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notizie dal mondo
15 - 31 Gennaio 2008
(Home)
a) Italia.
Centrosinistra di guerra a fianco di USA e Gran Bretagna, nell’ambito di un
impegno militare che durante il governo Prodi è costantemente cresciuto.
Relativamente all'Afghanistan, si vedano i passaggi di un articolo di Piovesana
per Peacereporter.net (17 e 22) che si accompagna (sempre al 17) a
quello di De Feo su L’Espresso sulla cosiddetta "operazione
Sarissa". Su questo scenario di guerra, altro in: USA / Afghanistan
(17), Afghanistan (31, fotografia da un paese occupato), per il rifinanziamento
delle missioni all'estero (26); Italia (24, Cossiga sulla politica
estera del governo italiano e su Mario Draghi), Italia / Kosovo (25).
b) Cina
/ India. Luci e ombre nelle relazioni geopolitiche dei due colossi asiatici
(18).
c) Libano.
Discorso di Nasrallah (Hezbollah) al 19; ennesimo rinvio delle
presidenziali (20); un leader religioso sciita sulle interferenze di Washington
nel paese (17); Hezbollah e l'esercito libanese dopo gli scontri (29); il
candidato libanese alla presidenza, generale Suleiman, sul rapporto
(israeliano) Winograd (30); gruppo filo al-Qaeda si scioglie (16).
Sparse ma significative:
- USA / Iran. In frantumi la strategia USA
anti-Iran, secondo Marc Lynch, professore di Scienze politiche e di
affari internazionali alla George Washington University (18).
- USA. Washington l'ha posto da tempo
nell'agenda politica e ora la NATO lo discute: il primo colpo nucleare
"preventivo". Ora è la volta di cinque ex capi di Stato maggiore
delle forze armate di Paesi membri, in vista di una ridefinizione della
dottrina militare della NATO (22). Il fallimento delle due presidenze Bush
in Medioriente secondo Sergio Romano (30). Inchiesta sui veterani di
ritorno da Iraq e Afghanistan (16).
- Slovenia. Come Lubiana entra nel gioco
pianificato di Washington in vista di un protettorato sul Kosovo spacciato
come "indipendenza" (29).
- Russia. La geopolitica del gas di Mosca (19
e 29), con uno sguardo particolare alla Bulgaria (18) e alla Serbia (27).
Sulla NATO frizioni con l'Ucraina (23)
Tra l’altro:
Francia (15, 28 gennaio).
Euskal Herria (22
gennaio).
Gran Bretagna (16
gennaio).
Romania (15 gennaio).
Israele (16, 20, 22
gennaio).
Yemen (16 gennaio).
Arabia Saudita (16
gennaio).
Georgia (16 gennaio).
Filippine (16 gennaio).
Palestina (19 gennaio).
Pakistan (21 gennaio).
- Francia. 15 gennaio. Sospeso sciopero della
fame contro gli OGM. Il contadino francese ed attivista
“antiglobalizzazione” Josè Bovè aveva iniziato il 3 gennaio con altre 15
persone uno sciopero della fame per spronare il governo francese a bandire
la coltivazione del mais geneticamente modificato. Il 12 gennaio il
governo di Parigi ha annunciato alla Commissione Europea l’intenzione di
avvalersi della “clausola di salvaguardia” per vietare sul proprio
territorio la semina del mais transgenico della Monsanto.
- Romania. 15 gennaio. «Il più grande mai
realizzato». Così il segretario generale della NATO, Jaap de Hoop
Scheffer, ha definito giorni fa il summit dei capi di Stato e di governo
dei 26 Stati membri della NATO che avrà luogo tra il 2 e il 4 aprile a
Bucarest. Il numero di delegati previsti all’evento sarà nettamente
superiore rispetto al precedente vertice di Riga del 2006. I temi
principali del vertice saranno l’espansione NATO nei Balcani, questioni di
sicurezza e di energia collegati con la regione del Mar Nero e la
situazione in Afghanistan.
- Libano. 16 gennaio. Il gruppo armato
jihadista libanese Jund al-Sham ha dichiarato di non essere più attivo. La
formazione operava nel campo profughi di Ain al-Halwa, vicino alla città
di Sidone (sud Libano). Lo ha comunicato il portavoce del gruppo Usbat
al-Ansar, l’ultimo del paese ad essere legato ad al-Qaeda, che ha
spiegato: «Il motivo è che la situazione stava diventando insostenibile
perché tutti gli attentati o i problemi legati alla sicurezza che
avvenivano nel paese erano usati per accusare Jund al-Sham. Allora il
gruppo ha preferito sciogliersi per non essere considerato la causa dei
mali che stanno colpendo il paese».
- Israele. 16 gennaio. Non cessano le critiche
nei confronti del primo ministro israeliano Olmert dopo l’insuccesso
dell’aggressione al Libano. Il quotidiano israeliano Haaretz ha
svelato lo scorso 28 dicembre che già nella prima settimana della guerra
contro il Libano i servizi segreti israeliani avevano, con ben 3 rapporti,
avvertito il premier che le operazioni militari contro Hezbollah si
sarebbero rivelate un fiasco. Secondo l’editorialista di Haaretz
Emanuel Sifan, Olmert ha ignorato per ambizione i rapporti che consigliavano
di porre fine alle operazioni militari e cercare una soluzione
diplomatica, credendo di poter distruggere Hezbollah.
- Arabia Saudita. 16 gennaio. Patente per le
donne a Ryad? Attiviste saudite per i diritti delle donne hanno rivolto
una nuova petizione al re Abdullah per chiedere di revocare il divieto
alle donne di guidare nel territorio della monarchia. Le firmatarie della
petizione «sperano che il 2008 sarà l’anno nel corso del quale le
saudite otterranno il loro diritto naturale di guidare un auto». Le
donne del regno wahhabita avrebbero così «il diritto di circolare
liberamente», evitando così i costi e i rischi di «farsi portare in
giro da un autista straniero o da un tassista». È la seconda petizione
del genere in meno di quattro mesi.
- Yemen. 16 gennaio. Decine di morti nei
violenti combattimenti tra truppe governative e ribelli sciiti. Gli
scontri fra l’esercito yemenita e i ribelli della minoranza zaydita (di
religione sciita) sono ripresi nei giorni scorsi, dopo una tregua di sei
mesi, nella provincia di Saada, nel nord-ovest dello Yemen. Secondo il
governo i ribelli avevano attaccato alcuni accampamenti militari e, in
risposta, sono scattati bombardamenti aerei e d’artiglieria sulle
posizioni della guerriglia sulle montagne di Marran. Secondo testimonianze
locali, molte delle vittime sono civili.
- Georgia. 16 gennaio. Saakashvili vince ma
non convince. Il superamento della soglia del 50% dei voti al primo
turno delle presidenziali è contestato dall’opposizione, che denuncia
brogli e complicità della Commissione elettorale centrale. Subito dopo i
primi spogli e dichiarazioni della Commissione elettorale, il capo degli
osservatori elettorali dell’OCSE (Organizzazione per lo Sviluppo e la
Cooperazione in Europa), lo statunitense Alcee Hastings (ex giudice
federale rimosso dalla carica per corruzione), aveva emesso un inusuale
giudizio preventivo sul voto: «Queste elezioni sono state libere e
regolari, una verace espressione della volontà del popolo georgiano e un
passo trionfale per la democrazia in questo Paese». Giudizio non
condiviso da altri componenti della commissione dell’OCSE. Birgitta
Ohlsson, osservatrice svedese dell’OCSE, in contrasto con quanto detto dal
suo capomissione, ha dichiarato che «il presidente Saakashvili non si è
comportato come un maturo democratico, comprando voti in cambio di
promesse e regalie», tra i quali risulterebbe anche la distribuzione
di buoni acquisto per medicine e altri beni di prima necessità. Oltre a
questo la Ohlsson ha parlato di molti casi di voto multiplo, cioè di
elettori che votavano più volte in diversi seggi, di diffusissime
infrazioni delle procedure di scrutinio, di casi di «intimidazioni»
nei confronti degli elettori e di un operato «partigiano»della
Commissione elettorale centrale. Il ministro degli Esteri russo, Sergey
Lavrov, ha invece definito le elezioni «né libere, né giuste» e
criticato il «superficiale» giudizio dell’OCSE, sottolineando come
il voto georgiano sia stato falsato da «forti limitazioni imposte dal
governo ai candidati dell’opposizione durante la campagna elettorale»,
soprattutto in termini di «accesso ai fondi e ai media».
- Georgia. 16 gennaio. Saakashvili vince,
così, la sfida lanciatagli lo scorso novembre dall'opposizione. A favore
del presidente uscente hanno giocato anche l'aperto sostegno dato in
questi anni a Saakashvili dagli USA e il controllo sul Paese esercitato
dall'attuale gruppo dirigente tramite gli apparati di polizia, militari,
amministrativi, mediatici ed economici. Questione brogli a parte, va
comunque rilevato che, rispetto al voto trionfale del 2004 (ottenne oltre
il 95% dei voti), perde oltre il 40% dei consensi. Non solo: rispetto al
voto di quattro anni fa, l'affluenza è scesa da oltre il 90% al 56-57%. Un
forte segnale di disaffezione e di sfiducia, in gran parte conseguenza
della drammatica situazione economica e sociale del Paese, frutto anche
dei cattivi rapporti con la Russia, che sono costati sia il blocco
dell'export agricolo verso la Russia, sia il raddoppio del costo del gas
fornito a Tbilisi dalla russa Gazprom. Rapporti che, nonostante le ultime
dichiarazioni conciliatrici di Saakashvili, rimarranno presumibilmente
piuttosto tesi. A prescindere dal risultato delle presidenziali, Mosca ha
sicuramente preso male il referendum per l'entrata della Georgia nella
NATO, svoltosi insieme alle presidenziali, cui il 61% dei votanti ha detto
sì.
- Filippine. 16 gennaio. Rischio di colpo di
Stato per deporre la presidentessa filo USA Arroyo. Ronaldo Puno, ministro
degli interni delle Filippine, ha dichiarato giorni fa che,
dall’ammutinamento militare del 29 novembre scorso, è ancora alto nel
paese il rischio di un colpo di stato contro la presidentessa Gloria
Arroyo. «I ribelli stanno cercando di dividere il paese, si riuniscono,
discutono. Preparano un anno pieno di fuochi d’artificio che si
prolungherà oltre il primo gennaio, ma questo non ci intimidisce», ha
dichiarato Puno. Il 29 novembre 2007, una trentina di insorti si erano
barricati all’interno di un hotel della capitale filippina chiedendo le
dimissioni del Presidente. Dopo l’intervento delle forze armate, avvenuto
qualche ora dopo, una cinquantina di ribelli del gruppo guidato dal
generale Danilo Lim sono stati arrestati.
