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notizie dal mondo
1-30 Settembre 2008
(Home)
a) Crisi finanziaria. Quando il neoliberismo
riscopre l'importanza dello Stato e ne esige l'intervento. Uno sguardo a Germania
(26), USA (26), Gran Bretagna (28), Unione Europea (28) e Russia (28).
Pure da questa vicenda emerge di riflesso cosa significhi una politica di in-dipendenza
e sovranità.
b) Russia. Gli antefatti geopolitici del conflitto con la
Georgia (1) e ricostruzione sullo scoppio, l'8 agosto, della guerra (Georgia
18). La mano USA a Tbilisi (USA / Georgia 7). Sul conflitto nel Caucaso,
Medvedev accusa la NATO e traccia un'alternativa di scenario (Russia 20).
Per il ministro degli Esteri russo, Sergei Lavrov, il mondo è cambiato e
l’unipolarismo statunitense ha fatto il suo tempo (Russia 28). Il
conflitto energetico tra Washington e Mosca (USA / Russia 4) e ruolo
dell'Iran (Russia / Iran 6 e Iran 17). Mosca guarda ad Oriente,
all’Organizzazione di Shanghai, tra aspettative e delusioni (Russia 2,
12). La virata tagika verso Mosca (Tagikistan 1). Per altro, vedi 18, 20
e 24.
c) USA. Per Washington, un nuovo fronte in Pakistan? Cfr. USA
/ Pakistan 3. Nuovi scenari strategici per gli Stati Uniti, secondo George
Friedman (2). Con Obama, l'aggressività militare USA crescerà. Parla il suo
vice (USA 8). Lo schiaffo azero a Washington. Effetto del conflitto
georgiano/russo? Vedi USA / Azerbaigian. 5.
Sparse ma significative:
- Resistenza
nazionalitaria. In Euskal Herria si continua ad illegalizzare partiti
(14, 22, 23); in Corsica nuovo passo, con la Consulta, per la nascita
di
"Corsica Libera"; in Irlanda del Nord crisi politica (20)
e ricordo della "Grande Fuga" (25).
- Turchia
/ Armenia. Svolta epocale nei rapporti tra Armenia e Turchia. Ragioni
ed importanza sugli scenari geopolitici dell'area (9).
- Siria.
L'Aiea: il bombardamento di Israele in Siria, nel settembre dell'anno
scorso, era ingiustificato. Un nuovo capitolo di impunità e connivenza. Di cui
si tace. Cfr. Siria (23).
- Centro
e sud America. In Messico nasce il "Movimento di Liberazione
Nazionale". In Venezuela la geopolitica attraverso l'oceano e guarda a
Mosca, senza voler perdere indipendenza e sovranità (Russia / Venezuela 23).
Chavez sulla crisi finanziaria di Wall Street (28). In Ecuador i
"beni comuni" della Natura si fanno collettivi e nazionali ed entrano
di diritto nella Costituzione (30). In Colombia la repressione del
regime filo-USA continua. Un rapporto denuncia (30). In Cile i mapuche
annunciano l'inizio della lotta armata. Per non scomparire (24).
Tra l’altro:
Unione Europea (26 settembre).
Serbia / USA (30 settembre).
Israele (15,
26, 27, 29 settembre).
Turchia / Kurdistan (17 settembre).
Afghanistan (3,
9, 30 settembre).
Corea del Nord (23 settembre).
Giappone / USA (19 settembre).
- Russia / Georgia. 1 settembre. Kosovo
ed Ossezia costituiscono dei passaggi importanti nel conflitto geopolitico
globale –la Grande Scacchiera di
Zbigniew Brezwinski– per il controllo dell’Asia Centrale e delle sue
risorse energetiche. Quanto è accaduto e sta ancora accadendo nel Caucaso
dopo l’aggressione georgiana in Ossezia è la conseguenza dell’attacco NATO
contro la Serbia nel 1999 per imporre la secessione del Kosovo con la
forza delle armi, e ancor più della sciagurata decisione (febbraio di
quest’anno) di riconoscere formalmente –per i propri interessi
geopolitici– la separazione del Kosovo in aperta e flagrante violazione
delle modalità previste dal diritto internazionale ed anche degli impegni
assunti con la Russia alla fine del conflitto. L’Ossezia del Sud è
l’immagine speculare del Kosovo, e la pretesa russa di definire la propria
azione militare come un ‘intervento di mantenimento della pace’ a favore
delle popolazioni locali minacciate dal ‘genocidio’ georgiano è molto più
veritiera della pretesa NATO, nove anni fa, di spacciare le otto settimane
di bombardamenti sulla Serbia come un ‘intervento umanitario’ per salvare
i Kosovari minacciati dal ‘genocidio’ di Milosevic.
- Russia / Georgia. 1 settembre. Nel
corso dell’ultimo decennio gli Stati Uniti
hanno perseguito una politica volta ad accerchiare progressivamente la
Russia e a mutilarla delle sue tradizionali aree di influenza, senza che
Mosca potesse opporre resistenza. La Jugoslavia è stata smembrata e la
Russia non ha potuto fare nulla. Estonia, Lettonia, Lituania, Polonia,
Ungheria, Cechia e Slovacchia, Bulgaria e Romania sono entrate a far parte
della NATO –in flagrante violazione delle solenni promesse di due
presidenti statunitensi– e la Russia non ha potuto fare nulla. I servizi
segreti ed alcune ONG hanno organizzato e finanziato le ‘rivoluzioni colorate’
che hanno portato al potere regimi filo-USA in Georgia e in Ucraina e la
Russia non ha potuto fare nulla. Sembrava che gli USA potessero muoversi
agevolmente nel vuoto di potere lasciato dal collasso dell’Unione
Sovietica. Ma adesso, per la prima volta dai giorni lontani dell’URSS, la
Russia ha voluto e potuto puntare i piedi. È la spiacevole percezione di
una Russia ritornata capace di fare il muso duro quando serve, e non certo
la preoccupazione per l’integrità territoriale della ‘povera piccola
Georgia democratica’, che ha scatenato le rabbiose, isteriche reazioni di
Washington. La Russia ha mandato un messaggio della massima chiarezza
circa la sua volontà e capacità di difendere quelli che Mosca vede come
gli interessi vitali del paese. Insomma, i tempi in cui Washington poteva
trattare la Russia come una qualsiasi repubblica delle banane sono finiti.
- Russia / Georgia. 1 settembre. Gli
obiettivi strategici della Russia sono ora due: arrivare ad un cambio di regime
a Tbilisi ed impedire che la Georgia e l’Ucraina entrino nella NATO. Per quanto riguarda l’Alleanza, si direbbe
che questa crisi, e il ruolo che il (a dir poco) controverso Saakashvili
vi ha giocato, con la sua presentazione in Tv fiancheggiato dalle bandiere
della EU e della NATO per invocare un intervento contro Mosca, rendano
l’ingresso della Georgia nella NATO una eventualità remota. Non si vede
proprio come i paesi della NATO potrebbero mai decidere all’unanimità di
estendere alla Georgia di Saakashvili la protezione automatica garantita
dall’Articolo 5, affidando così a un uomo politico irresponsabile e
propenso ai colpi di testa (incapace di controllare i propri nervi al
punto di mangiarsi la cravatta davanti alla Tv) il potere di decidere se,
come e quando debba scoppiare un conflitto globale. A meno che l’idea non
sia appunto questa: posto che si vuole arrivare a un conflitto con la
Russia, trovare lo squilibrato che la scateni ‘obbligandoci’ a
intervenire.
- Russia. 1 settembre. «Voi potete aver bisogno di noi, ma noi non
abbiamo bisogno di voi». Così lo scorso agosto si è presentato alla
stampa russa il presidente Medvedev. Lo stesso primo ministro Putin ha
annunziato l’intenzione russa di ritirare la sua adesione alla World Trade
Organization. Il riconoscimento di Ossezia del Sud ed Abkhazia (che ha
loro volta hanno espresso il desiderio di entrare nella federazione russa)
ha costituito la risposta di Mosca alla dichiarazione di “indipendenza”
del Kosovo sostenuta dagli USA. A prescindere dal riconoscimento di Mosca,
le due regioni sono di fatto indipendenti. Queste hanno infrastrutture
economiche separate da quelle georgiane. Tbilisi è invece legata ad alcune
infrastrutture dei due paesi, come il porto di Sukhumi in Abkhazia per le
proprie importazioni. Se la città di Gori dovesse inoltre diventare parte
della Russia o dell’Ossezia del Sud, la Georgia rischia di spaccarsi in
quattro parti.
- Russia. 1 settembre. Un
duro colpo per l’Occidente è stata la
spedizione via mare dello scorso agosto di 200mila barili di greggio
dall'Azerbaigian all’Iran. Baku è stata costretta a vendere greggio
all’Iran, contravvenendo all’embargo statunitense, in quanto l’azione
militare russa in Georgia, combinata con una recente esplosione, ha messo
fuori uso l’oleodotto Baku-Tbilis-Ceyhan. Ma la Russia non è invincibile.
Il Mar Nero è il suo punto debole. Lo scorso agosto nove Stati, tra cui
USA, Polonia, Turchia, Bulgaria e Romania, hanno inviato le loro navi nel
Mar Nero sotto forma di aiuti umanitari alla Georgia, incrementando la
presenza della NATO nell’area. Da qui le accuse di Mosca volte
all’“Occidente” di voler sostenere un gruppo armato per minacciare gli
interessi russi nel Caucaso, la cui difesa è anche vitale per i
rifornimenti delle truppe russe in Georgia. La Russia ha risposto
schierando la nave ammiraglia della propria flotta nel Mar Nero. Ma per
difendere la propria presenza nel Caucaso, Mosca non ha altra scelta che
distogliere l’attenzione statunitense dal Mar Nero, investendo parte delle
sue risorse economiche per sostenere quei gruppi che in America Latina,
Africa, Europa e Medio Oriente mettono i bastoni fra le ruote del dominio
USA.
- Tagikistan. 1 settembre. Dushanbe
vira politicamente verso Mosca. Il presidente russo Medvedev ed il suo omologo
tagiko Rakhmon hanno siglato lo scorso agosto un accordo per consentire al
Ministero della Difesa russo di usare l’aeroporto di Gissar e per un trasferimento di armi al
Tagikistan per il valore di 1 miliardo di dollari, che permetterebbe alle
forze armate del Paese di disporre di uno dei più grandi arsenali della
regione. La nuova base aerea è destinata a cambiare l’equilibrio delle
forze nell’Asia Centrale. La base di Gissar, risalente all’epoca
sovietica, e la base russa di Kant nel vicino Kirgizistan possono ricevere
elicotteri, aerei d’attacco al suolo e velivoli da trasporto militare.
L’aeronautica militare russa attualmente usa tre aeroporti tagiki a
Kulyab, Dushanbe e Kurgan-Tyube. Grazie alla base di Gissar, la Russia
sarà in grado di condurre operazioni di ricognizione più efficaci e di
posizionare le proprie forze più rapidamente. Gissar potrebbe addirittura
accogliere i bombardieri strategici russi se venissero allungate le piste
e aggiunti altri depositi di carburante. L’accordo sarebbe stato negoziato
faccia a faccia all’ultimo summit della Shanghai Cooperation Organization.
Il leader tagiko aveva in precedenza espresso appoggio alle azioni russe
nel Caucaso.
- Tagikistan. 1 settembre. La
mossa di Dushambe è uno degli effetti della
reazione russa in Georgia. Paese dalla posizione strategica (è collocato
tra Afghanistan e Cina), è stato oggetto delle attenzioni di Washington
–interessata a conquistare spazi nell’Asia Centrale ed alla ricerca di una
base d’accesso al vicino Afghanistan, soprattutto da quando l’Uzbekistan
nel 2005 ha chiuso la base USA nel proprio territorio– e di Mosca, ben
attenta al controllo del proprio “cortile di casa”. La forza politica e
militare mostrata dalle classi dirigenti russe sta ora spingendo tutti gli
Stati dell’ex Unione Sovietica a riconsiderare la propria posizione, in
virtù del fatto che la Russia mostra di avere in Asia Centrale una
“credibilità” maggiore degli USA. Il governo tagiko teme che scegliere la
“protezione” degli USA possa metterla seriamente in pericolo e portare ad
una crisi politica interna, visti i numerosi interessi che la Russia
gestisce nell’area. La Russia possiede già una base militare in
Tagikistan, investe in infrastutture energetiche nel paese e vanta forti
interessi nella lavorazione dell’alluminio, una delle principali risorse
economiche del Paese. Inoltre Mosca, con migliaia di sentinelle sparse ai
confini, potrebbe seriamente ostacolare i traffici di droga con
l’Afghanistan, mentre sul commercio interno nel Paese la criminalità
organizzata russa vorrebbe mettere le mani, non accontentandosi più di controllarlo
quando raggiunge la Russia o l’Europa. Insomma, sarebbe facile per la
Russia destabilizzare la vita economica, politica e la sicurezza interna
del paese.
- Russia. 2 settembre. Mosca
guarda ad Oriente. È una delle opzioni
politiche russe (l’altra concerne un’alternativa al G8 imperniato su
Brasile, Russia, India e Cina) descritte dal The Moscow Times, che
in particolare analizza le evoluzioni dell’Organizzazione di Shanghai
(SCO), organizzazione intergovernativa per la cooperazione fondata nel
2001 da Cina, Russia, Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan ed Uzbekistan.
L'ultimo vertice il 28 agosto a Dushanbe (Tagikistan). L’attenzione dei
media si è concentrata sul mancato riconoscimento formale
dell’indipendenza di Ossezia del sud e Abkhazia, senza però evidenziare
che Mosca –pronta ad usare petrolio e gas come carte importanti per
continuare a tenere separati gli interessi USA da quelli di alcuni Stati
europei– si era ben guardata dal chiederlo, visti i problemi che gli altri
Paesi (Cina in testa) hanno con proprie minoranze nazionali interne. Più
interessante geopoliticamente è la prospettiva di un possibile ingresso
nella SCO del Pakistan, che attualmente ha lo status di osservatore
insieme a India, Mongolia e Iran. Il che “allungherebbe” la SCO dal centro
verso il sud dell’Asia, forse addirittura passando per Kabul, il cui
presidente Karzai ha partecipato al vertice come ospite, manifestando
nuovamente il suo disappunto per la recente strage di civili causata da un
bombardamento della coalizione a guida USA che conduce l’operazione
Enduring Freedom. Secondo The Moscow Times, Karzai sarebbe
addirittura disponibile ad accettare un supporto più consistente della SCO
qualora gli sforzi dell’Occidente non riuscissero a riportare alla
normalità il suo Paese, eventualità prospettata come molto probabile con
le parole «impending failure».
- USA. 2 settembre. «Abbandonare rapidamente Iraq e Afghanistan e
utilizzare le forze residue per arginare l’espansione russa». George
Friedman, prestigiosa firma dell’agenzia di analisi geopolitica Stratfor,
vicina agli ambienti “neoconservatori”, asserisce che «per gli
interessi strategici statunitensi la cosiddetta “dottrina Medvedev” è un
ostacolo molto più pericoloso dell’Islam». La prossima amministrazione
USA è comunque chiamata a compiere una non facile scelta strategica,
tenuto conto dell'impossibilità delle forze militari USA di sostenere
contemporaneamente i due “fronti” «Iraq-Afghanistan da un lato, Russia
dall’altro». Il geopolitico statunitense si sofferma sulle importanti
dichiarazioni di Medvedev rilasciate dopo la conclusione dell’aggressione
georgiana all’Ossezia dell'8 agosto scorso, definita dal presidente russo
“l'11 settembre di Mosca”. Due sono i punti enunciati da Medvedev che
preoccupano Friedman: l’affermazione che la Russia assume tra le proprie
priorità strategiche la difesa della «vita e la dignità dei nostri
cittadini, dovunque essi siano», e soprattutto «la proclamazione di
"interessi speciali" nei confronti di alcune regioni, alle quali
è legata geograficamente o storicamente».
