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notizie dal mondo
15/ 31 Maggio 2006
(Home)
a)
In primo piano
ancora Teheran. Stavolta una panoramica della sua politica estera nell’area. Al
16 vedere i rapporti Iran / Russia, e poi con Tagikistan, Turkmenistan,
Kazakistan, Armenia, Azerbaigian, Caucaso-Asia Centrale.
Insomma, andare oltre il pretesto del nucleare addotto dall’amministrazione
USA, come battage propagandistico, per creare il nuovo nemico dell’umanità
da abbattere perche d’intralcio ai suoi disegni imperialisti. Interessante
notare, in questa carrellata, come la Russia sia ovviamente preoccupata da
questa aggressività statunitense, ma al contempo veda il rapporto con l’Iran
nell’ottica di un suo appiattimento sotto le sue pelose ed interessate ali
protettive di rinascente spinta imperiale. Subordinazione cui Teheran mostra al
momento di non voler condiscendere. Sempre in tema, si veda Iran 20 (storiella
dei “nastri”), 21 e 23 (Iraq e nucleare).
b)
Balcani, in
particolare il Montenegro dopo il referendum che ha sancito la fine
della federazione con la Serbia. Se ne parla come di un referendum
d’indipendenza, solo che subito quelle stesse classi dirigenti che l’hanno
perseguita consegnano il paese a NATO, cioè USA, e al suo vassallo Unione
Europea (23). Significativo in tal senso leggere Solana al 22. Effetti a
cascata: se ne parla al 23 in generale e al 30. Non manca la Russia (30) che in
Montenegro lavora per i suoi interessi, con buona pace dei “fratelli” serbi.
Questi, tra debiti più o meno condivisi, sbocchi al mare e quant’altro, hanno
ora le loro gatte da pelare: Kosovo oggi, Vojvodina (23) domani?
c)
Euskal Herria
(Paesi Baschi).
Da queste parti ci si chiede: perché Montenegro sì, e (anche) Paesi Baschi no?
L’europeo Solana (22) parla di delirium tremens per chi chiede parità
di diritti. Le indipendenze serie, non servili (come sarebbe nel caso
basco) o anche solo non opportune, da Bruxelles e dal suo committente
Washington non vanno ovviamente bene. Ma i baschi son gente tosta e non
demordono. Nonostante la repressione e i traccheggiamenti di Madrid.
Scarrellata al 18, 19, 21, 22, 23, 25, 26.
d)
Italia. Della serie: ci ritiriamo
dall’Iraq, cioè restiamo. E ce n’è pure per l’Afghanistan. La cornice
ideologica ce la dà il neoministro degli Esteri D’Alema al 21 (un paio di notiziole
in merito). Niente di nuovo sotto il sole, ovviamente. Son decenni che la solfa
è la stessa. Tra Iraq e Afghanistan, comunque, camaleonti
scatenati al 17, 19 [vedere: Afghanistan / Italia], 21, 23.
e)
America
Latina. Colombia
(21, 22, 28, 29, 30) e rielezione Uribe; Bolivia (17, 20), Ecuador
(18, 30); Venezuela (18, 23, 30); Brasile (18); Cile (21).
f) Notizie sparse, ma significative:
1. USA. La paura della Cina (23, 29)
per cui è già partita (Afghansitan, Iraq,...) la “guerra infinita” in vista
dello ‘scontro finale’. Pronti a colpire in un’ora (29), ma intanto testano
nuove armi, ad esempio in Iraq (18). Altre notiziole e non proprio
d’appendice: al 31 (Goldman Sachs ha come ministro Mario Draghi in Italia e
Henry M. Paulson Jr. negli USA); album dei ricordi (di massacri) per Washington
(Corea la 31); Iran (19 e 30); rapporti con la Libia al
24. Infine una curiosità che dà da pensare: gli USA forse si danno l’inglese
come lingua ufficiale (19).
2.
Sull’Iraq due
chicchette al 28 (poco se ne parla, ma i militari britannici si danno)
e, al 31 (USA / Iraq), una testimonianza dal fronte.
Tra l’altro
(se non vi è bastato):
Sardegna (22 maggio)
Germania (15 e 31maggio)
Francia
/ Afghanistan (15
maggio)
Polonia (22 maggio)
Palestina
(24, 31 maggio)
Israele
/ NATO (30 maggio)
Afghanistan (19, 30 e –cfr Germania– 31 maggio)
- Irlanda del Nord. 15 maggio.
Nuova precondizione unionista: la polizia. Dopo la prima sessione
dell’Assemblea nordirlandese, l’esponente unionista Ian Paisley ha
dichiarato che il suo partito (DUP, Democratic Unionist Party) «non
stabilirà alcuna associazione di governo con un partito legato al
terrorismo, ad assassinii ed attività criminali, e che non appoggia la
polizia». Il Sinn Féin ha vincolato la sua partecipazione al consiglio
di polizia nordirlandese al trasferimento delle responsabilità di polizia
e del potere giudiziario all’Assemblea nordirlandese. Comunque, una volta
che ciò si verificasse, sarebbe un’assemblea straordinaria del partito
repubblicano ad avallare la decisione.
- Germania. 15 maggio. «La
Germania cerca un nuovo ruolo per le sue forze armate sullo scenario
mondiale», ha affermato il ministro della Difesa tedesco Franz Josef
Jung. Il tutto, ovviamente, nel quadro dei vincoli NATO ed UE. Molto
presto Berlino raddoppierà le unità delle forze armate tedesche per i
compiti di “mantenimento della pace” (“peace-keeping”), portandole a
15.000, pur nell’ambito delle riduzioni finanziarie imposte dalle
restrizioni del bilancio federale. Il deciso aumento dei soldati disponibili
per futuri compiti renderà la Germania in grado di partecipare in maniera
consistente alle “forze di reazione rapida” NATO Response Force e European
Union Rapid Reaction Force, cui la Germania non aveva finora aderito
con tanta risolutezza, pur avendo già iniziato a muovere le sue truppe
all’estero intorno al 1996, per la missione di “peace-keeping” nella ex
Jugoslavia.
- Germania. 15 maggio.
Oggi però la Germania, con settemila soldati schierati tra Bosnia, Kosovo,
Afghanistan e Sudan, sta aumentando il suo contributo in termini di truppe
in misura confacente ai desiderata USA. Il ministro Jung ha dichiarato che
già dal 1° luglio 2006 la Germania schiererà 6.600 soldati per la NATO
Response Force e dal 1° gennaio 2007 saranno a disposizione della EU
Rapid Reaction Force 1.300 soldati. La NATO Response Force, che
disporrà di 25mila unità e sarà pienamente operativa il prossimo anno, è
stata pianificata tre anni fa per aumentare le capacità operative
dell’Alleanza Atlantica, che denuncia ancora notevoli problemi derivanti
dagli scarsi budget della Difesa dei 26 Paesi aderenti, rilevabili
soprattutto nella branca del trasporto aereo.
- Germania. 15 maggio. Ma
la Germania si prepara anche a scenari di guerra futuri. Secondo i
pianificatori della difesa tedesca, il Paese dovrà preparare 35.000
soldati altamente addestrati per le missioni di reazione e altri 70.000
per compiti di mantenimento della stabilità a lungo termine nei processi
di “peacekeeping”. Previsti inoltre ben 145.000 unità di supporto. Per finanziare
tali progetti, nel mentre si predispongono manovre restrittive di
bilancio, il budget della Difesa tedesca crescerà decisamente dai 29,6
miliardi di dollari del 2006 ai 35 miliardi di dollari del 2007. La
Germania risulterà nei prossimi anni il Paese con maggiori responsabilità
ed oneri nei Balcani e in Afghanistan, affiancandosi in maniera
determinante agli USA nella cosiddetta “lotta al terrorismo”, assumendo un
ruolo molto simile a quello britannico.
- Russia / Iran. 15 maggio.
Per il ministro della Difesa russo, Sergei Ivanov, non ci sono programmi
per ampliare all’Iran la SCO (Shanghai Cooperation Organization). Secondo
quanto riferisce l’agenzia Ria-Novosti, il ministro ha affermato: «Vista
la crescente attenzione sulla situazione in Iran, queste notizie
appariranno almeno dieci volte al giorno. Non ci sono piani per ampliare
la Sco in maniera radicale. Non credo che nel prevedibile futuro la Sco
espanderà sostanzialmente la sua composizione». Al momento l’Iran ha
lo status di osservatore presso l’Organizzazione, i cui leader si
riuniranno il 15 giugno a Shanghai. L’Organizzazione per la cooperazione
di Shanghai è un’associazione inter-governativa fondata il 15 giugno 2001.
Volta a sviluppare legami politici, economici e commerciali nell’Asia centrale,
l’organizzazione basata sulla centralità della Cina intende arginare
l’invasività di Washington nella regione. Proprio in ambito SCO, nel 2005, l’Uzbekistan di Karimov proclamò l’intenzione
di chiudere la base militare statunitense di Khalibad. Lo SCO vede
come membri Cina, Russia, Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan ed
Uzbekistan. Con lo status di osservatori rimangono India, Iran,
Mongolia e Pakistan. Proprio ieri il presidente iraniano Mahmoud
Ahmadinejad aveva annunciato la sua intenzione di partecipare alla
riunione del 15 giugno prossimo a fianco di Vladimir Putin e Hu Jintao.
Ivanov ha poi aggiunto che «tutti i
membri della SCO affronteranno il problema dell’ampliamento della
Organizzazione con grande attenzione e considerazione». Il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov
ha detto che le relazioni con i paesi osservatori verranno discusse
durante la riunione di giugno. Il Pakistan ha già detto di volere unirsi
agli altri membri a pieno titolo della SCO, ed il presidente Pervez
Musharraf è stato invitato ufficialmente a partecipare alla riunione di
Shanghai.
- USA
/ Unione Europea. 15 maggio. L’Unione Europea alleato
strutturale di Washington? Cheney, secondo cui «l’unità democratica in
Europa assicura la pace in Europa», pare proprio d’accordo. Del
discorso tenuto, agli inizi del mese, dal vicepresidente USA Dick Cheney a
Vilnius, ad un forum sui Paesi baltici e sull’Area del Mar nero, hanno
avuto spazio sui media le accuse di Cheney al Cremlino per voler usare
l’arma del greggio e del gas come strumenti di pressione politica sui
reticenti vicini e le non troppo velate accuse a Mosca sulla “democrazia
in pericolo” che occorrerebbe ripristinare. Non sono stati invece colti i
passaggi con cui Cheney ha ribadito la stretta relazione tra NATO ed Unione
Europea. Rivolto ai paesi succitati, Cheney ha ribadito l’appoggio ai loro
sforzi d’ingresso nell’”economia globale” e nel WTO, aggiungendo che «la
crescita di lungo termine dipende dal libero mercato, perché il motore
della prosperità è il settore privato, e che in una compiuta democrazia,
il governo deve proteggere i diritti di proprietà, promuovere la
concorrenza, aprire il mercato interno alle altre nazioni». A questi,
Cheney ha dichiarato il forte incoraggiamento dell’amministrazione USA «ad
entrare nella NATO e nell’Unione Europea. Gli Stati Uniti sono fieri di
lavorare in partnership con una sempre più grande Unione Europea crescente».