- USA. 16 gennaio. Sono almeno 121 i veterani
statunitensi che, rientrati a casa dalle guerre in Iraq e Afghanistan,
hanno commesso un omicidio. Lo denuncia un’inchiesta del New York Times.
Le vittime sono tra i familiari: mogli, fidanzate, o figli e le cause
sarebbero i traumi riportati durante il servizio all'estero: stress,
alcolismo e altri problemi di riadattamento. Tre quarti degli accusati
erano, all’epoca del delitto, ancora militari, ma né il Pentagono né il
Dipartimento di Giustizia si sono interessati dei crimini, perseguiti dai
tribunali civili.
- Gran Bretagna. 17 gennaio. «Se l’ex
premier Tony Blair avesse un minimo di coscienza o di sensibilità, non
accetterebbe questo incarico perché equivale ad arricchirsi con il sangue
versato in Iraq». Lo ha scritto l’11 gennaio, sul Daily Mail,
il padre di Tom Keys, soldato britannico morto in Iraq nel 2003.
L’opposizione Tory reagisce con aspre critiche per l’annuncio del prossimo
incarico da un milione di dollari annui di Blair, come consulente
part-time della banca d’affari USA J.P. Morgan Chase. La banca
statunitense è stata scelta per amministrare la Banca Commerciale
dell’Iraq che ha ottenuto miliardi di garanzie commerciali offrendo come
ipoteca la futura produzione di greggio.
- Italia / Afghanistan. 17 gennaio.
Centrosinistra di guerra. L’Italia in azioni di combattimento a fianco di
statunitensi ed inglesi, nell’ambito di un impegno militare che durante il
governo Prodi è costantemente aumentato sia numericamente (oggi l’Italia
ha 2.350 soldati, 550 in più di quelli schierati durante il governo
Berlusconi), che qualitativamente (con truppe e mezzi da combattimento). E
l’ultima battaglia cui hanno partecipato i nostri soldati, con l’ausilio
degli elicotteri d’attacco Mangusta, i veicoli blindati Dardo e gli aerei
spia Predator, risale al novembre scorso. Lo rivela Enrico Piovesana su Peacereporter.net.
«Dall’estate 2006, infatti, è operativa nell’ovest dell’Afghanistan la
Task Force 45 («la più grande unità di forze speciali mai messa in
campo dall’Italia dai tempi dell’operazione Ibis in Somalia» secondo
l’esperto militare Gianandrea Gaiani, autore del libro
"Iraq-Afghanistan, guerre di Pace italiane") comprendente i
Ranger del 4° Alpini, gli incursori del Comsubin, il 9° Col Moschin e il
185° Rao della Folgore. In tutto circa duecento uomini, impegnati fin dal
settembre 2006 nell’operazione segreta "Sarissa" (dal nome
della lancia di 6-7 metri adoperata dai macedoni di Filippo II ed
Alessandro Magno, che si spinsero fino all’Afghanistan meridionale, adesso
sfoggiato pure sulle magliette e le decorazioni delle truppe italiane,
ndr) volta a combattere i talebani a fianco delle Delta Force
statunitensi e delle SAS britanniche, in particolare nella provincia
occidentale di Farah».
- Italia / Afghanistan. 17 gennaio. L’ultima
battaglia, cui le truppe italiane hanno preso parte, «risale allo
scorso novembre (riconquista del distretto del Gulistan), quando sono
entrati in azione gli elicotteri da attacco italiani A-129 Mangusta e i
cingolati da combattimento Vcc-80 Dardo in dotazione ai bersaglieri del 1°
reggimento della brigata Garibaldi, giunti in Afghanistan lo scorso
maggio. Data dalla quale la Tf-45 impegnata nell’operazione Sarissa può
contare anche sull’appoggio dei nostri aerei spia Predator e degli
elicotteri da trasporto e assalto Sh-3d. Durante il governo Prodi
l’impegno militare italiano in Afghanistan è costantemente aumentato sia
numericamente (oggi l’Italia vanta una presenza di 2.350 soldati, 550 in
più di quelli mandati durante il governo Berlusconi) che qualitativamente (truppe
e mezzi da combattimento). Nei giorni scorsi il sottosegretario alla
Difesa, Lorenzo Forcieri, ha dichiarato che "non bisogna illudersi:
dovremo restare in Afghanistan molto a lungo"».
- Italia / Afghanistan. 17 gennaio.
L’esistenza dell’operazione "Sarissa" è stata rivelata ai primi
di gennaio su L’Espresso da Gianluca De Feo ("Quella strana
missione chiamata Afghanistan"). Secondo l’autore dell’articolo, «l’Operazione
Sarissa è la missione più delicata e segreta condotta dalle forze armate
italiane negli ultimi anni. Sia per la zona d’operazione: la regione a
ridosso del confine iraniano, frontiera del confronto tra Teheran e
Washington. Sia per l’uso di tattiche molto aggressive, ai limiti delle
regole d’ingaggio permesse dal Parlamento ai militari italiani». De
Feo si sofferma a descrivere composizione, obiettivi e modalità d’azione
dei soldati italiani. «Gli opliti dell’Operazione Sarissa sono circa
200, che si alternano in prima linea ogni tre mesi. Sono tutti commandos,
in pratica il meglio delle nostre forze armate: squadre di incursori di
Marina del Comsubin, di parà assaltatori del Col Moschin, di alpini ranger
del Monte Cervino. Agiscono in team di sette uomini, muovendosi a piedi o
con un paio di jeep. Il loro compito è strategico: impedire i
rifornimenti di armi per la guerriglia che arrivano dall’Iran e ostacolare
il pendolarismo delle bande talebane che danno battaglia nella zona di
Kandahar e poi si rifugiano nelle vallate più tranquille del quadrante
afghano affidato all’Italia. Lo portano a termine usando il massimo
della tecnologia e il minimo della potenza: niente bombardieri né cannoni,
tanti visori notturni e aerei spia», nonché l’uso di
informatori afgani e l’ausilio delle truppe di Karzai.
- Italia / Afghanistan. 17 gennaio. Spesso i
soldati italiani agiscono fianco a fianco degli altri
"alleati"/subalterni. «In tal caso sono inquadrati nella Task
Force 45: il braccio d’assalto del comando NATO di Kabul, che include
americani, britannici, francesi, tedeschi, spagnoli. Anche il nome non è
casuale: si chiamava così un raggruppamento improvvisato in Toscana nel
1944 che univa soldati americani, britannici, italiani, brasiliani e
partigiani. I documenti ufficiali li ricordano con la frase storica
coniata da Churchill per gli eroi della Raf: "Mai così pochi fecero
così tanto". Quello che accade anche in Afghanistan. Con un
problema irrisolto, lo stesso che condiziona tutta la missione italiana:
chi comanda veramente la Task force 45? L’Alleanza atlantica o gli americani?
Di sicuro, l’impegno in azione dei nostri incursori deve essere
autorizzato da Roma. Ma oggi contingente NATO e cacciatori USA sono agli
ordini di un generale del Pentagono. E la presenza statunitense è
continua, anche se spesso taciuta».
- Italia / Afghanistan. 17 gennaio. De Feo si
sofferma pure sul blitz condotto per liberare i due agenti Sismi in mano
ai taliban, in cui gli USA hanno avuto un ruolo di primo piano sottaciuto
nelle ricostruzioni ufficiali. «L’assalto alle camionette che trasferivano
gli ostaggi era una tipica azione della Task Force 45, con l’impegno
simultaneo di soldati di più paesi. Un obiettivo era stato affidato ai
parà italiani del Col Moschin, un altro ai marines britannici. Ma il primo
colpo dell’attacco notturno contro le due jeep in fuga sarebbe stato
scagliato da un aereo spia teleguidato statunitense: un Predator che ha
lanciato un missile davanti a uno dei mezzi in fuga, come diversivo per la
manovra degli elicotteri britannici. Il risultato dell'attacco è noto: uno
dei due prigionieri, Lorenzo D'Auria, 33 anni, è morto per le ferite,
quasi sicuramente provocate dagli inglesi che hanno ucciso tutti i
rapitori. D’Auria e il suo compagno sono finiti nelle mani sbagliate
durante una missione tra le tribù che vivono tra Iran e Afghanistan,
cercando informazioni e contatti proprio per pianificare le azioni di
Sarissa».
- Libano. 17 gennaio. Le interferenze di
Washington impediscono una soluzione dell’impasse politica in
Libano. Lo ha affermato alcuni giorni fa il leader religioso degli sciiti
libanesi, Allamè Fazlullah, secondo il quale, senza le interferenze degli
Stati Uniti, il Libano troverebbe velocemente una soluzione per risolvere
il problema del suo governo. Allamè Fazlullah ha ribadito che gli Stati
Uniti, talvolta con il loro ambasciatore e talvolta con i loro inviati,
rovinano gli accordi raggiunti tra le diverse fazioni politiche che
potrebbero portare ad una soluzione del problema del governo.
- USA / Afghanistan. 17 gennaio. Guerra senza
quartiere. È il progetto di Washington per il martoriato Afghanistan dove,
secondo dichiarazioni del dicembre scorso del capo del Pentagono
Robert Gates, «la NATO deve spostare la sua attenzione
dall’obiettivo primario della ricostruzione (sic!, ndr) a quello di
condurre una classica controinsurrezione». Per la popolazione afgana,
che in questi giorni ha assistito alla morte per fame e freddo di
centinaia di persone a causa delle abbondanti nevicate invernali, si
prospettano periodi ancora più duri. Mentre i civili afgani continuano a
morire a migliaia sotto i bombardamenti aerei NATO, le cifre ufficiali
dell’"alleanza" registrano nell’anno passato il maggior numero
di soldati uccisi (232) da quella che si è in realtà dimostrata essere
stata la "ritirata strategica" dei taliban nel 2001. Secondo un
rapporto del novembre scorso del Senlis Council ("Afghanistan
sull’orlo del precipizio"), i taliban controllano il 54% del
territorio del paese, sono attivi in un altro 38% (compresa la provincia
sotto il controllo ‘italiano’ di Herat) e minacciano la stessa capitale
Kabul. Questa, dal 13 dicembre, è affidata formalmente ai soldati italiani
così come l’avamposto di Surobi, che sta sulla strada che dalla
capitale porta al Pakistan, crocevia di tutte le incursioni talebane e
teatro di centinaia di scontri armati. «Ormai la questione non è più se
i talebani rientreranno a Kabul, ma quando lo faranno», predice il
rapporto, secondo cui la NATO è destinata a essere sconfitta se non
raddoppierà la presenza di effettivi nel paese.
- USA / Afghanistan. 17 gennaio. 7.500
militari: è il numero di militari aggiuntivi che il Pentagono stima sia
necessario per contrastare l’imponente offensiva talebana che si
prevede in primavera. Gli Stati Uniti chiederanno perciò perentoriamente
al prossimo vertice annuale della NATO (ai primi d’aprile a Bucarest) ai
propri "alleati" /subalterni di schierare più truppe e mezzi sul
campo di battaglia, rimuovendo le limitazioni che impediscono ai
contingenti nazionali la partecipazione alle operazioni di guerra (Italia,
Spagna, Germania e Francia in testa). L’impiego di truppe italiane in
azioni di guerra comunque avviene da un anno e mezzo nel più assoluto
silenzio della politica e dei media di questo sciagurato paese.
