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notizie dal mondo
1-30 novembre 2009
(Home)
a) Italia. Ambasciatore USA in Italia assicura: aumento delle truppe
italiane in Afghanistan (15 e 25). I peraltro parziali costi economici e
sociali della sudditanza agli USA (27). Il riassetto militare USA in Italia
(23). Il caso della base USA di Gaeta ed il mancato pagamento delle bollette
dell'acqua (24). Piccoli e medi imprenditori contro la
"globalizzazione" (24). Intanto anche Unicredito e Banca Intesa,
secondo il Financial Times, sono a rischio sistemico (29).
b) Russia. La Georgia potrebbe attaccare di nuovo l'Ossezia del Sud.
Parla il capo dell'intelligence militare russa (5). Intanto Medvedev
detta le priorità strategiche per la Russia e non lesina critiche a Putin (13).
c) Unione Europea. Dietro la nomina di Van Rompuy a presidente UE (17). Il
giudizio di Lucio Caracciolo direttore di Limes al riguardo (20). Le
preferenze USA verso Massimo D'Alema a ministro degli esteri europeo (17). Da
collegare USA (25). In Sardegna "tassa sul lusso" ai ricchi:
contraria al diritto comunitario (17). Oltre il danno, la beffa: una
"tassa europea" per rimpinguare le casse della UE? Leggere al 24.
Altro al 12 e al 18.
d) Libano. Si forma il governo di unità nazionale con dentro Hezbollah
che avverte: bisogna prepararsi a fronteggiare la prossima aggressione esterna
(9). Intanto appura anche i dettagli dell'esercito israeliano. Un articolo su Yedioth
Aharonoth mostra il livello di conoscenza che Hezbollah ha raggiunto delle
attività, schieramenti e tattiche israeliane (12). Il nuovo governo libanese
legittima Hezbollah ad utilizzare il suo arsenale per difendersi da Israele
(27).
Sparse ma significative:
·
Palestina. Dichiarazione shock del capo
negoziatore palestinese, Erekat «la soluzione di due Stati non è più
un'opzione» (4). Verso una terza Intifada? Parla Yousef Munayyer, direttore del Palestine Center di Washington
(3). Arafat è stato avvelenato. Cosa dice la giornalista uruguaiana
Isabel Pisano (11). Le minacce israeliane, se i palestinesi
dichiarassero unilateralmente l’indipendenza (16). La pulizia etnica sionista
(qualcosa al 29) «costerna» la stessa Casa Bianca (18). Cosa fare per
risolvere la questione palestinese? La risposta dell'ebreo statunitense Norman
Finkelstein (22).
·
Euskal
Herria. La
scommessa della sinistra abertzale (patriottica, ndr) per un processo
pacifico e democratico, per «superare lo scenario dello scontro armato»
(15). Il presidente del Sinn Féin, Gerry Adams, fa sentire la sua voce (14 e
17). Madrid, per ora, risponde con arresti e torture (24 e 30).
·
Turchia. Espellere la Turchia dalla NATO? A
Washington c'è chi lancia l’idea. Per il perché, vedere all'1.
·
Iran. Riavvicinamento tra Teheran e Nuova
Delhi (20)? Sul nucleare iraniano, Mosca converge con Washington (16). A
seguire una scarrellata di notiziole attinenti. Intanto si apre un possibile
fronte anche in Yemen. Al riguardo vedere 15 e 24.
Tra l’altro:
Gran Bretagna (4 novembre).
Cina (19 novembre).
Honduras (29 novembre).
Polonia (6, 27 novembre).
Germania (17 novembre).
USA (9, 30 novembre).
- Turchia.
1 novembre. Ankara da alleato a
“Stato canaglia”? Daniel Pipes, direttore del Middle East Forum –potente think
tank sorto per «promuovere gli interessi americani in Medio Oriente»–
nonché membro della Task Force in materia di terrorismo e tecnologia al
Pentagono, analizza con preoccupazione gli ultimi atti di politica estera
turca. Il 28 ottobre, dalle colonne di “Liberal”, Pipes ha lanciato un
pesante anatema contro Ankara, intitolato Turkey: An Ally No More (La
Turchia non è più un alleato), articolo in cui si esprime con queste parole: «Non c’è dubbio che
sia un nostro amico, dice il premier turco Recep Tayyıp Erdoğan,
quando parla del presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad, perfino quando
quest’ultimo accusa il ministro
degli Esteri israeliano Avigdor Lieberman di minacciare l’uso delle armi
nucleari contro Gaza. Queste irritanti asserzioni denotano un profondo
cambiamento di rotta da parte del governo turco –da sessant’anni il più stretto
alleato musulmano
dell’Occidente– da quando il partito AK di Erdoğan è arrivato al potere
nel 2002». Pipes, attento osservatore
del mondo islamico, cita i più recenti sintomi di tale cambiamento di rotta:
l’annullamento dell’esercitazione militare congiunta turco-israeliana “Aquila
anatolica”, l’effettuazione invece di manovre congiunte turco-siriane e
l’istituzione di un Consiglio di cooperazione strategica di alto livello fra
Siria e Turchia.
- Turchia.
1 novembre. Già l’8 aprile di
quest’anno, nell’articolo Does Turkey still belong in NATO?, apparso
sempre su "Liberal", Pipes sanzionava: «L’islamismo non
costituisce il solo problema con la Turchia. In quella che sta assumendo i
contorni di una Guerra Fredda mediorientale –con l’Iran alla testa di una
fazione e l’Arabia Saudita che guida l’altra– Ankara si è ripetutamente
schierata con la prima: ospitando Mahmoud Ahmadinejad, sostenendo il programma
nucleare iraniano, sviluppando un campo petrolifero iraniano, trasferendo armi
iraniane ad Hezbollah, appoggiando apertamente Hamas, condannando crudelmente
Israele, mettendo contro gli Stati Uniti l’opinione pubblica turca. Osservando
questi cambiamenti la columnist Caroline Glick esorta Washington a ‘lanciare
l’idea di rimuovere la Turchia dalla NATO’. L’amministrazione Obama non ha
intenzione di farlo; ma, prima che Ankara renda inefficace l’Alleanza
atlantica, degli imparziali osservatori dovrebbero attentamente ponderare
questo argomento».
- Turchia.
1 novembre. Come si spiega Pipes la
politica estera turca?
Si tratta di una strategia caldeggiata dal ministro degli Esteri turco
Davutoğlu: «In breve, Davutoğlu immagina un conflitto ridotto con
i Paesi vicini e una Turchia che emerge come potenza regionale, una sorta di
Impero ottomano modernizzato. Implicito in questa strategia è un allontanamento di Ankara dall’Occidente in
generale e da Israele in particolare».
Il direttore del Middle East Forum al termine del suo nuovo messaggio pare
voler richiamare all’ordine l’amministrazione Obama: «Ambienti ufficiali in
Occidente sembrano quasi ignari di questo importantissimo cambiamento
nella fedeltà della Turchia o delle sue implicazioni. Il prezzo del loro errore
presto diventerà palese. Perché la Turchia non è più un alleato».
- Palestina.
3 novembre. Verso una terza Intifada?
È l'opinione di Yousef Munayyer, direttore del
Palestine Center di Washington, che nel corso di una conferenza tenuta il 14
ottobre ha detto: «Chiunque abbia recentemente osservato il Medio Oriente e
i Territori palestinesi occupati può dirvi che rabbia e risentimento stanno
ribollendo appena sotto la superficie». Deducendone dunque che «una
nuova intifada, o sollevazione, può essere giusto dietro l’angolo». La
presidenza di Barack Obama ha finora deluso le aspettative. Il governo
Netanyahu ha di fatto risposto picche alle precedenti dichiarazioni alquanto
ferme di Obama sulla continuazione della politica degli insediamenti israeliani
nei territori occupati (insediamenti assolutamente illegali dal punto di vista
del diritto internazionale). Washington, però, invece di contrattaccare in
maniera più o meno pesante (oltre che scatenare i media statunitensi e
dei paesi "amici"), ha addirittura fatto marcia indietro.
Palestina. 3 novembre. La svolta decisiva si è verificata il 23
settembre, in occasione dell’incontro a tre, fra Obama, Netanyahu e il
presidente dell’ANP (Autorità Nazionale Palestinese), Mahmoud Abbas, in margine
all’assemblea generale delle Nazioni Unite. Originariamente l’incontro avrebbe
dovuto segnare il rilancio ufficiale del negoziato israelo-palestinese; un
negoziato che, a detta dello stesso Obama, aveva due finalità di fondo: la
creazione di uno Stato palestinese con confini basati su quelli d’Israele prima
del 1967 e la sicurezza dello Stato d’Israele. La premessa al negoziato avrebbe
dovuto essere il blocco da parte del governo israeliano dell'espansione degli
insediamenti. Tel Aviv, da parte sua, non solo ha respinto il blocco, ma ha
fatto marcia indietro anche su altre questioni su cui, precedentemente, si era
dimostrato possibilista. Fra queste vi era l’inclusione nel negoziato dello
status di Gerusalemme. Washington ha reagito "spingendo sotto il
tappeto" la questione palestinese. Così, in occasione dell’assemblea
generale dell’ONU di settembre, l’attenzione degli USA si era concentrata sulla
non proliferazione nucleare (ovviamente da parte dell’Iran, piuttosto che da
parte d’Israele, che, dopo tutto, è l’unico Stato mediorientale sicuramente
dotato di armamento atomico), sull’Iraq, sull’Afghanistan e sul Pakistan. La
questione palestinese, invece, era stata appena nominata. Non solo; in seguito
all’incontro fra Obama, Netanyahu e Abbas era risultato chiaro che la posizione
ufficiale degli USA era ormai diventata quella di richiedere alle parti di
trattare lasciando Israele libero di continuare ad espandere le proprie colonie
nei territori occupati. In sostanza, gli USA si appiattivano completamente
sulla posizione sposata dal governo Netanyahu.
- Palestina.
3 novembre. La vittoria di Netanyahu
ha avuto il risultato immediato di mettere in gravi difficoltà il presidente
dell’ANP Abbas. Pur affermando che non c’era più un terreno comune su cui
rinnovare i negoziati di pace, incapace di mettere in pratica una strategia
alternativa, Abbas ha contraddittoriamente continuato a cercare di trattare. Ne
sono risultate due decisioni destinate ad indebolirne ulteriormente la già
debole credibilità politica agli occhi dei palestinesi. La prima decisione è
stata quella d’inasprire la repressione in Cisgiordania contro Hamas; la
seconda è stata quella di prestarsi all’insabbiamento del rapporto Goldstone,
che denunciava i crimini di guerra commessi da Israele contro la popolazione
civile di Gaza. Quest'ultima decisione ha suscitato una tale reazione nelle
piazze palestinesi da costringere Abbas ad una rapida marcia indietro. Subito dopo,
Netanyahu ha reso ancora più insostenibile la posizione di Abbas con il
semplice metodo di aprire una trattativa con Hamas (nel medesimo periodo in
cui, per compiacere il primo ministro israeliano, le forze di sicurezza
dell’ANP continuavano a dare la caccia ai militanti dell’organizzazione di
liberazione nazionale palestinese). Il 30 settembre, il governo israeliano ha
accettato di liberare 20 detenute politiche palestinesi, in cambio di un video
rilasciato da Hamas, dove si documentavano le buone condizioni del caporale
Shalit, ancora nelle mani dell’organizzazione islamista. Una decisione che,
secondo alcuni commentatori palestinesi, più che dalla preoccupazione per le
sorti del caporale Shalit, era determinata dall’opportunità di indebolire
ulteriormente Mahmoud Abbas, rendendolo più ricattabile sulla questione di una
trattativa senza precondizioni.
- Palestina.
3 novembre. Questi fatti si
verificano in un momento particolarmente delicato per il presidente dell’ANP.
Il mandato di Abbas, infatti, era scaduto all’inizio del 2009 e, di
conseguenza, l’ANP era arrivata alla decisione di indire le elezioni
presidenziali il 24 gennaio 2010. Da settembre in avanti, però, Abbas ha
accumulato una serie impressionante di insuccessi; in particolare, non solo l’espansione
degli insediamenti israeliani in Cisgiordania era continuata, ma la pulizia
etnica di Gerusalemme, attraverso la distruzione di case di proprietà di
palestinesi e l’espulsione dei loro abitanti (a cui non era permessa neppure
una sistemazione provvisoria sotto tende da campo), aveva subìto
un’accelerazione. A questo punto, aggiungendo al danno la beffa, il 1°
novembre, durante una visita lampo a Gerusalemme, Hillary Clinton, davanti a
Netanyahu, auspicava la ripresa dei negoziati, dichiarando che: «Ciò che il
primo ministro d’Israele ha offerto in limitazioni concrete per quanto riguarda
la politica degli insediamenti ... è senza precedenti». Una dichiarazione
talmente fuori dalla realtà da lasciare sbalordito perfino un settimanale che
non è certamente filopalestinese, come il Time.
- Palestina.
3 novembre. La situazione era ormai
arrivata ad un punto tale che Abbas è stato indotto a prendere una posizione
ferma, annunciando a più riprese che non si sarebbe presentato per un secondo
mandato presidenziale a causa dell’impossibilità di procedere sulla via del
negoziato, come prova il mancato blocco della politica degli insediamenti. Alla
dichiarazione di Abbas non è seguita la candidatura di nessun altro esponente
della politica palestinese, mentre, nelle fila dell’ANP e dell’OLP, si è
cominciato a parlare della possibile dissoluzione dell’ANP. Dato che il
dichiarato scopo politico dell’ANP è proprio quello di portare a compimento la
trattativa di pace con Israele, ciò che è avvenuto recentemente ha creato una
situazione in cui l’organizzazione, perdendo la sua ragion d’essere, senza
quasi più legittimità popolare, si riduce a funzionare come l’ente a cui
Israele appalta la gestione della sicurezza quotidiana nei territori
palestinesi, in attesa della loro definitiva integrazione nello Stato sionista.
