all’Assemblea nordirlandese. Comunque, una volta
che ciò si verificasse, sarebbe un’assemblea straordinaria del partito
repubblicano ad avallare la decisione.
- Germania. 15 maggio. «La
Germania cerca un nuovo ruolo per le sue forze armate sullo scenario
mondiale», ha affermato il ministro della Difesa tedesco Franz Josef
Jung. Il tutto, ovviamente, nel quadro dei vincoli NATO ed UE. Molto
presto Berlino raddoppierà le unità delle forze armate tedesche per i
compiti di “mantenimento della pace” (“peace-keeping”), portandole a
15.000, pur nell’ambito delle riduzioni finanziarie imposte dalle
restrizioni del bilancio federale. Il deciso aumento dei soldati disponibili
per futuri compiti renderà la Germania in grado di partecipare in maniera
consistente alle “forze di reazione rapida” NATO Response Force e European
Union Rapid Reaction Force, cui la Germania non aveva finora aderito
con tanta risolutezza, pur avendo già iniziato a muovere le sue truppe
all’estero intorno al 1996, per la missione di “peace-keeping” nella ex
Jugoslavia.
- Germania. 15 maggio.
Oggi però la Germania, con settemila soldati schierati tra Bosnia, Kosovo,
Afghanistan e Sudan, sta aumentando il suo contributo in termini di truppe
in misura confacente ai desiderata USA. Il ministro Jung ha dichiarato che
già dal 1° luglio 2006 la Germania schiererà 6.600 soldati per la NATO
Response Force e dal 1° gennaio 2007 saranno a disposizione della EU
Rapid Reaction Force 1.300 soldati. La NATO Response Force, che
disporrà di 25mila unità e sarà pienamente operativa il prossimo anno, è
stata pianificata tre anni fa per aumentare le capacità operative
dell’Alleanza Atlantica, che denuncia ancora notevoli problemi derivanti
dagli scarsi budget della Difesa dei 26 Paesi aderenti, rilevabili
soprattutto nella branca del trasporto aereo.
- Germania. 15 maggio. Ma
la Germania si prepara anche a scenari di guerra futuri. Secondo i
pianificatori della difesa tedesca, il Paese dovrà preparare 35.000
soldati altamente addestrati per le missioni di reazione e altri 70.000
per compiti di mantenimento della stabilità a lungo termine nei processi
di “peacekeeping”. Previsti inoltre ben 145.000 unità di supporto. Per finanziare
tali progetti, nel mentre si predispongono manovre restrittive di
bilancio, il budget della Difesa tedesca crescerà decisamente dai 29,6
miliardi di dollari del 2006 ai 35 miliardi di dollari del 2007. La
Germania risulterà nei prossimi anni il Paese con maggiori responsabilità
ed oneri nei Balcani e in Afghanistan, affiancandosi in maniera
determinante agli USA nella cosiddetta “lotta al terrorismo”, assumendo un
ruolo molto simile a quello britannico.
- Russia / Iran. 15 maggio.
Per il ministro della Difesa russo, Sergei Ivanov, non ci sono programmi
per ampliare all’Iran la SCO (Shanghai Cooperation Organization). Secondo
quanto riferisce l’agenzia Ria-Novosti, il ministro ha affermato: «Vista
la crescente attenzione sulla situazione in Iran, queste notizie
appariranno almeno dieci volte al giorno. Non ci sono piani per ampliare
la Sco in maniera radicale. Non credo che nel prevedibile futuro la Sco
espanderà sostanzialmente la sua composizione». Al momento l’Iran ha
lo status di osservatore presso l’Organizzazione, i cui leader si
riuniranno il 15 giugno a Shanghai. L’Organizzazione per la cooperazione
di Shanghai è un’associazione inter-governativa fondata il 15 giugno 2001.
Volta a sviluppare legami politici, economici e commerciali nell’Asia centrale,
l’organizzazione basata sulla centralità della Cina intende arginare
l’invasività di Washington nella regione. Proprio in ambito SCO, nel 2005, l’Uzbekistan di Karimov proclamò l’intenzione
di chiudere la base militare statunitense di Khalibad. Lo SCO vede
come membri Cina, Russia, Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan ed
Uzbekistan. Con lo status di osservatori rimangono India, Iran,
Mongolia e Pakistan. Proprio ieri il presidente iraniano Mahmoud
Ahmadinejad aveva annunciato la sua intenzione di partecipare alla
riunione del 15 giugno prossimo a fianco di Vladimir Putin e Hu Jintao.
Ivanov ha poi aggiunto che «tutti i
membri della SCO affronteranno il problema dell’ampliamento della
Organizzazione con grande attenzione e considerazione». Il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov
ha detto che le relazioni con i paesi osservatori verranno discusse
durante la riunione di giugno. Il Pakistan ha già detto di volere unirsi
agli altri membri a pieno titolo della SCO, ed il presidente Pervez
Musharraf è stato invitato ufficialmente a partecipare alla riunione di
Shanghai.
- USA
/ Unione Europea. 15 maggio. L’Unione Europea alleato
strutturale di Washington? Cheney, secondo cui «l’unità democratica in
Europa assicura la pace in Europa», pare proprio d’accordo. Del
discorso tenuto, agli inizi del mese, dal vicepresidente USA Dick Cheney a
Vilnius, ad un forum sui Paesi baltici e sull’Area del Mar nero, hanno
avuto spazio sui media le accuse di Cheney al Cremlino per voler usare
l’arma del greggio e del gas come strumenti di pressione politica sui
reticenti vicini e le non troppo velate accuse a Mosca sulla “democrazia
in pericolo” che occorrerebbe ripristinare. Non sono stati invece colti i
passaggi con cui Cheney ha ribadito la stretta relazione tra NATO ed Unione
Europea. Rivolto ai paesi succitati, Cheney ha ribadito l’appoggio ai loro
sforzi d’ingresso nell’”economia globale” e nel WTO, aggiungendo che «la
crescita di lungo termine dipende dal libero mercato, perché il motore
della prosperità è il settore privato, e che in una compiuta democrazia,
il governo deve proteggere i diritti di proprietà, promuovere la
concorrenza, aprire il mercato interno alle altre nazioni». A questi,
Cheney ha dichiarato il forte incoraggiamento dell’amministrazione USA «ad
entrare nella NATO e nell’Unione Europea. Gli Stati Uniti sono fieri di
lavorare in partnership con una sempre più grande Unione Europea crescente».
- USA / Unione Europea. 15
maggio. Cheney si complimenta per la «perseveranza» con cui le
repubbliche baltiche e Stati appartenenti al Patto di Varsavia sono giunti
a far «parte della famiglia dei paesi democratici dell’Unione Europea»,
la cui “sicurezza” è ovviamente «protetta dalla più grande associazione
per la libertà del nostro mondo, la NATO». Il vicepresidente USA si
felicita del superamento della divisione in due blocchi dell’Europa,
rimarcando soddisfatto che «con l’espansione della NATO e dell’Unione
Europea, paesi che una volta erano rivali sono diventati partner». Una
delle parti più significative del discorso, poco evidenziata, è quella in
cui Cheney “prevede” che, «negli anni a venire, altre nazioni
prenderanno pesanti decisioni e faranno il duro ed essenziale lavoro di
rispettare gli standard della NATO e dell’adesione all’Unione Europea.
L’America guarda al giorno in cui sarete pronti a far parte di quelle
istituzioni, che già vi stanno aspettando».
- Turchia. 16 maggio. La
cittadina di Sinop –ex fortezza-carcere in epoca ottomana e base NATO,
smantellata agli inizi del 2000, per antenne e ripetitori destinati ad
intercettare le comunicazioni della vicina Unione Sovietica durante il
periodo della guerra fredda– è il luogo prescelto da Erdogan per avviare
il suo programma nucleare. La crescita del prezzo del petrolio sui mercati
internazionali e soprattutto la recente crisi tra Ucraina e Russia, dalla
quale la Turchia acquista il 60% del metano che consuma, sono gli elementi
che hanno contribuito a determinare la decisione del governo. In un
vertice internazionale ad Istanbul, il ministro dell’Energia, Hilmi Guler,
ha affermato senza mezzi termini che «anche se usassimo tutte le nostre
risorse naturali avremmo comunque bisogno dell’energia nucleare».
- Turchia. 16 maggio. Di
nucleare già in precedenza se ne era parlato ad Ankara. Per citare
l’ultimo caso, ricordiamo il progetto di una centrale nucleare nel 1998,
che arriva fino allo stadio dell’apertura di una gara d’appalto alla quale
partecipano tre consorzi internazionali, in uno dei quali vi era anche
l’italiana Ansaldo. Progetto che nel 2000 il primo ministro Ecevit decide
di non perseguire perché considerato antieconomico. La decisione di
Erdogan ha già scatenato mobilitazioni nel paese. L’Ordine dei Medici
ricorda i dati sui malati di cancro emersi da una ricerca condotta sugli
abitanti della cittadina di Hopa, nel Mar Nero orientale, che fanno
presumere una relazione con l’incidente di Cernobyl. Il professor Uyar,
della Università di Marmara, ventila un altro pericolo: «Quello per cui
in Turchia finiranno centrali nucleari che sono state rifiutate da altri
paesi europei». Hilal Atici, responsabile di Greenpeace-Turchia, pone
interrogativi ancora più radicali: «Preferiamo un’energia pericolosa ed
inquinante, ripetendo così gli errori compiuti nel passato da altri paesi
che ora stanno ritornando sui loro passi, oppure vogliamo scegliere fonti
di energia rinnovabili e sicure?». I più allarmati sono proprio gli
abitanti di Sinop. Si richiama la mancanza di impatti ambientali sul
progetto e la mancata risoluzione del problema delle scorie. In una
regione dove la pesca rappresenta una delle voci più importanti della
depressa economia, si teme la fine del lavoro. Già costituito il
“Coordinamento contro Sinop Nucleare”, affiancato anche da un sito
internet.
- Iran. 16 maggio.
Rapporti politico-militari ed economici con Cina e Russia, ma anche
progetti economici con India e Pakistan, crescenti relazioni politiche con
Arabia Saudita, Siria e Turchia, ed attivismo in Asia centrale
(Turkmenistan, Tagikistan, Uzbekistan, Armenia e Kazakistan). La politica
estera iraniana, la sua crescente influenza geopolitica nel Medio Oriente
(vedi anche Iraq, Libano con Hezbollah e Palestina con Hamas), nel Golfo
Persico e nell’Asia centrale, sta mettendo sempre più in difficoltà i
progetti di dominio nell’area di Washington. Teheran dimostra come una
politica estera autonoma possa essere di forte intralcio alle strategie di
dominio globale statunitensi, ma anche, come vedremo in alcune notizie,
iniziare a dare un tantino fastidio alle ambizioni imperiali della Russia
nell’area caucasica e in Asia centrale.
- Iran.
16 maggio. Gli USA mirano principalmente ad assicurarsi il controllo
delle risorse energetiche di gas e petrolio del Caspio e dell’Asia
centrale e delle relative vie di trasporto. L’obiettivo è escludere Russia
ed Iran dai circuiti di commercializzazione delle risorse energetiche,
chiudere fonti di approvvigionamento per la Cina, insediarsi militarmente
nelle retrovie di Russia e Cina, sempre più indicate in documenti
strategici di Washington come i futuri nemici globali. Una strategia
per la cui riuscita è anche basilare che gli Stati dell’area versino in
uno stato di precarietà economica e militare tale da indurle ad accettare,
dietro offerte di “cooperazione”, le imposizioni di Washington. Niente di
strano, quindi, che la dichiarazione, durante una visita in Sudan, del
leader supremo Ayatollah Ali Khamenei, secondo cui «la Repubblica
islamica è pronta a trasferire la tecnologia nucleare ad altri paesi»
(25 aprile 2006), venga percepita nelle alte sfere statunitensi come una
gravissima minaccia agli interessi egemonici degli USA e del suo alleato
regionale Israele. Ai loro occhi, è intollerabile che un paese di
religione musulmana disponga della conoscenza della tecnologia nucleare ed
addirittura la trasmetta ad altri: su questo punto non sono forse casuali
i programmi nucleari del primo ministro turco Erdogan, che prevede di
dotare la Turchia di centrali atomiche.
- Iran / Russia. 16 maggio.
Tutte queste ragioni possono far comprendere perché l’amministrazione USA
caldeggi fortemente l’opzione di scatenare addirittura un olocausto nucleare
contro Teheran, vista come l’unica maniera per spazzare via un governo
che rischia di incrinare seriamente l’egemonia di Washington nell’area.
Un’aggressione statunitense non sarà però per niente una passeggiata. Sono
infatti giudicate di tutto rispetto le capacità di difesa ed il livello
dell’industria militare di Teheran, soprattutto di quella aereonautica,
considerata in generale lo specchio delle capacità tecnologiche e industriali
di un Paese (si pensi alle migliaia di componenti elettromeccanici ed elettronici
di cui è dotato un cacciabombardiere). Un alto livello raggiunto grazie
ai decisivi rapporti di cooperazione con Mosca, che si aggiungono ad altri
come per il completamento della centrale atomica di Bushehr. Dal 2000, infatti,
il Cremlino, per la produzione di velivoli militari competitivi con quelli
statunitensi, ha cominciato a decentrare anche verso l’Iran progetti elaborati
dal complesso militar-industriale aereonautico russo. La manovra, detto
per inciso, si inserisce in una politica volta a fare fronte comune
con i paesi dell’area interessati a limitare l’invadenza statunitense.
- Iran / Russia. 16 maggio.
Le ripercussioni sull’industria aereonautica iraniana sono state rilevanti,
come ha mostrato ad esempio la presentazione nel 2002 del cacciabombardiere
“Shafagh”. Alcuni analisti rilevano addirittura che, su alcuni segmenti
di produzione, l’industria aereonautica iraniana è superiore a quella statunitense,
sicuramente penalizzata economicamente dai costi astronomici sostenuti per
le spedizioni militari in Iraq ed Afghanistan. In ogni caso, il salto di
qualità dell’industria militare iraniana non può non preoccupare Washington.
Basti pensare all’inserimento di tecnologia avanzata sul succitato velivolo
“Shafagh”, che gli consentirà di migliorarne le capacità di attacco militare
–anche in termini di dotazione di armamenti e precisione–, la manovrabilità
in fase di decollo ed atterraggio e l’automonia di volo; l’approntamento
dei missili balistici Shahab 3, con una gittata di 2.000 km; la fabbricazione
di missili cruise, con un raggio di 3.000 km e un margine di errore di 10-12
metri; lo sviluppo di un corposo e sofisticato sistema di difesa antiaereo.
- Iran / Tagikistan. 16 maggio. Poco indagati sono i rapporti di
Teheran con gli Stati dell’Asia centrale e nel Caucaso.
Teheran ha intensificato le relazioni con Dushambe, paese dalla importante
posizione strategica, esportatore di cotone ed alluminio verso la
repubblica islamica. Il Tagikistan potrebbe potenzialmente produrre
consistente energia idroelettrica, ma sinora si è dimostrato incapace di
sviluppare il settore da sola. Teheran ha riservato al Tagikistan priorità
nei suoi legami in Asia Centrale con due progetti. Il primo è il tunnel di
Anzob, giudicato vitale per l’integrità territoriale del paese, che
collegherà Dushanbe con il nord del Tagikistan, la cui strada montana di
collegamento è durante tutta la stagione invernale impraticabile. L’Iran
fornisce una decisiva assistenza tecnica (è una ditta iraniana a guidare
la costruzione) e finanziaria (Teheran si accollerà il 75% dei costi della
costruzione). Il secondo progetto è la costruzione della centrale
idroelettrica Sangtuda-2, totalmente finanziata da Teheran e volta a
fornire energia attraverso una linea elettrica ad alta tensione che
attraverserà l’Afghanistan. All’Iran rimarrà la proprietà esclusiva
dell’impianto per dodici anni e mezzo, per poi passare sotto il controllo
tagiko.
- Iran / Tagikistan. 16 maggio.
Attraverso i buoni rapporti con Dushambe, l’Iran potrà assicurarsi
un’importante fonte di approvvigionamento energetico. Il presidente tagiko
Rakhmonov, afflitto da un preoccupante debito
estero e sottoposto a pressioni da parte della Banca Mondiale, ha invece
trovato una importante fonte di finanziamento esterno, che gli ha permesso
di direzionare la propria politica estera ed energetica non legandola
all’affluenza di altri investimenti dall’estero o alla Russia, che detta
legge a Dushambe anche in virtù del coinvolgimento nel settore energetico
e dell’alluminio.
- Iran / Turkmenistan. 16 maggio. Una
possibilità di aggiramento del territorio russo nella distribuzione di gas
dell’Asia centrale è offerta dalla linea Korpezhe-Kurt Kui. Nel marzo
scorso, Ahmadinejad ed il despota turkmeno Niyazov si sono accordati per
un aumento del prezzo (da 42 a 65 dollari il metro cubo) e del volume del
gas turkmeno esportato a Teheran attraverso la succitata linea
Korpezhe-Kurt Kui. L’economia turkmena è molto legata all’esportazione di
petrolio e gas, soprattutto da quando dissesti ecologici hanno compromesso
la tenuta del settore agricolo. In tale contesto si inserisce il
confinante Iran: offrendo a Niyazov la possibilità di diversificare le
proprie esportazioni di gas, ricontrattandone prezzo e quantità esportate
a favore di Ashabad nonostante il paese persiano possieda ingenti riserve
di gas, Teheran fornisce in sostanza al Turkmenistan un importante
sostegno politico.
- Iran / Kazakistan. 16 maggio. Contatti
più stretti si segnalano anche con il Kazakistan, come hanno mostrato
incontri ad alto livello nel dicembre ed aprile scorso e l’istituzione di
una Commissione economica congiunta. Si prospettano pure investimenti
kazaki nella limitrofa area iraniana ed una intensificazione dei commerci (ad
esempio del cotone kazako), per facilitare i quali si prevede un
alleggerimento delle barriere doganali uzbeke e turkmene, che mediano il
transito delle merci tra i due paesi. Per Astana, Teheran potrà fungere da
porta verso il Golfo persico dei propri prodotti, mentre l’Iran confida
nell’appoggio del Kazakistan per poter diventare da osservatore, membro
effettivo della SCO.
- Iran / Armenia. 16 maggio. Da
seguire pure gli sviluppi delle relazioni tra l’islamica Teheran e la
cristana-ortodossa Erevan, soprattutto in seguito alla decisione della Gazprom di aumentare il prezzo del gas fornito
da Mosca all’Armenia, paese considerato satellite del Cremlino, che vanta
due basi militari nel territorio armeno. Per fronteggiare l’aumento del
prezzo del gas (da meno di 60 a 110 dollari al metro cubo) fissato dalla Gazprom,
ecco ritornato all’ordine del giorno il progetto di gasdotto Iran-Armenia,
attualmente in costruzione e da terminare per la fine dell’anno. Per
Erevan, alla luce dell’aumento del gas russo e del crescente interesse
iraniano per esportazioni verso la Georgia e da qui verso il Mar Nero, la
capacità del gasdotto è però troppo limitata. Il gasdotto, infatti, sotto
pressione russa è stato costruito secondo dimensioni idonee per soddisfare
i bisogni dell’Armenia, ma non per esportare gas in Georgia e da qui in
Europa, come avrebbe voluto l’Iran e presumibilmente anche l’Armenia per
lucrare sui diritti di passaggio e poter così anche acquistare armi.
Rafforzando dunque i rapporti bilaterali con Teheran, da metà degli anni
Novanta il principale investitore e partner dell’economia armena, Erevan
proverà dunque a sfuggire alla stretta di Mosca. Non è allora un caso che,
a metà febbraio, l’ambasciata statunitense in Armenia ha fatto sapere che
il progetto di gasdotto irano-armeno non costituisce una violazione del
regime di sanzioni imposto da Washington a Teheran.
- Iran / Azerbaigian. 16
maggio. La politica russa d’innalzamento dei prezzi per il gas
naturale sta spingendo anche Baku a ricercare fonti alternative
d’approvvigionamento. Il presidente Ilham Aliyev ha indicato che Baku
guarderà «il prima possibile all’Iran
per importazioni di gas». Meno
pubblicizzati di quelli con l’Ucraina, gli incrementi di prezzo del gas
naturale sono stati imposti dal conglomerato russo Gazprom anche ad altri
membri della Comunità degli Stati Indipendenti, tra i quali, oltre alla
succitata Armenia, anche Georgia e Moldavia. La Russia e l’Ucraina hanno
risolto la loro disputa lo scorso 5 gennaio, ma tra gli Stati della CSI vi
sono sentimenti negativi nei confronti delle azioni della Gazprom. Per
Armenia, Azerbaigian e Georgia, il prezzo è cresciuto recentemente a 110
dollari ogni metro cubo di gas mentre prima era meno di 60. Nonostante
l’Azerbaigian possegga notevoli risorse naturali, il Paese deve ancora
sviluppare il suo settore del gas naturale in modo da coprire le necessità
energetiche del Paese. Secondo l’agenzia stampa Turan,
l’Azerbaigian sta importando il gas russo dal novembre del 2000, con lo
scopo principale di produrre energia elettrica, dato che gli impianti
termoelettrici azeri sono passati dal petrolio al gas. Da qui il
riavvicinamento con il vicino iraniano.