- Bulgaria / Russia. 18 gennaio. Il governo di
Sofia firma un contratto con Gazprom per il passaggio della pipeline
South Stream in territorio bulgaro. L’accordo sul progetto avviato con
l’ENI dal colosso russo, rinazionalizzato appena un anno fa (contribuendo
così a rimpinguare le casse della Federazione Russa, la cui economia è
sempre più orientata all’esportazione di idrocarburi), è stato raggiunto
nel contesto della visita a Sofia del presidente russo Putin, che ha
espresso soddisfazione. Il gasdotto South Stream trasporterà gas russo dal
mar Nero verso l’Unione Europea. I dettagli dell’accordo prevedono una
comproprietà paritaria al 50% tra Russia e Bulgaria sul tratto bulgaro del
gasdotto, un aumento della quantità di gas disponibile per i bulgari dai
17 miliardi di metri cubi attuali a 30 miliardi. Bulgaria e Russia hanno
inoltre sottoscritto altri due accordi relativi alla costruzione di una
seconda centrale nucleare a Belene (per quattro milioni di euro a carico
della compagna rusa Atomstroyexport, più la possibilità di ricevere
crediti da Mosca per altri 3.800 milioni di euro) e all’ufficializzazione
della costituzione di una compagnia russo-bulgara-greca per la costruzione
di un oleodotto che trasporti greggio russo dal porto bulgaro di Burgas,
nel Mar Nero, a quello greco di Alexandropolis, nell’Egeo.
- Cina / India. 18 gennaio. Intese economiche
e politiche tra Pechino e Nuova Delhi. La recente tre giorni di visita in
Cina (14-16 gennaio) del premier indiano Manmohan Singh ha portato alla
firma di alcuni accordi commerciali (e scientifici), nel quadro di un
comune impegno a raddoppiare l’interscambio economico entro il 2010 (anche
se non è da trascurare l’insoddisfazione di Delhi per il deficit
commerciale accumulato nei confronti di Pechino nel 2007, nove miliardi di
dollari), ed ha visto discussioni su alcuni importanti nodi politici.
Innanzitutto lo storico problema dei confini contesi: Delhi rivendica
38mila chilometri quadrati della regione cinese dell’Aksai Chin, mentre
Pechino reclama 90mila chilometri quadrati dello Stato indiano dell’Arunachal
Pradesh. Più in generale, però, Pechino sembra impegnata a capire se nel
prossimo futuro si troverà dinanzi a un partner o a un rivale strategico,
e la risoluzione delle controversie territoriali con il proprio vicino,
rimandata ad una prossima risoluzione, possono rappresentare un banco di
prova per sciogliere i suoi dubbi.
- Cina / India. 18 gennaio. L’India
rappresenta potenzialmente la più grande minaccia per quello che la
maggior parte degli analisti considerano l’obiettivo strategico della Cina:
favorire lo sviluppo di un “sistema multipolare” delle relazioni
internazionali, dove la Cina rappresenterà l’indiscusso dominus in Asia.
Le direttrici strategiche indiane e cinesi si stanno incontrando nell’Oceano
Indiano: se Delhi lo considera il suo naturale spazio di influenza
geopolitica, per Pechino è vitale assicurarsi un maggior controllo sulle
rotte del petrolio mediorientale in transito verso lo Stretto di Malacca.
Una cooperazione tra i due giganti asiatici potrebbe essere trovata nel
combattere le spinte indipendentiste/separatiste presenti in entrambi i
paesi. La Cina è da sempre impegnata a combattere l’indipendentismo degli
uiguri, che strumentalmente ha associato alla lotta contro il «terrorismo
mondiale» dal settembre 2001, come d’altro canto la Russia ha fatto
con gli indipendentisti ceceni. Gli uiguri, popolazione turcofona a
stragrande maggioranza musulmana, vivono nel nord-est del Paese, in
prevalenza nella regione occidentale cinese dello Xinjiang (Turkestan
Orientale). L’Aksai Chin, anch’esso abitato da popolazioni di origine
uigura, si situa tra lo Xinjiang e il Kashmir. Allo stesso tempo il
governo indiano potrebbe ottenere l’aiuto del regime cinese per pacificare
i suoi Stati nord-orientali, abitati in prevalenza da comunità tribali di
origine mongola e sconvolti da decenni dalle azioni di diversi gruppi
indipendentisti spesso foraggiati proprio dalla Cina. L’Arunachal Pradesh
si trova al margine settentrionale di questa regione e non è immune dalle
sue dinamiche centrifughe.
- Cina / India. 18 gennaio. Sulle eventuali
tensioni che potrebbero sorgere in futuro da uno scontro geopolitico
sino-indiano, Singh ha voluto gettare acqua sul fuoco. Ha affermato,
infatti, che l'India intende mantenere una politica estera autonoma,
nonostante la stipula dell'accordo nucleare civile con gli Stati Uniti
(accordo 123) e nonostante le frequenti (e crescenti) esercitazioni navali
congiunte con Washington, Giappone e Australia abbiano chiaramente
l'obiettivo di contenere la potenza cinese. Nell’immediato saranno due le
materie su cui si potrà misurare l’approfondimento delle relazioni
sino-indiane: l’appoggio esplicitamente richiesto da Delhi a Pechino per
l’assegnazione di un seggio al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite,
e quello all’interno dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica
(AIEA) e del Nuclear Suppliers Group per rendere operativo l’Accordo 123,
che prevede la cessione da parte USA di tecnologia e carburante nucleare
in cambio dell’apertura di alcuni siti nucleari indiani agli ispettori
internazionali. Secondo il Times of India (edizione di due giorni
fa), l’aspirazione indiana al seggio permanente dell’ONU sarebbe
appoggiata dalla Cina. In cambio, però, New Delhi difenderebbe le
rivendicazioni di Pechino su Taiwan.
- Cina / Taiwan. 18 gennaio. Taipei più vicina
a Pechino. La larghissima vittoria del Kuomintang nelle elezioni politiche
dei giorni scorsi (il 72% dei suffragi e 81 deputati su 113) mette il
presidente taiwanese Chen Shui Bian in grave imbarazzo. Il risultato elettorale
è giudicato una sconfessione della sua politica di contrapposizione con la
Cina, basata sull’obiettivo non troppo celato di arrivare a
un’indipendenza esplicita e non di fatto, qual è quella di Taiwan fin dal
1949. Il Kuomintang è l’erede diretto di quel partito cinese che,
sconfitto dalle truppe di Mao subito dopo la Seconda Guerra Mondiale,
riparò sull’isola. Il Kuomintang ha guidato Taiwan per mezzo secolo,
inizialmente sotto la guida dell’autoritario generale Chiang Kai-shek. Il
Kuomintang puntava allora a un’impossibile riunificazione sotto il suo
comando, da attuarsi con la forza; oggi, più realisticamente, si pone
l’obiettivo del ritorno di una sola Cina, senza violenza, ma solo quando
il regime di Pechino si sarà convertito alla "democrazia". Il 22
marzo si voterà per le presidenziali, con Chen impossibilitato a
ricandidarsi e il candidato del Kuomintang favorito nei sondaggi. Nello
stesso giorno si terrà un referendum, voluto da Chen, sul nome ufficiale
del Paese: si sceglierà tra l’attuale «Repubblica di Cina» e «Taiwan».
La scelta del secondo nome indicherebbe una volontà di rottura degli
attuali equilibri che potrebbe spingere Pechino a pesanti minacce. Intanto
la Cina si compra a suon di dollari i pochi alleati rimasti a Taiwan nel
mondo.
- Cina / Malawi. 18 gennaio. Il Malawi rompe
le relazioni con Taiwan. Il paese africano ha annunciato tre giorni fa che
concentrerà le proprie forze nella costruzione di legami diplomatici con
Pechino. «Il Malawi riconosce l’esistenza di una sola Cina al mondo e
considera Taiwan parte inalienabile del territorio cinese», recita una
dichiarazione congiunta dei due governi. Il Malawi era tra i pochi Paesi a
mantenere rapporti con l’isola.
- Cina / Zimbabwe. 18 gennaio. La Cina
raddoppierà nel 2008 gli aiuti alimentari allo Zimbabwe, il cui 25% della
popolazione dipende dagli aiuti umanitari dell’ONU. Pechino si conferma
forte sostenitore del contestato presidente Mugabe, fortemente inviso ad
USA ed Unione Europea.
- USA / Iran. 18 gennaio. In frantumi la
strategia USA anti-Iran. È l’opinione di Marc Lynch, professore di
Scienze politiche e di affari internazionali alla George Washington
University, complementare a quella di opinionisti come Barbara Slavin,
membro del Consiglio ed editorialista del quotidiano USA Today,
secondo cui le pressioni contro Teheran sono state fallimentari e non sono
servite ad altro che ad alimentare l’ostilità iraniana contro gli USA,
mentre il potere dell’Iran in Iraq è tale che gli Stati Uniti non hanno
alternativa al dialogo. Lynch sostiene che gli Stati del Golfo non
vogliono più isolare l’Iran. Dal Qatar all’Arabia Saudita all’Egitto,
rompendo tabù di vecchia data le autorità iraniane incontrano i loro
omologhi arabi. Gli Stati del Consiglio di Cooperazione del Golfo (GCC) si
stanno adattando al peso crescente dell’Iran nella politica regionale, ed
il 3 dicembre alla riunione di Doha ha parlato addirittura lo stesso
presidente iraniano Mahmud Ahmadinejad: la prima volta di un leader iraniano.
Costituito nel 1981 per reazione alla rivoluzione iraniana, il GCC è
costituito da Arabia Saudita, Bahrain, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Oman e
Qatar per un’integrazione in vari campi (finanziario, economico,
commerciale, culturale, amministrativo, legale, ecc.). Secondo Lynch gli
Stati del Golfo «restano parti essenziali dell’architettura di
sicurezza dell’America nella regione, ospitando enormi basi militari USA e
fornendo sostegno finanziario all’economia americana in cambio di
protezione. Tuttavia, come sostiene l’analista saudita Khalid al-Dakhil,
non si accontentano più di stare seduti passivamente sotto l’ombrello di
sicurezza statunitense, e vogliono evitare di essere pedine nella lotta
per il potere fra USA e Iran. Pieni di soldi, non sono interessati a una
guerra che manderebbe a monte gli affari». La pubblicazione delle
conclusioni della National Intelligence Estimate (NIE) del mese
scorso, secondo cui l’Iran non sta più perseguendo un programma di
armamenti nucleari, ha sicuramente contribuito al disgelo.