- Gran
Bretagna. 4 novembre. «L'invio di
altri soldati nel Paese non porterà alla sconfitta del talebani». Poche ore
dopo l'uccisione di cinque soldati inglesi da parte di un finto poliziotto
afgano nella provincia di Helmand, così si esprime l'ex ministro degli Esteri
britannico Kim Howells, ora responsabile di questioni di intelligence e
sicurezza. La sua richiesta è quella di un ritiro in più fasi delle truppe
britanniche dalla provincia di Helmand, nel sud dell'Afghanistan. A suo avviso,
è inutile inviare nel paese asiatico occupato altri uomini, visti anche gli
alti costi di mantenimento delle truppe che l'anno scorso hanno raggiunto i due
miliardi di sterline. Il governo britannico sembra, però, non prestare ascolto
alle parole dell'ex ministro e ha in programma l'invio di altri soldati in
Afghanistan.
- Palestina.
4 novembre. Abu Mazen «deve dire
la verità al suo popolo: con la continuazione delle attività israeliane
d'insediamento in Cisgiordania, la soluzione di due Stati non è più un'opzione».
E’ addirittura il capo dei negoziatori palestinesi, Saeb Erekat, a parlare
senza mezzi termini in tal modo. L'errore dei palestinesi (specificamente
dell’ANP di Abu Mazen), nelle parole di Ekerat, è stato quello di non insistere
da subito sul congelamento della politica degli insediamenti. Ancora: «il
premier israeliano Benyamin Netanyahu ha imposto ad Abu Mazen un diktat invece
di un negoziato, proponendo condizioni inaccettabili per la Palestina». In
conferenza stampa, a Ramallah, ha dichiarato che l'unica alternativa rimasta ai
palestinesi è quella di uno Stato comune per ebrei e musulmani. Un'opzione
sempre respinta con forza da Israele, che vede nell'espansione demografica
palestinese una seria minaccia alla preservazione della comunità ebraica.
- Russia.
5 novembre. La Georgia potrebbe
attaccare di nuovo l'Ossezia del Sud, la regione schierata con Mosca per il cui
controllo i due Stati hanno combattuto una guerra l'anno scorso. A sostenerlo,
oggi, è Alexander Shlyakhturov, da aprile a capo della potente intelligence
militare russa, il Gru (acronimo russo che sta per Primo direttorato
intelligence). La situazione si è deteriorata, ha precisato, accusando la NATO
di continuare a fornire armi alla Georgia. «La situazione (dei rapporti,
ndr) con la Georgia rimane tesa perché le attuali autorità georgiane non
soltanto si rifiutano di riconoscere la sovranità di Abkhazia e Ossezia del
Sud, ma stanno cercando in ogni modo di riportare questi due paesi all'interno
della propria giurisdizione», ha spiegato in un’intervista concessa
all'agenzia di stampa di Stato Itar-Tass. «A ciò si deve aggiungere»,
ha sostenuto, «l'imprevedibilità dei tentativi da parte della leadership
georgiana, guidata da Saakashvili (il presidente georgiano, ndr), il
quale potrebbe cedere alla tentazione di usare la forza per domare queste
repubbliche, come fece l'anno scorso». L'Ossezia del Sud e l'Abkhazia si
sono staccate dal controllo del governo georgiano nei primi anni Novanta. La
Russia le ha riconosciute come Stati indipendenti l'anno scorso, dopo la guerra
di cinque giorni scoppiata quando le forze russe respinsero un attacco
georgiano lanciato contro la regione ossetina.
- Polonia. 6 novembre. No al vaccino contro l’H1N1. Il primo ministro
polacco Donald Tusk ha accusato le società farmaceutiche di voler far ricadere
sui governi la responsabilità per i danni causati dai vaccini contro
l’influenza suina, giustificando in questo modo il rifiuto della Polonia di
acquistarli. «Sappiamo che le società farmaceutiche che vendono questi
vaccini contro l'influenza H1N1 non vogliono assumere la responsabilità degli
effetti secondari di questi preparati», ha dichiarato Tusk alla stampa. «Rifiutano
di lanciare esse stesse sul mercato questi vaccini, perché sanno che la loro
responsabilità giuridica sarebbe più importante. Queste società ci
chiedono delle clausole che non sono conformi alla legislazione polacca, e che
fanno ricadere tutta la responsabilità sul governo del paese: gli effetti
secondari e le indennità eventuali».
- Libano.
9 novembre. Hezbollah si prepara a
fronteggiare la prossima aggressione esterna. Lo ha detto Sayyed Fadlallah, uno
dei maggiori dirigenti di Hezbollah, al The Daily Star, così descrivendo
l’atmosfera che si respira in Medio Oriente: «Tutti in questa regione si
stanno preparando alla guerra, anche se a parole, nei convegni, parlano di
pace. (...) L’amministrazione Obama prevede l’escalation militare, non
differisce da quella precedente, fatta eccezione per i metodi con cui ci si
prepara». La tensione è tornata a salire all'indomani della formazione del
governo di unità nazionale in cui Hezbollah entra con due dicasteri di peso:
agricoltura e riforme.
- USA. 9
novembre. «Noi lavoriamo per Dio».
Queste le parole, al Sunday Times, di Lloyd Blankfein, capo esecutivo di
Goldman Sachs, la banca più potente e segreta di Wall Street. Al quotidiano
londinese ha detto che le banche «servono a uno scopo sociale» e Goldman
Sachs in particolare «lavora al servizio di Dio». Queste parole hanno
determinato sconcerto ed indignazione negli stessi Stati Uniti visto che
Goldman Sachs ha annunciato bonus kolossal anche quest'anno, ad appena 12 mesi
da un maxi salvataggio dell’amministrazione Obama che ne ha impedito, per un
soffio, il collasso durante la fase acuta della crisi finanziaria.
- Palestina.
11 novembre. Arafat è stato
avvelenato. Nel giorno della commemorazione del 5° anniversario della morte di
Yasir Arafat, lo afferma la giornalista uruguaiana Isabel Pisano, autrice di
saggi sul leader dell'OLP con cui ha avuto una relazione. «Arafat è stato
avvelenato. È la confessione che ha fatto Ariel Sharon a Ury Dan il suo amico e
confidente in “Entretiens avec Ariel Sharon” (Interviste con Ariel Sharon),
libro che sparì dalle librerie francesi alla velocità di un fulmine». La
Pisano denuncia anche come calunnie sioniste le accuse rivolte a Yasir Arafat
di appropriarsi del denaro della causa palestinese. «I suoi nemici
immaginano che fosse un uomo come loro. Questo è ridicolo. Yasir Arafat ha
vissuto sempre modestamente, mentre chi lo ha ucciso ostenta un lusso osceno».
Per la giornalista latinoamericana «non esiste la volontà da
parte d’Israele di permettere mai un Stato palestinese. Quando i militari
israeliani sono entrati in Palestina, dopo la divisione, lo hanno fatto
uccidendo e impaurendo chi fuggiva. Nel Deir Yassin, il generale Sharon che
aveva circa 20 anni, inchiodò le porte delle case ed incendiò villaggi con
donne, bambini ed anziani dentro bruciandoli vivi. Questo è storia. Se lei
osserva le mappe dell’ONU dal 1947 al giorno d’oggi l’appropriamento di tutto
il territorio palestinese è evidente (...) Gli israeliani hanno assassinato al
sheik Ahmed Yassin e Abdel Aziz al Rantissi decapitando Hamas. Dopo la morte o
assassinio di Arafat non restavano interlocutori validi che è quello a cui la
classe dirigente israeliana aspirava per continuare ad assassinare palestinesi
o espellerli dalle loro terre, come stanno facendo attualmente a Gerusalemme
est». La giornalista rimarca pure che «la forza di spirito
dei palestinesi è invincibile e i dirigenti israeliani sanno che devono
uccidere tutti fino all’ultimo palestinese per poter appropriarsi delle loro
terre. E lo stanno facendo».
- Unione
Europea. 12 novembre. La crisi
economica è colpa dei lavoratori. Indirettamente lo afferma la Banca Centrale
Europea nel suo Bollettino di novembre. È cruciale un maggiore impegno dei
governi verso politiche strutturali, si legge, al fine di «favorire la crescita
sostenibile e l'occupazione» perché la crisi ha inciso sulla capacità
produttiva dell'eurozona. La BCE sottolinea a questo punto che sono «indispensabili»
la moderazione salariale, una sufficiente flessibilità del mercato del lavoro
ed efficaci incentivi all'occupazione «per prevenire una disoccupazione
strutturale molto più elevata nei prossimi anni». «Urgente necessità»,
secondo la Banca Centrale Europea, di politiche che promuovano concorrenza e
innovazione per «accelerare la ristrutturazione degli investimenti e creare
nuove opportunità imprenditoriali».
- Libano.
12 novembre. Hezbollah conosce ogni
dettaglio dell'esercito israeliano. Furia e sgomento all’interno degli apparati
militari e di sicurezza israeliani dopo che un articolo di Ronen Bergman su Yedioth
Aharonoth ha svelato un documento che dimostra il livello di conoscenza che
Hezbollah ha raggiunto delle attività, degli schieramenti e delle tattiche
israeliane nella parte nord della Palestina occupata. Il popolare giornale
israeliano ha rivelato che Hezbollah conosce praticamente ogni dettaglio
concernente l’esercito israeliano, e in particolar modo la brigata 91 situata
nel nord. Si teme che gli Hezbollah siano riusciti ad infiltrarsi in importanti
servizi di sicurezza e così aver ottenuto dati e documenti segreti. «Gli
esperti israeliani e soldati in pensione che hanno combattuto nel nord hanno
detto che i dati ottenuti da Hezbollah sono molto importanti e che una parte di
questi sono stati clonati dagli Hezbollah da documenti segreti che appartengono
alla 91° brigata. Questi documenti mostrano in modo dettagliato la natura dello
schieramento dell’esercito israeliano nel nord. Chi vede questi documenti sa
che sono stati copiati pagina per pagina dai documenti originali top secret.
Gli Hezbollah potrebbero aver acquisito questi dati attraverso delle spie
oppure infiltrandosi nella parte israeliana per scattare delle foto», ha
detto alla televisione israeliana Ronen Bergman, un esperto in affari di intelligence
israeliani.
- Libano.
12 novembre. Yedioth ha detto che il documento di 150 pagine «mostra a
quale livello l’intelligence degli Hezbollah sia riuscita a penetrare
nell’esercito israeliano, e dimostra che gli Hezbollah hanno molte fonti di
informazione», anche riguardanti le attività militari israeliane navali e
aeree, compreso l’uso dei droni. «Non c’è alcun dubbio che gli Hezbollah
conoscano le armi usate in ogni jeep di ogni pattuglia. Conoscono anche il
diametro di ogni mortaio montato sulle jeep e gli orari di ogni pattuglia,
inclusi i documenti che solitamente vengono inviati dal capo della divisione al
capo della brigata. Infatti hanno informazioni che non possono venir ottenute
tramite dei binocoli, quindi come le hanno ottenute?», ha chiesto un
cronista del canale Channel 10 israeliano. L’ex capo della Sicurezza
Nazionale di Israele, Giyora Eiland, ha ammesso –dopo il discorso di mercoledì
del Segretario Generale degli Hezbollah, Sayyed Hasan Nasrallah– che Israele
fallirebbe senza alcun dubbio in una qualunque guerra futura. Eiland ha aggiunto
che il risultato non sarebbe diverso da quello della guerra del 2006. «Se
domani dovesse scoppiare una Terza Guerra del Libano, non sarebbe diversa dalla
Seconda Guerra del Libano, nonostante tutti i progressi dell’esercito. Israele
non può vincere contro un’organizzazione che possiede migliaia di missili
nell’altra parte del confine. Se vogliamo vincere, la guerra dovrebbe invece
venir fatta contro il governo libanese e le sue infrastrutture, del quale
Hezbollah è diventata parte», ha detto Eiland alla televisione israeliana.
- Libano.
12 novembre. Sayyed Nasrallah
mercoledì ha avvertito Israele che non c’è alcun punto nella Palestina occupata
che i razzi della resistenza non siano in grado di raggiungere. Nasrallah ha
anche promesso di frantumare qualsiasi forza israeliana che dovesse mettere
piede sul suolo libanese, indipendentemente dalla dimensione e
dall’equipaggiamento. Martedì, il Capo di Stato Maggiore dell’esercito
d’occupazione israeliano, Gabi Ashkenazi, ha avvertito che gli Hezbollah sono
armati con migliaia di missili, alcuni dei quali potrebbero raggiungere città
come Dimona, Tel Aviv e altre maggiori città della Palestina occupata. «Alcuni
di questi missili hanno una portata di 300 km e altri di 325 km», ha detto
Ashkenazi, aggiungendo che i missili sono pronti all’uso. Nel suo discorso,
Sayyed Nasrallah ha parlato del «pesce meraviglioso ma velenoso» che gli
israeliani hanno recentemente chiamato “Nasrallah”. Secondo i media
israeliani, questo è stato anche un problema per il quartier generale
israeliano. «Nasrallah legge tutti i nostri giornali, legge tutti i dettagli
e li memorizza. Possiamo dire che è l’unico leader arabo che è al corrente di
quel che accade in Israele. Il suo approccio è stato molto preciso quando ha
parlato del pesce velenoso e, infatti, se ne è approfittato nei media per dire
che Hezbollah morde e vince e, quindi, questa immagine ben si adatta agli
Hezbollah», ha detto alla tv israeliana Tseva Yehezkeli, un esperto
israeliano in questioni arabe.
- Russia.
13 novembre. Cinque priorità sulle
quali la Russia dovrà concentrarsi: la tecnologia per l'efficienza energetica,
il nucleare, la tecnologia dell'informazione, lo spazio e il settore
farmaceutico. Sono le linee strategiche, tracciate dal presidente Dmitry
Medvedev, nel suo discorso alla nazione, tenuto ieri all'Assemblea Federale.