- Iran / Azerbaigian. 16
maggio. Il 20 dicembre scorso, poco prima della chiusura dell’accordo
con la Gazprom, Aliyev si è incontrato con il presidente iraniano Mahmoud
Ahmadinejad nell’”enclave” azera di Nakhchivan. I due hanno partecipato
all’inaugurazione di un gasdotto tra Iran e Azerbaigian che ha permesso,
per la prima volta dopo 15 anni, che il gas naturale arrivasse a
Nakhchivan, bloccata dalle forze armene in connessione con l’ancora
irrisolto conflitto del Nagorno-Karabakh (enclave popolata prevalentemente
da armeni, ma situata in Azerbaigian). L’accordo avrà durata ventennale, e
si prevede un aumento della fornitura di gas già dal prossimo anno. «Le relazioni tra due Paesi amici e fraterni
si stanno sviluppando rapidamente. Tra noi vi è un comune sentire,
cooperazione ed amicizia», ha
dichiarato Aliev durante la cerimonia. Ahmadinejad ha aggiunto che «l’Iran sarà sempre al fianco
dell’Azerbaigian nei buoni e cattivi momenti».
- Iran / Azerbaigian. 16
maggio. Da notare che il disgelo tra Iran ed Azerbaigian, oltre a dare
fastidio alle velleità imperiali della Russia, irrita fortemente anche
Washington, che vorrebbe utilizzare Baku come base d’attacco verso
Teheran. Dopo la caduta dell’impero sovietico, l’Azerbaigian è stato
considerato uno dei più fedeli alleati di Washington nell’area anche in
funzione anti Teheran. Lo dimostrano le pressioni USA sull’approntamento
dell’oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyhan (BTC) per convogliare il greggio del
Caspio verso il terminale petrolifero turco di Ceyhan attraverso la
Georgia, mentre sarebbe stato più conveniente economicamente tracciarne
uno attraverso il territorio iraniano. L’appoggio USA agli oppositori di
Aliyev durante le elezioni legislative del novembre scorso (contesa in cui
la Russia ha giocato un ruolo determinante in aiuto di Aliyev) ha però
alienato qualche simpatia a Baku. Tra queste contraddizioni si sta intanto
inserendo l’Iran, che così non solo riesce a frustrare i tentativi USA di
isolarlo geopoliticamente, ma anche a fungere indirettamente da punto di
riferimento per quei paesi caucasici che vogliano sfuggire alla morsa
imperiale di Mosca.
- Iran / Azerbaigian. 16 maggio.
Il riavvicinamento tra i due paesi non deve comunque far dimenticare i vari
punti di discordia tra Baku e Teheran. Innanzitutto sullo statuto giuridico
del Mar Caspio, questione fondamentale per la ripartizione delle sue risorse
energetiche. Dopo che la fine dell’Unione sovietica ha visto crescere il
numero degli Stati adiacenti al Caspio (a parte l’Iran, il Turkmenistan,
la Russia, il Kazakistan ed appunto l’Azerbaigian), si è posto il problema
se considerare il Caspio giuridicamente come mare o lago: in un caso o nell’altro,
cambierebbero le regole di ripartizione delle ricchezze. Baku vorrebbe applicata
al Caspio la regolamentazione per il mare aperto, proposta osteggiata da
Teheran che si vedrebbe danneggiata per lo sfruttamento dei giacimenti offshore.
A questo problema giuridico, si aggiunge quello dello sfruttamento e distribuzione
all’estero delle risorse energetiche. Iniziamente, l’Iran avrebbe dovuto
partecipare con una piccola quota (5%) alla firma del “contratto del secolo”
del 1994, il consorzio internazionale creato con più Stati e alcune compagnie
petrolifere (come l’anglostatunitense Bp Amoco) per lo
sfruttamento delle riserve petrolifere del Mar Caspio. Ma l’opposizione
degli USA, che avevano supervisionato la creazione del consorzio, portò
all’esclusione della Repubblica islamica, inoltre tagliata fuori dai circuiti
di distribuzione attraverso l’oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyhan (BTC), che attraversa
la Georgia invece di passare (come il buon senso avrebbe suggerito) per
il territorio iraniano.
- Iran / Azerbaigian. 16 maggio. Dissidi tra Baku e Teheran anche
sulla sorte del succitato Nagorno-Karabakh, dove l’Iran sostiene, quantomeno
economicamente, l’Armenia. Ultima questione non trascurabile, la presenza
in Iran di una grande minoranza nazionale azera. Buona parte del nord iraniano
e la stessa Teheran è popolata da milioni di azeri. Una cospicua presenza
si registra pure a Teheran. Più numerosi in Iran che nello stesso Azerbaigian,
secondo alcuni analisti questi azeri complicano le relazioni tra i due Stati:
Teheran temerebbe l’emergere di un eventuale irredentismo azero, al momento
comunque piuttosto marginale, che troverebbe il sostegno di alcuni circoli
“nazionalisti” di Baku. Nonostante i succitati punti di attrito, le relazioni
tra Baku e Teheran potrebbero evolvere in senso positivo. Sul piano economico,
gli iraniani possono svolgere un ruolo importante nello sviluppo del commercio
estero azero. Ma soprattutto, Teheran può fungere da sponda per Baku per
non finire nella tenaglia delle velleità imperialiste di Stati Uniti ed
anche Russia. Considerati i timori di Teheran per un ingresso di Baku addirittura
nella NATO con Israele, non si perderà occasione per cercare condizioni
di riavvicinamento con il vicino azero. Se però l’Azerbaigian dovesse finire
definitivamente e del tutto sotto l’influenza statunitense, a Teheran pare
che già abbiano in serbo una carta di riserva. Secondo Bayram Balci, ricercatore
all’Istituto francese di studi dell’Anatolia, Teheran, in modo lento ma
costante, sta stringendo relazioni non irrilevanti con movimenti e anche
personalità religiose dell’Azerbaigian e delle comunità azere in Georgia.
Balci parla a tal proposito di reti religiose sciite che lavorano di concerto.
Che siano i prodromi per la formazione di un Hezbollah azero, paese
che, ricordiamo, è di religione sciita come l’Iran?
- Iran / Caucaso / Asia
centrale. 16 maggio. Lo scorso novembre Ali Larijani, segretario del
Consiglio supremo per la sicurezza nazionale iraniana e massimo
diplomatico sulle questioni nucleari, ha dichiarato che «la sicurezza nazionale dell’Iran passa per
la stabilità, l’indipendenza, il progresso e lo sviluppo dell’Asia
centrale e del Caucaso». Questa
dichiarazione sicuramente tiene conto dei timori iraniani di non finire
accerchiati da paesi legati a doppio filo con i nemici Stati Uniti ed
Israele. A ben vedere, però, esprime anche una indicazione di politica
estera che andrebbe seguita da qualsiasi nazione refrattaria alle
macroaggregazioni geopolitiche ed aspirante all’indipendenza: sostenere
l’autonomia di altri paesi (anche se, in molti dei casi in questione,
guidati da oligarchie più o meno odiose) come mezzo per la propria
indipendenza. Quanto appena detto può allora essere la chiave
interpretativa per spiegare, ad esempio, i succitati (di fatto) sostegni
economici (e conseguentemente politici) al Tagikistan e al Turkmenistan.
- Iran / Caucaso / Asia
centrale. 16 maggio. Ovviamente, su questioni come il vicino
Nagorno-Karabakh l’Iran promuove una risoluzione del conflitto per
impedire che un suo rinfocolamento causi grossi spostamenti di
popolazione: basti pensare ai milioni di profughi afghani accolti nel
territorio iraniano. Ma in questo caso l’Iran, non essendo membro
dell’OCSE, è stato escluso dal giocare un ruolo nella risoluzione del
conflitto. Inoltre, la paura di un asse Stati Uniti-Turchia-Azerbaigian ha
portato l’Iran ad avvicinarsi ad Armenia, Grecia e soprattutto Russia.
Tale ultima intesa spiega l’astensione sulle questioni nazionali
dell’Abkhazia e dell’Ossezia meridionale, le cui legittime rivendicazioni
sono sostenute da Mosca in funzione anti-georgiana, ed il basso profilo
sulla Cecenia, verso cui comunque Teheran non sembra dimostrare molto
entusiasmo.
- Iran / Caucaso / Asia
centrale. 16 maggio. La politica iraniana in Asia centrale, poi, è
volta a conciliare la “sicurezza nazionale” sopra citata con gli interessi
locali di determinate aree interessate allo sviluppo delle relazioni
economiche e delle comunicazioni, e le cui domande la Repubblica islamica
non può ignorare. Dopo la caduta dell’URSS, l’Iran ha cercato di far
valere la sua posizione di Stato di transito in particolare per il
commercio tra l’Oceano indiano, l’Asia centrale e le repubbliche
caucasiche. Sono indubbiamente migliorati i trasporti ferroviari, stradali
ed aerei, e sono in corso progetti di costruzione di tunnel e di ponti per
migliorare il trasporto verso la Cina attraverso il Tagikistan e
l’Afghanistan. Anche se però, sul transito del petrolio e del gas, la
pressione esercitata dagli Stati Uniti per la costruzione della conduttura
Baku-Tbilisi-Ceyhan (BTC) ha rappresentato indubbiamente uno svantaggio
considerevole (non solo) per l’Iran.
- Italia
/ Iraq. 17 maggio. «Non
scappiamo», dice il ministro della Difesa
Martino a Nassiriya nell’ultimo giorno di governo. Ed è vero: è pronta
“Nuova Babilonia”, la missione «civile»
con un capo italiano, un vice statunitense e 600 soldati. Stefano
Chiarini de il manifesto
rivela che Antonio Martino, nella sua ultima
dichiarazione da ministro della Difesa, «ha ribadito il
progetto destinato a “coprire” con la nostra bandiera il protettorato USA
sulla Mesopotamia: riduzione da 2.600 a 1.600 uomini entro giugno e a fine
anno il passaggio da “Antica Babilonia” a “Nuova Babilonia” lasciando a
Nassiriya circa 600 uomini». Dovrebbero
rimanere in Iraq anche i militari italiani presenti presso il Comando
Britannico della divisione multinazionale zona sud-est e quelli presso il
comando Multinazionale delle Forze in Iraq a Baghdad: in tutto circa 166
uomini, oltre ai militari che operano presso il Centro di Addestramento a
Baghdad della NATO.
- Italia
/ Iraq. 17 maggio. Il ministro Martino è stato ieri molto
chiaro: «intendo ancora una volta rassicurare
le autorità irachene: noi non ce ne andiamo, non scappiamo, non ci
ritiriamo. Cambia solo la natura della missione: finora è stata
prevalentemente militare, dall’inizio dell’anno prossimo sarà
prevalentemente civile». In altri
termini, «un semplice cambiamento di pelle»,
commenta Chiarini. La nuova missione italiana ruoterà attorno ad una «micidiale
miscela di “civile e militare” facente capo al Team di Ricostruzione
Provinciale (PRT) di Nassiriya,
costruito sul modello degli analoghi organismi messi in piedi in
Afghanistan dalla NATO». Chiarini si
sofferma pure su questi PRT: «Non si tratta di
truppe lasciate a proteggere i “civili” ma piuttosto di uno strumento che
garantisce l’inserimento della struttura militare nell’area di operazioni
cercando di darle legittimità e di ridurre al minimo gli attriti con la
popolazione e la società locale. È una struttura mista con componenti
civili e militari ma all’interno di un progetto che è sempre quello
dell’occupazione militare a guida USA e del sostegno ai governi e ai
governatori fantoccio locali i quali, senza le forze occupanti, non
potrebbero più continuare nei loro traffici illeciti, se non nei loro
crimini».
- Italia
/ Iraq. 17 maggio. Charini rileva la fretta con la quale il
governo di centrodestra uscente e gli alti comandi dell’esercito hanno
proceduto, prima della formazione del governo Prodi, a creare
l’infrastruttura della nuova missione. «Il
Team provinciale per la ricostruzione di Nassiriya comincerà ad operare ai
primi di giugno e sarà pienamente operativo già a metà del mese prossimo.
A capo della nuova struttura ci sarà un funzionario del ministero degli
esteri italiano con due vice, un ufficiale italiano e un “civile”
statunitense. Come sarà possibile portare avanti questo lavoro, visti i
fallimenti precedenti e per più in una situazione ancora più deteriorata
sotto il profilo della sicurezza e con una componente militare ridotta a
soli 600 uomini non è dato sapere. L’unica certezza è che si metteranno a
repentaglio inutilmente le vite di tanti nostri concittadini civili e
militari».
- Sudan. 17 maggio. Il Consiglio
di Sicurezza dell’ONU ha varato ieri una risoluzione, presentata dagli
Stati Uniti, che prevede un calendario accelerato per la mobilitazione di
caschi blu nel Darfur. Il documento dà al Sudan una settimana di tempo per
far entrare esperti militari ONU nella regione per pianificare il
dispiegamento dei soldati delle Nazioni Unite entro quest’anno. La
risoluzione non specifica le conseguenze se il Sudan non rispetterà i
tempi. Il documento chiede la stretta osservanza dell’accordo di pace
firmato il 5 maggio scorso e stabilisce che il segretario generale Kofi
Annan faccia dettagliate raccomandazioni sulla dimensione della forza (che
sostituirebbe le truppe dell’Unione Africana), il suo mandato e la sua
composizione entro una settimana dal ritorno della missione.
- Sudan. 17 maggio.
L’Unione Africana ha dato a due gruppi ribelli del Darfur –la regione del
Sudan occidentale teatro di una guerra che ha causato decine di migliaia
di morti– altre due settimane di tempo per firmare l’accordo di pace. Dopo
lunghi e difficili colloqui di pace in Nigeria, il 5 maggio scorso solo
una –per quanto la più importante– delle tre fazioni ribelli del Darfur ha
firmato un accordo con il governo di Khartoum per porre fine ai
combattimenti.
- Iran. 17 maggio. «Iran,
no all’uso della forza». Cina e Russia frenano gli USA, non
appoggiando alcuna risoluzione ONU che apra la porta a interventi militari
contro l’Iran. Sono stati i ministri degli esteri dei due Paesi a
ufficializzare questa posizione, durante una conferenza stampa a Pechino.
Entrambi hanno peraltro rinnovato il loro sostegno all’iniziativa degli
UE3 (Francia, Gran Bretagna e Germania) per una soluzione pacifica del
contenzioso nucleare iraniano. Non è chiaro a questo punto cosa succederà
della risoluzione che gli USA avevano preparato due settimane fa e che
speravano di vedere prontamente approvata. Nel testo si faceva chiaro
riferimento al “capitolo VII” dello Statuto dell’ONU, lo stesso citato
nella risoluzione 1441 del 2002 contro l’Iraq, e che fu la base dell’aggressione
del marzo 2003.
- Russia /
Inguscezia.
17 maggio. Un
vice ministro degli interni è stato ucciso da un’autobomba esplosa al passaggio della
sua vettura.
Non è riuscito a salvarlo neppure la
blindatura. Con Dzhabrail Kostoiev sono morti l’autista, una guardia del corpo ed altre quattro persone.
- Russia
/ Cecenia. 17 maggio.
Quattro soldati russi sono stati uccisi stamani in Cecenia dopo
che il loro mezzo è stato attaccato da un gruppo di guerriglieri indipendentisti
vicino al villaggio di Nikikhit nella provincia meridionale di Kurcialoi.
Altri quattro militari sono rimasti feriti
- Georgia. 17 maggio.
Iniziato il ritiro militare russo dalla repubblica caucasica di Georgia.
Il primo convoglio ferroviario con blindati russi ritirati dalla Georgia,
in adempimento degli accordi di evacuazione delle basi militari russe in
questo paese, è arrivato ieri nella repubblica del Daghestan. Il
convoglio, che trasporta sette carri da combattimento T-72, otto blindati
leggeri e quattro veicoli di telecomunicazioni, è uscito lunedì dalla base
georgiana di Alalkalaki. Lo seguiranno altri 21 convogli con oltre 300
unità di blindati e armamento pesante per chiudere la base nel 2007. Nel
2008 chiuderanno la base di Batumi e la sede dello Stato Maggiore russo a
Tblisi.
- Nepal. 17 maggio. La
liberazione dei prigionieri maoisti è condizionante per il dialogo, così
come la localizzazione degli scomparsi. Lo ha detto il massimo dirigente
della guerriglia maoista, Pushpa Kamal Dahal, Prachanda, che ha chiesto la
messa in libertà dei 1.400 guerriglieri prigionieri e che si renda
pubblica la localizzazione degli ‘scomparsi’. Si tratta di 1.600
simpatizzanti della guerriglia di cui non si ha più traccia in questi
dieci anni di guerra.
- USA / Somalia. 17 maggio. Gli Stati Uniti finanziano i
“signori della Guerra” in Somalia. Il Washington Post ha scritto
che gli USA finanziano in segreto i signori della guerra somali riuniti in
un’Alleanza che si contrappone ai combattenti islamici in una furiosa
guerra per il controllo della capitale Mogadiscio, che ha già provocato
centinaia di morti. «Il governo statunitense ha finanziato i signori
della guerra nella recente battaglia di Mogadiscio, non ci sono dubbi a
riguardo», ha dichiarato il portavoce del governo somalo
Abdirahman Dinari ai giornalisti per telefono da Baidoa. «Questa
cooperazione... porterà soltanto ad una guerra civile», ha aggiunto. Il quotidiano USA fa parlare analisti
esperti in questioni africane. Il portavoce del dipartimento di stato Sean
Mc Comack ha di recente sottolineato come gli USA lavorino «insieme ad
alcuni individui nella lotta al terrorismo nel Corno d’Africa».
- Cuba / Iran. 17 maggio.
Rinsaldare i rapporti bilaterali ed intensificare le relazioni con Venezuela
e Bolivia per opporsi alla politica degli Stati Uniti. Questa l’intenzione
ribadita in un colloquio telefonico tra il presidente iraniano Ahmadinejad
e quello cubano Fidel Castro. Ahmadinejad, scrive l’agenzia iraniana Irna,
«ha elogiato le posizioni di Cuba contro l’imperialismo internazionale
e la sua difesa dei diritti del popolo iraniano».
- Bolivia / Spagna. 17 maggio.
Nazionalizzazione del petrolio boliviano: protesta il governo spagnolo,
che ha definito «inaccettabile»
la decisione di La Paz di confiscare senza indennizzo le azioni di tre imprese
petrolifere che il Banco Bilbao Vizcaya Argentaria (Bbva) amministra attraverso
un fondo pensioni. Il decreto firmato dal vicepresidente García Linera impone
infatti alle amministrazioni dei Fondi pensione “Futuro della Bolivia” (di
proprietà della compagnia assicuratrice svizzera Zurich) e “Previsión Bbva”
di trasferire gratuitamente, in un termine massimo di quattro giorni, le
azioni delle compagnie petrolifere locali Chaco, Andina e Transredes alla
Yacimientos Petrolíferos Fiscales Bolivianos. «Non
c’è niente da indennizzare. Non stiamo espropriando nessuno, stiamo solo
recuperando quello che spetta al popolo boliviano», aveva detto Evo Morales
nel corso del suo giro europeo. A Strasburgo Morales aveva tenuto un
discorso nell’aula del Parlamento Europeo, ribadendo il diritto della Bolivia
a sfruttare le sue risorse per non essere più «uno
Stato mendicante».
Con il trapasso di azioni, YPFB controllerà tra il 34 ed il 48% di Transredes,
Chaco e Andina.
- Bolivia / Spagna. 17 maggio.
Come rileva il sito internet selvas.org, in seguito alla “generosa” legge
dell’ex presidente Gonzalo Sánchez, in Bolivia hanno operato diverse
multinazionali: la compagnia privata spagnola Repsol, la statale
brasiliana Petrobras, la British Gas, la francese Total, la Exxon,
l’anglostatunitense British Petroleum-Amoco, la statunitense (con
azionisti boliviani) Pan American, la statunitense Vintage, l’argentina
Plus Petrol (associata con Repsol), l’anglolandese Shell. La
privatizzazione condotta da Gonzalo Sanchez nel 1996 concesse l’amministrazione
di tutti i campi petroliferi, piattaforme o condotti della YPFB
(Yacimentos Petroliferos Fiscales Bolivianos, l’ente petrolifero statale
di Bolivia) alle seguenti aziende di nuova formazione: la Chaco,
controllata dall’anglostatunitense BP Amoco; l’Andina, controllata dalla
Repsol la Transredes, controllata dall’anglolandese Shell. Selvas.org
rilevava che «i
tributi di Chaco e Andina assommano a 570.7 miliardi di dollari, quando le
semplici riserve certificate di gas e petrolio dei campi dell’YPFB hanno
un valore di 14.000 miliardi di dollari! La somma che “sborsa” Transredes
per impossessarsi di tutta la rete di condotti, inclusi l’oleodotto per
l’esportazione fino ad Arica-Cile e il gasdotto per l’esportazione in
Argentina, è la stessa cifra che Transredes guadagna in un solo anno di
lavoro».
Questo per dare un po’ l’idea dei furti coloniali subiti dalla Bolivia
sotto l’operato dei «governi
corrotti di Jaime Paz (1989 - 1993), passando per Gonzalo Sachez,
Hugo Banzer, Jorge Quiroga, di nuovo Gonzalo Sanchez e Carlos Mesa, che
hanno gareggiato tra loro per vedere chi riusciva a fare meglio gli
interessi delle multinazionali».
- Bolivia. 17 maggio.
Indigeni ieri, a Madrid, esigono indennizzo alla Repsol. Autorità
dell’Assemblea del Popolo Guaranì di Itika Guasu, dipartimento di Tarija,
esigono dalla multinazionale spagnola Repsol il pagamento di 42 milioni di
dollari (32,7 miioni di euro) per i danni medioambientali, culturali,
sociali ed economici causati dalla compagnia petrolifera durante gli ultimi
dieci anni in territorio guaranì, dove si trova la riserva di gas più
importante della Bolivia, Campo Margarita.