- USA. 2 settembre. Sono
affermazioni che Friedman commenta con queste parole: «La Russia sostiene che proteggerà gli interessi dei
propri cittadini ovunque essi vivano, così dicendo pone le basi per futuri
interventi armati in qualunque Stato (anche in Georgia o nel Baltico) in
cui vivono i suoi concittadini». L’altro punto è considerato ancor più
critico: «La Russia sottolinea che esistono delle zone verso le quali
nutre "interessi speciali". Tali regioni sono quelle dell'ex
Unione Sovietica, con le quali è interessata ad intraprendere rapporti o
alleanze. Intrusioni di altri paesi in queste regioni saranno considerate
una minaccia per gli interessi moscoviti (quindi l'America non può
intervenire nella questione della Georgia)». Per il geopolitico
statunitense, anche se queste dichiarazioni non annunciano una rinascita
dell’Impero Russo, sono però da accogliere con preoccupazione: comunicano
che Mosca intende promuovere «una generale ridefinizione del sistema di
relazioni globali» che gli riconosca maggior peso, a spese della «supremazia
americana» nel mondo.
- USA. 2 settembre. Quale
strategia di risposta deve allora seguire Washington? Friedman parte dal constatare
la situazione estremamente difficile per i progetti di dominio globale degli
USA. La macchina da guerra del Pentagono si trova infatti impantanata in Iraq
ma soprattutto in Afghanistan, «logorante per le forze americane e per la NATO»,
con le truppe USA insufficienti a fronteggiare una resistenza talebana
sempre più forte, e con un Pakistan sempre più vacillante. Washington,
sostiene Friedman, non dispone delle forze sufficienti per bloccare
l’egemonia russa nell’ex Unione Sovietica. E qualora volesse farlo, deve
tenere conto che i russi reagirebbero fornendo armi e aiuti economici agli
avversari statunitensi. Ad esempio Siria e Iran –«non è un caso che il
primo presidente incontrato dopo la Georgia sia stato il premier siriano»–
e non escludendo addirittura nemmeno la vendita di armi ai taliban o
progetti di destabilizzazione del Pakistan.
- USA. 2 settembre. Per
Friedman, Washington dovrà scegliere tra
quattro opzioni strategiche, ognuna con i suoi pro e contro. 1) Accordarsi
con Teheran, che «garantirebbe la neutralità dell'Iraq ed un rapido
ritiro delle forze statunitensi». È però molto probabile che Teheran
si accordi con i Russi. «Il rischio è che l'Iran potrebbe non volere o
non rispettare tale accordo». 2) Stringere un compromesso con Mosca,
garantendole «un'influenza limitata all'ex Unione Sovietica. I Russi
sarebbero impegnati a consolidare il loro potere e l'America potrebbe
rinforzare la NATO». Ciò assicurerebbe vita maggiormente facile in
Medioriente, ma la controindicazione è il sorgere di «una potenza
euro-asiatica difficile da contenere». 3) Lasciare al vassallo Unione
Europea il compito di occuparsi dei russi. Ipotesi piuttosto azzardata,
considerata la dipendenza dalle forniture energetiche in particolare di
gas da Mosca. «La Russia può vivere senza venderlo, ma l’Europa non può
andare avanti senza acquistarlo». 4) «Lasciare poche forze residue
in Iraq ed Afghanistan, creando delle forze di riserva per rinforzare il
Baltico e l’Ucraina. Così si riuscirebbe a contenere la Russia all'interno
dell’ex Unione Sovietica, ma rischiano di esserci ripercussioni sul
terrorismo internazionale». In ogni caso, per le ambizioni di dominio
globale di Washington la partita si annuncia piuttosto impegnativa.
- Afghanistan. 3 settembre. Gli
Stati Uniti non stanno vincendo la guerra in Afghanistan, ma sarebbe ancora
possibile vincerla. Questo richiederebbe però un cambiamento radicale di strategia, perché «we can’t kill our
way to victory», non possiamo aprirci la strada per la vittoria
ammazzando. A sostenerlo è l’ammiraglio USA Mullen, l’ufficiale più alto
in grado di tutte le forze armate USA. L’ammiraglio ha infatti dichiarato
che sarebbe invece essenziale una maggiore cooperazione tra gli interventi
militari e quelli civili, per ricostruire completamente l’Afghanistan su
tutti i piani: commercio, agricoltura, governo, giustizia, istruzione,
società civile.
- USA / Pakistan. 3 settembre. Washington allarga il conflitto in Afghanistan
alle cosidette Fata (Federally administered tribal areas), cioè le
provincie del Waziristan sul confine del Pakistan. Oggi, dopo una serie di
attacchi aerei e missilistici, il primo impiego di truppe terrestri: un
raid di forze speciali che, come troppi degli attacchi aerei che lo hanno
preceduto, ha mancato il suo obiettivo (una riunione di capi locali
taliban) ma lasciato dietro la solita triste scia di donne e bambini
assassinati. Gravissime ed estremamente preoccupanti sono giudicate dagli
analisti le implicazioni politiche di questa decisione. Il Pakistan è il
maggiore alleato non-NATO degli USA ed un elemento chiave nella cosiddetta
"Guerra Globale al Terrorismo". Per Washington sarebbe
preferibile che il Pakistan riportasse le Fata sotto il suo controllo per
eliminarvi i taliban o al minimo ributtarli in Afghanistan. Ma se la
dittatura del generale Musharraf non ha potuto/voluto farlo, nonostante le
pressioni di Washington, come potrebbe riuscirci il nuovo debole governo
civile? Agli Stati Uniti farebbe comodo una richiesta ufficiale di aiuto
da parte del governo pakistano, ipotesi ritenuta remota, per ragioni
interne, dagli analisti. Le azioni offensive USA in Pakistan, sul piano
formale, restano quindi un atto di guerra contro uno Stato sovrano. Senza
considerare la gravità del messaggio che viene lanciato sul piano globale:
gli Stati Uniti si arrogano il diritto di violare la sovranità e
l’integrità territoriale anche di un paese loro alleato, se
quest’ultimo non si dimostra abbastanza pronto ed efficiente nell’ubbidire
agli ordini che gli vengono impartiti.
- USA / Pakistan. 3 settembre. La
decisione unilaterale statunitense ha messo le autorità civili e militari del Pakistan in una posizione
difficilissima, soprattutto poi in questo delicato momento di transizione
delle strutture politiche interne, ed è quindi ben poco sorprendente che
esse abbiano reagito con estrema durezza. Il capo di stato maggiore
dell’Esercito, generale Ashfaq Parvez Kayani, ha negato con la massima
fermezza l’esistenza di un qualsiasi accordo segreto che consentirebbe
alle forze della coalizione di operare in territorio pakistano, e ha
dichiarato: «La sovranità e l’integrità territoriale del nostro paese
saranno difese a tutti i costi». Il primo ministro, Syed Yousuf Raza
Gilani, si è dichiarato completamente d’accordo con i militari a questo
proposito, e si è impegnato a difendere i confini della nazione.
- USA / Russia. 4 settembre. Georgia,
Azerbaigian, Kazakistan e Turkmenistan: questi sono i Paesi oggetto della
lotta tra Mosca e Washington per il trasporto delle risorse energetiche. Gli
USA hanno infatti sostenuto con forza, per il trasporto di petrolio e gas
nella vassalla Europa, la costruzione dell’oleodotto BTC (Baku-Tblisi-Ceyan, da
proseguire in Europa con il progetto Nabucco) e del gasdotto SCP (South Caspian
Pipeline). Condutture che costituiscono la spina dorsale di un sistema
energetico impostato negli anni della presidenza democratica di Clinton,
da cui gli USA intendono far guadagnare profitti alle proprie
multinazionali di riferimento e togliere un’importante fonte di denaro e
potere ai russi. In questo contesto la Georgia è particolarmente
importante in quanto il suo territorio costituisce l’unica possibile via
di passaggio per degli oleodotti che portino il petrolio e il gas naturale
dal bacino del Caspio senza passare né per la Russia né per l’Iran. Se
Azerbaigian, Kazakistan e Turkmenistan (questi ultimi dotati di cospicue
riserve) accettassero di convogliare le proprie risorse energetiche in
tali condutture, escludendo quelle passanti in territorio russo, l’Europa
potrebbe essere rifornita di petrolio e gas senza le forniture di Russia
e Algeria.
- USA / Russia. 4 settembre. L’SCP, completato nel 2006, è la conduttura
gemella del BTC: stesso tracciato, fornitori quasi identici, stessa
valenza geopolitica. È posseduto da una joint venture tra l’inglese
British Petroleum (25,5%), la norvegese Statoil Hidro (25,5%), la statale
azera Socar (10%), la privata (ma non troppo, e per di più partecipata al
20% dalla statunitense Conoco-Phillips) russa LUKoil (10%), l’iraniana
NICO (10%), l’internazionalissima Total (10%), e la turca TPAO (9%). Già
dall’azionariato saltano all’occhio due cose di questo gasdotto: manca
Gazprom e ci sono tutti gli altri. L’azionariato del BTC è ancora più
complesso: Bp (30,1%), AzBtc (compagnia azera messa in piedi proprio per
costruire la conduttura, 25%), Statoil (8,71%), la statunitense Chevron
(8,9%), TPAO (6,53%), Eni (5%), la giapponese Itochu (3,4%), l’altra
giapponese Impex (2,5%), la statunitense Conoco-Phillips (2,5%) e infine
Amerada Hess (2,36%), sempre statunitense.
- USA / Russia. 4 settembre. In
questo contesto si inserisce l’Iran a
scompigliare le carte tanto a Washington che a Mosca. Anch’essa ricca di
gas e petrolio, la Repubblica Islamica sogna di aggregare il suo gas a
quello turkmeno in un condotto Turkmenistan-Iran da proseguire sul fondo
del Mar Arabo fino all’India. Un progetto che per la sua realizzazione necessita
del consenso del Pakistan, perché i tubi attraverserebbero le acque
territoriali di tale paese. L’alternativa a questa rotta la fornirebbero,
guarda caso, gli Stati Uniti che propongono la rotta
Turkmenistan-Afghanistan-Pakistan-India. A queste linee tracciate sulle
carte geografiche dell’Asia centrale i russi propongono alternative
diciamo già collaudate: instradare tutto il gas e il petrolio della
zona nei gasdotti gazpromiani, in larga parte già esistenti e funzionanti,
per poi dirigerli in Europa o, in un futuro non lontanissimo, in Cina. La
Russia, in questo scenario, farebbe da Paese fornitore del gas dell’Asia
centrale. Non dimentichiamo che la soluzione alla crisi del gas ucraina
fu trovata proprio inserendo nel paniere del gas, inviato in Europa via
Ucraina, una buona dose di gas turkmeno.
- USA / Russia. 4 settembre. La
Russia, piena di gas naturale e (anche se assai meno) petrolio, ha infatti
bisogno delle risorse dei paesi rivieraschi del Mar Caspio per portare avanti
il proprio progetto di egemonia energetica dall’Atlantico orientale al Pacifico occidentale. In
Russia fa molto freddo, e il mercato interno del gas per usi civili è
capillare, raggiunge i russi casa per casa e li riscalda a prezzi imposti
dal Governo che non raggiungono nemmeno il 10% di quanto pagano il gas gli
Europei. Serve quindi tanto gas a basso costo per mantenere
contemporaneamente il mercato interno russo e l’export, anche in
considerazione del cattivo stato delle condutture dispiegate sul
territorio della Federazione (milioni e milioni di chilometri). In tale
ottica va giudicato il viaggio di Putin il 2 settembre in Uzbekistan.
Russia e Uzbekistan hanno infatti trovato l’accordo sul prezzo del gas e
deciso di costruire un gasdotto tra i due Paesi. Non è stato ancora deciso
se questo gasdotto russo-uzbeko debba passare per il Kazakistan o per il
Turkmenistan e il Mar Caspio.
- USA / Russia. 4 settembre. Il
disegno energetico internazionale della Russia vede come piloni fondamentali
i gasdotti già esistenti (in
particolare il gasdotto della fratellanza via Ucraina, Yamal-Europe
Pipeline via Bielorussia e Polonia, Blue Stream via Mar Nero e Turchia), i
gasdotti in costruzione (North e South Stream) e lo strapotere di Gazprom
nelle reti nazionali est-europee del gas. Basta citare alcuni esempi: in
Moldova c’è Gaz Snab Tranzit (Gazprom al 50%), in Lituania Stella Vitae
(Gazprom al 30%), in Lettonia Latvias Gaze (Gazprom al 25%) e addirittura
in Polonia il 50% delle condutture è direttamente in mano a Gazprom e il
46% possedute da EuropolGaz, che a sua volta è controllata da Gazprom. Anche
l’Eni è socio al 50% della Gazprom nel progetto South Stream, una condotta
sul fondo del Mar Nero da Baku alla Bulgaria e da lì alla Grecia e
all’Ungheria e poi al resto d’Europa.
- USA / Azerbaigian. 5 settembre. Un fallimento il viaggio di Cheney in
Azerbaigian. Lo riferisce il quotidiano russo Kommersant. La
cruciale tappa azera del tour di Cheney è iniziata male già all’arrivo
all'aeroporto di Baku, dove il vice presidente degli Stati Uniti non ha
trovato ad accoglierlo né il presidente Aliev né il primo ministro Rasizade:
c’erano solo il vice primo ministro e il ministro degli Esteri. L’incontro
con Aliev sarebbe stato teso, benché tra i due ci fossero rapporti
piuttosto cordiali che risalgono ai tempi in cui Cheney era
all’Halliburton e Aliev era vice presidente della compagnia petrolifera
dell'Azerbaigian (SOCAR). Aliev ha messo in chiaro che non intende mettersi
contro Mosca (esprimendo apprezzamento alla Russia per aver risparmiato
l’oleodotto BTC, sul cui bombardamento si è molto speculato) ed ha
espresso riluttanza a proposito del progetto Nabucco, per il quale il gas
azero è fondamentale. Cheney, alquanto indispettito, si è perfino
rifiutato di presenziare alla cena in suo onore.
- Russia / Iran. 6 settembre. Come
reagirà Mosca ai piani ostili di Washington
per far entrare Georgia e Ucraina nella NATO? Secondo Radžab Safarov,
direttore del Centro Russo per gli Studi Iraniani, la Russia rafforzerà i
legami con tutti quei paesi che si oppongono concretamente all’espansione
degli Stati Uniti e dei paesi satelliti come Israele (che ha fornito armi
ed addestramento militare alla Georgia). Per esempio, approfondire i
legami tecnico-militari con la Siria, avviare colloqui per ristabilire la
propria presenza militare a Cuba e soprattutto stringere un’alleanza
strategica con l’Iran. La firma di un trattato politico-militare
rivolterebbe l’intero quadro geopolitico del mondo contemporaneo. Nuovi
rapporti d'alleanza possono portare al posizionamento di almeno due basi
militari in regioni strategiche dell’Iran. Una potrebbe essere collocata
nel nord del paese, nella provincia iraniana dell'Azerbaigian Orientale,
e l'altra a sud, sull'Isola di Qeshm, nel Golfo Persico.
- Russia / Iran. 6 settembre. Grazie
alla base nell'Azerbaigian Orientale, la Russia sarebbe in grado di sorvegliare
le attività nella Repubblica
dell'Azerbaigian, in Georgia e in Turchia e condividere queste
informazioni con l'Iran. La creazione di una base militare sull'Isola di
Qeshm permetterebbe alla Russia di controllare le attività della NATO e
degli Stati Uniti nella zona del Golfo Persico, in Iraq e in altri Stati
Arabi. Per mezzo di speciali strumentazioni, la Russia potrebbe
efficacemente individuare le navi in entrata o in uscita per lo Stretto di
Hormuz, la loro provenienza ed il carico a bordo. La Russia avrà la
possibilità di fermare imbarcazioni sospette per ispezionarne il carico,
come fanno gli USA in quella zona da molti decenni. In cambio del posizionamento
delle sue basi militari, la Russia potrebbe aiutare gli iraniani a
dispiegare sistemi di difesa aerea e difesa anti-missile lungo i loro
confini. Teheran, per esempio, ha bisogno del moderno sistema missilistico
di fabbricazione russa S-400.
- Russia / Iran. 6 settembre. La
leadership iraniana segue con attenzione le notizie secondo cui il governo
georgiano, con una risoluzione segreta, avrebbe dato agli Stati Uniti e a
Israele carta bianca per l'uso, in caso di necessità, del territorio georgiano e delle basi militari locali per
condurre attacchi missilistici e bombardamenti contro bersagli iraniani.