Con dei punti di frizione con Putin. Rivolgendosi all'elite politico-economica
del paese, Medvedev ha rinnovato gli attacchi alle grandi imprese di Stato,
create dal suo predecessore Vladimir Putin, dicendo che queste avrebbero dovuto
ripensarsi come società commerciali o altrimenti sparire. Il presidente,
inoltre, ha ordinato al governo guidato da Putin di ridurre la quota del
settore economico in mano allo Stato, che attualmente supera il 40%, entro le
prossime elezioni presidenziali del 2012. Nel suo discorso è rimasta in ombra
la questione centrale di quale forza possa essere in grado di guidare
l'innovazione indicata da Medvedev. Già a settembre aveva pubblicato un piano,
in cui diceva chiaramente che la Russia avrebbe dovuto risolvere i problemi
legati alla sua «economia inefficiente, alla struttura sociale
semi-sovietica e alla debolezza della democrazia». Gli esperti di
"questioni russe" si chiedono come Medvedev pensi di riformare un
sistema politico dominato dal Cremlino, da lui stesso definito una fonte di
burocrazia e corruzione. Lo stesso Medvedev, infatti, ha dichiarato che le
principali società russe, quelle legate al remunerativo settore dell'export di
gas, petrolio e metalli, sono piuttosto riluttanti ad affrontare le sfide della
"new economy".
- Russia.
13 novembre. «Una delle cose più
importanti è che il discorso (di Medevedev, ndr) contiene una importante
affermazione della sua leadership. In più di un'occasione, Medvedev ha dato istruzioni
al governo». Così l'analista Gleb Pavlovsky, presidente di Politics
foundation. «In questo modo è risultato un discorso presidenziale
indirizzato al governo e a (primo ministro Vladimir, ndr) Putin»,
spiega Pavlovsky in un'intervista all'agenzia Interfax. «Il tandem [Medvedev-Putin,
ndr] viene riconosciuto, ma a proporre programma e strategia a questo tandem
è chiaramente il presidente», ha concluso l'esperto.
- Euskal
Herria. 14 novembre. Madrid deve
liberare senza condizione Arnaldo Otegi e gli altri indipendentisti arrestati
se vuole dare impulso ad uno scenario democratico e di pace per Euskal Herria.
Così Gerry Adams, figura di spicco del movimento repubblicano irlandese e tra i
principali referenti del processo politico nel Nord Irlanda, in un comunicato
diffuso ieri. Devono poter lavorare per il raggiungimento di un processo di
pace, per «sviluppare i fondamenti della “nuova fase, nuove strategie e
nuovi strumenti”, per conseguire un nuovo quadro politico nel Paese Basco (…)
Il prosieguo della violenza, dei morti, degli abusi dei diritti umani e degli
arresti non propizieranno una soluzione del conflitto. Cinquanta anni di
conflitto indicano che questo scenario potrebbe proseguire indefinitamente nel
futuro», è scritto nella nota inviata da Adams.
- Euskal
Herria. 14 novembre. «Un uomo di
pace»: così Adams definisce Otegi, portavoce dell’organizzazione
indipendentista e socialista basca, Batasuna. «L’unica vittoria
raggiungibile per il governo di Madrid ed i nazionalisti baschi è il
conseguimento di un quadro e di un processo in cui le differenze politiche
possano essere trattate ed espresse per vie puramente politiche», prosegue
Adams. «La detenzione di Arnaldo Otegi e dei suoi compagni per me è un
ostacolo per questo obiettivo. Conosco Arnaldo Otegi da diversi anni. Ritengo
che sia un uomo di pace. Ritengo che questo punto di vista sia condiviso,
inoltre, dalle migliaia di persone, di differenti sensibilità politiche, che
stanno manifestando pubblicamente contro la sua detenzione».
- Euskal
Herria. 15 novembre. La scommessa
della sinistra abertzale (patriottica, ndr). Ieri, ad Altsasu, in una
cornice di livello molto alto (oltre un centinaio le personalità, sul palco,
dei più svariati ambiti sociali, politici e culturali baschi) è stato
presentata la scommessa politica per un processo pacifico e democratico, per «superare
lo scenario dello scontro armato». Una dichiarazione in tre fogli, in cui
si tratteggiano diagnosi della situazione attuale, idee ed impegni. Ne riassume
il contenuto un passaggio dell'ultimo paragrafo: «Noi confermiamo la nostra
posizione senza riserve per un processo politico pacifico e democratico, per
conseguire una democrazia inclusiva in cui il popolo basco, libero e senza
intimidazioni di alcun tipo, determini liberamente il proprio futuro». Nel
documento, scaturito dal dibattito dentro Batasuna ed allargato poi ad un
pluriverso di organismi baschi, ci sono comunque altre questioni, di rilevanza
internazionale. Si indicano come riferimenti nel processo democratico di
dialogo da mettere in campo i «principi (del senatore, ndr) Mitchell»
seguiti nei conflitti in Irlanda e Sudafrica. Questi principi individuano una
condivisa disponibilità all'utilizzo di mezzi democratici ed esclusivamente
pacifici per risolvere questioni politiche ed esplicitano la rinuncia all'uso
della forza per influire sul processo da parte di tutti i soggetti in campo. La
sinistra abertzale sottolinea poi la sua decisione unilaterale sulla «priorità»
del superamento di un conflitto armato che si è oltremodo prolungato nel quadro
di un processo che renda «irreversibile il cambio politico» attraverso
lo strumento denominato «processo democratico».
- Euskal
Herria. 15 novembre. Sette i principi
assunti e trasmessi alla societa basca e a livello internazionale dalla
sinistra abertzale. Tra questi segnaliamo il primo («la volontà
popolare espressa per vie pacifiche e democratiche si costituisce nell'unico
riferimento del processo democratico di soluzione, sia per la sua messa in
marcia sia per il raggiungimento degli accordi sui quali si dovrà esprimere
tutta la cittadinanza. La sinistra abertzale, come dovranno fare tutti gli
attori in campo, si impegna solennemente a rispettare anche nel corso del
processo le decisioni adottate dalla cittadinaza basca»), il sesto («il
processo democratico deve svilupparsi in assenza totale di violenza e senza
ingerenze») ed il settimo, che investe su un processo di dialogo ed accordo
multipartito nel paese e su un altro di negoziazione ETA-Stato su queste
questioni: smilitarizzazione del paese, liberazione dei prigionieri politici,
ritorno degli esiliati e «trattamento giusto ed equitativo nei confronti
dell'insieme delle vittime del conflitto».
- Italia.
15 novembre. Se in Afghanistan la
linea prevista dalla NATO è quella di un aumento delle truppe, anche l’Italia
farà la sua parte: lo assicura David Thorne, ambasciatore USA in Italia, che ha
parlato della questione in giornata, durante l’inaugurazione della rinnovata
“American School” di Milano. Ai giornalisti che gli hanno domandato se in
Afghanistan il contingente aumenterà e se all'Italia sarà chiesto un ulteriore
sforzo, l'ambasciatore ha risposto di pensare che «si aumenterà un po': non
so quanto» –ha immediatamente aggiunto– «ma credo che l'Italia
farà quello che deve per sostenere questa strategia». Thorne ha inoltre
osservato che «l’Italia è sempre stata un alleato molto forte nella
strategia NATO, e ha fatto cose molte buone in Afghanistan e in altri paesi,
come il Libano». Sull'Afghanistan «Obama uscirà con un programma»,
ha quindi concluso, precisando che la linea sarà quella delineata dal generale
USA Stanley McCrystal: «Ho parlato con molti ministri italiani: l’Italia
sarà lì per la strategia NATO».
- Yemen.
15 novembre. Il presidente del
parlamento iraniano, Alí Lariyani, denuncia l’ingerenza USA in Yemen e
l’individua come nuovo punto caldo. Lariyani ha accusato ieri gli USA di
ingerenza e di sostegno ai bombardamenti dell’Arabia Saudita sui ribelli sciiti
nello Yemen, secondo quanto informa il sito della Camera. Il presidente del
parlamento iraniano, rivolgendosi ai deputati, ha parlato di «accadimenti
deplorevoli intensificatisi in queste due ultime settimane», di «incredibile
ingerenza» e di «ripetuti bombardamenti aerei sulla popolazione».
Lariyani ha parlato di «informative che dimostrano che l’amministrazione
statunitense coopera con questi atti oppressivi».
- Yemen.
15 novembre. Il governo di Sana'a,
che sta cooperando con USA e Arabia Saudita, ha accusato mercoledì Teheran di
ingerenza nei suoi affari interni, dopo che lo stesso giorno il responsabile
della diplomazia iraniana, Manuchehr Mottaki, ha messo in guardia, senza
nominarne alcuno, i paesi della regione dall’intervenire in Yemen. All’agenzia Saba,
una fonte del ministero yemenita degli Esteri, ha respinto «categoricamente,
in risposta alle dichiarazioni di Mottaki, qualunque ingerenza nei suoi affari
interni da qualunque parte provengano». L’Arabia Saudita è intervenuta
apertamente il 3 novembre nella guerra che vede protagonisti dall’11 agosto i
ribelli zaiditi, un ramo dello sciitismo minoritario in Yemen, ma maggioritario
nella parte nord di questo paese arabo, e l’Esercito yemenita. Il pretesto: la
morte di una guardia di frontiera saudita per mano dei ribelli sciiti che
avevano sconfinato. Gli sciiti sono maggioranza in Iran e mantengono un’atavica
ostilità con la monarchia wahabita saudita, tradizionale alleata degli Stati
Uniti nella regione del Golfo Persico o Arabico.
- Palestina.
16 novembre. Se i palestinesi
dichiarassero unilateralmente l’indipendenza, Israele dovrebbe anche valutare
una legge per annettersi alcuni insediamenti. Così il ministro dell'Ambiente
Gilad Erdan, stretto alleato del premier Benjamin Netanyahu, secondo quanto
riferisce Radio Israele. Le autorità palestinesi, per la crescente frustrazione
per lo stallo nei colloqui di pace, hanno detto ieri di prepararsi ad andare al
Consiglio di Sicurezza dell'ONU per cercare sostegno internazionale nei
confronti di uno Stato indipendente in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza.
Il presidente palestinese Mahmoud Abbas ha detto che i negoziati non potranno
riprendere finché Israele non fermerà l'espansione degli insediamenti.
- Palestina.
16 novembre. Nell’intervista a Radio
Israele, Erdan ha evocato anche altre opzioni in mano ad Israele, che ha
conquistato la Cisgiordania nella guerra del 1967 e ha annesso alcuni territori
tra cui Gerusalemme est, la parte araba della città. «Tutto rimane aperto...
si potrebbe iniziare con lo stop al trasferimento di denaro dal governo israeliano
all'Autorità palestinese», ha detto, riferendosi alle tasse che Israele
raccoglie per conto dell'Autorità, come previsto dagli accordi di pace
provvisori. Secondo Erdan, Israele potrebbe anche ripristinare delle
restrizioni alla libertà di movimento degli arabi in Cisgiordania.
- Iran. 16
novembre. USA e Russia alzano la voce
contro l'Iran. Lo fanno, in maniera congiunta, alla riunione dell'APEC di
Singapore. Entrambi i paesi hanno concordato la loro posizione di fronte al
programma nucleare iraniano e deciso di incrementare la pressione su Teheran,
che ha criticato con durezza questa posizione. Il presidente statunitense,
Barack Obama, ha avvertito ieri l’Iran che «il tempo è terminato» e la
Russia, sempre riferendosi al programma nucleare, ha minacciato Teheran di
nuove sanzioni in assenza di avanzamenti. È stato lo stesso presidente russo,
Dimitri Medvedev, ha parlato esplicitamente di rischi di nuove sanzioni se non
si produrranno cambiamenti. «Qualunque processo deve avere una soluzione.
Questo processo di dialogo non esiste per il puro piacere di dibattere, se non
per trovare obiettivi concreti», ha sostenuto Medvedev, evidenziando
l’interesse russo ad approfittare della situazione per concretare una qualcerta
tutela sul comunque temuto paese vicino. In questa fase, oggetto dell’impazienza
statunitense, è la mancanza di una risposta iraniana, a tre settimane dalla
proposta dell’AIEA (Agenzia Internazionale dell’Energia Atomica).
-
- Iran. 16
novembre. Lo scorso fine settimana,
un parlamentare iraniano ha reso evidente quella che è la posizione iraniana di
rifiuto del progetto AIEA, affermando che il progetto di interscambio di uranio
«è rimasto sul tavolo». Ieri, a Teheran, anche l’ex comandante dei Guardiani
della Rivoluzione Mohsen Rezai, candidato alle presidenziali del 12 giugno
scorso e segretario dell’autorevole Consiglio del Discernimento, il più alto
organo di arbitraggio politico iraniano (l’equivalente del Tribunale
Costituzionale nei sistemi occidentali), ha invitato l’Occidente a
sospendere le sanzioni contro l’Iran come «risposta adeguata» per
ripristinare un «clima di fiducia».
- Iran. 16
novembre. Il progetto d’accordo
dell’AIEA del 21 ottobre prevede che l’Iran debba esportare la maggior parte
del suo uranio, debolmente arricchito, in Russia per arricchirlo, prima di
tornare ad inviarlo in Francia dove sarà trasformato in combustibile. E’
evidente l’interesse statunitense a che Teheran accetti questo progetto
d’accordo dell’AIEA, il che significherebbe una significativa ipoteca sulla
sovranità iraniana. Obama ha definito la proposta «giusta».
- Iran /
Francia. 16 novembre. «La risposta
iraniana è in pratica negativa. È una pena, una pena, una pena». Così ha
dichiarato il responsabile della diplomazia francese, Bernard Kouchner, al
quotidiano israeliano Yediot Aharanot che lo ha intervistato.
- Iran /
USA. 16 novembre. Washington sarebbe
favorevole ad una soluzione consistente nell’inviare i depositi di uranio
iraniano in un paese terzo come la Turchia, per realizzare un controllo più
efficace. Così The New York Times, che sostiene che la Casa Bianca
avrebbe informato della cosa Teheran. Il governo turco si è infatti detto
disposto ad accogliere l’uranio iraniano nel quadro di un accordo destinato a
tranquillizzare la comunità internazionale, come hanno riferito sabato i media
turchi, citando il ministro turco dell’Energia, Taner Yildiz. Questi ha
tuttavia precisato che da parte turca non è stata inoltrata alcuna richiesta
formale in tal senso a Teheran, sottolineando che la questione si trova ancora
in una fase di dibattito.
