Mattanza a Gaza.
Fallimento sionista, vittoria della resistenza
Eventi, commenti, analisi dal / sul Campo di
concentramento e di sterminio di Gaza
(10-22 gennaio 2009)
Dalle macerie di Gaza (19, 22),
Hamas (13, 15, 19, 22) emerge più forte di prima. Può legittimamente dire di
aver resistito ad uno degli eserciti più potenti del mondo. Al di là di
dichiarazioni di circostanza, Tsahal non è riuscito a conquistare militarmente
Gaza; non si è riuscito nemmeno a produrre immagini che potessero lasciar
intendere un esito positivo dell'aggressione. Hamas, nonostante le perdite
(peraltro modeste nel numero), esce politicamente vincitrice. Con un consenso
ed una credibilità accresciuti tra i palestinesi. Ancor più di prima non si
potrà prescindere da Hamas. I veri sconfitti sono Israele e le componenti
collaborazioniste di al Fatah capitanate da Abu Mazen e Dahlan. A poche ore
dalla dichiarazione unilaterale israeliana di sospensione delle proprie
operazioni militari, la più chiara riprova della sua sconfitta è venuta
dall'imponente manifestazione nelle strade di Gaza a sostegno di Hamas. Si è
rivisto quel che avvenne per Hezbollah, in Libano, nell'estate 2006, al termine
dell'ennesima aggressione sionista, anch'essa contraddistinta da indiscriminati
bombardamenti a tappeto con armi di ogni tipo (incluse quelle vietate dalle
convenzioni internazionali), risoltasi in una sonora e storica lezione militare
ricevuta sul terreno, quando i militari israeliani sono scesi dai loro aerei e
si sono scontrati in combattimenti ravvicinati con i resistenti libanesi.
Per le strade di Gaza, erano
presenti non solo i combattenti di Hamas, ma anche quelli di tutte le
organizzazioni (frazione maggioritaria di al Fatah compresa) che hanno
partecipato alla Resistenza. La mattanza di civili (13, 15, 16, 22), ennesima
cartina al tornasole della natura terrorista del sionismo (10, 12), non ha
portato altro che sofferenze. Ha esacerbato una pluridecennale e comprensibile
rabbia e prevedibilmente rafforzato la volontà di resistenza (11, 13). Altre
generazioni di palestinesi cresceranno avendo negli occhi gli effetti della
ferocia sionista, consapevoli della necessità della lotta di resistenza fino
alla liberazione. Gli stessi giornalisti asserviti e/o a libro paga sionisti
tra le macerie e le sofferenze di Gaza stentano a trovare risentimenti e
ribellione contro Hamas. Israele, che ha preparato, voluto e provocato questa
guerra (10), perde politicamente (10, 11, 15, 21, 22 ) e non consegue alcun
obiettivo militare (14, 22) che non sia stata l'uccisione di civili (quale
punizione collettiva per chi ha votato Hamas) e la distruzione sistematica di
abitazioni ed infrastrutture per spingere all'esodo questi palestinesi che non
si rassegnano ad accettare né la "pulizia etnica" né la vita di
apartheid che si vorrebbe per chi non se ne vuole andare. L’opinione pubblica
internazionale, compresa parte non marginale del mondo ebraico (10, 15, 16,
21), scioccata dalla brutalità sionista (10, 22), reclama processi per crimini
contro l’umanità (10, 22). Anche nel mondo arabo e musulmano (16, 19, 20, 21) e
nello stesso partito Fatah (19, 20) l’inevitabilità della resistenza raccoglie ulteriori
consensi. Ed intanto USA (11, 18) ed Unione Europea, Italia (16, 21) in prima
fila, corrono in aiuto dei massacratori sionisti che ora puntano a ribaltare
gli esiti disastrosi della loro sconfitta.
P.S: considerati i tempi che
corrono, non è superfluo rilevare che gran parte delle fonti di questo
notiziario sono israeliane, statunitensi e provenienti dal mondo ebraico.
- 10 gennaio. La CNN conferma: Israele ha rotto la tregua. Il
giornalista Rich Sanchez, dopo aver sentito il deputato palestinese
Mustafa Barghouti sostenere che era stato Israele a infrangere la tregua,
ha promesso agli ascoltatori che avrebbe fatto una ricerca con la
redazione internazionale del network, per appurare i fatti. Ed
effettivamente, il 6 gennaio Rick Sanchez ha mostrato in trasmissione come
Israele abbia violato per prima i termini della tregua, precisamente il 4
novembre. Con l'occasione sono stati fatti vedere i giornali di novembre
che riportavano il fatto. Il filmato della CNN, con i sottotitoli in
italiano, può essere visto a questo indirizzo:
http://www.youtube.com/watch?v=2CMCJHspdbE&feature=channel_page.
- 10
gennaio. Appello di 105 ebrei inglesi contro l’assedio israeliano del ghetto
di Gaza. Scrivono, sul The Guardian, che «quando abbiamo visto
la morte e i corpi insanguinati dei bambini, il taglio dell'acqua,
dell'elettricità e del cibo, ci è tornato in mente l'assedio del ghetto di
Varsavia. Quando Dov Weisglass, consigliere del primo ministro israeliano
Ehud Olmert, ha parlato di mettere gli abitanti di Gaza “a dieta” e il
viceministro della Difesa, Matan Vilnai, ha detto che i Palestinesi
avrebbero sperimentato “una Shoah più grande”, ci hanno ricordato il
governatore generale Hans Frank nella Polonia occupata dai nazisti, che
parlava di “morte per fame”. La vera ragione dell'attacco a Gaza è che la
volontà di Israele è quella di accordarsi solo con i quisling palestinesi.
Il maggior crimine di Hamas non è il terrorismo ma il suo rifiuto di
accettare di diventare una pedina nelle mani del regime di occupazione
israeliana in Palestina». Gli ebrei inglesi deplorano pure «la
decisione del mese scorso del Consiglio dell’Unione Europea di
incrementare le relazioni con Israele, senza alcuna condizione specifica
sui diritti umani», che a loro avviso «ha ulteriormente
incoraggiato l'aggressione israeliana». Secondo i firmatari, «la
Gran Bretagna deve ritirare il suo ambasciatore da Israele e, come con
l'apartheid in Sud Africa, impegnarsi in un programma di boicottaggio,
disinvestimento e sanzioni».
- 10
gennaio. La politica di Israele degli ultimi sessanta anni, dalla
“pulizia etnica” del 1948 alla brutale occupazione della Cisgiordania e
alla strage di Gaza «è il frutto di un’ideologia razzista
chiamata Sionismo». Lo storico israeliano Ilan Pappe, docente
all'Università di Exeter, esprime ripugnanza per l’attacco genocida su
Gaza, la copertura dei media e l’impunità internazionale di cui gode il
regime di Tel Aviv. Il linguaggio dei media in Israele «ricorda i
momenti più bui degli anni Trenta in Europa. Ogni mezz'ora un notiziario
alla radio e alla televisione descrive le vittime di Gaza come terroristi
e il loro omicidio di massa ad opera di Israele come un atto di autodifesa».
Rabbia anche verso il razzismo a cui sono sottoposti gli arabi israeliani,
«bollati come quinta colonna all'interno dello Stato ebraico».
Pappe descrive una società israeliana impermeabile a discorsi sensati,
poiché «la convinzione a priori di essere nel giusto è un potente atto
di abnegazione e giustificazione». Fronteggiare questa «cieca
convinzione morale» significa per il “nuovo storico” israeliano
denunciare l’ideologia sionista e le atrocità commesse in suo nome. «Dobbiamo
provare a spiegare non solo al mondo, ma anche agli israeliani stessi, che
il Sionismo è un'ideologia che appoggia la pulizia etnica, l'occupazione,
e ora l'omicidio di massa. Ciò di cui ora si sente il bisogno non è solo
di una condanna della strage in corso, ma anche della delegittimazione di
un'ideologia che produce quella politica e la giustifica moralmente e
politicamente». Pappe rileva che nelle realtà accademiche, grazie
all’opera dei “nuovi storici israeliani”, «questo processo è già
stato fatto», e bisogna ora «trovare una modalità efficace» per
arrivare a coinvolgere l’opinione pubblica.
- 10
gennaio. Delegittimare il sionismo significa pure, secondo Pappe,
contrastare l'idea «che la Palestina è solo la Cisgiordania e la Striscia
di Gaza, e che i palestinesi sono unicamente le persone che vivono in quei
territori. Noi dovremmo ampliare la rappresentazione della Palestina in
senso geografico e demografico, compiendo una narrazione storica degli
avvenimenti del 1948 e richiedere pari diritti umani e civili per tutte le
persone che vivono, o un tempo vivevano, in quelli che oggi sono Israele e
i Territori Occupati». Questa delegittimazione dello Stato d’Israele
fornirà altresì «una spiegazione logica e trasparente alla campagna di
boicottaggio, disinvestimento e sanzioni. Sfidare con mezzi nonviolenti
uno Stato ideologico che non ammette dubbi circa la propria rettitudine e
che si permette, aiutato da un mondo taciturno, di espropriare e
distruggere la popolazione autoctona della Palestina, è una causa giusta e
morale. Sarebbe inoltre un modo efficace per stimolare l'opinione
pubblica, non solo contro l'attuale politica di genocidio a Gaza, ma se
tutto va bene anche per prevenire future atrocità».
- 10 gennaio. La tesi ufficiale sionista, secondo cui
Israele si sarebbe dovuto difendere da un lancio continuo di razzi
palestinesi, è passata nei media, dove si discute solo se la «giusta»
e «legittima» reazione israeliana sia stata però «sproporzionata».
I dati reali mostrano ben altro. Sul The Huffington Post (6 gennaio
2009), Nancy Kanwisher, Johannes Haushofer e Anat Biletzki hanno elaborato
i dati forniti dal consolato israeliano a New York riguardante il numero
di lanci di razzi e i colpi di mortaio provenienti da Gaza verso Israele.
Il risultato è questa tabella:

- Insomma, a partire dalla tregua siglata a giugno i colpi sparati cessano
praticamente del tutto, con nessun lancio da parte di militanti di Hamas.
A novembre ecco un’improvvisa impennata: infatti proprio il 4 di quel mese
gli israeliani rompono la tregua, uccidendo. Un evento seguito da una raffica
di colpi di mortaio sparati da Gaza, a cui ha corrisposto un attacco aereo
israeliano che ha ucciso altri sei palestinesi. Gli autori hanno poi voluto
vedere quale parte, in passato, abbia per primo rotto le tregue. Usando i
dati dell’associazione pacifista israeliana B'Tselem per il periodo
che va dal settembre del 2000 all'ottobre del 2008, gli autori scoprono che
nella stragrande maggioranza dei casi (79%), a uccidere per primo dopo una
pausa nel conflitto è stata Israele. Ancor più significativo
è il dato di chi sia stato ad uccidere per primo dopo i periodi di tregua ai
9 giorni: Israele nel 100% dei casi.
- 10 gennaio. «Una guerra non necessaria»: così definisce
l’attacco israeliano l’ex presidente statunitense (1977-1981) Jimmy Carter
sul Washington Post di due giorni fa. Carter porta la sua
testimonianza diretta sui negoziati che portarono lo scorso giugno alla
sospensione del lancio di razzi in Israele da parte di Hamas, «il solo
mezzo per rispondere al loro imprigionamento e per rendere testimonianza
della loro grave situazione umanitaria». L’ex presidente rileva che,
nonostante il lancio di razzi fermato da Hamas il 19 giugno, il ripristino
degli aiuti umanitari in cibo, acqua, medicinali e combustibile rimase
molto al di sotto del livello precedente il ritiro israeliano del 2005. «E
questa fragile tregua fu rotta il 4 novembre, quando Israele lanciò un
attacco a Gaza». Da qui eccoci ai devastanti bombardamenti israeliani.
«Dopo 12 giorni di "combattimento", le Forze di Difesa di Israele
resero noto che 1000 obiettivi erano stati presi di mira e bombardati».
Ma quali sono stati gli obiettivi del fuoco israeliano? «Diciassette
moschee, la Scuola Internazionale Americana, molte case private e molta
dell'infrastruttura di base della piccola ma densamente popolata area sono
state distrutte. Ciò include i sistemi di fornitura di acqua potabile,
elettricità, rete fognaria».
- 10
gennaio. Wall Street Journal: con il pretesto dell’“autodifesa”,
Israele sta commettendo immani crimini di guerra. Lo scrive George
Bisharat. Il prestigioso quotidiano statunitense ricorda gli avvenimenti
che hanno portato all’aggressione israeliana, asserendo che «Israele
non ha subìto un “attacco armato” poco prima del suo bombardamento della
Striscia di Gaza». Citando il gruppo israeliano per i diritti umani
B’Tselem, il giornale USA rileva che, dal 2002 in poi, mentre i lanci di
razzi e proiettili hanno provocato circa due dozzine di morti israeliane e
un panico assai diffuso, «durante circa lo stesso periodo le forze
israeliane hanno ucciso 2.700 palestinesi a Gaza, con omicidi mirati,
bombardamenti aerei, raid, eccetera». Nonostante la tregua del
19 giugno, «Israele ha rifiutato di allentare il soffocante assedio
contro Gaza imposto nel giugno del 2007. Hamas ha permesso sporadici lanci
di razzi –generalmente dopo che Israele aveva ucciso o sequestrato membri
di Hamas in Cisgiordania, dove la tregua non è stata applicata».
- 10
gennaio. La tregua è stata rotta da Israele il 4 novembre. «Hamas
ha replicato con un lancio di razzi –e anche in questo caso non è stato
ucciso nessun israeliano». Israele, dunque, «non
può
rivendicare il diritto all’autodifesa contro questa escalation, perché
essa è stata provocata da una violazione della medesima Israele. Un
attacco armato che non è giustificato dall’autodifesa è una guerra di aggressione.
In base ai Principi di Norimberga affermati dalla risoluzione n° 95 delle
Nazioni Unite, l’aggressione è un crimine contro la pace». Una guerra
volta a massacrare i civili palestinesi. «Gli aerei d’Israele F-16, di
fabbricazione americana, e gli elicotteri Apache, hanno distrutto moschee,
i ministeri dell’educazione e della giustizia, un’università, delle prigioni,
tribunali e stazioni di polizia. Queste istituzioni facevano parte delle
infrastrutture civili di Gaza. E quando vengono colpite le istituzioni civili,
i civili muoiono».
- 10 gennaio. Così si conclude l’articolo: «gli attacchi
deliberati contro i civili compiuti senza una rigida necessità militare
sono crimini di guerra. Le violazioni attuali da parte di Israele del
diritto internazionale prolungano una lunga sequenza di violazioni dei
diritti dei palestinesi di Gaza. L’80% del milione e mezzo dei residenti
di Gaza sono profughi palestinesi che vennero cacciati dalle proprie case
o che fuggirono nel 1948 per paura degli attacchi terroristici ebraici.
Per 60 anni, Israele ha negato il diritto dei profughi palestinesi,
riconosciuto a livello internazionale, di ritornare nelle proprie case
–perché non sono ebrei. Sebbene Israele abbia ritirato i propri coloni e i
propri soldati da Gaza nel 2005, essa continua a regolare strettamente la
costa, lo spazio aereo e i confini di Gaza. Così Israele rimane una potenza
occupante con il dovere legale di proteggere la popolazione civile di
Gaza. Ma l’assedio di 18 mesi della Striscia di Gaza che ha preceduto
l’attuale crisi ha violato in modo madornale questo obbligo. Esso ha
portato l’attività economica alla paralisi, lasciando i bambini affamati e
denutriti, e ha negato agli studenti palestinesi l’opportunità di studiare
all’estero. Israele dovrebbe essere ritenuta responsabile dei propri
crimini, e gli Stati Uniti dovrebbero cessare di appoggiarla con il
proprio incondizionato sostegno militare e diplomatico».
- 10
gennaio. Un bagno di sangue palestinese, per annientarne la resistenza
e ristabilire la paura di Israele fra gli Stati arabi della regione. Sono
gli obiettivi principali dei massacri sionisti, afferma l’ebreo e docente
statunitense Norman Finkelstein, figlio di sopravissuti dell'Olocausto ed
autore di opere come “Immagine e realtà del conflitto palestinese” e
“L’industria dell’Olocausto: riflessioni sullo sfruttamento della
sofferenza ebraica (la sua pagina web è www.NormanFinkelstein.com).