Gli iraniani sono preoccupati anche per i progetti di Baku di concedere ai
capitali statunitensi l'accesso al cosiddetto settore azero del Mar
Caspio, gravido di nuovi conflitti perché lo status giuridico del Mar
Caspio non è stato ancora definito. La Russia e l'Iran possono anche
accelerare il processo di creazione di un cartello dei principali
produttori di gas (con paesi come il Qatar e l’Algeria), che i giornalisti
già chiamano “OPEC del gas”. In termini di riserve di gas naturali mondiali
la Russia è al primo posto, l'Iran al secondo. Insieme possiedono più del
60% dei giacimenti di gas mondiali, ed un loro accordo si rivelerebbe un
forte strumento di pressione per i consumatori, come gli Stati d’Europa.
La cooperazione con l'Iran si espanderebbe anche a settori come quello
dell’energia nucleare. La Russia può guadagnare decine di miliardi di
dollari solo con la costruzione di impianti nucleari in Iran. Teheran può
ricevere dalla Russia un aiuto non solo economico ma anche politico nello
sviluppo del proprio settore dell'energia atomica. Oltre a ciò, la Russia
potrebbe accelerare il processo di ammissione dell'Iran nella Shanghai
Cooperation Organization (SCO, Gruppo di Shanghai) come membro a tutti gli
effetti. L'Iran, come membro della SCO, si troverà sotto la protezione di
Stati nucleari come la Russia e la Cina. Questo getterà le basi per un
potente asse Russia-Iran-Cina, la cui creazione tanto spaventa gli Stati
Uniti e i loro alleati.
- USA / Georgia. 7 settembre. Come gli Stati Uniti hanno armato e addestrato i
reparti speciali georgiani: lo descrive il Financial Times di ieri.
Ad occuparsene sono state due società mercenarie, una delle quali, la Mpri
(Military Professional Resources Incorporated), nel 1994 aveva firmato
(grazie alla mediazione del Pentagono) un contratto con la Croazia per
addestrare l’esercito croato in vista dell'invasione della Krajina e della
massiccia pulizia etnica –200mila profughi– ai danni della popolazione
serba nell'estate del 1995 (Operacija Oluja, Operazione Tempesta).
L’esercito USA ha fornito addestramento ai reparti speciali georgiani solo
pochi mesi prima dell'attacco contro l'Ossezia del Sud. Secondo il
quotidiano inglese non ci sono comunque prove che i contractor o
il Pentagono che li ha assoldati sapessero della probabilità che i reparti
che stavano addestrando potessero essere impiegati nell'aggressione contro
l'Ossezia del Sud.
- USA / Georgia. 7 settembre. Un
portavoce dell'esercito degli Stati Uniti ha dichiarato che l'obiettivo del
programma era di addestrare i commando in vista del loro impiego in Afghanistan,
come parte dell'International Security Assistance Force NATO. Il programma,
tuttavia, mette in luce le conseguenze spesso involontarie dei programmi train and equip degli
Stati Uniti in paesi stranieri. I contractor –MPRI e American
Systems, entrambi con sede in Virginia– avevano reclutato una squadra
composta da 15 ex-soldati delle forze speciali per addestrare i georgiani
nella base di Vashlijvari (dintorni di Tbilisi), nell’ambito di un
programma del ministero della difesa degli Stati Uniti. La prima fase
dell'addestramento dei reparti speciali si è svolta tra gennaio e aprile
di quest'anno e si è concentrata sulle «competenze base delle forze
speciali», ha detto un dipendente di American Systems contattato
telefonicamente. La seconda fase, di 70 giorni, doveva cominciare l'11
agosto, pochi giorni dopo l'inizio della guerra in Ossezia del Sud. Gli
addestratori sono arrivati il 3 agosto, quattro giorni prima dello scoppio
del conflitto.
- USA. 8 settembre. Fermare
l’ascesa di Russia, Cina ed India.
Joseph Biden, candidato a vicepresidente del democratico Obama, il 27
agosto 2008, alla Convenzione Democratica di Denver, ha presentato il
piano strategico dell’eventuale presidenza democratica. Biden, ribadendo
alcuni punti geopolitici chiave sostenuti da Zbigniew Brzezinski e
lasciando intendere una politica più “guerrafondaia” dell’amministrazione
repubblicana, ha affermato che il più grande errore di Bush è stato quello
di aver trascurato «di affrontare le maggiori forze che che hanno preso
piede in questo secolo. L'emergere delle grandi potenze di Russia, Cina ed
India».
- USA. 8 settembre. «Signore e signori, in anni recenti ed in
giorni recenti vediamo ancora una volta le conseguenze della negligenza,
di questa negligenza, vediamo la Russia opporsi proprio alla libertà di un
nuovo paese democratico, la Georgia. Barack (Obama, ndr) ed io porremo
fine a questa negligenza. Considereremo la Russia responsabile delle sue
azioni ed aiuteremo la Georgia a ricostruire. Sono stato sul territorio in
Georgia, Iraq, Pakistan, Afghanistan e posso dirvi chiaramente e
fortemente che la politica di questa amministrazione è stata un fallimento
abissale. L'America non può permettersi altri quattro anni di questo
fallimento. Ed ora, adesso, nonostante sia stato compiacente verso tale
catastrofica politica estera, John McCain dice che Barack Obama, Barack
Obama non è pronto per proteggere la nostra sicurezza nazionale. Ora
lasciate che vi chieda questo. Del giudizio di chi vi fidate? Dovreste
fidarvi del giudizio di John McCain quando solamente tre anni fa ha detto
che "L'Afghanistan – non ne leggiamo più nei giornali, perché
è stato un successo"? O credete a Barack Obama, che un anno fa ha
detto che "dobbiamo inviare altri due battaglioni da combattimento in
Afghanistan"? La sostanza dell'argomento è che al Qaeda ed i talebani
–la gente che ci ha attaccato davvero l'11/9– si è
riorganizzata nelle montagne tra Afghanistan e Pakistan e sta tramando
nuovi attacchi. Ed il Capo degli Stati Maggiori Riuniti ha fatto eco alla
richiesta di altre truppe da parte di Obama e ha detto che John McCain
aveva torto e Barack Obama aveva ragione».
- Turchia / Armenia. 9 settembre. Svolta
epocale nei rapporti tra Armenia e Turchia: per la prima volta un capo di
Stato turco è andato in visita a
Erevan. Il 6 settembre il presidente turco Abdullah Gul ha trascorso circa
sei ore sul suolo armeno, per lo più in compagnia della sua controparte
armena, Serzh Sargsyan. Un evento clamoroso, considerata la questione del
mancato riconoscimento della responsabilità della Turchia Ottomana per il
genocidio del 1915. «Credo che la mia visita abbia distrutto una
barriera psicologica nel Caucaso», ha dichiarato Gul all'agenzia di
informazione di Stato turca. Il quotidiano turco Hurriyet ha
riferito ieri che i ministri degli esteri dei due paesi hanno concordato
le fasi iniziali di negoziati che prevedono la normalizzazione dei
rapporti diplomatici e l'instaurazione di relazioni bilaterali. Le due
parti hanno anche cercato un accordo su una risoluzione politica del
conflitto del Nagorno-Karabakh (l'enclave armena nel territorio
dell'Azerbaigian). L'ufficio del presidente turco ha rivelato che il 10
settembre Gul andrà in Azerbaigian a discutere la mutata situazione
diplomatica.
- Turchia / Armenia. 9 settembre. Quali sono le ragioni della svolta? Secondo
Ruben Safrastian, direttore dell'Istituto di Studi Orientali all'Accademia
delle Scienze armena, Ankara vuole rafforzare il proprio ruolo nel Caucaso
meridionale e risolvere le dispute con Erevan per poter entrare
nell'Unione Europea. Il Kommersant aggiunge altri interessanti
particolari sull'incontro. La Turchia avrebbe proposto all’Armenia la
creazione di una “Piattaforma di sicurezza e stabilità nel Caucaso” per
promuovere i legami politici ed economici tra i Paesi dell’area. Un
progetto –e questo è il nodo geopolitico di rilievo– che è stato anche al
centro della visita a Mosca del ministro degli Esteri azero Mamedyarov.
L’alleanza permetterebbe ad Ankara e a Mosca di rafforzare la propria
posizione nella regione del Caucaso, indebolendo quella degli Stati Uniti.
La proposta di Ankara è stata salutata con favore da Erevan, che la vede
anche come un mezzo per tenere a bada un’Azerbagian che, forte dei proventi
petroliferi, aspetta il momento giusto per riconquistare il controllo del
Nagorno-Karabakh.
- Turchia / Armenia. 9 settembre. Non
a caso, a Baku, l’incontro turco-armeno è
stato accolto senza particolare entusiasmo. Vari politici hanno
addirittura accusato Ankara di aver tradito l'Azerbaigian. L’Azerbaigian
negli ultimi anni è entrato sempre più in orbita NATO. Eppure, il
risveglio russo nel Caucaso è un messaggio anche per Baku. La Russia,
anche in riferimento al conflitto del Nagorno-Karabach, può ricordare
all’Azerbiagian il fallimento georgiano nel risolvere la questione in
Ossezia del Sud e Abkhazia malgrado l'assistenza degli Stati Uniti e le
evoluzioni in Moldavia. La Transnistria, la regione separatista della
Moldavia a maggioranza russa, ha posto fine alla moratoria dei colloqui
con Chisinau dopo i contatti tra il presidente della Transnistria Smirnov
ed il presidente russo Medvedev. Si attende ora un incontro tra i
presidenti della Russia e dell'Azerbaigian. Secondo una fonte vicina al
Cremlino, durante questo incontro si potrebbe parlare di un futuro summit
Armenia-Azerbaigian, con la mediazione del presidente russo. E se
l’Azerbaigian dovesse virare verso est, per la geopolitica di dominio
degli Stati Uniti, basata anche sul controllo del trasporto delle risorse
energetiche, saranno guai seri…
- Afghanistan. 9 settembre. Triplicate in un solo anno le vittime civili
dei bombardamenti USA e NATO-ISAF. Lo denuncia l'organizzazione per la
tutela dei diritti umani Human Rights Watch (HRW), lanciando un
atto d'accusa contro le operazioni militari condotte dalla coalizione
occidentale nel Paese. In un rapporto titolato “Truppe a contatto”,
l’organizzazione indica che raid contro presunti taliban, come quello del
6 luglio 2008 nella provincia di Nangarhar durante un matrimonio (20
morti), o quello più recente del 22 agosto a Azizabad (90 morti, molti
donne e bambini, secondo testimoni e operatori ONU), stanno gravemente
minando il già esiguo sostegno dellle popolazioni locali all’occupazione
USA. Secondo Human Rights Watch, gli attacchi in cui muore il
maggior numero di civili sono quelli compiuti durante operazioni di 'rapid
response', che a differenza degli attacchi 'pianificati', sono condotti
senza preavviso, in condizioni di emergenza durante le quali, ad esempio,
è necessario fornire una risposta rapida e “efficace” alla mancanza di
truppe sul terreno. Le stime di HRW sono comunque calcolate per difetto.
L'organizzazione ha criticato i comandi statunitensi per la scarsità di informazioni
relative alle morti civili, evidenziando che gli ufficiali USA, prima di
avviare un'inchiesta su eventuali errori, negano subito ogni
responsabilità, addebitando la colpa ai taliban. Le inchieste da parte
delle autorità USA –sostiene sempre HRW– sono unilaterali, ponderose, poco
trasparenti, e hanno spesso come conseguenza l'erosione dei rapporti con
le popolazioni locali. Un'inchiesta del governo afgano, condotta
per tre giorni dopo la distruzione di alcune case poco prima del 30 aprile
2007, ha evidenziato come numerosi civili siano in seguito fuggiti a causa
di danni alle loro abitazioni o di timori di nuovi attacchi. Stessa cosa
per gli abitanti dei villaggi vicini. Ciò ha prodotto un elevato numero
di sfollati interni.
- Russia. 12 settembre. Oggi
la direzione della Asian Development Bank (Adb) ha approvato un prestito di
40 milioni di dollari alla Georgia a condizioni molto vantaggiose. Analisti
leggono la decisione come l’ultimo
di una serie di segnali che a Oriente (Pechino in testa) il blitzkrieg russo
in Georgia ha suscitato più di qualche timore. L’istituzione
finanziaria di Manila si è affrettata a precisare che la riunione per la
concessione del prestito alla Georgia era stata programmata prima
dell’esplosione del conflitto nel Caucaso, ma ha allo stesso tempo
sottolineato che l’evoluzione della situazione ha impresso una
accelerazione all’iter di approvazione. L’Adb sta valutando anche
l’opportunità di emettere un ulteriore prestito di emergenza per far
fronte alle mancate entrati fiscali georgiane nel mese di agosto. La Cina
ricopre un ruolo centrale in questo organismo finanziario multilaterale
(insieme a Giappone e USA nomina uno dei suoi 12 direttori) e per alcuni
analisti Pechino non ha fatto altro che ricambiare l’atteggiamento
distaccato che i russi hanno assunto nel marzo scorso a proposito della
crisi nel Tibet, quando l’Occidente –e in particolare gli Stati Uniti–
hanno condannato con forza la repressione cinese contro i rivoltosi
tibetani.
- Russia. 12 settembre. Un
indizio dell’orientamento cinese sulla crisi
in Georgia si era già avuto al vertice annuale della Shanghai Cooperation
Organization (Sco), svoltosi il 28 agosto scorso a Dushanbe (Tagikistan).
Nell’occasione, Dmitry Medvedev si è speso molto per incassare il sostegno
degli altri Stati membri (Cina, Tagikistan, Kazakistan, Kirghizistan e
Uzbekistan) all’intervento militare del suo Paese in Ossezia del Sud e
Abkhazia, e al successivo riconoscimento diplomatico di queste due
province separatiste georgiane. Ai suoi interlocutori, però, il presidente
russo è riuscito solo a strappare un timido appoggio ai sei punti del
discusso piano di pace mediato dall’Unione Europea e un vago
riconoscimento del ruolo attivo della Russia nel promuovere pace e
cooperazione nella regione del Caucaso. L’espresso riferimento al rispetto
della sovranità e integrità territoriale di ogni Stato, secondo i principi
della legge internazionale, ha segnato la distanza tra gli altri membri
della Sco e Mosca. Una neutralità che si spiega con la crescente influenza
di Pechino in Asia Centrale e il timore delle ex repubbliche sovietiche
della regione –abitate da comunità di origine russa– di subire lo stesso
trattamento riservato dalla Russia alla Georgia. Il Cremlino ha infatti
giustificato il suo intervento armato contro Tblisi come una operazione
umanitaria a difesa di cittadini russi in Ossezia del Sud e Abkhazia.
- Russia. 12 settembre. Pechino,
d'altro canto, teme le spinte separatiste e autonomiste in Tibet e nello Xinjiang,
come il nodo sullo status di Taiwan, e non poteva in alcun modo avallare la
secessione di due territori che la comunità internazionale considera formalmente parti
integranti di uno Stato sovrano: una posizione coerente con quella assunta
lo scorso marzo in occasione della dichiarazione di indipendenza del
Kosovo. Per la Cina, poi, la crisi russo-georgiana ha rappresentato un
elemento di instabilità. Paese economicamente orientato alle esportazioni,
la Cina ricerca mercati aperti e un clima pacifico per garantirsi altri
anni di sviluppo a due cifre. Una guerra su scala planetaria –fredda o
calda che sia– tra Russia e Occidente costituisce una minaccia alla
cornice geopolitica in cui prospera il suo ‘soft-power’: anche Pechino
lavora per chiudere l’epopea dell’unipolarismo USA, ma non a detrimento
del suo interesse nazionale. E ad oggi l’armonioso mondo della Cina
significa ancora stabilità dell’attuale sistema internazionale, dal quale
ha tratto negli ultimi anni enormi benefici, nonostante sia stato
congegnato dagli USA alla fine della seconda guerra mondiale.