- Bolivia. 17 maggio. Milioni di ettari di terra fiscale per indigeni
e contadini. Il governo ha disposto oggi l’eliminazione dei latifondi «oziosi»,
nel quadro del programma, presentato ieri, di seconda riforma agraria del
paese. Il piano, reso pubblico nella città centrale di Cochabamba, è un
insieme di misure urgenti che si concerteranno con gli imprenditori
agricoli dal prossimo mercoledì, ma che possono essere radicalizzate nella
prossima Assemblea Costituente. Il programma prevede la distribuzione
immediata tra i 2 ed i 4,5 milioni di ettari di terre fiscali. Lo Stato
acquisisce inoltre i latifondi improduttivi accumulati principalmente a
Santa Cruz, est del paese. L’analista Miguel Urioste, della Fondazione
Terra, un centro specializzato in tema, ha definito il piano come un «salto
qualitativo per approfondire la distribuzione delle terre nel paese» e
farla finita con il «latifondo coperto». La prima riforma agraria
(1953, sotto il presidente Víctor Paz Estenssoro) produsse una
distribuzione diseguale: circa 40mila imprese acquisirono 36 milioni di
ettari, 500mila contadini appena 12 milioni. Secondo il sovrintendente
forestale, José Martínez, non ci sono problemi di terre in Bolivia, dato
che il paese ha 1,1 milioni di km2 per nove milioni di
abitanti, la metà dei quali vive in quattro città.
- USA / Siria. 17 maggio. Damasco
prova a levarsi dal mirino di Washington offrendo il proprio petrolio. Da
una parte, gli USA non cessano di minacciare verbalmente la Siria di nuove
sanzioni per il suo «recalcitrante comportamento» verso la
questione irachena, libanese e palestinese. Dall’altra, compagnie USA
tornano a operare nel settore energetico proprio in Siria. Lo scorso 9
maggio, il quotidiano di Damasco Tishrin pubblicava la notizia di
un nuovo accordo tra le autorità siriane e una compagnia petrolifera USA,
la Marathon Oil Company di Houston, per lo sviluppo di due giacimenti di
gas e petrolio nel centro della Siria per i prossimi 25 anni. Il
finanziamento dello sviluppo dei giacimenti da parte della Marathon Oil
Company comprende anche l’addestramento di tecnici siriani. Le sanzioni
applicate da Washington nei confronti della Siria, iscritta dal 1986 nella
lista di Paesi che sostengono il “terrorismo”, non impedisce investimenti
di questo genere, ma solo l’esportazione di componenti tecnologiche. Come
riporta l’agenzia di stampa siriana Sana, sono già tre le compagnie
statunitensi che hanno stipulato contratti nel settore delle risorse
energetiche (Ipr, la Devon Energy e la Gulfsands Petroleum).
- USA. 17 maggio.
Vjaceslav Nikonov, presidente del fondo “Politika”, vede gli Stati Uniti,
nonostante la loro incontrastata supremazia, perdere influenza in campo
internazionale. Ad esempio in campo energetico. «Le corporazioni
multinazionali americane sono abituate a sfruttare qualsiasi economia
nazionale, venire, estrarre il petrolio e trasferirlo sul mercato
internazionale. Improvvisamente capita che in Russia alcuni settori
vengano dichiarati strategici, e che i capitali stranieri non possano
andare ovunque. Sullo sfondo di ciò che sta succedendo oggi nel mondo,
quando in Bolivia nazionalizzano le attività petrolifere, il Venezuela
caccia via gli americani, in Nigeria non si sa cosa sta succedendo, in
Iran, in questo momento una delle più forti potenze petrolifere, sorgono
problemi, è naturale che la questione del controllo delle risorse
energetiche balzi al primo piano per gli americani». Per Nikonov, gli
USA «stanno perdendo il controllo dei flussi energetici mondiali. E
allora la Russia, che è la prima al mondo nell’estrazione del gas, la
seconda in quella del petrolio, naturalmente si trasforma in oggetto di
accresciuto interesse».
- USA / Russia. 17 maggio.
Per Nikonov, il fatto che la Russia, dopo la caduta dell’impero sovietico,
stia provando a riprendere le posizioni perdute e dichiari di avere
interessi nell’area, «non può certo piacere agli Stati Uniti, che si
erano abituati a non incontrare ostacoli sulla strada della realizzazione
dei propri progetti di politica estera». Un obiettivo strategico di
Washington è sicuramente «la “pulizia” di tutto lo spazio
post-sovietico, vale a dire di tutti gli stati della CSI, e di conseguenza
la loro incorporazione nella sfera di influenza occidentale, la
collocazione al potere di propri uomini, di propri quadri, la sostituzione
dell’elite locale con l’elite occidentale, eccetera». Un progetto che
non mancherà di rivelarsi spinoso. «Gli americani si sono convinti di
essere riusciti con relativa facilità ad assumere il controllo della
situazione in Ucraina, in Georgia, dove invece, in generale, da parte
della popolazione non si sono mai nutriti seri sentimenti antirussi, e non
si è mai manifestata l’aspirazione ad entrare nella NATO. Ma dove sono
stati portati al potere quei gruppi di elite, che si sono arresi alle
rivendicazioni della NATO ed hanno assunto una dura posizione antirussa».
- USA / Cina / Russia / Iran.
17 maggio. Irritazione al Dipartimento di Stato USA per la
partecipazione di Ahmadinejad al fianco di Putin e Hu Jintao: un ulteriore
segnale che Pechino e Mosca non cederanno a pressioni tese ad ottenere la
rinuncia iraniana all’atomo. Da qui una formale richiesta di spiegazioni
che Washington ha recapitato a Mosca e Pechino. Le risposte non si sono
fatte attendere. «La partecipazione di Ahmadinejad al summit di
Shanghai si basa sulle norme che regolano la SCO», ha risposto il
ministro degli Esteri, Sergei Lavrov poco prima che da Pechino il
portavoce Liu Jianchao aggiungesse: «Rispettiamo la decisione dell’Iran
e diamo il benvenuto al summit al presidente Ahmadinejad».
- USA / Russia / Iran. 17
maggio. Nelle stesse ore in cui l’invito a Shanghai creava frizioni
russo-statunitensi, il Cremlino recapitava alla Casa Bianca un’agenda del
summit del G-8 di inizio luglio a San Pietrogurgo. I temi scelti sono tre:
educazione, sicurezza energetica e lotta alle epidemie. Ciò comporta che
se Bush e gli altri capi di Stato vorranno discutere di Iran e lotta alla proliferazione
nucleare, dovranno farlo durante cene e pranzi di lavoro. Uno sgambetto
diplomatico che conferma le divergenze fra Putin e Bush nella crisi
iraniana, e che non mancherà di inasprire le relazioni USA-Russia.
- Euskal Herria. 18 maggio.
«Non si può aspettare un giorno di più per superare l’apartheid e
creare condizioni democratiche per iniziare un processo di risoluzione. La
soluzione deve trovarsi prima di nuove elezioni». Così il dirigente
della sinistra abertzale (patriottica, ndr) Pernando Barrena, chiede di
farla finita con l’illegalizzazione sancita da Madrid contro il partito
indipendentista Batasuna. La legalizzazione è «una necessità perentoria»
per il PSOE, il partito di Zapatero al governo. Il 25 maggio è il terzo
anniversario delle elezioni municipali e forali che videro eletti di oltre
200 piattaforme elettorali poi illegalizzate. I loro seggi sono ora
appannaggio di eletti di altri partiti.
- Israele. 18 maggio. «Una
nube scura si sta addensando come una metastasi sul Medio Oriente». Così
l’ambasciatore israeliano all’ONU, Dan Gillerman, commenta la convergenza
di azioni e dichiarazioni dei leader della Siria e del governo palestinese
di Hamas di appoggio al programma nucleare iraniano.
- USA. 18 maggio. A
Falluja gli USA hanno testato nuove armi di distruzione di massa a
microonde. Lo afferma il generale Fernando Termentini su Pagine di
Difesa. Termentini prende le mosse da una notizia flash dell’odierno
giornale radio delle 07,30: «Negli Stati Uniti sono stati messi a punto
nuovi sistemi d’arma per (…) fronteggiare le folle senza uccidere.
Viene utilizzato un raggio molto simile per natura fisica a quello
prodotto da un forno a microonde (…) Il raggio quando colpisce provoca una
leggera sensazione di ustione. Se se ne aumenta la potenza può anche
incendiare l’obiettivo. Sembra che armi del genere siano state utilizzate
per la prima volta a Falluja in Iraq, seppure in forma prototipica durante
le battaglie sviluppate nel tempo».
- USA. 18 maggio. Per
Termentini, la notizia ha richiamato alla memoria il servizio girato da
Sigfrido Ranucci di Rai News 24 sul bombardamento di Falluja. In
quell’occasione, si è sempre parlato di un possibile impiego di
munizionamento altamente incendiario caricato al fosforo bianco.
Termentini non concorda con questa ipotesi. Le immagini di Ranucci
riprendevano corpi «completamente disidratati e bruciati, almeno in
superficie. Gli indumenti erano però intatti, a parte qualche piccola
bruciatura e modesti danni. I muri delle stanze che li ospitavano
pressoché integre»: tutto ciò, sostiene Termentini, non può avvenire
sparando gocce incandescenti di fosforo bianco, che non può disidratare i
tessuti organici senza combustione degli indumenti o nell’ambiente
circostanze. E allora? La notizia del giornale radio può chiarire il
mistero. Una sostanza organica ad alto contenuto di liquidi (come la
carne), messo in un forno a microonde si cuoce per disidratazione. «Quanto
maggiore è il tempo di esposizione tanto più grande è l’effetto di
combustione, fino ad arrivare alla totale carbonizzazione del “volume
organico”, che comunque mantiene la sua forma originale. L’involucro non
viene distrutto e rimane pressoché intatto». Dunque, si domanda
Termentini, e se a Falluja non fossero proprio «state utilizzate le
nuove armi a microonde, ancora non perfettamente “tarate”? Potrebbe essere
un’ipotesi realistica».
- USA / Ecuador. 18 maggio.
«In questo momento non sono previsti ulteriori incontri sul Trattato di
Libero Commercio (TLC) con l’Ecuador». Così Washington, tramite il
portavoce del rappresentante commerciale dell’amministrazione USA, fa
sapere che il negoziato per il TLC è sospeso: una chiara ritorsione per la
decisione del governo di Quito di rescindere il contratto con la compagnia
statunitense Occidental Petroleum Corp. (Oxy). A 24 ore dall’annuncio del
governo di Quito della revoca della concessione di sfruttamento alla Oxy,
accusata di mancata osservanza delle leggi nazionali, era stato accolto
con favore dal movimento indigeno. La Oxy dovrà lasciare le aree
amazzoniche in cui ha operato dal 1990, estraendo 110.000 barili di
greggio al giorno nell’Amazzonia ecuadoriana. Il suo sfruttamento delle
risorse energetiche dell’Ecuador ha suscitato proteste di gruppi indigeni.
Quito ha annullato l’accordo poiché l’impresa statunitense aveva venduto «illegalmente»
il 40% delle sue concessioni a una società canadese che a sua volta era
proprietà di un consorzio petrolifero cinese, senza avvertire
preventivamente Petroecuador, la holding petrolifera di Stato. In Ecuador
la revoca della concessione di sfruttamento alla Oxy, accusata di mancata
osservanza delle leggi nazionali, è stata accolta con favore dal movimento
indigeno.
- USA / Ecuador. 18 maggio.
Il provvedimento del governo ecuadoregno rappresenta una battuta d’arresto
nella strategia adottata dagli USA dopo il vertice delle Americhe di Mar
del Plata del novembre scorso, in cui il progetto di un accordo di libero
commercio generale dell’emisfero occidentale era naufragato. In quella
occasione l’opposizione brasiliana alla firma del Trattato aveva
comportato il fallimento del progetto di un accordo esteso dall’Alaska
alla Terra del Fuoco lanciato da George Bush senior all’inizio degli
anni ’90. Svanita tale possibilità, l’amministrazione Bush aveva deciso di
perseguire una strategia diversa: al posto di un irrealizzabile trattato
commerciale generale, i negoziatori statunitensi hanno preferito optare
per accordi di libero commercio bilaterali o al massimo regionali, come è
il caso del Cafta, l’accordo stipulato nell’estate 2005 con i Paesi
centro-americani. Dopo aver ottenuto l’assenso della Colombia e del Perù
alla stipula di trattati commerciali bilaterali, gli Stati Uniti
sembravano in grado di ottenere un risultato analogo con l’Ecuador, ma la
decisione di Palacio ha rimesso in gioco una strategia a cui non sono
certamente estranei obiettivi di divisione del fronte latino-americano:
dopo le recenti vittorie di candidati di sinistra in vari Paesi del
subcontinente, l’amministrazione Bush è stata accusata da più parti di «aver
perso l’America Latina».
- USA / Venezuela. 18 maggio.
Oltre alla stipula di accordi commerciali bilaterali, gli USA provano
nell’area da un lato ad isolare Hugo Chavez, dall’altro a cercare di
migliorare i rapporti con Stati come il Cile di Michelle Bachelet o il
Brasile di Lula da Silva, che seppur guidati da esponenti di sinistra sono
considerati piuttosto “moderati”. Riguardo Chavez, se da un lato il
dipartimento di Stato ha deciso di inserire il Venezuela tra gli Stati
accusati di non collaborare nella “lotta al terrorismo” ed in aprile, al
largo del Venezuela, si sono tenute esercitazioni navali statunitensi in
grande stile, il contrasto tra Washington e Caracas rimane finora
confinato ad una “guerra di parole”. Da un lato ci sono le forniture
petrolifere di Caracas agli USA, dall’altro l’impantanamento in Iraq ed
Afghanistan e la tensione con l’Iran non consentono a Washington di
forzare la mano e rischiare uno scontro aperto con Chavez.
- Venezuela. 18 maggio. Da
parte sua, Chavez non ha rinunciato alla “Alternativa Bolivariana”. Il suo
progetto di integrazione latino-americana separata da ogni influenza
statunitense cui, dopo Fidel Castro, ha aderito anche la Bolivia di Evo
Morales, appare incontrare però difficoltà inattese. Dopo la firma degli
accordi di libero commercio firmati da Washington con Colombia e Perù, il
presidente venezuelano ha annunciato l’uscita del suo paese sia dal Can
(Comunità commerciale andina, che oltre al Venezuela annovera Bolivia,
Ecuador, Colombia e Perù), sia dal G-3, un altro blocco commerciale di cui
il Venezuela era elemento essenziale insieme con Messico e Colombia.
Secondo Chavez, gli accordi tra Lima, Bogotà e Washington hanno reso
superati agli occhi di Caracas tali strutture di integrazione economica.
Allo stesso tempo, Chavez ha accelerato le procedure per l’ingresso del
Venezuela nel Mercosur, il mercato comune di cui fanno parte Brasile,
Argentina, Paraguay e Uruguay, sostenendo la necessità di una riforma di
questa istituzione per evitare che possa fare la stessa fine della Can.
- Venezuela. 18 maggio. Tali
progetti di “grandi spazi geopolitici” presentano però problematiche. Nato
alla metà degli anni ’90 con la partecipazione dei due maggiori Paesi del
subcontinente (Brasile e Argentina), il Mercosur sta conoscendo un indebolimento
a causa dei contrasti tra Argentina e Uruguay per la costruzione da parte
del governo di questo ultimo di cartiere ai confini con lo Stato
argentino, accusate di inquinare le acque confinanti tra le due nazioni.
Per alcuni analisti, la cosiddetta “guerra della carta” è una spia dei
difficili rapporti tra i due membri maggiori (Brasile e Argentina) e
quelli più piccoli (Paraguay e Uruguay): quest’ultimi accusano i governi
dei due giganti di non fare abbastanza per tutelare i loro interessi. Qualche
settimana fa il presidente uruguaiano Tabare Vasquez, pure lui “di
sinistra”, ha definito il Mercosur poco utile agli interessi del suo
Paese.
- Venezuela. 18 maggio. L’iniziativa
di Chavez per abbreviare i tempi di ingresso effettivi del suo Paese nel
Mercosur vorrebbe sia rivitalizzare l’istituzione sia farne il primo
nucleo della unificazione economica del Sudamerica. A questo scopo appare
altrettanto importante il progetto, rilanciato da Chavez in un vertice
tenutosi ad Asuncion alla fine di aprile, di un gasdotto in grado di
trasportare il gas dai maggiori Paesi produttori (Bolivia e Venezuela)
fino al resto del continente. Per il presidente venezuelano,
l’integrazione energetica degli Stati latino-americani dovrebbe essere il
primo passo verso l’integrazione economica e politica del subcontinente.
Non solo, la stessa nazionalizzazione delle risorse energetiche, decisa da
Morales in Bolivia il 1° maggio scorso, dovrebbe essere un passaggio
fondamentale verso la realizzazione di questo principio. Come ribadito al
presidente Lula da Silva e a quello argentino Kirchner, nell’incontro di
Puerto Iguazu, seguito alla nazionalizzazione di Evo Morales, solo la
riappropriazione delle risorse energetiche da parte delle nazioni di
origine permetterà di realizzare prima l’integrazione energetica e poi
economica del Sudamerica.
- Brasile. 18 maggio. Nel
corso del vertice di Puerto Iguazu sia Lula sia Kirchner si sono detti
d’accordo con le parole di Chavez, ma Lula ha espresso anche il suo
disappunto. Il gigante latino-americano è il maggiore consumatore del gas
boliviano. Petrobras, la compagnia di Stato, vanta i maggiori investimenti
della regione in Bolivia e, a seguito della nazionalizzazione, il Brasile
sarà costretto a pagare prezzi più alti del 60% per cento per continuare
ad avere il gas boliviano. Un colpo non di poco conto per un Paese ora in
grado di produrre energia nucleare e che ha fatto della ricerca della
autonomia energetica dall’esterno una delle massime priorità della sua
agenda politica. Pur dicendosi d’accordo con le idee di Chavez esposte a
Puerto Iguazu, Lula ha espresso il suo disagio verso la mossa di Morales.
In quella occasione il presidente brasiliano è arrivato a dire che la
nazionalizzazione boliviana potrebbe pregiudicare non solo il progetto del
gasdotto del sud, ma anche la stessa integrazione latino-americana. Parole
che si spiegano sia con considerazioni di natura elettorale (le
presidenziali ad ottobre) ma anche con le prospettive politiche altre di
Lula rispetto a Chavez.
- Brasile. 18 maggio. Entrambi
i presidenti mirano a che il continente latino-americano abbia maggiore
voce in capitolo nelle scelte mondiali. Ma Lula vorrebbe fondare il
progetto di integrazione sull’asse Brasilia-Buenos Aires, e da qui
contrattare da una maggiore posizione di forza con gli Stati Uniti. A
differenza del Venezuela, ad esempio, il mercato agricolo statunitense è
particolarmente importante per le oligarchie brasiliane. Il contrasto del
novembre 2005 sull’accordo di libero commercio non deve essere attribuito
a una contrarietà assoluta del Brasile alla logica commerciale
statunitense, ma alla mancata volontà di Washington di ridurre le
sovvenzioni agli agricoltori statunitensi con la conseguenza di innescare
un processo di concorrenza sleale verso le produzioni agricole brasiliane.
Del resto, le recenti incomprensioni tra America Latina e Unione Europea
al vertice di Vienna del 11 maggio si fondano sulle stesse ragioni dei
contrasti tra Brasile e Stati Uniti: anche le nazioni europee, così come
Washington, non hanno voluto concedere alcuna riduzione dei sussidi al
settore agricolo, causando il fallimento del summit UE-America Latina.
- Venezuela. 18 maggio. Le
difficoltà di Chavez non si limitano solo a una divergenza di metodo con
il Brasile per il comune obiettivo dell’integrazione latino-americana, che
potrebbe ritorcersi contro Caracas, ma si estendono ai rapporti con gli
altri Paesi della regione. Negli ultimi mesi il presidente venezuelano ha
voluto sostenere in vari modi quei candidati alle elezioni più vicini alle
sue posizioni come Ollanta Humala in Perù e Manuel Lopez Obrador in
Messico, ma il risultato è stato molto diverso da quello che lo stesso
Chavez avrebbe voluto. Il governo peruviano lo ha accusato di indebite
ingerenze negli affari interni, e secondo alcuni sondaggi il 60% dei
peruviani non vede di buon occhio le sue iniziative. Non solo, il sostegno
espresso nei confronti di Humala, invece che favorirlo ne ha ridotto le
chance di vittoria, così come è accaduto con Obrador in Messico. Il fascino
di Chavez sulle masse latino-americane resta, ma diminuisce la sua presa
sui governi della regione, indebolendo il suo intento di seguire le orme
di Bolivar nel federare l’America Latina.
- Euskal Herria. 19 maggio. Grande-Marlaska
cita come imputati otto mahaikides per aver presentato in conferenza
stampa la nuova Mesa Nacional (il direttivo di Batasuna). Si tratta di
Arnaldo Otegi, Pernando Barrena, Joseba Permach, Joseba Alvarez, Karmelo
Landa, Rufi Etxeberria, Jon Gorrotxategi e Juan Kruz Aldasoro, chiamati a
comparire il 30 e 31 maggio. Il procuratore dell’Audiencia Nacional
spagnola, Juan Moral, ha sollecitato il giudice Fernando Grande-Marlaska a
citare gli otto membri di Batasuna come imputati del reato di «integrazione
in organizzazione terrorista» relazionata alla presentazione, lo
scorso 24 marzo, nell’hotel Tres Reyes di Iruñea, della nuova Mesa
Nacional di Batasuna. Secondo la procura sarebbero incorsi in «una
reiterazione delittuosa per aver contravvenuto all’atto di sospensione per
due anni di qualunque attività di Batasuna» nella causa aperta contro
le herriko tabernas (osterie basche) accusate di essere parte della
struttura finanziaria di ETA. Nel suo scritto, il procuratore
afferma che la sospensione delle attività di Batasuna impedisce ai
suoi membri di realizzare qualunque tipo di manifestazione a nome di
questa formazione.