Intervenuto l’8 gennaio scorso durante il programma di Amy Goodman
“Democracy now”, al quale partecipò anche l’ex ambasciatore statunitense
di Israele, Martín Indyk, ed intervistato il 2 gennaio a New York dalla Press
TV, Finkelstein richiama i fatti. Innanzitutto, «molto prima che
Hamas cominciasse i suoi attacchi con missili contro Israele in
rappresaglia per gli attacchi di quest’ultima ai palestinesi, a Gaza si
era già in una crisi umanitaria dovuto al blocco. L’ex Alto Commissario
delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, Mary Robinson, descrisse che
quello che stava succedendo in Gaza era la distruzione di una civiltà.
Questo succedeva durante il periodo di tregua», in cui, secondo Jean
Ziegler, relatore speciale per le Nazioni Unite sul diritto al cibo, si è
assistito alla denutrizione del milione e mezzo di abitanti di Gaza, con
più della metà delle famiglie palestinesi che mangiavano solo un pasto al
giorno. Il lancio di razzi di Hamas, dopo la rottura della tregua da parte
di Israele, è stato in questo contesto il pretesto che Tel Aviv cercava
per avviare un massacro che, secondo il quotidiano israeliano Ha'aretz
(09.01.09), il ministro della difesa israeliano Ehud Barak aveva
cominciato a preparare nel marzo scorso, addirittura prima che iniziasse
la tregua di giugno. «Il 4 novembre gli israeliani hanno violato il
cessate il fuoco con Hamas, sapendo benissimo –e se si leggono i giornali
israeliani si nota che lo hanno anche detto esplicitamente– che dopo
l’uccisione di sei militanti a Gaza i palestinesi avrebbero reagito e
allora Israele avrebbe avuto un pretesto per l’invasione».
- 10
gennaio. Secondo il docente statunitense, con il massacro palestinese
Tel Aviv ritiene di poter «aumentare quello che l’Israele chiama la sua
capacità di dissuasione –ossia questo significa semplicemente aumentare la
capacità d'Israele di terrorizzare la regione fino alla sottomissione. A
seguito della sua sconfitta in Libano nel luglio 2006, Israele considerava
importante trasmettere il messaggio che ancora è una forza militare, in
grado di terrorizzare chi osi sfidare i suoi ordini». L’Olocausto di
civili palestinesi è una componente essenziale della strategia. «Gli
israeliani, dopo l’attacco al Libano del 2006, hanno compreso che il loro
errore era stato quello di non scatenare fin dai primi giorni il pieno
potenziale delle forze aeree. Nei primi due giorni della guerra del Libano
hanno ucciso circa 55 libanesi e poi hanno preso di mira il quartiere
Dahia di Beirut. Dopo la guerra, hanno iniziato a discutere della
strategia di Dahia, cioè di annichilire qualunque cosa si opponga al loro
dominio. Ciò che avete visto nei primi due giorni a Gaza è l’applicazione
della strategia di Dahia: perpetrare un bagno di sangue e un massacro di
dimensioni tali da sconsigliare gli arabi dallo sfidare in futuro il
dominio israeliano».
- 10
gennaio. L’attacco è stato eseguito in una congiuntura particolare,
non soltanto per l’insediamento della nuova amministrazione Obama negli
USA, ma anche perché i dirigenti di Hamas avevano espresso a più riprese
disponibilità ad un accordo con Israele per l’istituzione di uno Stato
palestinese sulla base dei confini del 1967. «Ciò significa che Hamas
ha dato segnali di voler fare ciò che la comunità internazionale chiede
ad Israele di fare da 30 anni a questa parte (…) Così Israele avrebbe
dovuto affrontare quella che gli israeliani chiamano “l’offensiva di
pace palestinese”. E per sconfiggere l’offensiva di pace, ha cercato
di smantellare Hamas». Tel Aviv, infatti, rifiuta nella pratica
la soluzione dei “due Stati” «perché vuole che continui il suo controllo
sulla West Bank. Quindi per Israele un “palestinese moderato” è uno
che rifiuta tutte le condizioni proposte dalla comunità internazionale,
un palestinese che rifiuta le posizioni di Hamas. Per Israele un palestinese
moderato è
un palestinese disposto a fare tutto ciò che Israele desidera: un palestinese
pronto ad eseguire ogni ordine israeliano».
- 10
gennaio. Finkelstein ricorda che «ogni anno, l'Assemblea Generale
delle Nazioni Unite vota una risoluzione intitolata
"Sistemazione pacifica della questione Palestinese", ed ogni anno
il risultato della votazione è sempre lo stesso: il mondo intero da un lato
e dall’altro Israele, Stati Uniti, alcune isole del Pacifico Meridionale
ed Australia». La soluzione dei “due Stati”, Israele e Palestina secondo
i confini esistenti nel giugno1967, è nei fatti rifiutata solo da Israele
(appoggiata dagli USA). «Questo è il problema». Finkelstein ricorda
pure una sentenza della Corte internazionale di giustizia, la più alta istanza
giuridica mondiale. «Nel luglio di 2004 (…) disse che Israele non aveva
alcun diritto sui territori di Cisgiordania e Gaza, né tantomeno su Gerusalemme.
Secondo la più alta istanza giuridica mondiale, Gerusalemme Est è territorio
palestinese occupato. Secondo la Corte Internazionale di Giustizia tutti
gli insediamenti israeliani in Cisgiordania sono illegali in base al Diritto
Internazionale». La questione è per Finkelstein piuttosto semplice: «se
Israele non rispetta il Diritto Internazionale, la si deve rendere responsabile
delle sue azioni, esattamente come qualsiasi altro Stato del mondo».
- 10
gennaio. L’attacco contro Gaza è un «crimine contro l'umanità».
Pesanti, anche in senso geopolitico, sono le dichiarazioni del primo
ministro turco Tayyip Erdogan ad al-Jazeera (5 gennaio). «La
tragedia di Gaza non è iniziata con l'offensiva israeliana, ma con i mesi
di fame e con l'assedio». Erdogan ha anche svelato come pochi giorni
prima dell'attacco israeliano si fosse incontrato ad Ankara con il primo
ministro israeliano, offrendosi come mediatore con Hamas. «I dirigenti
di Hamas ci hanno assicurato che hanno fiducia completa nel nostro paese.
Quindi, siamo pronti a farci portavoce delle loro richieste e punti di
vista davanti al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite [dove la
Turchia vanta attualmente un seggio come membro non permanente, ndr].
Hamas ha due richieste principali: la prima è il cessate il
fuoco, la seconda è la fine dell'assedio».
- 11
gennaio. Hamas vincerà, ed i massacri israeliani costituiscono un
crimine anche nei confronti dello stesso Stato sionista. Non lo afferma un
leader del movimento islamico, bensì il pacifista (Gush Shalom) ed
ex combattente israeliano Uri Avnery sul sito Gulfnews. Avnery
inizia l’articolo deplorando la “guerra dell’informazione” dei media
“occidentali”, diffusori della propaganda israeliana. «Essi ignoravano
quasi del tutto le ragioni dei palestinesi, per non parlare delle
dimostrazioni quotidiane del campo della pace israeliano. La logica
del governo israeliano (“Lo Stato deve difendere i suoi cittadini contro i
razzi Qassam”) è stata accettata come se quella fosse tutta la verità.
L'altro punto di vista, per cui i Qassam sono una rappresaglia per
l'assedio che affama il milione e mezzo di abitanti della Striscia di
Gaza, non è stato riportato affatto». Lo scrittore israeliano si
sofferma poi sul movimento di Hamas, vincitore nel 2006 delle elezioni
legislative in Cisgiordania, a Gerusalemme Est e nella Striscia di Gaza.
«Ha vinto perché i palestinesi erano giunti alla conclusione che
l'atteggiamento pacifico di Fatah non avesse ottenuto nulla da Israele –né
un congelamento degli insediamenti, né il rilascio dei prigionieri, né un
qualunque passo significativo verso la fine dell’occupazione e la
creazione dello Stato palestinese. Hamas è profondamente radicato nella
popolazione –non solo come movimento di resistenza che combatte
l’occupante (…)– ma anche come organismo politico e religioso che fornisce
servizi sociali, scuola e sanità. Dal punto di vista della popolazione, i
combattenti di Hamas non sono un organismo straniero, ma figli di ogni
famiglia della Striscia e delle altre regioni palestinesi. Essi non si
“nascondono dietro la popolazione”: la popolazione li vede come i suoi
unici difensori. Perciò, l’intera operazione si basa su presupposti
errati. Trasformare la vita in un inferno sulla terra non fa insorgere la
popolazione contro Hamas ma, al contrario, essa si stringe dietro Hamas e
rafforza la propria determinazione a non arrendersi. La popolazione di
Leningrado non si sollevò contro Stalin».
- 11
gennaio. Avnery prende atto che la guerra è stata impostata per
ridurre al minimo le perdite tra i soldati israeliani, in modo da non
alienarsi il sostegno dell’opinione pubblica in particolare alla vigilia
della campagna elettorale, dove il laburista ed attuale ministro della
“difesa” Ehud Barak sale nei sondaggi. «Perciò, si è fatto ricorso a
una nuova dottrina: evitare perdite tra i nostri soldati mediante la
distruzione totale di tutto ciò che incontrano sulla loro strada. Per
salvare un soldato israeliano si era disposti a uccidere non solo 80
palestinesi, ma anche 800». Ma, rileva l’ex membro della formazione
terrorista israeliana “Irgun”, questa scelta implica un massacro dei
civili palestinesi. I pianificatori israeliani pensavano che sarebbe
bastato impedire la presenza dei media nel campo di battaglia per
occultare i massacri. Invano. «Aljazeera trasmette le immagini a tutte
le ore, e arriva in tutte le case», mostrando «l'uccisione
di intere famiglie, la distruzione di case sulla testa dei loro abitanti,
le file di bambini e bambine in sudari bianchi pronti per la sepoltura, le
notizie di persone lasciate a morire dissanguate per giorni perché non si
consentiva alle ambulanze di raggiungerle, l'uccisione di dottori e medici
impegnati a salvare vite umane, l'uccisione di autisti dell’ONU che
trasportavano cibo. Le immagini degli ospedali, con i morti, le persone in
fin di vita, i feriti stesi tutti insieme sul pavimento per mancanza di
spazio hanno scioccato il mondo».
- 11
gennaio. La strategia del sangue contiene dunque dentro di sé un
“tallone d’Achille”. «La battaglia per il teleschermo è una delle
battaglie decisive della guerra. Centinaia di milioni di arabi dalla
Mauritania all'Iraq, più di un miliardo di musulmani dalla Nigeria
all'Indonesia vedono le immagini e sono orripilati. Questo ha un impatto
forte sulla guerra. Molti spettatori vedono i governanti dell'Egitto,
della Giordania, dell'Autorità palestinese come collaboratori di Israele
nell'attuazione di queste atrocità ai danni dei loro fratelli palestinesi.
I servizi di sicurezza dei regimi arabi stanno registrando un fermento
pericoloso tra le popolazioni. Hosny Mubarak, il leader arabo più esposto
per aver chiuso il valico di Rafah in faccia ai profughi terrorizzati, ha
cominciato a premere sui decisori di Washington, che fino ad allora
avevano bloccato tutti gli inviti a cessare il fuoco. Questi hanno cominciato
a capire che i vitali interessi americani nel mondo arabo erano minacciati
e improvvisamente hanno cambiato atteggiamento –nella costernazione dei
compiacenti diplomatici israeliani». Gli strateghi israeliani sembrano
dunque incapaci di cogliere la portata degli effetti delle loro avventate
scelte belliche. «Non solo Israele non è in grado di vincere la guerra:
Hamas non può perderla. Anche se l'esercito israeliano dovesse riuscire a
uccidere ogni combattente di Hamas fino all'ultimo uomo, anche allora
Hamas vincerebbe. I combattenti di Hamas sarebbero visti come i modelli
della nazione araba, gli eroi del popolo palestinese, i modelli da emulare
per ogni giovane del mondo arabo. La Cisgiordania cadrebbe nelle mani di
Hamas come un frutto maturo, Fatah affogherebbe in un mare di disprezzo, i
regimi arabi rischierebbero di crollare». Secondo Avnery, se
dopo la guerra Hamas esistesse ancora, «sanguinante ma non sconfitto, a
fronte della possente macchina militare israeliana, ciò apparirebbe come
una vittoria fantastica», mentre in particolare nel mondo arabo «resterà
impressa a fuoco l'immagine di Israele come un mostro lordo di sangue,
pronto in qualunque momento a commettere crimini di guerra e non
intenzionato a rispettare alcun freno morale. Questo avrà gravi
conseguenze a lungo termine per il nostro futuro, per la nostra posizione
nel mondo, per la nostra chance di raggiungere la pace e la tranquillità.
In fondo, questa guerra è anche un crimine contro noi stessi, un crimine
contro lo Stato di Israele».
- 11
gennaio. Perché il massacro di civili a Gaza? Secondo Thierry Meyssan,
fondatore di Réseau Voltaire (rete Voltaire), l’attacco israeliano,
avviato il 27 dicembre con i bombardamenti e proseguito il 3 gennaio con
un’offensiva terrestre, è stato preparato da lungo tempo ed attuato con
il sostegno economico e logistico di Arabia Saudita ed Egitto (interessati
per ragioni di potere ad eliminare un movimento politico sunnita “indipendente”)
per mettere di fronte al fatto compiuto la nuova presidenza statunitense.
In tale contesto i bombardamenti non sono concepiti per eliminare Hamas,
opzione definita impossibile, ma allo scopo di paralizzare la società palestinese
nel suo insieme. Meyssan scrive che gli obiettivi sionisti sono «di
appropriarsi di questa terra e di procedere alla sua pulizia etnica o,
in alternativa, di imporvi un sistema di apartheid. I Palestinesi vi sono
quindi rinchiusi in riserve sul modello dei bantustan sudafricani; attualmente,
la Cisgiordania da una parte, la striscia di Gaza dall'altra. Ogni 5 o
10 anni, un'importante operazione militare deve essere dispiegata per
spezzare le velleità di resistenza della popolazione. Da questo punto
di vista, l'operazione
"Piombo fuso" non è che un ulteriore massacro, perpetrato da uno
Stato che da sessant'anni gode di una totale impunità. Come ha rivelato Haaretz,
il ministro della Difesa, Ehud Barak, ha accettato la tregua di sei mesi
solo per spingere i combattenti di Hamas ad uscire dall'ombra. Ha approfittato
di questo periodo per monitorarli col fine di annientarli alla prima occasione».
- 11
gennaio. Non è però casuale, secondo Meyssan, che questa operazione
sia stata attuata durante il periodo di transizione della presidenza statunitense.
L’eterogeneo blocco di potere che ha trascinato Barack Obama alla Casa
Bianca non ha, ad avviso di Meyssan, «una posizione definita sul Medio
Oriente». La “squadra” di Obama comprende anche i sostenitori
dell’Iraq Study Group, istituito nel 2006 da Bush per esaminare la fallimentare
situazione in Iraq e proporre vie d’uscita, co-presieduto dall’ex segretario
di Stato repubblicano James Baker III e dall’ex parlamentare democratico
Lee Hamilton. «I generali in rivolta e i sostenitori della Commissione
Baker-Hamilton insieme al loro maître-à-penser, il generale Brent
Scowcroft, ritengono che gli Stati Uniti abbiano sovraimpiegato il proprio
esercito e debbano assolutamente limitare gli obiettivi e ricostituire
le forze. Si sono opposti ad una guerra contro l’Iran e, al contrario,
hanno affermato la necessità di ottenere l’aiuto di Teheran per evitare
la disfatta in Iraq. Deplorano i tentativi di rimodellamento del Medio
Oriente (cioè una modifica delle frontiere) ed invocano un periodo di
stabilità. Alcuni di essi arrivano al punto di raccomandare di portare
la Siria e l’Iran nel campo atlantico costringendo Israele a restituire
il Golan e a una parziale risoluzione della questione palestinese. Propongono
di indennizzare gli Stati disposti a naturalizzare i profughi palestinesi
e d'investire in maniera massiccia nei Territori per renderli economicamente
vivibili».