- Iran /
USA. 16 novembre. «Obama, come
Bush». Con queste parole Lariyani ha criticato duramente il presidente
degli Stati Uniti per la decisione di Washington di sequestrare un grattacielo
a New York proprietà di imprese che suppostamente finanzierebbero l'Iran. «Dopo
un anno di discorsi e proclami vuoti, è una disgrazia comprovata che il
comportamento e l'attitudine di questo presidente non sia migliore di quelli
del suo predecessore», ha dichiarato Lariyani in Parlamento. La Procura
statunitense ha presentato una domanda contro la fondazione Alavi e la
corporazione Assa, proprietarie di un edificio di 36 piani nella Quinta Strada
di Manhattan, per inviare denaro alla banca Melli, entità finanziaria statale
iraniana, il che è proibito dalle autorità statunitensi. Giovedì Obama ha
firmato il rinnovo delle sanzioni finanziarie unilaterali imposte dagli USA
all'Iran e ha notificato al Congresso la proroga di un anno avvertendo che «le
nostre relazioni con l'Iran ancora non sono tornate alla normalità».
- USA/
Myanmar (ex Birmania). 16 novembre.
Washington apre al Myanmar. Barack Obama ha aperto ieri le porte ad un
miglioramento delle relazioni con il Myanmar, ai cui dirigenti ha chiesto la
liberazione della dissidente Aung San Suu Kyi e l'organizzazione di elezioni «libere»
nel 2010. Questa apertura si è prodotta nel corso di una riunione –senza
precedenti per un presidente statunitense– con i dieci dirigenti
dell'Associazione delle nazioni del sudest asiatico (Asean), tra i quali il
primo ministro birmano, Thein Sein, a Singapore. In un comunicato diffuso al
termine di quest'incontro di un'ora e un quarto, è stata salutata la politica
di apertura degli Stati Uniti e si è insistito sull'«importanza della
riconciliazione nazionale» in Myanmar. Infine l'auspicio che «le
elezioni generali previste nel 2010 siano libere, giuste, trasparenti e aperte
a tutti perché siano credibili agli occhi della comunità internazionale».
La giunta militare ha annunciato la celebrazione di queste elezioni, ma non ha
fissato ancora la data.
- Euskal
Herria. 17 novembre. Adams saluta l'«importante
passo» della sinistra abertzale (patriottica, ndr). Il presidente
del Sinn Féin, Gerry Adams, ha detto ieri di aver accolto con «soddisfazione»
la dichiarazione di volontà realizzata dalla sinistra abertzale,
considerandola «importante e positiva» per il divenire del conflitto
politico. La dichiarazione, realizzata da più di un centinaio di persone
referenti di diversi organismi della sinistra abertzale, impegna a dare avvio
ad un processo politico pacifico e democratico. Secondo Adams, questa proposta
unilaterale apre la via per un'uscita dall'attuale situazione di conflitto. Il
massimo responsabile del Sinn Féin ha rimarcato un passaggio della
dichiarazione della sinistra abertzale: «l'unico cammino per
raggiungere una soluzione democratica è attraverso la volontà democraticamente
espressa dal popolo, così come l'impegno [della sinistra abertzale, ndr] a
rispettare qualunque decisione libera e pacificamente adottata dai cittadini
baschi».
- Germania.
17 novembre. Cresce la paura per il
vaccino contro l'influenza A. Sette persone sono morte, nelle ultime tre
settimane, dopo la vaccinazione contro l'influenza A con il siero pandemico
Pandemrix (Gsk). Tra le vittime anche un neonato, si legge sul tabloid tedesco Bild
che dà ampio spazio alla notizia. Il piccolo, 21 mesi appena, soffriva di una
grave cardiopatia congenita. Il giorno dopo la vaccinazione è stato colpito da
infarto polmonare ed è morto, nonostante la respirazione artificiale. Mentre la
preoccupazione monta, Susanne Stoecker, portavoce del Paul Ehrlich Institute
(l'istituto federale che si occupa soprattutto di prodotti medicinali come i
vaccini), cerca di buttare acqua sul fuoco. Su Bild dice: «Se succede
qualcosa dopo la vaccinazione non significa che questa ne sia necessariamente
la causa. Soprattutto i pazienti gravemente malati e dunque a rischio se
colpiti da influenza A, ai quali» –sottolinea– «si raccomanda il
vaccino, è possibile che muoiano per la loro preesistente malattia. Il vaccino
può non aver nulla a che fare con il decesso». Le altre vittime conteggiate
dal tabloid sono una donna (65 anni) della Turingia, già malata e che ha subito
un attacco di cuore dopo la vaccinazione; un dipendente Bayer (46 anni),
trovato morto in bagno un giorno dopo la vaccinazione: secondo l'autopsia si è
trattato di morte cardiaca improvvisa. E ancora, un uomo di 55 anni, sempre
della Turingia, deceduto a casa per attacco cardiaco sei ore dopo essere stato
immunizzato; una donna di 92 anni e un 65enne diabetico e infine un uomo di 66
anni, che soffriva di una malattia respiratoria, vaccinato venerdì e trovato
morto ieri nel suo appartamento, ancora una volta in Turingia. Per la Stoecker,
in ogni caso, «al momento attuale i benefici della vaccinazione sono
superiori ai rischi». E il ministro della Salute della Turingia, Heike
Taubert (Spd), ha rinnovato ieri il suo appello ai tedeschi affinché si
vaccinino contro l'influenza A.
- Unione
Europea. 17 novembre. Il Bilderberg
clud dietro la nomina di Van Rompuy a presidente UE? Secondo indiscrezioni del Times
di Londra, che a sua volta riprende articoli apparsi sulla stampa belga, la
decisione di nominare presidente permanente della nuova Unione Europea
disegnata dal Trattato di Lisbona il premier belga Herman Van Rompuy (membro
del partito dei Cristiani Democratici Fiamminghi) è stata presa la sera del 12
novembre in una cena a porte chiuse nel Castello di Hertoginnedal, alle porte
di Bruxelles. A organizzare la cena, cui ha partecipato lo stesso Van Rompuy,
il famoso Bilderberg Club: assieme alla Commissione Trilateral, il più potente
e riservato organo decisionale che dal 1954 riunisce i vertici politici,
finanziari, industriali, militari e mediatici di quell’“Occidente” dominato
dagli USA. Durante la cena il futuro presidente europeo ha dichiarato che, una
volta in carica, si sarebbe fatto promotore di una tassa europea destinata in
particolare alla riforma del sistema finanziario (salvataggio delle banche?),
alla “difesa” ed alla politica energetica. Proprio nel Castello di
Hertoginnedal, di proprietà della famiglia reale belga, nel 1956 si tennero i
primi negoziati per la creazione della CEE e dell'Euratom, embrioni
dell'odierna Unione Europea. Van Rompuy, nonostante il suo apparente basso
profilo, è da tempo un frequentatore sia del Bilderberg Club che della
Commissione Trilaterale, altro potente organismo sovranazionale a conduzione
USA fondato da David Rockefeller.
- Unione
Europea. 17 novembre. Washington
appoggia la candidatura di Massimo D'Alema a ministro degli esteri
europeo. Lo afferma su la Repubblica Sidney Blumenthal, stretto
collaboratore dell'ex presidente Bill Clinton. L'ex presidente della Repubblica
Francesco Cossiga non è affatto sorpreso: quanto dice Blumenthal «corrisponde
al vero perché il primo a schierarsi da premier accanto all'amministrazione
statunitense per intervenire a favore dei kosovari albanesi contro i serbi, fu
il governo italiano presieduto da Massimo D'Alema». Sidney Blumenthal ha
dichiarato che «Massimo D'Alema non è solo un leader di grande rilievo della
politica europea, ma anche un protagonista della politica transatlantica, un
partner chiave degli Stati Uniti. Con lui abbiamo sempre lavorato molto bene. È
stato per noi un partner fondamentale su tutte le questioni più rilevanti. È
una garanzia nei rapporti tra Unione Europea e USA». Secondo il ministro
degli Esteri di centrodestra Frattini, la ripartizione delle poltrone, «a
oggi», vede assegnare la carica di presidente al Partito popolare europeo e
il "ministro degli esteri" al Partito socialista europeo. «E per
questo noi appoggiamo D'Alema», ha concluso.
- Unione
Europea / Sardegna. 17 novembre.
"Tassa sul lusso" ai ricchi contraria al diritto comunitario.
L'imposta della Regione Sardegna sullo scalo degli aerei privati e delle barche
di oltre 14 metri per i non residenti è contraria al diritto comunitario,
perché vìola il principio della libera prestazione dei servizi e costituisce un
aiuto di Stato. Lo ha deciso la Corte di giustizia delle Comunità europee. «Il
costo supplementare per le operazioni di scalo a carico degli operatori aventi
il domicilio fiscale fuori dal territorio regionale e stabiliti in altri Stati
membri crea un vantaggio per le imprese stabilite in Sardegna», ha detto la
Corte nelle motivazioni con cui boccia la legge sarda del 2006, come riferito
oggi da un comunicato stampa. «La Corte considera che la disparità di
trattamento tra residenti e non residenti costituisce una restrizione alla
libera circolazione, poiché non vi è alcuna obiettiva diversità di situazione
che possa giustificare la disparità di trattamento fra le varie categorie di
contribuenti». I giudici europei respingono l'argomento della Regione secondo
cui la tassa serve a finanziare azioni a tutela dell'ambiente, il cui
inquinamento viene aggravato dai jet privati e dalle barche dei vacanzieri
facoltosi. «Gli aeromobili e le imbarcazioni tanto dei residenti quanto dei
non residenti contribuiscono allo stesso modo al degrado dell'ambiente», si
legge nella nota. A ricorrere alla Corte delle Comunità europee contro la legge
era stato il presidente del Consiglio dei ministri e la Corte costituzionale
italiana. Ora, sulla base delle indicazioni fornite dai giudici europei, spetta
alla giustizia italiana invalidare la legge.
- Unione
Europea. 18 novembre. Il presidente
della Banca Centrale Europea sollecita gli Stati membri ad approvare
rapidamente il nuovo sistema di vigilanza finanziaria. Parlando a un convegno a
Francoforte su assicurazioni e fondi pensione, Jean Claude Trichet ha auspicato
«che venga approvato il più rapidamente possibile il nuovo sistema di
architettura di vigilanza». Trichet ha quindi sottolineato di apprezzare
l'intesa sulla costituzione dello Esrb (European Systemic Risk Board) al quale
«la BCE darà pieno sostegno», aggiungendo che l'Ecofin del mese scorso
ha assicurato il percorso legislativo per l'approvazione. L'accordo politico
sulla nuova macrovigilanza finanziaria europea dovrebbe essere raggiunto al più
presto, «entro l'anno», secondo il presidente della Bce Jean-Claude
Trichet. Per il numero uno dell'Eurotower, «le proposte della Commissione
europea per migliorare l'architettura finanziaria della UE sono indirizzate
nella giusta direzione. Voglio incoraggiare con forza il raggiungimento di un
accordo politico entro la fine dell'anno».
- Palestina.
18 novembre. Israele persegue
imperterrito la politica che da sessant'anni ha prodotto pulizia etnica, fuga,
esilio, occupazione indebita e apartheid per l'etnìa palestinese. Di quattro
nodi irrisolti e da decenni dibattuti: insediamenti, Gerusalemme, rifugiati,
indipendenza economica anche nei momenti di colloquio fra le parti, non uno
prospetta un'equa soluzione. Al contrario ciò che non doveva più
accadere (nuove colonie) o su cui bisognava recedere (l'occupazione di
ulteriori territori palestinesi e di Gerusalemme che risalgono al '67) viene
conservato con proclamata volontà da ogni premier e coalizione israeliani. Dopo
privazioni, soprusi, violenze operati da Tsahal, l'umiliazione ricompare
periodicamente e può solo rinnovare Intifade. L'invito di Obama rivolto a
Netanyahu di bloccare il piano degli insediamenti nei quartieri di Gerusalemme
est (Maal'e Adumim, Givat Zeev, Gush Etzion) che hanno definitivamente separato
questa parte della città dal resto della West Bank, è stato ampiamente
inascoltato. Su Gerusalemme Netanyahu dichiara tranciante che una restituzione
non può neppure essere ipotizzata e difende quella legge della Knesset del
1980, dichiarata nulla dalla risoluzione 478 dell'ONU ma tuttora efficace. Il
piano abitativo pro coloni dell'attuale governo d'Israele marcia con la totale
sintonia fra il Likud del premier e il Labur di Barak, antico sostenitore di
quell'infiltrazione subdola nei territori destinati ai palestinesi già
quand'era primo ministro. Questi continui ampliamenti hanno portato oltre
200.000 ebrei d'Europa nei citati quartieri di Gerusalemme, città di 700.000
abitanti in cui anche l'antichissimo cuore arabo di Sheik Jarrah subisce
sventramenti a favore dei palazzi per i coloni. Case di cui sono proprietari lo
Stato e la municipalità ma che vengono offerte a fitti stracciati a famiglie
che intendono abitarli. Il modello Hebron, località dove una minoranza di 8.000
coloni ultranazionalisti protetta dall'esercito tiene sotto il tiro delle armi
170.000 palestinesi, subisce imitazione ed evoluzione ampliando a proprio
favore il numero degli insediati. Il tema dei rifugiati palestinesi,
sacrificato nel 1993 dallo stesso Arafat sull'altare degli Accordi di Oslo, men
che meno vuol essere affrontato da Israele che ha confezionato leggi capaci
(nel 1950 e ampliata nel 1970) di garantire un diritto al ritorno a senso
unico: quello cosiddetto “ebraico” verso i territori dello Stato nato nel 1948
e delle sue colonie disseminate in Cisgiordania e difese coi carri armati.
- Palestina.
18 novembre. Netanyahu non vuole
discutere della sorte dei milioni di palestinesi tutt'oggi bloccati nei campi
profughi di Libano, Siria, Giordania senza patria né diritti. Né quei
palestinesi, un milione e duecentomila, che vivono in Israele riscontrano un
trattamento dignitoso. Sentite il parere dell'avvocato Iyad Rabi, membro del
Raggruppamento democratico arabo Altajammua, in questi giorni in Italia per
alcune conferenze. «Noi arabo-israeliani facciamo i conti con un oggettivo
razzismo constatato anni fa anche da personalità politiche come Tutu e Carter.