- USA / Iran. 18 gennaio. Per Lynch, comunque,
questo non significa che gli Stati del Golfo non vedano con preoccupazione
un aumento dell’influenza iraniana. «Il sentimento anti-sciita e
anti-persiano esiste in tutto il Golfo. La disputa territoriale dell'Iran
con gli Emirati Arabi Uniti genera notevoli passioni in quel Paese. Pochi
leader del Golfo o leader arabi accettano pubblicamente di buon grado un
programma nucleare iraniano. E la proposta di Ahmadinejad per una nuova
architettura di sicurezza del Golfo che comprenda l’Iran è stata vista in
larga misura come una iniziativa per l‘egemonia iraniana, non come un vero
patto di sicurezza collettiva. Gli Stati del Golfo vedono l’Iran come una
sfida con cui si confrontano da decenni, non come una minaccia urgente o
esistenziale. Il cambiamento dell’approccio arabo potrebbe lasciare agli
USA poca scelta se non quella di fare lo stesso».
- Libano. 19 gennaio. Se Israele «lancerà
una nuova guerra contro il Libano, non esiteremo un istante a rispondere»:
così a Beirut il leader di Hezbollah, Sayyed Hasan Nasrallah. Apparso in
pubblico per la prima volta a più di un anno di distanza, nel commemorare
la festività sciita della Ashura il leader del movimento di liberazione
nazionale libanese di ascendenza sciita sottolinea di non volere «la
guerra, ma nessuno deve permettersi di attaccare la nostra terra e le
nostre città», ha proseguito Nasrallah, ribadendo che «la
resistenza islamica ha tutti i mezzi per rispondere a qualsiasi offensiva
nemica». Nasrallah ha poi affermato davanti alle masse di libanesi –un
milione secondo la televisione di Hezbollah al Manar– che «durante
l’ultima guerra del 2006 l’esercito sionista ha lasciato dietro di sé
sulla nostra terra libanese tantissimi cadaveri dei loro soldati uccisi
dai nostri valorosi combattenti». Nasrallah quindi si è rivolto
direttamente ai cittadini israeliani: «Il vostro esercito, di cui voi
andate tanto fieri, che in passato si mostrava invincibile e che non
lasciava mai dietro di sé né feriti né cadaveri dei propri soldati, oggi
vi sta mentendo e vi nasconde la verità circa quel che è successo durante
la guerra di luglio 2006». Nasrallah ha espresso quindi dubbi sulla
capacità attuale dell’apparato politico e militare sionista di sostenere una
guerra su larga scala in Libano come nell’estate 2006, ed ha avvertito che
le sue milizie risponderanno ad un’aggressione israeliana «con una
guerra che cambierà il destino della regione intera». Rispetto alla
crisi politica libanese, Nasrallah ha lasciato trasparire un cauto favore
verso l’iniziativa portata avanti dal Segretario generale della Lega Araba
Amr Musa. Ha però ammonito che, «se falliranno le iniziative e i piani
internazionali», Hezbollah e i suoi alleati «agiranno con coraggio
usando le nostre parole d'ordine politiche, perché non possiamo consegnare
il Libano al progetto americano».
- Palestina. 19 gennaio. Crimini contro
l’umanità a Gaza. Li denuncia il rappresentante ONU nei Territori
palestinesi, John Dugard, fortemente critico dei raid israeliani di questi
giorni nella Striscia. Israele ricorre a punizioni collettive e non
distingue tra obiettivi militari e civili, denuncia Dugard. «I
responsabili di azioni così vigliacche si rendono colpevoli di gravi
crimini di guerra e devono essere perseguiti e sanzionati», tuona
Dugard secondo cui, nel corso di questa settimana, i raid hanno causato 40
morti tra i palestinesi.
- Russia. 19 gennaio. South Stream, Blue
Stream e Yamal: sono questi i tre gasdotti con cui Mosca intende
monopolizzare le forniture di gas all’Europa occidentale. Con l’accordo di
ieri strappato da Putin in persona nel corso della sua visita ufficiale a
Sofia, si delinea maggiormente la strategia di Gazprom per le future
forniture di gas all’Europa centro meridionale. Il progetto South Stream
prevede un tragitto di circa 900 km con partenza da Beregovaya (città
russa sulla costa del Mar Nero) e arrivo in Italia. Un progetto faraonico
e dai risvolti tecnici estremamente impegnativi, considerando che i tubi
saranno posati sul fondo del Mar Nero a profondità che raggiungono i
duemila metri. La rotta del gasdotto non è stata ancora definita e vi sono
due opzioni percorribili: la prima, quella sud, prevede il passaggio da
Grecia e Albania con arrivo a Otranto tramite il gasdotto Igi; la seconda,
la rotta nord, prefigura un passaggio da Romania (o, in alternativa,
Serbia), Ungheria, Austria e arrivo in nord Italia (probabilmente
Tarvisio). In entrambi i casi, comunque, la Bulgaria si rivela punto di
passaggio obbligatorio, cosa che rende l’accordo del 18 gennaio
fondamentale per dare inizio agli studi di fattibilità. Il gasdotto,
qualunque sia il suo percorso finale, verrà realizzato dalla joint venture
paritetica di diritto svizzero ENI-Gazprom, formalizzata appena 24 ore
prima dell’accordo bulgaro. Nel progetto, quindi, l’ENI parteciperà da
protagonista tramite l’ormai consolidato e riconosciuto know how di
Saipem.
- Russia. 19 gennaio. Se gli aspetti
industriali del progetto sono estremamente interessanti (si parla di
almeno dieci miliardi di euro di investimento per una rotta quasi
completamente nuova), gli aspetti geopolitici dell’affare lo sono ancora
di più. Il South Stream non sarà solo: ad esso verranno affiancati il Nord
Stream (ancora da costruire, che connetterebbe Russia e Germania via
baltico), il Blue Stream (già inaugurato) e il progettato raddoppio della
Yamal-Europe pipeline. Si va delineando, quindi, una mappa densissima di
collegamenti tra Russia ed Europa con due evidenti obiettivi: scavalcare
in particolare l’Ucraina e diversificare le possibilità di entrata in
Europa per il gas russo, offrendo contemporaneamente un valido motivo per
fare affari con Mosca e un altrettanto valido motivo per non farne con i
Paesi produttori dell’Asia centrale.
- Russia. 19 gennaio. Per quanto riguarda il
Nord Stream ricordiamo che si tratta di un mega gasdotto approntato in
particolare per la Germania, primo mercato estero per Gazprom e con
prospettive di sviluppo notevolissime in seguito alla decisione da parte
di Berlino di rinunciare al nucleare civile per la produzione di energia
elettrica. Tra il tratto onshore russo e quello offshore sul fondo del
Baltico verranno stesi quasi duemila km di tubi. Il Nord Stream, però,
ultimamente soffre di qualche problema: è ormai un dato assodato che i
costi lieviteranno notevolmente. Ciò allontana di qualche anno l’entrata
in funzione dell’infrastruttura perché costringe le società partecipanti
al progetto (le tedesche Basf e E.On e Gazprom) a rivedere tutta la
struttura finanziaria dell’opera. I tedeschi, però, sono dei clienti
importantissimi per Mosca, tanto che l’amministratore delegato di Gazprom
Alexei Miller, durante la conferenza stampa di presentazione dell’accordo
russo-bulgaro, ha affermato che sebbene Nord Stream e South Stream siano
due progetti attualmente separati, la rete europea già esistente di
gasdotti rende tecnicamente possibili interscambi tra diversi Stati
consumatori. Qualora la rotta del South Stream dovesse terminare in
Austria, è probabile quindi che venga fatto un allacciamento con la
Germania come compensazione per i ritardi subiti dall’altro gasdotto. Non
bisogna dimenticare, tra l’altro, che l’ex premier tedesco Gerhard
Schröder è stato scelto per guidare la “Nordeuropäische Gas Pipeline
Gesellschaft”, la società che realizzerà il gasdotto, e ciò la dice lunga
su quanto i tedeschi vogliano (e cercheranno in tutti i modi possibili di
averla) l’infrastruttura in questione.
- Russia. 19 gennaio. Per quanto riguarda il
Blue Stream, si tratta di un gasdotto di dimensioni e portata inferiori
(sebbene di tutto rispetto) agli altri due progetti, che collega la città
russa di Dzhubga con Samsun e poi Ankara (Turchia), è lungo 1.213
chilometri (774 dei quali gestiti dall’Eni). Il gasdotto, terminato nel
2003, ma inaugurato lo scorso novembre in seguito ai test e collaudi di
rito per un’opera di questa entità, trasporta 4,5 miliardi di metri cubi
di gas all’anno ma non è ancora a pieno regime: si prevede una portata
massima di 16 miliardi di metri cubi nel 2010. Il gas russo in questo modo
trova una nuova strada per giungere in Europa che passa esclusivamente
dalla Turchia senza interessare altri paesi: un messaggio chiarissimo agli
Stati Uniti che per anni hanno fatto pressioni sul Paese alleato affinché
Blue Stream non vedesse mai la luce. Ecco spiegata così l’euforia della
stampa russa che ha trattato diffusamente la notizia ricordando che la
costruzione dell’oleodotto BTC (Baku-Tblisi-Ceyhan), sponsorizzato dagli
Stati Uniti e terminato l’anno scorso, attraverso cui il petrolio azero
giunge in Turchia, non ha di fatto mai rappresentato per Ankara
un’alternativa alla realizzazione del gasdotto Blue Stream. La Turchia di
Erdogan, d’altro canto, mira a diventare il principale snodo energetico
del mediterraneo orientale, pur non essendo un produttore di idrocarburi:
un obiettivo che Ankara intende far pesare nel futuro processo di adesione
della Turchia all’Unione Europea. Considerate la congestione degli stretti
e i costi legati al trasporto via mare, Blue Stream e BTC, che si aggiungono
a una già fitta rete nazionale di gasdotti e oleodotti di minore portata,
rappresentano due infrastrutture fondamentali. Se Ankara riuscisse poi a
diventare il centro di smistamento non solo del gas russo e del petrolio
azero, ma anche del gas turkmeno, iraniano e iracheno, il suo peso
geopolituico accrescerebbe notevolmente.