- 11
gennaio. Un esame dei componenti dell’amministrazione Obama è
importante per prevedere quali linee strategiche intraprenderà la politica
estera USA. In sintesi, Meyssan ritiene che le nomine continuano ad
assicurare ad Israele l’appoggio diplomatico degli Stati Uniti, ma non più
il suo massiccio aiuto militare. «Il Consiglio nazionale di sicurezza
tocca a degli atlantisti preoccupati che le provocazioni israeliane
portino a un turbamento delle forniture energetiche per l'Occidente, il
generale Jones e Tom Donilon. Jones, che era incaricato dell'iter
successivo alla conferenza di Annapolis, ha manifestato più volte la sua
irritazione di fronte alle controfferte israeliane. La segreteria della
Difesa resta nelle mani di Robert Gates, ex vice di Scowcroft e membro
della Commissione Baker-Hamilton. Si appresta a ringraziare i
collaboratori che ha ereditato da Donald Rumsfeld e che non ha potuto
silurare prima come ha già fatto con due fanatici anti-iraniani, il
segretario all'Aeronautica Michael Wynne e il suo capo di stato-maggiore
il generale T. Michael Moseley». Di rilievo è comunque la
presenza di sostenitori d’Israele nell’amministrazione Obama. Vedasi il
segretario di Stato Hillary Clinton, convertita al sionismo cristiano e
aderente alla Fellowship Foundation; oppure il capo di gabinetto
Rahm Emanuel, «doppia nazionalità israelo-statunitense e ufficiale del
servizio informativo militare israeliano (Rahm Emmanuel è stato un ex
soldato dell’esercito israeliano, ed è da alcuni sospettato di essere un
agente israeliano, ndr). Alla segreteria di Stato (il “ministero
degli Esteri” USA) posti di rilievo saranno affidati a protetti di
Madeleine Albright e di Hillary Clinton. I due segretari di Stato
aggiunti, James Steinberg e Jacob Lew, sono dei sionisti convinti. Il
primo è stato il redattore del discorso di Obama all'AIPAC, l'American
Israel Public Affairs Committee (AIPAC)», associazione che si
definisce la "lobby statunitense pro-Israele" e che raccoglie
trasversalmente componenti democratici, repubblicani e indipendenti. Il
progetto di queste frazioni di classe dominante è completare la
trasformazione dei Territori Occupati in bantustan. «Se si
arrivasse a debellare la Resistenza, alla fine si fonderebbero nel
paesaggio come le riserve indiane negli Stati Uniti».

Rahm Benjamin Emanuel, capo di staff di Barack Obama, figlio di genitori
emigrati da Israele negli anni ’60. Lo scorso novembre il quotidiano Maariv
lo ha definito «il nostro uomo alla Casa Bianca», riferendo che il padre
di Rahm, Benyamin, è stato in gioventù membro dell’Irgun, organizzazione
sionista protagonista di svariati attentati terroristi.
- 12
gennaio. “Pace” con Israele? A leggere le dichiarazioni di ex primi
ministri israeliani, il solo tipo di “pace” che i sionisti prefigurano per
i palestinesi è quella del cimitero. Dopo la fine del mandato britannico
nel maggio 1948, l’ONU propose di dividere la Palestina in uno Stato
sionista (56% della superficie) ed uno arabo (43%), con Gerusalemme da
dichiarare "Zona Internazionale" sotto controllo dell’ONU. Il 9
aprile 1948, una banda dell’Irgun assalì il villaggio di Deir Yassin
massacrando 250 abitanti su 300, in maggioranza donne e bambini. Di
proposito la notizia fu sparsa in tutti i villaggi, utilizzando i pochi
superstiti, organizzando conferenze stampa, riproduzioni fotografiche del
villaggio distrutto, volantini incitanti a fuggire. Iniziò allora l’esodo
in massa dei palestinesi. Menachem Begin, capo dell’Irgun, dichiarò: «Gli
arabi, spaventati, cominciarono a fuggire. L'Haganah compiva attacchi
vittoriosi su altri fronti, mentre le forze ebraiche continuavano ad
avanzare verso Haifa come un coltello nel burro. Presi dal panico, gli
arabi scappavano gridando: "Deir Yassin"» (M. Begin, The
Revolt: Story of the Irgun, Hadar Publishing Co. 1964). David Ben Gurion,
primo ministro e presidente del neonato Stato di Israele, nel maggio del
1948, rivolto agli ufficiali del suo Stato maggiore, disse: «Dobbiamo
usare il terrore, l'assassinio, l'intimidazione, la confisca delle terre e
l'eliminazione di ogni servizio sociale per liberare la Galilea dalla sua
popolazione araba» (Ben-Gurion, “A Biography”, by Michael Ben-Zohar,
Delacorte, New York 1978). Non è stata la prima volta. «Noi dobbiamo
espellere gli arabi e prenderci i loro posti» (1937, Ben Gurion and
the Palestine Arabs, Oxford University Press, 1985). « I villaggi
ebraici sono stati costruiti al posto dei villaggi arabi. Voi non li
conoscete neanche i nomi di questi villaggi arabi, e io non vi biasimo
perché i libri di geografia non esistono più. Non soltanto non esistono i
libri, ma neanche i villaggi arabi non ci sono più. Nahlal è sorto al
posto di Mahlul, il kibbutz di Gvat al posto di Jibta; il kibbutz Sarid al
posto di Huneifis; e Kefar Yehushua al posto di Tal al-Shuman. Non c'è un
solo posto costruito in questo paese che non avesse prima una popolazione
araba» (David Ben Gurion, citato in “The Jewish Paradox”, di Nahum
Goldmann, Weidenfeld and Nicolson, 1978). «Se avessi saputo che era
possibile salvare tutti i bambini della Germania trasportandoli in Inghilterra,
e soltanto la metà trasferendoli nella terra d’Israele, avrei scelto la
seconda soluzione, a noi non interessa soltanto il numero di questi
bambini ma il calcolo storico del popolo d'Israele» (David Ben-Gurion,
citato in “Ben-Gurion”, di Shabtai Teveth).
- 12
gennaio. Golda Meir, primo ministro (1969-1974), affermò che «non
esiste una cosa come il popolo palestinese» (dichiarazione al The
Sunday Times, 15 giugno 1969); e «a tutti quelli che parlano in
favore di riportare indietro i rifugiati arabi devo anche dirgli come
pensa di prendersi questa responsabilità, se è interessato allo stato
d'Israele. E bene che le cose vengano dette chiaramente e liberamente: noi
non lasceremo che questo accada» (1961, discorso alla Knesset,
riportato su Ner, ottobre 1961). Yitzhak Rabin, primo ministro (1974-1977,
1992-1995): «Uscimmo fuori, Ben-Gurion ci accompagnava. Allon rifece la
sua domanda, “Che cosa si doveva fare con la popolazione palestinese?”
Ben-Gurion ondeggiò la mano in un gesto che diceva `cacciateli fuori!»
(Yitzhak Rabin,versione censurata delle memorie di Rabin, pubblicata sul New
York Times, 23 ottobre 1979). Il succitato Menachem Begin, primo
ministro d'Israele (1977-1983): «[I palestinesi] sono bestie che
camminano su due gambe» (Discorso alla Knesset di Menachem Begin Primo
Ministro israeliano, riportato da Amnon Kapeliouk, "Begin and the
'Beasts'," su New Statesman, 25 giugno 1982). Yizhak Shamir,
primo ministro (1983-1984, 1986-1992): « [I palestinesi] saranno
schiacciati come cavallette (...) con le teste sfracellate contro i massi
e le mura» (Yitzhak Shamir in un discorso ai coloni ebrei, New York
Times, 1 aprile 1988). Benjamin Netanyahu, primo ministro (1996-1999):
«Israele avrebbe dovuto approfittare dell'attenzione del mondo sulla
repressione delle dimostrazioni in Cina, quando l'attenzione del mondo era
focalizzata su quel paese, per portare a termine una massiccia espulsione
degli arabi dei territori» (Benyamin Netanyahu, allora vice ministro
degli esteri, in un discorso agli studenti della Bar Ilan University, dal
giornale israeliano Hotam, 24 novembre 1989). Ehud Barak, primo
ministro (1999-2001): «Se pensassimo che invece di 200 vittime
palestinesi, 2.000 morti metterebbero fine agli scontri in un colpo,
dovremmo usare più forza» (Associated Press, 16 novembre 2000);
«Sarei entrato in un'organizzazione terroristica» (Risposta a
Gideon Levy, giornalista del quotidiano Ha'aretz, quando chiese a
Barak che cosa avrebbe fatto se fosse nato palestinese). Ariel Sharon,
primo ministro (2001-2006): «È dovere dei dirigenti d'Israele spiegare
all'opinione pubblica, chiaramente e coraggiosamente, un certo numero di
fatti che con il tempo sono stati dimenticati. Il primo di questi è che
non c'è sionismo, colonizzazione, o Stato Ebraico senza lo sradicamento
degli arabi e l'espropriazione delle loro terre» (Ariel Sharon,
ministro degli esteri d'Israele, parlando ad una riunione di militanti del
partito di estrema destra Tsomet, Agenzia France Presse, 15
novembre 1998).
- 12
gennaio. Tornando ai nostri giorni, proviamo a riepilogare gli
avvenimenti che hanno portato all’operazione “Piombo fuso”, lanciata da
Israele contro Gaza il 27 dicembre. Partiamo dal gennaio 2006, data in cui
Hamas vince le elezioni nei territori palestinesi occupati da Israele,
diventando il partito di maggioranza e formando il governo. Un successo
frutto del fallimento politico di al-Fatah, la cui “corruzione” va
considerata un epifenomeno derivato dalla resa ad Israele con quelle tanto
false quanto strombazzate “trattative di pace” (in corso dal 1993 a
livello esplicito, ma assai da prima a livello ufficioso) che, lungi dallo
spianare la via alla creazione di uno Stato palestinese indipendente, ha
coperto l’avanzata del processo di colonizzazione nella Cisgiordania,
compresa Gerusalemme Est.
- 12
gennaio. La crescita di consenso politico di Hamas aveva tra l’altro
comportato lo stemperamento delle posizioni più estremiste da parte
dell’organizzazione e un atteggiamento politico sempre più pragmatico.
Hamas non solo aveva formato il nuovo governo, capeggiato da Ismail
Haniyeh, ma, pur ribadendo la propria indisponibilità ad accettare
qualsiasi precondizione (e, in particolare, ad accettare quegli accordi di
Oslo del 1993 che non prevedevano nessun limite alla continuazione della
colonizzazione israeliana nei territori occupati), aveva fatto più volte
intendere la propria disponibilità ad un negoziato, attraverso offerte
(fatte in diverse occasioni) di tregue di dieci, venti e perfino
trent’anni. La risposta dello Stato d’Israele, tuttavia, era stata da
subito di completa chiusura e si era tradotta nella rottura di ogni
relazione con il nuovo governo e nel rifiuto di versargli i proventi delle
imposte e dei diritti doganali che, a norma degli accordi di Oslo, Israele
riscuoteva dai palestinesi. La decisione di Israele aveva avuto il pieno
supporto non solo degli USA, ma anche dell’Unione Europea, che hanno così
imposto sanzioni economiche agli occupati.
- 12
gennaio. Accanto al blocco politico ed economico dei territori
occupati, fin dal dopo elezioni era stata posta in atto una seconda
strategia, i cui architetti sono stati il segretario di Stato, Condoleezza
Rice, un funzionario del National Security Council, Elliott Abrams, e l’assistant
secretary per gli affari mediorientali del Dipartimento di Stato,
David Welch. Tale strategia mirava all’eliminazione del governo di Hamas
con strumenti politici, ma, in caso di necessità, anche militari, con
l’organizzazione di un vero e proprio colpo di Stato da affidare a Mahomed
Dahlan, il capo della sicurezza a Gaza. Nella seconda metà del 2006 la
Rice induceva l’Egitto, l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti a
finanziare, rifornire e riorganizzare le forze armate di Dahlan, mentre
quest’ultimo dava inizio a quella che egli stesso, in un’intervista a Vanity
Fair, doveva poi definire una «guerra molto astuta» contro le
forze di Hamas presenti a Gaza.
- 12
gennaio. L’Arabia Saudita provava intanto a mediare un accordo fra
Hamas e al-Fatah, in vista della creazione di un governo d’unità
nazionale. L’accordo, raggiunto alla Mecca nel febbraio 2007, portava alla
formazione di un governo congiunto Hamas-Fatah. L’amministrazione Bush rispondeva
finalizzando, il 2 marzo, un vero e proprio piano di colpo di Stato, volto
ad esautorare con la forza Hamas, ma, nel caso non collaborasse, anche lo
stesso Abbas. Il piano stesso diventava di pubblico dominio nel mondo arabo
quando, nell’aprile 2007, veniva pubblicato dal giornale giordano al-Majd.
Il 7 giugno, il quotidiano israeliano Ha’aretz rivelava che Israele
aveva autorizzato l’invio ad al-Fatah da parte dell’Egitto di decine di
carri armati, centinaia di razzi e migliaia di bombe a mano. Il giorno
dopo, a Gaza, Hamas lanciava un attacco preventivo contro al-Fatah,
ponendo repentinamente fine all’«astuta guerra» di Dahlan e
impadronendosi di Gaza. Da quel momento, Gaza è rimasta sotto il controllo
di Hamas, mentre la Cisgiordania continuava ad essere governata dall’ANP,
sotto la supervisione israeliana.
- 12
gennaio. L’azione di Hamas, cioè del legittimo governo palestinese, è
stata presentata al mondo come un «illegale colpo di Stato»;
Israele ha quindi potuto procedere a rendere sempre più stretto il proprio
assedio intorno a Gaza. Gaza, infatti, era stata sgomberata dalle forze
d’occupazione israeliane nel 2005 da Sharon, ma, da allora, con la
collaborazione dell’Egitto sulla frontiera Sud, Israele l’aveva
trasformata in una sorta di lager a cielo aperto, bloccandone i confini
terrestri e marittimi e controllandone lo spazio aereo. Dalle elezioni di
Hamas, il blocco si era fatto sempre più stretto, comportando due tipi di azioni
da parte degli israeliani e un tipo di reazione da parte dei palestinesi.
Le azioni israeliane erano consistite nel razionamento sempre più stretto,
realizzato con modalità sempre più umilianti, dei rifornimenti di beni
essenziali, necessari alla sopravvivenza di una popolazione la cui
economia era stata distrutta dall’occupazione israeliana; a ciò si erano
accompagnate continue intimidazioni nei confronti della popolazione di
Gaza, con voli a bassa quota a velocità supersonica, con occasionali tiri di
artiglieria e con periodiche azioni di commando più o meno estese e più o
meno sanguinarie all’interno della Striscia. Hamas aveva risposto con il
lancio di razzi contro il territorio israeliano. I nostri media hanno in
larga parte taciuto sul blocco economico che stava spingendo il milione e
mezzo di abitanti di Gaza alla fame, parlato solo in maniera sporadica e
superficiale delle azioni militari israeliani per soffermarsi invece con
gran dovizia di particolari sugli attacchi dei «missili» di Hamas
(in realtà razzi di fattura artigianale con una scarsissima capacità
distruttiva, usati più per ragioni simboliche che militari). I dati
parlano da soli: nei tre anni dopo il ritiro da Gaza nell’agosto 2005,
sono stati uccisi dai razzi undici israeliani, mentre, solo nel 2005-2006,
l’esercito israeliano ha ucciso 1.290 palestinesi di Gaza, fra cui 222
bambini.
- 12
gennaio. In questa situazione infernale, nel giugno del 2007, con la
mediazione egiziana, è stata raggiunta una tregua di sei mesi. Gli
israeliani hanno però non solo continuato a mantenere il blocco economico
di Gaza, ma l’hanno sempre più inasprito. Secondo dati dell’Oxfam,
riportati da Sara Roy, un’esperta della situazione economica di Gaza,
mentre nel dicembre 2005 entrava a Gaza una media di 565 camion di
vettovaglie al giorno, nell’ottobre 2007 tale media era calata a 123 e nel
novembre a 4,6. Sempre a novembre, il 4, la notte delle elezioni USA,
l’esercito israeliano è entrato in Gaza, uccidendo quattro dirigenti di
Hamas. Il 19 dicembre, quindi, Hamas ha dichiarato la propria
indisponibilità a rinnovare una tregua estesamente violata da Israele. Era
il pretesto che il governo israeliano aspettava per il massacro di Gaza.