- USA / Unione Europea. 15
maggio. Cheney si complimenta per la «perseveranza» con cui le
repubbliche baltiche e Stati appartenenti al Patto di Varsavia sono giunti
a far «parte della famiglia dei paesi democratici dell’Unione Europea»,
la cui “sicurezza” è ovviamente «protetta dalla più grande associazione
per la libertà del nostro mondo, la NATO». Il vicepresidente USA si
felicita del superamento della divisione in due blocchi dell’Europa,
rimarcando soddisfatto che «con l’espansione della NATO e dell’Unione
Europea, paesi che una volta erano rivali sono diventati partner». Una
delle parti più significative del discorso, poco evidenziata, è quella in
cui Cheney “prevede” che, «negli anni a venire, altre nazioni
prenderanno pesanti decisioni e faranno il duro ed essenziale lavoro di
rispettare gli standard della NATO e dell’adesione all’Unione Europea.
L’America guarda al giorno in cui sarete pronti a far parte di quelle
istituzioni, che già vi stanno aspettando».
- Turchia. 16 maggio. La
cittadina di Sinop –ex fortezza-carcere in epoca ottomana e base NATO,
smantellata agli inizi del 2000, per antenne e ripetitori destinati ad
intercettare le comunicazioni della vicina Unione Sovietica durante il
periodo della guerra fredda– è il luogo prescelto da Erdogan per avviare
il suo programma nucleare. La crescita del prezzo del petrolio sui mercati
internazionali e soprattutto la recente crisi tra Ucraina e Russia, dalla
quale la Turchia acquista il 60% del metano che consuma, sono gli elementi
che hanno contribuito a determinare la decisione del governo. In un
vertice internazionale ad Istanbul, il ministro dell’Energia, Hilmi Guler,
ha affermato senza mezzi termini che «anche se usassimo tutte le nostre
risorse naturali avremmo comunque bisogno dell’energia nucleare».
- Turchia. 16 maggio. Di
nucleare già in precedenza se ne era parlato ad Ankara. Per citare
l’ultimo caso, ricordiamo il progetto di una centrale nucleare nel 1998,
che arriva fino allo stadio dell’apertura di una gara d’appalto alla quale
partecipano tre consorzi internazionali, in uno dei quali vi era anche
l’italiana Ansaldo. Progetto che nel 2000 il primo ministro Ecevit decide
di non perseguire perché considerato antieconomico. La decisione di
Erdogan ha già scatenato mobilitazioni nel paese. L’Ordine dei Medici
ricorda i dati sui malati di cancro emersi da una ricerca condotta sugli
abitanti della cittadina di Hopa, nel Mar Nero orientale, che fanno
presumere una relazione con l’incidente di Cernobyl. Il professor Uyar,
della Università di Marmara, ventila un altro pericolo: «Quello per cui
in Turchia finiranno centrali nucleari che sono state rifiutate da altri
paesi europei». Hilal Atici, responsabile di Greenpeace-Turchia, pone
interrogativi ancora più radicali: «Preferiamo un’energia pericolosa ed
inquinante, ripetendo così gli errori compiuti nel passato da altri paesi
che ora stanno ritornando sui loro passi, oppure vogliamo scegliere fonti
di energia rinnovabili e sicure?». I più allarmati sono proprio gli
abitanti di Sinop. Si richiama la mancanza di impatti ambientali sul
progetto e la mancata risoluzione del problema delle scorie. In una
regione dove la pesca rappresenta una delle voci più importanti della
depressa economia, si teme la fine del lavoro. Già costituito il
“Coordinamento contro Sinop Nucleare”, affiancato anche da un sito
internet.
- Iran. 16 maggio.
Rapporti politico-militari ed economici con Cina e Russia, ma anche
progetti economici con India e Pakistan, crescenti relazioni politiche con
Arabia Saudita, Siria e Turchia, ed attivismo in Asia centrale
(Turkmenistan, Tagikistan, Uzbekistan, Armenia e Kazakistan). La politica
estera iraniana, la sua crescente influenza geopolitica nel Medio Oriente
(vedi anche Iraq, Libano con Hezbollah e Palestina con Hamas), nel Golfo
Persico e nell’Asia centrale, sta mettendo sempre più in difficoltà i
progetti di dominio nell’area di Washington. Teheran dimostra come una
politica estera autonoma possa essere di forte intralcio alle strategie di
dominio globale statunitensi, ma anche, come vedremo in alcune notizie,
iniziare a dare un tantino fastidio alle ambizioni imperiali della Russia
nell’area caucasica e in Asia centrale.
- Iran.
16 maggio. Gli USA mirano principalmente ad assicurarsi il controllo
delle risorse energetiche di gas e petrolio del Caspio e dell’Asia
centrale e delle relative vie di trasporto. L’obiettivo è escludere Russia
ed Iran dai circuiti di commercializzazione delle risorse energetiche,
chiudere fonti di approvvigionamento per la Cina, insediarsi militarmente
nelle retrovie di Russia e Cina, sempre più indicate in documenti
strategici di Washington come i futuri nemici globali. Una strategia
per la cui riuscita è anche basilare che gli Stati dell’area versino in
uno stato di precarietà economica e militare tale da indurle ad accettare,
dietro offerte di “cooperazione”, le imposizioni di Washington. Niente di
strano, quindi, che la dichiarazione, durante una visita in Sudan, del
leader supremo Ayatollah Ali Khamenei, secondo cui «la Repubblica
islamica è pronta a trasferire la tecnologia nucleare ad altri paesi»
(25 aprile 2006), venga percepita nelle alte sfere statunitensi come una
gravissima minaccia agli interessi egemonici degli USA e del suo alleato
regionale Israele. Ai loro occhi, è intollerabile che un paese di
religione musulmana disponga della conoscenza della tecnologia nucleare ed
addirittura la trasmetta ad altri: su questo punto non sono forse casuali
i programmi nucleari del primo ministro turco Erdogan, che prevede di
dotare la Turchia di centrali atomiche.
- Iran / Russia. 16 maggio.
Tutte queste ragioni possono far comprendere perché l’amministrazione USA
caldeggi fortemente l’opzione di scatenare addirittura un olocausto nucleare
contro Teheran, vista come l’unica maniera per spazzare via un governo
che rischia di incrinare seriamente l’egemonia di Washington nell’area.
Un’aggressione statunitense non sarà però per niente una passeggiata. Sono
infatti giudicate di tutto rispetto le capacità di difesa ed il livello
dell’industria militare di Teheran, soprattutto di quella aereonautica,
considerata in generale lo specchio delle capacità tecnologiche e industriali
di un Paese (si pensi alle migliaia di componenti elettromeccanici ed elettronici
di cui è dotato un cacciabombardiere). Un alto livello raggiunto grazie
ai decisivi rapporti di cooperazione con Mosca, che si aggiungono ad altri
come per il completamento della centrale atomica di Bushehr. Dal 2000, infatti,
il Cremlino, per la produzione di velivoli militari competitivi con quelli
statunitensi, ha cominciato a decentrare anche verso l’Iran progetti elaborati
dal complesso militar-industriale aereonautico russo. La manovra, detto
per inciso, si inserisce in una politica volta a fare fronte comune
con i paesi dell’area interessati a limitare l’invadenza statunitense.
- Iran / Russia. 16 maggio.
Le ripercussioni sull’industria aereonautica iraniana sono state rilevanti,
come ha mostrato ad esempio la presentazione nel 2002 del cacciabombardiere
“Shafagh”. Alcuni analisti rilevano addirittura che, su alcuni segmenti
di produzione, l’industria aereonautica iraniana è superiore a quella statunitense,
sicuramente penalizzata economicamente dai costi astronomici sostenuti per
le spedizioni militari in Iraq ed Afghanistan. In ogni caso, il salto di
qualità dell’industria militare iraniana non può non preoccupare Washington.
Basti pensare all’inserimento di tecnologia avanzata sul succitato velivolo
“Shafagh”, che gli consentirà di migliorarne le capacità di attacco militare
–anche in termini di dotazione di armamenti e precisione–, la manovrabilità
in fase di decollo ed atterraggio e l’automonia di volo; l’approntamento
dei missili balistici Shahab 3, con una gittata di 2.000 km; la fabbricazione
di missili cruise, con un raggio di 3.000 km e un margine di errore di 10-12
metri; lo sviluppo di un corposo e sofisticato sistema di difesa antiaereo.
- Iran / Tagikistan. 16 maggio. Poco indagati sono i rapporti di
Teheran con gli Stati dell’Asia centrale e nel Caucaso.
Teheran ha intensificato le relazioni con Dushambe, paese dalla importante
posizione strategica, esportatore di cotone ed alluminio verso la
repubblica islamica. Il Tagikistan potrebbe potenzialmente produrre
consistente energia idroelettrica, ma sinora si è dimostrato incapace di
sviluppare il settore da sola. Teheran ha riservato al Tagikistan priorità
nei suoi legami in Asia Centrale con due progetti. Il primo è il tunnel di
Anzob, giudicato vitale per l’integrità territoriale del paese, che
collegherà Dushanbe con il nord del Tagikistan, la cui strada montana di
collegamento è durante tutta la stagione invernale impraticabile. L’Iran
fornisce una decisiva assistenza tecnica (è una ditta iraniana a guidare
la costruzione) e finanziaria (Teheran si accollerà il 75% dei costi della
costruzione). Il secondo progetto è la costruzione della centrale
idroelettrica Sangtuda-2, totalmente finanziata da Teheran e volta a
fornire energia attraverso una linea elettrica ad alta tensione che
attraverserà l’Afghanistan. All’Iran rimarrà la proprietà esclusiva
dell’impianto per dodici anni e mezzo, per poi passare sotto il controllo
tagiko.
- Iran / Tagikistan. 16 maggio.
Attraverso i buoni rapporti con Dushambe, l’Iran potrà assicurarsi
un’importante fonte di approvvigionamento energetico. Il presidente tagiko
Rakhmonov, afflitto da un preoccupante debito
estero e sottoposto a pressioni da parte della Banca Mondiale, ha invece
trovato una importante fonte di finanziamento esterno, che gli ha permesso
di direzionare la propria politica estera ed energetica non legandola
all’affluenza di altri investimenti dall’estero o alla Russia, che detta
legge a Dushambe anche in virtù del coinvolgimento nel settore energetico
e dell’alluminio.
- Iran / Turkmenistan. 16 maggio. Una
possibilità di aggiramento del territorio russo nella distribuzione di gas
dell’Asia centrale è offerta dalla linea Korpezhe-Kurt Kui. Nel marzo
scorso, Ahmadinejad ed il despota turkmeno Niyazov si sono accordati per
un aumento del prezzo (da 42 a 65 dollari il metro cubo) e del volume del
gas turkmeno esportato a Teheran attraverso la succitata linea
Korpezhe-Kurt Kui. L’economia turkmena è molto legata all’esportazione di
petrolio e gas, soprattutto da quando dissesti ecologici hanno compromesso
la tenuta del settore agricolo. In tale contesto si inserisce il
confinante Iran: offrendo a Niyazov la possibilità di diversificare le
proprie esportazioni di gas, ricontrattandone prezzo e quantità esportate
a favore di Ashabad nonostante il paese persiano possieda ingenti riserve
di gas, Teheran fornisce in sostanza al Turkmenistan un importante
sostegno politico.
- Iran / Kazakistan. 16 maggio. Contatti
più stretti si segnalano anche con il Kazakistan, come hanno mostrato
incontri ad alto livello nel dicembre ed aprile scorso e l’istituzione di
una Commissione economica congiunta. Si prospettano pure investimenti
kazaki nella limitrofa area iraniana ed una intensificazione dei commerci (ad
esempio del cotone kazako), per facilitare i quali si prevede un
alleggerimento delle barriere doganali uzbeke e turkmene, che mediano il
transito delle merci tra i due paesi. Per Astana, Teheran potrà fungere da
porta verso il Golfo persico dei propri prodotti, mentre l’Iran confida
nell’appoggio del Kazakistan per poter diventare da osservatore, membro
effettivo della SCO.