Non solo la Knesset ma la stessa Alta Corte di Giustizia avallano comportamenti
altamente discriminatori verso i cittadini arabi che s'aggiungono a vecchie
leggi come quella "sulla proprietà degli assenti" del 1950, un vero
esproprio verso chi s'era allontanato dopo le violenze dell'Irgun. O quella del
1958 di appropriazione della terra per motivi di sicurezza militare rivolta
unicamente contro i proprietari palestinesi. Israele si definisce Stato non
israeliano ma ebraico, sottolineando la matrice etnico-religiosa d'impronta
razziale che esclude chiunque non sia ebreo. Seguono altre vessazioni che noi
israelo-palestinesi conosciamo bene quando veniamo penalizzati a causa
dell'esenzione dal servizio militare, differentemente dagli ultraortodossi che,
pur senza vestire la divisa, non perdono alcun diritto civile. E non
dimentichiamo proposte di legge come quella sulla fedeltà al sionismo con cui
Israel Beiteinu cerca di togliere la cittadinanza a chi non presta giuramento».
- Palestina.
18 novembre. A soffocare l'esistenza
nei Territori sopraggiungono anche penurie da quarto mondo. L'ennesimo allarme
è lanciato da un rapporto di Amnesty International sull'acqua. In Cisgiordania
almeno 200.000 abitanti sono impossibilitati a servirsi d'un rubinetto d'acqua
corrente nonostante a poche centinaia di metri i villaggi dei coloni riempiano
piscine e irrighino l'erba dei loro giardini. Israele, che gode di ulteriori
risorse, s'impossessa dell'80% dell'acqua destinata alla West Bank e la
convoglia unilateralmente verso gli insediamenti. Il fronte di disperazione
estrema si vive a Gaza dove per il blocco totale dell'ingresso di materiale
edile non è possibile effettuare nessuna riparazione anche delle reti idrica e
fognaria distrutte dai bombardamenti dello scorso gennaio. Ne deriva un allarme
endemico che si protrae da mesi. La falda acquifera della Striscia è inquinata
da infiltrazioni d'acqua marina, il 90% della fornitura non è potabile e può
venire usata solo per i servizi. Ma UE e Stati Uniti lasciano che i soldati di
Tsahal continuino a bloccare i valichi di frontiera.
- Palestina.
18 novembre. L’aggressività
israeliana «costerna» anche gli USA. Autorizzata ieri, dal ministero
dell'Interno, la costruzione di 900 nuovi alloggi nel quartiere di Ghilo, a
Gerusalemme est. La decisione, che avviene in piena controversia internazionale
sulle colonie sioniste, s'inscrive nell'obiettivo rivendicato dal governo
israeliano di «giudaizzare» la città. Le colonie sioniste a Gerusalemme rappresentano il 37%
di tutte le costruzioni nei territori palestinesi occupati. La radio militare israeliana ha detto che, prima di
quest'annuncio, il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, aveva
respinto un invito dalla Casa Bianca a fermare in questa fase la costruzione di
decine di abitazioni in questa zona. Il portavoce del Dipartimento di Stato,
Ian Kelly, ha reagito sottolineando che gli Stati Uniti sono «costernati»
per la decisione israeliana. Netanyahu ha giustificato l'autorizzazione
sottolineando che Gilo «è parte integrante di Gerusalemme», considerata
dallo Stato sionista come sua «capitale indivisibile» e che il suo
governo non ha alcuna intenzione di limitare la costruzione di abitazioni.
L'Autorità Nazionale Palestinese (ANP) reclama l'interruzione completa
dell'ampliamento delle già illegali colonie sioniste per riprendere le
negoziazioni con Israele. L'ANP ha intanto allacciato contatti con diversi
Stati rappresentati nel Consiglio di Sicurezza dell'ONU per ricevere appoggi
alla propria intenzione di proclamare uno Stato palestinese indipendente. Sia
gli USA sia l'Unione Europea hanno già dichiarato di essere contrari
all'iniziativa; Israele ha risposto minacciando di annettere un'ulteriore buona
parte parte della Cisgiordania.
- Cina. 19
novembre. Pechino investe con forza
nelle energie alternative per sostituire nel breve periodo la produzione
energetica degli idrocarburi. Preso atto che il fabbisogno energetico cinese è
potenzialmente tanto elevato che deve necessariamente essere soddisfatto con
fonti rinnovabile se se ne vogliono contenere i costi, il partito comunista
incoraggia ora provincie e regioni a riconvertire l’energia al punto che ormai
i progetti ecologici vengono visti come tappe essenziali nello sviluppo
economico. È così iniziata una gara tra le autorità locali a chi protegge e
preserva meglio l’ambiente. In testa al momento c’è Ordos, una regione che
comprende gran parte del deserto della Mongolia. Qui l’americana First Solar
sta costruendo la più grande centrale fotovoltaica al mondo. Del complesso farà
parte anche una centrale eolica dieci volte più potente di quella texana, la
Roscoe Wind Complex, che al momento è la più grande al mondo, ed una centrale a
biomassa. Il governatore di Ordos, Mr.Du, ha da diversi anni in cantiere un
progetto che presto trasformerà parte del deserto mongolo in una sterminata
foresta di pini. Dal 2000 a oggi la percentuale di verde nella regione è salita
dal 20 all’81%. La campagna contro l’inquinamento è dunque iniziata e quello
che fino a qualche anno fa’ era un paese dove non esistevano controlli nelle
fabbriche oggi ne chiude a centinaia per salvare l’ambiente. Anche la
legislazione energetica rispecchia questo nuovo atteggiamento e fissa come
obbiettivo il ricorso alle rinnovabili per soddisfare il 15% della produzione nazionale
entro il 2020.
- Unione
Europea. 20 novembre. Personaggi inconsistenti
ai vertici europei. Sul Sole 24 Ore il direttore di
Limes Lucio Caracciolo afferma che «le nomine del premier belga Van
Rompuy e dell’inglese Ashton fotografano in maniera plastica l’inconsistenza
attuale dell’Europa come attore sulla scena internazionale. Se avessimo
lasciato le sedie vuote sarebbe stato meglio. Le scelte sono emblematiche: dopo
una discussione estenuante si è arrivati a un risultato minimale. In questo
mercato delle vacche è stata evidente la mancanza di spirito comune. I paesi
che contano davvero considerano l’Europa un fatto meramente tecnico. Una resa
proprio nel momento in cui il viaggio di Obama sposta l’asse geopolitico sulla
rotta Cina-Usa. Del resto, nessun leader mondiale, parlando con il signor Van
Rompuy o con la signora Ashton, penserebbe di trattare con l’Europa».
Secondo il quotidiano economico belga De Tijd, la nomina segnala ancora
una volta la predominanza statunitense. Le nomine, segnalava alcuni giorni fa
il quotidiano, sarebbero state decise ad una riunione del Bilderberg, nella
quale era presente l'autorevole ex segretario di Stato USA Henry Kissinger, che
di fronte proprio a Van Rompuy avrebbe detto: «l'Europa ora ha bisogno di un
coach, anziché di un leader».
- Iran /
India. 20 novembre. Il 16 e il 17
novembre, il ministro degli Esteri iraniano, Manouchehr Mottaki, si è recato in
visita ufficiale a Delhi, dove ha incontrato sia il suo omologo indiano,
Somanahalli Mallaiah Krishna, sia il primo ministro, Manmohan Singh. La visita
di Mottaki a Delhi si poneva come obiettivo il rilancio dei rapporti fra i due
paesi. Nel corso degli anni Novanta tali rapporti erano fioriti sulla base di
due fattori: l’identità di vedute e d’interessi sulla situazione in Afghanistan
e la complementarietà energetica. Nel primo caso, Delhi e Teheran miravano a
fermare i taliban, allora al potere in Afghanistan, appoggiando l’Alleanza del
Nord di Massoud; nel secondo caso, Teheran aveva un ovvio interesse a vendere
le sue risorse energetiche, metano e petrolio, e Delhi un altrettanto ovvio
interesse a procurarsele. Nel 2005 era stato firmato un accordo in base al
quale l’Iran, a partire dal 2009, avrebbe fornito all’India 5 milioni di
tonnellate di metano liquefatto all’anno per 25 anni. Nel medesimo tempo, il
progetto di un gigantesco gasdotto che avrebbe portato il metano iraniano
direttamente dai giacimenti di South Pars all’India, passando per il Pakistan,
era sembrato vicino a concretarsi.
- Iran / India. 20 novembre. Fu a quel punto che l’amministrazione Bush
lanciò la sua controffensiva: nel marzo 2005 Condoleezza Rice, allora
segretario di Stato, si recò a Delhi e preannunciò la trattativa per un accordo
USA-India sul nucleare civile (destinato a concludersi con successo lo scorso
anno dopo un iter defatigante). Fin dall’inizio, la Rice, in una serie di
dichiarazioni rilasciate in tempi e contesti diversi, era stata chiara sul
fatto che l’accordo mirava ad allontanare Delhi da Teheran e a rendere
impossibile la costruzione del gasdotto. I risultati non sono mancati: nel
2005-2006 l’India, rovesciando la politica fin lì seguita, ha votato per due
volte contro l’Iran in sede AIEA (Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica);
l’Iran ha reagito tornando indietro sull’accordo per la fornitura di metano
all’India e chiedendo un sostanzioso aumento del prezzo originariamente
concordato; il progetto del gasdotto Iran-Pakistan-India, infine, si è arenato
a causa dell’indisponibilità dell’India. In sostanza, negli ultimi due o tre
anni, i rapporti fra Teheran e Delhi hanno raggiunto il nadir. Ma,
recentemente, vi è stato qualche segnale di ripresa. Il viaggio di Mottaki a
Delhi va appunto inquadrato in tale contesto.
- Iran / India. 20 novembre. Sostanzialmente, Mottaki è arrivato a Delhi
con quattro obiettivi, due vecchi e due nuovi. I due vecchi sono il rilancio
del progetto del gasdotto e il raggiungimento di un accordo sulla questione
delle forniture di metano liquefatto all’India; i due nuovi sono un accordo per
il lancio di un satellite iraniano usando un vettore indiano e l’apertura di
una via di comunicazione che colleghi il porto iraniano di Chabahar alle
repubbliche centro-asiatiche, passando per l’Afghanistan. Il risultato della
visita di Mottaki è stato il classico bicchiere mezzo pieno/mezzo vuoto. Le
richieste che avevano la potenzialità di irritare gli USA –l’accordo sul metano
liquefatto, la ripresa del progetto del gasdotto, il lancio del satellite
iraniano– sono state lasciate cadere o di fatto bloccate dagli indiani, con
pretesti diversi. Vi sono invece stati progressi concreti nel caso del progetto
di corridoio Chabahar-Asia Centrale. L’India ha un ovvio interesse nel progetto
in questione, dato che, a causa dei cattivi rapporti con il Pakistan, non ha un
accesso diretto all’Asia Centrale e, attraverso di essa, alla Russia. L’unica
via alternativa possibile è appunto attraverso il porto di Chabahar e lungo un
corridoio che di lì arrivi in Asia Centrale. Di conseguenza, venendo incontro
alle richieste di Mottaki, Delhi si è impegnata a costruire una bretella
autostradale di 218 chilometri fra Zaranj, una città afghana al confine con
l’Iran, e Delaram, un’altra città afghana a metà strada sulla linea
autostradale che va da Kandahar a Herat e che da qui prosegue per l’Asia
Centrale. Ovviamente, in questo caso, è difficile che gli USA si oppongano al
patto siglato a Delhi. Il progetto, se realizzato, contribuirebbe infatti alla
stabilizzazione della situazione in Afghanistan; e, dato che tale
stabilizzazione è un obiettivo ansiosamente perseguito dall’amministrazione USA
in mezzo a crescenti difficoltà, è chiaro che Washington non ha nessuna
convenienza ad impedire la realizzazione del progetto di autostrada, nonostante
che esso torni a vantaggio anche di Teheran.
- Palestina.
22 novembre. Per risolvere la
questione palestinese basterebbe pretendere da Israele il rispetto del diritto
internazionale. Lo ha affermato l'ebreo statunitense Norman Finkelstein
intervistato dalla TV danese. «Ci sono una serie di norme basilari del
diritto internazionale che dicono che è vietato impossessarsi di un territorio
tramite una guerra. Israele si è impossessata delle Alture del Golan nella
guerra del 1967, e quindi per il diritto internazionale non ha nessun diritto
di occupare le Alture del Golan; deve esserci un completo ritiro israeliano
entro i confini del 4 Giugno 1967. Questo è un requisito indispensabile, non si
può risolvere alcun conflitto a meno che non ci siano principi basilari, e i principi
per risolvere il conflitto Israelo-Palestinese o Israelo-Siriano deve essere il
diritto internazionale». Secondo Finkelstein, la presunta intransigenza di
Hamas sul riconoscimento dello Stato d'Israele è solo un pretesto. «Se Hamas
è il problema, allora perchè non son riusciti a risolvere il conflitto prima
che Hamas vincesse le elezioni? Perché hanno rifiutato i termini della comunità
internazionale. Ogni anno, come accade ora a novembre, la comunità
internazionale vota su una risoluzione dell’Assemblea Generale delle Nazioni
Unite per risolvere il conflitto, e ogni anno il voto è lo stesso. L’intero
pianeta da una parte, 161 nazioni lo scorso anno, e poi Stati Uniti, Israele,
Naurau, Palau, le Isole Marshall, Micronesia e qualche volta l’Australia dall’altra
parte. Il problema non è Hamas. Hamas ha detto ripetutamente che è disposta a
risolvere il conflitto sui confini del giugno 1967». L'ebreo statunitense
ricorda pure il recente rapporto del giurista internazionale Richard Goldstone,
che fu il procuratore capo per i crimini di guerra in Rwanda e Yugoslavia. In
questi Goldstone parla di terrorismo israeliano a Gaza: «l’intenzione di
Israele era di ‘punire, umiliare e terrorizzare’ la popolazione civile –
terrorizzare la popolazione civile (...) Il terrorismo è un fatto e si
riferisce alle azioni contro i civili e le infrastrutture civili per
raggiungere un fine politico, e Israele abitualmente prende di mira civili e
infrastrutture civili per raggiungere fini politici, quindi è terrorismo (...)