- 13 gennaio. «Qui non si muore solo per i bombardamenti ma anche
per la paura e i bambini sono le prime vittime». Lo dice Padre Manuel Musallam, parroco di Gaza,
rivelando come una bambina di 12 anni della famiglia Abu Ras sia morta di infarto
nella sua abitazione. «I bambini
stanno letteralmente impazzendo a causa delle bombe, piangono e gridano
continuamente. Sono in una condizione di stress costante», ha spiegato il prete palestinese che è anche
preside dell’unica scuola cristiana di Gaza. In nove giorni di assedio
sono state colpite case, strade, caserme della polizia, uffici governativi
e sette moschee. «La maggior parte
degli abitanti di Gaza sono povere persone, innocenti. Anche i poliziotti uccisi
i primi giorni. Loro lavoravano per Hamas ma non appartenevano a quel
movimento. Anch'io sono sotto il governo di Hamas. Questo significa che
sono un terrorista?». Il prete
afferma infine che «se volevano
distruggere Hamas, sono riusciti invece a rafforzarlo», concludendo con un monito agli israeliani: «Se dai fuoco alla casa del vicino, prenderà fuoco
anche la tua», affermando
pessimismo sulla possibilità di raggiungere una pace «in una tale condizione di sofferenza e umiliazione
per i palestinesi».
- 13
gennaio. Pace in Palestina secondo Hamas, parla Khaled Meshal. A metà
del maggio 2008, i collaboratori del sito statunitense Counterpunch
Alexander Cockburn e Alya Rea hanno intervistato a Damasco il capo
dell’ufficio politico di Hamas. Meshal esordisce affermando che «Noi,
come palestinesi, abbiamo l’onore di rappresentare una causa giusta.
Abbiamo sopportato atrocità e occupazione. A causa d’Israele, metà del
popolo palestinese vive sotto occupazione all’interno della Palestina e
l’altra metà vive al di fuori di essa senza avere una casa. Oggi noi, come
popolo palestinese, come nazione palestinese, desideriamo solo vivere in
pace, senza più occupazione». Quello con Israele non è un conflitto
religioso: «non abbiamo problemi con nessuna religione del
mondo, né con alcuna razza. Sappiamo molto bene che Allah onnipotente ha
creato gli esseri umani in razze e religioni differenti e che ci ha
chiesto di conciliare queste diversità». Meshal accusa Washington del
caos in Medio Oriente e del dramma palestinese, senza però scadere
nell’“antiamericanismo”. «Naturalmente, non consideriamo il popolo
americano responsabile di ciò. Ho visitato molte volte l’America. E so
bene che il popolo americano è un popolo gentile. Ma il nostro problema è
con la politica estera delle varie amministrazioni americane. Noi abbiamo
accettato uno Stato palestinese entro i confini del 1967. Ma la comunità
internazionale non è riuscita a costringere Israele a fare la stessa cosa.
Perciò, cosa resta da fare ai palestinesi se non resistere?».
- 13
gennaio. La resistenza di Hamas, sostenuta dal popolo palestinese, è
la risposta alla truce occupazione sionista. «Gaza è il più grande
campo di concentramento della storia. Ricordate la legge di Newton,
secondo la quale ad ogni azione corrisponde una reazione eguale e
contraria. L’occupazione israeliana è l’azione, la resistenza è la
reazione. Ogni volta che in un’occupazione si incrementa il livello delle
atrocità, allo stesso livello si incrementa la reazione della resistenza.
I nostri razzi rientrano in questa formula. Se le atrocità e l’occupazione
si fermassero, anche i razzi si fermerebbero». Meshal
puntualizza che ad Hamas «non piace che ci siano vittime, soprattutto
se donne e bambini, nemmeno da parte israeliana, anche se è stato Israele
ad attaccare noi da principio. Ma sfortunatamente, il fatto che i nostri
aggressori insistano con la repressione violenta porta sangue innocente
sulle strade». A questo punto Meshal fa una rivelazione significativa:
«fin dal 1996, 12 anni fa, noi abbiamo proposto di escludere i
bersagli civili dal conflitto (da ambo le parti). Israele non ha dato
alcuna risposta. Se Israele insiste ad uccidere i nostri bambini, i nostri
vecchi, le nostre donne e i nostri rappresentanti, a bombardare le case
con le cannoniere, gli F16 e gli Apache, se Israele continua questi
attacchi, ai palestinesi cosa resta da fare? Si stanno solo difendendo con
i mezzi che possiedono. Se anche noi possedessimo missili intelligenti,
non li lanceremmo mai se non contro bersagli militari. Ma i nostri missili
e razzi sono molto primitivi. Per questo li utilizziamo secondo le loro
capacità, per reagire alle atrocità di Israele. Non sappiamo esattamente
che cosa colpiranno. Se avessimo missili intelligenti –e speriamo che
qualche paese possa fornirceli– è certo che non prenderemmo di mira se non
bersagli militari».
- 13
gennaio. Qual è la strategia di Israele secondo il leader di Hamas?
Tel Aviv accetterà la proclamazione di uno Stato palestinese realmente
indipendente? «Io credo che Israele voglia tenersi la terra di
Palestina. Gaza è un caso eccezionale. A causa delle dimensioni e
dell’alta densità di popolazione, ad Israele è convenuto andarsene. Ma a causa
di considerazioni religiose, possibilità di accesso alle fonti idriche e
presenza di avamposti militari, Israele non accetterà mai di cedere la
West Bank». Con le cosiddette “trattative di pace” da Oslo in poi
Israele ha solo mirato «a guadagnare tempo, a costruire o rafforzare
una “realtà sul terreno”, ad espandere gli insediamenti e frammentare il
territorio in modo tale da rendere impossibile la creazione di qualunque
entità nazionale. In qualunque proposta di pace, Israele chiede sempre di
mantenere quattro blocchi di insediamenti sulla West Bank. Il più grande è
quello che circonda Gerusalemme; il secondo blocco è quello della zona
settentrionale della West Bank; il terzo è quello nella zona meridionale
della West Bank e il quarto è quello nella Valle del Giordano. E allora
che cosa rimane della West Bank?».

Khaled Meshal
- 13
gennaio. Soluzione dei “due Stati” o Stato unico? Meshal sottolinea
che «il problema non è che cosa i palestinesi o gli arabi
accetterebbero. I palestinesi hanno accettato molte cose. E gli arabi
hanno accettato molte cose. Ma Israele le ha rifiutate (…) La domanda da
porsi è: Israele accetterà o no?». Il capo politico di Hamas ricorda
che il suo movimento ha sottoscritto, nel 2006, un “Documento di
Conciliazione Nazionale” con Fatah e gli altri gruppi palestinesi in cui è
stato accettato uno Stato di Palestina sulla base dei confini del 1967,
comprendente Gerusalemme, senza insediamenti e con il diritto al ritorno
per i rifugiati. «È una piattaforma a cui tutti abbiamo aderito. Ma per
noi di Hamas c’è un punto molto importante, che è il rifiuto di
riconoscere Israele. Ma il non riconoscerlo non implica fargli guerra (…)
Oggi il problema è che il popolo palestinese è la vittima. Metà di esso
vive sotto l’occupazione israeliana in condizioni orribili. Il resto vive
da rifugiato nei campi profughi, senza più una patria. Sarebbe dunque la
vittima –il popolo palestinese– a dover riconoscere Israele? Questo mi
sembra ingiusto», facendo così intendere che riconoscere Israele
significa implicitamente accettarne gli attuali confini e dunque
l’occupazione stessa ed il furto di terra palestinese!
- 13
gennaio. Meshal si sofferma pure sul segreto della tenacia della
resistenza in un contesto internazionale sfavorevole, individuando tre
ragioni. «Prima di tutto, la ferocia dell’occupazione. Una simile
pressione crea una reazione nel popolo, che è appunto la resistenza. Il
secondo elemento è l’intransigenza israeliana. I palestinesi hanno tentato
l’opzione negoziale e hanno offerto al processo di pace una possibilità di
avere successo: la Conferenza di Madrid (1991), gli accordi di Oslo
(1993). Il popolo palestinese ha rispettato il processo di pace, ha scelto
la strada dei negoziati e il risultato è stato negativo. Di conseguenza,
il popolo palestinese ha capito che ogni altra strada è bloccata. Questa
realtà ha spinto i palestinesi ad essere tenaci nella resistenza. Terzo,
non c’è nessun altro partito a livello internazionale su cui i palestinesi
possano contare. L’amministrazione americana potrebbe esercitare pressione
sugli israeliani, ma non lo fa. La comunità internazionale è inerme di
fronte a Israele. Per questo motivo, il popolo palestinese considera la
resistenza non un opzione o un’alternativa, ma un sistema di vita, una
regola per sopravvivere». Ma quali sono le prospettive della
resistenza? «Io direi che il futuro appartiene al popolo
palestinese. Oggi Israele rifiuta le proposte fatte dagli arabi e dai
palestinesi: è Israele a perderci, perché il futuro non gioca a suo favore».
13 gennaio. Su questo punto le parole del capo di Hamas danno da
pensare. «Oggi la potenza militare di Israele non è in grado di
portare a termine i suoi compiti in modo che per Israele risulti
soddisfacente. Dal 1948, Israele ha sconfitto 7 eserciti. Nel ’56
sconfissero l’Egitto. Nel ’67 sconfissero tre paesi contemporaneamente:
Egitto, Siria e Giordania. Nel ’73 la guerra finì in una sorta di parità
tra Egitto e Israele; se a quell’epoca Nixon non avesse fornito supporto
aereo alle forze israeliane, oggi il mondo sarebbe diverso. Nell’82
Israele sconfisse l’OLP a Beirut. Ma dall’82, cioè da 26 anni, gli
israeliani non hanno più vinto nessuna guerra. Non hanno sconfitto la
resistenza palestinese e non hanno sconfitto la resistenza libanese. Da
quell’epoca, Israele non ha più avuto alcuna espansione, anzi ha ridotto
le sue dimensioni. Si sono ritirati dal sud del Libano e da Gaza. Questi
sono indicatori che il futuro non è favorevole ad Israele. Oggi Israele,
con tutte le sue capacità militari –convenzionali e non convenzionali– non
è in grado di garantire la propria sicurezza. Oggi, con tutte queste
capacità, non sono in grado di impedire che da Gaza venga lanciato un
semplice razzo. Per cui la grande domanda è: la potenza militare basta a
garantire la sicurezza? Per questo possiamo dire che quando Israele
rifiuta l’offerta araba e palestinese di uno Stato di Palestina fondato
sui confini del 1967, Israele perde una grande opportunità. Fra pochi anni
una nuova generazione palestinese e nuove generazioni arabe potrebbero non
accettare più queste condizioni, perché l’equilibrio dei poteri potrebbe
non essere più a favore di Israele».
- 13
gennaio. «Gaza dovrebbe essere cancellata dalle carte geografiche.
Hamas si merita lo stesso trattamento che ebbero nella seconda guerra i
giapponesi. Lanciamo due bombe nucleari come quelle di Hiroshima e
Nagasaky, tanto Israele ne possiede 400». È la soluzione della
questione palestinese avanzata all’Università di Bar-Illan da Avigdor
Lieberman, presidente del partito di estrema destra Yisrael Beitenu
(Israele nostra casa), risultato alle scorse elezioni la quinta forza
politica (con quasi il 9%) e data in forte ascesa nei sondaggi.
- 13
gennaio. Gaza, anestesista norvegese: «amputiamo a ritmo continuo».
La situazione nell'ospedale "Schifa" di Gaza, il più grande
della Striscia con 590 letti, è catastrofica, con i chirurghi che operano
a ritmo continuo. Lo afferma in un'intervista telefonica ai quotidiani Sueddeutsche
Zeitung e Tagesspiegel Mads Gilbert, anestesista norvegese
dell’università di Tromso. E' l'unico medico occidentale presente a Gaza,
insieme al chirurgo suo connazionale Erik Fosse, entrati a Gaza attraverso
il valico di Rafah solo in seguito alle forti pressioni esercitate dal
governo del suo Paese sulle autorità
egiziane. «I corridoi sono pieni di persone mutilate, ho perso il conto
delle amputazioni. Oggi sono state colpite due ambulanze e due sanitari
sono rimasti uccisi, colpiti intenzionalmente», dichiara il dottor Gilbert.
- 13
gennaio. Haniyeh: Le bombe non ci piegano. «Dopo 17 giorni di
questa folle guerra, ormai è chiaro: Gaza non si spezzerà, Gaza, a Dio
piacendo non cadrà, Gaza vincerà, la fede vincerà, la Palestina vincerà».
Questo il messaggio registrato ieri nel suo bunker da Ismail Haniyeh,
diffuso in serata dalla televisione Al Aqsa di Hamas ai pochi
abitanti della Striscia che ancora possono avvalersi della corrente
elettrica. Haniyeh ha elogiato la capacità di resistenza della popolazione
di Gaza sotto i bombardamenti israeliani e ha assicurato che Hamas,
accanto alla lotta armata, è disposta ad assecondare ogni iniziativa
diplomatica «che costringa le forze israeliane a ritirarsi e a cessare
gli attacchi, nonché preveda la riapertura dei valichi».
- 14
gennaio. Bolivia e Venezuela rompono le relazioni diplomatiche con
Israele in risposta al genocidio palestinese. Già lo scorso 6 gennaio era
stato espulso l’ambasciatore israeliano dal Venezuela. Il ministro degli
esteri venezuelano accusava Tel Aviv di «terrorismo di Stato» e
denunciava le «flagranti violazioni del diritto internazionale compiute
da Israele», mentre il Presidente venezuelano Hugo Chavez definiva «vigliacchi»
i bombardamenti dell’esercito israeliano su donne e bambini, definendo con
il termine «Olocausto» i massacri di Gaza.
- 14
gennaio. «Esclusioni democratiche». Il Comitato elettorale
centrale israeliano ha escluso dalle elezioni legislative del 10 febbraio
i partiti della comunità araba israeliana, Tajammo e Taal, che
rappresentano circa il 20% della popolazione dello Stato e che avevano
partecipato alle scorse elezioni ottenendo anche una rappresentanza nel
parlamento israeliano. Secondo il Comitato elettorale centrale i due
partiti non avrebbero diritto a partecipare alle elezioni in quanto non
riconoscerebbero il «carattere ebraico» dello Stato di Israele. Per
la comunità arabo-israeliana si tratta di un’esclusione politica, volta a
restringere gli spazi per i palestinesi d’Israele. Il deputato e
presidente di Tajammo Jamal Zahalka ricorda a il Manifesto
che «colpire la minoranza araba è una pratica di cui fanno uso in
Israele coloro che cercano voti e sostegni, pur sapendo che queste
decisioni innescano tensioni e avvelenano i rapporti tra le comunità».
Sullo Stato d’Israele, il leader di Tajammo afferma che «l’uguaglianza
e la pace in questa terra saranno possibili se Israele diventerà uno Stato
per tutti i suoi cittadini senza più proclamarsi Stato ebraico, quindi di
una sola parte».
- 14
gennaio. L’esercito israeliano è incapace di sconfiggere Hamas. Il
quotidiano Haaretz riferisce che gli alti ufficiali dell’esercito «ritengono
che Israele dovrebbe sforzarsi di raggiungere un immediato cessate il
fuoco con Hamas e non estendere la propria offensiva contro i gruppi
islamici palestinesi di Gaza». La notizia conferma che Israele è tanto
capace di compiere un genocidio su larga scala su donne e bambini, quanto
incapace di fronteggiare i palestinesi sul terreno militare. I capi
militari israeliani hanno anche ammesso che «Israele ha già ottenuto
diversi giorni fa tutto ciò che poteva ottenere a Gaza», vale a dire
radere al suolo i suoi quartieri e massacrare la popolazione civile con
bombardamenti dal mare e dal cielo su scuole e ospedali. A che pro tutto
questo? All’inizio i politici israeliani avevano giurato di distruggere
Hamas, poi hanno abbassato le pretese, promettendo soltanto di distruggere
la capacità del movimento di lanciare razzi. Invano. Non solo Hamas è ben
lungi dall’essere sconfitta, con un sostegno crescente in Palestina e nel
mondo arabo, ma la sua capacità di lanciare razzi sulle città israeliane
di Ashdod, Ashkelon e Sderot rimane immutata.
- 14
gennaio. Emerge da numerose corrispondenze sia da dentro Gaza che
dalle retrovie israeliane che la resistenza palestinese è assai superiore
a quanto avessero previsto gli stati maggiori dell'esercito israeliano. Le
truppe israeliane sono state costrette a ritirarsi sule posizioni di
partenza dopo aver tentato di penetrare a Gaza City. Le organizzazioni
palestinesi –da Hamas ad Al Fatah al FPLP– hanno unificato le forze e
agiscono in modo coordinato ricorrendo a tutti i mezzi della guerriglia
urbana. Lo spettro del Libano si riaffaccia in molti ambienti israeliani.