- Euskal Herria. 19 maggio.
Batasuna avverte che il processo di dialogo per una soluzione politica al
conflitto attraversa «un momento di estrema gravità». Arnaldo Otegi
è comparso oggi, insieme agli altri sette mahaikides chiamati a comparire
dal giudice della Audiencia Nacional spagnola, Fernando Grande-Marlaska.
In conferenza stampa, Otegi ha ricordato che la sinistra abertzale non può
costruire da sola un processo di risoluzione del conflitto. Batasuna
ritiene che «se non cessano le aggressioni le cose saranno molto più
difficili, prenderanno una brutta piega e costerà molto, poi, rimettere il
processo in marcia». Il dirigente abertzale ha quindi aggiunto che è «compito
e responsabilità del governo spagnolo impedire che queste cose succedano»
ed ha ribadito che continua ad esistere una «possibilità reale di
risoluzione del conflitto».
- Francia. 19 maggio. La
UMP fa ostruzione al dibattito sul genocidio armeno. La maggioranza del
partito di destra sta ponendo ostacoli al passaggio di una proposta di
legge, promossa dal Partito Socialista, perché sia considerato reato il
negazionismo del genocidio armeno perpetrato dalla Turchia. La sua
strategia, con la quale trattava di evitare la possibilità che deputati
del suo gruppo facessero causa comune con l’opposizione, ha avuto succeso
ed ha eluso una questione scomoda, quella del massacro degli armeni, che
le autorità turche rifiutano di riconoscere.
- Israele / Cina. 19 maggio.
Israele protesta per l’invito della Cina a un ministro di Hamas. Il
ministero degli Esteri israeliano ha chiamato ieri l’ambasciatore cinese
per protestare ufficialmente per l’invito del governo cinese al ministro
degli Esteri dell’Autorità Nazionale Palestinese, il dirigente di Hamas
Mahmoud Zahar, per assistere ad una conferenza sulle relazioni tra Cina ed
il mondo arabo che si celebrerà nella capitale, Pechino.
- Afghanistan. 19 maggio.
Il paese stretto tra l’Iran ed il Pakistan ricomincia a far parlare di sé
per gli attentati contro le truppe d’occupazione. Attualmente nel paese
operano dal 2001 le missioni militari “Enduring Freedom”, sotto il comando
e con truppe statunitensi, impegnata in operazioni di controguerriglia per
impedire la rinascita del movimento talebano, e l’International Security
Assistance Force (ISAF), sotto il comando “Allied Rapid Reaction Corps”
della NATO, ufficialmente con il compito di ricostruire un sistema di
governo a Kabul. Proprio in questi giorni il generale Tedesco Götz Gliemeroth
ne è diventato il comandante, subentrando al generale Mauro Del Vecchio.
Le due operazioni si appoggiano l’una all’altra e probabilmente vi sono
delle fasce di sovrapposizione nel campo dell’intelligence, della
sicurezza delle basi logistiche, delle basi aeree e degli itinerari. Nel
corso dell’anno i piani della NATO prevedono un’espansione di ISAF nelle
province meridionali dell’Afghanistan, dove appunto operano le truppe di
“Enduring Freedom”, ed un incremento delle unità operative in funzione “antiguerriglia”
che saranno affidate ai rinforzi che il contingente inglese riceverà a
scaglioni nei prossimi mesi.
- Afghanistan. 19 maggio.
Dal punto di vista operativo, si possono distinguere tre aree nel paese.
1) Tutto il territorio a nord-est e nord-ovest di Kabul, dominato dai
cosiddetti “Signori della Guerra”, che da un lato appoggiano l’attuale
presidente Karzai, dall’altro cercano di tenere lontano il potere centrale
nelle loro zone dove il traffico di armi ed oppio consentono ai potentati
locali di vivere e prosperare, utilizzando comunque la potenza militare di
NATO & co. per mantenere lontano un eventuale ritorno talebano.
2) La fascia centrale del paese tra Kabul ed Herat, dove la missione ISAF
ha esteso gradualmente le sue capacità operative. 3) I territori
meridionali delle province di Uruzgan, Kandahar e di Helmand,
sostanzialmente controllato dai talebani.
- Afghanistan. 19 maggio.
Uruzgan e Kandahar sono province costituite da un terreno per la maggior
parte montuoso, tra i 2000 e i 3000 metri di quota, ai confini con le
province pakistane del Nord Waziristan e del Sud Waziristan, aree
tradizionali di rifugio dei talebani, da cui partono e a cui ritornano
dopo le incursioni nelle cittadine e villaggi dei distretti di Ghazni,
Zabul, Paktika, Panjwai. Gli attacchi in Uruzgan, Kandahar e di Helmand,
dove i talebani ricevono appoggi e aiuti dalla popolazione locale, si
possono assimilare ad azioni di guerriglia rurale condotte contro le
truppe USA di “Enduring Freedom”. Si accentuano però anche le azioni
condotte contro le unità di ISAF, particolarmente dal dicembre 2005, come
testimoniano quelle contro le unità italiane schierate a Herat e Kabul,
verificatisi in concomitanza con l’inizio e la fine della nostra campagna
elettorale. Alcuni osservatori, analizzando le caratteristiche delle
operazioni condotte contro “Enduring Freedom” e contro “ISAF”, ritengono
che mentre le azioni di guerriglia urbana sono autoctone, gli attentati
contro istallazioni e colonne militari, che hanno visto l’impiego di sofisticate
tecniche di esplosivi e radiocomandi largamente utilizzati in Iraq, sono
organizzate da nuclei iracheno-iraniani.
- Afghanistan / Italia. 19
maggio. L’Italia è molto attiva nel sostenere i piani USA nel paese.
Sono stati ad esempio inviati sei Amx del 132° stormo, con possibilità di
bombardamento o di supporto aereo ravvicinato. È molto probabile che ai
velivoli vengano abbinati alcuni distaccamenti operativi del 9° reggimento
Col Moschin e del 185° Rao (Ricognizione Acquisizione Obiettivi) della
brigata paracadutisti Folgore. Già nel 2003 la brigata Folgore aveva
partecipato in maniera molto attiva con le forze USA a operazioni di
controguerriglia ai confini montuosi tra Afghanistan e Pakistan. Ora, pur
rimanendo presenti in Afghanistan consistenti forze USA, saranno le truppe
britanniche, ben equipaggiate e addestrate, a condurre la campagna
antiguerriglia tra i deserti pietrosi e le montagne dell’Afghanistan
meridionale.
- Russia / Bielorussia. 19
maggio. Il primo ministro russo Mikhail Fradkov preme per l’unione
statale tra Russia e Bielorussia. Ad una riunione a Minsk del consiglio
interstatale Eurasec
(Eurasian Economic Community), Fradkov ha dichiarato che
qualsiasi ritardo mette in pericolo
la situazione ed ha esortato Minsk ad adempiere alla promessa di creare
una unione statale con la Russia, altrimenti la Bielorussia si può
scordare di ricevere gas naturale a prezzi di favore. Gazprom
intende più che duplicare il prezzo delle forniture di gas. A Minsk era
stato promesso un prezzo del gas molto più basso in cambio della creazione
dell’Unione statale con la Russia. Tuttavia, la Bielorussia non ha fatto
ancora alcune concessioni alla Russia. In particolare, Minsk teme che
l’Unione si ripercuoterà negativamente sul bilancio bielorusso, e chiede compensazioni
per bilioni di dollari per procedure con l’integrazione. Inoltre, Minsk
rifiuta di discutere le tasse sull’esportazione degli oli leggeri e la
transizione al rublo come valuta comune e non desidera abbassare i dazi
doganali.
- Russia / Eurasec. 19 maggio.
Situazione di stallo anche per lo sviluppo dell’Eurasec. Questi
annovera Russia, Bielorussia, Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan e dal
primo gennaio 2006 anche l’Uzbekistan. Uno degli ordini del giorno
dell’Eurasec è la formazione di un’unione doganale. Tuttavia sussistono
ancora diversi problemi bilaterali: si auspicava una unificazione delle
tariffe doganali per la fine del 2006, ma il processo va troppo per le
lunghe per concludersi entro la data stabilita.
- Nepal. 19 maggio. Il Parlamento taglia i poteri al re Gyanendra. La
guerriglia maoista e ampi settori di popolazione, protagonisti della
sollevazione popolare, esigono di più: l’abolizione della monarchia. La
decisione del parlamento stabilisce che il re potrebbe essere portato
davanti al tribunale in caso «agisca contro la legge». Le Forze
Armate, che perdono l’aggettivo di «reali», passano sotto il
controllo del Parlamento, che nominerà un comandante in capo. Il governo
ora ha la facoltà di eleggere il successore del re e converte il Nepal,
finora Regno hindù, in uno Stato secolare. Questo ridurrà ancor più i
poteri del monarca, autoproclamatosi sinora «rincarnazione del dio
Vishnu». La guerriglia maoista vuole inoltre che si faccia fronte alla
crescente interferenza straniera e si proceda alla ristrutturazione dello
Stato, anche in termini di autodeterminazione e autonomia regionale e
etnica. Chieste riforme agrarie rivoluzionarie e diritti fondamentali
all’istruzione, salute e lavoro.
- Sri Lanka. 19 maggio. Le
Tigri Tamil dello Sri Lanka potrebbero finire nella «lista nera della
UE delle organizzazioni del terrorismo internazionale». Lo rendono
noto fonti diplomatiche europee, ricordando che i Venticinque potrebbero
prendere la decisione nei prossimi giorni. L’eventuale decisione non ha
trovato conferma ufficiale. Secondo le fonti, gli Stati Uniti –che già
considerano le Tigri Tamil un’organizzazione “terroristica”– hanno chiesto
all’Europa di prendere la stessa decisione.
- USA / Iran. 19 maggio. Le
«lezioni dell’Iraq aiuteranno in Iran». Lo ha assicurato Michael
Hayden, candidato a dirigere la CIA. Davanti ad una commissione del Senato,
Hayden ha detto che gli Stati Uniti non commetteranno gli stessi errori
compiuti in Iraq nel valutare la situazione iraniana. Più precisamente Hayden
ha dichiarato che in Iraq «l’errore è stato non aver incluso nelle proprie
valutazioni considerazioni culturali e regionali».
- USA. 19 maggio. Rivolta nel lager di Guantanamo. Il portavoce militare statunitense Robert Durand ha affermato: «per fermare i disordini è stato usato il minimo della forza». Gli incidenti avvenuti ieri e rivelati dal Pentagono parlano di un gruppo di prigionieri che ha attaccato i propri carcerieri nella
prigione dove washington tiene sequestrati circa 500 prigionieri con la generica accusa di “terrorismo”. Nell’area denominata Camp 4, quella che ospita i detenuti considerati
meno pericolosi, dieci di loro hanno fronteggiato con “armi” artigianali ricavate da ventilatori
e lampade i secondini accorsi per fermare un
finto tentativo di suicidio (in realtà una trappola) in quello che Amnesty
International ha definito «il gulag dei tempi moderni». Sono decine i tentativi di suicidio
ammessi dalle autorità
statunitensi. Gli ultimi sono arrivati subito prima
di una dura condanna
delle Nazioni
Unite contro gli USA.
- USA. 19 maggio. Washington deve chiudere il carcere
di Guantanamo e tutte le prigioni segrete della cosiddetta “guerra al
terrorismo”, perché queste strutture sono illegali e rappresentano una
violazione palese delle leggi internazionali. L’atto di accusa contro
l’amministrazione guidata da Bush arriva dalle Nazioni Unite con un
documento del Comitato contro la tortura. Il Comitato ha anche
condannato tutti quei trattamenti che possono essere considerati a tutti
gli effetti “torture”, come il cosiddetto “water-boarding”, l’immersione
in acqua della testa del detenuto fin quasi al soffocamento, le
umiliazioni sessuali e l’utilizzo dei cani. Il consigliere legale del
Dipartimento di Stato, John Bellinger, ha ammesso che «chiaramente ci
sono stati atti d’abuso in passato e abbiamo fatto uno sforzo per
assicurare che non si ripetano». Ma le assicurazioni di Bellinger non
bastano, perché secondo l’ONU gli USA «devono assicurare che
nessuno sia tenuto prigioniero in alcun carcere segreto sotto il
proprio (degli USA, ndr) controllo effettivo». «Tenere delle
persone prigioniere in queste condizioni costituisce di per sé una
violazione della Convenzione», conclude il documento.
- USA. 19 maggio. L’inglese
come lingua di Stato. Il Senato USA ha approvato un emendamento parte
della riforma di Bush sull’immigrazione. Proposto dal republicano James
Inhofe, che si oppone alla regolarizzazione dei clandestini, è stato
approvato con 63 voti contro 34. L’emendamento è stato respinto come
razzista dal capo dei democratici Harry Reid. Gli Stati Uniti non hanno
finora una lingua ufficiale anche se 27 dei 50 Stati hanno adottato
l’inglese.
- Colombia. 19 maggio. È
salito a cinque (di cui due bambini) il bilancio delle vittime della
repressione contro le manifestazioni del movimento indigeno nel
dipartimento del Cauca. I feriti negli scontri tra dimostranti e forze di
sicurezza sono oltre 60. Decine gli arrestati. Qualche giorno fa, a
Piendamó, la polizia aveva violentemente attaccato un corteo di protesta contro
il Trattato di Libero Commercio con gli Stati Uniti e contro la rinnovata
candidatura alla presidenza dell’attuale capo dello Stato, Uribe.
L’Organizzazione Nazionale Indigena di Colombia aveva denunciato che
l’esercito aveva anche impedito alle ambulanze di soccorrere i feriti.
- Francia / Afghanistan. 20
maggio. Due soldati francesi delle forze speciali sono stati uccisi
oggi nel sud del paese, a Kandahar, nel corso di scontri armati. Un terzo
è rimasto ferito. La notizia è stata fornita dalle autorità francesi a
Parigi. Con questi due morti salgono a sette i militari francesi morti in
Afghanistan. In altri scontri nella provincia di Uruzgan tra la notte di
venerdì e ieri ha perso la vita anche un soldato statunitense mentre altri
6 sono rimasti feriti. Quest’anno sono 24 i militari USA rimasti uccisi in
Afghanistan. La notizia mostra la sintonia d’azione della Francia con gli
Stati Uniti nelle sue guerre imperiali.
- Iraq. 20 maggio. Nasce
monco il governo iracheno. Restano vacanti posti chiave come il ministero
della Difesa e dell’Interno. Oggi, per alzata di mano, il parlamento ha
votato il governo presentato dal nuovo primo ministro, lo sciita Nuri Al
Maliki, che sarà composto da 38 ministri. La decisione di varare lo stesso
un esecutivo incompleto è scaturita dalle pressioni statunitensi.
- Iraq / USA. 20 maggio. Nel giorno in cui il deputato
democratico John Murtha, ex colonnello dei marines, ha confermato l’uccisione a freddo di una trentina di
civili iracheni lo scorso novembre ad Haditha, il Pentagono annuncia di aver dato il via libera
all’uso in Iraq di una nuova arma, il «laser abbagliante» per
fermare le auto che non rispettano i segnali di stop ai check point.
L’aggettivo «abbagliante» serve al Pentagono per cercare di
aggirare il bando messo su questo tipo di armi dai protocolli della Convenzione di
Ginevra e per sviare l’opinione pubblica, ma in realtà non vi è
alcuna garanzia che il laser abbagliante non provochi anch’esso danni permanenti alla vista dei
soggetti colpiti
esattamente
come quello accecante.
L’organismo USA per i diritti umani Human Rights
Watch ha definito
in precedenza l’uso dei laser «ripugnante», perché in realtà molti dei
soggetti colpiti potrebbero
riportare
danni irreparabili alla vista.
- Iran. 20 maggio. Nessun
nastro giallo in Iran per gli ebrei, come la stella imposta dai nazisti,
nessuna identificazione per le minoranze religiose. L’Iran ha smentito
quanto pubblicato da un giornale canadese sull’intenzione delle autorità
iraniane di imporre segni di riconoscimento per le minoranze religiose: un
nastro giallo per gli Ebrei, uno rosso per i Cristiani e uno blu per gli
Zoroastriani: «Un’accusa che rientra nella vasta manovra contro l’Iran»,
«una pura e semplice menzogna». Ore dopo il giornale canadese ha
ammesso di aver pubblicato la notizia senza le dovute verifiche. La
smentita, però, non ha affatto avuto lo stesso impatto mediatico della
notizia.
- Bolivia. 20 maggio. Il
presidente boliviano Evo Morales ha lanciato un progetto di distruzione
concertata di piantagioni di coca. «Si può lottare contro il
narcotraffico senza repressione e senza sradicamento forzato», ha
detto Morales, annunciando un progetto di industrializzazione della foglia
di coca. In un altro passaggio del suo discorso, ha denunciato l’esistenza
di una cospirazione nei confronti della nazionalizzazione degli
idrocarburi decretata l’1 maggio scorso.
- Euskal Herria. 21 maggio.
«Costruire Euskal Herria da sinistra». Batasuna ha diffuso ieri, in
un’affollata assemblea, la sua proposta «Euskal Herria ezkerretik eraiki»
(«Costruire Euskal Herria da sinistra»), la cui presentazione
pubblica era prevista da vari mesi, ma che divieti e persecuzioni
giudiziarie avevano fatto slittare. Una delle sue portavoci, Marije
Fullaondo, ha ribadito che il progetto di Batasuna «è quello di una
Euskal Herria indipendente, socialista e euskaldun. Questo progetto si
conseguirà solo tramite la via delle lotte». Fullaondo ha indicato in
‘Euskal Herria ezkerretik eraiki’ «la nostra propria linea di lavoro,
una alternativa politica integrale per una strategia popolare globale».
Batasuna ritiene necessario «uno Stato proprio» per «conseguire
una trasformazione sociale che rompa con il sistema capitalista», «un
nuovo ordine sociale e economico che respinga ogni tipo di sfruttamento».
La formazione indipendentista rivendica la propria alternativa: «La
democrazia socialista basca. L’alternativa che, includendo i valori
universali del socialismo, si adatti alla personalità e caratteristiche
del popolo basco», coscienti che l’«opzione di materializzare i
diritti che ci corrispondono non va a cadere dal cielo». La linea di
lavoro della formazione a favore della «costruzione nazionale e della
trasforrmazione sociale» si basa su questi pilastri: diritti di
nazionalità e di cittadinanza; diritti linguistici; diritti culturali;
diritti educativi; diritti socioeconomici e politica di trasformazione
sociale; diritto a difendere la terra, politica medioambientale e di
ordinazione del territorio; diritti della donna e politica a favore
dell’uguaglianza tra i generi; diritti della gioventù; diritto alla salute
e politica sanitaria; politica delle migrazioni e diversità per questo
paese».
- Spagna. 21 maggio. A
giugno «l’inizio del dialogo» con ETA. Lo ha annunciato il primo
ministro spagnolo Zapatero durante un incontro del partito socialista a
Barakaldo, nel paese basco, due mesi dopo l’annuncio da parte dell’ETA di
un «cessate il fuoco permanente». Non ha però indicato una data
precisa.
- Italia
/ Iraq. 21 maggio. D’Alema risponde a Martino: «l’Italia non
scappa dall’Iraq. Ritira le forze armate, ma in un quadro di
collaborazione con il governo iracheno e gli alleati». Insomma, piena
continuità con il centrodestra. «Il governo avvierà nella prossima
settimana in cooperazione tra Esteri e Difesa, un piano per ridefinire il
carattere della nostra presenza in Iraq, che diventerà una presenza
civile. La nostra non è una fuga, ma una scelta politica», ha
precisato il neo ministro degli esteri. Contrassegnate da prudenza, ma non
contrarietà, le dichiarazioni del primo ministro Prodi sui tempi del piano
del “ritiro”, mentre il capogruppo alla Camera di Rifondazione Comunista,
Gennaro Migliore, dichiara «Il ritiro non è negoziabile e non è
contestuale al processo di collaborazione e ricostruzione in Iraq. La
futura presenza italiana nel territorio iracheno andrà ragionata in un
secondo tempo di concerto con le autorità internazionali e nel rapporto
con gli altri Paesi». Gennaro Migliore non esclude quindi una
presenza italiana in Iraq, ma vorrebbe segnata una più accentuata
discontinuità, magari con l’intervento di quell’ONU che, da Haiti alla
Costa d’Avorio, dimostra il suo ruolo di sostegno alle grandi potenze.
- Italia
/ USA. 21 maggio. «La collaborazione con il governo
americano è un nostro impegno, anche perché le nostre coordinate sono
europeismo e atlantismo». Così il ministro degli Esteri D’Alema, nel
dare notizia di una «cordiale e calorosa telefonata» con il
segretario di Stato USA, Condoleezza Rice, «nella quale mi ha dato il
benvenuto nel club dei ministri degli Esteri». Il titolare della
Farnesina, ha annunciato che si incontrerà presto in un “bilaterale” con
la Rice, «possibilmente prima del prossimo G8 di San Pietroburgo che è
fissato per metà luglio: ho la certezza che lavoreremo bene insieme nel
ricordo del lavoro comune svolto in passato». Poi la
puntualizzazione: «le linee di politica estera sulle quali lavorare
sono quelle già tracciate. L’Italia deve essere uno dei Paesi di punta
dell’integrazione europea poiché concepire la nostra posizione fuori dal
quadro dell’Europa è una velleità». Musica per le orecchie di
Washington.
- Iran / Iraq. 21 maggio.