- Iran / Armenia. 16 maggio. Da
seguire pure gli sviluppi delle relazioni tra l’islamica Teheran e la
cristana-ortodossa Erevan, soprattutto in seguito alla decisione della Gazprom di aumentare il prezzo del gas fornito
da Mosca all’Armenia, paese considerato satellite del Cremlino, che vanta
due basi militari nel territorio armeno. Per fronteggiare l’aumento del
prezzo del gas (da meno di 60 a 110 dollari al metro cubo) fissato dalla Gazprom,
ecco ritornato all’ordine del giorno il progetto di gasdotto Iran-Armenia,
attualmente in costruzione e da terminare per la fine dell’anno. Per
Erevan, alla luce dell’aumento del gas russo e del crescente interesse
iraniano per esportazioni verso la Georgia e da qui verso il Mar Nero, la
capacità del gasdotto è però troppo limitata. Il gasdotto, infatti, sotto
pressione russa è stato costruito secondo dimensioni idonee per soddisfare
i bisogni dell’Armenia, ma non per esportare gas in Georgia e da qui in
Europa, come avrebbe voluto l’Iran e presumibilmente anche l’Armenia per
lucrare sui diritti di passaggio e poter così anche acquistare armi.
Rafforzando dunque i rapporti bilaterali con Teheran, da metà degli anni
Novanta il principale investitore e partner dell’economia armena, Erevan
proverà dunque a sfuggire alla stretta di Mosca. Non è allora un caso che,
a metà febbraio, l’ambasciata statunitense in Armenia ha fatto sapere che
il progetto di gasdotto irano-armeno non costituisce una violazione del
regime di sanzioni imposto da Washington a Teheran.
- Iran / Azerbaigian. 16
maggio. La politica russa d’innalzamento dei prezzi per il gas
naturale sta spingendo anche Baku a ricercare fonti alternative
d’approvvigionamento. Il presidente Ilham Aliyev ha indicato che Baku
guarderà «il prima possibile all’Iran
per importazioni di gas». Meno
pubblicizzati di quelli con l’Ucraina, gli incrementi di prezzo del gas
naturale sono stati imposti dal conglomerato russo Gazprom anche ad altri
membri della Comunità degli Stati Indipendenti, tra i quali, oltre alla
succitata Armenia, anche Georgia e Moldavia. La Russia e l’Ucraina hanno
risolto la loro disputa lo scorso 5 gennaio, ma tra gli Stati della CSI vi
sono sentimenti negativi nei confronti delle azioni della Gazprom. Per
Armenia, Azerbaigian e Georgia, il prezzo è cresciuto recentemente a 110
dollari ogni metro cubo di gas mentre prima era meno di 60. Nonostante
l’Azerbaigian possegga notevoli risorse naturali, il Paese deve ancora
sviluppare il suo settore del gas naturale in modo da coprire le necessità
energetiche del Paese. Secondo l’agenzia stampa Turan,
l’Azerbaigian sta importando il gas russo dal novembre del 2000, con lo
scopo principale di produrre energia elettrica, dato che gli impianti
termoelettrici azeri sono passati dal petrolio al gas. Da qui il
riavvicinamento con il vicino iraniano.
- Iran / Azerbaigian. 16
maggio. Il 20 dicembre scorso, poco prima della chiusura dell’accordo
con la Gazprom, Aliyev si è incontrato con il presidente iraniano Mahmoud
Ahmadinejad nell’”enclave” azera di Nakhchivan. I due hanno partecipato
all’inaugurazione di un gasdotto tra Iran e Azerbaigian che ha permesso,
per la prima volta dopo 15 anni, che il gas naturale arrivasse a
Nakhchivan, bloccata dalle forze armene in connessione con l’ancora
irrisolto conflitto del Nagorno-Karabakh (enclave popolata prevalentemente
da armeni, ma situata in Azerbaigian). L’accordo avrà durata ventennale, e
si prevede un aumento della fornitura di gas già dal prossimo anno. «Le relazioni tra due Paesi amici e fraterni
si stanno sviluppando rapidamente. Tra noi vi è un comune sentire,
cooperazione ed amicizia», ha
dichiarato Aliev durante la cerimonia. Ahmadinejad ha aggiunto che «l’Iran sarà sempre al fianco
dell’Azerbaigian nei buoni e cattivi momenti».
- Iran / Azerbaigian. 16
maggio. Da notare che il disgelo tra Iran ed Azerbaigian, oltre a dare
fastidio alle velleità imperiali della Russia, irrita fortemente anche
Washington, che vorrebbe utilizzare Baku come base d’attacco verso
Teheran. Dopo la caduta dell’impero sovietico, l’Azerbaigian è stato
considerato uno dei più fedeli alleati di Washington nell’area anche in
funzione anti Teheran. Lo dimostrano le pressioni USA sull’approntamento
dell’oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyhan (BTC) per convogliare il greggio del
Caspio verso il terminale petrolifero turco di Ceyhan attraverso la
Georgia, mentre sarebbe stato più conveniente economicamente tracciarne
uno attraverso il territorio iraniano. L’appoggio USA agli oppositori di
Aliyev durante le elezioni legislative del novembre scorso (contesa in cui
la Russia ha giocato un ruolo determinante in aiuto di Aliyev) ha però
alienato qualche simpatia a Baku. Tra queste contraddizioni si sta intanto
inserendo l’Iran, che così non solo riesce a frustrare i tentativi USA di
isolarlo geopoliticamente, ma anche a fungere indirettamente da punto di
riferimento per quei paesi caucasici che vogliano sfuggire alla morsa
imperiale di Mosca.
- Iran / Azerbaigian. 16 maggio.
Il riavvicinamento tra i due paesi non deve comunque far dimenticare i vari
punti di discordia tra Baku e Teheran. Innanzitutto sullo statuto giuridico
del Mar Caspio, questione fondamentale per la ripartizione delle sue risorse
energetiche. Dopo che la fine dell’Unione sovietica ha visto crescere il
numero degli Stati adiacenti al Caspio (a parte l’Iran, il Turkmenistan,
la Russia, il Kazakistan ed appunto l’Azerbaigian), si è posto il problema
se considerare il Caspio giuridicamente come mare o lago: in un caso o nell’altro,
cambierebbero le regole di ripartizione delle ricchezze. Baku vorrebbe applicata
al Caspio la regolamentazione per il mare aperto, proposta osteggiata da
Teheran che si vedrebbe danneggiata per lo sfruttamento dei giacimenti offshore.
A questo problema giuridico, si aggiunge quello dello sfruttamento e distribuzione
all’estero delle risorse energetiche. Iniziamente, l’Iran avrebbe dovuto
partecipare con una piccola quota (5%) alla firma del “contratto del secolo”
del 1994, il consorzio internazionale creato con più Stati e alcune compagnie
petrolifere (come l’anglostatunitense Bp Amoco) per lo
sfruttamento delle riserve petrolifere del Mar Caspio. Ma l’opposizione
degli USA, che avevano supervisionato la creazione del consorzio, portò
all’esclusione della Repubblica islamica, inoltre tagliata fuori dai circuiti
di distribuzione attraverso l’oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyhan (BTC), che attraversa
la Georgia invece di passare (come il buon senso avrebbe suggerito) per
il territorio iraniano.
- Iran / Azerbaigian. 16 maggio. Dissidi tra Baku e Teheran anche
sulla sorte del succitato Nagorno-Karabakh, dove l’Iran sostiene, quantomeno
economicamente, l’Armenia. Ultima questione non trascurabile, la presenza
in Iran di una grande minoranza nazionale azera. Buona parte del nord iraniano
e la stessa Teheran è popolata da milioni di azeri. Una cospicua presenza
si registra pure a Teheran. Più numerosi in Iran che nello stesso Azerbaigian,
secondo alcuni analisti questi azeri complicano le relazioni tra i due Stati:
Teheran temerebbe l’emergere di un eventuale irredentismo azero, al momento
comunque piuttosto marginale, che troverebbe il sostegno di alcuni circoli
“nazionalisti” di Baku. Nonostante i succitati punti di attrito, le relazioni
tra Baku e Teheran potrebbero evolvere in senso positivo. Sul piano economico,
gli iraniani possono svolgere un ruolo importante nello sviluppo del commercio
estero azero. Ma soprattutto, Teheran può fungere da sponda per Baku per
non finire nella tenaglia delle velleità imperialiste di Stati Uniti ed
anche Russia. Considerati i timori di Teheran per un ingresso di Baku addirittura
nella NATO con Israele, non si perderà occasione per cercare condizioni
di riavvicinamento con il vicino azero. Se però l’Azerbaigian dovesse finire
definitivamente e del tutto sotto l’influenza statunitense, a Teheran pare
che già abbiano in serbo una carta di riserva. Secondo Bayram Balci, ricercatore
all’Istituto francese di studi dell’Anatolia, Teheran, in modo lento ma
costante, sta stringendo relazioni non irrilevanti con movimenti e anche
personalità religiose dell’Azerbaigian e delle comunità azere in Georgia.
Balci parla a tal proposito di reti religiose sciite che lavorano di concerto.
Che siano i prodromi per la formazione di un Hezbollah azero, paese
che, ricordiamo, è di religione sciita come l’Iran?
- Iran / Caucaso / Asia
centrale. 16 maggio. Lo scorso novembre Ali Larijani, segretario del
Consiglio supremo per la sicurezza nazionale iraniana e massimo
diplomatico sulle questioni nucleari, ha dichiarato che «la sicurezza nazionale dell’Iran passa per
la stabilità, l’indipendenza, il progresso e lo sviluppo dell’Asia
centrale e del Caucaso». Questa
dichiarazione sicuramente tiene conto dei timori iraniani di non finire
accerchiati da paesi legati a doppio filo con i nemici Stati Uniti ed
Israele. A ben vedere, però, esprime anche una indicazione di politica
estera che andrebbe seguita da qualsiasi nazione refrattaria alle
macroaggregazioni geopolitiche ed aspirante all’indipendenza: sostenere
l’autonomia di altri paesi (anche se, in molti dei casi in questione,
guidati da oligarchie più o meno odiose) come mezzo per la propria
indipendenza. Quanto appena detto può allora essere la chiave
interpretativa per spiegare, ad esempio, i succitati (di fatto) sostegni
economici (e conseguentemente politici) al Tagikistan e al Turkmenistan.
- Iran / Caucaso / Asia
centrale. 16 maggio. Ovviamente, su questioni come il vicino
Nagorno-Karabakh l’Iran promuove una risoluzione del conflitto per
impedire che un suo rinfocolamento causi grossi spostamenti di
popolazione: basti pensare ai milioni di profughi afghani accolti nel
territorio iraniano. Ma in questo caso l’Iran, non essendo membro
dell’OCSE, è stato escluso dal giocare un ruolo nella risoluzione del
conflitto. Inoltre, la paura di un asse Stati Uniti-Turchia-Azerbaigian ha
portato l’Iran ad avvicinarsi ad Armenia, Grecia e soprattutto Russia.
Tale ultima intesa spiega l’astensione sulle questioni nazionali
dell’Abkhazia e dell’Ossezia meridionale, le cui legittime rivendicazioni
sono sostenute da Mosca in funzione anti-georgiana, ed il basso profilo
sulla Cecenia, verso cui comunque Teheran non sembra dimostrare molto
entusiasmo.