I soldati israeliani a terra sono radunati in poche zone devastate e senza
riparo, esposti ai cecchini e al fuoco dei mortai di Hamas. Nelle “guerre
asimmetriche” un esercito regolare contro una compatta e motivata
guerriglia urbana, in una zona per di più densamente popolata, alla lunga
non può che subire uno stillicidio di perdite, di cui infatti non si
conosce l’entità sui media. Negli ultimi giorni tra le forze israeliane si
è registrato un numero crescente di perdite. L’esercito israeliano si è
impantanato ancora una volta.
- 14
gennaio. Ecco quindi perché il sanguinario ministro della “difesa”
sionista, come riferisce sempre il quotidiano israeliano Haaretz,
ha chiesto un cessate il fuoco di una settimana per “ragioni umanitarie”
(sic!). Alla situazione sul terreno si aggiunge il prossimo insediamento
di Obama alla Casa Bianca e le elezioni alle porte. Barak capisce che il
suo spazio di manovra è ristretto, e che un’avanzata dei soldati israeliani
dentro le periferie di Gaza sarebbe molto pericolosa. Barak ha dunque
bisogno di una tregua, sperando magari di creare una nuova realtà sul
terreno con l’aiuto di USA e del suo vassallo -l’Unione Europea-,
ovviamente nascondendosi dietro il pretesto “umanitario”. La realtà
dell’impreparazione dell’esercito israeliano emerge però sempre dalle
colonne di Haaretz, che riporta le invettive di funzionari vicino
ad Olmert, i quali avrebbero commentato la richiesta di cessate il fuoco
dicendo che «Hamas osserva la scena e ascolta le voci, questi commenti
sono un colpo in canna per Hamas e i suoi leader».
- 14 gennaio. L’esercito israeliano è dunque capace di spargere morte
e compiere carneficine, ma non può vincere questa guerra. Lo scrittore e
cantautore israeliano Gilad Atzmon, ex combattente nella guerra in Libano
del 1982, che gli aprì gli occhi sull’orrore sionista in modo tale da
divenire da allora sostenitore dei diritti del popolo palestinese, nota
che su giornali come Ynet emerge che i soldati israeliani, appena
escono dai veicoli corazzati e dai carri armati Merlava, si ritrovano alla
mercè dei miliziani di Hamas. «Non riusciamo a vedere il nemico», «veniamo
colpiti senza sapere da chi e come», sono alcuni dei commenti apparsi
sulla stampa. Per come stanno le cose, Hamas sta diventando un simbolo di
eroismo e libertà, con i suoi combattenti che stanno riuscendo, praticamente
a mani nude, a fronteggiare la più micidiale tecnologia statunitense. Allo
stesso modo, la leadership politica di Hamas è riuscita a proporsi come
chiave di ogni possibile soluzione dell’attuale conflitto. Altro che
“distruggerla”. Israele, dall’altro lato, è ora visto per ciò che è
realmente, uno Stato assassino e criminale dedito a crimini di genocidio
della peggior specie.
- 14
gennaio. «A Gaza si è ripreso il dialogo tra noi e Fatah, visto che
non sono pochi i combattenti di Fatah che si sono uniti alla resistenza».
Lo rivela a Peacereporter Ayman Daraghmeh, deputato di Hamas,
appena eletto portavoce del movimento islamico in Cisgiordania essendo uno
dei pochi deputati di Hamas rimasti in libertà. Daraghmeh parla anche del
controllo capillare esercitato in questi giorni da Fatah in Cisgiordania,
dove «è stato negato il diritto di dimostrare liberamente. Solo poche
persone, molto controllate. Tanti sono stati arrestati e minacciati,
addirittura sono stati utilizzati gas lacrimogeni contro le manifestazioni
di solidarietà alla popolazione civile di Gaza».
- 14 gennaio.
L’offensiva di Israele contro Hamas nella Striscia di Gaza ha causato
sofferenze senza precedenti ai civili residenti nel territorio
palestinese. È quanto denunciano nove gruppi israeliani per la difesa dei
diritti umani. In una lettera indirizzata al Primo ministro Ehud Olmert,
al ministro della Difesa Ehud Barak e ai vertici dell’esercito, i gruppi
spiegano che i civili di Gaza sono sottoposti a «estreme sofferenze
umanitarie». «Il livello di sofferenza della popolazione civile è
senza precedenti», scrivono, accusando i soldati «di uso gratuito
della forza letale che ha causato la morte di centinaia di civili
innocenti». I firmatari della lettera includono B'tselem, il Comitato
pubblico contro la Tortura in Israele, Medici per i Diritti Umani, Yesh Din
e Amnesty International Israele.
- 15
gennaio. «Qualunque sia il costo, il prosieguo dei massacri da
parte di Israele non spezzerà la nostra volontà né la nostra aspirazione
alla libertà e all'indipendenza». Così il Primo ministro del governo
palestinese di Gaza, Ismail Haniyeh, in un articolo sul quotidiano
britannico Independent. «Scrivo questo articolo rivolgendomi ai
lettori occidentali di ogni orientamento politico mentre la macchina da
guerra israeliana continua a massacrare il mio popolo a Gaza. Finora sono
state uccise quasi mille persone, metà delle quali circa sono donne e
bambini. Il bombardamento di questa settimana della scuola dell'UNRWA (UN
Relief Works Agency) nel campo profughi di Jabalya è stato uno dei crimini
più spregevoli che si possano immaginare, dato che centinaia di civili
avevano abbandonato le proprie case per cercare rifugio presso l'agenzia
internazionale solo per essere spietatamente fatte oggetto di colpi di artiglieria
e bombardamento aereo da parte di Israele. Quarantasei bambini e donne
sono stati uccisi nell'odioso attacco e molti altri sono rimasti feriti».
Di sicuro, evidenzia Haniyeh, «se il riunire civili in un edificio solo
per poi bombardarlo o l'uso di ordigni al fosforo e di missili non sono un
crimine di guerra, allora cosa lo è? Quanti altri trattati internazionali
e convenzioni i sionisti dovranno infrangere prima di essere chiamati a
risponderne?».
- 15
gennaio. L’assedio di Gaza, puntualizza il primo ministro palestinese,
costituisce una violazione della Quarta Convenzione di Ginevra. Israele
«ha proibito l'accesso delle più elementari forniture mediche ai
nostri ospedali. Ha interrotto la consegna di carburante e la fornitura di
elettricità alla nostra popolazione. E al colmo di tutta questa inumanità,
ha negato il cibo e la libertà di movimento, persino alle persone
bisognose di trattamento medico. Questo ha portato all'evitabile morte di
centinaia di pazienti e all'incontenibile aumento della denutrizione tra i
nostri bambini». A tutto questo, come hanno reagito gli Stati membri
dell'Unione Europea? Asserendo «senza vergogna che Hamas ha portato il
popolo palestinese alla catastrofe perché non ha rinnovato la tregua.
Tuttavia noi chiediamo: Israele ha onorato i termini del cessate il fuoco
mediato dall'Egitto in giugno? La risposta è no. L'accordo stabiliva la
fine dell'assedio e la fine agli attacchi alla West Bank e alla Striscia
di Gaza. A dispetto del nostro pieno rispetto degli accordi, gli
israeliani hanno continuato a uccidere palestinesi a Gaza come nella West
Bank».
- 15
gennaio. «Nessuna delle atrocità commesse contro le nostre scuole,
università, moschee, ministeri e infrastrutture civili ci fermerà
nella nostra lotta per i nostri diritti nazionali. Senza dubbio, Israele
ha il potere di distruggere ogni edificio della Striscia di Gaza, ma non
schiaccerà mai la nostra determinazione e fermezza di vivere con dignità
sulla nostra terra. Vi è una sola via da seguire. Le nostre condizioni per
un cessate il fuoco sono chiare e semplici. Israele deve mettere fine alla
sua guerra criminale e al massacro del nostro popolo, togliere completamente
e incondizionatamente il suo assedio illegale alla Striscia di Gaza, aprire
tutti i nostri valichi di frontiera e infine ritirarsi da Gaza. Dopo di
ciò considereremo future opzioni. Per chiudere, i palestinesi sono un popolo
che lotta per la propria libertà contro l'occupazione, e per la creazione
di uno Stato indipendente con Gerusalemme come sua capitale e il ritorno
dei profughi ai villaggi dai quali furono espulsi. Qualunque sia il costo,
la continuazione dei massacri da parte di Israele non spezzerà questa nostra
volontà né la nostra aspirazione alla libertà e all'indipendenza».
- 15
gennaio. Hamas usa la popolazione civile come “scudo umano”? Il
parroco cristiano di Gaza Manuel Musallam respinge su L’Unità
questa tesi dell’esercito israeliano, a cui chiede «di dimostrarlo. Perché
io stesso vado negli ospedali, visito le moschee e non vedo un solo
combattente. Hamas è per strada, non si sta nascondendo». Il parroco sottolinea
poi che «quando questa guerra finirà ci ritroveremo senza case, senza
scuole, senza ospedali e questi feriti sono dei disabili che non potremo
assistere e molti di loro sono bambini».
- 15
gennaio. Fermare i razzi massacrando i civili? Insensato e falso. Lo
afferma Johan Galtung, sociologo norvegese, fondatore dell’International
Peace Research Institut, che sperimentò da bambino gli orrori
dell'occupazione nazista in Norvegia e la deportazione di suo padre in un
campo di concentramento. Galtung afferma che se l’assedio volesse
veramente “proteggere Israele dai missili”, la strategia scelta ha
palesemente fallito, dato che il lancio dei missili, nonostante le
carneficine, prosegue indisturbato. «Come ha riportato l'eccellente
medico norvegese Mads Gilbert ad Al Jazeera, non solo Israele uccide, ma
uccide con munizioni che provocano orribili ferite. “I civili non sono il nostro
obiettivo”, dichiara l'esercito israeliano. Per favore, con un milione e
mezzo di persone altamente concentrate nella Striscia, senza un posto dove
fuggire, ogni bomba è destinata a colpire dei non-militanti. All'incirca
il 50% dei morti sono donne e bambini, i bambini da soli un terzo del
totale. Espressioni come “involontario”, “non voluto”, non funzionano».
Massacrare i civili è dunque un obiettivo ricercato. «Sbarazzarsi
di Hamas significa eliminare quelli che l'hanno votato, quelle che portano
in grembo i loro figli, e quelli che lo voteranno quando saranno
cresciuti. In altre parole, genocidio; il genos in questione sarebbe il
milione e mezzo di abitanti di Gaza».
- 15
gennaio. Sionista inglese: dirigenza israeliana «criminale di guerra» e «stupida».
Lo afferma Gerald Kaufman, deputato laburista, al parlamento britannico.
Così si presenta Kaufman: «sono stato cresciuto come un ebreo ortodosso
e un sionista. Su una mensola in cucina c’era una scatola di latta per
il Fondo nazionale ebraico, dentro la quale mettevamo le monete per aiutare
i pionieri a costruire una presenza ebraica in Palestina. Sono andato
la prima volta in Israele nel 1961 e v i sono stato innumerevoli volte.
Ho avuto familiari in Israele e ho amici in Israele. Uno di essi ha combattuto
nelle guerre del 1956, 1967 e 1973 ed è
stato ferito in due di esse. Il distintivo che indosso viene da una decorazione
sul campo a lui insignita, che mi ha regalato. Ho conosciuto la maggior
parte dei primi ministri di Israele, a partire dal Primo ministro fondatore
David Ben-Gurion. Golda Meir era mia amica, così come lo è stato Yigal Allon,
vice primo ministro, che, da generale, conquistò il Negev per Israele nella
guerra del 1948 per l’indipendenza. I miei genitori vennero in Gran
Bretagna come rifugiati provenienti dalla Polonia. La maggior parte dei
loro familiari sono stati in seguito uccisi dai nazisti nell’olocausto.
Mia nonna era a letto malata, quando i nazisti giunsero alla sua città natale,
Staszow. Un soldato tedesco la uccise sparandole nel suo letto».
- 15
gennaio. Kaufman non nasconde l’indignazione per quanto sta accadendo
a Gaza, ed accusa esplicitamente il governo israeliano di «sfruttare
spietatamente e cinicamente il continuo senso di colpa» derivante
dall’“Olocausto ebreo” per «giustificare la sua uccisione di
palestinesi». «L'implicazione è che la vita degli ebrei sia
preziosa, ma la vita dei palestinesi non conti». Poi commenta così le
dichiarazioni del ministro degli Esteri israeliano: «Tzipi Livni
afferma che il suo governo non avrà rapporti con Hamas, perché sono
terroristi. Il padre di Tzipi Livni era Eitan Livni, il capo delle
operazioni dell’organizzazione terroristica Irgun Zvai Leumi, che ha
organizzato l’attentato esplosivo dell’Hotel King David di Gerusalemme, in
cui perirono 91 vittime, di cui quattro ebrei. Israele è stato partorito
dal terrorismo ebraico. Terroristi ebraici impiccarono due sergenti
britannici e fecero esplodere i loro cadaveri. Irgun, insieme con la banda
terrorista Stern, nel 1948 massacrò 254 palestinesi nel villaggio di Deir
Yassin».
- 15
gennaio. Kaufman vede nero il futuro d’Israele. Per quanti palestinesi
gli israeliani possano uccidere a Gaza, «non possono risolvere questo
problema esistenziale con mezzi militari. Quando e qualora i combattimenti
finissero, ci sarebbero ancora un milione e mezzo di palestinesi a Gaza e
altri due milioni e mezzo in Cisgiordania. Essi sono trattati alla stregua
di immondizia da parte degli israeliani, con centinaia di blocchi stradali
e con gli orrendi abitatori degli insediamenti ebraici illegali che li
molestano. Verrà il momento, non molto lontano da ora, in cui supereranno
la popolazione ebraica in Israele. È giunto il momento per il nostro
governo [britannico; Kaufman è appunto deputato laburista al
parlamento britannico, ndr] di render chiaro al governo israeliano che
la sua condotta e la sua politica sono inaccettabili, e di imporre un
divieto totale di esportare armi a Israele. È l’ora della pace, ma la pace
vera, non la soluzione attraverso il soggiogamento che è il vero obiettivo
degli israeliani, ma che è impossibile per loro da raggiungere. Essi non sono
semplicemente dei criminali di guerra, sono stupidi».

- 15
gennaio. Un gioco da bambini. Così definisce il massacro sionista
Gideon Levy del quotidiano israeliano Haaretz. «I piloti
bombardano senza incontrare ostacoli, come se fosse un allenamento, i
carri armati e i soldati dell’artiglieria colpiscono case e civili dai
loro veicoli blindati, le forze speciali distruggono strade intere
protetti dentro i loro minacciosi veicoli senza dure opposizioni. Un
esercito forte e potente sta lottando contro una popolazione inerme».
Levy commenta le cifre dei morti civili, in particolare i bambini, il cui numero,
in base ai dati ONU, è triplicato da quando è iniziata l’operazione via
terra, asserendo che «questa percentuale è troppo elevata rispetto a
qualsiasi standard umanitario o etico. È sufficiente guardare le immagini
provenienti dallo Shifa Hospital per vedere quanti bambini bruciati,
sanguinanti o morenti si trovano ora là. La storia ha visto innumerevoli
guerre brutali portare via vite che non si potevano contare. Ma la
terribile percentuale di questa guerra, con un terzo dei morti composto da
bambini, non si è mai vista nella storia recente». Levy smonta pure la
propaganda dell’esercito israeliano: «Si può accusare Hamas per la
morte dei bambini, ma nessuna persona ragionevole nel mondo accetterebbe
una simile merce propagandistica, ridicola e imperfetta alla luce delle
immagini e delle statistiche provenienti da Gaza. Si dice di Hamas che si
nasconde tra la popolazione civile, come se il ministero della Difesa a
Tel Aviv non si trovasse in mezzo a una popolazione civile, come se ci
fossero posti a Gaza che non sono in mezzo alla popolazione civile (…) Una
significativa maggioranza dei bambini uccisi a Gaza però non è morta
perché sono stati usati come scudi umani o perché hanno lavorato per
Hamas. Sono stati uccisi perché l’esercito ha bombardato, colpito o
sparato contro di loro, le loro famiglie o gli edifici in cui abitavano.
Questo è il motivo per cui il sangue dei bambini di Gaza è sulle nostre
mani, non sulle mani di Hamas, e noi non saremo mai in grado di sfuggire a
queste responsabilità. I bambini di Gaza che sopravvivono a questa guerra
ce lo ricorderanno».