Teheran saluta il nuovo governo iracheno. Il portavoce del Ministero degli
Esteri Hamid Reza Azefi si è congratulato con il nuovo primo ministro
iracheno Nuri al-Maliki, auspicando che il nuovo governo iracheno possa
avere dei sucessi nel cammino verso la ricostruzione di un Iraq libero ed
indipendente. Azefi ha inoltre definito «un caso chiuso l’ipotesi di un
eventuale negoziato irano-americano sulla questione irachena» e, sulla
questione nucleare iraniana, ha ribadito l’intenzione del governo iraniano
di collaborare con l’AIEA. Azefi ha però anche lanciato un ammonimento: «Teheran
vanta tradizionalmente relazioni con molti paesi europei come l’Italia, ma
qualora il capitolo nucleare iraniano fosse oggetto di sfida da parte
degli stessi europei, queste relazioni economiche sarebbero riconsiderate,
cosa che secondo noi sarebbe un peccato». Azefi, in riferimento a
nuovi possibili incentivi da parte europea in cambio dei quali il paese
dovrebbe rinunciare ai propri programmi di arricchimento dell’uranio, ha
affermato: «non abbiamo ancora ricevuto alcuna nuova proposta e non
commenteremo le illazioni della stampa. Ma una cosa è chiara: non
torneremo indietro e non rinunceremo mai al nostro processo di
arricchimento».
- Iran. 21 maggio.
Giornalista del Corriere della Sera difende l’Iran. Andrea Nicastro
ha difeso il diritto dell’Iran ad accedere all’uso pacifico della
tecnologia nucleare. Durante il programma televisivo Otto e Mezzo
trasmesso in diretta dalla tv La 7, Nicastro, reduce recentemente
da un viaggio in Iran, ha criticato la guerra psicologica dei media
cosiddetti “occidentali” contro le attività nucleari civili dell’Iran: «L’Iran
ha un sistema pluralista e crede giustamente nel suo diritto di accedere
alla tecnologia nucleare e tutti gli iraniani lo considerano come il loro
legittimo diritto. E nonostante le propagande degli USA e dell’Occidente,
gli iraniani sostengono unanimamente le politiche del proprio governo
riguardo la questione nucleare». Per Nicastro gli iraniani non hanno
ancora dimenticato i complotti orditi dagli USA nel passato contro il loro
paese, dai tempi di Mossadeq, ritenendo ambigue «le politiche assunte
dall’Occidente in merito alla questione nucleare iraniana». Il
giornalista italiano ha tenuto a ribadire che, secondo quanto riportato
nel Trattato di Non Proliferazione Nucleare, in cambio della rinuncia di
un paese alla fabbricazione delle armi nucleari, l’AIEA e i paesi nucleari
hanno il dovere di aiutarlo a sviluppare l’energia nucleare. Nel caso
dell’Iran, però, l’Agenzia dell’ONU ha mancato ai propri impegni. Alla
domanda se considera l’Iran come un problema politico, Nicastro ha
risposto: «Chi osserva attentamente le questioni iraniane, vede un
paese oggetto di numerose minacce, persino quelle nucleari».
- USA.
21 maggio. Un reduce dall’Iraq è stato
giudicato colpevole da una corte marziale per avere ucciso la moglie pugnalandola
per 71 volte. Per i giurati militari, il delitto fu premeditato. Brandon
Bare, 19 anni, è stato condannato all’ergastolo, ma potrà uscire prima dei
termini dal carcere per buona condotta. In Iraq, Bare era rimasto ferito
da una granata accusando lesioni interne alla testa. Da quando era tornato
negli USA, aveva difficoltà a contenere i suoi scatti di rabbia.
- Colombia / USA. 21 maggio.
Alvaro Uribe promette che la farà finita con la guerriglia delle FARC e
difende il Trattato di Libero Commercio siglato con gli Stati Uniti lo scorso
febbraio. Il presidente della Colombia, chiudendo la sua campagna elettorale
per la rielezione, ha parlato per circa un’ora e mezza a Bogotà, in Piazza
Bolívar, davanti a circa 30mila persone.
- Cile. 21 maggio. Hanno
deciso di riprendere lo sciopero della fame i quattro detenuti mapuche,
tre uomini e una donna, condannati a dieci anni, in base a una legge
“antiterrorista” del periodo di Pinochet, sotto l’accusa di aver appiccato
un incendio boschivo durante l’occupazione delle terre di un’impresa
forestale. Su quelle terre le comunità mapuche rivendicano diritti
ancestrali. Lo sciopero sarà ripreso, afferma un comunicato, perché il
governo non ha tenuto fede all’impegno di ricercare una soluzione politica
al problema con il concorso del popolo mapuche. La proposta di legge
inviata «con urgenza» al Congresso, e che avrebbe consentito la
libertà provvisoria dei quattro detenuti, si è di nuovo arenata in
Parlamento. Non si sa ora se gli scioperanti potranno essere alimentati
con la forza, come prevede una decisione giudiziaria.
- Cile. 21 maggio. La
presidente Bachelet ha tenuto il suo primo discorso parlamentare
delineando il suo programma di governo per i prossimi quattro anni, la
“Carta de navegación”. Quattro le mete prefissate: riforma del sistema
pensionistico e dell’istruzione nelle scuole di ogni ordine e grado,
provvedimenti a favore di una maggiore competitività delle piccole e medie
imprese, costruzione di nuovi alloggi popolari per superare la tragedia
delle baraccopoli.
- Euskal Herria. 22 maggio.
Batasuna sottolinea che il diritto di autodeterminazione «è reale
e si applica». Secondo la formazione abertzale, il popolo montenegrino
«ha deciso liberamente e democraticamente il suo futuro» e ha scelto
«di essere uno Stato indipendente nel seno dell’Europa». In un comunicato
Batasuna accoglie «positivamente» il risultato del referendum e rileva
che la «comunità europea» si è impegnata «appieno» a che si
potesse esercitare il diritto di autodeterminazione. Ribadisce quindi la
convinzione di lavorare «giorno per giorno» perché in Euskal Herria
«si creino le condizioni democratiche perché il diritto di autodeterminazione
si possa esercitare come in Montenegro» e auspica che «gli Stati
europei rispettino la parola e la decisione dei baschi e delle basche».
- Polonia. 22 maggio. «Il
gasdotto russo-tedesco è una minaccia per la sicurezza energetica della
Polonia». Il primo ministro polacco Kazimierz Marcinkiewicz non
usa mezzi termini per esprimere la sua preoccupazione sul gasdotto che collegherà
Russia e Germania passando sotto il Mar Baltico ed aggirando Polonia e gli
Stati baltici. «Quando l’impianto sotto il Mar Baltico verrà realizzato,
nell’altro gasdotto che transita in territorio bielorusso e polacco verranno
ridotte le forniture di gas. Quale governo, in una situazione del genere,
non si preoccuperebbe e non agirebbe in difesa dei propri interessi?».
Marcinkiewicz parla poi di gravi rischi ecologici per i paesi che si affacciano
sul Mar Baltico. «Durante la seconda Guerra mondiale sui fondali del
Baltico sono state affondate grandi quantità di esplosivi e armi chimiche.
I lavori sottomarini potrebbero causare gravi danni».
- Polonia. 22 maggio. Intervistato
dal Corriere della Sera, il primo ministro polacco Kazimierz
Marcinkiewicz getta acqua sul fuoco delle polemiche che hanno accompagnato
l’ingresso nel governo di Roman Giertych e di Andrzey Lepper, leader
rispettivamente dei cattolici ortodossi della Lega delle famiglie polacche
e del partito dei piccoli contadini Samoobrona (Autodifesa). Partiti che
più volte hanno espresso opinioni fortemente critiche sull’Unione Europea.
Marcinkiewicz, ex capo di gabinetto del primo ministro liberista Jerzy
Buzek alla fine degli anni Novanta, afferma che la Polonia continuerà
nella via della modernizzazione e che tale programma «è sostenuto da
tutti i partiti della coalizione», aggiungendo però che Varsavia «vuole
svolgere una politica attiva all’interno dell’Unione Europea».
Interrogato sull’ingresso della Polonia nell’euro, Marcinkiewicz afferma
che il suo governo non vuole ripetere «gli errori commessi da quei
paesi entrati nella zona euro senza un’adeguata preparazione. Penso che
entro quest’anno riusciremo a soddisfare i criteri di Maastricht e che nel
2009 saremo in grado di iniziare i negoziati con l’Unione Europea. A quel
punto si deciderà se indire o meno il referendum».
- Italia / Sardegna / USA. 22
maggio. Sardegna in primo piano nell’agenda del nuovo ministro della
Difesa, Arturo Parisi, che ha concordato un incontro a breve con il
presidente della Regione, Renato Soru, per affrontare il delicato problema
delle servitù militari sull’isola. Fin dalla campagna elettorale del 2004,
Soru aveva indicato nella riduzione delle servitù una delle priorità del
governo regionale, sollecitando un riequilibrio della presenza delle forze
armate in tutto il territorio nazionale e sottolineando che la Sardegna è
la regione italiana col maggior carico di servitù militari. L’isola,
infatti, ospita le aree addestrative di Capo Teulada, Perdasdefogu-Salto
di Quirra, Capo Frasca, alle quali vanno aggiunte la base aerea di
Decimomannu e la base appoggio per sottomarini a propulsione e armamento
nucleare della marina degli Stati Uniti nell’arcipelago della Maddalena.
- Italia / Sardegna / USA. 22
maggio. L’attività dei poligoni sardi è oggetto di contestazione
nell’Isola. Capo Teulada è situato all’estremità più meridionale della
Sardegna occidentale. Il centro di addestramento per unità corazzate
(Cauc) è affidato all’Esercito che col 1° reggimento corazzato gestisce
l’area, che dal punto di vista naturalistico è una delle più belle
dell’Isola. La morfologia del territorio rende il poligono adatto a
operazioni di tipo aeronavale, rischieramento di truppe terrestri,
operazioni anfibie e di proiezione di forze corazzate. A Capo Teulada, dal
1965, si svolgono le più importanti esercitazioni della NATO. Le autorità
militari hanno sempre smentito che nell’area siano state utilizzate
munizioni a uranio impoverito, ammettendo però l’uso di armi che
rilasciano amianto e gas dannosi per la salute. Il poligono sperimentale
di Perdasdefogu-Salto di Quirra (Pisq) è situato in una vasta area della
Sardegna centro-orientale, tra le province di Nuoro, Ogliastra e Cagliari,
ed è gestito da un organismo interforze Aeronautica, Esercito e Marina ed
è dedicato al collaudo di nuovi sistemi d’arma. Apparati di telemetria e
radar consentono anche di monitorare l’attività dei velivoli delle forze
aeree italiane e NATO che periodicamente vengono rischierate a
Decimomannu. L’area addestrativa comprende una vastissima zona che si
estende verso il mare, completamente interdetta al volo e alla
navigazione. Anche a Perdasdefogu, nonostante da anni di parli di
“sindrome di Quirra” per i numerosi casi di linfomi e altri tumori che
hanno colpito abitanti della zona e militari in servizio nel poligono, il
ministero della Difesa ha sempre negato l’uso di armi all’uranio
impoverito.
- Italia / Sardegna / USA. 22
maggio. Il poligono di Capo Frasca è situato sull’omonimo promontorio
che chiude a sud il golfo di Oristano. Gestito dall’Aeronautica, è
dedicato al bombardamento al suolo e all’uso dei cannoni e delle
mitragliatrici di bordo che vengono usate su appositi bersagli. L’area
addestrativa si estende sul mare in un trapezio che, partendo da nord del
golfo di Oristano, scende sino a sotto la congiungente con Capo Teulada.
La zona, completamente interdetta al volo e alla navigazione, è destinata
ai combattimenti aria-aria dei velivoli rischierati a Decimomannu. Tutta
l’attività viene monitorata dal sistema Advanced air combat maneuvering
instrumentation. Ai poligoni addestrativi “ufficiali” presenti
nell’Isola, vanno aggiunte installazioni (militari o ex militari) che
vengono usate dai reparti speciali delle varie armi per addestrarsi
all’infiltrazione in territorio nemico e la grande base della polizia di Stato,
ad Abbasanta (Oristano), che ospita la scuola addestrativa per le “teste
di cuoio” e stages per polizie di tutto il mondo. Riguardo La
Maddalena, nel novembre scorso gli USA hanno annunciato il prossimo
abbandono della base, ma i tempi non sono stati ancora ben definiti.
- Montenegro.
22 maggio. Il Montenegro,
paese grande quanto il Trentino-Alto Adige, situato tra le cime balcaniche
e la costa adriatica, si stacca da Belgrado. «Stanotte, con la
decisione della maggioranza dei cittadini del Montenegro, l’indipendenza
del Paese è stata ristabilita», ha detto alla folla festante il primo
ministro montenegrino Milo Djukanovic, ricordando l’indipendenza di cui il
Paese aveva goduto per l’ultima volta nel 1918. Gli elettori montenegrini
sono stati chiamati a pronunciarsi sul destino dell’unione tra la più
piccola Repubblica ex jugoslava e la Serbia: è l’ltimo retaggio di quella
che fu la Federazione di Tito. Djukanovic, applaudito a lungo dai suoi
sostenitori, molti dei quali sventolavano la bandiera nazionale –con
l’aquila bicefala color oro in campo rosso–, ha poi aggiunto: «Ringrazio
l’Unione Europea, che ha contribuito all’organizzazione di questo processo
(...) e spero che continuerà ad aiutarci nel nostro cammino per integrarci
in Europa», affermando addirittura che il voto «allarga le
prospettive d’integrazione euroatlantica». Insomma, da una dipendenza
se ne prospetta un’altra ben peggiore per il Montenegro.
- Unione Europea. 22 maggio.
Solana si felicita per l’esito del referendum in Montenegro. L’alto rappresentante
dell’Unione Europea per la Politica Estera e la Sicurezza Comune (PESC),
Javier Solana, ha rifiutato però di comparare la situazione del Montenegro
con quella di Euskal Herria o della Catalogna. Chi lo fa «ragiona nel
delirium tremens», ha detto davanti alla stampa.
- Colombia.
22 maggio. Comunicato delle FARC (le Forze armate
rivoluzionarie colombiane) nella campagna
elettorale per le presidenziali a Bogotà. «Mentre il popolo
lotta per i suoi diritti conculcati, i grandi proprietari nazionali e
stranieri –veri beneficiari della strategia neoliberale uribista (del
presidente Uribe, ndr)– manipolano ai fini di una rielezione che gli
consenta d’incrementare i loro profitti e consolidarsi nell’apparato dello
Stato, ora rafforzati dal paramilitarismo legalizzato», afferma
l’organizzazione di liberazione nazionale. «La guerra uribista non ha
messo a posto alcunché, giacché gli incendi non si spengono con benzina.
Le pallottole e bombe ufficiali, ancorché benedette da alcuni vescovi,
incrementeranno soltanto il terrore tra la popolazione civile senza che la
strategia controinsorgente di Bush ed Uribe consegua risultati,
semplicemente perché la guerra di guerriglia rivoluzionaria è invincibile
quando ci sono ragioni obiettive che la generano, in un paese storicamente
alimentato dalla dignità della Gaitana, di Galán, Antonio Nariño, Simón
Bolívar, Rafael Uribe, Jorge Eliécer Gaitán e Jaime Pardo Leal».
- Colombia.
22 maggio. Il comunicato delle FARC intende perorare la ricerca di una
soluzione politica al conflitto. «La
situazione è così complessa che in numerosi fronti di guerra si ascoltano
pubblicamente commenti crescenti di ufficiali e soldati che desiderano la
sconfitta elettorale di Uribe nella misura in cui aspirano (…) alla
ricerca della riconciliazione e della soluzione politica del conflitto. Il
fatto è che la guerra contro l’ingiustizia sociale, la povertà e la
disuguaglianza non si vince con stizze di fronte alle telecamere, né
dileggiando ufficiali e soldati che affrontano sul terreno le crudeltà e
durezze di una guerra fratricida come quella colombiana. Ancor meno se
questa si da nel bel mezzo di una grande ondata di corruzione ufficiale,
davanti alla quale il presidente elude la propria responsabilità». Le
FARC esprimono pure rammarico per il ritiro dalla candidatura alla
presidenza dell’ex ministro Alvaro Leyva Durán, assertore della necessità di uno scambio di
prigionieri di guerra e di una soluzione politica al conflitto sociale ed
armato. «Secondo quanto ha denunciato, le minacce ed i
provocatori pedinamenti nei suoi confronti, nonché la manifesta ostilità
dei contingenti ufficiali, lo hanno indotto a prendere questa decisione.
Il paese che ambisce alla riconciliazione confida nella sua esperienza,
capacità e contributo per perseverare nella ricerca della pace».
- Colombia.
22 maggio. Una campagna elettorale all’insegna della violenza e
dell’accordo con Washington per un accordo di libero scambio che non
mancherà di esacerbare le tensioni a Bogotà. «In questi giorni il paese
ha assistito attonito ai patti ufficiali con i gringos, raggiunti a porte
chiuse per peggiorare l’inaccettabile Trattato di Libero Commercio.
Inoltre, ha ascoltato le opportunistiche offerte elettorali di Alvaro
Uribe di fare sue le politiche sociali che ha combattuto come senatore e
presidente. Il paese è stato anche terrorizzato dagli assassinii mirati di
attivisti d’opposizione come Jaime López, dalle minacce ai leaders
popolari, dall’esecrabile uccisione della signora Liliana Gaviria e dalla
telenovela messa in piedi in fretta e furia dai generali Castro e Naranjo
per impedire ripercussioni negative sulla campagna uribista, tutti
episodi, questi, determinati da un governo antipopolare che ha polarizzato
la società colombiana. Per noi è chiaro che, per la sua concezione
propria di un allevatore latifondista, per gli interessi economici
oligarchici che difende e per l’assoggettante influenza che esercita la
Casa Bianca sulla sua persona, Alvaro Uribe significa violenza
antipopolare».
- Colombia.
22 maggio. Il bilancio
del governo Uribe dall’agosto 2002, data della sua prima rielezione, è
disastroso per gli interessi popolari colombiani. Il taglio della spesa
sociale per finanziare le politiche guerrafondaie del regime si è
riversato disastrosamente sulla pubblica istruzione.I grossi buchi nei
bilanci delle università ha determinato aumento esponenziale delle tasse
per gli studenti ed abbandono dei corsi da parte degli studenti. Oltre
300.000 bambini in più si trovano esclusi dall’educazione elementare,
mentre moltissimi giovani non hanno i mezzi per accedere a quella
superiore. Stesso discorso per quanto concerne la salute: privatizzazione
o chiusura degli ospedali, logorati da anni di tagli ai finanziamenti
statali, e smantellamento degli ambulatori e dell’ISS, il locale istituto
di previdenza sociale. In materia di condizioni sul lavoro, l’attacco ai
già esiguissimi diritti dei lavoratori è stato devastante: spostamento
della fine della giornata lavorativa dalle 18.00 alle 22.00, con
conseguente eliminazione del pagamento degli straordinari nella suddetta
fascia oraria; compressione del salario minimo e delle pensioni;
innalzamento dell’età pensionabile a 65 anni per gli uomini e 60 per le
donne, in un paese dove le aspettative di vita sono molto basse;
decurtamento di una mensilità ai pensionati è stata; tasso di
disoccupazione che ha sfondato il tetto del 30%.
- Colombia.
22 maggio. Sotto il governo Uribe è stato aumentato per ben 15 volte il prezzo al
dettaglio della benzina e dei combustibili, riducendo però al contempo il
prezzo del barile di petrolio venduto alle multinazionali statunitensi (10
dollari, a fronte degli oltre 60 sul mercato internazionale!). Si è
inoltre estesa l’IVA alla maggior parte dei prodotti di largo consumo
popolare, e creato nuove forme di tassazione diretta ed indiretta che
combinano la penalizzazione delle classi meno abbienti con il
finanziamento di megaprogetti e politiche pensate –ed imposte manu
militari– in funzione degli interessi dell’oligarchia colombiana e del
gran capitale finanziario transnazionale. Uribe ha inoltre legalizzato il
paramilitarismo attraverso la farsa dei cosiddetti “dialoghi del Ralito”,
riciclando i paramilitari nelle forze armate colombiane ed i loro
narcocapitali nelle casse dell’oligarchia e dei paradisi fiscali.
- Colombia.
22 maggio. Uribe si è
soprattutto imposto come fervente esecutore del Plan Patriota ed
acceleratore del Plan Colombia e dell’intervento militare USA nel
paese. Ma le migliaia di mercenari, i nuovi ed equipaggiatissimi
battaglioni speciali di contro-guerriglia addestrati dagli USA (20.000
uomini solo in una parte del sud del paese), gli elicotteri Black Hawk ed
i bombardieri d’ogni tipo non sono riusciti ad intaccare la forza delle
FARC, capace nel febbraio scorso di paralizzare oltre un terzo del paese e
d’infliggere migliaia di perdite al nemico. Sul piano continentale,
prezioso il ruolo di questo governo per la geopolitica di Washington.
Servile nei confronti dell’ALCA e del recentemente sottoscritto Trattato
di Libero Commercio, ha trasformato la Colombia in una piattaforma
d’aggressione contro il Venezuela, fino ad ora neutralizzata e
disinnescata anche dalla presenza delle Forze Armate Rivoluzionarie della
Colombia. Come se non bastasse, con una caccia nei confronti di militanti
popolari e rappresentanti dell’insorgenza in diversi paesi
latinoamericani, Uribe ha riesumato il famigerato Plan Condor statunitense,
quello voluto da Nixon negli anni Settanta per catturare e sterminare gli oppositori delle dittature
filostatunitensi nel Sud America. Viene violato ripetutamente lo spazio aereo e terrestre del Venezuela e
dell’Ecuador, e viene dato rifugio a personaggi come Carmona, golpista
venezuelano.