- Euskal Herria. 14 settembre. «Prove prefabbricate», senza fondamento
quindi, per illegalizzare Ehak. E' la denuncia dei legali di questo
partito basco. In mancanza di elementi oggettivi che portino a Batasuna o
a ETA, le richieste di illegalizzazione si basano su rapporti di polizia
privi di addebiti e di riscontri probanti. La difesa ha posto
all'attenzione, ad esempio, le intercettazioni telefoniche addotte come
prova, che si riferiscono però al periodo 2004-2005 e che per giunta non
fanno emergere punti «interessanti». Per giunta, queste
registrazioni sono state effettuate senza controllo giudiziario alcuno,
in modo che, ad esempio, «è la polizia che sceglie ciò che le interessa ed
il giudice ascolta un'estrapolazione di quel che viene inviato». Secondo
la difesa «si è ricorso sistematicamente a rapporti di polizia perché
non esisteva altra prova possibile. Questi rapporti sono stati predisposti
perché dicessero quel che in sede di requisizione si voleva che dicessero.
Sono stati predisposti prescindendo dai dati oggettivi, interpretando gli
elementi probatori sino alla manipolazione e arrivando a conclusioni
stabilite in anticipo, nonostante che dati e fatti conducessero a
conclusioni differenti».
- Euskal Herria. 14 settembre. Come
evidenza, la più palmare, dell'inesistenza
di prove che legano EHAK a Batasuna o ETA, la difesa ha posto il caso dei
flussi economici. La Guardia Civil ha ammesso di aver analizzato 12mila
documenti, 122.018 appunti bancari e 594 conti correnti di questo partito
e di aver constatato che nemmeno un euro era stato trasferito ad
un'organizzazione illegalizzata. «Nonostante l'evidenza, si continua a
sostenere a questi livelli che questi finanziamenti sono esistiti»,
denuncia la difesa che, in sede dibattimentale, è stata esercitata da Kepa
Landa e Jone Goirizelaia. Il giudice Baltasar Garzón è arrivato ad
interrogare persone assunte con contratto da Ehak sulla questione, nel
quadro di un procedimento parallelo per via penale. La difesa aggiunge che
non ci sono prove che quel partito, con rappresentanza nel Parlamento di
Gasteiz, «abbia indurito» le sue posizioni dopo la fine della
tregua su mandato di ETA, né che fosse subordinato a Batasuna, né che
fosse stato creato al suo interno, né che ci fosse una «cassa unica»
con ANV e Batasuna, né che ci fosse un'unità d'azione per il fatto che
suoi membri si siano trovati in locali o riunioni con persone collegate ai
partiti già illegalizzati. Secondo gli avvocati di EHAK c'è allarme per
la
«persecuzione» ai danni di queste persone «non per le loro
condotte, ma per la loro ascrizione politica». Analogo processo di illegalizzazione
è in corso per un altro partito basco, ANV.
- Israele. 15 settembre. Aumentano
i pogrom dei coloni contro la popolazione palestinese. Incendi dei terreni
agricoli, atti di vandalismo ed aggressioni fisiche e armate contro i palestinesi
sono cresciuti nelle ultime settimane a fronte dell'indifferenza dell'esercito
israeliano. Sempre più testimoni segnalano questo. L'ultima incursione è costata la
vita di un palestinese. Il gruppo israeliano Peace Now, tramite il suo
segretario Yariv Oppenheimer, ha denunciato l'ultima delle incursioni di
coloni, fortemente armati, nei pressi di Nablus, sabato. Bilancio: un
morto e diversi feriti. Decine di coloni hanno fatto irruzione nella
località cisgiordana di Asira (Nablus) «sparando all'impazzata».
Distrutte anche abitazioni e proprietà dei palestinesi. I militari
israeliani, pur presenti, non sono intervenuti e non hanno proceduto ad
alcun arresto. Di fronte alle critiche e alle proteste palestinesi e di
isolati gruppi di ebrei, il primo ministro israeliano, Ehud Olmert, ha assicurato
pubblicamente che «non ci saranno più pogrom contro i non ebrei».
- Turchia / Kurdistan. 17 settembre. Il
DTP teme la sua possibile illegalizzazione. Il Partito per una Società Democratica (DTP), formazione kurda con 21
seggi nel Parlamento di Ankara (2 milioni di voti alle ultime elezioni),
si è rivolto ieri alla Corte Costituzionale turca contro la sua possibile
illegalizzazione. La procura accusa il partito di pregiudicare «l'unità
indivisibile» della Turchia e la Corte sta decidendo in questi giorni
sulla possibile illegalizzazione. Non potendo provare legami con il
Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK), si accusa il DTP di essere «un
focolaio di attività pregiudizievoli dell'indipendenza dello Stato e della
sua unità indivisibile». Il DTP potrebbe aggiungersi alla lunga lista
di partiti kurdi dissolti, tra i quali il Partito Democratico (DEP). Il
verdetto è atteso nelle prossime settimane.
- Iran. 17 settembre. L'Iran
rafforza il suo controllo sullo Stretto di Ormuz, dove transita il 40% del
petrolio mondiale. L'ordine alla Guardia Rivoluzionaria, corpo d'élite della Repubblica Islamica, è venuto
dalla guida suprema, l'ayatollah Ali-Khamenei. E' la risposta di Teheran alle
crescenti informazioni su un possibile attacco di Israele, appoggiato
dagli Stati Uniti, contro le installazioni nucleari iraniane. In tal
senso, il Pentagono ha notificato al Congresso statunitense l'approvazione
della vendita ad Israele di 1.000 missili antibunker di piccolo calibro,
un tipo di armamento che serve per questo tipo di attacchi, secondo quanto
scrive, nella sua edizione di domenica, The Jerusalem Post. Questo
dispiegamento coincide allo stesso tempo con un nuovo giro di vite dell'Occidente contro
l'Iran per il suo programma nucleare. L'Agenzia Internazionale per l'Energia
Atomica (AIEA) insiste sul fatto che Teheran si sottoponga di nuovo al protocollo
addizionale del Trattato di Non Proliferazione Nucleare (TNP), che permetterrebbe
un'ispezione più esaustiva del suo
programma. Il governo iraniano ha deciso di sospendere nel 2006 questo
protocollo addizionale come protesta per il trasferimento del dossier del
suo programma nucleare al Consiglio di Sicurezza.
- Iran / Francia. 17 settembre. La
Francia si è aggregata ieri agli Stati Uniti
per nuove sanzioni –il quarto pacchetto– contro Teheran «per il suo
atteggiamento negativo a collaborare». Il governo iraniano ha
dichiarato che non risponderà alle nuove richieste dell'AIEA e insiste che
proseguirà nell'arricchimento dell'uranio.
- Georgia. 18 settembre. Saakashvili è politicamente
morto? Se lo chiede il settimanale Der Spiegel, secondo cui negli Stati
Uniti, a cinque settimane dall’aggressione in Ossezia, si levano voci contro il presidente
georgiano, che avrebbe giocato d'azzardo innescando la miccia del
conflitto con la Russia. Al Senato degli USA Hillary Clinton chiede se
l’amministrazione Bush abbia davvero incoraggiato i georgiani a usare la
forza militare e com'è potuto accadere che gli Stati Uniti siano stati
colti di sorpresa dallo scoppio delle ostilità. Decisivo è l’accertamento
delle responsabilità su chi abbia attaccato per primo. Le informazioni che
giungono dalla NATO e dall'Organizzazione per la Sicurezza e la
Cooperazione in Europa (OSCE) forniscono un quadro diverso da quello
sostenuto dal governo georgiano e starebbero alimentando i dubbi dei politici
europei, alcuni dei quali chiedono un’indagine internazionale. Il governo
georgiano continua a sostenere che la guerra è cominciata giovedì 7 agosto
alle 23.30. Secondo questa versione, in quel momento ha ricevuto diversi
rapporti dei servizi segreti secondo i quali circa 150 mezzi dell'esercito
russo erano entrati in territorio georgiano, nella repubblica separatista
dell'Ossezia del Sud, attraverso il tunnel di Roki, che passa sotto la
principale catena montuosa caucasica. Il loro obiettivo, dicono i georgiani,
era Tskhinvali, e alle 3 del mattino sono stati seguiti da altre colonne
militari. «Volevamo fermare le truppe russe prima che potessero
raggiungere i villaggi georgiani», ha dichiarato recentemente
Saakashvili a Der Spiegel, spiegando gli ordini dati al suo
esercito. «Quando i nostri carri armati si sono diretti a Tskhinvali i
russi hanno bombardato la città. Sono stati loro, non noi, a distruggere
la città». Ma i rapporti dell'OSCE, presente da prima del conflitto
con una missione in Ossezia, descrivono una situazione diversa in quelle
ore critiche.
- Georgia. 18 settembre. Anche
i dati raccolti dai servizi segreti occidentali e dalla NATO contestano lo
svolgimento dei fatti presentato da Saakashvili. Secondo queste informazioni,
la mattina del 7 agosto i georgiani hanno ammassato circa 12mila soldati al
confine con l'Ossezia del Sud. Settantacinque carri armati e veicoli corazzati
per il trasporto truppe –un terzo dell'arsenale militare georgiano– sono stati posizionati
nei pressi di Gori. Il piano di Saakashvili, a quanto pare, era di
avanzare verso il tunnel di Roki con un blitz di 15 ore e chiudere il
collegamento tra le regioni del Caucaso settentrionale e meridionale,
separando efficacemente l'Ossezia del Sud dalla Russia. Alle 22.35 del 7 agosto,
meno di un'ora prima che i carri armati russi entrassero nel tunnel di
Roki, secondo Saakashvili, le forze georgiane hanno cominciato ad
attaccare Tskhinvali con l'artiglieria. I georgiani hanno usato 27 sistemi
lanciarazzi, cannoni da 152 millimetri e bombe a grappolo. L'assalto
notturno è stato condotto da tre brigate. I servizi segreti controllavano
le richieste russe d'aiuto via radio. La 58ª Armata, parte della quale
stazionava nell'Ossezia del Nord, non era apparentemente pronta a
combattere, almeno non durante quella prima notte. L'esercito georgiano,
d'altra parte, consisteva soprattutto di gruppi di fanteria, che sono
stati costretti a muoversi lungo le strade principali: si è presto
impantanato e non è stato in grado di andare oltre Tskhinvali. I servizi
occidentali hanno appreso che i georgiani avevano problemi «a
maneggiare» le armi e che l'esercito russo non ha cominciato a sparare
prima delle 7.30 dell'8 agosto, quando ha lanciato un missile balistico a
corto raggio SS-21 sulla città di Borzhomi, a sud-ovest di Gori.
Apparentemente il missile ha colpito postazioni militari. Gli aerei
militari russi hanno cominciato ad attaccare l'esercito georgiano poco
dopo. All'improvviso le onde radio si sono animate, così come l'esercito
russo. Le truppe russe provenienti dall'Ossezia del Nord hanno cominciato
a marciare attraverso il tunnel di Roki non prima delle 11 circa. Questa
sequenza temporale è ora vista come prova del fatto che quella di Mosca
non è stata un'offensiva, ma una semplice reazione. In seguito sono stati
spostati a sud altri SS-21. I russi hanno posizionato 5500 soldati a Gori
e 7000 al confine tra la Georgia e l'altra regione separatista,
l'Abkhazia.
- Georgia. 18 settembre. Il
presidente georgiano deve anche subire pressioni all'interno del suo paese,
giacché il fronte unanime che si era
creato durante l'invasione russa si sta sbriciolando. Chi soleva criticare
il “regime autoritario” di Saakashvili si sta facendo nuovamente sentire.
Già nel dicembre 2007 Georgy Khaindrava, ex ministro per la risoluzione
dei conflitti destituito nel 2006, aveva raccontato a Der Spiegel che
Saakashvili e i suoi sono persone «per le quali il potere è tutto».
Poche settimane prima Saakashvili aveva dispiegato a Tbilisi i corpi
speciali per reprimere le proteste dell'opposizione e aveva dichiarato lo
stato d'emergenza. Allora Khaindrava si era detto preoccupato che
Saakashvili potesse presto cercare di ridare lustro alla propria immagine
indebolita con una “piccola guerra vittoriosa”: quella contro l'Ossezia
del Sud. Già nel maggio 2006 l'ex ministro degli Esteri Salomé
Surabishvili aveva espresso allarme per le intenzioni di Saakashvili. L'«enorme
potenziamento militare» da lui intrapreso era «senza senso»,
disse Surabishvili, aggiungendo che faceva pensare che intendesse
risolvere militarmente i conflitti in Abkhazia e Ossezia del Sud. La
scorsa settimana i capi dei due maggiori partiti politici georgiani hanno
chiesto le dimissioni di Saakashvili e la formazione di un «governo né
pro-russo né pro-americano, ma pro-georgiano». A Mosca l'ex vice
ministro degli Interni georgiano, Temur Khachishzili, che ha scontato anni
di carcere per aver attentato alla vita del predecessore di Saakashvili,
Eduard Shevardnadze, sta raccogliendo sostegni per un cambio di regime in
Georgia tra il milione e più di georgiani che vivono sul suolo russo.
- Russia. 18 settembre. Mosca
annette di fatto le enclave dell'Ossezia del Sud e dell'Abkhazia, con un accordo
che le dà copertura legale. Il
presidente russo, Dimitri Medvedev, ha firmato accordi nella cornice di
una solenne cerimonia al Cremlino. «Un fatto storico» l'ha definito
Medvedev, affiancato dai suoi omologhi sudosseto, Eduard Kokoity, e
abkhazo, Sergei Bagapch, a sole tre settimane dal riconoscimento russo
delle loro rispettive «indipendenze». Saranno unificate con quelle
enclave le reti energetiche, di telecomunicazioni e di trasporto russe ed
i loro abitanti potranno mantenere la doppia nazionalità. Firmati accordi
in materia militare: Mosca assicurerà la difesa di questi territori con
l'installazione di basi militari permanenti e manterrà 3.800 uomini per
ciascuna delle due enclave. «Non tollereremo nessuna nuova avventura
militare», ha avvertito l'inquilino del Cremlino, con allusione
all'offensiva georgiana contro l'Ossezia del Sud dell'alba dell'8 agosto.
- Russia. 18 settembre. Mosca
ha annunciato che traccerà
unilateralmente il suo spazio marittimo nell'Artico. Con il suo strato di
ghiaccio al minimo, i paesi della riviera sono candidati a diventare
protagonisti per via delle ingenti risorse dell'area.
- Giappone. 19 settembre. L'arrivo,
ieri, di una portaerei statunitense a propulsione nucleare inquieta i giapponesi.
E' la prima volta nella storia del Giappone. La portaerei USS George Washington
dispone di due reattori nucleari e 70 aerei a bordo, rimpiazzerà la portaerei a propulsione diesel USS
Kitty Hawk, che da anni era all'ncora in Giappone. La nuova nave da guerra
stazionerà a Yokosuka, nella parte sud della megalopoli di Tokio (circa 35
milioni di abitanti). Il nervosismo dei giapponesi è accresciuto dal fatto
che la USS George Washington ha sofferto recentemente un incidente che ha
ritardato il suo arrivo nel porto giapponese.
- Irlanda del Nord. 20 settembre. La
crisi politica a Belfast arriva alle istituzioni nord-sud d'Irlanda. Prima
c'è stata la sospensione della
riunione dell'Esecutivo di Belfast giovedì, e ieri è stata cancellata una
delle riunioni settoriali delle istituzioni nord-sud, nelle quali i
ministri del nord e del sud d'Irlanda stabiscono strategie comuni per
l'Isola. La causa della sospensione, indotta dai repubblicani dello Sinn
Féin, della riunione dell'Esecutivo guidato dall'unionista Peter Robinson
e dal repubblicano Martin McGuinness è stata la posizione negativa
unionista a dare luce verde al passaggio delle competenze di Giustizia e
Interni da Londra a Belfast. Il trasferimento, incluso nell'Accordo di San
Andrea, accettato dai governi di Londra, Dublino e da tutti i partiti
nordirlandesi, avrebbe dovuto compiersi l'8 maggio scorso. In una sua visita
a Belfast, martedì, il primo ministro britannico, Gordon Brown, ha chiesto
che sia fissata una data perché il trasferimento sia effettivo. Il DUP
rinvia di continuo la fissazione di una data per il trasferimento. Il Sinn
Féin ha invitato il DUP (Partito Unionista Democratico) all'adempimento
dell'Accordo, ricordando che prevede tanto il trasferimento dei poteri
come la coufficialità del gaelico irlandese. Il primo ministro unionista,
Peter Robinson, ha avvertito che il boicottaggio del Sinn Féin alle
riunioni dell'esecutivo avranno serie conseguenze. Sono già tremesi, comunque,
cioè dall'elezione di Robinson, che l'esecutivo di Belfast non si
riunisce.