- 15
gennaio. Una guerra per il gas di Gaza. Secondo Michel
Chossudovsky, l’invasione militare della Striscia di Gaza è finalizzata al
controllo e alla proprietà di giacimenti strategici di gas offshore. In un
articolo pubblicato lo scorso 8 gennaio sul sito globalresearch,
Chossudovsky rivela che «enormi riserve di gas, scoperte nel 2000,
giacciono al largo delle coste di Gaza. Ai sensi di un accordo firmato con
l’Autorità palestinese, nel novembre del 1999, di 25 anni di validità,
sono state accordate delle licenze di sfruttamento degli idrocarburi alla
British Gas Group (60%) e al suo partner di Atene, Consolidated
Contractors International Company di proprietà delle famiglie libanesi
Sabbagh e Koury (30%)». La questione della sovranità sui giacimenti di
gas di Gaza è cruciale. «Dal punto di vista giuridico essi appartengono
alla Palestina. Ma la morte di Yasser Arafat, le elezioni di Hamas al
governo e il crollo dell’Autorità palestinese hanno consentito a Israele
di prendere il controllo de facto sulle riserve offshore di Gaza». La
stessa sovranità della Palestina sui giacimenti di gas offshore «è
stata contestata alla Corte suprema israeliana dove Sharon dichiarò, senza
mezzi termini, che "Israele non accetterà mai di acquistare il gas
dalla Palestina” lasciando intendere che le riserve di gas al largo di
Gaza appartenevano a Israele».
- 15
gennaio. Nel 2007 un accordo proposto dalla British Gas avrebbe
consentito il convogliamento del gas palestinese verso il porto israeliano
di Ashkelon. Israele non ha mai accettato l’idea di dover corrispondere
royalties ai palestinesi. Nello stesso periodo in cui si progetta
l’offensiva a Gaza, nel giugno 2008, le autorità israeliane hanno ripreso
contatto con British Gas, al fine di riprendere i negoziati cruciali per
l’acquisizione del metano di Gaza (Globes online-Israel’s Business
Arena, 23 giugno 2008). Secondo Chossudovsky, sembrerebbe che Israele
intendesse giungere a un’intesa con BG Group prima dell’invasione, in fase
avanzata di pianificazione. A novembre 2008, il ministero israeliano delle
Finanze e il ministero delle Infrastrutture incaricavano la Israel
Electric Corporation (IEC) di avviare negoziati con British Gas per
l’acquisizione di metano proveniente dalla concessione di BG al largo di
Gaza (Globes, 13 novembre 2008). Quale sarà dunque il futuro dei
giacimenti di gas palestinese? Se Israele dovesse in qualche modo
annetterseli, «i giacimenti di gas di Gaza verrebbero integrati agli
adiacenti impianti offshore di Israele ».
- 16
gennaio. Anche Hamas, Jihad Islamica e Fronte Popolare per la
Liberazione della Palestina-Comando Generale a Doha, Qatar, per un vertice
straordinario dedicato alla crisi nella Striscia di Gaza, partito
all’insegna della spaccatura in seno al mondo arabo. L’iniziativa
qatariota è stata contestata dagli Stati filo USA come Egitto ed Arabia
Saudita, e per tale ragione non è stata avallata dalla Lega Araba, dei cui
22 membri erano presenti in dieci: oltre al Qatar, Siria, Libia, Libano,
Sudan, Algeria, Iraq, più Mauritania, Gibuti e Comore. Al vertice era
presente pure un rappresentante del primo ministro turco Erdogan e il
presidente iraniano, Mahmud Ahmadinejad, che ha invitato i paesi della
Lega Araba a tagliare i loro rapporti economici con Israele ed a lanciare
un embargo su petrolio e gas ai Paesi che appoggiano Tel Aviv. «Credo
che sia una buona proposta se i Paesi arabi collaborano. Non è ammissibile
che questi Paesi danno petrolio che viene trasformato in pallottole, razzi
o bombe che piovono sulla popolazione di Gaza. Non è un'equazione valida»,
ha aggiunto il presidente del quarto produttore petrolifero mondiale.
- 16
gennaio. Parole dure anche dal presidente della Siria, Bashar el Assad.
«Israele ed i suoi leader sono la forma più pericolosa del
nazismo dei nostri tempi», ha detto il presidente siriano, constatando
la morte dell’iniziativa di pace proposta dall’Arabia Saudita e adottata
dal vertice della Lega Araba a Beirut nel febbraio 2002. «All'indomani
dell'adozione dell'iniziativa da parte dei paesi arabi, Sharon (l'ex
primo ministro e più volte ministro della difesa israeliano, ndr) invase
Jenin, e quello che dobbiamo fare oggi è trasferire il nome di questa iniziativa
dal registro dei vivi a quello dei morti», ha dichiarato Assad. Dopo
il meeting a Doha, Qatar e Mauritania hanno sospeso le loro relazioni con
Israele. Il Qatar ospita un ufficio commerciale israeliano dal 1996. La
Mauritania, assieme ad Egitto e Giordania uno dei tre paesi della Lega
Araba avente (dal 1999) rapporti diplomatici con Tel Aviv, aveva già
richiamato il suo ambasciatore in Israele.
- 16
gennaio. Hamas dice no a condizioni Israele. Il leader di Hamas in
esilio Khaled Meshaal ha detto, durante il vertice di Doha dei paesi
arabi, che non accetterà le condizioni poste da Israele per il cessate il
fuoco «perché la resistenza non è stata sconfitta sul terreno». Meshaal
chiede che le responsabilità delle distruzioni e delle perdite di vita
umane «devono essere rigettate su Israele». Meshaal ha quindi chiesto
che siano «avviati procedimenti giudiziari per portare in giudizio i
dirigenti israeliani davanti alla Corte Penale Internazionale», che
sia deciso «il rafforzamento del diritto del popolo palestinese alla
resistenza» e che sia dato «sostegno alla sua lotta fino al ritiro
dell'occupazione». Inoltre Meshaal ha chiesto al vertice di Doha «l'arresto
di tutte le forme di normalizzazione con Israele da parte dei Paesi arabi,
uno sforzo arabo internazionale per la ricostruzione di Gaza e il
patrocinio arabo per la riconciliazione interpalestinese».
- 16
gennaio. Bandire Israele dall’ONU. Lo chiede il primo ministro turco
Tayyip Erdogan. «Mi vergogno, a nome dell'umanità, degli attacchi
israeliani su Gaza», afferma il presidente turco, Abdullah Gul,
addolorato dal silenzio della “comunità internazionale” sul massacro dei
bambini a Gaza. La Turchia è uno storico alleato di Israele. Erdogan si è
detto nei giorni scorsi dispiaciuto che il primo ministro Olmert non
l’abbia avvertito dell’attacco mentre faceva da mediatore tra Damasco e
Tel Aviv.
- 16
gennaio. Lucia Annunziata abbandona, adirata, la trasmissione
“Annozero” accusando di faziosità il conduttore Michele Santoro. Il giorno
dopo il “caso Annunziata” diventa il fatto del giorno. Fabrizio Cicchitto
di Forza Italia, molto democraticamente, chiede «un atto di censura da
parte dei vertici Rai». Interviene addirittura l’ambasciatore dello
Stato di Israele in Italia, Gideon Meir, che scrive una lettera aperta al
presidente della Rai Claudio Petruccioli: «Spettacolo vergognoso che
provoca sconcerto». Già, “sconcerto” e “vergogna” per quello che le
immagini televisive hanno mostrato. I morti palestinesi. L’intervista di
un bambino rimasto ferito che ha suscitato commozione. Le accuse
dell’Unicef, dell’ONU, del Vaticano, della Croce Rossa internazionale, dei
medici di ospedali bombardati, presi a cannonate dai tanks israeliani, dei
giornalisti colpiti dalle bombe. Le prove dell’uso di bombe al fosforo,
all’uranio impoverito, al “Dime”, nonché dei colpi sparati contro chi
porta i soccorsi, dell’attacco alla sede dell’ONU che si occupa dei
rifugiati, con addirittura il filo–USA presidente delle Nazioni Unite, Ban
Ki-Moon, che si dice «scandalizzato» per le bombe piovute
sulla sede dell’Unrwa. Ecco dunque la “colpa” di Santoro: aver ripreso
alcune delle immagini che girano in tutte le televisioni del mondo e
averle mostrate alla televisione pubblica italiana.
- 16
gennaio. La trasmissione di Santoro, alla fin fine, ha comunque
espresso un disagio "morale", di "coscienza" per il
dramma umanitario di bambini e donne massacrate con armi di sterminio
convenzionalmente nemmeno ritenute adeguate dalla cosiddetta
"comunità internazionale". Interrogarsi sulle cause, ricostruire
i fatti, comprendere il presente per immaginare e costruire un futuro
diverso (il che "dovrebbe" essere proprio della professione
giornalistica...) su basi di giustizia e non di una asettica “pace” che sa
di accettazione dell'apartheid e della dipendenza, tutto questo è però
sostanzialmente mancato ed è stato rimosso. Al di là delle esternazioni
umanitarie, Santoro si è accodato all'idea della "cattiva" Hamas
sanguinaria che lancia razzi. I suoi distinguo vertevano sui limiti per la
comunque compresa ed accettata "reazione difensiva" di Israele. Che
Gaza ricordi il ghetto di Varvasia, e che i sionisti ricordino metodi e
prassi della nazisteria che fu, non solo è un nodo neanche minimamente
posto, ma se ne rovescia un giudizio di merito. Il livello dell'informazione
ripropone scenari da anni del nazismo. Chi si interroga su come fu
possibile allora la sua affermazione, basta che guardi all'oggi, partendo
(anche) dal livello dell’informazione. In cui, più che il problema di
Berlusconi, emerge in tutta la sua drammaticità il grado della servitù
nazionale di questo paese. Annunziata, ma a ben vedere anche lo stesso
Santoro, ne sono stati a loro modo l'ennesima testimonianza indiretta...
- 16
gennaio. «Quando terroristi palestinesi
tentarono –con missili terra-aria piazzati nei dintorni all'Aeroporto di
Fiumicino– di abbattere un aeromobile civile israeliano dell'El-Al e
furono arrestati, Moro intervenne personalmente sul presidente del
tribunale, con la cortesia e la fermezza che gli erano proprie, e fece
concedere ai terroristi la libertà provvisoria. All’uscita dal carcere vi
erano agenti dell’allora Sid che prelevarono i terroristi appena
scarcerati, li portarono in un aeroporto militare, li imbarcarono su un
aeromobile DC 3 dello stormo dello Stato Maggiore, sigla ‘Argo’, quello di
cui normalmente si serve la V Divisione e cioè ‘Gladio’ (mamma mia,
‘Gladio!’) e li spedì a Malta, da dove raggiunsero la Palestina. Arafat
ringraziò. Fortunatamente Lei, dottor Spataro, era impegnato in un
girotondo! Gli israeliani anni dopo ci risposero e fecero saltare in aria
l’Argo: pari e patta». È un fatto
rivelato da Cossiga in una lettera per Libero (14 novembre 2006).
Viene da pensare: e se questo atto terrorista, invece di essere compiuto
dal Mossad, fosse stato perpetrato da un qualche sedicente gruppo
islamico, sarebbe calato lo stesso silenzio?
- 16
gennaio. La Rete Internazionale degli Ebrei
Anti-Sionisti (IJAN) sta con i palestinesi di Gaza ed accusa Israele di
terrorismo e genocidio in quello che è diventato il “Ghetto di Gaza”. I
firmatari sostengono di avere «come Ebrei una responsabilità aggiuntiva
nel parlare ed agire contro queste azioni spregevoli, perché siamo gli
eredi delle vittime di un genocidio, perché Israele pretende di
“difenderci” tramite la pulizia etnica della Palestina con lo scopo ultimo
di cancellare il popolo palestinese, ed anche a causa del ruolo giocato
dalle organizzazioni ebraiche negli Stati Uniti ed in Occidente nel
giustificare, perpetrare ed intensificare il terrorismo di Stato di Israele
contro i Palestinesi. Riteniamo che la violenza a Gaza oggi sia l’esito
inevitabile, l’ultimo anello in una catena di terrore, di una ideologia
basata sull’esproprio della popolazione originaria della Palestina in
favore degli Ebrei europei».
- 16
gennaio. Gli ebrei anti sionisti invitano infine alla mobilitazione
contro la propaganda pro Israele. «Le azioni creative sono quelle che
utilizzano tattiche creative, visive ed artistiche per trasmettere il
messaggio delle ragioni dell’intervento di disturbo, come proiezioni di
immagini all’esterno delle organizzazioni sioniste, mostre d’arte pubbliche,
teatro di strada, eccetera. I bersagli possono essere organizzazioni sioniste
che si sono mobilitate per supportare questo attacco, eventi che raccolgano
soldi per sostenere l’assedio di Gaza o tabelloni pubblicitari e manifesti
che giustifichino la violenza israeliana». Altri modi per agire sono: «Organizzare
o partecipare a proteste ed iniziative nella vostra zona in collaborazione
con organizzazioni di solidarietà con la Palestina e di giustizia sociale;
fare una donazione alla Middle East Children's Alliance (MECA) per i suoi
carichi di forniture mediche (https://secure.groundspring.org/dn/index.php?aid=1171)
(…) sommergere le ambasciate ed i consolati israeliani di lettere e telefonate
di condanna degli attacchi. Qui potete trovare informazioni sui modi di
contattare le ambasciate israeliane in giro per il mondo: http://www.learn4good.com/travel/israel_embassies.htm;
fate circolare la petizione di sostegno al Presidente dell’Assemblea Generale
dell’ONU Padre Miguel D'Escoto Brockmann
<http://www.ipetitions.com/petition/IJAN_Brockmann_BDS/> che ha apertamente
condannato l’apartheid israeliano ed ha chiesto il boicottaggio e le sanzioni.
Ha ricevuto minacce di morte per questa dichiarazione. Appello per
gli studenti ebrei: sono in corso sforzi per dare visibilità e supporto
all’attività degli studenti ebrei che condannano le azioni israeliane a
Gaza e che supportano il movimento per il boicottaggio e le sanzioni. Unisciti
alla causa su Facebook dal titolo
“Jewish Students Condemn Israel, Support BDS Campus Campaigns!” <http://apps.facebook.com/causes/1850...er_id=11224007>.
Scrivete una mail a students@ijsn.net».
- 16 gennaio. Medici Senza Frontiere «fatica a ricordare una tale
ecatombe di civili in un lasso di tempo così breve» come quella in
corso a Gaza. «Dobbiamo tornare al bombardamento di Grozny, capitale
della Cecenia, da parte dei russi per trovare un tasso di mortalità così
alto in un così breve lasso di tempo: almeno 260 morti a Grozny in 5
giorni nel dicembre 1999», afferma una nota.
- 16
gennaio. Ucciso dopo una soffiata. Sulle circostanze dell'uccisione di
Saed Siyam, ministro degli Interni palestinese nella striscia di Gaza, Arabmonitor
ha appreso che Siyam è stato tradito molto probabilmente da
informatori israeliani presenti sul territorio,
quando ieri pomeriggio si è recato a Jabaliya presso la casa di
suo fratello. Sebbene non fosse mai stato reso pubblico chi abitasse
nell'edificio, poco dopo l'arrivo del ministro è scattato il
raid aereo israeliano in cui, oltre a Saed Siyam, sono rimasti uccisi
otto membri della sua famiglia, tra cui la moglie, il figlio e il
fratello. Siyam è stato l'ideatore delle Forze di sicurezza preventive
nell’area.
- 16
gennaio. Il gioco sporco dell’Egitto. Un alto esponente di Hamas, che
ha chiesto l’anonimato, ha rivelato ad Arab Monitor che, per quel che
concerne le richieste del movimento di resistenza islamico, non è l'Egitto
che sta negoziando veramente per il cessate il fuoco a Gaza, bensì la
Turchia. Gli ambasciatori di Hamas avevano ricevuto dall’Egitto non un
piano per il cessate il fuoco, ma un diktat: una tregua iniziale di due
settimane, per consentire l'ingresso di aiuti umanitari nella striscia,
quindi una tregua di lunga durata di non meno di quindici anni e la resa
incondizionata della resistenza, con la rinuncia alla lotta armata,
all'addestramento militare dei suoi uomini, alla produzione e all'import
di armi. Durante la tregua di due settimane, non ci sarebbe stata tra
l’altro alcuna apertura dei valichi; anche gli aiuti umanitari ammessi
nella striscia sarebbero a discrezione di Egitto e Israele. Al rifiuto di
Hamas, il generale Suleiman, capo dell'intelligence egiziana, ha urlato: «Nessuno
tra gli arabi può dire di no all'Egitto».