- Euskal Herria. 23 maggio.
Otegi: «Madrid vuole far passare l’idea che ci troviamo di fronte solo
ad un processo tecnico di fine della violenza». In un’intervista
all’emittente ETB, Arnaldo Otegi, portavoce di Batasuna, ha sottolineato
che ci troviamo davanti a un processo «integrale con due spazi»,
uno dei quali è occupato dal governo spagnolo e ETA e un altro dai
partiti politici, che devono «raggiungere un accordo politico che
soluzioni il conflitto». Questo secondo spazio, a suo parere, è «bloccato
dalle aggressioni giudiziarie a Batasuna». Otegi lo ritiene un «errore»
ed ha annunciato che, di fronte a questo blocco, Batasuna ha deciso di
nominare una commissione negoziale, con l’obiettivo di «fare un passo
avanti per concretare accordi ad un tavolo». Otegi ha quindi invitato
il resto dei partiti a fare altrettanto.
- Italia / Iraq. 23 maggio.
Il ritiro dall’Iraq è una bufala: invece restiamo e costituiamo un un team
di ricostruzione provinciale, il PRT. Si assisterà a nulla di diverso
rispetto a quello che già il precedente governo aveva stabilito: un cambio
di tipologia dell’impegno in Iraq, con un adeguamento dello strumento
militare e una ridefinizione della missione “Antica Babilonia”, che
diventerà “Nuova Babilonia”. A dispetto degli squilli di tromba e dei
rulli di tamburo con i quali Romano Prodi sta annunciando di voler cessare
l’impegno militare a Nassiriya, sostituendolo con un impegno “civile”
(costituita da funzionari ed esperti del ministero degli Esteri), a breve
si assisterà solo al ridimensionamento del dispositivo militare.
Rimarranno comunque almeno 600 militari –in pratica un reggimento– con i
relativi mezzi e supporti per dare vita a quel Provincial
Reconstruction Team che inizierà a operare già dal mese di giugno.
- Italia / Iraq. 23 maggio.
Di fatto, quindi, il governo annuncia solamente a parole un rapido
disimpegno militare dall’Iraq, mentre in concreto, volendo avviare un team
di ricostruzione provinciale, la presenza di truppe sarà condizione
indispensabile. Le parole di Prodi, dunque, sono in sostanza rivolte
all’”estrema sinistra” della sua eterogenea maggioranza parlamentare. In
tal senso si debbono leggere anche le parole «guerra» e «occupazione»,
pronunciate da Prodi nel suo discorso al Senato ad uso e consumo dei suoi
alleati, perfettamente consapevole che il ritiro non avverrà. Alleati che
d’altro canto pretendono in Iraq un intervento dell’ONU, dimenticando che
lo stesso centrodestra si è impegnato in Iraq dietro mandato delle Nazioni
Unite stesse.
- Italia / Iraq / Afghanistan.
23 maggio. Analisti militari rilevano che un PRT non può sussistere
senza un’adeguata presenza militare, come del resto insegna l’esperienza
afghana, dove nell’ambito della missione NATO, l’ISAF, nel PRT di Herat a
guida italiana abbiamo 150 militari e cinque funzionari civili. «Senza
contare, tra l’altro, che i progetti di ricostruzione avviati e conclusi dall’Esercito
sono di gran lunga superiori in numero e importanza rispetto a quelli del
ministero degli Esteri», rilevano alcuni analisti militari: un dato
che ci spinge a domandare cosa si intenda per “progetti di ricostruzione”.
«Nella prima decade di giugno ci sarà l’inaugurazione del PRT di
Nassiriya, che a metà dello stesso mese acquisirà la piena operatività»,
ha spiegato Ugo Trojano, il funzionario designato dal ministero degli
Esteri a guidare la nuova struttura con la collaborazione di due vice: un ufficiale
italiano e un civile statunitense. Non cesserà, quindi, la presenza
militare, come ha affermato anche il generale Natalino Madeddu, comandante
della brigata Sassari e dell’Italian Joint task Force Iraq a
Nassiriya, per dare continuità soprattutto agli impegni in ambito Cimic
(Civil-military cooperation) e Ssr (Security sector reform). Indirette
conferme in tal senso sono giunte anche dall’ambasciatore italiano a
Baghdad, Maurizio Melani, che proprio a Nassiriya, in occasione
dell’ultima visita da ministro della Difesa di Antonio Martino al
contingente là dispiegato, non ha parlato di ritiro, bensì di riduzione.
- Montenegro. 23 maggio.
Mosca augura reazioni a cascata. Konstantin Kosachev, capo della
Commissione Affari Internazionali della Duma (Parlamento russo), assicura
che il risultato in Montenegro attiverà il dibattito sul futuro del
Kosovo. E avverte che, se lo status dell’enclave kosovaro si negozia senza
considerare la Serbia, «si creerà un precedente di conseguenze serie
per altre regioni (sic, ndr) come il nord di Cipro ed il Paese Basco».
Serguei Markov, politologo vicino al Cremlino, ritiene che il voto
montenegrino «immetterà energia politica nelle nazioni che lottano per
la propria indipendenza, come Kosovo, Abkhazia, Ossezia del Sud e Transnistria».
Markov include così le enclave, le prime due in Georgia e la terza in
Moldavia, le cui rivendicazioni sovraniste sono utilizzate da Mosca come
leva nella sua lotta per mantenere i propri interessi geopolitici nel
Caucaso e nel centro dell’Europa. Elena Gouskova, del Centro Studi sui
Balcani è convinta che «ora si porrà la questione dell’indipendenza
della Vojvodina (in Serbia), e poi gli albanesi esigeranno la loro
riunificazione...».
- Montenegro. 23 maggio.
Entrare nell’Unione Europea e nella NATO. Sono le priorità annunciate ieri
dal primo ministro del Montenegro, Milo Djukanovic, da realizzare dopo
l’ingresso della Croazia e prima che entri la Serbia.
- Serbia / Montenegro. 23
maggio. Il presidente serbo, Boris Tadic, ha riconosciuto oggi i risultati
del referendum celebrato domenica in Montenegro.
Al referendum per l’indipendenza ha partecipato una percentuale
decisamente elevata di montenegrini (l’86,49%) e la maggioranza a favore
dell’indipendenza (più del 55%) è stata comunque meno netta, poco più di
un migliaio di voti di differenza, se si tiene conto anche di chi non si è
presentato a votare. Indubbiamente sul risultato ha pesato la grave crisi
economica in cui versa la Serbia e il desiderio montenegrino di risolverla
entrando nella Unione Europea. Una forte identità distinta esiste comunque
almeno da quando il Montenegro si era ribellato all’impero ottomano alla
fine del XVIII secolo e da quando, dopo il congresso di Berlino, era sorto
il piccolo regno, fagocitato poi dal regno dei Serbi, Croati e Sloveni
sorto dopo la prima guerra mondiale. Il rapporto tra Serbia e Montenegro
era sempre stato piuttosto complesso e l’unità di intenti era risultata
anche in passato più come il frutto di accordi momentanei su singole
questioni di interesse, piuttosto che di rapporti consolidati. Ai tempi
del dominio ottomano ambedue gli Stati –a maggioranza ortodossa– avevano
percorso la stesse tappe sulla via della indipendenza, ampliando
progressivamente i margini di autonomia concessi dall’amministrazione
turca, ma alternando anche insurrezioni disperate represse duramente e
conflitti di liberazione. Fino alle guerre che precedettero la prima
guerra mondiale l’unità politica era stata rappresentata insomma dalla
lotta contro l’impero turco e dal contenimento nei confronti di quello
austriaco, ma dopo il 1918 il Montenegro aveva cessato di esistere come
Stato sovrano proprio per mano serba.
- Serbia
/ Montenegro. 23 maggio. Il
risultato del referendum apre ora la questione dei debiti, non appetita
eredità della ex Jugoslavia. Difficile supporre che il neonato Stato si
voglia accollare rilevanti oneri. Nel quadro dei nuovi rapporti tra i due
Stati si tratterebbe di uno degli ostacoli maggiori, anche ammettendo che
sulle questioni rimanenti essi si affidino all’arbitrato di organismi
internazionali. Il fatto però che ambedue gli Stati aspirino all’ingresso
nell’Unione Europea candida Bruxelles nel ruolo di mediazione. Altri punti
da regolare diventerebbero quindi i diritti di proprietà di cittadini
diventati stranieri, la questione delle doppie cittadinanze e delle
residenze, l’erogazione delle pensioni pubbliche e l’assistenza sanitaria:
in altre parole tutta la questione dello status dei cittadini del
Montenegro in Serbia e viceversa in caso di reciprocità. Si profila quindi
un contenzioso articolato, come si è puntualmente già verificato nei casi
di altri Stati sorti dalle ceneri jugoslave: un contenzioso che si è
trascinato però sino ai nostri giorni, complicato anche dalle condizioni
economiche difficili di quasi tutti gli Stati dell’area.
- Serbia / Montenegro. 23
maggio. Belgrado ha inoltre perduto il suo sbocco al mare, gli ultimi
trecento chilometri di costa adriatica che le consentivano l’accesso al
Mediterraneo. Un problema non solo serbo, ma con ripercussioni prevedibili
sulla politica dell’Unione Europea, che ha invece precisi progetti sulle
comunicazioni tra Adriatico, Mar Nero e Baltico da realizzare attraverso i
“corridoi”. Per l’Unione potrebbe essere solo necessario aggiungere il
Montenegro ai partecipanti alle varie trattative in corso. Per la Serbia,
invece, la questione diventerebbe più seria, in mancanza di un accordo
politico globale. Merita attenzione infine anche la questione delle forze
armate, non solo per quanto riguarda le ultime installazioni della Marina
jugoslava, ma più in generale nei rapporti con il potere politico. In
Montenegro rimanevano i pochi reparti integri (o quasi) dell’ex Esercito
popolare jugoslavo scampati ai bombardamenti della NATO del 1999.
L’esercito rappresenta l’ultimo simulacro di struttura militare federale,
di cui se ne esaltava la multinazionalità. La tradizione, d’altronde, ne
aveva sempre fatto un corpo separato sin dai tempi di Tito. Il problema
principale sul tappeto è che, se a livello parlamentare si è riusciti a
impostare una commissione di controllo sulle forze armate, non si è
riusciti a fare altrettanto con i servizi che controllano ancora apparati
e zone del Paese. Alla loro responsabilità è stata imputata più volte la
questione della mancata consegna di Mladic. In questo quadro confuso
l’ipotesi di semplice divisione delle forze armate tra Serbia e Montenegro
su base stanziale (nel senso che il corpo d’armata di Podgorica dovrebbe
diventare il futuro esercito montenegrino) non sembrerebbe tanto semplice né
automatica.
- Iran. 23 marzo.
Nucleare, Teheran avvierà anche arricchimento di massa. L’Iran ha fatto
oggi un ulteriore passo avanti nel suo programma nucleare, affermando che
non intende ridiscutere con la comunità internazionale non solo
l’arricchimento dell’uranio a scopo di ricerca, già operativo, ma anche
quello su scala industriale, che vuole avviare entro dieci mesi. «Non
ignoreremo i nostri diritti nel campo della ricerca e dell’arricchimento
industriale», ha detto il portavoce del governo, Gholam Hossein Elham,
durante la sua conferenza stampa settimanale. «Non possiamo avere
negoziati su questo e non faremo passi indietro», ha aggiunto. Nel
gennaio scorso Teheran ha riavviato le attività di ricerca e sviluppo in
un impianto a Natanz, nella regione centrale dell’Iran, e in aprile il
presidente Mahmud Ahmadinejad ha annunciate, nell’ambito di questo lavoro,
l’avvenuto arricchimento di uranio entro la soglia del 5%.
Contemporaneamente, le autorità iraniane hanno annunciato l’intenzione di
dotare entro il marzo del 2007 il Paese di un ciclo per la produzione in
massa di questo materiale fissile destinato ad alimentare centrali
nucleari. Una tecnologia che a Washington si teme possa essere usata per
la costruzione di ordigni atomici.
- Iran. 23 marzo. Il
presidente iraniano Ahmadinejad considera «cioccolato e noccioline»
gli incentivi approntati da Francia, Gran Bretagna e Germania per far
rinunciare Teheran al programma nucleare. L’Iran afferma inoltre che non
servirebbero allo scopo nemmeno le presunte “garanzie di sicurezza” che
gli europei avrebbero chiesto a Washington di dare a Teheran per cercare
di ammorbidire la sua posizione. «Si tratta di proposte senza
significato e comunque siamo capaci da soli di garantire la nostra
sicurezza», ha detto Elham a proposito del ventilato –anche se da
nessuno confermato– piano europeo, in base al quale Washington dovrebbe
impegnarsi ad abbandonare ogni proposito di attacco militare o di
tentativo di provocare un rovesciamento dall’interno del regime islamico.
- USA / Iran. 23 marzo. Il
regime di Teheran può restare al potere se abbandona la corsa alle armi
nucleari. Parlando a una riunione dell’associazione ebraica B’nai
B’rith, l’ambasciatore USA all’ONU John Bolton ha presentato la
decisione statunitense di normalizzare le relazioni con la Libia come
esempio della «chiara scelta» cui l’Iran si trova davanti. «Questo
è un segnale per i leader iraniani che, se abbandonano l’appoggio al
terrorismo e rinunciano alla corsa alle armi di distruzione di massa,
possono restare al potere e avere una diversa relazione con gli Stati
Uniti e con il resto del mondo», ha detto Bolton.
- USA
/ Cina. 23 maggio. Pechino può essere una minaccia. La Cina sta
dando vita a un rapido incremento del raggio d’azione delle proprie
capacità militari e potenzialmente costituisce una minaccia ad altri Paesi
nella sua regione. Lo sostiene il Pentagono nel proprio rapporto annuale
al Congresso sulla situazione della Difesa cinese e le prospettive
militari nell’area. Le caratteristiche e il ritmo dei programmi militari
cinesi, secondo il Pentagono, indicano che la Cina guarda oltre a Taiwan,
anche se continua a rafforzarsi nelle regioni più vicine all’isola che
Pechino considera parte integrante del proprio territorio. Le
considerazioni e le preoccupazioni al Pentagono non sono nuove. Più o meno
le stesse riflessioni aveva espresso nel rapporto 2005 dedicato alla Cina.
Nel corso dell’anno passato, però, sono stati rilevati passi da parte del
governo cinese che hanno contribuito ad alzare i toni d’allarme nel
rapporto.
- Venezuela. 23 maggio.
Caracas per tagli produzione OPEC. Il governo venezuelano ha reso noto
oggi che, nel corso della riunione dei Paesi dell’OPEC che si svolgerà a
Caracas a partire dall’1 giugno prossimo, sarà esaminata la situazione del
mercato petrolifero alla luce del fatto che sul prezzo «stanno
incidendo fattori geopolitici». Lo ha detto il ministro dell’energia
Rafael Ramirez precisando che, secondo Caracas, «tenendo conto
dell’attuale livello delle forniture al mercato, sarebbe necessario un
eventuale taglio della produzione», da parte dei membri
dell’organismo. Ramirez, nel corso di una conferenza stampa, ha anche
sostenuto che gli 11 Paesi dell’OPEC «sono preoccupati» per i
fattori geopolitici che incidono sui prezzi del greggio, tipo «le
tensioni» provocate da una possibile «aggressione» all’Iran e
dalla «situazione in Nigeria». Il ministro dell’energia ha anche
assicurato che «c’é petrolio sufficiente» negli stock del mercato e
ha detto che l’holding statale petrolifera PDVSA sta analizzando con
l’Algeria la possibilità di «uno sfruttamento congiunto off-shore»
nelle acque venezuelane.
- Palestina. 24 maggio. Le
pressioni economiche rafforzeranno Hamas. Ne è convinto il capo di Stato
Maggiore dell’Esercito israeliano, Dan Halutz, che vede in crescita il
sostegno palestinese ad Hamas. Lo riporta il quotidiano israeliano Haaretz
nella sua edizione elettronica, citando dichiarazione rese dal generale in
commissione Esteri e Difesa della Knesset. Halutz ritiene inoltre che la
lotta interna palestinese tra miliziani di Al Fatah e Hamas non arriverà a
livello di guerra civile.
- Palestina. 24 maggio. Riconoscimento
d’Israele se Tel Aviv si ritira entro i confini del 1967 con capitale
Gerusalemme est. Dopo Hamas, in data 11 maggio le agenzie di stampa ed i
giornali di tutto il mondo hanno riportato la notizia che un gruppo di
attivisti politici palestinesi detenuti nelle carceri israeliane, fra cui
spicca il nome di Marwan Barghouti, ha reso noto un documento che
riconosce, seppur implicitamente, il diritto a esistere per lo Stato
d’Israele. Alla stesura del documento di Barghouti, denominato “Accordo
Nazionale”, hanno contribuito anche detenuti della Jihad Islamica e dei
due partiti della sinistra marxista palestinese, il Fronte Popolare ed il
Fronte Democratico. Il testo invita le maggiori organizzazioni politiche
palestinesi ad accettare un accordo comune per uno Stato palestinese
indipendente basato sui confini del 1967 con capitale Gerusalemme est.
Hamas e Fatah dovrebbero unirsi e convergere nell’Organizzazione per la
liberazione della Palestina (OLP), che tornerebbe a essere la sola entità
autorizzata a negoziare con lo Stato ebraico a nome dei palestinesi.
- Palestina. 24 maggio. È
presumibile che sia stato lo stesso Abu Mazen a sollecitare a Marwan
Barghouti ad assumere un’iniziativa politica di primo piano. Al Fatah (il
partito di Abu Mazen) è in crisi, soprattutto dopo la vittoria di Hamas
alle legislative dello scorso 25 gennaio. La tensione fra Hamas e Fatah è
sempre più forte, al punto che sono in molti a pensare che l’Autorità
Nazionale Palestinese (ANP) sia sull’orlo di una guerra civile. Di fronte
a una situazione sempre più ingestibile, il presidente dell’ANP pare avere
compreso che sia giunto il momento per un passaggio di consegne di natura
generazionale, sia all’interno del partito Fatah sia al vertice della
struttura governativa dell’ANP. Barghouti potrebbe essere il personaggio
ideale per arginare l’ascesa di Hamas, giacché appare come colui che
possiede tutte le virtù bramate dal popolo palestinese, e non è casuale
che il presidente dell’ANP abbia subito manifestato «pieno sostegno al
piano Barghouti», che ricalca la proposta lanciata in precedenza da
Hamas.
- Palestina. 24 maggio. Agli
occhi della gente comune, Barghouti è l’eroe della causa palestinese,
colui che paga in prima persona per le sue battaglie coraggiose contro la
potenza occupante. Il leader detenuto è l’impavido combattente che senza
timore si è mostrato pronto a rinunciare ai privilegi di cui poteva godere
scendendo a patti con Israele, magari abiurando certe idee professate in
passato per ottenere la scarcerazione. In poche parole, Barghouti appare
ai palestinesi tutto l’opposto di quella classe dirigente corrotta
espressa fino ad oggi da Fatah, quella nomenklatura affiliata al clan di
Arafat che si è arricchita a dismisura con la politica, sottraendo alle
masse i finanziamenti che giungevano da ogni parte del mondo. L’apporto di
Barghouti è divenuto oggi indispensabile per Abbas-Abu Mazen, e la stessa
Israele potrebbe (nonostante le smentite di rito) decidere di scarcerare
Barghouti per evitare quello che al momento è percepito un danno maggiore,
l’ascesa di Hamas.
- USA / Libia. 24 maggio.
Lo scorso 15 maggio il segretario di Stato Condoleezza Rice ha annunciato
che gli Stati Uniti intendono riallacciare piene relazioni diplomatiche
con la Libia. Come specificato dalla Rice, la decisione statunitense avrà
come conseguenza la cancellazione di Tripoli dalla lista degli Stati sponsor
del “terrorismo”. La decisione della Casa Bianca dovrà essere ratificata
anche dal Congresso, ma sembra che il sostegno bipartisan alla scelta non
dovrebbe mancare. I contatti ufficiali tra le due nazioni si erano
interrotti nel 1980, quando l’amministrazione Carter aveva chiuso l’ambasciata
statunitense a Tripoli attaccata da proteste popolari e aveva inserito la
Libia nella lista da cui è stata ora eliminata dalla Rice. Da quel momento
tra Washington e Tripoli ebbero inizio una serie di scontri diplomatici e
spesso anche militari che si trascinarono per oltre 20 anni.
- USA / Libia. 24 maggio. Nell’agosto
1981, due caccia libici aprirono il fuoco contro unità navali USA nel
Mediterraneo e l’anno prima, secondo quanto riportato più volte dal
colonnello Gheddafi, il leader libico al potere dal 1969, un tentativo
statunitense di abbattere il velivolo su cui viaggiava condusse alla
tragedia dell’inabissamento al largo di Ustica del volo Itavia con 81
civili. Nel 1986 il presidente Reagan, in risposta a un attentato
attribuito ai libici in una discoteca di Berlino Ovest frequentata da
militari e in cui rimasero uccisi due soldati statunitensi, decise di
bombardare Tripoli e Bengasi. Nell’attacco aereo rimase ucciso anche un
figlio di Gheddafi. Il culmine delle tensioni si raggiunse nel 1988,
quando il volo Pan Am 103 si disintegrò su Lockerbie in Scozia con 270
persone a bordo a causa di un congegno esplosivo libico. Il paese
mediterraneo divenne oggetto di pesanti sanzioni internazionali e venne
additato dalle autorità statunitensi come il peggior Stato “terrorista” in
circolazione. La Libia fu sottoposta a un completo isolamento diplomatico.