- Russia. 20 settembre. Medvedev
accusa direttamente la NATO del conflitto nel Caucaso. Il presidente russo,
Dmitri Medvedev, ha
direttamente responsabilizzato ieri, in una riunione al Cremlino con
rappresentanti delle organizzazioni non governative russe, la NATO del
conflitto nel Caucaso. «Che ha risolto la NATO? Chi ha garantito? Non
ha fatto altro che provocare il conflitto». Ha quindi stigmatizzato
il fallimento dell'attuale sistema di sicurezza internazionale, che ha
bollato come «obsoleto» («allo stato è completamente evidente,
incluso per quelli che non lo dicono ad alta voce, che l'attuale sistema è
rotto e che ha dimostrato la sua totale inoperanza». Ha quindi
aggiunto che le «pressioni esterne», con evidente riferimento a
Washington, «non cambieranno la strategia di costruire uno Stato
libero, progressista e democratico». A suo giudizio, il conflitto tra
Georgia e le enclave di Abkhazia e Ossezia del Sud dà maggior rilevanza
alla firma di «un grande trattato europeo» in materia di sicurezza.
Per Medvedev, l'umanità ha due opzioni: 1) un mondo «senza regole e
partire dalla base che esiste un certo numero di Stati che hanno il
maggior potenziale militare. E vanno loro a dettare le regole di vita? E'
un pessimo scenario». 2) «Tentare di creare una base nuova e
moderna per la cooperazione internazionale».
- Russia. 20 settembre. «Fiducia nella saggezza del popolo
georgiano, che non è colpevole dell'aggressione e del genocidio contro
l'Ossezia del Sud, bensì lo è il regime criminale ed irresponsabile che ha
scatenato questa guerra». Così il presidente russo, Medvedev. «Queste
differenze dobbiamo marcarle non solo nelle relazioni inter-statali, ma
anche a livello umano», precisando che, nonostante il confronto
bellico, farà «il possibile per ristabilire le relazioni» con la
Georgia. Ha ricordato che, per secoli, tra entrambi i popoli sono esistiti
legami di fratellanza. «Più di un milione di georgiani vive in Russia e
la considerano la loro patria. E apprezziamo coloro che hanno mostrato un
atteggiamento comprensivo verso le azioni che si è vista obbligata ad
intraprendere la Federazione russa». Replicando alla segretaria di
Stato USA, Condoleezza Rice, che ha accusato Mosca di mantenere «un
comportamento sempre più autoritario in casa e all'estero», Medvedev
ha respinto «lezioni» che provengano da Washington.
- Russia / USA. 20 settembre. Il
segretario generale della NATO, Jaap de Hoop Scheffer, ha respinto le accuse
della Russia ed espresso la «piena
solidarietà» della NATO alla Georgia.
- Messico. 20 settembre. Un
nuovo progetto di nazione per opporsi al modello neoliberista e ai governi
che lo sostengono: è questo l'obiettivo
del Movimiento de Liberación Nacional (MLN). Il suo congresso
costitutivo si è svolto dal 12 al 14 settembre a Città del Messico. Decine
di organizzazioni e di associazioni di sinistra si sono impegnate a
intraprendere o intensificare (laddove già in corso) lotte per il diritto
alla vita, alla casa, all'istruzione, alla libera associazione ed
opinione, in difesa dei territori, contro la militarizzazione, i soprusi
perpetrati dalle multinazionali e l'imposizione di un modello di sviluppo
disumano. Far confluire in un unico movimento di liberazione nazionale le
varie lotte che quotidianamente si combattono sui territori messicani «considerando
che i grandi capitalisti del Messico e la maggior parte della classe
politica, associati alle potenze imperialiste, stanno perpetrando una
nuova occupazione del territorio nazionale, delle imprese, delle
istituzioni e rappresentanze politiche e culturale, dell’esercito e delle
forze armate». Il Manifesto del MLN esprime la convinzione della «necessità
di passare dalla lotta puramente rivendicativa alla lotta per arrivare a
guidare il paese».
- Messico. 20 settembre. E'
stato lanciato un appello all'unità
dell'opposizione, con un invito particolare agli zapatisti e al movimento
che si raccoglie attorno alla leadership di López Obrador. Tra le prime
azioni, è stato annunciato per ottobre un paro nacional (sciopero
nazionale) in difesa di Pemex (l'organismo parastatale petrolifero
messicano). Un'altra battaglia sarà quella contro la riforma dell'educazione,
la cosiddetta Alianza por la Calidad de la Educación. La riforma,
promossa da Felipe Calderón e dalla presidente del Sindicato Nacional
de Trabajadores de la Educación Elba Esther Gordillo, mira in pratica
alla privatizzazione della scuola. Tra le organizzazioni promotrici del
MLN: Frente Popular Francisco Villa, Movimiento Nacional Organizado “Aquí
Estamos”, Frente Popular Revolucionario, Partido Comunista de México
Marxista Leninista, Partido Popular Socialista de México, Unión Popular de
Vendedores Ambulantes 28 de Octubre, Alianza de Tranviarios de México,
Organización Obrero Campesina Emiliano Zapata (Oaxaca), Organización
Campesina Emiliano Zapata (Chiapas), Organización Proletaria Emiliano
Zapata (Chiapas), 12 etnias (Chiapas), Trabajadores de la educación
Morelos, Trabajadores de la educación Sección 36 Valle de México,
Trabajadores de la educación DF, Consejo Coordinador Obrero
Popular-Durango, Colectivo Monterrey, MLN Guerrero, Unión de Juristas de
México, eccetera.
- Euskal Herria. 22 settembre. EA
inizia la raccolta di firme per la consulta. L'Alkartasun Eguna celebrato
ieri a Laudio è stato lo scenario scelto da
EA (Eusko Alkartasuna, partito basco centrosinistra, nato 22 anni fa da
una scissione a sinistra del PNV). L'iniziativa è delle tre formazioni che
compongono il governo di Lakua (PNV, EA e EB) e di Aralar in risposta al
veto del Tribunale Costituzionale spagnolo che, in linea con l'esecutivo,
non intende consentire una consultazione referendaria di
autodeterminazione nei Paesi Baschi. Il segretario generale di EA, Joseba
Azkarraga, ha precisato, nel corso dell'iniziativa, che il partito è
schierato per l'indipendenza di Euskal Herria e che continuerà a lavorare
per conseguire questo obiettivo. Tra le delegazioni invitate, la Chunta
Aragonesista, BNG, ERC, Scottish National Party e il Fronte Polisario.
- Euskal Herria. 23 settembre. La
non condanna di ETA è per il Tribunale
Supremo la ragione principale per illegalizzare EAE-ANV. I magistrati
della Sala del 61 hanno reso pubblico, nella notte di ieri, il loro
verdetto di illegalizzazione (l'ennesima) di un'organizzazione patriottica
basca. Pur considerando irrilevanti gli argomenti portati avanti
dall'accusa, come la posizione contraria dell'ANV al Treno dell'Alta
Velocità, è nella non condanna delle azioni armate dell'ETA il motivo
principale per dichiarare la sua illegalizzazione. Nella sentenza, poi,
non si dubita «che esista un accordo tra ANV e Batasuna perché quel
partito prestasse nelle istituzioni quell'appoggio ad ETA che prima
portava Batasuna». La sentenza non è giunta inaspettata. Negli
ambienti abertzale (patriottici) «questo è il vero volto della mancanza
di democrazia nello Stato spagnolo» in cui «si conculcano i diritti
politici di migliaia di persone». Ora si aspetta anche la sentenza di
condanna contro EHAK. Diversi i messaggi di solidarietà con EHAK e ANV,
i due partiti indipendentisti e di sinistra baschi. Tutti denunciano queste
illegalizzazioni, conseguenza dello «stato d'eccezione» che, in
continuità con il Partito Popolare, il PSOE applica in Euskal Herria e
respingono la (liberticida) Legge dei Partiti, di cui si chiede
l'abrogazione, in nome della restituzione dei diritti civili e politici
ai cittadini baschi, inclusa la rivendicazione del diritto di
autodeterminazione.
- Siria. 23 settembre. La
AIEA riconosce che non sono stati trovati resti di materiale nucleare in Siria.
Nel silenzio massmediatico internazionale pressoché generale, l'Agenzia Internazionale per l'Energia
Atomica ha comunicato che nelle installazioni di Al-Kibar, nel deserto
siriano, attaccate nel settembre dell'anno scorso da Israele (con il
permesso degli Stati Uniti) non è stata trovata traccia alcuna di
materiale nucleare. Washington giustificò l'assenso parlando di tecnici
nordcoreani impegnati nella costruzione di una centrale nucleare,
dichiarazione fornita senza mai alcun riscontro. E' stato lo stesso
direttore generale dell'AIEA, Mohamed El Baradei, a dare queste
comunicazioni all'apertura della riunione di autunno del Consiglio dei 35
governatori dell'agenzia ONU a Ginevra. El Baradei ha chiesto agli Stati
Uniti che AIEA e Teheran possano avere accesso ai supposti «studi»
che per Washington proverebbero la fabbricazione di bombe atomiche in
Iran. Nonostante le ripetute richieste, da Washington nulla è stato
mostrato con l'argomentazione –bizzarra– che quegli «studi»
conterrebbero informazioni che potrebbero aiutare l'Iran a dare impulso
al suo programma nucleare militare. El Baradei ha anche respinto le accuse
dell'Iran sul fatto che suoi ispettori «ficcano il naso» nelle
attività militari e convenzionali relazionate con il suo programma di
missili senza alcun mandato al riguardo.
- Russia / Venezuela. 23 settembre. La
flotta militare russa fa rotta verso il Venezuela con scalo in Siria. Una
flotta di navi da guerra russe è uscita
ieri dalla propria base nel mare di Barents (nord), direzione Venezuela,
dove (a novembre) effettuerà manovre navali senza precedenti dalla Guerra
Fredda, in una regione considerata dagli Stati Uniti come il suo «didietro
patrio». Tra le imbarcazioni: l'incrociatore a propulsione nucleare
"Pietro il Grande" ed il distruttore lanciamissili
"Almirante Chabanenko". La flotta, secondo l'Izvestia,
farebbe scalo in Siria. Il Cremlino, sostiene il quotidiano, intenderebbe
siglare un accordo con Damasco per utilizzare abitualmente i porti siriani
di Tartus e Latakia ed installare portaerei e missili da crociera. Il
presidente del Venezuela, Hugo Chávez, in uno dei suoi ultimi consueti
programmi domenicali, ha detto che il Venezuela è «un alleato
strategico della Russia», ma che «non è nei nostri piani»
l'installazione sul territorio nazionale di basi militari russe. Secondo
un comunicato diffuso dalla marina venezuelana, alle manovre
parteciperanno quattro navi russe con circa mille uomini a bordo e fregate
missilistiche, unità aeronavali e sottomarini delle forze armate di
Caracas. L'annuncio delle esercitazioni giunge in sostanziale concomitanza
con l'arrivo, nel Mar dei Caraibi, della Quarta Flotta USA, che da metà
settembre visiterà «in missione umanitaria» Colombia e Panama. Nei
giorni scorsi, intanto, due bombardieri strategici russi sono atterrati
all’aeroporto di Caracas.
- Russia / Venezuela. 23 settembre. Chavez,
durante la crisi di agosto tra Russia e Georgia, ha espresso solidarietà alla scelta di Mosca di rispondere
all’offensiva lanciata in Ossezia del sud dal presidente georgiano Mikhail
Saakashvili. Il leader venezuelano ha anche appoggiato il riconoscimento
russo della piena sovranità delle regioni georgiane di Ossezia del sud e
Abkazia. Per Mosca, fare affidamento su un alleato come il Venezuela,
rientra nella più ampia strategia di Putin e del neo presidente Dmitri
Medvedev, volta a ridare alla Russia la propria naturale dimensione di
superpotenza dopo venti anni di umiliazioni e prevaricazioni statunitensi.
Un grande gioco che, nella ricerca di nuovi alleati in grado di
condividere la nuova grandezza russa, dal Venezuela si estende verso
l’Asia, in particolare la Cina, e verso il Medio Oriente in Iran. In
secondo luogo, un rafforzamento dei legami tra Mosca e Caracas rappresenta
un’occasione irripetibile per i dirigenti russi per dare un colpo di
maglio alla ormai logora Dottrina Monroe e per rendere la pariglia a
Washington per il sostegno manifestato sia a parole sia con i fatti alle
scelte del presidente georgiano Saakashvili. Purtuttavia, secondo
analisti, la Russia, pur intenzionata a ottenere da Washington un
riconoscimento del suo ritrovato status di superpotenza, non vuole rompere
con gli USA. Mosca ha troppa necessità di investimenti occidentali e di
scambi commerciali con l’Occidente. Di conseguenza, l’assistenza al
Venezuela non andrà oltre una certa soglia e la Russia si limiterà a
svolgere un’azione di disturbo nella ormai sempre più debole sfera di
influenza USA sull’emisfero occidentale.
- Corea del Nord. 23 settembre. Washington
non ha mantenuto l'impegno di ritirare la Corea del Nord dalla sua lista dei «paesi terroristi» e
Pyongyang annuncia la ripresa del suo programma nucleare, con la
ricostruzione del suo maggiore reattore, quello di Yongbyon. L'inclusione
in detta lista chiude la porta alle sovvenzioni occidentali e blocca
qualsiasi tipo di prestito di organismi finanziari. Secondo il portavoce
del ministero nordcoreano degli Affari Esteri, Hyon Hak-bong, intervistato
dall'agenzia Kcna, il suo paese aveva realizzato «perfettamente»
un 90% dello smantellamento. Ad ore si attende anche l'espulsione degli
ispettori dell'Aiea (ente internazionale di controllo sull'energia
nucleare).
- Russia. 24 settembre. Mosca
aspira a mantenere la sua flotta nel Mar Nero (Crimea) ben oltre il 2017,
anno in cui scade il contratto di affitto. Il ministro degli Esteri russo,
Anatoli Serdiukov, ha annunciato in tal senso che saranno sottoposte al governo
di Kiev «una serie di proposte
vanatggiose per entrambe le parti» per convincerlo ad accettare.
L'attuale presidente ucraino, il filo-occidentale Viktor Yushenko, ha
difeso il ritiro della concessione della base in piena crisi georgiana.
- Abkhazia / Russia. 24 settembre. Il governo abkhazo ha annunciato che truppe
russe stazioneranno in forma permanente in tre basi del suo territorio,
inclusa la strategica Gargantas di Kodori, recentemente strappata al
governo di Tbilisi. Le alte due basi russe saranno situate nei due porti
del Mar Nero, a Gudauta e Otchamtchira.
- Cile. 24 settembre. I
Mapuche del Cile prendono le armi. La
"Coordinadora mapuche" delle comunità di Arauko e Malleco ha
annunciato l'inizio della lotta armata «contro le forze militari cilene
di stanza in territorio mapuche, che negli ultimi tempi hanno attaccato e
devastato nostre comunità in differenti settori del Wallmapu». Viene
rivendicato l'attacco del 18 scorso nella zona conosciuta come Lleu Lleu
contro l'accampamento El Guairao, «dove è attestato un distaccamento
delle Forze Speciali dei Carabineros». L'azione, si legge nel
comunicato, è stata portata a termine da una colonna di 12 persone ed «obbedisce
alla volontà di resistenza delle nostre comunità, che si sono scontrate
con la repressione in forma decisa e anche armata a Vilkun, a Temucuicui,
a Chol Chol, a Choque, a Tranaquepe e a Las Huellas. E' anche una risposta
concreta alla militarizzazione del nostro territorio e agli investimenti
capitalisti a Wallmapu». I mapuches si estendono dall'Argentina, dove
vivono tre milioni, al Cile, dove conta una comunità di mezzo milione di
persone. La terra, minacciata dalle transnazionali e dalle miniere d'oro,
è considerata uno degli elementi sacri dei mapuche, con la quale hanno
convissuto in armonia per 12mila anni. «La terra è fondamentale perché
è il nostro spazio identitario, uno spazio sacro ora in mano alle
corporazioni. Quelle minerarie vogliono far saltare le montagne per
estrarre l'oro; quelle petrolifere provocano sversamenti e contaminazione.