- Iran / Caucaso / Asia
centrale. 16 maggio. La politica iraniana in Asia centrale, poi, è
volta a conciliare la “sicurezza nazionale” sopra citata con gli interessi
locali di determinate aree interessate allo sviluppo delle relazioni
economiche e delle comunicazioni, e le cui domande la Repubblica islamica
non può ignorare. Dopo la caduta dell’URSS, l’Iran ha cercato di far
valere la sua posizione di Stato di transito in particolare per il
commercio tra l’Oceano indiano, l’Asia centrale e le repubbliche
caucasiche. Sono indubbiamente migliorati i trasporti ferroviari, stradali
ed aerei, e sono in corso progetti di costruzione di tunnel e di ponti per
migliorare il trasporto verso la Cina attraverso il Tagikistan e
l’Afghanistan. Anche se però, sul transito del petrolio e del gas, la
pressione esercitata dagli Stati Uniti per la costruzione della conduttura
Baku-Tbilisi-Ceyhan (BTC) ha rappresentato indubbiamente uno svantaggio
considerevole (non solo) per l’Iran.
- Italia
/ Iraq. 17 maggio. «Non
scappiamo», dice il ministro della Difesa
Martino a Nassiriya nell’ultimo giorno di governo. Ed è vero: è pronta
“Nuova Babilonia”, la missione «civile»
con un capo italiano, un vice statunitense e 600 soldati. Stefano
Chiarini de il manifesto
rivela che Antonio Martino, nella sua ultima
dichiarazione da ministro della Difesa, «ha ribadito il
progetto destinato a “coprire” con la nostra bandiera il protettorato USA
sulla Mesopotamia: riduzione da 2.600 a 1.600 uomini entro giugno e a fine
anno il passaggio da “Antica Babilonia” a “Nuova Babilonia” lasciando a
Nassiriya circa 600 uomini». Dovrebbero
rimanere in Iraq anche i militari italiani presenti presso il Comando
Britannico della divisione multinazionale zona sud-est e quelli presso il
comando Multinazionale delle Forze in Iraq a Baghdad: in tutto circa 166
uomini, oltre ai militari che operano presso il Centro di Addestramento a
Baghdad della NATO.
- Italia
/ Iraq. 17 maggio. Il ministro Martino è stato ieri molto
chiaro: «intendo ancora una volta rassicurare
le autorità irachene: noi non ce ne andiamo, non scappiamo, non ci
ritiriamo. Cambia solo la natura della missione: finora è stata
prevalentemente militare, dall’inizio dell’anno prossimo sarà
prevalentemente civile». In altri
termini, «un semplice cambiamento di pelle»,
commenta Chiarini. La nuova missione italiana ruoterà attorno ad una «micidiale
miscela di “civile e militare” facente capo al Team di Ricostruzione
Provinciale (PRT) di Nassiriya,
costruito sul modello degli analoghi organismi messi in piedi in
Afghanistan dalla NATO». Chiarini si
sofferma pure su questi PRT: «Non si tratta di
truppe lasciate a proteggere i “civili” ma piuttosto di uno strumento che
garantisce l’inserimento della struttura militare nell’area di operazioni
cercando di darle legittimità e di ridurre al minimo gli attriti con la
popolazione e la società locale. È una struttura mista con componenti
civili e militari ma all’interno di un progetto che è sempre quello
dell’occupazione militare a guida USA e del sostegno ai governi e ai
governatori fantoccio locali i quali, senza le forze occupanti, non
potrebbero più continuare nei loro traffici illeciti, se non nei loro
crimini».
- Italia
/ Iraq. 17 maggio. Charini rileva la fretta con la quale il
governo di centrodestra uscente e gli alti comandi dell’esercito hanno
proceduto, prima della formazione del governo Prodi, a creare
l’infrastruttura della nuova missione. «Il
Team provinciale per la ricostruzione di Nassiriya comincerà ad operare ai
primi di giugno e sarà pienamente operativo già a metà del mese prossimo.
A capo della nuova struttura ci sarà un funzionario del ministero degli
esteri italiano con due vice, un ufficiale italiano e un “civile”
statunitense. Come sarà possibile portare avanti questo lavoro, visti i
fallimenti precedenti e per più in una situazione ancora più deteriorata
sotto il profilo della sicurezza e con una componente militare ridotta a
soli 600 uomini non è dato sapere. L’unica certezza è che si metteranno a
repentaglio inutilmente le vite di tanti nostri concittadini civili e
militari».
- Sudan. 17 maggio. Il Consiglio
di Sicurezza dell’ONU ha varato ieri una risoluzione, presentata dagli
Stati Uniti, che prevede un calendario accelerato per la mobilitazione di
caschi blu nel Darfur. Il documento dà al Sudan una settimana di tempo per
far entrare esperti militari ONU nella regione per pianificare il
dispiegamento dei soldati delle Nazioni Unite entro quest’anno. La
risoluzione non specifica le conseguenze se il Sudan non rispetterà i
tempi. Il documento chiede la stretta osservanza dell’accordo di pace
firmato il 5 maggio scorso e stabilisce che il segretario generale Kofi
Annan faccia dettagliate raccomandazioni sulla dimensione della forza (che
sostituirebbe le truppe dell’Unione Africana), il suo mandato e la sua
composizione entro una settimana dal ritorno della missione.
- Sudan. 17 maggio.
L’Unione Africana ha dato a due gruppi ribelli del Darfur –la regione del
Sudan occidentale teatro di una guerra che ha causato decine di migliaia
di morti– altre due settimane di tempo per firmare l’accordo di pace. Dopo
lunghi e difficili colloqui di pace in Nigeria, il 5 maggio scorso solo
una –per quanto la più importante– delle tre fazioni ribelli del Darfur ha
firmato un accordo con il governo di Khartoum per porre fine ai
combattimenti.
- Iran. 17 maggio. «Iran,
no all’uso della forza». Cina e Russia frenano gli USA, non
appoggiando alcuna risoluzione ONU che apra la porta a interventi militari
contro l’Iran. Sono stati i ministri degli esteri dei due Paesi a
ufficializzare questa posizione, durante una conferenza stampa a Pechino.
Entrambi hanno peraltro rinnovato il loro sostegno all’iniziativa degli
UE3 (Francia, Gran Bretagna e Germania) per una soluzione pacifica del
contenzioso nucleare iraniano. Non è chiaro a questo punto cosa succederà
della risoluzione che gli USA avevano preparato due settimane fa e che
speravano di vedere prontamente approvata. Nel testo si faceva chiaro
riferimento al “capitolo VII” dello Statuto dell’ONU, lo stesso citato
nella risoluzione 1441 del 2002 contro l’Iraq, e che fu la base dell’aggressione
del marzo 2003.
- Russia /
Inguscezia.
17 maggio. Un
vice ministro degli interni è stato ucciso da un’autobomba esplosa al passaggio della
sua vettura.
Non è riuscito a salvarlo neppure la
blindatura. Con Dzhabrail Kostoiev sono morti l’autista, una guardia del corpo ed altre quattro persone.
- Russia
/ Cecenia. 17 maggio.
Quattro soldati russi sono stati uccisi stamani in Cecenia dopo
che il loro mezzo è stato attaccato da un gruppo di guerriglieri indipendentisti
vicino al villaggio di Nikikhit nella provincia meridionale di Kurcialoi.
Altri quattro militari sono rimasti feriti
- Georgia. 17 maggio.
Iniziato il ritiro militare russo dalla repubblica caucasica di Georgia.
Il primo convoglio ferroviario con blindati russi ritirati dalla Georgia,
in adempimento degli accordi di evacuazione delle basi militari russe in
questo paese, è arrivato ieri nella repubblica del Daghestan. Il
convoglio, che trasporta sette carri da combattimento T-72, otto blindati
leggeri e quattro veicoli di telecomunicazioni, è uscito lunedì dalla base
georgiana di Alalkalaki. Lo seguiranno altri 21 convogli con oltre 300
unità di blindati e armamento pesante per chiudere la base nel 2007. Nel
2008 chiuderanno la base di Batumi e la sede dello Stato Maggiore russo a
Tblisi.
- Nepal. 17 maggio. La
liberazione dei prigionieri maoisti è condizionante per il dialogo, così
come la localizzazione degli scomparsi. Lo ha detto il massimo dirigente
della guerriglia maoista, Pushpa Kamal Dahal, Prachanda, che ha chiesto la
messa in libertà dei 1.400 guerriglieri prigionieri e che si renda
pubblica la localizzazione degli ‘scomparsi’. Si tratta di 1.600
simpatizzanti della guerriglia di cui non si ha più traccia in questi
dieci anni di guerra.
- USA / Somalia. 17 maggio. Gli Stati Uniti finanziano i
“signori della Guerra” in Somalia. Il Washington Post ha scritto
che gli USA finanziano in segreto i signori della guerra somali riuniti in
un’Alleanza che si contrappone ai combattenti islamici in una furiosa
guerra per il controllo della capitale Mogadiscio, che ha già provocato
centinaia di morti. «Il governo statunitense ha finanziato i signori
della guerra nella recente battaglia di Mogadiscio, non ci sono dubbi a
riguardo», ha dichiarato il portavoce del governo somalo
Abdirahman Dinari ai giornalisti per telefono da Baidoa. «Questa
cooperazione... porterà soltanto ad una guerra civile», ha aggiunto. Il quotidiano USA fa parlare analisti
esperti in questioni africane. Il portavoce del dipartimento di stato Sean
Mc Comack ha di recente sottolineato come gli USA lavorino «insieme ad
alcuni individui nella lotta al terrorismo nel Corno d’Africa».
- Cuba / Iran. 17 maggio.
Rinsaldare i rapporti bilaterali ed intensificare le relazioni con Venezuela
e Bolivia per opporsi alla politica degli Stati Uniti. Questa l’intenzione
ribadita in un colloquio telefonico tra il presidente iraniano Ahmadinejad
e quello cubano Fidel Castro. Ahmadinejad, scrive l’agenzia iraniana Irna,
«ha elogiato le posizioni di Cuba contro l’imperialismo internazionale
e la sua difesa dei diritti del popolo iraniano».
- Bolivia / Spagna. 17 maggio.
Nazionalizzazione del petrolio boliviano: protesta il governo spagnolo,
che ha definito «inaccettabile»
la decisione di La Paz di confiscare senza indennizzo le azioni di tre imprese
petrolifere che il Banco Bilbao Vizcaya Argentaria (Bbva) amministra attraverso
un fondo pensioni. Il decreto firmato dal vicepresidente García Linera impone
infatti alle amministrazioni dei Fondi pensione “Futuro della Bolivia” (di
proprietà della compagnia assicuratrice svizzera Zurich) e “Previsión Bbva”
di trasferire gratuitamente, in un termine massimo di quattro giorni, le
azioni delle compagnie petrolifere locali Chaco, Andina e Transredes alla
Yacimientos Petrolíferos Fiscales Bolivianos. «Non
c’è niente da indennizzare. Non stiamo espropriando nessuno, stiamo solo
recuperando quello che spetta al popolo boliviano», aveva detto Evo Morales
nel corso del suo giro europeo. A Strasburgo Morales aveva tenuto un
discorso nell’aula del Parlamento Europeo, ribadendo il diritto della Bolivia
a sfruttare le sue risorse per non essere più «uno
Stato mendicante».
Con il trapasso di azioni, YPFB controllerà tra il 34 ed il 48% di Transredes,
Chaco e Andina.
- Bolivia / Spagna. 17 maggio.