- USA / Libia. 24 maggio. Ma
nel 1999 le cose iniziarono a cambiare. In quell’anno le autorità libiche
arrestarono due persone sospettate di essere coinvolte nell’attentato di
Lockerbie, ma fu nel 2003 che avvenne la svolta decisiva. Nel luglio di
quell’anno il colonnello Gheddafi si assunse la responsabilità
dell’esplosione del volo Pan Am 103 e in dicembre dichiarò la sua
intenzione di smantellare il suo armamentario di armi chimiche e il suo
programma nucleare militare segreto, i cui componenti essenziali vennero
trasportati nel laboratorio nazionale di Oak Ridge in Tennessee.
Per verificare la veridicità delle affermazioni di Gheddafi, il suo Paese
fu sottoposto a un periodo di prova delle sue reali intenzioni. Nel 2004
furono aperti due uffici diplomatici a Washington e a Tripoli fino ad
arrivare all’annuncio del 15 maggio.
- USA / Libia. 24 maggio.
Obiettivi geopolitici ed economici perseguono gli USA nel riallacciare
relazioni diplomatiche con Gheddafi, visto come una sorta di baluardo
laico in un’area dove cresce il fondamentalismo islamico.
Geopoliticamente, si vorrebbe trasformare la Libia in un punto di appoggio
importante degli USA sia verso l’Africa, tenendo conto degli scricchiolii
della leadership di Hosni Mubarak in Egitto e dei problemi in Darfur, nel
Corno d’Africa e in Nigeria, sia verso il Medio Oriente. La riconquista
della Libia alle posizioni statunitensi potrebbe rappresentare un ulteriore
rafforzamento di quel cordone sanitario che gli USA stanno tentando
di creare intorno alla turbolenta regione mediorientale per isolare l’Iran
e proteggere Israele e di cui sono stati momenti importanti i recenti
viaggi della Rice in Kazakistan e nelle altre repubbliche arabe ex
sovietiche. Economicamente, Washington accede alle riserve petrolifere
libiche. Secondo gli esperti, la Libia rappresenta il decimo Paese al
mondo per riserve di oro nero, per cui, l’apertura dei campi petroliferi
libici alle compagnie USA, sempre in competizione con le loro omologhe
cinesi e indiane, segnerebbe un vantaggio molto appetibile. D’altra parte,
le stesse motivazioni di natura economica pare siano state importanti
anche da parte libica. Lo status di isolamento finanziario seguito alle
sanzioni è stato un ostacolo rilevante alla modernizzazione della
struttura economica libica e della sua industria del petrolio. Il bisogno
impellente di investimenti diretti esteri in Libia, anche per migliorare
le reti infrastrutturali del Paese ormai inadeguate, ha contato molto
nella decisione di Gheddafi di riavvicinarsi agli USA.
- USA / Iran. 24 maggio. In
un momento come l’attuale per l’amministrazione Bush, la ripresa delle
relazioni diplomatiche con la Libia può essere considerato un successo. Il
caso libico viene considerato agli occhi di Washington come un esempio di
applicazione della forza dissuasiva della “guerra preventiva”: secondo
alcune fonti, la decisione di Gheddafi è stata favorita anche dal timore
di essere destinatario di un attacco militare simile a quello riservato
all’Iraq. Ma per Jon Alterman, esperto del prestigioso Center for
Strategic and International Studies di Washington, il caso libico deve
essere inteso come unico e non applicabile per Iran e Corea del Nord.
Alterman, nell’esaminare le differenze sul caso libico, rileva che mentre
il programma nucleare bellico di Gheddafi si trovava a un livello di
sviluppo molto ridotto, quelli di Iran e Corea del Nord avrebbero ormai
raggiunto livelli molto consistenti, in particolare per il Paese asiatico.
Inoltre, se Gheddafi voleva ottenere la bomba per ragioni soprattutto di
prestigio, nel caso dell’Iran l’eventuale obiettivo sarebbe dettato da
ragioni più strutturali ed impellenti: rispondere alle capacità nucleari
israeliane e controbilanciare la diffusione di basi militari permanenti
USA in Afghanistan, Iraq e Asia centrale.
- USA / Iran. 24 maggio.
Il programma nucleare della Corea del Nord e quello eventuale dell’Iran
sono una risposta all’aggressività USA. Lo sostiene Jack Mendelsohn,
protagonista dei negoziati sul disarmo nucleare con l’ex URSS. Per
Mendelsohn, la vera questione è il comportamento degli Stati Uniti stessi,
ed i programmi nucleari iraniani e nordcoreani rappresentano una risposta
al crescente dominio globale statunitense.
- Euskal Herria. 25 maggio.
Batasuna presenta i suoi sei interlocutori della commissione per la
negoziazione, in vista di un tavolo basco tra forze politiche, sociali e
culturali che arriva ad una posizione comune per superare il conflitto
politico. La compongono tre donne Olatz Dañobeitia, Arantza Santesteban e
Elena Urabaien e tre uomini Rufi Etxeberria, Xabi Larralde e Arnaldo
Otegi, eletti in base a criteri di territorialità, uguaglianza di genere
e combinazione di esperienza e gioventù. La formazione abertzale
(patriottica) ha presentato la sua iniziativa con la necessità di «passare
il prima possibile alla fase di negoziazione».
- Egitto. 25 maggio. Centinaia
di giudici e giornalisti in piazza per commemorare il “mercoledì nero” di
un anno fa. Nel 2005, i servizi di sicurezza egiziani si scatenarono con
particolare aggressività contro una manifestazione di protesta verso il
regime autoritario del “democratico” Hosni Mubarak, al potere da 25 anni.
I dimostranti vennero inseguiti e picchiati selvaggiamente, si
susseguirono insulti e centinaia di arresti, le donne subirono pesanti
molestie sessuali e addirittura atti di stupro dalla polizia egiziana.
- Israele / USA / Iran. 25
maggio. Israele e USA si danno un anno di tempo per giungere a una
soluzione diplomatica che convinca l’Iran a rinunciare al suo programma
nucleare. Secondo Y-Net, il sito del quotidiano Yedioth Aharonoth,
il presidente Bush ha accettato di adeguare i piani di intervento USA
contro l’Iran al calendario discusso col premier Olmert a Washington.
Israele considera il progetto nucleare dell’Iran una minaccia alla propria
esistenza e ha detto che farà tutto quanto è in suo potere per impedire
che si concretizzi.
- Cecenia. 25 maggio. Un
ufficiale e tre uomini delle famigerate e temute truppe speciali del
ministero russo dell’Interno sono morte in un attacco della resistenza
cecena contro una postazione avanzata nella località di Ishil-Jatoi, nella
regione montuosa di Vedeno, nel sud della Cecenia. Altri tre militari
russi risultano feriti. Il gruppo attaccante ha poi ripiegato sulle
montagne senza subire perdite.
- Euskal Herria. 26 maggio.
Madrid respinge commissione Batasuna. Il governo spagnolo ha respinto come
inaccettabile la delegazione di Batasuna per negoziare un accordo politico
con gli altri partiti nel Paese Basco. Motivo? Si tratta di un partito
fuorilegge. Una posizione, quella di Madrid, che rischia di paralizzare
l’incipiente processo di pace, considerato che sia ETA che Batasuna
considerano la “tavola rotonda” basca un elemento imprescindibile del
negoziato. Ieri uno dei dirigenti di Batasuna, Arnaldo Otegi, aveva
annunciato, parallelamente al futuro negoziato del governo con ETA, la
formazione di una commissione per discutere il futuro dei Paesi Baschi,
formata da lui stesso ed altre cinque persone in rappresentanza delle
varie regioni basche.
- Euskal Herria. 26 maggio. Permach:
«Stanno tirando molto la corda». La posizione del governo punta a «ritardare,
condizionare e non si sa se sabotare il dialogo per la soluzione del
conflitto». Un giorno sì e l’altro pure, la sinistra abertzale
(patriottica) è oggetto di diversi attacchi in forma di citazioni
giudiziarie, proibizione di manifestazioni, arresti. Joseba Permach, uno
dei dirigenti indipendentisti e portavoce di Batasuna, ha avvertito ieri,
su Radio Euskadi, che questa situazione sta portando «al limite del
collasso» la possibilità che «il processo (di pace, ndr) entrerà
in situazione di blocco», se la prossima settimana dovessero essere
incarcerati gli otto mahaikides (componenti il direttivo) all’Audiencia
Nacional. Si tratta di Juan Kruz Aldasoro, Pernando Barrena, Joseba
Alvarez, Arnaldo Otegi, Jon Gorrotxategi, Karmelo Landa, Rufi Etxeberria e
dello stesso Permach. L’accusa per tutti, anche per Otegi sebbene non
presente, perché a casa, malato, e controllato dalla polizia in strada, è
di aver partecipato ad una conferenza stampa ad Iruñea il 24 de marzo, nel
corso della quale era stato pressentato il direttivo della formazione
illegalizzata. L’argomento della Procura è che, essendo Batasuna
illegalizzata, non può «compiere alcun atto in suo nome». Il
portavoce di Batasuna constata che «Rubalcaba (ministro
dell’Interno, ndr) e gli assistenti di Zapatero stanno tirando molto la
corda. Sapranno quello che stanno facendo». Ed ha aggiunto che questa
argomentazione è «una scusa» del governo che presiede José Luis Rodríguez
Zapatero, giacché «sa perfettamente che Batasuna ha dialogato con il
PSE (sezione basca del partito socialista, ndr)» nel corso degli
ultimi anni. Un ulteriore paradosso, ha aggiunto, è che l’esecutivo
spagnolo ha annunciato la sua disponibilità a parlare con ETA, che «non
è precisamente un’organizzazione legale».
- Euskal Herria. 26 maggio. «Non
si può fare niente fuori del quadro della legge dei partiti», in base
alla quale è stato messo fuori legge Batasuna. Così ha replicato il
ministro dell’interno Alfredo Perez Rubalcaba, citato dai media. Gli ha
fatto eco il ministro spagnolo di Giustizia che ha dichiarato che la
formazione indipendentista deve piegarsi alle condizioni imposte dalla
Legge dei Partiti e che il potere giudiziario agisce con indipendenza,
senza obbedire ad istruzioni o consegne. Il governo spagnolo pretende
–rilevano gli osservatori– che la sinistra indipendentista prima di
proporre di partecipare alla trattativa politica registri un nuovo
partito, con nuovi statuti al posto di Batasuna. In questo partito, però,
non potrebbero esservi né Otegi né gli altri membri della sua commissione
negoziale ieri annunciata, secondo le regole vigenti.
- Euskal Herria. 26 maggio. Imbarazzo
tra gli stessi autonomisti sull’atteggiamento di Madrid. Il lehendakari
(governatore) basco, Juan José Ibarretxe, ha chiesto coerenza al partito
socialista rilevando rilevando, come peraltro hanno fatto i responsabili
di Batasuna, che «è una grande contraddizione» aprire il dialogo
con ETA ed incarcerare la dirigenza politica della formazione abertzale.
«Se si va ad aprire un processo di dialogo con ETA, che è logico, è
anche logico che superiamo i vecchi problemi che derivano dalla Legge dei
Partiti ed ammettiamo che Batasuna è una parte integrante in più del gioco
politico», ha proseguito Ibarretxe nella sua intervista a TVE.
Ibarretxe ritiene anche «naturale» che la società basca «ratifichi»
eventuali accordi derivati da un dialogo multipartitico prima che arrivino
alle Cortes (il parlamento spagnolo).
- Nepal. 27 maggio. Il
governo del Nepal e i ribelli maoisti hanno convenuto di cessare tutti gli
attacchi e di lavorare per la pace. La mossa è stata preceduta dalla
creazione del nuovo governo e dalla decisione di liberare centinaia di
ribelli incarcerati e di avviare indagini sulla sorte di molte persone
considerate scomparse. Nel primo giorno di negoziati, governo e maoisti
hanno approvato un codice di condotta di 25 punti, con cui si impegnano a
metter fine alle provocazioni. C’è anche un accordo per indire al più
presto elezioni per formare una speciale assemblea con l’incarico di
stilare una nuova Costituzione e mettere a punto il sistema politico futuro.
- Gran Bretagna / Iraq. 28
maggio. Oltre mille militari hanno disertato le forze armate
britanniche dall’inizio della guerra in Iraq, nel marzo 2003. Lo rivela
oggi la BBC, mentre il Parlamento si accinge a discutere una legge
che inasprisce le pene per i soldati che si rifiutano di partecipare
all’occupazione di un paese straniero. Solo durante il 2005, i disertori
sono stati 377, altri 189 hanno mancato all’appello nei primi mesi di
quest’anno. Intanto il deputato laburista John McDonnell ha informato il
Parlamento che il numero delle perdite britanniche si è triplicato negli
ultimi tre anni.
- Colombia.
28 maggio. Per Bush è un esito che spezzerebbe l’onda
elettorale che negli ultimi tre anni ha radicalmente modificato il dialogo
e i rapporti di forza tra Stati Uniti e America del Sud. Oggi si vota in
Colombia e il presidente uscente, Alvaro Uribe, da quattro anni fedele
alleato di Washington, non corre rischi di essere mandato a casa. Il tutto
in una Colombia in cui guerriglia, paramilitari, rifugiati interni,
narcotraffico, povertà e insicurezza sociale dominano incontrastati. Uribe
rivendica un notevole calo di azioni «criminali», sia legate alla
guerriglia, ai paramilitari o alla delinquenza comune. A Medellin, la
“città della droga”, il 2005 ha fatto registrare il numero più basso di
omicidi (poco meno di 800) da 25 anni. Merito anche del programma “soldi
in cambio delle armi” che ha spinto tanti piccoli criminali di Medellin a
scegliere la via della “redenzione”. Ma senza un’energica ripresa economica
quanto potrà durare? È vero che durante i primi quattro anni di Uribe
l’economia colombiana ha tenuto un buon ritmo ma è altrettanto vero che
non si è risolto, anzi forse è peggiorato, il problema della distribuzione
della ricchezza. Gli Stati Uniti hanno sostenuto a suon di miliardi di
dollari la “dottrina della Sicurezza Democratica” concordata con Uribe,
che ha visto crescere a dismisura l’organico delle forze dell’ordine e
dell’esercito. Non abbastanza però per porre fine alla guerriglia delle FARC
(le Forze armate rivoluzionarie colombiane) né tantomeno alla violenza
degli squadroni della morte paramilitari.
- Russia. 29 maggio. Le
otto potenze nucleari tengono dispiegate 27mila armi atomiche: 13mila di
queste pronte per l’uso bellico. Questi dati corrispondono al 1° gennaio
2005, segnala l’Istituto Internazionale di Stoccolma di Studio dei
Problemi della Pace (SIPRI), la cui edizione russa si presentò a Mosca. A
questa data, gli Stati Uniti mantengono pronti all’uso in guerra 4.216
cariche nucleari strategiche ed altre 680 non strategiche, mentre
l’arsenale russo contiene, rispettivamente, 3.980 e 3.380 ogive atomiche,
cita la relazione. La Gran Bretagna dispone di 185 cariche strategiche e
la Francia di 348, mentre la Cina ha 282 testate atomiche strategiche e
120 non strategiche. Secondo l’annuario SIPRI-2005, chiudevano la lista
Israele, con approssimativamente 200 cariche atomiche, l’India tra 30 e
40, ed il Pakistan con un arsenale tra le 30 e le 50 cariche.
- Cina. 29 maggio. La Cina
modernizzerà l’esercito entro 15 anni, con la costruzione di aerei più
grandi, armamenti più sofisticati, impianti nucleari e sonde spaziali.
L’annuncio sull’agenzia statale Xinhua giunge insieme alle proteste
cinesi contro il rapporto del Pentagono che esprime «preoccupazione»
per la crescita militare di Pechino. L’Istituto internazionale britannico
di Studi strategici denuncia che le spese militari sono quasi il doppio
del dato ufficiale. Pechino prevede un incremento dell’attività di
ricerca, con la costituzione di «un gruppo di esperti di livello
mondiale», per sviluppare tecnologie utili sia in campo militare che
commerciale, secondo il programma approvato ieri dalla Commissione per
scienza, tecnologia e industria per la difesa nazionale. Si vogliono
sviluppare l’informatica, l’ingegneria aerea, i reattori ad acqua pesante
e i gas ad alte temperature delle centrali nucleari, le missioni spaziali
e il programma lunare.
- Cina. 29 maggio. «La
scelta di costruire grandi aerei in una strategia nazionale implica
la creazione di un’industria competitiva». Lo ha dichiarato il primo
ministro Wen Jiabao, secondo cui alla Cina occorrono 1.500 grandi aerei
entro i prossimi decenni, per una spesa prevista di oltre 100 miliardi di
dollari USA. «L’obiettivo è di diventare il Paese leader nel settore,
seppure in un periodo di 30-40 anni», ha aggiunto Wen. Pechino ha
anche presentato una protesta contro il succitato rapporto annuale del
Pentagono, che altresì denuncia l’escalation militare verso Taiwan (con lo
schieramento di oltre 730 missili a corto raggio nelle tre province di
fronte all’isola), parla di crescente “minaccia militare” cinese
nell’intera regione e chiede all’Unione Europea di mantenere l’embargo
alla vendita di armi, in vigore dal massacro di piazza Tiananmen nel 1989.
«Il rapporto, basato sulla mentalità della guerra fredda e con finalità
poco chiare, esagera volontariamente le spese e la forza militare della
Cina, per diffondere la teoria della minaccia cinese», ha commentato
Liu Jianchao, portavoce del ministro degli Esteri.
- USA. 29 maggio. «Non
più di un’ora»: questo il tempo che occorrerà agli Stati uniti per
colpire qualsiasi obiettivo sulla faccia della terra. Lo ha annunciato
ieri al The New York Times il generale James Cartwright, capo del
Comando strategico (Stratcom), precisando che nei 60 minuti è «compreso
il tempo necessario ad avere l’autorizzazione del presidente per l’attacco».
Ciò sarebbe possibile tramite l’impiego di missili balistici a lungo
raggio lanciati da sottomarini Trident e dotati di una testata
convenzionale (non-nucleare). Questa, una volta rilasciata fuori
dell’atmosfera, vi rientra ad una velocità di 28.000 km/h colpendo
obiettivi a oltre 7.000 km di distanza in un tempo massimo di 30 minuti
dal lancio: data la loro enorme velocità, potranno distruggere gli
obiettivi anche con il semplice impatto cinetico. In tal modo, ha spiegato
Cartwright, gli Stati uniti potranno attaccare anche in regioni dove non
hanno abbastanza basi e forze e occorrono quindi giorni per trasferirvi
aerei e navi. E lo potranno fare in tempi rapidissimi, mentre occorrono
molte ore perché un bombardiere, partendo dagli Stati uniti, possa colpire
un obiettivo.
- USA. 29 maggio. Russia e
Cina e gli altri «Stati canaglia» temono però qualcosa di ancora
più grave: essendo i missili balistici a lungo raggio mai impiegati finora
in un’azione bellica, il loro utilizzo anche con testate convenzionali
viene paventato come un test (in modo da migliorarne le
prestazioni) per un attacco nucleare. Come ha precisato Cartwright, dopo
un volo di migliaia di miglia le testate dei missili possono colpire in un
raggio di meno di cinque metri dall’obiettivo: e le testate nucleari,
fanno notare alcuni, hanno un raggio d’impatto di decine di chilometri.
D’altronde, nessuna tecnologia permette di capire se i missili balistici
sono caricati con una testata convenzionale od una nucleare, tant’è che
diversi esperti intervistati dal New York Times paventano «il
rischio di un confronto nucleare accidentale». Lo stesso Putin, nel
suo discorso alla nazione dell’11 maggio, ha avvertito che «il lancio
di un missile di questo tipo potrebbe provocare una inappropriata risposta
da parte di una delle potenze nucleari, un contrattacco con forze nucleari
strategiche».
- USA / Iraq. 29 maggio.
Da Baghdad si sono ritirati oramai molti dei paesi alleati/subalterni di
Washington. Dopo la Spagna, se ne sono andati il Nicaragua, la Nuova
Zelanda, la Bulgaria, l’Ungheria, la Norvegia, l’Ucraina ed altri ancora.
E gli stessi Stati Uniti stanno cercando una via per riportare a casa
buona parte dei loro soldati. Ieri ad esempio, un alto ufficiale USA ha
assicurato i giornalisti che entro la fine dell’anno tre o quattro delle
province irachene passeranno sotto le forze di sicurezza locali, mentre
gli Stati Uniti potranno limitarsi «a un ruolo di sostegno». La
notizia viene dopo le dichiarazioni di Tony Blair e George Bush
sull’inesistenza di piani per il ritiro delle truppe e nello stesso giorno
in cui in Iraq il governo ammette di non essere ancora riuscito a trovare
un accordo sul candidato per la carica di Ministro degli Interni e per
quello della Difesa. Ma allora? Si sta pianificando un ritorno o no? La
versione più probabile è che si stia cercando un modo di diminuire la
presenza, in vista delle elezioni di novembre, che dovranno rinnovare
negli USA l’intera Camera e un terzo del Senato: secondo i sondaggi, il
68% giudica la missione in Iraq un errore. E questi numeri potrebbero
peggiorare sull’onda di nuovi scandali che ricordano la guerra in Vietnam:
il massacro di Haditha di 24 civili, tra cui donne e bambini uccisi a
sangue freddo ed altre due inchieste su simili denunce di uccisioni di
civili innocenti. Così come per le torture di Abu Ghraib, alcuni soldati
avrebbero fotografato le loro vittime. Secondo il quotidiano The
Independent, alcune immagini ritraggono donne e bambini. Una in
particolare fa rabbrividire, la foto di una madre piegata sul proprio
bambino, per proteggerlo. La donna e il bambino sono stati uccisi, “stile
esecuzione”.