Richard Goldstone sta dicendo che Israele ha commesso crimini di guerra e forse
anche crimini contro l’umanità, e Israele dovrebbe venir portata davanti al
Tribunale Penale Internazionale se le persone colpevoli di questi crimini non
vengono perseguite. Semplicemente bisogna far rispettare la legge».
- Italia.
23 novembre. Pentagono: immobiliare
SPA. Un «portafoglio globale di proprietà immobiliari»: 539mila edifici
e altre strutture distribuite in 5579 siti militari. Lo possiede il Pentagono,
il più grande proprietario immobiliare del mondo. Con quel dato statistico si
apre l’ultimo inventario delle basi militari (Base Structure Report 2009),
pubblicato dal Pentagono. La crisi economica non lo tocca: il presidente Obama
ha appena autorizzato un ulteriore aumento del bilancio base del Pentagono, che
nell’anno fiscale 2010 (iniziato il 1° ottobre scorso) è stato portato a oltre
680 miliardi di dollari, compresi 130 per le guerre in Iraq e Afghanistan che
presto saranno aumentati. Si aggiungono 113 miliardi per i militari a riposo e
altre spese di carattere militare, che portano il totale a circa un quarto del
bilancio federale. Oltre un quinto delle proprietà immobiliari del Pentagono si
trova all’estero, in 716 basi e altre installazioni distribuite in 38 paesi, dodici
dei quali europei. Nell’inventario ufficiale non figurano però altre basi in
Europa, come quelle in Kosovo e Romania. In Italia il Pentagono possiede 1430
edifici, con una superficie complessiva di 830 mila m2, più quasi altrettanti
in affitto o concessione. Essi sono distribuiti in 42 siti principali, cui se
ne aggiungono 41 minori portando il totale a oltre 80. I siti delle forze
armate USA in Italia sono molto meno di quelli in Germania (235). Stanno però
acquistando crescente importanza nel «riallineamento» strategico
effettuato dal Pentagono, che sta ridislocando le proprie forze dall’Europa
centrale e settentrionale a quella meridionale e orientale, per proiettarle più
efficacemente in Medio Oriente, Africa e Asia centrale.
- Italia. 23 novembre. In tale quadro la 173a brigata, di stanza a
Vicenza, è stata trasformata in squadra di combattimento formata da più
battaglioni, potenziando il suo ruolo di unica «forza di risposta rapida»
aviotrasportata del Comando europeo degli Stati uniti. Da qui la decisione di
creare un’altra base Usa nell’area dell’aeroporto Dal Molin. Sempre a Vicenza è
stato installato lo U.S. Army Africa (Esercito Usa per l’Africa), trasformando
la Forza tattica nel Sud Europa in componente terrestre del Comando Africa
(AfriCom), il cui quartier generale è a Stoccarda. E’ stata allo stesso tempo
potenziata Aviano, una delle principali basi delle Forze aeree USA in Europa,
che dispongono di 42mila uomini e centinaia di aerei distribuiti in cinque basi
principali e in altre 80 località. Ad Aviano è dislocato il 31st Fighter Wing,
l’unico stormo di cacciabombardieri USA a sud delle Alpi, composto di due
squadriglie di cacciabombardieri F-16. Esso dispone anche di bombe nucleari,
depositate ad Aviano e Ghedi Torre.
- Italia. 23 novembre. In questo potenziamento cresce il ruolo di Camp
Darby, la base logistica che rifornisce le forze terrestri e aeree USA
nell’area mediterranea, africana, mediorientale e oltre. È l’unico sito
dell’esercito USA in cui il materiale preposizionato (carrarmati M1, Bradleys,
Humvees) è collocato insieme alle munizioni: nei suoi 125 bunker vi è l’intero
equipaggiamento di due battaglioni corazzati e due di fanteria meccanizzata. Vi
sono stoccate anche enormi quantità di bombe e missili per aerei, insieme ai «kit
di montaggio» per costruire rapidamente aeroporti in zone di guerra. Questi
e altri materiali bellici possono essere rapidamente inviati in zona di
operazione attraverso il porto di Livorno e l’aeroporto di Pisa. Da qui sono
partire le bombe usate nelle guerre contro l’Iraq e la Jugoslavia. Inoltre,
come documenta Global Security, il 31° squadrone di munizionamento della base è
responsabile di due depositi classificati situati in Israele, una succursale di
Camp Darby le cui bombe sono state usate dalle forze israeliane nella guerra
contro il Libano e nell’operazione «Piombo fuso» contro Gaza. Tale capacità non
è però più sufficiente a Camp Darby: ha quindi necessità di velocizzare i
collegamenti con il porto di Livorno attraverso il Canale dei Navicelli e di
accrescere la capienza dei depositi. In questo viene aiutata validamente dalla
Regione Toscana e dai sindaci di Pisa e Livorno, i quali dimenticano che
i rispettivi consigli comunali, e anche la Provincia di Pisa, hanno approvato
nel 2004-2007 mozioni per «la dismissione e la riconversione a usi
esclusivamente civili di Camp Darby» (come chiede da anni il comitato
formatosi ad hoc).
- Italia. 23 novembre. Stessa situazione a Napoli, dove già era stato
trasferito da Londra il comando delle forze navali USA in Europa. Ora vi è
stato installato anche quello delle forze navali AfriCom. L’ammiraglio Mark
Fitzgerald è così, allo stesso tempo, comandante delle forze navali USA in
Europa, della forza congiunta alleata e delle forze navali AfriCom. Un ruolo
sempre più importante svolge anche la base aeronavale di Sigonella: ci sono due
centri di rifornimento della U.S. Navy fuori dal territorio americano, dalla
quale opera una forza speciale USA per missioni segrete in Africa, insieme a
una delle tre stazioni terrestri (le altre due sono in Virginia e nelle Hawaii)
della rete di telecomunicazioni satellitari GBS, gestita dal 50th Space
Communications Squadron, responsabile delle telecomunicazioni spaziali della
U.S. Air Force. Sempre a Sigonella verrà installato l’Ags, un sistema di «sorveglianza»
NATO, finalizzato non alla difesa del territorio dell’Alleanza ma al
potenziamento della sua capacità offensiva «fuori area». Come se ciò non
bastasse, nella vicina Niscemi, dove già sono in funzione 41 antenne del centro
trasmissioni USA dipendente dalla Navcomtelsta Sicily di Sigonella, saranno
installate tre grandi parabole satellitari (18 metri di diametro) del Muos
(Mobile User Objective System), il sistema di telecomunicazioni satellitari di
nuova generazione della U.S. Navy. La stazione, una delle quattro su scala
mondiale (altre due sono negli USA e una in Australia), permetterà di collegare
–con comunicazioni radio, video e trasmissione dati ad altissima frequenza– le
forze navali, aeree e terrestri mentre sono in movimento, in qualsiasi parte
del mondo si trovino.
- Italia. 23 novembre. L’Italia è destinata a svolgere un importante ruolo
anche nel nuovo piano dello «scudo» antimissili, che gli USA vogliono
estendere all’Europa. Lo ha annunciato il capo del Pentagono Robert Gates. Nel
presentare il nuovo «scudo», basato non su strutture fisse ma su sistemi
mobili di missili SM-3 all’inizio a bordo di navi, ha scritto sul New York
Times: «La seconda fase, che diverrà operativa attorno al 2015, prevede
la dislocazione di missili SM-3 potenziati sul terreno in Europa meridionale e
centrale». È praticamente certo che essi saranno dislocati nel meridione
d’Italia, soprattutto in Sicilia. Le basi in Italia (al cui costo il nostro
paese contribuisce nella misura di circa il 40%) servono quindi non solo alla «proiezione
di potenza» statunitense verso sud e verso est, ma svolgono sempre più
funzioni di carattere globale nella strategia USA. Queste basi (cui si
aggiungono quelle NATO sempre sotto comando USA) dipendono dalla catena di
comando statunitense e sono quindi di fatto sottratte ai meccanismi decisionali
italiani: quando e come vengono usate dipende non da Roma, ma da Washington.
- Gran
Bretagna. 24 novembre. La polizia
britannica arresta arbitrariamente per ottenere i loro profili genetici. È
l'accusa mossa oggi in un rapporto dalla Human Genetics Commission,
l'organismo di garanzia che consiglia il governo sugli aspetti sociali, legali
ed etici. La commissione ha chiesto di rivedere il dibattito sul database e ha
detto che il parlamento deve approvare nuove leggi sull'utilizzo di un archivio
DNA diventato un database di «potenziali sospetti». Oltre tre quarti dei
giovani adulti neri tra i 18 e i 35 anni sono registrati nel database, dice il
rapporto. Costituito nel 1995, il database contiene il profilo DNA di 5 milioni
di cittadini, l'8% della popolazione, vale a dire il più grande archivio
genetico del mondo in proporzione alla popolazione. «Il Parlamento non ha
mai discusso formalmente della costituzionalità del Database nazionale DNA e
delle garanzie attorno a esso», ha detto in un comunicato il presidente
della commissione, il professor Jonathan Montgomery. L'archivio si è sviluppato
attraverso emendamenti alle leggi destinate a regolamentare la presa delle
impronte digitali e le prove fisiche prima che fosse sviluppato il profilo DNA.
E non è chiaro come il database DNA abbia migliorato le indagini della polizia,
dice il rapporto, che cita un anonimo ex dirigente della polizia in pensione
secondo cui «ora è la norma arrestare aggressori per qualsiasi cosa» al
fine di ottenere un campione di DNA. Politici d'opposizione e gruppi per i
diritti umani dicono che il rapporto fornisce un'ulteriore prova del fatto che
la Gran Bretagna stia diventando una «società della sorveglianza», dove
i dettagli personali delle persone sono conservati e i loro movimenti
costantemente monitorati. Un comitato indipendente dovrebbe essere istituito
per riesaminare le prove su chi ha fornito campioni DNA e perché. E va anche
riesaminato, dice la commissione, il tipo di reati per i quali i sospetti
devono fornire i loro dati genetici, oggi piuttosto amplia.
- Euskal
Herria. 24 novembre. Maxi-retata
contro la sinistra indipendentista patriottica basca: 36 appartenenti
all'organizzazione giovanile Segi, illegalizzata per presunti legami con l'ETA,
sono stati arrestati questa mattina dalla polizia spagnola e dalla Guardia
Civil a Gipuzkoa, Nafarroa, Araba e Bizkaia. Si tratta dell'operazione
poliziesca più imponente (per i numeri...) degli ultimi anni. Sono in corso
dozzine di perquisizioni in abitazioni, bar, circoli associativi, luoghi di
ristoro gastronomico ed impianti sportivi. «Il loro unico delittto è stato
l'esercizio dei propri diritti civili e politici». Così hanno poi
dichiarato i familiari dei giovani indipendentisti arrestati. Un imponente
corteo è preannunciato sabato per le strade di Bilbao (Bilbo).
- Italia.
24 novembre. Gaeta, base USA non paga
la bolletta. Il gestore del servizio idrico stacca l'acqua, ma interviene il
prefetto e ristabilisce l'approvvigionamento. Insomma, storie di ordinario
servilismo italiota a Sua Maestà imperiale a stelle e strisce. Chiamati
d'emergenza il sindaco di Gaeta Antonio Raimondi, i rappresentanti di
Acqualatina, autorità Portuale e Capitaneria insieme ad un'altra società
coinvolta, quella che materialmente trasporta l'acqua alle navi americane. Al
prefetto Bruno Frattasi il compito di sbrogliare l'intricata matassa
burocratica: per le autorità italiote l'obiettivo è consentire l'agevole
percorso dei soldi per le bollette, dalle casse statali a quelle del gestore
del servizio idrico, per non scontentare l'alleato/padrone ed incappare in
spiacevoli inconvenienti. Intanto la prima azione è stata quella di ristabilire
l'approvvigionamento idrico alla base per ovvi motivi di sicurezza militare. Se
la situazione dovesse perdurare, si annunciano riunioni per varare altri
provvedimenti.
- Italia.
24 novembre. Piccoli e medi
imprenditori contro la "globalizzazione" in difesa del made in
Italy. Nata nel tessile si sta diffondendo ad altri settori industriali
italiani e si sta trasformando in un vero e proprio movimento contro le grandi griffes
della moda e anche contro Confindustria. Sono già 400 gli imprenditori che
hanno aderito. L’iniziativa è guidata da un imprenditore varesino Roberto
Belloli, intervistato da Marcello Foa su Il Giornale. «Stiamo
uccidendo la nostra ricchezza in nome di una globalizzazione che non ci ha
portato alcun vantaggio e che sta favorendo solo l’Estremo Oriente»,
spiega. Cita l’esempio del marchio Burberry. «Ognuno di noi pensa che sia
inglese. E invece è di proprietà cinese e naturalmente produce tutto in Cina».
E così descrive un paradosso che riguarda tutto il mondo della moda, anche
quella italiana. Nei negozi vengono messi in vendita capi, ad esempio jeans di
lusso, a 120 euro. «Il costo reale di produzione è otto», precisa,
aggiungendo che se fossero fabbricati in Italia costerebbero «circa 12 euro
e peraltro di qualità superiore». Belloli confuta pure il mito della
„globalizzazione“ che portava benefici ai consumatori: «io vedo solo
svantaggi: i prezzi al dettaglio continuano a essere alti, mentre molte aziende
italiane sono state costrette a chiudere, in nome di un processo che
arricchisce solo le grandi multinazionali, che aumentano all’estremo i margini
strozzando i fornitori, e i top manager che incassano bonus sempre più ricchi.
Ci stanno spolpando: la qualità dei prodotti non migliora, anzi spesso
peggiora, la vita resta cara, ma intanto perdiamo posti di lavoro. Andando
avanti di questo passo cosa rimarrà del nostro Paese?»
- Unione
Europea. 24 novembre. Barroso a
favore della "tassa europea". Il presidente della Commissione UE,
Barroso, non ha escluso l’idea di ricorrere a una tassa europea per rimpinguare
le casse dell’Unione. La tassazione diretta ai cittadini europei sarebbe
sostenuta anche dal nuovo presidente permamente della UE, Herman Van Rompuy.