Come rileva il sito internet selvas.org, in seguito alla “generosa” legge
dell’ex presidente Gonzalo Sánchez, in Bolivia hanno operato diverse
multinazionali: la compagnia privata spagnola Repsol, la statale
brasiliana Petrobras, la British Gas, la francese Total, la Exxon,
l’anglostatunitense British Petroleum-Amoco, la statunitense (con
azionisti boliviani) Pan American, la statunitense Vintage, l’argentina
Plus Petrol (associata con Repsol), l’anglolandese Shell. La
privatizzazione condotta da Gonzalo Sanchez nel 1996 concesse l’amministrazione
di tutti i campi petroliferi, piattaforme o condotti della YPFB
(Yacimentos Petroliferos Fiscales Bolivianos, l’ente petrolifero statale
di Bolivia) alle seguenti aziende di nuova formazione: la Chaco,
controllata dall’anglostatunitense BP Amoco; l’Andina, controllata dalla
Repsol la Transredes, controllata dall’anglolandese Shell. Selvas.org
rilevava che «i
tributi di Chaco e Andina assommano a 570.7 miliardi di dollari, quando le
semplici riserve certificate di gas e petrolio dei campi dell’YPFB hanno
un valore di 14.000 miliardi di dollari! La somma che “sborsa” Transredes
per impossessarsi di tutta la rete di condotti, inclusi l’oleodotto per
l’esportazione fino ad Arica-Cile e il gasdotto per l’esportazione in
Argentina, è la stessa cifra che Transredes guadagna in un solo anno di
lavoro».
Questo per dare un po’ l’idea dei furti coloniali subiti dalla Bolivia
sotto l’operato dei «governi
corrotti di Jaime Paz (1989 - 1993), passando per Gonzalo Sachez,
Hugo Banzer, Jorge Quiroga, di nuovo Gonzalo Sanchez e Carlos Mesa, che
hanno gareggiato tra loro per vedere chi riusciva a fare meglio gli
interessi delle multinazionali».
- Bolivia. 17 maggio.
Indigeni ieri, a Madrid, esigono indennizzo alla Repsol. Autorità
dell’Assemblea del Popolo Guaranì di Itika Guasu, dipartimento di Tarija,
esigono dalla multinazionale spagnola Repsol il pagamento di 42 milioni di
dollari (32,7 miioni di euro) per i danni medioambientali, culturali,
sociali ed economici causati dalla compagnia petrolifera durante gli ultimi
dieci anni in territorio guaranì, dove si trova la riserva di gas più
importante della Bolivia, Campo Margarita.
- Bolivia. 17 maggio. Milioni di ettari di terra fiscale per indigeni
e contadini. Il governo ha disposto oggi l’eliminazione dei latifondi «oziosi»,
nel quadro del programma, presentato ieri, di seconda riforma agraria del
paese. Il piano, reso pubblico nella città centrale di Cochabamba, è un
insieme di misure urgenti che si concerteranno con gli imprenditori
agricoli dal prossimo mercoledì, ma che possono essere radicalizzate nella
prossima Assemblea Costituente. Il programma prevede la distribuzione
immediata tra i 2 ed i 4,5 milioni di ettari di terre fiscali. Lo Stato
acquisisce inoltre i latifondi improduttivi accumulati principalmente a
Santa Cruz, est del paese. L’analista Miguel Urioste, della Fondazione
Terra, un centro specializzato in tema, ha definito il piano come un «salto
qualitativo per approfondire la distribuzione delle terre nel paese» e
farla finita con il «latifondo coperto». La prima riforma agraria
(1953, sotto il presidente Víctor Paz Estenssoro) produsse una
distribuzione diseguale: circa 40mila imprese acquisirono 36 milioni di
ettari, 500mila contadini appena 12 milioni. Secondo il sovrintendente
forestale, José Martínez, non ci sono problemi di terre in Bolivia, dato
che il paese ha 1,1 milioni di km2 per nove milioni di
abitanti, la metà dei quali vive in quattro città.
- USA / Siria. 17 maggio. Damasco
prova a levarsi dal mirino di Washington offrendo il proprio petrolio. Da
una parte, gli USA non cessano di minacciare verbalmente la Siria di nuove
sanzioni per il suo «recalcitrante comportamento» verso la
questione irachena, libanese e palestinese. Dall’altra, compagnie USA
tornano a operare nel settore energetico proprio in Siria. Lo scorso 9
maggio, il quotidiano di Damasco Tishrin pubblicava la notizia di
un nuovo accordo tra le autorità siriane e una compagnia petrolifera USA,
la Marathon Oil Company di Houston, per lo sviluppo di due giacimenti di
gas e petrolio nel centro della Siria per i prossimi 25 anni. Il
finanziamento dello sviluppo dei giacimenti da parte della Marathon Oil
Company comprende anche l’addestramento di tecnici siriani. Le sanzioni
applicate da Washington nei confronti della Siria, iscritta dal 1986 nella
lista di Paesi che sostengono il “terrorismo”, non impedisce investimenti
di questo genere, ma solo l’esportazione di componenti tecnologiche. Come
riporta l’agenzia di stampa siriana Sana, sono già tre le compagnie
statunitensi che hanno stipulato contratti nel settore delle risorse
energetiche (Ipr, la Devon Energy e la Gulfsands Petroleum).
- USA. 17 maggio.
Vjaceslav Nikonov, presidente del fondo “Politika”, vede gli Stati Uniti,
nonostante la loro incontrastata supremazia, perdere influenza in campo
internazionale. Ad esempio in campo energetico. «Le corporazioni
multinazionali americane sono abituate a sfruttare qualsiasi economia
nazionale, venire, estrarre il petrolio e trasferirlo sul mercato
internazionale. Improvvisamente capita che in Russia alcuni settori
vengano dichiarati strategici, e che i capitali stranieri non possano
andare ovunque. Sullo sfondo di ciò che sta succedendo oggi nel mondo,
quando in Bolivia nazionalizzano le attività petrolifere, il Venezuela
caccia via gli americani, in Nigeria non si sa cosa sta succedendo, in
Iran, in questo momento una delle più forti potenze petrolifere, sorgono
problemi, è naturale che la questione del controllo delle risorse
energetiche balzi al primo piano per gli americani». Per Nikonov, gli
USA «stanno perdendo il controllo dei flussi energetici mondiali. E
allora la Russia, che è la prima al mondo nell’estrazione del gas, la
seconda in quella del petrolio, naturalmente si trasforma in oggetto di
accresciuto interesse».
- USA / Russia. 17 maggio.
Per Nikonov, il fatto che la Russia, dopo la caduta dell’impero sovietico,
stia provando a riprendere le posizioni perdute e dichiari di avere
interessi nell’area, «non può certo piacere agli Stati Uniti, che si
erano abituati a non incontrare ostacoli sulla strada della realizzazione
dei propri progetti di politica estera». Un obiettivo strategico di
Washington è sicuramente «la “pulizia” di tutto lo spazio
post-sovietico, vale a dire di tutti gli stati della CSI, e di conseguenza
la loro incorporazione nella sfera di influenza occidentale, la
collocazione al potere di propri uomini, di propri quadri, la sostituzione
dell’elite locale con l’elite occidentale, eccetera». Un progetto che
non mancherà di rivelarsi spinoso. «Gli americani si sono convinti di
essere riusciti con relativa facilità ad assumere il controllo della
situazione in Ucraina, in Georgia, dove invece, in generale, da parte
della popolazione non si sono mai nutriti seri sentimenti antirussi, e non
si è mai manifestata l’aspirazione ad entrare nella NATO. Ma dove sono
stati portati al potere quei gruppi di elite, che si sono arresi alle
rivendicazioni della NATO ed hanno assunto una dura posizione antirussa».
- USA / Cina / Russia / Iran.
17 maggio. Irritazione al Dipartimento di Stato USA per la
partecipazione di Ahmadinejad al fianco di Putin e Hu Jintao: un ulteriore
segnale che Pechino e Mosca non cederanno a pressioni tese ad ottenere la
rinuncia iraniana all’atomo. Da qui una formale richiesta di spiegazioni
che Washington ha recapitato a Mosca e Pechino. Le risposte non si sono
fatte attendere. «La partecipazione di Ahmadinejad al summit di
Shanghai si basa sulle norme che regolano la SCO», ha risposto il
ministro degli Esteri, Sergei Lavrov poco prima che da Pechino il
portavoce Liu Jianchao aggiungesse: «Rispettiamo la decisione dell’Iran
e diamo il benvenuto al summit al presidente Ahmadinejad».
- USA / Russia / Iran. 17
maggio. Nelle stesse ore in cui l’invito a Shanghai creava frizioni
russo-statunitensi, il Cremlino recapitava alla Casa Bianca un’agenda del
summit del G-8 di inizio luglio a San Pietrogurgo. I temi scelti sono tre:
educazione, sicurezza energetica e lotta alle epidemie. Ciò comporta che
se Bush e gli altri capi di Stato vorranno discutere di Iran e lotta alla proliferazione
nucleare, dovranno farlo durante cene e pranzi di lavoro. Uno sgambetto
diplomatico che conferma le divergenze fra Putin e Bush nella crisi
iraniana, e che non mancherà di inasprire le relazioni USA-Russia.
- Euskal Herria. 18 maggio.
«Non si può aspettare un giorno di più per superare l’apartheid e
creare condizioni democratiche per iniziare un processo di risoluzione. La
soluzione deve trovarsi prima di nuove elezioni». Così il dirigente
della sinistra abertzale (patriottica, ndr) Pernando Barrena, chiede di
farla finita con l’illegalizzazione sancita da Madrid contro il partito
indipendentista Batasuna. La legalizzazione è «una necessità perentoria»
per il PSOE, il partito di Zapatero al governo. Il 25 maggio è il terzo
anniversario delle elezioni municipali e forali che videro eletti di oltre
200 piattaforme elettorali poi illegalizzate. I loro seggi sono ora
appannaggio di eletti di altri partiti.
- Israele. 18 maggio. «Una
nube scura si sta addensando come una metastasi sul Medio Oriente». Così
l’ambasciatore israeliano all’ONU, Dan Gillerman, commenta la convergenza
di azioni e dichiarazioni dei leader della Siria e del governo palestinese
di Hamas di appoggio al programma nucleare iraniano.
- USA. 18 maggio. A
Falluja gli USA hanno testato nuove armi di distruzione di massa a
microonde. Lo afferma il generale Fernando Termentini su Pagine di
Difesa. Termentini prende le mosse da una notizia flash dell’odierno
giornale radio delle 07,30: «Negli Stati Uniti sono stati messi a punto
nuovi sistemi d’arma per (…) fronteggiare le folle senza uccidere.
Viene utilizzato un raggio molto simile per natura fisica a quello
prodotto da un forno a microonde (…) Il raggio quando colpisce provoca una
leggera sensazione di ustione. Se se ne aumenta la potenza può anche
incendiare l’obiettivo. Sembra che armi del genere siano state utilizzate
per la prima volta a Falluja in Iraq, seppure in forma prototipica durante
le battaglie sviluppate nel tempo».
- USA. 18 maggio. Per
Termentini, la notizia ha richiamato alla memoria il servizio girato da
Sigfrido Ranucci di Rai News 24 sul bombardamento di Falluja. In
quell’occasione, si è sempre parlato di un possibile impiego di
munizionamento altamente incendiario caricato al fosforo bianco.
Termentini non concorda con questa ipotesi. Le immagini di Ranucci
riprendevano corpi «completamente disidratati e bruciati, almeno in
superficie. Gli indumenti erano però intatti, a parte qualche piccola
bruciatura e modesti danni. I muri delle stanze che li ospitavano
pressoché integre»: tutto ciò, sostiene Termentini, non può avvenire
sparando gocce incandescenti di fosforo bianco, che non può disidratare i
tessuti organici senza combustione degli indumenti o nell’ambiente
circostanze. E allora? La notizia del giornale radio può chiarire il
mistero. Una sostanza organica ad alto contenuto di liquidi (come la
carne), messo in un forno a microonde si cuoce per disidratazione. «Quanto
maggiore è il tempo di esposizione tanto più grande è l’effetto di
combustione, fino ad arrivare alla totale carbonizzazione del “volume
organico”, che comunque mantiene la sua forma originale. L’involucro non
viene distrutto e rimane pressoché intatto». Dunque, si domanda
Termentini, e se a Falluja non fossero proprio «state utilizzate le
nuove armi a microonde, ancora non perfettamente “tarate”? Potrebbe essere
un’ipotesi realistica».