- 16
gennaio. La quinta colonna israeliana Dahlan pronto a rientrare
nella Striscia. Già in precedenza, prima dell’aggressione israeliana,
il 26 dicembre, gli egiziani avevano chiesto ad Hamas di «alzare bandiera
bianca», «arrendersi», assicurando allo stesso tempo di aver
ricevuto da Israele garanzie che nessun attacco militare contro Gaza era
all'ordine del giorno. «In queste tre settimane di guerra ci sono stati
dei giorni che hanno impedito per periodi di 48 ore l'ingresso nella striscia,
attraverso il valico di Rafah, persino delle bombole di gas necessarie
per la sala chirurgica degli ospedali. Non solo, ma da una decina di giorni
400 uomini di Mohammed Dahlan (l'ex uomo forte di al Fatah, degli USA
e di Israele a Gaza) sono ospiti di un centro militare egiziano ad Al
Arish (capoluogo del Sinai), dove ricevono addestramento dagli egiziani».
Il progetto dei Quattrocento è di rientrare nella striscia di Gaza se
non sui carri armati israeliani, con il sostegno del Cairo.
16 gennaio. A fare sponda alle richieste di Hamas, che mal vede una
presenza europea, è invece la Turchia, presenza ostacolata dall’Egitto. «I
turchi hanno mostrato un approccio molto pragmatico. Hanno fatto presente
a Suleiman che la proposta egiziana è realisticamente inaccettabile per
noi e hanno avanzato delle idee che possono offrire garanzie sia a noi che
a Israele. Per esempio, hanno suggerito la presenza di osservatori
internazionali direttamente ai valichi assieme a forze palestinesi
dell'autorità di Gaza, che a Rafah, ma solo al valico di Rafah, potrebbero
anche essere forze palestinesi miste, cioè agenti dell’Autorità nazionale
e agenti nostri. Questa presenza internazionale sarebbe diversa da quella
degli osservatori UE a Rafah, anni fa, i quali praticamente prendevano
ordini da Israele, che li controllava attraverso dei monitor (…) Sempre i
turchi hanno indicato in un anno la possibile durata iniziale del cessate
il fuoco. Per noi, queste sono idee accettabili. Consideriamo la Turchia
il partner con cui negoziare, perché ha mostrato molto realismo».
- 16 gennaio.
Stati europei ed USA a contatto con Hamas. Nelle ultime
settimane hanno avuto più di un colloquio con il movimento di resistenza
islamico palestinese. «Alcuni si sono fatti vivi dicendo che vogliono
esprimere la propria posizione a riguardo del fatto che non abbiamo voluto
rispettare la tregua. Quando abbiamo fatto presente che la tregua è stata
violata da Israele che non ha mai tolto l'assedio a Gaza, questi Paesi
sono svaniti. Ma tre Paesi europei hanno mantenuto i canali aperti e siamo
tuttora in contatto con loro. Questi si sono offerti per dare una mano per
uscire dalla crisi. Non posso indicarle due Paesi, se non che si tratta di
membri dell’Unione europea. Uno di questi è una potenza, l’altro ha delle
ambizioni. La Norvegia è stato invece il terzo Paese a offrirsi». Anche
l’ex ambasciatore USA in Israele, Daniel Kurtzer, assai vicino al team di
Barack Obama, ha avuto due incontri «come privato cittadino» con i
dirigenti di Hamas. L'obiettivo degli incontri era «raccogliere delle
idee». I due colloqui si sono svolti nella primavera del 2008 e nel
novembre scorso, dopo la vittoria elettorale di Obama. Anche l’ex
presidente statunitense Jimmy Carter ha voluto vedere personalmente Khaled
Meshal, e non solo lui della direzione di Hamas, sia ad aprile che nel
novembre 2008.
- 16
gennaio. I bambini della Striscia di Gaza, se non massacrati, sempre
più mutilati e sotto shock dai bombardamenti. Il dott. Eyad al-Sarraj,
psichiatra e direttore del “Gaza community mental health program”
(Programma per la salute mentale di Gaza) ha dichiarato che i bambini di
Gaza, il 56% della popolazione, «soffrono di ansia, sono terrorizzati,
provano odio». Al-Sarraj ha chiarito che i bambini sono esposti a un
danno psicologico a lungo termine: «Hanno perso, dentro di sé, la
figura del padre, o dell'adulto, come loro protettore, perciò, per
sostituirla, tentano di unirsi ai gruppi armati».
- 17
gennaio. Il 46% della popolazione ebraica israeliana è favorevole
all'espulsione dei palestinesi dai Territori. Il 31% si pronuncia a favore
dell’espulsione degli arabi israeliani dal paese. È quanto emerge, secondo
il quotidiano Haaretz, da un sondaggio condotto in seno alla
“maggioranza ebraica” del paese per il Jaffee Center for Strategic
Studies dell’università di Tel Aviv. I dati confermano la tendenza a
una radicalizzazione dell’opinione pubblica.
- 17
gennaio. Egitto: Israele «è ebbra di potenza e di violenza». Lo
afferma il ministro degli Esteri egiziano Abul Gheit, secondo cui Tel
Aviv è il principale ostacolo agli «sforzi egiziani per giungere a una
tregua a Gaza». Il ministro egiziano ha poi aggiunto che l’Egitto
non è impegnato in alcun modo rispetto all’accordo firmato dagli Stati
Uniti e Israele a proposito del controllo dei tunnel per impedire il
traffico d'armi verso la Striscia di Gaza.
- 17
gennaio. ONU complice d’Israele. Il presidente del Parlamento libanese
Nabih Berri ha detto al segretario generale delle Nazioni Unite Ban
Ki-moon, in visita in Libano, che «al Medio Oriente sarebbero state
risparmiate tutte queste guerre se le risoluzioni dell’ONU fossero state
applicate». In una seduta del Parlamento libanese boicottata da
Hezbollah, che ha accusato il segretario generale dell’ONU di «servire
Israele», Ban aveva detto che Israele deve ritirarsi dalle terre
palestinesi e arabe occupate dopo la “guerra dei sei giorni” del 1967.
- 17
gennaio. Sono infatti ben 73 le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza
delle Nazioni Unite disattese da Israele. Ne menzioniamo qualcuna:
risoluzione n. 93 (18 maggio 1951) secondo cui, ai civili arabi che
sono stati trasferiti dalla zona smilitarizzata dal governo di Israele,
deve essere consentito di tornare immediatamente nelle loro case; n.
101 (24 novembre 1953), secondo cui l’azione delle forze armate
israeliane a Qibya del 14-15ottobre 1953 e tutte le azioni simili
costituiscano una violazione del cessate-il-fuoco (risoluzione 54 del
Consiglio di Sicurezza dell'ONU); n. 106 (29 marzo 1955), secondo
cui un attacco premeditato e pianificato ordinato dalle autorità
israeliane è stato commesso dalle forze armate israeliane contro le forze
armate egiziane nella Striscia di Gaza il 28 febbraio 1955; n. 111
(19 gennaio 1956), che tra le altre cose condanna l'attacco dell'11
dicembre 1955 sul territorio siriano come una flagrante violazione dei
provvedimenti di cessate-il-fuoco della risoluzione 54 (1948) e degli
obblighi di Israele rispetto alla Carta delle Nazioni Unite; n. 171
(9 aprile 1962), che riscontra le flagranti violazioni operate da Israele
nel suo attacco alla Siria; n. 228 (25 novembre 1966), che censura
Israele per il suo attacco a Samu, in Cisgiordania, sotto il controllo
giordano; n. 237 (14 giugno 1967), che chiede urgentemente a Israele di
consentire il ritorno dei nuovi profughi palestinesi del 1967; n. 242
(22 novembre 1967), adottata a seguito della Guerra dei Sei Giorni, che
chiedeva il raggiungimento di "una pace giusta e duratura in Medio
Oriente" attraverso "l'applicazione dei seguenti
principi: ritiro delle forze armate israeliane dai tterritori occupati nel
recente conflitto, la fine di tutte gli stati di belligeranza, il rispetto
del diritto di ogni Stato nell'area a vivere in pace entro confini sicuri
e riconosciuti"; n. 256 (16 agosto 1968), che condanna gli
attacchi israeliani contro la Giordania come flagranti violazioni; n.
262 (31 dicembre 1968), che condanna Israele per l'attacco
all'aeroporto di Beirut; n. 265 (1 aprile 1969), che condanna
Israele per gli attacchi aerei su Salt in Giordania; n. 270 (26
agosto 1969), che condanna Israele per gli attacchi aerei sui villaggi del
Sud del Libano; n. 279 (12 maggio 1969), che chiede il ritiro delle
forze israeliane dal Libano; n. 280 (19 maggio 1969), che condanna
gli attacchi israeliani contro il Libano; n. 285 (5 settembre 1970), che
chiede l’immediato ritiro israeliano dal Libano; n. 298 (25
settembre 1971), con cui si deplora che Israele abbia cambiato lo status
di Gerusalemme; n. 317 (21 luglio 1972), che deplora il rifiuto di
Israele di rilasciare gli Arabi rapiti in Libano; n. 337 (15 agosto
1973), che condanna Israele per aver violato la sovranità del Libano; n.
427 (3 maggio 1979), che chiama Israele al completo ritiro delle
proprie forze dal Libano; n. 444 (19 gennaio 1979), che deplora la
mancanza di cooperazione di Israele con il contingente di peacekeeping
dell'ONU; n. 446 (22 marzo 1979), secondo cui gli insediamenti
israeliani sono un grave ostacolo alla pace e chiama Israele al rispetto
della Quarta Convenzione di Ginevra; n. 452 (20 luglio 1979), che
ingiunge a Israele di smettere di costruire insediamenti nei territori
occupati; n. 467 (24 aprile 1980), che deplora con forza
l'intervento militare israeliano in Libano; n. 469 (20 maggio
1980), che deplora con forza la non osservanza da parte di Israele
dell'ordine di non deportare Palestinesi; n. 487 (19 giugno 1981),
che condanna con forza Israele per l'attacco alle strutture nucleari
dell'Iraq; n. 497 (17 dicembre 1981), che dichiara nulla
l'annessione israeliana delle Alture del Golan; n. 509 (6 giugno
1982), che chiede a Israele di ritirare immediatamente e
incondizionatamente le sue forze dal Libano; n. 515 (19 giugno
1982), che chiede a Israele di togliere l'assedio a Beirut e consentire
l'entrata di rifornimenti alimentari; n. 573 (4 ottobre 1985), che
condanna Israele per i bombardamenti su Tunisi durante l'attacco al
quartier generale dell'OLP; n. 607 (5 gennaio 1988), che ingiunge a
Israele di non deportare i Palestinesi e gli chiede con forza di
rispettare la Quarta Convenzione di Ginevra; n. 608 (14 gennaio
1988), che si rammarica profondamente che Israele abbia sfidato l'ONU e
deportato civili palestinesi; n. 904 (18 marzo 1994), che esprime
sconcerto per lo spaventoso massacro commesso contro fedeli palestinesi
nella Moschea Ibrahim di Hebron il 25 febbraio 1994, durante il Ramadan,
che hanno causato la morte di oltre 50 civili palestinesi e il ferimento
di altre centinaia e ingiunge ad Israele, la potenza occupante, di
applicare misure che prevengano atti illegali di violenza da parte di
coloni israeliani, come tra gli altri la confisca delle armi, n. 1405
(19 aprile 2002), che chiede che siano tolte le restrizioni imposte,
soprattutto a Jenin,alle operazioni delle organizzazioni umanitarie,
compreso il Comitato Internazionale della Croce Rossa e l'Agenzia dell'ONU
per l'Assistenza e il Lavoro per i Profughi Palestinesi in Medio Oriente
(Unrwa). Fonti: 1) Paul Findley, Deliberate Deceptions:
Facing the Facts about the US/Israeli Relationship (Chicago: Lawrence
Hill, 1993); 2) http://www.un.org/documents/scres.html
- 17 gennaio.
Livni contestata da giornalisti USA. Il ministro degli esteri israeliano,
Tzipi Livni, è rimasta sorpresa ieri notte da alcuni giornalisti che le
hanno rivolto pesanti accuse e l’hanno bollata come «terrorista»
per l'offensiva militare nella striscia di Gaza. Lo scrivono i quotidiani
israeliani Haaretz e Yediot Ahronot.
- 18
gennaio. Accordo statunitense-israeliano a Sharm el-Sheikh per
disarmare la resistenza e colpirla attraverso l'addestramento di
"forze di sicurezza" regionali. L’accordo definisce "terrorismo"
la resistenza palestinese e "legittima difesa" il terrorismo
israeliano ed addebita le ostilità all’acquisto di armi da parte di Hamas.
Sorprendente la parte che incoraggia l'applicazione di risoluzioni ONU
contro il "terrorismo palestinese" senza menzionare quelle di
condanna contro i crimini israeliani. Importante il ruolo della NATO e
delle basi USA in Europa. L’accordo prevede che USA ed Israele lavoreranno
per prevenire il rifornimento di armi ed esplosivi –ad Hamas ed altri
gruppi, non solo a Gaza, ma anche nel Mediterraneo, nel Golfo di Aden, il
Mar Rosso e l'Africa orientale– in cooperazione con partner regionali e
con la NATO. Tra i mezzi da utlizzare: potenziamento della cooperazione
statunitense sulla sicurezza e l'intelligence con governi regionali;
coinvolgimento di rilevanti componenti del governo USA, come il Comando
Centrale, il Comando statunitense in Europa, il Comando statunitense in
Africa, e il Comando delle operazioni speciali statunitensi; potenziamento
delle sanzioni internazionali esistenti e i meccanismi contro il
rifornimento di materiali di sostegno a Hamas e ad altre organizzazioni
terroristiche, compresa una risposta internazionale a Stati, come l'Iran,
che rappresentano le fonti di approvvigionamento di armamento ed esplosivi
diretti a Gaza; assistenza logistica e tecnica, addestramento ed
equipaggiamento a forze di sicurezza regionali nelle azioni di contrasto
al contrabbando, lavorando per un miglioramento dei programmi di
assistenza già esistenti.
- 18
gennaio. «Armi vietate nella Striscia». Marc Garlasco, analista
militare dell'organizzazione internazionale per i diritti umani Human
Rights Whatch, dichiara a Liberazione di aver constatato –dalle
osservazioni effettuate a due chilometri dal confine– l’uso del fosforo
bianco nei bombardamenti a Gaza. «Il fosforo bianco ha una firma visiva
unica e singolare. Si presenta sotto forma di una specie di medusa, con
una grande testa bianca e tentacoli che vengono giù (…) A parte tutto, da
Gaza ci arrivano i numeri di serie delle parti di artiglieria rimasti sul
terreno. Sono tracciabili: made in USA, abbiano anno e luogo di
produzione, e abbiamo trovato ulteriori conferme». Garlasco è uno
specialista del campo, avendo lavorato sette anni per il Pentagono,
partecipando ad operazioni militari in Kosovo, Afghanistan ed Iraq.
- 18
gennaio. Dopo aver lanciato altri razzi, le fazioni della resistenza
palestinese hanno annunciato di aver accettato il cessate il fuoco nella
Striscia di Gaza. Le fazioni hanno confermato la richiesta di ritiro delle
forze di occupazione dalla Striscia di Gaza entro una settimana, e
l’apertura di tutti i passaggi in modo che possano entrare gli aiuti
umanitari. Disponibilità pure a collaborare con l’Egitto, la Turchia, la
Siria e il Qatar per raggiungere un accordo che contenga la fine totale
dell’assedio e l’apertura dei valichi.
- 18
gennaio. È Israele che usa i bambini palestinesi come scudi umani. Lo
storico Domenico Losurdo riporta sul suo blog parti di uno scritto di Haim
Watzman pubblicato sull’International Herald Tribune (22 giugno
2006). L’autore, che in precedenza aveva militato nelle file dell’esercito
di Tel Aviv, scriveva che «nove mesi fa la Corte Suprema di Israele ha
vietato all’esercito israeliano di usare civili [palestinesi] come scudo umano
allorché faceva irruzione nelle case per arrestare combattenti
palestinesi. La scorsa settimana il quotidiano israeliano “Haaretz” ha
riferito che la conseguenza di questa decisione è stata di collocare i
civili palestinesi in una situazione di pericolo più grave: i soldati non
entrano più nelle case per cercare i loro bersagli; l’esercito usa
bulldozer per abbattere le case».