Barroso ha ricordato che il tema delle risorse proprie del bilancio comunitario
è uno degli elementi del programma della sua Commissione.
- Yemen.
24 novembre. Cessare il conflitto in
Yemen è interesse di tutto il mondo islamico. Il ministero degli Esteri
iraniano si è pronunciato per l’ennesima volta negli ultimi giorni chiedendo
alle parti in conflitto in Yemen di porre fine immediatamente ai combattimenti
nell’interesse dell’intero mondo islamico. «Il conflitto fa paura al mondo
arabo e islamico. Per questo invitiamo le parti alla moderazione ed alla
soluzione dei problemi esistenti attraverso il dialogo», ha ribadito il portavoce
del ministero degli Esteri, Ramin Mehmanparast. «Questa guerra non fa altro
che danneggiare gli interessi del mondo islamico e portare beneficio ad alcune
potenze ambiziose presenti nella regione», ha precisato il portavoce.
Teheran ha già espresso piena disponibilità per collaborare con il governo
yemenita e con altri paesi della regione per la stabilità e la sicurezza dello
Yemen. Lo scorso 11 novembre in un’intervista alla tv satellitare al-Arabiya,
il ministro degli Esteri Manouchehr Mottaki ha invitato tutti a uno sforzo
comune per appianare e risolvere lo scontro tra il governo di Sana'a e i
combattenti sciiti.
- Yemen.
24 novembre. Secondo alcuni analisti
il recente conflitto origina da tensioni socio-economiche all’interno della
repubblica di Sana’a. Tensioni che sono sfociate in scontri tra fazioni
islamiste; da una parte il al-Tajammu al-Yamani li l-Islah
(Raggruppamento Yemenita per le Riforme), movimento wahabita finanziato da
Riyadh, dall'altra il movimento zaidita dell’imam Yahya al-Houthi, appartenente
allo sciitismo. Fu il presidente yemenita Ali Abdullah Saleh che dal 1994 armò
e finanziò al-Houthi, inviandolo nella città di Saada, affinché contrastasse il
diffondersi delle scuole wahabite. Col tempo le posizioni tra Sana’a e il
movimento zaidita di al-Houthi mutarono, tanto che nel 2004 quest’ultimo ha
iniziato a pretendere l’autonomia della provincia di Saada dall’autorità
centrale. L’ultima campagna militare del conflitto è iniziata nell’agosto 2009,
quando le forze governative hanno aumentato la pressione militare sui
guerriglieri. L’offensiva, denominata "Terra Bruciata", ha
provocato 3.800 morti e 16.000 feriti tra i militari e la popolazione civile,
cui vanno aggiunti oltre 100.000 sfollati e vaste perdite materiali, secondo la
Croce Rossa e le Nazioni Unite. Ciò ha spinto il presidente Saleh a chiedere
l’aiuto dell’esercito saudita, per poter proseguire la campagna contro il
movimento islamista zaidita. Da parte sua, l’Arabia Saudita è intervenuta non solo
per aiutare Sana’a, ma anche per contrastare gli sconfinamenti del movimento di
al-Houthi nella località montuosa del Jebel Dukhan. L’Arabia Saudita teme di
trovarsi tra due fuochi: la sollevazione zaidita a sud e un’eventuale
insurrezione della numerosa minoranza sciita nel nord, che risiede nelle
regioni petrolifere del paese. Le milizie zaidite, secondo Al Sharq Al Awsat,
avevano preso il controllo della regione di Qatabar, nella provincia di Saada,
al confine tra Yemen e Arabia Saudita. Il regno saudita si è così sentito sotto
attacco, poiché la regione saudita del Jabal Dokhan, confinante con la
provincia yemenita di Sadaa, era stata occupata temporaneamente dalle milizie
di al-Houthi; un’azione che è costata due morti alle guardie di frontiera di Riyadh.
Già il 10 novembre l’Arabia Saudita aveva imposto il blocco navale alle coste
yemenite sul Mar Rosso, nel tentativo di bloccare i rifornimenti ai ribelli.
Inoltre, il presidente Ali Abdullah Saleh, per poter strappare il sostegno
saudita, ha rinunciato ufficialmente a reclamare quei territori yemeniti che
sono occupati dai sauditi dal 1934, che hanno un’estensione equivalente a
quella della Siria.
- Yemen.
24 novembre. Il movimento zaidita ha,
invece, accusato l’aviazione saudita di aver bombardato le proprie postazioni e
di aver permesso alle truppe governative yemenite di attraversare il territorio
saudita, con lo scopo di accerchiare le milizie del movimento di al-Houthi.
Risultano cruenti scontri al confine meridionale dell’Arabia Saudita, con le truppe
di Riyadh che penetrano all'interno della provincia di Saada con la tolleranza
del regime di Saleh. Questi atti e la rinuncia alle terre yemenite annesse dai
sauditi hanno suscitato viva irritazione presso la popolazione locale,
provocando la reazione dei partiti d’opposizione islamici, nazionalisti e di
sinistra. Un’opposizione che ha una considerevole base popolare in tutto il
paese e che, al termine di un incontro, ha emesso un comunicato congiunto che
accusa il governo di aver violato la sovranità nazionale, per poter condurre le
operazioni contro la provincia di Saada. Il presidente Saleh, per giustificare
il suo operato e per garantirsi la legittimazione internazionale, soprattutto
da USA ed emirati arabi del Golfo, adduce a fasi alterne un presunto
coinvolgimento iraniano a fianco di al-Houthi, mai dimostrato, o la presenza di
al-Qaeda sul territorio nazionale, anche se fu proprio lui ad arruolare
migliaia di jihadisti da utilizzare nella guerra contro l'ex Repubblica
Democratica Popolare dello Yemen, ora annessa al resto del Paese.
- Yemen.
24 novembre. Secondo fonti yemenite e
saudite, la milizia di al Houthi non appartiene più alla corrente sciita
zaidita, tradizionalmente prevalente in Yemen, ma a quella duodecimana,
prevalente in Iran. In un’intervista sul sito iraniano Ayandenews,
l’imam Issam al-Imad, che sarebbe collegato al movimento di al-Houthi,
sosterrebbe che loro non sono più zaiditi e che studiano esclusivamente su
testi religiosi che proverrebbero da Qom, capitale religiosa dell’Iran. Al-Imad
sottolinea l’influenza di Khomeini e di Hasan Nasrallah sulla leadership del
movimento di al-Houthi, augurandosi che esso instauri una repubblica islamica
nel territorio yemenita da loro occupato. Nel frattempo il ministro degli
esteri iraniano Manouchehr Mottaki, si è offerto di cooperare col governo dello
Yemen per «ripristinare la sicurezza» nel paese, ammonendo che «coloro
che versano benzina sul fuoco devono sapere che non saranno risparmiati dal
fumo che si alzerà». Intanto, secondo l’UPI del 18 novembre 2009, l’Iran ha
inviato delle navi da guerra nelle acque dello Yemen, nel Golfo di Aden, con il
pretesto di combattere i pirati somali che predano le principali rotte di
navigazione. Il dispiegamento iraniano coincide con il blocco navale dell’Arabia
Saudita nel Mar Rosso, che ha inviato tre navi da guerra dalla sua base di
Yanbu, per intercettare le spedizioni di armi che, asserisce Riyadh, sono
inviate dall’Iran e dall’Eritrea ai ribelli sciiti che combattono le forze
saudite nello Yemen del nord. Le relazioni tra l’Eritrea e Yemen sono state
tese per qualche tempo, e scontri di frontiera sono stati segnalati negli anni
Novanta. Il regime di Asmara è accusato dai suoi vicini di aiutare i militanti
islamici che combattono in Somalia. Il governo del presidente Saleh sostiene
che anche gli iraniani armano i ribelli zaiditi. Il regime di Sana’a sostiene
che la sua marina ha intercettato nel Mar Rosso, il 26 ottobre, una nave con
equipaggio iraniano carica di armi. Il comandante dell’esercito iraniano, il
maggior generale Hassan Firouzabadi, ha avvertito l’Arabia Saudita che il «terrorismo
di stato wahabita» nello Yemen potrebbe avere conseguenze in tutta la
regione. La stampa ufficiale saudita ha riferito che re Abdullah s’è incontrato
con il direttore generale della Central Intelligence Agency, Leon
Panetta, a Riyadh il 15 novembre 2009. A Washington, il capo del Pentagono,
Robert Gates, ha incontrato il vice ministro della difesa dell’Arabia Saudita,
il principe Khaled bin Sultan, per discutere di «questioni di sicurezza
regionale».
- USA /
India. 24 novembre. Tappeto rosso per
il primo ministro indiano. Il presidente statunitense, Barack Obama, ha
riservato al premier indiano, Manmohan Singh, l’accoglienza che si riserva agli
amici particolarmente graditi. Perché –ha detto Obama– Stati Uniti e India si
fondano su valori comuni e possono costruire «una partnership capace di
definire il ventunesimo secolo». Obama ha voluto che in onore del premier
indiano e della sua signora, Kaur Gursharan, venissero prodigate tutte le
attenzioni diplomatiche possibili. Culminanti nella prima cena di Stato
ufficiale della sua amministrazione. In mattinata il presidente USA e Singh si
sono intrattenuti a colloquio per quasi un’ora e mezza nello Studio Ovale della
Casa Bianca. Poi i temi del colloquio sono stati ulteriormente approfonditi in
un incontro più allargato con i vertici delle due delegazioni. E prima della
cena ufficiale, ai Singh e alla loro delegazione gli Stati Uniti hanno offerto
anche un pranzo ufficiale al Dipartimento di Stato, presenti il vicepresidente
USA, Joe Biden, e il segretario di Stato, Hillary Clinton. Per nessuno dei
presidenti finora ricevuti alla Casa Bianca Obama aveva riservato
un’accoglienza tanto accurata, attenta e calorosa. «È un onore per me
accogliere a nome del popolo americano la prima visita ufficiale del premier
Singh – Riflette il valore della nostra relazione, per una partnership che
vuole definire il XXI secolo», ha detto Obama. Singh dal canto suo lo ha
ringraziato così: «India e USA si fondano su valori comuni e hanno interesse
a mettere a fuoco il loro immenso potenziale in una partnership strategica».
I due leader nella conferenza stampa congiunta hanno spiegato che dal nucleare
alla lotta al terrorismo, dal clima all’energia, sono molteplici i settori in
cui India e Stati Uniti intendono rafforzare la loro relazione. Per interessi
interni, ma anche in funzione dei reciproci rapporti con la Cina. Alla prima
cena di Stato ufficiale, è stata in indiano la prima parola pronunciata da
Obama nella conferenza stampa congiunta tenuta al termine del colloquio avuto
con Singh: "Namaste" (mi inchino a te). «Quanto Obama sta facendo
è ammirevole. Seppur separati da due oceani, i nostri Paesi sono vicinissimi
nei valori su cui si fondano, e intendono adoperarsi insieme per farli crescere
nel mondo», ha ribattuto Singh. È questa la "partnership" capace
di «definire il XXI secolo».
- Italia.
25 novembre. Washington comanda, Roma
obbedisce. Dopo una conversazione telefonica tra Silvio Berlusconi e Barack
Obama, in cui quest'ultimo ha chiesto un rafforzamento del contingente militare
in Afghanistan, il ministro della Difesa Ignazio La Russa risponde che l'Italia
farà la sua parte, purché si proceda ad una diminuzione della presenza negli
altri teatri internazionali. Una nota del governo diffusa nel pomeriggio ha
reso noto che Obama ha invitato l'Italia a partecipare al rafforzamento
dell'impegno della comunità internazionale in Afghanistan, aggiungendo che il
presidente del Consiglio ha accolto positivamente la richiesta dell'alleato, da
discutere in un prossimo incontro tra i due ministri degli Esteri Frattini e
Hillary Clinton. Lo stesso La Russa, come dice una nota del suo ministero, si
era sentito per telefono sulla questione dell'Afghanistan con il capo del
Pentagono Robert Gates. E insieme al ministro degli Esteri Frattini e al
Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Gianni Letta oggi ha partecipato
all'incontro tra Berlusconi e il segretario generale della NATO Anders Fogh
Rasmussen.
-
- USA. 25
novembre. Gli Stati Uniti sono il
Paese che ha più influenza nel Club Bilderberg. Lo dichiara il giornalista
d'inchiesta spagnolo Daniel Estulin ad Affaritaliani in relazione al
Club Bilderberg, istituito nel 1954, che prende il nome da un hotel di Oosterbeek,
una piccola cittadina dei Paesi Bassi, dove fino a poco tempo fa si sono svolte
le riunioni. Alla riunione del gruppo di quest'anno, svoltasi in Grecia dal 14
al 17 maggio, si sono recati anche gli italiani Tommaso Padoa-Schioppa, Mario
Draghi, Romano Prodi, Franco Bernabè, John Elkann. Daniel Estulin, pur
lasciando trasparire nel suo libro inchiesta di credere ad una sorta di
(discutibile) «governo occulto planetario» (la chiama «sinarchia
internazionale»), non può non rilevare il forte peso che anche in questa
organizzazione gli Stati Uniti ricoprono. «Dalla caduta del Comunismo, il
Club Bilderberg ha incluso personalità provenienti dai paesi del Patto di
Varsavia mentre prima il Gruppo si basava sull'alleanza della NATO», rileva
ad esempio Ellutin. Nel Bilderberg club, «a parte gli USA, anche la Gran
Bretagna e la Germania sono ben rappresentati. L'Italia ha una forte
rappresentanza attraverso le antiche famiglie italiane, come gli Agnelli che
sono oggi rappresentati da John Elkann». Il giornalista afferma pure che
l'obiettivo della riunione 2009 del Club è stato quello di trasformare l'Unione
Europea in un governo multinazionale. «È stato approvato il trattato di
Lisbona. Esiste di fatto una dittatura europea di un gruppo di persone le cui
decisioni non sono appellabili da nessuno».