- Russia. 19 gennaio. Qualche commento merita
pure la partecipazione di ENI alla costruzione di Blue Stream. La sua
partecipazione riflette obiettivi di mercato, non geopolitici “italiani”,
che secondo alcuni dovrebbero puntare a trasformare l’Italia nello snodo
energetico del Mediterraneo occidentale, mettendo in campo una strategia
di lunga durata, finanziata e appoggiata politicamente a livello
euro-mediterraneo, che aggiunga il gasdotto Galsi (dall’Algeria al
Continente attraverso la sardegna) ed appunto l’IGI (gas russo del Blue
stream diretto a Brindisi via Grecia) ai giá esistenti Transmed (che
collega l’Algeria con Mazara del Vallo) e Green Stream (che dalla Libia
porta idrocarburi a Gela). Alla firma dell’accordo sulla costruzione del
gasdotto, il 15 dicembre 1997, erano presenti solo Russia e Turchia, non
certo l’Italia. L’assegnazione dell’appalto alla ditta italiana è avvenuto
successivamente e solo grazie alla capacità dell’ENI, tramite le sue due
controllate, Saipem e Sonsub, in possesso di un know-how attualmente unico
al mondo, di realizzare un gasdotto che presentava difficoltà tecniche
enormi. L’appalto, tra l’altro, vedeva pochi reali concorrenti: l’aperta
ostilità degli Stati Uniti alla costruzione del gasdotto convinse le
compagnie USA a non investire nella progettazione di un’opera così
complessa. Per non parlare dell’accordo collegato alla partecipazione
dell’ENI nella costruzione di Blue Stream, che prevedeva la vendita da
parte della compagnia italiana di oltre due miliardi di metri cubi di gas
russo sul nostro territorio nazionale. Accordo saltato a causa del parere
contrario dell’antitrust che ha ritenuto la posizione dell’ENI nel mercato
del gas in Italia già dominante. Scaroni e Miller stanno già rinegoziando
il contratto e probabilmente ENI finirà per vendere in Italia non gas
russo bensì petrolio.
- Russia. 19 gennaio. La Yamal-europe
pipeline, invece, percorre dalla Russia quasi 4.200 km attraverso
Bielorussia e Polonia per arrivare in Germania. A differenza del Nord
Stream, quindi, non è un gasdotto dedicato espressamente al mercato
tedesco e nord europeo e le forniture vanno divise con i Paesi di
passaggio. Nello specifico la pipeline già esiste e funziona da anni ma è
in corso il raddoppio. I futuri gasdotti targati Gazprom (e, per la parte
tecnica, ENI) mirano a scavalcare l’Ucraina e a far pressione sui Paesi
produttori di gas dell’Asia centrale. Agli occhi di Mosca, Kiev si è
‘macchiata’ del peccato di aver creato qualche anno fa problemi alle
forniture russe all’Europa occidentale per contestare il considerevole
aumento deciso da Gazprom. Un’onta da lavare immediatamente per il colosso
russo che della sicurezza nelle forniture ha fatto la sua bandiera e la
base di ogni trattativa con gli europei. Ad oggi l’Ucraina ha un’arma con
cui ricattare la Russia: bloccare le due tubature che portano il gas russo
in Europa. Il giorno in cui i nuovi mega gasdotti entreranno in funzione,
l’Ucraina dovrà ridimensionare notevolmente i toni nei confronti della
Russia.
- Russia. 19 gennaio. Un dato poco indagato
del potere russo sulle forniture di gas è la monopolizzazione delle
risorse provenienti dagli Stati dell’area caucasica e caspica, utilizzando
le condutture eredità dell’impero sovietico. Gazprom compra a
prezzo contenuto il gas in particolare kazako e turkmeno e lo veicola sui
propri gasdotti. Una soluzione che riduce drasticamente i ricavi per i
produttori ma, allo stesso tempo, mette a disposizione la possibilità di
vendere gas senza spendere un centesimo in gasdotti e, trattandosi di
infrastrutture russe, offre una ragionevole soglia di sicurezza e di
protezione da ritorsioni geopolitiche. Attaccare interessi russi è una
cosa, attaccare interessi Kazaki o Turkmeni è ben altro. Dopo la caduta
dell’URSS, gli USA stanno provando a portare questi paesi nella loro sfera
d’influenza. Accontentare sia Mosca che Washington è quindi diventata la
direttrice geopolitica di questi paesi, presumibilmente non sostenibile
nel lungo periodo.
- Russia. 19 gennaio. Diamo uno sguardo al
Kazakistan. Nel paese il mega giacimento di Kashagan ha suscitato
l’appetito di varie compagnie “occidentali”, Eni in primis. Nel 1993 ENI,
British Gas, British Petroleum, Mobil, Shell e Total formano il consorzio
di esplorazione insieme al governo kazako. A fare le perforazioni ci pensa
Shell. I lavori, però, vanno a rilento a causa di problemi tecnici che
rendono difficile l’esplorazione, motivo per cui nel 2001 la leadership
del consorzio passa ad ENI. Nel frattempo i costi dell’operazione
lievitano enormemente e il ministero delle risorse energetiche di Astana
si comincia a innervosire perché ha fretta di mettere in produzione il
giacimento e comincia a mettere i bastoni tra le ruote al consorzio
adducendo motivi ambientali per ottenere, in realtà, una partecipazione (e
ricavi correlati) maggiore nel consorzio stesso. La situazione si sblocca
solo il 14 gennaio 2007 con una pesante rinegoziazione dell’accordo del
’93: secondo i nuovi patti il governo kazako raddoppia la propria quota
nel consorzio (e pagherà circa 1.8 miliardi di dollari per farlo) ma
ottiene un rimborso per il tempo perduto pari a quasi cinque miliardi.
Come se ciò non bastasse a partire dal 2011 l’ENI perderà la leadership
del consorzio condividendola con Exon-Mobil, Shell e Total. Tutto ciò pur
di mettere in produzione il giacimento; per trasportare il gas ci vorranno
altri accordi. Il gas kazako, infatti, dovrebbe viaggiare verso l’Europa
tramite il gasdotto Nabucco sponsorizzato da Washington, attraversando
Turchia e Balcani. La realizzazione del Nabucco incontra però ostacoli e
quindi attualmente il gas di Kashagan dovrà passare proprio per i gasdotti
russi. Per questo gli Stati Uniti si sono dichiarati interessati a un
“programma energetico europeo” alternativo ai singoli programmi dei
singoli Stati nazionali, a dimostrazione dell’interesse strategico di
Washington per il proseguimento del processo d’integrazione europea. In
ogni caso, le prospettive d’indipendenza delle nazioni del continente
europeo sono chiamate a muoversi tra le morse energetiche di Russia e
stati Uniti.
- Libano. 20 gennaio. Nuovo rinvio delle
elezioni presidenziali nel “Paese dei cedri”. Il voto, che era in
programma per domani, si terrà il prossimo 11 febbraio. Si tratta del
tredicesimo rinvio. L’annuncio è stato dato dall’ufficio del presidente
del parlamento di Beirut. La poltrona del presidente è vacante dallo
scorso 24 novembre, quando è terminato il mandato del cristiano Emile
Lahoud.
- Israele. 20 gennaio. Ministri israeliani
chiedono la testa di Nasrallah. «Non capisco perché ancora sia in vita.
Sarebbe dovuto essere liquidato da molto tempo», ha affermato Yitzhak
Cohen, ministro del partito ultraortodosso sefardita Shas. Il ministro
dell’interno, Meir Sheetrit, del partito Kadima, afferma che con Nasrallah
«non abbiamo bisogno di negoziare, ma di distruggerlo». In merito
alle affermazioni di Nasrallah sui cadaveri sionisti in Libano, Israele si
è visto però obbligato ad ammettere di non aver potuto recuperare resti
dei cadaveri di una decina di soldati morti durante l’ultima aggressione
in Libano. Inoltre, confermando che due dei suoi soldati continuano ad
essere nelle mani di Hezbollah, ha respinto la proposta di scambio con
prigionieri libanesi.
- Pakistan. 21 gennaio. Islamabad è una
polveriera. Dopo l’assassinio di Benazir Bhutto, il Pakistan, prima
considerato un partner (più o meno) affidabile nella “lotta al
terrorismo”, è improvvisamente diventato per la stampa anglosassone (dal Daily
Times al New York Times al Washington Post) uno dei
maggiori fattori di instabilità dell’equilibrio mondiale, a prescindere
dal possesso di armi nucleari. La stessa posizione del presidente Pervez
Musharraf è in bilico: la Casa Bianca è pronta a puntare tutto sul nuovo
capo delle Forze Armate, Ashfaq Parvez Kayani, ritenuto più vicino alle
posizioni di Washington.
- Euskal Herria. 22 gennaio. Il giudice della
Audiencia Nacional di Madrid, Balthazar Garzon, avvia una procedura contro
due partiti nazionalisti baschi, l'Anv e il Pctv. All'origine del
provvedimento i presunti legami con il «braccio politico» dell'ETA,
Batasuna, già interdetto cinque anni fa. Garzon ha convocato il 4 e il 5
febbraio i dirigenti dei due partiti che rischiano l'interdizione con il
conseguente impedimento a partecipare alle prossime elezioni politiche
spagnole del 9 marzo.
- Israele / India / Iran. 22 gennaio.
Satellite-spia israeliano anti-Iran lanciato da base indiana. Lo ha
annunciato ieri la stampa israeliana. Il suo obiettivo è tenere sotto
controllo le attività militari e nucleari iraniane. Il lancio è avvenuto
lunedì mattina dalla base di Sriharikota, India meridionale. Il satellite
viene dipinto come uno dei più avanzati messi a punto dalla tecnologia
israeliana.
- Afghanistan. 22 gennaio. Tensione tra USA e
“alleati”/subalterni NATO su un’Afghanistan sempre più incontrollabile.
Così scrive Enrico Piovesana (peacereporter.net) sulla conduzione
della "missione": «chi ancora crede alla favola che la
missione ISAF in Afghanistan sia "a guida NATO" e "sotto
egida ONU" dovrebbe riflettere sul fatto che il presidente degli
Stati Uniti, George Bush –non il segretario generale della NATO o
dell’ONU– ha nominato il nuovo comandante di quella missione: uno
statunitense ovviamente, il generale David McKiernan, un ‘falco’ che ha
guidato l’invasione USA dell’Iraq nel 2003. E per tagliare la testa al
toro, Washington ha anche "proposto" un suo uomo per guidare la
stessa NATO: il generale David Petraeus, attuale comandante delle forze
USA in Iraq, al posto dell’olandese Jaap de Hoop Scheffer». Per
Piovesana, mentre la nomina di McKiernan è una conferma della fusione
delle missioni ISAF ed Enduring Freedom, «avvenuta un anno fa con l’unificazione
del comando sotto il generale USA Dan McNeill», l’annuncio di Petraeus
alla NATO è una novità che va inquadrata in un contesto dove gli USA
premono affinché gli Stati subalterni incrementino il loro contributo di
fondi, armi e uomini al servizio delle strategie di guerra USA, che
frattanto hanno ordinato l’invio di 3.200 marines e 500 blindati pesanti
Rg-31 a supporto della presenza militare USA nel Paese, che attualmente è
di circa 26 mila uomini. «La tensione tra Stati Uniti e alleati NATO sulla
guerra in Afghanistan ha raggiunto livelli mai visti. Dopo aver più volte
criticato la scarsa belligeranza di Paesi come Italia, Germania, Spagna e
Francia, il segretario alla Difesa USA, Robert Gates, ha accusato di
incapacità le truppe britanniche, canadesi e olandesi (impegnate nel
sud della NATO, ndr) che invece sono duramente impegnate nel conflitto:
le truppe inglesi non saprebbero mantenere il controllo delle posizioni
conquistate, quelle olandesi userebbero troppo l’artiglieria, e via
dicendo. “Non sanno fare operazioni di controinsurrezione”, ha detto Gates
al Los Angeles Times».