- USA / Ecuador. 18 maggio.
«In questo momento non sono previsti ulteriori incontri sul Trattato di
Libero Commercio (TLC) con l’Ecuador». Così Washington, tramite il
portavoce del rappresentante commerciale dell’amministrazione USA, fa
sapere che il negoziato per il TLC è sospeso: una chiara ritorsione per la
decisione del governo di Quito di rescindere il contratto con la compagnia
statunitense Occidental Petroleum Corp. (Oxy). A 24 ore dall’annuncio del
governo di Quito della revoca della concessione di sfruttamento alla Oxy,
accusata di mancata osservanza delle leggi nazionali, era stato accolto
con favore dal movimento indigeno. La Oxy dovrà lasciare le aree
amazzoniche in cui ha operato dal 1990, estraendo 110.000 barili di
greggio al giorno nell’Amazzonia ecuadoriana. Il suo sfruttamento delle
risorse energetiche dell’Ecuador ha suscitato proteste di gruppi indigeni.
Quito ha annullato l’accordo poiché l’impresa statunitense aveva venduto «illegalmente»
il 40% delle sue concessioni a una società canadese che a sua volta era
proprietà di un consorzio petrolifero cinese, senza avvertire
preventivamente Petroecuador, la holding petrolifera di Stato. In Ecuador
la revoca della concessione di sfruttamento alla Oxy, accusata di mancata
osservanza delle leggi nazionali, è stata accolta con favore dal movimento
indigeno.
- USA / Ecuador. 18 maggio.
Il provvedimento del governo ecuadoregno rappresenta una battuta d’arresto
nella strategia adottata dagli USA dopo il vertice delle Americhe di Mar
del Plata del novembre scorso, in cui il progetto di un accordo di libero
commercio generale dell’emisfero occidentale era naufragato. In quella
occasione l’opposizione brasiliana alla firma del Trattato aveva
comportato il fallimento del progetto di un accordo esteso dall’Alaska
alla Terra del Fuoco lanciato da George Bush senior all’inizio degli
anni ’90. Svanita tale possibilità, l’amministrazione Bush aveva deciso di
perseguire una strategia diversa: al posto di un irrealizzabile trattato
commerciale generale, i negoziatori statunitensi hanno preferito optare
per accordi di libero commercio bilaterali o al massimo regionali, come è
il caso del Cafta, l’accordo stipulato nell’estate 2005 con i Paesi
centro-americani. Dopo aver ottenuto l’assenso della Colombia e del Perù
alla stipula di trattati commerciali bilaterali, gli Stati Uniti
sembravano in grado di ottenere un risultato analogo con l’Ecuador, ma la
decisione di Palacio ha rimesso in gioco una strategia a cui non sono
certamente estranei obiettivi di divisione del fronte latino-americano:
dopo le recenti vittorie di candidati di sinistra in vari Paesi del
subcontinente, l’amministrazione Bush è stata accusata da più parti di «aver
perso l’America Latina».
- USA / Venezuela. 18 maggio.
Oltre alla stipula di accordi commerciali bilaterali, gli USA provano
nell’area da un lato ad isolare Hugo Chavez, dall’altro a cercare di
migliorare i rapporti con Stati come il Cile di Michelle Bachelet o il
Brasile di Lula da Silva, che seppur guidati da esponenti di sinistra sono
considerati piuttosto “moderati”. Riguardo Chavez, se da un lato il
dipartimento di Stato ha deciso di inserire il Venezuela tra gli Stati
accusati di non collaborare nella “lotta al terrorismo” ed in aprile, al
largo del Venezuela, si sono tenute esercitazioni navali statunitensi in
grande stile, il contrasto tra Washington e Caracas rimane finora
confinato ad una “guerra di parole”. Da un lato ci sono le forniture
petrolifere di Caracas agli USA, dall’altro l’impantanamento in Iraq ed
Afghanistan e la tensione con l’Iran non consentono a Washington di
forzare la mano e rischiare uno scontro aperto con Chavez.
- Venezuela. 18 maggio. Da
parte sua, Chavez non ha rinunciato alla “Alternativa Bolivariana”. Il suo
progetto di integrazione latino-americana separata da ogni influenza
statunitense cui, dopo Fidel Castro, ha aderito anche la Bolivia di Evo
Morales, appare incontrare però difficoltà inattese. Dopo la firma degli
accordi di libero commercio firmati da Washington con Colombia e Perù, il
presidente venezuelano ha annunciato l’uscita del suo paese sia dal Can
(Comunità commerciale andina, che oltre al Venezuela annovera Bolivia,
Ecuador, Colombia e Perù), sia dal G-3, un altro blocco commerciale di cui
il Venezuela era elemento essenziale insieme con Messico e Colombia.
Secondo Chavez, gli accordi tra Lima, Bogotà e Washington hanno reso
superati agli occhi di Caracas tali strutture di integrazione economica.
Allo stesso tempo, Chavez ha accelerato le procedure per l’ingresso del
Venezuela nel Mercosur, il mercato comune di cui fanno parte Brasile,
Argentina, Paraguay e Uruguay, sostenendo la necessità di una riforma di
questa istituzione per evitare che possa fare la stessa fine della Can.
- Venezuela. 18 maggio. Tali
progetti di “grandi spazi geopolitici” presentano però problematiche. Nato
alla metà degli anni ’90 con la partecipazione dei due maggiori Paesi del
subcontinente (Brasile e Argentina), il Mercosur sta conoscendo un indebolimento
a causa dei contrasti tra Argentina e Uruguay per la costruzione da parte
del governo di questo ultimo di cartiere ai confini con lo Stato
argentino, accusate di inquinare le acque confinanti tra le due nazioni.
Per alcuni analisti, la cosiddetta “guerra della carta” è una spia dei
difficili rapporti tra i due membri maggiori (Brasile e Argentina) e
quelli più piccoli (Paraguay e Uruguay): quest’ultimi accusano i governi
dei due giganti di non fare abbastanza per tutelare i loro interessi. Qualche
settimana fa il presidente uruguaiano Tabare Vasquez, pure lui “di
sinistra”, ha definito il Mercosur poco utile agli interessi del suo
Paese.
- Venezuela. 18 maggio. L’iniziativa
di Chavez per abbreviare i tempi di ingresso effettivi del suo Paese nel
Mercosur vorrebbe sia rivitalizzare l’istituzione sia farne il primo
nucleo della unificazione economica del Sudamerica. A questo scopo appare
altrettanto importante il progetto, rilanciato da Chavez in un vertice
tenutosi ad Asuncion alla fine di aprile, di un gasdotto in grado di
trasportare il gas dai maggiori Paesi produttori (Bolivia e Venezuela)
fino al resto del continente. Per il presidente venezuelano,
l’integrazione energetica degli Stati latino-americani dovrebbe essere il
primo passo verso l’integrazione economica e politica del subcontinente.
Non solo, la stessa nazionalizzazione delle risorse energetiche, decisa da
Morales in Bolivia il 1° maggio scorso, dovrebbe essere un passaggio
fondamentale verso la realizzazione di questo principio. Come ribadito al
presidente Lula da Silva e a quello argentino Kirchner, nell’incontro di
Puerto Iguazu, seguito alla nazionalizzazione di Evo Morales, solo la
riappropriazione delle risorse energetiche da parte delle nazioni di
origine permetterà di realizzare prima l’integrazione energetica e poi
economica del Sudamerica.
- Brasile. 18 maggio. Nel
corso del vertice di Puerto Iguazu sia Lula sia Kirchner si sono detti
d’accordo con le parole di Chavez, ma Lula ha espresso anche il suo
disappunto. Il gigante latino-americano è il maggiore consumatore del gas
boliviano. Petrobras, la compagnia di Stato, vanta i maggiori investimenti
della regione in Bolivia e, a seguito della nazionalizzazione, il Brasile
sarà costretto a pagare prezzi più alti del 60% per cento per continuare
ad avere il gas boliviano. Un colpo non di poco conto per un Paese ora in
grado di produrre energia nucleare e che ha fatto della ricerca della
autonomia energetica dall’esterno una delle massime priorità della sua
agenda politica. Pur dicendosi d’accordo con le idee di Chavez esposte a
Puerto Iguazu, Lula ha espresso il suo disagio verso la mossa di Morales.
In quella occasione il presidente brasiliano è arrivato a dire che la
nazionalizzazione boliviana potrebbe pregiudicare non solo il progetto del
gasdotto del sud, ma anche la stessa integrazione latino-americana. Parole
che si spiegano sia con considerazioni di natura elettorale (le
presidenziali ad ottobre) ma anche con le prospettive politiche altre di
Lula rispetto a Chavez.
- Brasile. 18 maggio. Entrambi
i presidenti mirano a che il continente latino-americano abbia maggiore
voce in capitolo nelle scelte mondiali. Ma Lula vorrebbe fondare il
progetto di integrazione sull’asse Brasilia-Buenos Aires, e da qui
contrattare da una maggiore posizione di forza con gli Stati Uniti. A
differenza del Venezuela, ad esempio, il mercato agricolo statunitense è
particolarmente importante per le oligarchie brasiliane. Il contrasto del
novembre 2005 sull’accordo di libero commercio non deve essere attribuito
a una contrarietà assoluta del Brasile alla logica commerciale
statunitense, ma alla mancata volontà di Washington di ridurre le
sovvenzioni agli agricoltori statunitensi con la conseguenza di innescare
un processo di concorrenza sleale verso le produzioni agricole brasiliane.
Del resto, le recenti incomprensioni tra America Latina e Unione Europea
al vertice di Vienna del 11 maggio si fondano sulle stesse ragioni dei
contrasti tra Brasile e Stati Uniti: anche le nazioni europee, così come
Washington, non hanno voluto concedere alcuna riduzione dei sussidi al
settore agricolo, causando il fallimento del summit UE-America Latina.
- Venezuela. 18 maggio. Le
difficoltà di Chavez non si limitano solo a una divergenza di metodo con
il Brasile per il comune obiettivo dell’integrazione latino-americana, che
potrebbe ritorcersi contro Caracas, ma si estendono ai rapporti con gli
altri Paesi della regione. Negli ultimi mesi il presidente venezuelano ha
voluto sostenere in vari modi quei candidati alle elezioni più vicini alle
sue posizioni come Ollanta Humala in Perù e Manuel Lopez Obrador in
Messico, ma il risultato è stato molto diverso da quello che lo stesso
Chavez avrebbe voluto. Il governo peruviano lo ha accusato di indebite
ingerenze negli affari interni, e secondo alcuni sondaggi il 60% dei
peruviani non vede di buon occhio le sue iniziative. Non solo, il sostegno
espresso nei confronti di Humala, invece che favorirlo ne ha ridotto le
chance di vittoria, così come è accaduto con Obrador in Messico. Il fascino
di Chavez sulle masse latino-americane resta, ma diminuisce la sua presa
sui governi della regione, indebolendo il suo intento di seguire le orme
di Bolivar nel federare l’America Latina.