- Italia /
Afghanistan. 27 novembre. Afghanistan:
Roma promette ulteriori truppe ad Obama. Sarà la spesa sociale a pagarne il
conto? Gli USA si aspettano che gli “alleati”/subalterni NATO mandino 10.000
soldati in Afghanistan. Berlusconi avrebbe promesso di incrementare il nostro
contingente di 4-500 soldati, forse ritirandone altri da Libano o Kosovo,
riferisce La Stampa (27 novembre 2009). Ma chi pagherà il conto? Il
quotidiano italiano riferisce che la missione in Afghanistan brucia oltre 500
milioni di euro all’anno, per giunta al netto di stipendi e usura dei mezzi.
Ogni soldato costa circa 220 mila euro in termini di equipaggiamento, cibo e
acqua, munizioni, carburante (solo di gasolio se ne bruciano 30 tonnellate al
mese), che per via degli assalti della resistenza costano molto di più dei
normali “pezzi di mercato”. Se il governo deciderà di inviare 500 soldati,
serviranno altri 100 milioni di euro ogni anno. Guarda caso, 500 milioni di
euro sono l’entità dei tagli alla scuola del governo Berlusconi. Si taglia
dunque l’istruzione per servire gli USA in Afghanistan? Non si creda che il
centrosinistra avrebbe fatto diversamente. Un’interpellanza del 2 luglio 2009
del sottosegretario di Stato per l’istruzione Giuseppe Pizza ha posto
l’attenzione sulla cosiddetta “clausola di salvaguardia” introdotta dal governo
Prodi nella legge finanziaria 2007. Il comma 620 dell’art. 1 della legge n.
296/07 aveva previsto per la scuola i seguenti risparmi: euro 448,20 milioni
per l'anno 2007, euro 1.324,50 milioni per l'anno 2008 e euro 1.402,20 milioni
per l'anno 2009. Risparmi da ottenere tramite taglio di docenti e personale
amministrativo. Se il risparmio previsto non fosse stato realizzato, ecco la
clausola per realizzare i detti risparmi tagliando i finanziamenti diretti alle
scuole. Per l’impraticabilità politica di realizzare tutti i tagli previsti, il
governo Prodi la dovette sospendere. Ora è il centrodestra ad usare la mannaia
sulla scuola. Ed a buttare in mezzo alla strada lavoratori di questa nazione
per pagare il conto delle guerre di Washington.
- Polonia.
27 novembre. «Galera a chi ha una
bandiera rossa». Giro di vite del presidente Kaczynski. Multe, anche
prigione, per possesso o acquisto di simboli comunisti: è possibile da oggi in
Polonia, dove il presidente Lech Kaczynski ha firmato la legge che prevede sino
a due anni di carcere per la diffusione di emblemi del passato all’ombra
dell’URSS. «Esentati artisti e collezionisti di arte». Il bando degli
emblemi del periodo comunista è frutto di una iniziativa del partito
all’opposizione Diritto e Giustizia, che fa capo al fratello del presidente,
Jaroslaw Kaczynski. Il centro-sinistra non si è opposto di principio alla
censura del passato comunista, ma ha ampiamente criticato l’architettura della
norma in questione, dichiarandola confusa e di difficile applicazione.
- Libano.
27 novembre. Il nuovo governo
libanese legittima Hezbollah ad utilizzare il suo arsenale per difendersi da
Israele. Il principio è stato riconosciuto dal nuovo governo di unità nazionale
di Beirut, guidato da Saad Hariri, e inserito in un documento programmatico che
dovrebbe essere approvato nel corso della prossima settimana. La bozza è stata
elaborata da una apposita commissione creata in seno all'esecutivo. Pur con il
malumore dei ministri falangisti cristiani, il governo, si legge nel documento,
«sulla base della sua responsabilità di salvaguardare la sovranità,
l'indipendenza, l'unità e la sicurezza territoriale del Libano, ribadisce il
diritto del popolo, dell'esercito e della Resistenza, di liberare e riottenere
le fattorie di Shebaa, le colline di Kfar Shuba e la parte nord del villaggio
di Ghajar», ossia i territori libanesi occupati da Israele. L’accordo
raggiunto in seno alla commissione è stato accolto con favore dal primo
ministro. Parlando al quotidiano as-Safir, Hariri ha sottolineato la
necessità di mantenere un clima di consenso all’interno del Paese. «La
resistenza è un elemento di fatto che non si può ignorare e che ha un suo peso
all’interno della società libanese». Nel documento approvato dalla
commissione si parla anche di «rafforzamento delle relazioni tra Libano e
Siria, come impongono i legami storici e i mutui interessi tra i due popoli e i
due Stati». Il nuovo governo diretto da Hariri è composto da
un'eterogenea coalizione che vede assieme il partito di Hariri, le filo
sioniste Falangi maronite, il Partito Socialprogressista del druso Jumblatt,
Hezbollah, gli sciiti di Amal, il movimento del generale cristiano Aoun, Marada
–altro movimento cristiano maronita– dell'ex ministro Souleiman Franje, il
Ba'ath libanese e i socialnazionali siriani di Alì Kanso
- Libano.
27 novembre. Il premier Sa'ad Hariri,
leader della Corrente Futura e principale esponente della comunità sunnita
libanese, ha mantenuto fede all'impegno preso nei mesi scorsi, durante le
trattative che portarono alla formazione del governo di unità nazionale e ha
delegato i 12 componenti del comitato incaricato di stendere il testo che
mantiene intatta la disposizione legislativa secondo la quale la Resistenza
Libanese è parte integrante del dispositivo militare difensivo del paese dei
cedri. La clausola pro-Resistenza viene dunque riconfermata e chiarisce che,
unitamente alle forze armate nazionali, il braccio militare del partito di
Nasrallah ha diritto ad operare per salvaguardare il paese da eventuali
aggressioni sioniste. Hezbollah ha sempre diretto le sue armi esclusivamente
contro l'occupante israeliano. Durante la guerra civile, mentre le milizie
libanesi delle diverse confessioni ed etnie si sparavano l'una contro l'altra
per giochi di fazione o potere, Hezbollah ha mantenuto la propria distanza dai
diversi schieramenti politici respingendo solo quei gruppi e forze che si
palesavano come ostili e alleate del regime d’occupazione sionista, come
l’“Esercito di Liberazione del Sud”, milizia a maggioranza maronita capitanata
dal maggiore Lahad che collaborava sfacciatamente con i sionisti operando
rastrellamenti e eseguendo bassa manovalanza, spionaggio e ritorsioni contro la
popolazione civile del Libano meridionale. Il vicesegretario generale di
Hezbollah, sheick Najim Qassem, parlando dall'emittente televisiva al Manar,
ha espresso piena soddisfazione del suo partito per la decisione ribadendo che
«la Resistenza è necessaria per proteggere e difendere il paese quanto e
come le forze armate. Sono due realtà sinergiche che rappresentano la nostra
sicurezza nazionale ed è opportuno che esistano entrambe fintanto che Israele
rappresenterà una minaccia per il nostro paese». Anche dal partito della
Corrente Patriottica Libera dell'alleato maronita di Hezbollah, guidato da
Aoun, è stata espressa piena soddisfazione per l'annuncio che «apre una
nuova era nelle relazioni inter-libanesi e rispetta gli accordi presi».
Aoun ha sottolineato alla riunione settimanale del comitato centrale del
partito che «tutti gli impegni presi dal governo Hariri finora sono stati
mantenuti ed è necessità per l'intero paese che qualsiasi scadenza di programma
sia rispettata», riferendosi alle riforme anche istituzionali.
- Italia.
29 novembre. Banche, a rischio anche
Unicredito e Banca Intesa. Lo scrive il Financial Times, che riporta
un'interessante lista di 30 colossi finanziari a rischio sistemico,
strettamente monitorati dal FSB (il Financial Stability Board presieduto
da Mario Draghi) e dai Regolatori nazionali. Su queste too-big-to-fail
(troppo grandi per fallire) ci si tiene pronti ad ogni evenienza:qualsiasi cosa
dovesse avcadere, verrebbero salvati lo stesso: chi sbaglia non paga, secondo le
regole del "libero mercato". Nella lista non ci sono solo Banche ma
anche sei compagnie assicurative: Axa, Aegon, Allianz, Aviva, Zurich and Swiss
Re. Le altre banche in questione sono: le statunitensi Goldman Sachs, JPMorgan
Chase, Morgan Stanley, Bank of America Merrill Lynch e Citigroup; la canadese
Royal Bank; le inglesi HSBC, Barclays, Royal Bank of Scotland e Standard
Chartered; le svizzere UBS e Credit Suisse; le francesi Société Générale e BNP
Paribas; le spagnole Santander e BBVA; le giapponesi Mizuho, Sumitomo Mitsui,
Nomura e Mitsubishi UFJ; la tedesca Deutsche Bank e l'olandese ING.
- Palestina.
29 novembre. «Spaventoso» il
numero di palestinesi cacciati da Gerusalemme. Non ha precedenti il numero di
palestinesi che, durante lo scorso anno, è stato privato dalle autorità
israeliane del proprio diritto di vivere a Gerusalemme Est. Secondo
l’organizzazione israeliana per i diritti umani HaMoked, che cita dati
del ministero degli Interni di Tel Aviv, nel 2008 sono stati 4.570 i
palestinesi spossessati del proprio titolo di residenza nella parte araba della
città santa, ossia oltre un terzo del totale da quando lo Stato ebraico l’ha
occupata, nel corso della guerra del 1967. Israele afferma che la maggior parte
dei palestinesi privati del titolo di residenza vive all’estero, così come
appurato nell’ambito di una "verifica ampia" fatta nelle liste dei
residenti nello Stato ebraico. L’ong HaMoked, tuttavia, contesta questa
procedura, affermando che di fatto ai palestinesi per perdere la cittadinanza
israeliana (attribuita in occasione dell’occupazione di oltre 40 anni fa) è
sufficiente restare all’estero per sette anni oppure ottenere la cittadinanza o
la residenza di un altro Paese. Il fenomeno –ha dichiarato il direttore
dell’organizzazione Dalia Kerstein– ha «raggiunto dimensioni spaventose».
Secondo i palestinesi, quello che sta avvenendo a Gerusalemme Est fa parte di
una strategia che mira a cacciare i palestinesi dalla città. In questa politica
rientrerebbe anche la realizzazione della “barriera di sicurezza” e di nuovi
quartieri sionisti. L’ultimo insediamento a Gerusalemme Est, nel quartiere di
Gilo, è stato autorizzato il mese scorso dal primo ministro israeliano,
Benyamin Netanyahu, e prevede la costruzione di quasi un migliaio di nuove
unità abitative. Più volte l’attuale governo di Tel Aviv ha definito
Gerusalemme «capitale eterna e indivisibile» dello Stato di Israele.
Gerusalemme Est tuttavia –così come riconosciuto dalle Nazioni Unite– dovrebbe
diventare la capitale del futuro Stato palestinese.
- Honduras.
29 novembre. «Golpe elettorale»,
scarsa l’affluenza alle urne. Insuccesso per la farsa elettorale svoltasi sotto
la minaccia dei fucili dei gorilla, con cui si è tentato di legittimare il
colpo di Stato del 28 giugno scorso dell’oligarchia parassitaria honduregna e
delle forze armate uscite dalla Scuola delle Americhe. La farsa elettorale
montata dalla dittatura è stata sconfitta dalla esigua affluenza alle urne,
tanto scarsa da portare il Tribunale Elettorale a prorogare di un’ora la chiusura
dei seggi, spostandola alle 17:00. Il governo di fatto ha minacciato penalmente
la popolazione in generale ed appoggiato le minacce di ritorsioni sul lavoro da
parte di alcune aziende private, nel caso in cui i propri impiegati non
dimostrino di aver votato. La realtà priva il Tribunale Supremo Elettorale
dell’autorità necessaria a diffondere dei risultati, comunque gonfiati per dare
credibilità alla farsa elettorale. Il Frente Nacional de Resistencia
evidenzia una percentuale di astenuti fra il 65 e il 70%, il più alto della
storia nazionale. In questo modo il Popolo honduregno ha punito i candidati
golpisti e la dittatura, che adesso cercano in tutti i modi di mostrare un
volume di voti che non esiste. Il regime è infatti arrivato a portare, nel
municipio di Magdalena Intibucà, militanti salvadoregni del partito di destra
Arena, affinché potessero votare come honduregni. È da aspettarsi anche una
manipolazione del conteggio elettronico. La dittatura continua intanto a
reprimere brutalmente le manifestazioni pacifiche. Irruzioni, devastazioni e
perquisizioni arbitrarie nelle sedi di organizzazioni popolari, case private,
azioni d’intimidazione poliziesca nei quartieri e negli insediamenti urbani che
rappresentano i bastioni della resistenza, accerchiamenti e assedi militari
contro le sedi di sindacati e posti di blocco intimidatori sono la regola in
Honduras. Le elezioni illegali sono state riconosciute solamente da USA, Costa
Rica, Panama, Perú, Colombia e Israele.
- Euskal
Herria. 30 novembre. Si moltiplicano
le denunce di tortura. I racconti di torture dei giovani incarcerati nella
notte di sabato, dopo il corteo di protesta per gli arresti del 24, si sommano
alle denunce presentate dai loro compagni nei giorni precedenti. Questi
racconti evidenziano che, quanto più è lungo il periodo di incomunicazione,
maggiori sono le denunce. Colpi in testa e ai genitali, immersione della testa
nell'acqua sino all'inizio del soffocamento, minacce di iniezioni di droga, ore
in posizioni forzate, insulti, pressioni psicologiche, sono alcune delle
testimonianze raccolte dai familiari e dagli avvocati dei giovani arrestati per
ordine del giudice Fernando Grande Marlaska.
- USA. 30
novembre. Il presidente USA, Obama,
ha inviato gli ordini esecutivi della sua nuova strategia in Afghanistan. Lo ha
annunciato il portavoce Gibbs. Gli ordini sono partiti dopo l'incontro di ieri
del presidente americano con il suo consiglio di guerra, ha detto Gibbs. Obama
ha in programma una nuova telefonata col premier Berlusconi per informarlo della
nuova strategia USA in Afghanistan. Secondo la Casa Bianca oltre ad altri
leaders europei, Obama intende chiamare anche il presidente afghano Karzai.
Chiamasi: la voce del padrone.