In Patagonia vogliono costruire e dicono di voler inondare 11mila ettari.
Il problema è che l'insicurezza sulla nostra vita è latente in modo
permanente perché, finché c'è gente che compra oro, ci saranno miniere.
Quel che determina la distruzione della natura è questa società di consumo»,
sostiene l'attivista Moira Millán, residente nella comunità di Pillán
Mahiza in Argentina.
- Irlanda del Nord. 25 settembre. L'Irlanda
celebra il 25° anniversario della «Grande
Fuga» di 38 prigionieri repubblicani dai blocchi H, la prigione definita
dai britannici come la più sicura d'Europa. Diversi gli eventi promossi
dal movimento repubblicano per ricordare quella che fu la più consistente
fuga nella storia d'Irlanda e della Gran Bretagna ed anche la solidarietà
e gli sforzi di chi aiutò i fuggitivi per settimane ed anni nonostante i
rischi cui ci si esponeva. La «Grande Fuga» del 25 settembre 1983
fu il risultato di uno sforzo coordinato e disciplinato dentro e fuori del
carcere. Enorme la soddisfazione tra i nazionalisti irlandesi. Lo stesso Lord
Colville, membro di spicco del sistema giudiziario britannico dell'epoca,
non poté non «ammirare il grado di abilità di una organizzazione che
rese capaci i suoi prigionieri di guerra di portare a termine un piano di
fuga che, scartando alcuni incidenti dell'ultima ora, fu nella sostanza un
successo». L'organizzazione della fuga significò un grande
investimento di risorse da parte dell'IRA all'esterno in un periodo nel
quale la pressione britannica era molto intensa. Nel novembre 1982 i
prigionieri repubblicani cominciarono a presentarsi voluntari per lavori
carcerari. Dal suo Ufficio per l'Irlanda del Nord, il governo britannico
salutava con soddisfazione l'obbedienza del codice penitenziario da parte
dei prigionieri repubblicani. Questi ebbero in tal modo accesso a praticamente
tutti gli angoli del carcere ed i piani di fuga cominciarono ad essere
studiati. Agli inizi del 1983 fu creato un comitato incaricato delle
evasioni: fu deciso che la fuga di uno o due prigionieri sarebbe stato
controproducente, giacché non avrebbe giovato molto alla lotta all'esterno
e sarebbe servito all'amministrazione carceraria ad identificare i punti
deboli del suo sistema e correggerli.
- Irlanda del Nord. 25 settembre. A
Long Kesh i britannici detenevano oltre 1.500 prigionieri, sorvegliati anche
da un gruppo di intervento rapido dell'esercito britannico equipaggiato con
i metodi più moderni di
vigilanza. I repubblicani individuarono il punto più debole nella
sicurezza nel camion di trasporto dei generi alimentari che percorreva
tutte le installazioni varie volte al giorno e poi usciva. La sicurezza
con riguardo al camion era tanto rilassata che, nonostante tutti i veicoli
fossero ispezionati ogni volta che passavano una porta, quello non lo era
mai nei suoi continui spostamenti nel carcere, anche all'atto di uscire.
Il passo successivo consisteva nel misurarsi con il controllo di una
sezione o un blocco intero senza che suonassero gli allarmi. I blocchi
erano controllati in un punto centrale in quello che si denominava il circolo;
se si voleva prendere il controllo del blocco era imprescindibile
controllare il circolo. Inoltre vi erano allarmi ripartiti in vari punti
del blocco, per cui era necessario assicurare che tutti quelli fossero
sotto controllo ed in modo sincronizzato. La prima cosa necessaria era che
i prigionieri avessero accesso al circolo, e che questo avvenisse in
un'atmosfera rilassata nella quale i carcerieri non si sentissero
minacciati dalla presenza dei prigionieri nelle zone di accesso ristretto.
Per questo la fine del boicottaggio al lavoro nel carcere. Ciò significava
che i prigionieri passavano più tempo fuori delle celle e alcuni
realizzavano lavori di pulizia nel circolo. Quest'ultimi stabilirono la
routine di pulire la sala di controllo ed in molte occasioni lasciavano
the e fette di pane tostato per il carceriere di turno, fino ad arrivare
al punto che i prigionieri stessi aprivano la porta di accesso alla sala
di controllo senza che nessuno vedesse strana la cosa. Tra gli incaricati
della pulizia del circolo c'era Bik McFarlane, che era stato l'ufficiale
dell'IRA al comando durante il periodo dello sciopero della fame, e
vederlo pulire i pavimenti era qualcosa che evidentemente soddisfaceva
particolarmente alcuni dei carcerieri.
- Irlanda del Nord. 25 settembre. Nell'estate
del 1983 fu presentato un piano di fuga che fu accettato dai comandi dentro
il carcere e dalla direzione dell'IRA. Bobby Storey fu nominato responsabile
dell'operazione e Bik McFarlane suo aiutante. Entrambi si trovavano nel blocco
H7. Generalmente l'IRA permetteva di prendere parte ai piani di fuga solo
a quelli che erano disposti a reintegrarsi nell'organizzazione, ma in questa
occasione, la dimensione del camión allargò i piani a tutti i prigionieri del blocco
7 che lo desiderassero. All'inizio fu fissata la data di domenica 18
settembre per la fuga, ma poi si rinviò al 25 per evitare che coincidesse
con la finale di futboll gaelico, giacché questa giornata avrebbe
significato più traffico e controlli alla frontiera. Nelle settimane precedenti
furono effettuate verifiche perché tutto andasse come previsto e ci si
preoccupò di far abituare i carcerieri ad un via via dei prigionieri
perché non sospettassero niente il giorno della fuga.
- Irlanda del Nord. 25 settembre. La
mattina della fuga trascorse in piena normalità: Bik effettuò i suoi lavori abituali come il reparto della
colazione nelle quattro ali del blocco, il che permise di conoscere
l'identità esatta dei carcerieri presenti e così poter decidere quali
uniformi fossero della misura adeguata per i prigionieri durante la fuga.
Il gruppo incaricato di prendere il controllo del circolo era armato con
cinque pistole ed una pistola di legno, preparata dagli stessi
prigionieri. Il resto dei prigionieri incaricati di prendere il controllo
delle quattro ali erano provvisti di martelli e punteruoli. Quando Bik
diede il segnale, si prese il controllo del circolo. Allo stesso tempo il
resto dei prigionieri incaricato di neutralizzare i carcerieri ed evitare
che suonasse l'allarme, portarono a termine il loro compito. Con dei
pretesti tutti si trovavano nelle vicinanze dei carcerieri e non risultò
difficile convincerli che sarebbe stata una stupidaggine non collaborare.
L'IRA teneva già sotto controllo tutto il blocco. Tredici prigionieri
indossarono le uniformi dei carcerieri; il loro compito sarebbe stato
quello di prendere la garitta che si trovava all'ingresso del carcere. Quando
arrivò il camion dei pasti, si aprì la porta esterna che si chiuse prima
di aprire la porta interna ed il conducente non notò niente di strano
finché Bobby Storey li informò: «Questo blocco è sotto il controllo
dell'IRA. Tutti i carcerieri che hanno eseguito gli ordini stanno bene,
uno che non lo ha fatto ha un colpo in testa». Gerry Kelly, che oggi
lavora nell'ufficio del primo ministro nordirlandese, andava a stare con
il conducente durante la fuga. «Ha una condanna di trenta anni e non ha
niente da perdere, così non esiterà a colpirti», lo informò Storey. «Quando
usciamo, tu guiderai il camion e lui andrà a sdraiarsi ai tuoi piedi con
una corda attaccata all'anello di una granata posizionata sotto il tuo
sedile ed una pistola puntata all'addome». Quello che non sapeva il
conducente è che non c'era alcuna granata e che, secondo la versione di
Gerry Kelly, a lui era toccata precisamente la pistola di legno.
- Irlanda del Nord. 25 settembre. 37
uomini salirono dalla parte posteriore del camion, e già per quando arrivarono all'entrata del carcere il piano già
procedeva con ritardo e le cose si complicarono, giacché cominciarono a
scendere i carcerieri del turno seguente. Il numero dei carcerieri
cominciò ad aumentare ed ogni volta era più difficile controllarli e
metterli nella baracca senza che il soldato al posto di vigilanza
sospettasse. «Tutto questo avveniva sotto gli sguardi attenti di un
soldato britannico che, durante il processo successivo alla fuga, quando
gli fu chiesto il perché della sua inazione, semplicemente si limitò a
dire che quello gli pareva un gruppo di `irlandesi matti' che si comportava
in modo strano», secondo quanto racconta Bik, che aggiunge che «bisogna
tenere in conto che tanto gli uni quanto gli altri andavamo vestiti da
carcerieri».
- Irlanda del Nord. 25 settembre. Un
gruppo di carcerieri si accorse che qualcosa di strano stava accadendo e bloccarono
l'uscita. Con gli allarmi sul punto di suonare, furono lasciati tre prigionieri
a controllare la baracca per permettere che gli altri avessero un'opportunità. La maggior parte uscì
dalla porta correndo. A partire da questo momento ciascuno fece quel che
poté per fuggire. Alcuni prendendo le macchine dei carcerieri che
arrivavano per iniziare il turno, altri saltando gli steccati di filo
spinato e lanciandosi per i campi. Diversi furono catturati nei minuti e
nelle ore successive alla fuga. 19 si sottrassero all'operazione di
ricerca, qualcuno arrivando fino a Belfast. Alcuni di loro non sono stati
più ripresi.
- Irlanda del Nord. 25 settembre. I
blocchi H furono disegnati come carceri dentro il carcere. Ogni blocco era
cricondato da una muraglia di acciaio e di filo spinato, vigilato dall'esercito
e comunicanti attraverso portoni idraulici. Per questo lo stupore di una fuga
che Margaret Thatcher definì
come «la più grave della nostra storia». Lord Lowry, che presidette
il processo, disse che era stata «ingegnosamente pianificata e messa in
atto con intelligenza».
- Unione Europea. 26 settembre. La
UE punta a limitare l'immigrazione e di aprire le porte solo a chi è considerato «altamente qualificato» e
che rispondano alle necessità lavorative di ciascun paese. i ministri dei
Ventisette hanno ieri raggiunto un accordo sul Patto Europeo in materia di
Immigrazione e Asilo. Il Patto, approvato all'unanimità ed uno dei
principali obiettivi della presidenza francese, sarà approvato formalmente
al vertice UE del 15 e 16 ottobre. Saranno rifutate le regolarizzazioni
massicce ed adottata una «fermezza totale» contro chi fosse
sprovvisto dei documenti richiesti.
- Germania. 26 settembre. «Gli Stati Uniti perderanno il loro stato di
super potenza nel sistema finanziario mondiale che diventerà molto più
multipolare». Così, ieri, il ministro delle finanze tedesco Peer
Steinbrueck parlando alla camera bassa del parlamento. Secondo il politico
tedesco il terremoto finanziario è destinato a lasciare «un segno
profondo» sulle due sponde dell'Atlantico ma, sottolinea, è un
problema soprattutto USA. «Il mondo non sarà più come prima della crisi».
In una successiva conferenza stampa il ministro ha chiarito che non stava
predicendo una fine del ruolo del dollaro come principale moneta di
riserva, ma piuttosto intendeva mettere in luce l'ascesa di altri
protagonisti finanziari oltre agli USA. Il dollaro, ha spiegato
Steinbrueck, «sarà integrato dallo yen, dall'euro, seconda valuta di
riserva, e dallo yuan»
- Israele. 26 settembre. Lo
storico israeliano Zeev Sternhell, 73 anni, docente all'Università Ebraica di Gerusalemme, noto per la sua posizione
contraria all'occupazione dei territori palestinesi, è rimasto ferito ad
una gamba per l'esplosione di un ordigno di fabbricazione artigianale,
posto all'ingresso della sua abitazione a Gerusalemme. Recentemente lo
studioso israeliano, autore di libri sulle origini dell'ideologia fascista
(è considerato uno dei maggiori esperti al mondo) e sulla storia di Israele,
nonché collaboratore regolare con il quotidiano Haaretz, aveva
ricevuto minacce telefoniche. Recentemente, Sternhell aveva espresso la
sua opposizione al ferreo blocco imposto da Israele alla Striscia di Gaza,
definendolo «immorale ed inefficace». Ieri, sul luogo
dell'attentato, sono stati rinvenuti volantini, con un'offerta di un
milione di shekel (200mila euro) per uccidere un qualsiasi attivista di
Peace Now, creata 30 anni e alla quale appartiene Sternhell. I volantini
e l'attacco, secondo alcuni analisti, rappresentano un nuovo campanello
d'allarme sulla violenza dei coloni e della destra israeliana contro chiunque
metta in discussione, anche in Israele, l'occupazione dei territori
palestinesi.
- USA. 26 settembre. Bush
in tv evoca scenari apocalittici. Sì
bipartisan al piano di salvataggio da 700 miliardi che scarica sui
contribuenti i costi dei fallimenti dei giganti della finanza. Il
presidente George W. Bush e i candidati Barack Obama e John McCain si sono
riuniti ieri alla Casa Bianca, assieme ai leader del Congresso, per
discutere un piano per «salvare l'economia americana» dallo tsunami
finanziario che potrebbe colpire Wall Street e il resto del paese. I due
rivali hanno lavorato ad un progetto bipartisan che affiderà una cifra
astronomica (le prime voci dicevano 700 miliardi di dollari) al governo
di Washington per mettere le stampelle a banche e istituzioni finanziarie
ed evitare collassi ad «effetto domino» che seminerebbero il «panico»
negli Stati Uniti. Bush ha fatto capire che, se il piano non sarà
approvato, un nuovo 1929 (l'anno d'inizio della Grande Depressione) è
dietro l'angolo. Determinata dall’aggravarsi dei contraccolpi della crisi dei
"mutui subprime", questa crisi, scoppiata nell’estate 2007,
nell’ultimo anno si è estesa a macchia d’olio. Uno tsunami che ha travolto
istituzioni finanziarie pubbliche e private apparentemente solide e ha
costretto la Casa Bianca a intervenire pesantemente, mettendo in secondo
piano ogni remora ideologica a favore dell’infallibilità del mercato e
contro il governo pubblico dell’economia. Dalle banche più piccole il
contagio della crisi si è esteso alle istituzioni finanziarie maggiori, da
Bear Stearns a Lehman Brothers, fino alle agenzie semifederali di
rifinanziamento dei mutui Fannie Mae e Freddy Mac. Il governo, con una
decisione di per sé inusuale per un esecutivo conservatore, aveva deciso
di nazionalizzare queste ultime poiché il loro eventuale fallimento
rischiava di accrescere gli effetti negativi della crisi.
- USA. 26 settembre. Già nel gennaio scorso la Casa Bianca aveva
compiuto un primo deciso intervento varando, in collaborazione con il
Congresso, una riduzione temporanea di imposte pari a circa un punto di
Pil. Tuttavia, l’ormai eccessiva crescita del volume d’affari
dell’economia finanziaria rispetto all’economia reale avevano vanificato
la misura adottata e il contagio aveva continuato ad estendersi. Di
conseguenza, dopo il fallimento della banca d’affari Lehman Brothers, la
Fed è intervenuta per salvare il gigante assicurativo Aig, il quinto in
ordine di grandezza tra i colossi finanziari statunitensi. L’ultimo
provvedimento anticrisi deciso in ordine di tempo dall’amministrazione
Bush è quello annunciato nel Giardino delle Rose. Si tratta di una misura
quasi senza precedenti che consentirà al governo di acquistare dalle varie
banche e colossi di investimento e del credito statunitensi tutti quei
titoli, obbligazioni e strumenti finanziari ai mutui insolventi. La inaspettata
(anche se forzata dagli eventi) conversione di George Bush all’intervento
pubblico in economia e il contemporaneo abbandono dei classici dogmi
conservatori del governo minimo e del mercato in grado di autoregolarsi
rappresentano un sostanziale distacco dai pregiudizi ideologici che spesso
hanno guidato le scelte della sua amministrazione. Tuttavia tali scelte,
pur se efficaci per superare la crisi, potrebbero avere esiti indesiderati.