- Euskal Herria. 19 maggio. Grande-Marlaska
cita come imputati otto mahaikides per aver presentato in conferenza
stampa la nuova Mesa Nacional (il direttivo di Batasuna). Si tratta di
Arnaldo Otegi, Pernando Barrena, Joseba Permach, Joseba Alvarez, Karmelo
Landa, Rufi Etxeberria, Jon Gorrotxategi e Juan Kruz Aldasoro, chiamati a
comparire il 30 e 31 maggio. Il procuratore dell’Audiencia Nacional
spagnola, Juan Moral, ha sollecitato il giudice Fernando Grande-Marlaska a
citare gli otto membri di Batasuna come imputati del reato di «integrazione
in organizzazione terrorista» relazionata alla presentazione, lo
scorso 24 marzo, nell’hotel Tres Reyes di Iruñea, della nuova Mesa
Nacional di Batasuna. Secondo la procura sarebbero incorsi in «una
reiterazione delittuosa per aver contravvenuto all’atto di sospensione per
due anni di qualunque attività di Batasuna» nella causa aperta contro
le herriko tabernas (osterie basche) accusate di essere parte della
struttura finanziaria di ETA. Nel suo scritto, il procuratore
afferma che la sospensione delle attività di Batasuna impedisce ai
suoi membri di realizzare qualunque tipo di manifestazione a nome di
questa formazione.
- Euskal Herria. 19 maggio.
Batasuna avverte che il processo di dialogo per una soluzione politica al
conflitto attraversa «un momento di estrema gravità». Arnaldo Otegi
è comparso oggi, insieme agli altri sette mahaikides chiamati a comparire
dal giudice della Audiencia Nacional spagnola, Fernando Grande-Marlaska.
In conferenza stampa, Otegi ha ricordato che la sinistra abertzale non può
costruire da sola un processo di risoluzione del conflitto. Batasuna
ritiene che «se non cessano le aggressioni le cose saranno molto più
difficili, prenderanno una brutta piega e costerà molto, poi, rimettere il
processo in marcia». Il dirigente abertzale ha quindi aggiunto che è «compito
e responsabilità del governo spagnolo impedire che queste cose succedano»
ed ha ribadito che continua ad esistere una «possibilità reale di
risoluzione del conflitto».
- Francia. 19 maggio. La
UMP fa ostruzione al dibattito sul genocidio armeno. La maggioranza del
partito di destra sta ponendo ostacoli al passaggio di una proposta di
legge, promossa dal Partito Socialista, perché sia considerato reato il
negazionismo del genocidio armeno perpetrato dalla Turchia. La sua
strategia, con la quale trattava di evitare la possibilità che deputati
del suo gruppo facessero causa comune con l’opposizione, ha avuto succeso
ed ha eluso una questione scomoda, quella del massacro degli armeni, che
le autorità turche rifiutano di riconoscere.
- Israele / Cina. 19 maggio.
Israele protesta per l’invito della Cina a un ministro di Hamas. Il
ministero degli Esteri israeliano ha chiamato ieri l’ambasciatore cinese
per protestare ufficialmente per l’invito del governo cinese al ministro
degli Esteri dell’Autorità Nazionale Palestinese, il dirigente di Hamas
Mahmoud Zahar, per assistere ad una conferenza sulle relazioni tra Cina ed
il mondo arabo che si celebrerà nella capitale, Pechino.
- Afghanistan. 19 maggio.
Il paese stretto tra l’Iran ed il Pakistan ricomincia a far parlare di sé
per gli attentati contro le truppe d’occupazione. Attualmente nel paese
operano dal 2001 le missioni militari “Enduring Freedom”, sotto il comando
e con truppe statunitensi, impegnata in operazioni di controguerriglia per
impedire la rinascita del movimento talebano, e l’International Security
Assistance Force (ISAF), sotto il comando “Allied Rapid Reaction Corps”
della NATO, ufficialmente con il compito di ricostruire un sistema di
governo a Kabul. Proprio in questi giorni il generale Tedesco Götz Gliemeroth
ne è diventato il comandante, subentrando al generale Mauro Del Vecchio.
Le due operazioni si appoggiano l’una all’altra e probabilmente vi sono
delle fasce di sovrapposizione nel campo dell’intelligence, della
sicurezza delle basi logistiche, delle basi aeree e degli itinerari. Nel
corso dell’anno i piani della NATO prevedono un’espansione di ISAF nelle
province meridionali dell’Afghanistan, dove appunto operano le truppe di
“Enduring Freedom”, ed un incremento delle unità operative in funzione “antiguerriglia”
che saranno affidate ai rinforzi che il contingente inglese riceverà a
scaglioni nei prossimi mesi.
- Afghanistan. 19 maggio.
Dal punto di vista operativo, si possono distinguere tre aree nel paese.
1) Tutto il territorio a nord-est e nord-ovest di Kabul, dominato dai
cosiddetti “Signori della Guerra”, che da un lato appoggiano l’attuale
presidente Karzai, dall’altro cercano di tenere lontano il potere centrale
nelle loro zone dove il traffico di armi ed oppio consentono ai potentati
locali di vivere e prosperare, utilizzando comunque la potenza militare di
NATO & co. per mantenere lontano un eventuale ritorno talebano.
2) La fascia centrale del paese tra Kabul ed Herat, dove la missione ISAF
ha esteso gradualmente le sue capacità operative. 3) I territori
meridionali delle province di Uruzgan, Kandahar e di Helmand,
sostanzialmente controllato dai talebani.
- Afghanistan. 19 maggio.
Uruzgan e Kandahar sono province costituite da un terreno per la maggior
parte montuoso, tra i 2000 e i 3000 metri di quota, ai confini con le
province pakistane del Nord Waziristan e del Sud Waziristan, aree
tradizionali di rifugio dei talebani, da cui partono e a cui ritornano
dopo le incursioni nelle cittadine e villaggi dei distretti di Ghazni,
Zabul, Paktika, Panjwai. Gli attacchi in Uruzgan, Kandahar e di Helmand,
dove i talebani ricevono appoggi e aiuti dalla popolazione locale, si
possono assimilare ad azioni di guerriglia rurale condotte contro le
truppe USA di “Enduring Freedom”. Si accentuano però anche le azioni
condotte contro le unità di ISAF, particolarmente dal dicembre 2005, come
testimoniano quelle contro le unità italiane schierate a Herat e Kabul,
verificatisi in concomitanza con l’inizio e la fine della nostra campagna
elettorale. Alcuni osservatori, analizzando le caratteristiche delle
operazioni condotte contro “Enduring Freedom” e contro “ISAF”, ritengono
che mentre le azioni di guerriglia urbana sono autoctone, gli attentati
contro istallazioni e colonne militari, che hanno visto l’impiego di sofisticate
tecniche di esplosivi e radiocomandi largamente utilizzati in Iraq, sono
organizzate da nuclei iracheno-iraniani.
- Afghanistan / Italia. 19
maggio. L’Italia è molto attiva nel sostenere i piani USA nel paese.
Sono stati ad esempio inviati sei Amx del 132° stormo, con possibilità di
bombardamento o di supporto aereo ravvicinato. È molto probabile che ai
velivoli vengano abbinati alcuni distaccamenti operativi del 9° reggimento
Col Moschin e del 185° Rao (Ricognizione Acquisizione Obiettivi) della
brigata paracadutisti Folgore. Già nel 2003 la brigata Folgore aveva
partecipato in maniera molto attiva con le forze USA a operazioni di
controguerriglia ai confini montuosi tra Afghanistan e Pakistan. Ora, pur
rimanendo presenti in Afghanistan consistenti forze USA, saranno le truppe
britanniche, ben equipaggiate e addestrate, a condurre la campagna
antiguerriglia tra i deserti pietrosi e le montagne dell’Afghanistan
meridionale.
- Russia / Bielorussia. 19
maggio. Il primo ministro russo Mikhail Fradkov preme per l’unione
statale tra Russia e Bielorussia. Ad una riunione a Minsk del consiglio
interstatale Eurasec
(Eurasian Economic Community), Fradkov ha dichiarato che
qualsiasi ritardo mette in pericolo
la situazione ed ha esortato Minsk ad adempiere alla promessa di creare
una unione statale con la Russia, altrimenti la Bielorussia si può
scordare di ricevere gas naturale a prezzi di favore. Gazprom
intende più che duplicare il prezzo delle forniture di gas. A Minsk era
stato promesso un prezzo del gas molto più basso in cambio della creazione
dell’Unione statale con la Russia. Tuttavia, la Bielorussia non ha fatto
ancora alcune concessioni alla Russia. In particolare, Minsk teme che
l’Unione si ripercuoterà negativamente sul bilancio bielorusso, e chiede compensazioni
per bilioni di dollari per procedure con l’integrazione. Inoltre, Minsk
rifiuta di discutere le tasse sull’esportazione degli oli leggeri e la
transizione al rublo come valuta comune e non desidera abbassare i dazi
doganali.
- Russia / Eurasec. 19 maggio.
Situazione di stallo anche per lo sviluppo dell’Eurasec. Questi
annovera Russia, Bielorussia, Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan e dal
primo gennaio 2006 anche l’Uzbekistan. Uno degli ordini del giorno
dell’Eurasec è la formazione di un’unione doganale. Tuttavia sussistono
ancora diversi problemi bilaterali: si auspicava una unificazione delle
tariffe doganali per la fine del 2006, ma il processo va troppo per le
lunghe per concludersi entro la data stabilita.
- Nepal. 19 maggio. Il Parlamento taglia i poteri al re Gyanendra. La
guerriglia maoista e ampi settori di popolazione, protagonisti della
sollevazione popolare, esigono di più: l’abolizione della monarchia. La
decisione del parlamento stabilisce che il re potrebbe essere portato
davanti al tribunale in caso «agisca contro la legge». Le Forze
Armate, che perdono l’aggettivo di «reali», passano sotto il
controllo del Parlamento, che nominerà un comandante in capo. Il governo
ora ha la facoltà di eleggere il successore del re e converte il Nepal,
finora Regno hindù, in uno Stato secolare. Questo ridurrà ancor più i
poteri del monarca, autoproclamatosi sinora «rincarnazione del dio
Vishnu». La guerriglia maoista vuole inoltre che si faccia fronte alla
crescente interferenza straniera e si proceda alla ristrutturazione dello
Stato, anche in termini di autodeterminazione e autonomia regionale e
etnica. Chieste riforme agrarie rivoluzionarie e diritti fondamentali
all’istruzione, salute e lavoro.
- Sri Lanka. 19 maggio. Le
Tigri Tamil dello Sri Lanka potrebbero finire nella «lista nera della
UE delle organizzazioni del terrorismo internazionale». Lo rendono
noto fonti diplomatiche europee, ricordando che i Venticinque potrebbero
prendere la decisione nei prossimi giorni. L’eventuale decisione non ha
trovato conferma ufficiale. Secondo le fonti, gli Stati Uniti –che già
considerano le Tigri Tamil un’organizzazione “terroristica”– hanno chiesto
all’Europa di prendere la stessa decisione.
- USA / Iran. 19 maggio. Le
«lezioni dell’Iraq aiuteranno in Iran». Lo ha assicurato Michael
Hayden, candidato a dirigere la CIA. Davanti ad una commissione del Senato,
Hayden ha detto che gli Stati Uniti non commetteranno gli stessi errori
compiuti in Iraq nel valutare la situazione iraniana. Più precisamente Hayden
ha dichiarato che in Iraq «l’errore è stato non aver incluso nelle proprie
valutazioni considerazioni culturali e regionali».