- USA. 22 gennaio. Washington l'ha posto da
tempo nell'agenda politica e ora la NATO lo discute: il primo colpo
nucleare "preventivo". Fanatismo politico, fondamentalismo
religioso, "terrorismo"; criminalità organizzata; proliferazione
di armi di sterminio; cambiamenti climatici; sicurezza
dell’approvvigionamento energetico; migrazioni 'ambientali' su scala
massiccia; indebolimento degli Stati nazionali. Tutti questi fattori
suggeriscono, secondo cinque ex capi di Stato maggiore delle forze armate
di Paesi membri, una ridefinizione della dottrina militare della NATO. Che
deve includere la possibilità di attacchi nucleari preventivi per fermare
l’“imminente” proliferazione di armi di distruzione di massa. Il documento
è stato presentato in questi giorni al segretario generale della NATO,
Jaap de Hoop Scheffer, e al Pentagono. Di ciò se ne discuterà secondo il Guardian
al vertice NATO di Bucarest del prossimo aprile. A firmare la proposta per
una nuova “grande strategia”, sono gli ex strateghi di Gran Bretagna,
Francia, Olanda e Germania, i generali John Shalikashvili, Klaus Naumann,
Henk van den Breemen, l'ammiraglio Jacques Lanxade e Lord Inge, dopo averne
discusso con analisti, militari di alto grado in servizio e politici. Il «primo
colpo» nucleare è giudicato «uno strumento indispensabile»
perché «semplicemente non vi è alcuna prospettiva realistica per un
mondo libero da armamenti nucleari». «Il rischio di una ulteriore
proliferazione è imminente e, con questo, il pericolo di conflitto
nucleare, anche se in ambito limitato, può attuarsi (…) Il primo uso di
armi nucleari deve rimanere ai margini dell'escalation, come ultimo
strumento per prevenire l'impiego di armi di sterminio », si legge nel
documento di 150 pagine, in cui si suggeriscono tra l’altro misure come la
fine del consenso come principio decisionale interno all'Alleanza, da
sostituire con un voto a maggioranza, e l'abolizione dei 'caveat' che
consentono a ogni nazione di ritagliarsi limiti operativi alla
partecipazione a missioni internazionali.
- Russia / Ucraina. 23 gennaio. Kiev nella
NATO? Mosca minaccia ritorsioni. Il ministero degli esteri russo ha
avvertito che un eventuale ingresso dell’Ucrania nella NATO «complicherebbe
seriamente» le relazioni tra i due Paesi e costringerebbe Mosca a «prendere
adeguate misure». «Abbiamo l’impressione che le classi dirigenti
ucraine pensano ad un avvicinamento alla NATO come ad un’alternativa alle relazioni
di buon vicinato con la Russia», ha aggiunto. La scorsa settimana il
senatore USA Richard Lugar ha annunciato che il presidente Viktor
Iushenko, la premier Iulia Timoshenko e il presidente del parlamento
Arseny Yatsenyuk hanno firmato una richiesta perché l’Ucraina sia accolta
nel “piano di azione” (Membership
action plan) per diventare membro dell’Alleanza Atlantica nel vertice
NATO di Bucarest, in programma ad aprile. Richiesta fortemente criticata
da Viktor Ianukovic, ex premier filo russo leader del partito delle
regioni, principale forza di opposizione ucraina, secondo cui solo i
cittadini, attraverso un referendum, possono decidere sull’eventuale
ingresso di Kiev nella NATO. Per il partito delle regioni l’iniziativa di
Iushenko & Co. «prova ancora una volta che le autorità in carica
non rispettano la Costituzione». È solo con un referendum, si
prosegue, che i cittadini ucraini possono cambiare lo status di Paese non
allineato previsto nella Costituzione, cosa che «i firmatari di alto
rango sanno bene».
- Italia. 24 gennaio. L’Italia affronterà
gravi emergenze internazionali. Per questo Francesco Cossiga aveva
motivato al Senato la fiducia al governo Prodi e l’inopportunità di andare
ad elezioni. Cossiga afferma che venti di guerra soffiano in Libano, dove
è presente una missione ONU militare posta sotto il comando di un
generale italiano ed in prevalenza costituita da unità militari italiane,
ed in Kosovo, dove si gioca una partita politica e strategica tra
USA e Russia. «Il Governo provvisorio kossovaro-albanese di Pristina
vuole proclamare unilateralmente l’indipendenza del Kossovo, anche contro
Belgrado, e con la ferma opposizione di Mosca (…) Purtroppo, mentre di per
sé i governanti serbi sarebbero abbastanza moderati e prudenti,
intransigente è il Governo russo che incita la Serbia alla durezza; e
così, dall’altra parte, moderati e prudenti sarebbero i leader dei
kossovari albanesi, mentre non lo sono di certo i governanti di
Washington. Quindi Putin e Bush giocano la loro partita politica e
strategica sul terreno del Kosovo; e il costo di questa partita verrà a
gravare su una Europa che forse non ha né i mezzi né l'autorità politica e
morale, economica e militare per affrontare in modo adeguato, stretta come
è tra la Russia e l'America, un tale problema (…) E le forze politiche e
la società italiana non mi sembrano, invero, di per sé in grado di
“supportare” operazioni militari e di sopportare le conseguenze di esse; e
ancor meno senza Governo e in clima di elezioni generali!». Cossiga
rileva pure che «sull’Europa e sull’Italia grava la minaccia di una
seria recessione economica che ricorda la crisi del “giovedì nero” del
1929. E se gli Stati Uniti piangono, non mi sembra che l’Europa, e in
particolare l’Italia, ridano!».
- Italia / USA. 24 gennaio. «Sembra che
Mario Draghi, già socio della Goldman & Sachs, nota grande banca
d’affari americana, oggi Governatore della Banca d’Italia sia il vero
candidato alla Presidenza del Consiglio dei Ministri di un "Governo
istituzionale". E così avrà modo di svendere, come ha già fatto
quando era Direttore Generale del Tesoro, quel che resta dell’industria
pubblica a qualche cliente della sua antica banca d’affari».
Dichiarazioni rese dal senatore Francesco Cossiga alla trasmissione Uno
mattina.
- Italia / Kosovo. 25 gennaio. Roma sarà nel
primo gruppo dei paesi che riconoscerà l’“indipendenza” del Kosovo. Lo
afferma il primo ministro kosovaro Hashim Thaci intervistato da La
Stampa.
- Italia. 26 gennaio. Il Consiglio dei
ministri del governo dimissionario di Romano Prodi ha approvato ieri un
decreto legge per il rifinanziamento delle missioni militari all’estero
con l’astensione del Partito di Rifondazione Comunista. Su proposta dei
ministri degli Esteri, Massimo D’Alema, e della Difesa, Arturo Parisi, il
Consiglio dei ministri ha deliberato un decreto-legge, che «consente la
prosecuzione, per l’anno 2008, degli interventi di cooperazione allo
sviluppo e a sostegno dei processi di pace e di stabilizzazione in
Afghanistan, Iraq, Libano, Sudan e Somalia, nonché la partecipazione del
personale delle Forze armate e di Polizia alle missioni internazionali in
atto». Lo riferisce una nota di Palazzo Chigi.
- Italia. 26 gennaio. Attualmente i militari
in missione sono poco più di 8mila, sparsi in 19 paesi. Gran parte delle
forze sono concentrate nelle zone più "calde" del pianeta: 2.450
uomini in Libano, 2.250 nei Balcani e 2.200 in Afghanistan, con una
riserva di altri mille tra alpini, parà della Folgore e carabinieri del
Tuscanica. Il modello di difesa adottato dallo Stato maggiore prevede che
al massimo l’Italia possa schierare all’estero 12mila soldati: un livello
teorico, perché si faticherebbe a trovare aerei per rifornirli e garantire
i collegamenti. E anche perché le nostre forze dispongono di circa 35mila
uomini idonei per operazioni internazionali: considerando turni di quattro
mesi, si tratta di un numero insufficiente per sostenere anche solo un
anno di attività. Il costo delle missioni per il 2008 si presenta alto: un
miliardo di euro. Salvo crisi, che potrebbero determinare anche
un’impennata nelle spese.
- Russia. 27 gennaio. Gazprom sbarca in Serbia
e stringe la morsa sul mercato energetico europeo. Il colosso russo ha
firmato un contratto per l’acquisto del 51% di Naftna Industrija Srbije
(Nis), la più grande compagnia locale nel settore degli idrocarburi.
Grazie a questo contratto i russi controlleranno due raffinerie, un
gasdotto proveniente dalla Croazia e la quasi totalità delle reti di
distribuzione nel paese balcanico. In cambio Gazprom si è accollata i
debiti della società impegnandosi a procedere a massicci investimenti in
strutture di stoccaggio e distribuzione del gas in Serbia. Inoltre, altro
pezzo forte dell'accordo, Gazprom costruirà una costosa variante al
gasdotto South Stream, che trasporterà gas dalla Russia attraverso il mar
Nero fino in Bulgaria, e da cui si dovrebbe dividere in due rami che
alimenteranno rispettivamente da un lato la Grecia e l'Italia del sud e
dell’altro la Serbia, l'Ungheria, la Slovenia ed il nord dell'Italia (è
previsto anche un sotto-ramo che si biforca dall'Ungheria verso
l'Austria). La Serbia entrerà a far parte del consorzio per la costruzione
del South Stream percependo circa 200 milioni di dollari come diritti di
transito sul territorio e, assumendo in proprio la distribuzione al
dettaglio del gas, Gazprom dovrà comunque farsi carico della regolarità
“politica” delle forniture, cosa finora rifiutata a tutti gli altri paesi,
come la Bielorussia. Economicamente, dunque, Gazprom non sembra aver fatto
un affare, e tra l’altro è stata scelta questa strada solo dopo il
fallimento di altre e più appetitose acquisizioni, in Romania e Ungheria.