Non sono pochi gli analisti che sostengono ciò. In primo luogo, un
salvataggio che si risolverà in una pura e semplice socializzazione delle
perdite e delle conseguenze sbagliate delle scelte del management (i cui
stipendi superano di almeno 400 volte quelle di un operaio) non
accompagnato da provvedimenti per responsabilizzare tali soggetti non
inciderà a fondo sull’attuale struttura finanziaria statunitense e quanto
accaduto potrebbe ripetersi. In secondo luogo, le scelte interventiste
della Casa Bianca, seguite con notevole attenzione all’estero, con ogni
probabilità saranno applicate anche da altri Paesi. Un esempio del genere
non potrà che indebolire il tradizionale appello a favore del libero
mercato e dello Stato minimo che gli USA, mediante il Fondo Monetario
Internazionale e la Banca Mondiale, hanno sempre indicato come la ricetta
essenziale per il decollo economico dei Paesi in via di sviluppo. Un
messaggio che in regioni come l’America Latina, unito ad altri fattori,
ha costituito uno dei principali fattori di impoverimenti delle nazioni
sudamericane e del conseguente graduale spostamento a sinistra degli
assetti politici locali.
- Israele-USA / Iran. 27 settembre. «Israele aveva pensato seriamente, questa
primavera, di lanciare un attacco militare contro i siti nucleari
iraniani, ma quando ne parlò con il presidente George W. Bush lui non sostenne
l'iniziativa». Così, ieri, il quotidiano britannico The Guardian,
citando una fonte diplomatica di alto livello europea. L'operazione era
stata discussa lo scorso 14 maggio quando il presidente statunitense Bush
si era recato in Israele per il 60˚ anniversario della nascita dello
Stato ebraico. In quell'occasione il primo ministro di Tel Aviv Ehud
Olmert avrebbe chiesto alla Casa Bianca il disco verde per l'attacco.
Sempre secondo la fonte interpellata dal Guardian, Bush non avrebbe
dato il via libera per due motivi: 1) per paura di ritorsioni iraniane
contro obiettivi statunitensi in Iraq, Afghanistan o nel Golfo persico più
generale; 2) perché non convinto delle reali capacità dell'aviazione
israeliana di annientare o danneggiare seriamente le postazioni nucleari
iraniane con un solo raid. Con incursioni succesive, poi, si sarebbe
rischiato di scatenare un conflitto vero e proprio.
- Gran Bretagna. 28 settembre. Londra
si indirizza verso interventi pubblici per salvare gli istituti di credito.
Otto mesi dopo la nazionalizzazione della Northern Rock (nel febbraio scorso,
c'erano le code agli sportelli, come nel '29), la Banca d'Inghilterra sta
mantenendo in vita la cassa ipotecaria Bradford & Bingley ed è alla ricerca
di un acquirente. HSBC, la prima banca europea (con 330mila dipendenti e 100
milioni di clienti), molto presente in Asia, ha licenziato 1100 persone «alla luce
dell'attività globale attuale, del clima economico e in funzione di
previsioni prudenti per il 2009». La City, nel suo insieme, teme
migliaia, se non decine di migliaia di licenziamenti. La HBOS è stata
assorbita dalla rivale Lloyds TBS, con la benedizione del governo di
Gordon Brown. Oggi trema la Royal Bank of Scotland, fortemente indebitata
per l'acquisto dell'olandese ABN Amro.
- Corsica. 28 settembre. La
Consulta ha riaffermato oggi solennemente a Corti, capitale storica della
Corsica, l'accordo del 28 maggio 2008 che ha dato l'avvio al processo di rifondazione
del movimento di liberazione nazionale "Corsica Libera". Sono state sancite, con una mozione
d'orientamento politico, le linee guida, di tappa, in vista della
costruzione di un movimento che riunisca tutti gli indipendentisti. Questa
fase di lavoro e riflessione proseguirà sino a gennaio 2009, quando sarà
celebrato il congresso fondatore di un grande movimento unificato. Quindi
la presentazione alla società còrsa di un percorso politico per un
processo di regolazione della questione nazionale còrsa. I primi ambiti
d'intervento riguardano il problema bancario, lo sfruttamento della terra
còrsa, la lingua, i prigionieri. I problemi più urgenti riguardano la
decorsizzazione degli impieghi e dell'economia, aggravata in questi ultimi
anni da una colonizzazione di popolamento; un sistema finanziario che
favorisce imprese straniere a danno di quelle còrse; lo spossessamento del
patrimonio fondiario a vantaggio di gruppi speculativi stranieri;
l'aggravarsi della crisi degli impieghi e della precarietà; la crisi di
settori come l'agricoltura, la pesca, il piccolo commercio, l'artigianato
con, in tale contesto, un ruolo nefasto giocato dalla grande
distribuzione; un arretramento della lingua nazionale còrsa; il livello
repressivo e la condizione dei prigionieri.
- Corsica. 28 settembre. Le
rivendicazioni immediate di Corsica Libera sono: 1) Creazione di una cittadinanza
territoriale, prima tappa verso la nazionalità còrsa, che, sulla base di almeno 10 anni di residenza
permanente, consenta l'acceso alla proprietà immobiliare, all'impeigo,
alla costituzione d'imprese, all'iscrizione nelle liste elettorali. 2)
Obbligare le banche installate in Corsica a prendere in conto gli
interessi dei còrsi. 3) Obbligare i gruppi della grande distribuzione a
prendere in conto il problema del potere d'acquisto dei còrsi e delle
produzioni còrse. Opporsi all'accaparramento da parte delle multinazionali
(Veolia, Total, Suez etc.) delle nostre ricchezze e del nostro patrimonio.
4) Scioglimento del Padduc ("Plan d'Aménagement et de Développement
Durable de la Còrse") e suo rimpiazzo con un autentico progetto di
sviluppo durevole per i còrsi. 5) Ufficializzazione della lingua còrsa. 6)
Liberazione dei prigionieri politici e cessazione dei procedimenti
giudiziari quale prima tappa per uno statuto politico ed il
riavvicinamento dei prigionieri in Corsica. La Consulta di Corsica Libera
ha dato mandato al Coordinamento provvisorio di mettere in atto gli
orientamenti così definiti e di organizzare delle azioni concrete coerenti
con questi orientamenti.
- Unione Europea. 28 settembre. Il «contagio» della crisi bancaria
statunitense ha ormai raggiunto l'Europa stante i suoi vincoli di
dipendenza. La banca belga-olandese Fortis è a rischio di fallimento. Il
valore delle sue azioni è crollato del 20% venerdì (portando il ribasso al
70% dall'inizio dell'anno) e il direttore generale, Herman Verwilst, è
stato costretto a dimettersi. I primi effetti sull'economia reale si
vedono negli scossoni nel settore immobiliare in Gran Bretagna e Spagna.
L'Irlanda, paese per anni indicato come esempio da seguire, è già entrata
in recessione, a causa dello sboom immobiliare. In Germania, esperti come
Alexander Koch (capo economista all'Unicredit di Monaco di Baviera)
ammettono che l'economia reale è già toccata dalla crisi e già si parla
di
«un rischio di recessione al 75%». La Spagna è a rischio su questo
fronte, con un indebitamento della famiglie pari al 110% del PIL (la
supera solo la Gran Bretagna, con il 120%), causato dalla bolla
immobiliare. In Francia, il presidente Sarkozy ha ammesso che ci sono
minacce di recessione e l'esecutivo si appresta a varare una finanziaria «di
guerra» per il 2009 nel mentre nel paese la disoccupazione ha
ricominciato a crescere in modo significativo. Ma l'Unione Europea (UE)
non ha strumenti comuni per fronteggiare la tempesta in arrivo. La Banca
Centrale Europea ha messo sul mercato più di 100 miliardi di euro per
cercare di evitare il panico, ma la UE proprio sul suo terreno
privilegiato di esistenza, quello economico, non sa che fare. In altri
termini: se una banca europea, con sportelli in vari paesi, facesse fallimento,
quale sarebbe la reazione dell'Unione? Le simulazioni al riguardo effettuate
nell'UE sono servite solo a constatare che mancano gli strumenti
comunitari per farvi fronte. In assenza di una risposta a livello
comunitario, ogni governo si è rinchiuso nelle proprie frontiere, cercando
di rassicurare i propri cittadini.
- Unione Europea. 28 settembre. Gli
USA facciano in fretta ad adottare il piano di salvataggio di 700 miliardi,
perché «le banche europee, che
cominciano a navigare in acque agitate, soffrono di questa incertezza»
e sono nell'attesa di rifilare allo Stato USA i titoli tossici. Ha
espresso questa sua «speranza» il presidente dell'Eurogruppo (paesi
della zona euro), Jean-Claude Junker.
- Russia. 28 settembre. Mosca
tiene al terremoto finanziario di Wall Street. La perdita alla Borsa di Mosca
di oltre la metà del valore record
raggiunto in maggio non sembra aver finora prodotto conseguenze
apprezzabili sul piano economico e sociale; men che meno su quello
politico. Il governo russo è intervenuto sulle maggiori banche nazionali
con alcune decine di miliardi di dollari –circa 60– prelevati dalle sue
abbondantissime riserve valutarie (la Russia è il terzo paese al mondo per
quantità di riserve, dopo la Cina e l'insieme dei paesi del Golfo) e preso
alcune altre misure di stabilizzazione. Nel giro di pochi giorni la Borsa
ha riguadagnato una parte delle perdite e la situazione appare adesso
relativamente stabile. C'è da dire che l'onda d'urto globale della crisi
finanziaria statunitense è stata in Russia più psicologica che reale,
visto che l'unica ad essere davvero esposta verso il sistema bancario
statunitense era la Banca centrale. Il ritiro dalla Russia di molti
investitori stranieri, spaventati dall'immagine oltremodo negativa che
governi e media in Occidente hanno dato del paese in seguito alla guerra
d'agosto con la Georgia, è stato tutto sommato modesto e non ha riguardato
i progetti industriali in corso. Quanto alla Borsa, al momento le perdite
reali più serie sono toccate proprio agli investitori stranieri, che sono
in definitiva i detentori della maggior parte del patrimonio azionario
complessivo negoziato alla Borsa moscovita. Della popolazione russa, si
calcola che meno del 3% abbia una qualche partecipazione al sistema di
risparmio e investimenti che ruota intorno alla Borsa. E le banche
principali, quelle dove si concentra il risparmio, per il momento tengono
abbastanza bene. Nessuno degli indici di consumo ha subito, sinora, i drastici
tagli visti in Occidente. In Russia, poi, il sistema dei mutui e in genere
del credito al consumo non ha un'ampiezza e un'incidenza neanche
lontanamente simili a quelle in uso in Occidente (e in particolare negli
Stati Uniti). La maggior parte degli acquisti –anche di beni costosi–
avviene ancora per contanti; persino gli immobili vengono acquistati
prevalentemente in cash, senza ricorso al credito. Il governo,
almeno in apparenza, sembra in grado di affrontare con calma la
situazione; e la sua «naturale» propensione al controllo di stato
sulle attività strategiche, anche attraverso la creazione di enti
appositi, troverà facilmente applicazione anche in questo caso (con orrore
delle lobby neoliberiste anglosassoni e dei media da queste influenzati).
Ieri il Cremlino ha fatto sapere che la crisi finanziaria globale avrà sul
prodotto interno lordo del paese un impatto inferiore all'1%.
- Russia / Gran Bretagna. 28 settembre. Il
massimo centro di analisi militare dell'Occidente, l'Istituto Studi Strategici
di Londra, ha deciso in questi giorni di schierarsi contro l'allargamento
della NATO a Ucraina e Georgia e a favore di un rapporto migliore con Mosca.
Il fatto è letto da alcuni
osservatori come un segnale significativo: se nel generale e catastrofico
affondamento della presidenza Bush dovesse maturare, in Europa come negli
stessi Stati Uniti, un ripensamento globale dei rapporti internazionali,
questo non potrebbe che portare vantaggi a Mosca, in termini di
allargamento degli investimenti stranieri e di sviluppo dell'economia,
conseguenze naturali del miglioramento di un clima politico oggi più
freddo di quanto non sia mai stato negli ultimi vent'anni.
- Russia. 28 settembre. Il
mondo è cambiato e l’unipolarismo
statunitense ha fatto il suo tempo. È il messaggio principale comunicato
dal ministro degli Esteri Sergei Lavrov all’Assemblea generale dell’ONU.
Lavrov inizia il suo discorso affermando che dopo «l’11
settembre 2001 il mondo è cambiato e si è compattato nella lotta contro il
terrorismo», con la formazione di una «coalizione mondiale contro
il terrorismo» che appariva «una realtà nuova destinata a
definire lo sviluppo delle relazioni internazionali senza doppi criteri di
giudizio e a beneficio di tutti». La retorica della “lotta al
terrorismo” ha infatti consentito a Mosca di reprimere, lontano dai
riflettori internazionali, la resistenza in Cecenia. Poi tale «unità
della coalizione anti-terrorismo» è andata in crisi. Ciò è emerso con
l’Iraq, «quando con il pretesto –rivelatosi falso– della guerra contro
il terrorismo e la proliferazione delle armi di distruzione di massa è
stato violato il diritto internazionale. È stata artificialmente creata una
profondissima crisi, ancora oggi irrisolta». E nella risoluzione della
crisi in Afghanistan. «Ci si chiede soprattutto quale sia il prezzo
accettabile in termini di vite umane tra la popolazione civile nella
perdurante campagna anti-terrorismo, chi determini i criteri di
proporzionalità nell'uso della forza, perché i contingenti internazionali
siano riluttanti a impegnarsi nella lotta contro la crescente minaccia
delle droghe che causa sofferenze sempre maggiori nei paesi dell'Asia
Centrale e dell'Europa».
- Russia. 28 settembre. Per
Lavrov questi e altri non citati elementi sono «fattori di crisi nella coalizione anti-terrorismo». Per il
ministro degli Esteri russo, la sostanza del problema è la mancanza di «parità
tra tutti i suoi membri nel determinare le decisioni strategiche e
soprattutto tattiche». Lavrov insomma non attacca i crimini
statunitensi in sé, ma il fatto che «per gestire la situazione
del tutto nuova (??, ndr) emersa dopo l'11 settembre, la quale
richiedeva un'autentica collaborazione e soprattutto un'analisi comune e
un coordinamento delle azioni da intraprendere praticamente, si è
cominciato ad applicare meccanismi pensati per un mondo unipolare, in cui
le decisioni vengono prese da un unico centro mentre agli altri non resta
che eseguire». Un’arroganza imperiale emersa in altre fondamentali
questioni: «le iniziative unilaterali nel settore della difesa
anti-missile e della militarizzazione del cosmo, i tentativi di aggirare
la parità nei regimi di controllo delle armi, l'allargamento di blocchi
politico-militari, la politicizzazione delle questioni legate all'accesso
alle risorse energetiche e al loro transito».
- Russia. 28 settembre. In
tale contesto, afferma Lavrov, si sarebbe diffusa una sorta di «illusione di un mondo unipolare» che «ha
confuso molti». E qui l’accenno è al presidente georgiano Saakashvili.