- USA. 19 maggio. Rivolta nel lager di Guantanamo. Il portavoce militare statunitense Robert Durand ha affermato: «per fermare i disordini è stato usato il minimo della forza». Gli incidenti avvenuti ieri e rivelati dal Pentagono parlano di un gruppo di prigionieri che ha attaccato i propri carcerieri nella
prigione dove washington tiene sequestrati circa 500 prigionieri con la generica accusa di “terrorismo”. Nell’area denominata Camp 4, quella che ospita i detenuti considerati
meno pericolosi, dieci di loro hanno fronteggiato con “armi” artigianali ricavate da ventilatori
e lampade i secondini accorsi per fermare un
finto tentativo di suicidio (in realtà una trappola) in quello che Amnesty
International ha definito «il gulag dei tempi moderni». Sono decine i tentativi di suicidio
ammessi dalle autorità
statunitensi. Gli ultimi sono arrivati subito prima
di una dura condanna
delle Nazioni
Unite contro gli USA.
- USA. 19 maggio. Washington deve chiudere il carcere
di Guantanamo e tutte le prigioni segrete della cosiddetta “guerra al
terrorismo”, perché queste strutture sono illegali e rappresentano una
violazione palese delle leggi internazionali. L’atto di accusa contro
l’amministrazione guidata da Bush arriva dalle Nazioni Unite con un
documento del Comitato contro la tortura. Il Comitato ha anche
condannato tutti quei trattamenti che possono essere considerati a tutti
gli effetti “torture”, come il cosiddetto “water-boarding”, l’immersione
in acqua della testa del detenuto fin quasi al soffocamento, le
umiliazioni sessuali e l’utilizzo dei cani. Il consigliere legale del
Dipartimento di Stato, John Bellinger, ha ammesso che «chiaramente ci
sono stati atti d’abuso in passato e abbiamo fatto uno sforzo per
assicurare che non si ripetano». Ma le assicurazioni di Bellinger non
bastano, perché secondo l’ONU gli USA «devono assicurare che
nessuno sia tenuto prigioniero in alcun carcere segreto sotto il
proprio (degli USA, ndr) controllo effettivo». «Tenere delle
persone prigioniere in queste condizioni costituisce di per sé una
violazione della Convenzione», conclude il documento.
- USA. 19 maggio. L’inglese
come lingua di Stato. Il Senato USA ha approvato un emendamento parte
della riforma di Bush sull’immigrazione. Proposto dal republicano James
Inhofe, che si oppone alla regolarizzazione dei clandestini, è stato
approvato con 63 voti contro 34. L’emendamento è stato respinto come
razzista dal capo dei democratici Harry Reid. Gli Stati Uniti non hanno
finora una lingua ufficiale anche se 27 dei 50 Stati hanno adottato
l’inglese.
- Colombia. 19 maggio. È
salito a cinque (di cui due bambini) il bilancio delle vittime della
repressione contro le manifestazioni del movimento indigeno nel
dipartimento del Cauca. I feriti negli scontri tra dimostranti e forze di
sicurezza sono oltre 60. Decine gli arrestati. Qualche giorno fa, a
Piendamó, la polizia aveva violentemente attaccato un corteo di protesta contro
il Trattato di Libero Commercio con gli Stati Uniti e contro la rinnovata
candidatura alla presidenza dell’attuale capo dello Stato, Uribe.
L’Organizzazione Nazionale Indigena di Colombia aveva denunciato che
l’esercito aveva anche impedito alle ambulanze di soccorrere i feriti.
- Francia / Afghanistan. 20
maggio. Due soldati francesi delle forze speciali sono stati uccisi
oggi nel sud del paese, a Kandahar, nel corso di scontri armati. Un terzo
è rimasto ferito. La notizia è stata fornita dalle autorità francesi a
Parigi. Con questi due morti salgono a sette i militari francesi morti in
Afghanistan. In altri scontri nella provincia di Uruzgan tra la notte di
venerdì e ieri ha perso la vita anche un soldato statunitense mentre altri
6 sono rimasti feriti. Quest’anno sono 24 i militari USA rimasti uccisi in
Afghanistan. La notizia mostra la sintonia d’azione della Francia con gli
Stati Uniti nelle sue guerre imperiali.
- Iraq. 20 maggio. Nasce
monco il governo iracheno. Restano vacanti posti chiave come il ministero
della Difesa e dell’Interno. Oggi, per alzata di mano, il parlamento ha
votato il governo presentato dal nuovo primo ministro, lo sciita Nuri Al
Maliki, che sarà composto da 38 ministri. La decisione di varare lo stesso
un esecutivo incompleto è scaturita dalle pressioni statunitensi.
- Iraq / USA. 20 maggio. Nel giorno in cui il deputato
democratico John Murtha, ex colonnello dei marines, ha confermato l’uccisione a freddo di una trentina di
civili iracheni lo scorso novembre ad Haditha, il Pentagono annuncia di aver dato il via libera
all’uso in Iraq di una nuova arma, il «laser abbagliante» per
fermare le auto che non rispettano i segnali di stop ai check point.
L’aggettivo «abbagliante» serve al Pentagono per cercare di
aggirare il bando messo su questo tipo di armi dai protocolli della Convenzione di
Ginevra e per sviare l’opinione pubblica, ma in realtà non vi è
alcuna garanzia che il laser abbagliante non provochi anch’esso danni permanenti alla vista dei
soggetti colpiti
esattamente
come quello accecante.
L’organismo USA per i diritti umani Human Rights
Watch ha definito
in precedenza l’uso dei laser «ripugnante», perché in realtà molti dei
soggetti colpiti potrebbero
riportare
danni irreparabili alla vista.
- Iran. 20 maggio. Nessun
nastro giallo in Iran per gli ebrei, come la stella imposta dai nazisti,
nessuna identificazione per le minoranze religiose. L’Iran ha smentito
quanto pubblicato da un giornale canadese sull’intenzione delle autorità
iraniane di imporre segni di riconoscimento per le minoranze religiose: un
nastro giallo per gli Ebrei, uno rosso per i Cristiani e uno blu per gli
Zoroastriani: «Un’accusa che rientra nella vasta manovra contro l’Iran»,
«una pura e semplice menzogna». Ore dopo il giornale canadese ha
ammesso di aver pubblicato la notizia senza le dovute verifiche. La
smentita, però, non ha affatto avuto lo stesso impatto mediatico della
notizia.
- Bolivia. 20 maggio. Il
presidente boliviano Evo Morales ha lanciato un progetto di distruzione
concertata di piantagioni di coca. «Si può lottare contro il
narcotraffico senza repressione e senza sradicamento forzato», ha
detto Morales, annunciando un progetto di industrializzazione della foglia
di coca. In un altro passaggio del suo discorso, ha denunciato l’esistenza
di una cospirazione nei confronti della nazionalizzazione degli
idrocarburi decretata l’1 maggio scorso.
- Euskal Herria. 21 maggio.
«Costruire Euskal Herria da sinistra». Batasuna ha diffuso ieri, in
un’affollata assemblea, la sua proposta «Euskal Herria ezkerretik eraiki»
(«Costruire Euskal Herria da sinistra»), la cui presentazione
pubblica era prevista da vari mesi, ma che divieti e persecuzioni
giudiziarie avevano fatto slittare. Una delle sue portavoci, Marije
Fullaondo, ha ribadito che il progetto di Batasuna «è quello di una
Euskal Herria indipendente, socialista e euskaldun. Questo progetto si
conseguirà solo tramite la via delle lotte». Fullaondo ha indicato in
‘Euskal Herria ezkerretik eraiki’ «la nostra propria linea di lavoro,
una alternativa politica integrale per una strategia popolare globale».
Batasuna ritiene necessario «uno Stato proprio» per «conseguire
una trasformazione sociale che rompa con il sistema capitalista», «un
nuovo ordine sociale e economico che respinga ogni tipo di sfruttamento».
La formazione indipendentista rivendica la propria alternativa: «La
democrazia socialista basca. L’alternativa che, includendo i valori
universali del socialismo, si adatti alla personalità e caratteristiche
del popolo basco», coscienti che l’«opzione di materializzare i
diritti che ci corrispondono non va a cadere dal cielo». La linea di
lavoro della formazione a favore della «costruzione nazionale e della
trasforrmazione sociale» si basa su questi pilastri: diritti di
nazionalità e di cittadinanza; diritti linguistici; diritti culturali;
diritti educativi; diritti socioeconomici e politica di trasformazione
sociale; diritto a difendere la terra, politica medioambientale e di
ordinazione del territorio; diritti della donna e politica a favore
dell’uguaglianza tra i generi; diritti della gioventù; diritto alla salute
e politica sanitaria; politica delle migrazioni e diversità per questo
paese».
- Spagna. 21 maggio. A
giugno «l’inizio del dialogo» con ETA. Lo ha annunciato il primo
ministro spagnolo Zapatero durante un incontro del partito socialista a
Barakaldo, nel paese basco, due mesi dopo l’annuncio da parte dell’ETA di
un «cessate il fuoco permanente». Non ha però indicato una data
precisa.
- Italia
/ Iraq. 21 maggio. D’Alema risponde a Martino: «l’Italia non
scappa dall’Iraq. Ritira le forze armate, ma in un quadro di
collaborazione con il governo iracheno e gli alleati». Insomma, piena
continuità con il centrodestra. «Il governo avvierà nella prossima
settimana in cooperazione tra Esteri e Difesa, un piano per ridefinire il
carattere della nostra presenza in Iraq, che diventerà una presenza
civile. La nostra non è una fuga, ma una scelta politica», ha
precisato il neo ministro degli esteri. Contrassegnate da prudenza, ma non
contrarietà, le dichiarazioni del primo ministro Prodi sui tempi del piano
del “ritiro”, mentre il capogruppo alla Camera di Rifondazione Comunista,
Gennaro Migliore, dichiara «Il ritiro non è negoziabile e non è
contestuale al processo di collaborazione e ricostruzione in Iraq. La
futura presenza italiana nel territorio iracheno andrà ragionata in un
secondo tempo di concerto con le autorità internazionali e nel rapporto
con gli altri Paesi». Gennaro Migliore non esclude quindi una
presenza italiana in Iraq, ma vorrebbe segnata una più accentuata
discontinuità, magari con l’intervento di quell’ONU che, da Haiti alla
Costa d’Avorio, dimostra il suo ruolo di sostegno alle grandi potenze.
- Italia
/ USA. 21 maggio. «La collaborazione con il governo
americano è un nostro impegno, anche perché le nostre coordinate sono
europeismo e atlantismo». Così il ministro degli Esteri D’Alema, nel
dare notizia di una «cordiale e calorosa telefonata» con il
segretario di Stato USA, Condoleezza Rice, «nella quale mi ha dato il
benvenuto nel club dei ministri degli Esteri». Il titolare della
Farnesina, ha annunciato che si incontrerà presto in un “bilaterale” con
la Rice, «possibilmente prima del prossimo G8 di San Pietroburgo che è
fissato per metà luglio: ho la certezza che lavoreremo bene insieme nel
ricordo del lavoro comune svolto in passato». Poi la
puntualizzazione: «le linee di politica estera sulle quali lavorare
sono quelle già tracciate. L’Italia deve essere uno dei Paesi di punta
dell’integrazione europea poiché concepire la nostra posizione fuori dal
quadro dell’Europa è una velleità». Musica per le orecchie di
Washington.
- Iran / Iraq. 21 maggio.
Teheran saluta il nuovo governo iracheno. Il portavoce del Ministero degli
Esteri Hamid Reza Azefi si è congratulato con il nuovo primo ministro
iracheno Nuri al-Maliki, auspicando che il nuovo governo iracheno possa
avere dei sucessi nel cammino verso la ricostruzione di un Iraq libero ed
indipendente. Azefi ha inolt