- USA / Iraq. 29 maggio.
Per il corrispondente in Iraq del Washington Post, Nir Rosen, il
Paese è caduto in uno stato di «anarchia», in cui anche i marines
non possono più far nulla, presi nel mezzo di una guerra fra le varie
milizie e le varie etnie.
- Colombia. 29 maggio. Alvaro
Uribe, ricandidatosi solo grazie a una riforma costituzionale, è stato
rieletto presidente per il periodo 2006-10 conquistando il 62% dei
consensi, al termine di una giornata elettorale contrassegnata da un forte
astensionismo (oltre il 50%) e da ripetute denunce di brogli. In molte
aree agricole del paese i seggi erano stati installati unicamente nei
capoluoghi e questo ha impedito di fatto a migliaia di persone, in gran
parte indigeni, di esercitare il proprio diritto al voto. Inoltre sono
state segnalate irregolarità in diversi municipi della costa atlantica,
controllati dai gruppi paramilitari. Ad assicurare il successo di Uribe,
il più fedele alleato di Washington nella regione, è stata senza dubbio la
sua politica di “mano dura” con la guerriglia, la sua insistenza sul tema
della “sicurezza”. Questo discorso è riuscito a sedurre ben sette milioni
di elettori, nonostante gli scarsi risultati della gigantesca strategia
militare messa in piedi in questi anni dal governo con l’aiuto dei
consiglieri USA. In particolare le FARC appaiono più attive che mai.
- Serbia / Montenegro. 30
maggio. La nascita del nuovo Stato di Montenegro, oltre a costituire
un’ulteriore tappa del processo di disgregazione della ex repubblica
jugoslava iniziato nel 1992 con la separazione di Slovenia e Croazia,
nasconde in realtà una serie di implicazioni politiche e strategiche di
non poco conto. Con la secessione del Montenegro, Belgrado subisce un
ulteriore ridimensionamento sia territoriale che politico, reso ancor più
grave dalla perdita dell’unico sbocco a mare rimastole. Al di là dei
risvolti puramente economico-commerciali (legati in prevalenza alla
ricchezza proveniente dal settore turistico, in espansione lungo il
litorale montenegrino, e all’importanza strategica del porto adriatico di
Bar), ciò che più preoccupa il governo serbo è l’effetto che il referendum
montenegrino potrebbe ingenerare sul vicino Kosovo, irrequieta provincia
serba a maggioranza albanese, attualmente sottoposto a protettorato
internazionale. È evidente come Pristina abbia seguito ed accolto con
entusiasmo il successo degli indipendentisti montenegrini, in quanto ciò
costituisce un valido e autorevole precedente per una eventuale
indipendenza kosovara. Il governo serbo, nel commentare l’esito del
referendum, si è affrettato ad affermare come non esista alcun parallelo
tra il Montenegro e il Kosovo, chiudendo ogni spiraglio per qualsiasi
rivendicazione.
- Russia / Montenegro. 30
maggio. Quanto alla Russia, l’indipendenza del Montenegro può
costituire un recupero della propria influenza sui Balcani. Già da qualche
tempo, infatti, Mosca ha investito ingenti capitali nello sviluppo
turistico del litorale e comprato impianti produttivi (vedi l’acquisto da
parte del magnate russo Oleg Deripaska della più grossa industria dello
Stato di alluminio). Ora anche il porto di Bar, principale scalo marittimo
montenegrino, sta per finire nelle mani del colosso russo LukOil, che
intende utilizzarlo come terminale mercantile per i propri traffici.
Attirando il nuovo governo indipendente di Podgorica nella sua orbita e
sfruttando il suo accesso economico all’Adriatico, Mosca potrebbe
consolidare la sua posizione strategica nell’area. Malgrado la storica
amicizia con la Serbia, il silenzio assenso del Cremlino sulla scelta del
Montenegro nasconde poi secondo alcuni la speranza che la comunità
internazionale avalli il diritto all’autodeterminazione di alcune nazioni
caucasiche sostenute da Mosca: l’Adzaristan, l’Abkhazia e l’Ossezia
meridionale in Georgia, e il Nagorno-Karabakh, enclave armena in
territorio azero. E tutto ciò pur continuando a ignorare l’analoga
rivendicazione sul proprio territorio da parte dei separatisti ceceni.
- Unione Europea / Montenegro.
30 maggio. Podgorica aspira a entrare nella comunità di Bruxelles, e
nel paese già da un po’ di tempo la moneta in uso è l’euro. Per Bruxelles,
però, la questione dell’ingresso del Montenegro potrebbe diventare un
problema serio. L’Unione Europea, già estesa a 25 Paesi con altri pronti a
entrarvi a breve (Bulgaria e Romania) e altri ancora alla porta, comincia
a fare i conti con le difficoltà legate al massiccio ampliamento dei
propri confini e questo potrebbe pesare sulle future adesioni, specie se
si tratta di far entrare membri che hanno poco da dare e molto da
ricevere. Probabilmente, se da un lato il Commissario europeo per
l’allargamento Olli Rehn afferma che con il referendum sull’indipendenza
si è aperta una prospettiva per l’adesione del Montenegro all’Unione
Europea (che conterrebbe l’espansionismo russo), dall’altro si premerà il
governo di Podgorica a raggiungere determinati standard politici,
economici e sociali, e soprattutto combattere le attività illecite (come
il traffico di droga) che prosperano indisturbate sul suo territorio.
- Serbia / Kosovo. 30 maggio.
I negoziatori serbi hanno formalizzato nella scorse ore una proposta di «autonomia
sostanziale», da definire in modo «concertato», per il Kosovo.
La proposta è contenuta in una lettera inviata da Belgrado ai ministri
degli esteri dei Paesi del Gruppo di Contatto: Francia, Germania, Gran
Bretagna, Italia, Russia e USA. A spiegarne i contenuti è stato Leon
Kojen, consigliere del governo serbo per la questione kosovara, secondo
cui la soluzione consisterebbe in una sorta di giusto mezzo tra le
ambizioni di piena indipendenza della leadership albanese e il vecchio
status di soggezione della regione a Belgrado. Di fatto una sorta di
autonomia allargata, accompagnata dalla demilitarizzazione permanente del
Kosovo e dal mantenimento della presenza militare e della polizia internazionale.
La proposta di Belgrado è probabilmente dovuta alle preoccupazioni
suscitate dal referendum del 21 maggio per l’indipendenza del Montenegro.
Una vicenda che Belgrado teme possa essere interpretata come un
precedente, malgrado le differenze che alcuni osservatori puntualizzano
tra il Montenegro e il Kosovo: differenze sia di cornice giuridica (poiché
il Montenegro era un’ex repubblica federale Jugoslavia con diritto
riconosciuto all’autodeterminazione, mentre il Kosovo è sempre stato solo
una provincia interna alla Serbia), sia di coinvolgimento emotivo per
l’opinione pubblica serba. Comunque questa «larga autonomia»
legislativa senza alcun potere su politica estera, moneta e controllo
frontiere, è già stata bollata dal primo ministro di Pristina, Haziri,
come un «piano inaccettabile».
- Israele / NATO. 30 maggio.
Unità della marina militare israeliana prenderanno pienamente parte per la
prima volta a una esercitazione navale operative della NATO che si terrà
il mese prossimo sul Mar Nero. Lo ha annunciato ieri un portavoce militare
israeliano. Durante l’esercitazione, denominata “Cooperation Mako”,
saranno simulati combattimenti tra unità lanciamissili e si terranno
operazioni di ricerca e salvataggio. In precedenti esercitazioni della
NATO, Israele è stato presente solo in veste di osservatore. Secondo
l’analista militare israeliano Alon Ben David, Israele sta rafforzando la
cooperazione con le forze armate di altri Paesi in preparazione di un
possibile conflitto con l’Iran.
- Afghanistan. 30 maggio.
Militari USA sparano sulla folla a Kabul: morti
e feriti. Scene di “intifada” nella capitale afgana.
Migliaia di persone sono scese in piazza e hanno sfidato con le pietre i
carri armati statunitensi e la polizia. Discordanti le cifre della strage.
Fonti ufficiali parlano di 7 morti; la tv satellitare al Jazeera di
almeno 30 morti. A scatenare la rabbia della gente è stato ieri mattina
l’ennesimo «errore» delle truppe statunitensi: nel trafficato
centro di Kabul, un camion impazzito è finito contro alcune auto civili.
Terribile l’impatto: nelle macchine distrutte sono rimasti cinque corpi
senza vita. Una folla ostile ha raggiunto il luogo dell’incidente. Sono
volati i primi insulti, i militari USA hanno spianato le armi, è arrivata
la polizia afgana. E sono partite le pietre. E alle pietre è stato
risposto con il fuoco delle armi. «A morte gli americani», «a
morte gli occupanti», «Karzai burattino degli USA», ritmava la
gente. Alcuni gruppi si sono diretti nel quartiere delle ambasciate
lasciandosi alle spalle una lunga scia di auto bruciate. L’ambasciata
statunitense è stata evacuata. Decine di manifestanti, secondo al
Jazeera, sono riusciti a entrare nella sede del Parlamento. Il
presidente Hamid Karzai ha allora fatto scattare il coprifuoco a Kabul.
- Afghanistan. 30 maggio.
La tensione non cresce solo nella capitale. Al sud del paese, nella
provincia di Helmand, forze USA hanno raso al suolo una moschea che
ospitava, secondo il vicegovernatore Akhundzada, «una riunione di
talebani». Il raid USA ne ha uccisi 50, ha precisato. Appena una
settimana fa in un analogo bombardamento aereo nella zona di Kandahar
furono uccise 80 persone: almeno 34 erano civili innocenti. Attualmente
sono più di 36.000 i militari stranieri schierati in Afghanista. Gli Stati
Uniti sono alla testa di una coalizione internazionale di circa 27.000
militari formata per l’operazione “Enduring Freedom”, lanciata
nell’ottobre 2001 proprio per scacciare dal potere i talebani. Gli
italiani sono 1200. Nell’estate del 2003, parallelamente, è stata
dispiegata prevalentemente a Kabul, con compiti di “mantenimento della
pace”, la Forza internazionale di assistenza alla sicurezza (ISAF).
- USA / Iran. 30 maggio. Bush insiste: sanzioni finanziarie contro l’Iran.
La Casa Bianca chiederà agli alleati un salto di qualità nella strategia
per bloccare il programma nucleare dell’Iran. Condoleezza Rice potrebbe
presentare giovedì a Vienna, alla riunione dei cinque membri permanenti
del Consiglio di sicurezza (USA, Russia, Cina, Gran Bretagna e Francia) più
la Germania, un piano di sanzioni finanziarie contro Teheran. Da mesi una task
force del Ministero del Tesoro USA sta seguendo le tracce di tutte le
transazioni finanziarie provenienti dall’Iran, sia private che pubbliche.
Una volta rintracciati i conti in banche straniere, sarebbe relativamente
facile colpirli o congelarli, mettendo in seria difficoltà il regime degli
ayatollah. Da anni, gli USA attuano un embargo unilaterale contro Teheran
(come contro Cuba e la Corea del Nord): ma il bilancio è sconfortante. Se
però le sanzioni finanziarie fossero appoggiate anche da Gran Bretagna,
Francia, Germania, Giappone e Italia «allora i risultati sarebbero ben
diversi e l’isolamento dell’Iran un fatto concreto», asserisce un
dirigente del Tesoro contattato dal Washington Post. Solo che tale
boicottaggio finanziario avrebbe «costi» che si prevedono «elevati
per Italia e Giappone»: entrambi i Paesi infatti importano quote non
irrilevanti (il 9% l’Italia) di petrolio dall’Iran. Il nostro paese
inoltre ha investimenti per 3,2 miliardi di dollari oltre a esportazioni
verso Teheran per 2,7 miliardi. Il nodo iraniano sarà presumibilmente uno
dei temi al centro dei colloqui tra il Segretario di Stato USA Condoleezza
Rice ed il Ministro degli esteri Massimo D’Alema in programma il 12
giugno.
- USA / Iran. 30 maggio.
Contro l’Iran, gli Stati uniti potrebbero ricorrere a strumenti non meno
temibili delle armi: le banche. Secondo il Washington Post, gli USA
stanno passando al setaccio i conti dell’Iran, compresi quelli personali di
alcuni leader di Tehran. Il piano prevede che paesi e banche chiudano i
rapporti con gli ayatollah: Washington ha iniziato a illustrarlo agli
alleati. A alto rischio di perdite ci sono Italia e Giappone, rischio
medio per Francia e Germania, basso per la Gran Bretagna.
- Colombia. 30 maggio. Uribe trionfa: presidente per altri quattro anni. 11%
di voti in più rispetto a quattro anni fa quando divenne presidente. Nel
suo primo discorso, Alvaro Uribe, primo capo di Stato a restare in carica
per due mandati da oltre cento anni grazie a una modifica costituzionale,
non ha però parlato né di delinquenza, né di sicurezza, né delle FARC.
Uribe ha puntato soprattutto sull’economia, ribadendo la «necessità»
del Trattato di Libero Commercio firmato con gli Stati Uniti e annunciando
un possibile aumento di scambi commerciali con il resto della regione
latinoamericana e con i paesi europei. Il presidente Uribe ha vinto con
una coalizione di centro destra formata da sei partiti (Prima Colombia).
Il rappresentante del Polo democratico alternativo, Carlos Gaviria, ha
ottenuto un 22%: un risultato storico per la sinistra in Colombia. Il vero
sconfitto delle elezioni è Horacio Serpa, del Partito Liberale. Altissima
l’astensione che ha superato il 55%. Al di là dei risultati delle elezioni presidenziali, in un paese
dove i brogli sono la norma, i paramilitari estorgono voti ed i soldi del
narcotraffico comprano consensi, si segnala la crescita di un movimento
popolare composto da sindacati, lavoratori, organizzazioni contadine,
studenti, comitati di difesa dei diritti umani, comunità afrocolombiane ed
indigene, oltre alla resistenza armata.
- Ecuador / Venezuela. 30
maggio. Accordo energetico con Caracas. Il presidente venezuelano Hugo
Chávez si è recato in visita a Quito, dove ha firmato con il presidente
Palacio un accordo di cooperazione in materia energetica. La visita,
salutata con favore dai settori indigeni, è stata invece accolta
negativamente dal mondo imprenditoriale (la Camera di Commercio ha
definito Chávez «un dittatore»), tanto che Palacio ha dovuto
chiarire che l’accordo sottoscritto con Caracas non significava un
allineamento con il progetto politico bolivariano. E infatti lo stesso
Palacio aveva respinto la proposta venezuelana di aderire a Petroamérica.
Il viaggio di Chávez ha comunque assunto una forte rilevanza politica,
dopo il congelamento dei rapporti tra Stati Uniti ed Ecuador in seguito
alla decisione di Quito di rescindere il contratto con la compagnia
petrolifera statunitense Oxy.
- Germania / Afghanistan. 31
maggio. Preoccupa Berlino la crescente presenza talebana nel nord del
paese. Il ministro tedesco della Difesa, Franz-Josef Jung, è stato ieri
esplicito in tal senso in relazione ai suoi soldati che lì stazionano.
Oggi la Germania asume il comando della cosiddetta Forza Internazionale
per l’Assistenza alla Sicurezza in Afghanistan (ISAF). Al primo canale
dell’emittente tedesca, Jung vede la situazione pericolosa non solo nel su
e nell’est, ma ora anche a nord per via dell’intensificarsi di attentati e
attacchi della guerriglia. Intanto il responsabile dell’Associazione dei
Soldati, una specie di sindacato per militarei, Bernhard Gertz, ha
criticato l’operazione internazionale come è condotta. «Il nostro
intervento in Afghanistan non ha alla base un concetto logico. La
ripartizione dei compiti tra gli Stati non funziona bene», ha detto
Gertz al quotidiano Leipziger Volskzeitung. Seimila militari della NATO si
accingono a rimpiazzare 3.000 statnitensi nel sud afgano la prossima
estate. Washington vuole ridurre dai 23mila attuali ai 16mila i suoi
effettivi facendo progressivamente subentrare i suoi lacché europei.
- Palestina. 31 maggio.
Tregua condizionata di Hamas ad Israele. Il governo palestinese ha offerto
una tregua a lungo termine a Israele, condizionata al ritorno ai confini
del 1967, precedenti all’occupazione israeliana dei Territori. «Siamo
alla ricerca di una soluzione e di una visione politica», ha detto
alla radio Voice of Palestine il portavoce del governo palestinese,
Ghazi Hamad. Una settimana fa tale offerta era stata avanzata dal primo
ministro dell’Autorità Nazionale Palestinese Haniyeh in un’intervista al
giornale israeliano Haaretz. Israele, invece, vuole di fatto il
riconoscimento dell’occupazione e intende lasciare ai palestinesi solo territori-bantustan
tipo Sudafrica dell’apartheid.
- Iran. 31 maggio.
Centosedici Stati membri del Movimento dei Paesi Non Allineati comprendono
e sostengono la decisione dell’Iran di sviluppare tecnologia nucleare con
fini pacifici e avvertono dei pericoli che comporterebbe un eventuale
attacco contro questo tipo di installazioni.
- USA / Iraq. 31 maggio. «Noi,
ragazzini, mandati a uccidere in Iraq». Nel documentario «Occupation:
Dreamland» Joseph Woods, ex marine, ventiquattro anni di cui quattro
trascorsi fra Afghanistan ed Iraq, ha raccontato la sua esperienza a
Falluja e nell’Esercito USA. «Entrare nell’esercito è stata una
cazzata. Ho sempre detestato le istituzioni repressive», dice alla
telecamera di Ian Olds e Garrett Scott in Occupation: Dreamland,
documentario giunto anche nelle sale italiane. Il documentario si incentra
su otto soldati USA, dell’82º divisione dell’esercito, arruolatisi per
caso, per sbaglio o per bisogno, e spediti ai confini del deserto col
mitra a tracolla per «mantenere l’ordine e sopprimere la resistenza»
in una guerra fatta di incursioni notturne nelle case e di rapporti a dir
poco difficili con una popolazione locale stremata e assediata.
- USA / Iraq. 31 maggio. Dopo
le riprese di Occupation: dreamland, Joseph Woods ha scelto di non
riarruolarsi e di entrare negli Iraq veterans for peace.
Intervistato a New York, Woods racconta un po’ la sua storia e la sua
esperienza in Iraq: «il motivo principale per cui mi sono arruolato era
per mettere insieme i soldi per il college. Ero molto giovane, e
l’esercito mi sembrava anche il posto giusto per acquisire più forza e
disciplina (…) Ma la verità è che quando mi sono arruolato, nel 2000, non
avevo idea che mi sarei ritrovato nel bel mezzo di una guerra»,
esordisce l’ex soldato. Interrogato sui rapporti con la popolazione
civile, Woods afferma che «le occasioni di normale interazione con la
popolazione locale non erano molte, c’era una diffidenza reciproca
insuperabile. In battaglia, l’uccisione o il ferimento di civili era
frequente. È quello che accade se dai armi pesanti a ragazzini di 18 o 19
anni. In guerra si prendono un sacco di decisioni sbagliate, alcuni
uccidono per paura, mentre altri soldati ammazzano per vendetta, come se
uccidere fosse il modo più ovvio di reagire alla morte di un compagno».
- USA / Iraq. 31 maggio. Woods
rimarca pure che l’uso della tortura da parte delle forze armate USA è la
regola. «Non ho mai visto di persona cose gravi come quelle di Abu
Ghraib. Ma, sia in Iraq che in Afghanistan, i superiori ci ordinavano di
impedire ai prigionieri di dormire. Spesso, nelle rotazioni dei turni di
guardia, i soldati rimanevano soli con i prigionieri, senza nessuna
supervisione. Molti di loro perdevano il controllo ed erano liberi di fare
quello che volevano. Io stesso non posso ritenermi innocente. Ho fatto
cose ai prigionieri di cui mi pento. Non abusi fisici, ma insulti,
intimidazioni verbali. Allora li vedevo come “nemici”, come “cattivi
ragazzi”. Credevo che, visto che erano detenuti dal FBI o dalle forze
speciali americane, dovevano essere cattivi. Solo dopo mi sono reso conto
che probabilmente erano degli innocenti che si erano trovati al posto
sbagliato nel momento sbagliato».
- USA / Corea. 31 maggio. Nuova
luce su un massacro USA nella guerra di Corea.
Durante la guerra di Corea (1950-53) i soldati statunitensi avevano ordine
di sparare sui rifugiati coreani se questi si fossero avvicinati alle loro
linee. È quanto si legge in una lettera dell’allora ambasciatore USA a
Seul, John Muccio, che getta nuova luce sul massacro di No Gun Ri, in cui
perirono fra i 100 e i 400 civili sudcoreani il 26 luglio 1950, riferisce
ieri il Washington Post. Quel massacro, durato tre giorni, fu
documentato da un’inchiesta dell’agenzia stampa Associated Press
che vinse il premio Pulitzer nel 1999. Il Pentagono aprì allora
un’inchiesta durata 16 mesi, al termine della quale definì i fatti come «una
sfortunata tragedia», lasciando intendere che i soldati avessero
aperto il fuoco autonomamente in preda al panico, temendo che dietro i
profughi si nascondessero truppe nemiche.
- USA. 31 maggio. Il
Tesoro nella mani della Goldman Sachs. S’è presentato nel giardino della
Casa bianca, accanto al presidente Bush, davanti alle tv, con le mani
nelle tasche: il nuovo segretario al Tesoro, Henry M. Paulson Jr.,
presidente della Goldman Sachs. Ha così trasmesso ai cittadini
statunitensi il messaggio che al dipartimento del Tesoro sono arrivate
l’arroganza e la strafottenza del potere finanziario che se ne infischia
delle buone maniere.