«In cambio di una lealtà totale pensavano infatti di ricevere carta
bianca (…) La sindrome di permissività così sviluppatasi ha superato ogni
limite e controllo la notte tra il 7 e l'8 agosto, quando ha avuto inizio
l'aggressione contro l'Ossezia del Sud. Il bombardamento della città di
Tskhinvali sorpresa nel sonno, l'uccisione di civili e soldati della forza
di pace hanno calpestato tutti gli accordi e posto fine all'integrità
territoriale della Georgia». La reazione di Mosca all’aggressione
trova giustificazione nel «difendere i propri cittadini e adempiere ai
compiti di peacekeeping. Il riconoscimento dell'Ossezia del Sud e
dell'Abkhazia era l'unico mezzo possibile per garantire non solo la loro
sicurezza, ma anche la sopravvivenza dei loro abitanti, tenendo conto dei
precedenti atteggiamenti sciovinisti del governo georgiano nei loro
confronti». Lavrov ricorda infatti l’operato dello sciovinista
presidente georgiano Gamsakhurdia, «che nel 1991 con lo slogan "La
Georgia ai georgiani" domandò la deportazione in Russia degli osseti,
abolì lo status autonomo dell'Ossezia del Sud e dell'Abkhazia e poi fece
loro la guerra». Il conflitto perso dalla Georgia portò alla creazione
di «meccanismi negoziali e di peacekeeping con l'approvazione delle
Nazioni Unite e dell'OSCE. Ma l'attuale leadership georgiana ha
coerentemente perseguito una politica di indebolimento di questi
meccanismi, ricorrendo a continue provocazioni, e ha infine calpestato il
processo di pace iniziando una nuova sanguinosa guerra la notte tra il 7 e
l'8 agosto». Una partita conclusasi con il riconoscimento di Abkhazia
e Ossezia del Sud e l’applicazione del piano Medvedev-Sarkozy, «per il
quale ci siamo fortemente impegnati», ma su cui Tbilisi tenta «di
riscriverlo a posteriori» a proprio vantaggio.
Russia. 28 settembre. «La crisi caucasica ha dimostrato ancora
una volta che non è solo impossibile ma anche pericoloso tentare di
risolvere gli attuali problemi con i paraocchi del mondo unipolare (…) Non
si possono più tollerare i tentativi di risolvere le situazioni conflittuali
infrangendo gli accordi internazionali o con l'uso illegittimo della
forza. Se simili azioni restassero impunite rischieremmo di provocare una
reazione a catena». Lavrov critica l’attuale architettura delle
sicurezza europea, ricordando le proposte fatte dal presidente russo
Medvedev a Berlino il 5 giugno, «che ha proposto di elaborare un
Trattato sulla Sicurezza Euroatlantica, una sorta di
"Helsinki-2"», ed afferma che occorre ridare centralità ad
un ONU comunque da riformare. L’attivismo russo non si ferma qui: Lavrov
ricorda tra gli altri l’impegno nell’ambito della CSTO (Organizzazione del
Trattato per la Sicurezza Collettiva), dell'EvrAsES (Comunità Economica
dell'Eurasia), della SCO (Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai).
- Venezuela. 28 settembre. «Regoliamo la finanza internazionale». A
Parigi, dove ha incontrato Nicolas Sarkozy, il presidente venezuelano Hugo
Chavez si è detto d'accordo con il capo dello Stato francese che ha
evocato nuove regole per i mercati finanziari travolti dalla crisi dei
"mutui subprime" negli Stati Uniti. «Noi proponiamo il
socialismo», ha detto Chavez in conferenza stampa, «ma la sua
proposta ci sembra importante perché va contro l'idea perversa del mercato
che regola tutto». «Abbiamo sempre raccomandato una trasformazione
della cosiddetta architettura finanziaria internazionale ma nessuno ci ha
mai seguito. Oggi si vedono le conseguenze», ha detto. Anche la
proposta di Sarkozy di un vertice da tenere entro la fine dell'anno sulla
crisi finanziaria internazionale ha trovato d'accordo il presidente
venezuelano. «Sarebbe bene organizzare un vertice», ha commentato
Chavez, «ma non solamente con il G8», ha aggiunto, con riferimento
ai Paesi del Sud del mondo, all'Africa e all'America Latina. «Occorre
aprire la via a una nuova era post Bretton Woods», ha quindi affermato
Chavez, rilevando che «gli Stati Uniti non hanno saputo agire in
maniera responsabile, una volta che hanno avuto l'immenso potere
dell'egemonia del dollaro».
- Israele. 29 settembre. In
cambio della pace Tel Aviv deve essere pronto a ritirarsi dalle alture del
Golan, da quasi tutta la Cisgiordania e da porzioni di Gerusalemme est. La
clamorosa dichiarazione è del premier
israeliano dimissionario Ehud Olmert. In una lunga intervista al
quotidiano Yediot Ahronot Olmert afferma: «Quello che vi dico io
adesso, prima di me non l’ha mai detto alcun leader israeliano. È giunto
il momento di dire esplicitamente queste cose, di metterle sul tavolo»,
ha esordito Olmert, secondo cui «nell’era dei missili che incombono
sulle retrovie israeliane, è opportuno riesaminare le necessità di
sicurezza». Questo significa che gli israeliani devono concludere
accordi di pace con i loro vicini basati su un ritiro quasi completo dai
territori occupati nel 1967. Tali dichiarazioni, esemplificative del cul
de sac in cui si trova la politica israeliana dopo decenni di
protervia ed aggressioni ai paesi vicini, hanno suscitato le critiche del
ceto politico israeliano. Yossi Beilin, ex leader del partito Meretz, si
indigna per il fatto che «solo adesso Olmert rivela i suoi veri pensieri. È un
peccato imperdonabile che la rivelazione avvenga solo adesso, dopo una
guerra superflua in Libano e dopo mesi trascorsi al governo con Avigdor
Lieberman (leader del partito radicale di “destra” Israel Beitenu,
ndr) impegnati nel tentativo di bloccare ogni spiraglio di pace».
- Serbia / USA. 30 settembre. Si
dà per imminente –questioni di ore– un
accordo tra la NATO e la Serbia sullo scambio di informazioni militari
segrete, in quello che è il più recente segnale di avvicinamento di
Belgrado ai paesi occidentali. L'accordo sarebbe siglato a due anni
dall'ingresso del paese balcanico nel programma "Partnership per la
Pace", che promuove legami con paesi terzi.
- Afghanistan. 30 settembre. Il
presidente fantoccio Kharzai aveva chiesto negoziati, il mullah Omar replica
che garantirà la sicurezza degli
occupanti, se si ritirano. Altrimenti, ha aggiunto il capo supremo dei
taliban in un comunicato diffuso via internet, faranno la stessa fine dei
sovietici, «nonostante la loro avanzata tecnologia». Ai suoi
miliziani ha chiesto che «si mantengano saldi come l'acciaio di fronte
al nemico e con attento rispetto verso i compatrioti innocenti». Li
ha invitati anche a non realizzare azioni contrarie alla legge e alla cultura
islamica.
- Ecuador. 30 settembre. Diritto naturale a
Quito. L’Ecuador di
Correa, il giovane (45 anni) presidente cattolico, economista di sinistra,
ex scout e verace guayaquilegno che finalmente ha chiuso i conti con Banca
Mondiale e Fondo Monetario Internazionale, sarà il primo paese al mondo ad
avere una legge che garantisce ai fiumi, alle foreste, all’aria veri
diritti legali. Il voto favorevole di due giorni fa sulla Nuova
Costituzione sancisce l'entrata in vigore nel paese di una legge già approvata
che cambierà lo status legale della natura da semplice oggetto di
proprietà –privata o pubblica– ad entità avente diritti. «Le comunità
naturali e gli ecosistemi hanno il diritto inalienabile di esistere e di
evolvere, in Ecuador. I loro diritti saranno auto-esecutivi, e metterli in
essere sarà dovere di tutte le istituzioni, di tutte le comunità umane e
di tutte le persone». Thomas Linzey, giurista statunitense che ha
collaborato alla definizione di questo nuovo status legale per la natura,
ha spiegato al quotidiano inglese The Guardian che «la forma
tipica di protezione dell'ambiente nei paesi industrializzati si basa su
un sistema di regole e limiti. Allo stesso modo, la compensazione dovuta
si misura sempre sulla base del danno a una persona o a un popolo. Secondo
il nuovo sistema ecuadoriano, la misura sarà il danno inflitto
all'ecosistema. E persone e popoli potranno ricorrere legalmente a
vantaggio della natura anche qualora non fossero danneggiati dalla sua
distruzione». Il diritto dell'essere umano a vivere in un ambiente
sano e sostenibile si inscrive quindi nel riconoscimento anche alla natura
dello statuto di soggetto di diritto. Per la prima volta al mondo, quindi,
la natura o pachamama vede rispettata integralmente la sua esistenza e il
suo mantenimento, la propria rigenerazione dei cicli vitali, la propria struttura,
i processi evolutivi; e ciascun cittadino singolarmente o collettivamente
potrà esigere il rispetto e l'adempimento di tali diritti della natura.
- Ecuador. 30 settembre. Da
dove nasce l'idea della legge per la natura? Dallo strascico di inquinamento
e povertà lasciato dalle multinazionali,
delle banane, del gas, del petrolio. Si veda la causa legale contro il
gigante Chevron (ex Texano), che in oltre venti anni, sprezzante di ogni
normativa internazionale, ha riversato nella giungla amazzonica 18 milioni
di tonnellate di petrolio e residui tossici, contaminando le acque e il
terreno per oltre 1.700 ettari e minando la salute e le condizioni di vita
di oltre 30mila persone. Un danno stimato in 16 miliardi di dollari. Il
governo ecuadoriano rifiuta di soprassedere e come conseguenza sta
rischiando sanzioni commerciali statunitensi. La nuova costituzione
dell'Ecuador farebbe così da deterrente al ripetersi di disastri come quello
della Chevron Texano e proteggerebbe da devastazioni ambientali aree
ricche di biodiversità come il parco nazionale Yasuni.
- Ecuador. 30 settembre. È una
costituzione in cui il concetto di sviluppo si esprime con l'ausilio di due
termini: buen vivir e kumak
kawasay perché uscendo dalla logica sviluppista e consumista vuole
costruire un sistema economico sociale e solidale, riconoscendo la
centralità dell'uomo come soggetto e come fine, in cui stato e mercato
siano in equilibrio tra di loro e con la natura. L'educazione sarà
gratuita per tutti e fino all'università, nei luoghi di formazione si
userà il sistema educativo bilingue (spagnolo e lingua indigena locale),
saranno facilitate tanto modalità formali, come informali di apprendimento
e si assicurerà formazione riguardo a educazione civica, sessualità ed
ambiente, sempre sotto il punto di vista dei diritti. Agire a partire
dalla formazione è fondamentale per il funzionamento di questa
costituzione, che aggiunge ai tre poteri (esecutivo, legislativo, giudiziario)
quello del controllo elettorale (togliendo lo stesso potere all'esecutivo)
e il potere di trasparenza e controllo sociale, e ratificando in qualche
modo il potere popolare che negli ultimi 10 anni pre-Correa ha fatto
cadere più della metà dei nove presidenti.
- Ecuador. 30 settembre. Due
dei 444 articoli della nuova Costituzione hanno provocato malessere nella
gerarchia dell Chiesa cattolica. Il primo stabilisce che «i cittadini sono liberi di prendere le loro proprie
decisioni in materia di salute e riproduzione e, soprattutto, se vogliono
avere figli e con chi». Il secondo dice che «l'unione stabile e
monogama di due persone avrà gli stessi diritti e doveri delle coppie
sposate».
- Ecuador. 30 settembre. Ha
dato lo sfratto alla base USA di Manta (accordo in scadenza l'anno prossimo),
ha rifinanziato l'assistenza pubblica aumentando (più 143% in un anno) le spese dello Stato, ha
lanciato programmi ambientali. Ora, con la nuova Carta Magna, consolida il
principio di gratuità dei servizi sanitari ed educativi (qualcosa di
fondamentale per l'Ecuador giacché il 50% della popolaizone vive sotto la
soglia della povertà), la natura diventa titolare di diritti e lo stato
controllerà petrolio e telecomunicazioni. Ma ha anche ambizioni minerarie
esplicite e business-friendly, e ha rotto con l'uomo dei movimenti
sociali nel governo, Alberto Acosta (ex presidente dell'assemblea e suo
alleato nella critica alla dollarizzazione dell'economia, uomo del dialogo
con i movimenti indigeni), e più recentemente con la sua stessa portavoce,
Monica Chuji, che ha lasciato Alianza Pais –il movimento di Correa– per
unirsi alla Conaie, la centrale politica indigena il cui leader Marlon
Santi ha convocato un vertice di movimenti a Cuenca per dichiarare guerra
alle miniere. Ma l'ampiezza del successo potrebbe bastare al presidente,
che cerca la rielezione (con la nuova costituzione lo può fare, perché la
figura del presidente esce rafforzata: probabili elezioni all'inizio del
2009 e probabili quattro anni di mandato, più altri quattro nel 2013) e
le sue prime parole sono state chiare. «Garantiremo la libertà di impresa»,
ha detto, ma aggiungendo che le royalties dell'8% pagate dalle imprese
minerarie straniere sono «assolutamente inadeguate», e sui prossimi
contratti «saranno applicate royalties dell'80%». Quanto al debito
estero, ha detto chiaro che «è possibile che parte di esso venga
considerato illegale e quindi da non pagare», e se lo Stato rimarrà a
corto di liquidi non taglierà i programmi sociali ma il rimborso dei suoi
bond. Il debito dell'Ecuador è di circa 10 miliardi di dollari, abbastanza
per strangolare una nazione di 13 milioni di abitanti.
- Ecuador. 30 settembre. Contro
il progetto di Correa si erano mobilitati partiti di destra e gruppi imprenditoriali,
messi in allarme dal modello economico «sociale e solidario» della nuova
Costituzione, che riserva allo Stato il controllo di settori strategici
come l'energia e le telecomunicazioni. Il bastione dell'opposizione era la
città di Guayaquil, centro produttivo del paese, retta dal sindaco
autonomista Jaime Nebot. A metà settembre il capo dello Stato aveva
avvertito del pericolo di una Santa Cruz ecuadoriana in caso di vittoria
del no. Ma il responso delle urne sembra aver convinto Nebot a mostrarsi
conciliante: nella stessa giornata di domenica ha ammesso la sconfitta e
si è detto disposto a dialogare con il governo. La nuova carta
fondamentale ha il 65% dei consensi, i no sono rimasti un pelo sotto il
30%. Nel suo feudo, a Guayaquil, la seconda e più ricca città del paese,
il sindaco Jaime Nebot, capofila del fronte anti-Correa, non ha vinto come
si aspettava: è finita 50 a 50.
- Colombia. 30 settembre. Oltre 13.600 morti, in cinque
anni. Le confessioni di alcuni paramilitari smobilizzati di estrema destra
(filo-governativi) hanno consentito di individuare svariate fosse comuni.
In un rapporto presentato alle Nazioni Unite 400 associazioni per i
diritti umani denunciano che il paramilitarismo non è stato smantellato e
che tra 9-10mila paras hanno già ripreso le armi. Si aggravano, poi, gli
attacchi alle libertà civili sotto il governo Uribe. Omicidi e sparizioni,
all'ordine del giorno, vedono, in più di tre quarti dei casi, una
complicità dello Stato. «Negli ultimi cinque anni si è constatato un
aumento del 67,71% delle esecuzioni sommarie direttamente attribuite alla
forza pubblica», sottolinea il direttore della Comisión Colombiana
de Juristas, Gustavo Gallón.
- Colombia. 30 settembre. L'ex leader delle Auc (paramilitari di estrema
destra) Salvatore Mancuso, estradato in maggio negli Stati Uniti, nel
corso di un'udienza virtuale, ha risposto alle domande della Corte Suprema
colombiana sul cosiddetto Acuerdo de
Ralito, che nel 2001 sancì l'alleanza tra politici e paramilitari. «Sì,
abbiamo influenzato le elezioni presidenziali del 2002», ha dichiarato
senza mezzi termini. A Medellín arrestato l'ex procuratore regionale
Guillermo León Valencia, fratello dell'attuale ministro dell'Interno, per
reati legati al narcotraffico.
- Colombia. 30 settembre. 270.675 persone sono state costrette a lasciare
i propri luoghi per il conflitto. Lo sostiene l'organizzazione non
governativa Consultoría para los Derechos Humanos y el Desplazamiento (CODHES),
che riferisce il dato ai primi sei mesi dell'anno. Stime, in assenza di
un registro ufficiale, danno a quattro milioni il numero di sfollati. Secondo
il presidente di CODHES, Marco Romero, questo fenomeno è
in lenta crescita da quando Álvaro Uribe è arrivato al potere nel 2002. «Il
conflitto armato continua, il processo di smobilitazione paramilitare è
parziale, quest'ultimi continuano ad agire come attori della guerra e del
narcotraffico e le guerriglie continuano a sviluppare uno scontro con lo
Stato ed i paramilitari», aggiunge Romero.