- Russia. 27 gennaio. Mosca
acquisisce però significativi vantaggi strategici. La forte dipendenza
serba (90% dei propri approvvigionamenti) consente alla Russia di fare del
paese un perno dei suoi progetti in Europa Orientale. La pipeline
prevede nel tratto offshore l’attraversamento del Mar Nero dalla costa
russa di Beregoyava a quella bulgara. Da lì la conduttura si
ramificherebbe in due sensi: nord in Austria (via appunto la Serbia) e sud
in Italia. Con la costruzione del South Stream le prospettive del progetto
Nabucco, fortemente sostenuto dagli USA, che punterebbero a portare in
Europa il gas azero e turkmeno attraverso Georgia e Turchia, sembrano
sempre più illusorie, poiché già indebolite dal tramonto del gasdotto
trans-caspico –progetto abbandonato grazie alle pressioni russe sul
Turkmenistan e alla conseguente rinuncia di Enron e Bechtel, principali
compagnie coinvolte– o dalla impraticabilità della via iraniana, percorso
incompatibile con le sanzioni USA contro la Repubblica Islamica. La Russia
consolida i propri interessi geopolitici per il controllo dei corridoi per
l’instradamento delle fonti energetiche sino in Europa sul mercato
europeo, varando un progetto che evita il passaggio per l’Ucraina, e
scongiura la possibilità di realizzare il Nabucco. Con l’accordo, firmato
a Mosca dal presidente uscente Boris Tadic insieme al primo ministro
Vojslav Kostunica, il Cremlino dichiara implicitamente di essere pronta a
sostenere la vittoria alle presidenziali del filo-europeo Tadic, arrivato
al potere sotto la spinta di una delle tante “rivoluzioni colorate”.
Memore delle vicende ucraine, Mosca non sembra intenzionata ad
interferire, anche perché, chiunque sia il vincitore, non potrà
prescindere dalla collocazione serba nel sistema internazionale e dai
progetti economici ed energetici russi.
- Russia. 27 gennaio. Kazakistan,
Turkmenistan, Austria: questi tre paesi costituiscono tre fondamentali
chiavi del successo dei progetti energetici russi. Nel vertice con i
presidenti di Kazakistan e Turkmenistan (11-13 maggio 2007), Putin ha
discusso con gli omologhi Nazarbaev e Berdymoukhammedov per la creazione
di un consorzio incaricato della costruzione di una conduttura che
trasporti verso l’Europa le loro riserve nel Caspio di gas naturale
passando per la rete russa. L’accordo è un decisivo fendente alla fattibilità
economica delle pipeline (come Nabucco) sponsorizzata dagli USA,
che aggirerebbe la Russia trasportando in Europa il gas del Caspio e
dell’Asia Centrale via Turchia ed i Balcani. Assicurandosi che il
trasporto delle risorse del Caspio, in particolare del Turkmenistan e del
Kazakistan, vengano trasportate passando per il territorio russo e quindi
da condutture come il South Stream, Mosca svuota di sostenibilità
economica i progetti USA: gli analisti concordano sul fatto che è
piuttosto dubbio che vi sia abbastanza gas nella regione caspica per
entrambe le condutture.
- Russia. 27 gennaio. Un altro accordo
decisivo è stato l’acquisto, da parte di Gazprom, del 50%, del polo
gazifero di Baumgarten, di proprietà dell’austriaca OMW. Il dato più
rilevante è che Baumgarten sarebbe proprio il punto finale della
conduttura Nabucco, che prevedeva di trasportare direttamente in Austria,
da Erzurum in Turchia, il gas dell'Asia centrale, mettendo in
cortocircuito il territorio russo. Dal 2011, Gazprom vorrebbe fare di
Baumgarten il secondo più grande centro di stoccaggio di gas in Europa
centrale ed il più grande centro europeo di gestione dei transiti
gaziferi. L’Austria ha poi autorizzato Gazprom a prendere una
partecipazione importante in attività molto lucrative di distribuzione di
gas domestico a Salzburg e nelle province di Carinzia e di Styrie, in
termini di popolazione metà delle nove province austriache, e a garantire
direttamente il transito del suo gas via territorio austriaco. È il primo accordo
di questo tipo per la Russia sul mercato europeo. Putin intende rafforzare
il ruolo di perno dell'Austria in materia di distribuzione del gas russo
in direzione dell'Europa dell'Ovest (Germania, Francia ed Italia),
dell'Europa centrale (Ungheria) e dei Balcani (Slovenia e Croazia).
- Russia. 27 gennaio. Negli scorsi mesi il
presidente russo ha sviluppato intese bilaterali basati sul principio «dell’equilibrio
degli interessi», con forme di cooperazione energetica che vanno dalla
vendita pura e semplice di gas allo sviluppo ed alla valorizzazione delle
infrastrutture. Gazprom coltiva progetti e sta negoziando accordi per
acquisizioni ed ammodernamenti in infrastrutture del gas in Belgio,
Ungheria, Macedonia, Albania. Dopo il «primo vertice energetico dei
Balcani» (23-24 giugno 2007), Albania, Bosnia, Bulgaria, Croazia,
Macedonia, Montenegro, Romania e Serbia hanno confermato la loro
partecipazione al progetto di creare una cooperazione balcanica per lo
sviluppo delle reti energetiche collegate alla Russia. La strategia russa
ha finora messo in scacco i tentativi di USA ed Unione Europea di
sostenere la costruzione di condutture aggiranti la Russia. Il «grande
gioco», insomma, vede al momento vincente Mosca, mentre i forti
interessi in gioco fanno sì che intorno ai Balcani ed al Caucaso continui
a sopravvivere un clima di tensione e di conflitti, all’interno dei quali
i popoli sono solo vittime e pedine da manovrare per la conquista di
sbocchi, porti, oleodotti e gasdotti.
- Francia. 28 gennaio. «Peacekeeping
Europeo» in Ciad e Repubblica centrafricana. Il Consiglio dei ministri
degli esteri dell'Unione Europea ha approvato l’invio di una missione
militare di 3700 uomini, in larghissima maggioranza francesi, in Ciad e
Repubblica Centrafricana, chiamata Eufor. Alla missione parteciperà pure
un contingente italiano di circa cento uomini. Soddisfazione da parte del
presidente francese Sarkozy e del suo ministro degli esteri Kouchner. Il
Ciad è uno dei paesi dell’Africa dove la presenza militare francese non è mai
venuta meno. Dal 1986, con l’inaugurazione dell’operazione “Epervier”, la
presenza militare nel paese è diventata più consistente. I soldati di
Parigi servivano a difendere il regime di Hissène Habré dalle mire
espansionistiche della Libia di Gheddafi. Ma sono stati poi usati nel 1990
per aiutare Idriss Déby, tutt’ora presidente, a prendere il potere.
L’Epervier è ancora lì, con poco più di mille uomini ma con un'importante
forza aerea: squadriglie di Mirage F1, aerei ed elicotteri da trasporto,
approvvigionamento e ricognizione. Che sono stati usati spesso, negli
ultimi due anni, contro i ribelli che hanno mosso guerra contro il regime
di N’Djamena. Partendo proprio dal Darfur e dall’est del Ciad, dove ora
l’Eufor sarà dispiegata. Negli ultimi mesi i gruppi ribelli ciadiani hanno
però a più riprese avvertito che non accetteranno presenze militari che
prendano le parti del governo del contestato Déby.
- Slovenia / Kosovo / USA. 29 gennaio. “Indipendenza”
del Kosovo pianificata a tavolino dagli USA e delegata alla
Slovenia (presidente di turno dell’Unione Europea) e agli Stati europei
pronti ad un rapido riconoscimento di Priština. Lo rivela il quotidiano Dnevnik
di Lubiana pubblicando nei dettagli il contenuto di un verbale “segreto”
che dimostra un coordinamento diretto tra Washington e Lubiana sul futuro
immediato del Kosovo e sui passi da intraprendere per garantirne
l’indipendenza, con una presenza europea e con legittimazione dell'ONU
proprio durante la presidenza europea della Slovenia. A impartire le
istruzioni sul Kosovo ad un alto diplomatico sloveno, Mitja Drobnič,
accompagnato dall’ambasciatore Samuel Žbogar, ricevuto dal dipartimento di
Stato USA il 24 dicembre scorso, è stato Daniel Fried, aiutante di
Condoleezza Rice. Istruzioni dettagliate: i come, dove e quando
dell’indipendenza del Kosovo, del suo riconoscimento e dell’arrivo della
missione internazionale civile “invitata” dal parlamento kosovaro subito
dopo la dichiarazione di indipendenza, secondo un timing
prestabilito e concordato con Washington. Nel documento Fried esorta
l’ospite di Lubiana che la Slovenia sia –in qualità di presidente di turno
dell’UE– il primo paese europeo a riconoscere Priština. Anche gli USA
saranno naturalmente tra i primi. La vice di Fried, Rosemary Di Carlo, arriva
persino a rivelare che al parlamento kosovaro hanno consigliato di
dichiarare l’indipendenza di domenica, in modo che la Russia non abbia il
tempo di convocare il Consiglio di Sicurezza dell’ONU.
- Slovenia / Kosovo / USA. 29 gennaio. Lo
scandalo ha colto di sorpresa il ministro degli Esteri Dimitrij Rupel. Il
premier Janša non nega l’autenticità del documento, ma nega tassativamente
l’evidenza, cioè le pressioni USA sulla Slovenia. Dal ministero degli
Esteri arrivano una serie di note di palese imbarazzo e l’ambasciatore
Žbogar viene immediatamente convocato in patria. A Lubiana ci si domanda
soprattutto chi sia la “talpa”. I desideri USA non finirebbero inoltre con
il Kosovo. Per il vertice UE-USA di giugno, Washington si aspetta da
Bruxelles la condanna di una serie di “Stati canaglia”: l’Iran, la Siria,
ma anche Cuba, Venezuela e persino le Filippine. Nella dichiarazione
“suggerita” all’Unione Europea da Washington, ci dovrebbe essere inoltre
un’esplicita presa di posizione pro-USA in Iraq e nella “guerra al
terrorismo”.
- Slovenia / Kosovo / USA. 29 gennaio. Indiscrezioni
sul vassallaggio europeo nei confronti della volontà USA di arrivare
all’“indipendenza” del Kosovo erano comunque già trapelate sulla stampa.
Giulietto Chiesa su il Manifesto (6 gennaio 2008) ha rilevato che
già l’International Herald Tribune dello scorso 13 dicembre parlava
di un “piano” per la proclamazione unilaterale dell’“indipendenza” del
Kosovo ed il suo riconoscimento da parte degli Stati europei, singoli e
collettivamente, secondo un calendario accuratamente programmato, da far
scattare nei primi due mesi del 2008, cioè immediatamente dopo le elezioni
serbe. «Non appena Hashim Thaci (il mercenario armato dagli USA,
tagliagole dell'UCK costruito per tirare in trappola l’Europa nella guerra
contro la Jugoslavia) proclamerà l’indipendenza, la Slovenia avrà
l’incarico di convocare in tutta fretta i ministri degli esteri europei e
di formulare il primo benvenuto corale della comunità delle nazioni civili
a un nuovo Stato monoetnico che diventa indipendente (si fa per dire). In
tal modo l’Unione Europea potrà subentrare all’ONU nella amministrazione
delle funzioni internazionali di controllo. Questo –secondo il giornale
citato– dovrebbe avvenire tra luglio e agosto 2008».
- Slovenia / Kosovo / USA. 29 gennaio. Chiesa
prosegue il suo articolo scrivendo che dopo la dichiarazione
slovena, «nelle 48 ore successive», arriveranno i riconoscimenti di
Gran Bretagna, Francia, Italia e Germania. Quindi quello USA ed in ultimo
«la fila dei vassalli, dei valvassori e dei valvassini: la Svizzera,
l’Islanda (prima i piccoli), la Norvegia, la Turchia –che capitanerà il
gruppo di Macedonia, Albania, Montenegro, Croazia, tutti aspiranti
all'ingresso in Europa. Il tutto bene impacchettato per introdurre il
riconoscimento in massa da parte dei 54 membri della Conferenza Islamica.
Insomma assisteremo a una vera e propria messa in scena teatrale, con
tutte le parti già assegnate con largo anticipo». Ma perché Washington
ha interesse a sponsorizzare un Kosovo indipendente? Per «infuriare la
Russia di Putin, non più amica e nemmeno simpatizzante. Atto intenzionale
per moltiplicare il contenzioso con Mosca? Secondo ogni evidenza è proprio
questo lo scopo. L'accelerazione sul Kosovo non era affatto necessaria,
dunque perché provocarla? Neanche tutti gli europei ne erano e ne sono
entusiasti. Perché metterli in difficoltà? La risposta viene quasi
automatica: perché Washington ha tutto l’interesse a dividere e indebolire
l’Europa, e a contrapporla alla Russia».
- Russia. 29 gennaio. Mosca rilancia il
progetto dell’Opec del Gas, che raccoglierà i principali Paesi
esportatori di gas. Lo ha annunciato ieri il quotidiano russo Kommersant,
che rende noto come la Russia stia creando, come fase preliminare della
formazione dell’Opec del Gas, un’organizzazione dei maggiori esportatori
di gas all’interno della Comunità degli Stati Indipendenti (CSI). Tale
iniziativa è stata promossa, non a caso, dal consiglio direttivo della
Gazprom e proposto dal deputato Valery Yazev, nel 2006. Tale
organizzazione avrà sede in Russia, e sarà amministrata da un segretario,
con carica triennale, nominato da Mosca. Nasce con lo scopo principale di
«creare le condizioni adatte per l’equa distribuzione delle reddito
derivante dall'esportazione di gas all'interno dei Paesi produttori ed
esportatori», ponendo a carico dell'organizzazione le attività di
manutenzione dell’attuale rete di trasporto, nonché di «promuovere
l'armonizzazione della legislazione dei membri nei settori
dell’esplorazione, della produzione, del trattamento, del trasporto, dello
stoccaggio e della distribuzione di gas». Secondo lo statuto
l’organizzazione può avere vita con la sola partecipazione di due o tre
Stati membri del CSI e, considerando che Kazakistan e Tagikistan sono già
d’accordo, l’organizzazione di fatto è già nata, ovviamente sotto l’egida
russa.
- Libano. 29 gennaio. Pericolo “guerra civile”
in Libano. Lo spettro è tornato ad incombere sul paese all’indomani degli
scontri tra soldati e dimostranti che hanno provocato nove morti a Beirut.
Il movimento sciita di liberazione nazionale Hezbollah ha intimato al
comando dell’esercito di «scoprire l'identità della parte criminale che
ha assassinato cittadini innocenti». Hezbollah considera il governo
Siniora «responsabile per ogni goccia di sangue versata» e ha
sollecitato il comandante in capo dell'esercito, generale Michel Suleiman,
a fare piena luce sugli scontri di domenica, in cui, secondo
testimonianze, a sparare contro i dimostranti sciiti a Shiyah sarebbero
stati «cecchini» appostati sul tetto di un palazzo nel confinante
quartiere cristiano di Ain al-Rummaneh. «Ogni insabbiamento sarebbe una
minaccia alla stabilità e alla pace civile nel paese», ha denunciato
Hezbollah. Proprio nella zona degli scontri di ieri a Beirut, una
sparatoria contro un bus di rifugiati palestinesi aveva innescato
nell'aprile 1975 la guerra civile in Libano conclusasi solo nel 1990. E
sempre nella stessa turbolenta zona, dove durante la guerra civile correva
la "linea verde" che separava le zone cristiana e musulmana di
Beirut, facinorosi provenienti da Shiyah hanno lanciato ieri notte ad Ain
al-Rummaneh una bomba a mano, provocando sette feriti. Di certo, gli
scontri tra esercito e dimostranti sono un ulteriore colpo alla
candidatura finora "consensuale" del generale Suleiman alla
presidenza della Repubblica.
- Libano. 29 gennaio. Dall’ottobre 2004 il
Libano è scosso da un susseguirsi di attentati che rischiano di portare
scompiglio nel paese. L’omicidio del capitano di polizia Wissam Eid dei
giorni scorsi è l’ultimo della lista che comprende più di trenta
attentati: di questi, 13 sono stati omicidi mirati contro politici,
giornalisti, appartenenti alle forze armate. Prima di Eid, l’ultima
vittima eccellente era stato, il 12 dicembre scorso alla periferia
orientale della capitale, il generale dell'esercito François al-Hajj, capo
delle operazioni militari e papabile successore alla guida delle forze
armate in caso che il suo superiore, il generale Michel Suleiman, fosse stato
eletto presidente della Repubblica (riservata a un maronita, in base al
sistema politico confessionale libanese). È evidente che il caos in Libano
fa il gioco di Israele e Stati Uniti, sostenitori del servile governo
Sinora, anticostituzionale per gli accordi di Taif ed inviso a gran parte
della popolazione. Se si pensa al fatto che lo stesso al-Hajj era
originario del sud del Libano ed aveva combattutto contro i falangisti
cristiani di Samir Geagea, parte della coalizione di Siniora, il dubbio si
fa sempre più certezza. In quei giorni il leader cristiano maronita Michel
Aoun, alleato di Hezbollah, aveva esplicitamente accusato il governo
Siniora e i sostenitori esteri del governo Siniora di star dietro
all’attentato. «Questi crimini non sono lontani dal governo»,
affermava Aoun, che ha parlato di un attentato «protetto», poiché
avvenuto in una zona sotto stretta sorvegliata, nei pressi del palazzo
presidenziale di Baabda e del ministero della difesa nella vicina Yarze.
Diversa può invece essere la matrice dell’assassinio del capitano delle
Forze di sicurezza interna Wissam Eid, titolare di alcune indagini sugli
omicidi politici negli ultimi tre anni, uomo-simbolo delle Fsi, braccio di
sicurezza della maggioranza parlamentare, opposto all'altro servizio di sicurezza
guidato invece da un generale in quota Hezbollah.
- Libano. 30 gennaio. Il rapporto Winograd
(israeliano) conferma la vittoria dell'esercito e della resistenza
libanesi nei 34 giorni di guerra. Lo ha detto il comandante in capo
dell'esercito libanese, il generale cattolico-maronita Michel Suleiman al
quotidiano di Beirut Al-Safir. Per Suleiman, candidato unico alla
presidenza della Repubblica, «la pubblica ammissione» di Israele «del
fallimento dell'operazione militare, conferma la vittoria congiunta
dell'esercito e della resistenza».
- USA. 30 gennaio. Fallimento politico. È il
risultato ottenuto in Medioriente nel corso delle due presidenze Bush, che
emerge dallo scritto di Sergio Romano pubblicato su Panorama. «Quali
saranno nei libri di domani i passaggi cruciali e i punti salienti del suo
doppio mandato (di Bush, ndr) alla Casa Bianca? Verrà ricordato per
la sua guerra preventiva contro un paese che aveva ingiustamente accusato
di possedere armi di distruzione di massa? Per i madornali errori commessi
durante la prima fase dell’occupazione? Per una guerra afghana lasciata a
mezzo dopo una frettolosa vittoria e nuovamente esplosa tre anni dopo? Per
i detenuti del campo di Guantanamo, i prigionieri umiliati del carcere di
Abu Ghraib e le “consegne straordinarie” di sospetti terroristi che la CIA
preferiva affidare ai metodi spicci di altri servizi d’intelligence?».
L’ex ambasciatore si sofferma pure sui “risultati” ottenuti dal Bush
nel suo ultimo viaggio nell’area. «Con il suo viaggio in Medio Oriente
il presidente degli Stati Uniti spera di scrivere la miglior pagina della
sua biografia, un capitolo conclusivo che costringa gli storici a
correggere il loro giudizio. A casa, negli Stati Uniti, mentre si avvicina
la fine del mandato, il suo ruolo politico diventa sempre più irrilevante.
Il Congresso è controllato dai democratici. I candidati alla successione
lo ignorano o fanno del loro meglio, anche quando appartengono al suo
partito, per apparire diversi. La missione di pace del presidente
americano è stata contraddetta anche dalla seconda parte del viaggio.
Durante le sue visite in Arabia Saudita e nei piccoli stati del Golfo
Persico Bush ha cercato di creare un grande fronte degli stati sunniti
contro l’Iran sciita. E ha cercato di sedurre i sauditi con la promessa di
forniture militari per una somma inferiore a quella prevista per gli
israeliani (20 miliardi dollari), ma pur sempre rilevante. Non ha compreso
che la sua arringa antiraniana ad Abu Dhabi sarebbe stata accolta con
imbarazzo. Non ha compreso, soprattutto, che nessun Stato della regione
può permettersi di apparire, agli occhi del mondo musulmano, un satellite
degli Stati Uniti. Non vi sarà pace in Medio Oriente senza la
collaborazione degli Stati Uniti. Ma non potranno esservi intese fino a
quando il presidente USA rifiuterà di ammettere che Siria, Iran e Hamas
sono indispensabili alla conclusione di un accordo».
- Afghanistan. 31 gennaio. Fallimento e
disastro umaniario. Due studi statunitensi e un dossier della ONG Oxfam
fotografano una situazione sempre più drammatica nel paese occupato dagli
USA. L’Atlantic Council diretto dal generale USA James Jones
afferma esplicitamente che la NATO «non sta vincendo in Afghanistan»
e che senza «urgenti cambiamenti» il paese si avvia a essere un «failed
state», uno “Stato fallito”: un fallimento che minerebbe seriamente la
stessa “credibilità” della NATO, con le conseguenze geopolitiche del caso.
A simili conclusioni giunge anche l’American Afghanistan Study Group,
secondo cui le truppe impiegate in Afghanistan sono troppo poche per far
fronte a un’insurrezione sempre più violenta. Un dossier di Oxfam predice
infine un imminente «disastro umanitario» e critica fortemente la
gestione dei fondi di aiuto. «Molti fattori spiegano la crescita
dell’insurrezione e, chiaramente, criminalità, signori della guerra e
traffico di droga sono elementi importanti, ma è altrettanto chiaro che il
reclutamento delle persone (in questi settori) è molto più facile quando
c’è gente che vive una vita disperata», dice Matt Waldman, uno dei
responsabili di Oxfam per il paese.