- 19
gennaio. Benedetto XVI accusa Israele di aver provocato a Gaza «centinaia
di vittime innocenti». Per la Segreteria di Stato del Vaticano,
l’offensiva israeliana si è caratterizzata per un «fallimento totale
nel distinguere i civili dagli obiettivi militari» come si è espresso
giorni fa il nunzio all’ONU, monsignor Celestino Migliore. Ratzinger
rincara la dose all’Angelus domenicale, denunciando che Gaza è stata
obiettivo di una violenza indescrivibile.
- 19
gennaio. Gli aiuti europei per la ricostruzione della Striscia di
Gaza, devastata da 22 giorni di bombardamenti, non arriveranno fino a
quando il territorio palestinese sarà governato da Hamas. Lo ha lasciato
intendere il Commissario europeo per le Relazioni estere, Benita-Ferrero-Waldner.
L’Unione Europea considera Hamas un movimento “terroristico” e si rifiuta
di trattare direttamente con esso. Gli aiuti per la ricostruzione della
Striscia, ha detto la diplomatica europea, potranno arrivare solo se il
presidente palestinese Abu Mazen (il cui mandato è scaduto l’8 gennaio
scorso) riuscirà ad imporre nuovamente la sua autorità sul territorio.
- 19
gennaio. Devastazione ovunque. Dopo 22 giorni di stragi, sono circa
1.300 i palestinesi uccisi; 5.500 i feriti, di cui più di 1.200 in
condizioni disperate per il collasso delle strutture sanitarie, per la
mancanza di medicine, di sale operatorie e di attrezzature
diagnostiche; 400.000 le case distrutte e 17.000 quelle inagibili. Sono i dati
iniziali provocati dai bombardamenti israeliani, che per l’ufficio
centrale di statistica palestinese a Ramallah ammontano a quasi 2 miliardi
di dollari. Distrutte infrastrutture, edifici pubblici, privati, sanitari,
dell’istruzione, dello sport ed istituzioni dell’ONU. Dalla strage non si
sono salvati nemmeno cavalli, cammelli, asini, mucche, pecore, allevamenti
di oche e galline. Stritolati dalle pale dei bulldozer, dai cingoli di
blindati e dei carri armati, magazzini, abitazioni agricole, serre,
appezzamenti di terreno, coltivazioni di oliveti e di alberi da
frutta. L’80% dei terreni coltivati è andato distrutto.
- 19
gennaio. Per la Croce Rossa, dal 27 dicembre 2008 al 18 gennaio 2009,
i neonati e gli adolescenti uccisi hanno raggiunto il numero di
413, e oltre 1.800 hanno riportato ferite, mutilazioni a gambe,
braccia o subìto gravi traumi cranici con danni
permanenti. Ricordiamo che il 50% dei residenti nella Striscia
di Gaza ha meno di 18 anni. L’inventario dell’orrore si è allungato
in queste ore con la scoperta di altri 92 corpi dilaniati, carbonizzati o
in decomposizione, seppelliti sotto tonnellate di macerie per
l’impossibilità materiale dei soccorritori di provvedere all’estrazione e
alla riconsegna delle salme ai familiari durante gli attacchi aerei. Si
registrano intanto le prime perdite di minori uccisi da ordigni
militari inesplosi all’impatto o abbandonati sul terreno da Tsahal. Si
stima che altre decine di corpi siano seppelliti nei quartieri periferici
delle principali città della Striscia di Gaza non ancora raggiunti dalle
squadre di soccorso. I cani randagi hanno fatto strazio
di deceduti di tutte le età. I crateri scavati dalle bombe da 1
tonnellata sganciate dai cacciabombardieri hanno prodotto diametri di
15-20 m e una profondità di 5-7, su un territorio che supera nei
campi profughi una densità abitativa superiore ai 4.000 abitanti per kmq.
- 19
gennaio. Hamas batte Tsahal 80-48. Durante una conferenza stampa
trasmessa dalla tv satellitare qatariota Al Jazeera, Hamas, ha dichiarato
di aver perso 48 combattenti, mentre sarebbero rimasti uccisi almeno 80
soldati israeliani. Non meno di 900 i razzi lanciati dalla Striscia di
Gaza contro Israele. Secondo il rapporto preparato lo scorso aprile
dal "Centro sul terrorismo e l'informazione", vicino ai servizi
di intelligence israeliani “Shin Bet/Shabak”, nonché le fonti del
quotidiano britannico The Telegraph (6 gennaio 2009), Hamas
disporrebbe di almeno 20mila combattenti nella Striscia di Gaza.
- 19
gennaio. Haniyah dichiara vittoria ed auspica l’unità palestinese. Il
primo ministro palestinese, Ismail Haniyah, ha dichiarato che la
resistenza «è uscita vittoriosa dall’ultima aggressione israeliana
contro Gaza», e ha chiesto al mondo di portare i leader di Israele
davanti ai tribunali internazionali per rispondere dei crimini di guerra
commessi. Haniyah ha evidenziato la necessità di «approfittare della
vittoria per realizzare l’unità palestinese e lavorare per approfondire la
pacificazione interna dopo aver preparato il clima giusto». E ha sottolineato
che il suo governo, nonostante la violenta aggressione, ha seguito la
situazione dei valichi e l’offerta degli aiuti, precisando che «non ci
sono stati disordini e illegalità, come speravano gli israeliani, grazie
alla polizia che fatto il suo lavoro nonostante le condizioni molto
difficili». Il primo ministro palestinese ha spiegato che la ferma e
forte resistenza contro l’aggressione israeliana è stata affiancata
alla strada diplomatica. Haniyah ha apprezzato le posizioni assunte dalla
Conferenza d’emergenza per Gaza, svoltasi a Doha, e ha poi espresso
gratitudine per la decisione del Venezuela e della Bolivia di tagliare i
rapporti diplomatici con Israele, e del Qatar e della Mauritania di
congelare i rapporti diplomatici con Tel Aviv. Per affrontare la
distruzione causata dai bombardamenti israeliani, Haniyah ha promesso di
distribuire aiuti veloci a tutte le famiglie a cui sono state distrutte o
danneggiate le abitazioni, e ha garantito che il suo governo ricostruirà
quanto distrutto dalla guerra. Haniyah ha confermato che la pace non si
realizzerà prima del ritiro israeliano da tutti i territori occupati, la
liberazione di tutti i detenuti e il ritorno di tutti i profughi
palestinesi nella loro terra, e ha sottolineato con forza la necessità di
aprire i passaggi e di porre fine all'assedio contro Gaza.
- 19
gennaio. Al vertice arabo in Kuwait, il presidente Abu Mazen (Mahmud
Abbas) ha ribadito l’urgenza di un governo di unità nazionale palestinese.
Un segnale della debolezza di Abu Mazen, che dopo i primi giorni di
bombardamenti ne aveva addossato la colpa ad Hamas. «Serve un governo di
unità nazionale che avvii l’eliminazione del blocco, la riapertura dei
passaggi, la ricostruzione, e la preparazione di elezioni presidenziali e
legislative simultanee», ha detto Abbas. Secondo Arab Monitor,
Abu Mazen avrebbe brindato all’uccisione del ministro degli interni di
Gaza, Siyam.
- 19
gennaio. I regimi arabi dopo l’aggressione sionista, parla Hezbollah.
Nawaf Mousawi, responsabile per le relazioni internazionali di
Hezbollah, ha espresso alcune considerazioni ad Arab Monitor.
Sull’Egitto: «il regime egiziano vuole, non da adesso, ma da lungo
tempo, che la questione palestinese venga chiusa rapidamente, anche se ciò
obbligasse i palestinesi a rinunciare anche ai diritti nazionali più
elementari. L’Egitto vuole partecipare al riassetto strategico della
regione. La resistenza costituisce a questo piano il maggiore ostacolo. La
resistenza palestinese non accetta nulla di meno che il rispetto dei
diritti nazionali. Il regime del Cairo cerca anche di indebolire il
più possibile Hamas anche perché ritiene che una vittoria di Hamas possa irrobustire
ulteriormente i Fratelli musulmani egiziani che il regime teme.
Sicuramente il comportamento dell'Egitto complica gli altri sforzi di
mediazione per una soluzione a Gaza e certamente possiamo dire che i
regimi arabi sono partner nei crimini commessi da Israele».
Sulle assenze al vertice di Doha: «l’assenza dello Yemen è stata
indubbiamente una sorpresa. L’assenza di Paesi come Bahrain o Emirati
Arabi si spiega facilmente, perché si tratta di semplici satelliti
dell'Arabia Saudita. Gheddafi, ritengo, non sia andato non tanto per
ragioni politiche, quanto per questioni personali. E' un uomo molto
umorale. Potrebbe aver pensato che qualcuno dei presenti potesse mettergli
ombra e allora ha preferito semplicemente inviare una delegazione».
- 19
gennaio. Il responsabile di Hezbollah evidenzia pure il ruolo politico
crescente del Qatar nel mondo arabo. «Indubbiamente il peso del Qatar
sta crescendo sia a livello dell'informazione, che in campo politico,
come nella diplomazia. In principio abbiamo registrato l’azione efficace di
al Jazeera. In seguito il Qatar ha beneficiato della debolezza
americana verso i movimenti di resistenza della regione. Le ricordo che a
Khaled Meshal (il capo dell'Ufficio politico di Hamas) il Qatar ha
concesso l'asilo. Doha sta cercando di far comprendere a
Washington che svolge un'azione essenziale per ridurre i danni provocati
dalla politica statunitense in tutto il Medio Oriente. Sicuramente il suo
ruolo è positivo». Sulla Turchia: «Dopo la fine della Guerra fredda
la Turchia ha cercato di ritagliarsi un ruolo in Asia centrale, ma
l'Armenia ha fatto da barriera a questa ambizione. La Siria ha, invece,
assicurato alla Turchia un buon ingresso sulla scena medio orientale.
Bisogna sottolineare che l'opinione pubblica turca sia fortemente
contro Israele e l'America e questo costringe il governo turco ad agire in
un certo modo. È molto positivo il ruolo turco in Iraq contro la divisione
del Paese ed è molto realistico l'approccio turco nella questione della
striscia di Gaza». Il responsabile di Hezbollah parla pure degli
sforzi esercitati dal suo movimento e dall’altro partito sciita Amal per
convincere il presidente libanese Michel Suleiman ad andare al vertice
straordinario arabo-islamico nel Qatar convocato per discutere della situazione
a Gaza. «Noi abbiamo esercitato degli sforzi per convincerlo a
partecipare, notando come la sua elezione a presidente della Repubblica
fosse il risultato dell'accordo nazionale libanese raggiunto proprio a un
incontro straordinario tenutosi a Doha». Su Abu Mazen: «È il Fouad
Siniora palestinese e in queste settimane non ha nemmeno pianto (il
premier libanese, durante l'aggressione israeliana al Libano nell'estate
2006, ha continuamente pianto in occasione di conferenze e interviste)».
L’ultima domanda chiedeva se inviati diplomatici USA avessero nelle ultime
settimane contattato Hezbollah. Nawaf Mousawi ha risposto: «non è
venuto nessuno che avesse relazioni dirette con amministrazioni
americane passate, presenti o future. Noi non accettiamo di sederci a
discutere con gente del genere. Sono, però, venuti dei privati con i
quali abbiamo scambiato delle idee».
- 19
gennaio. Mubarak ha dato ordine al ministero dell’Informazione di
impedire festeggiamenti pro Hamas ed ha fatto arrestare 250 membri dei
Fratelli musulmani. Lo scrive Il Foglio.
- 20
gennaio. Decine e decine di migliaia di palestinesi hanno accolto
l’appello di Hamas e hanno sfilato per le strade della Striscia di Gaza
per dimostrare il proprio sostegno alla resistenza e «celebrare la
vittoria sulle forze di occupazione israeliane». Il corteo è partito
dalla scuola Fakhoura, dell'UNRWA, nel campo profughi di Jabalia, a nord
di Gaza, dove qualche giorno fa l'aviazione israeliana ha sterminato 45
persone che vi avevano trovato rifugio, e altre 150 erano rimaste ferite.
La marcia ha attraversato Gaza city, Khan Younis, Rafah, Deir Al-Balah,
Nusseirat e al-Breij. I manifestanti sventolavano bandiere nazionali e
delle fazioni, e intonavano canti e slogan inneggianti la resistenza e di
condanna per i massacri contro i civili compiuti dalle forze israeliane.
Una grande folla si è riunita di fronte al quartier generale del Consiglio
Legislativo palestinese, demolito dai bombardamenti israeliani, sempre
inneggiando alla resistenza. I leader di Hamas hanno dichiarato che la
massiccia manifestazione popolare indica che la resistenza palestinese ha
l'appoggio della popolazione e che il movimento islamico «è ancora
accettato a Gaza». Parlando alla folla, Ismail Radwan, uno dei capi di
Hamas, ha citato i leader israeliani Ehud Olmert e Tzipi Livni,
affermando: «Essi pensavano che avrebbero rovesciato Hamas e fermato i
lanci di missili palestinesi contro le città israeliane. Ma che avete
fatto, sionisti? Avete rovesciato il nostro governo? Avete fermato i
razzi? Avete distrutto Hamas? Oggi, il legittimo governo di Hamas –eletto
dal suo popolo– ha più sostegno di prima». E ha aggiunto: «Oggi, i
popoli arabi e islamici sostengono Hamas perché esso sveglia le speranze
della nazione. Le brigate al-Qassam e i loro militanti sono diventate il
simbolo della speranza del riscatto della nazione».
- 20
gennaio. Riyadh sta perdendo la pazienza. Re Abdullah ha avvertito
Israele che «l’iniziativa di pace araba (riconoscimento di Israele in
cambio di uno Stato palestinese sulle frontiere del 1967) non rimarrà sul
tavolo a lungo».
- 20
gennaio. Fatah in crisi, e si parla di sciogliere l’Autorità Nazionale
Palestinese. Come riporta il Manifesto, il partito fondato da
Yasser Arafat, al Fatah, è in fibrillazione dopo l’atteggiamento «ambiguo»
tenuto dall'ANP di Abu Mazen durante l'offensiva militare israeliana a
Gaza. Si moltiplicano le proteste sui giornali locali di esponenti di
Fatah, mentre dal carcere il leader più carismatico del partito, Marwan
Barghuti, chiede addirittura che vengano rinnovati tutti gli organi
direttivi dell’OLP per includervi Hamas e decidere un’unica piattaforma
nazionale. Due giorni fa circa 200 intellettuali e personalità politiche,
tra i quali Mustafa Barghuti e Mamduh al Aker, hanno firmato un documento
di condanna dell'esecutivo in Cisgiordania. Tra i più critici verso Abu
Mazen e l’ANP figura Qadura Fares, ex ministro e deputato. A il
manifesto Fares afferma che «Fatah, o almeno una parte della sua
leadership, ha scelto di non ascoltare il grido di dolore dei palestinesi
che giungeva da Gaza ma anche dalla Cisgiordania, dai campi profughi nei
paesi arabi e ovunque nel mondo. La nostra polizia ha persino usato le maniere
forti per impedire le manifestazioni contro l'aggressione israeliana. È la
prima volta dal 1965 che Fatah non partecipa alla difesa di palestinesi
aggrediti da Israele. E non mi riferisco tanto alla difesa armata quanto
invece all'atteggiamento politico. L'ANP gradualmente sta diventando come
quei regimi arabi che noi palestinesi abbiamo sempre condannato».
Fares rivela come persino «gruppi di giovani kuwaitiani hanno
contestato Abu Mazen al suo arrivo (ieri al vertice economico di
Kuwait city, ndr) e il Qatar che ospita i comandi militari statunitensi
ora si propone come sostenitore della “rivoluzione palestinese”. Ciò era
impensabile appena qualche anno fa». Fares afferma che un nuovo
congresso di Fatah non si terrà mai, a causa di «gruppi di potere,
legati in particolare alla vecchia generazione, che paralizzano tutto.
Hanno troppo da perdere dal rinnovamento». Per l’ex ministro, comunque,
il vero rischio non è una probabile sconfitta elettorale di Fatah, ma
quello di «perdere ogni speranza di vera indipendenza e di fine
dell'occupazione israeliana. Bisogna avere il coraggio di interrompere le
trattative con Israele, rinunciare ai fondi esteri che ci stanno comprando
e anche sciogliere l'ANP. Prima del 1994 non c'era l'ANP eppure i
palestinesi vivevano ugualmente. Sarebbe un modo per rendere chiaro alla
comunità internazionale che i palestinesi hanno una sola voce e che
insieme chiedono una pace giusta, fondata sulla legalità e la giustizia».
- 21
gennaio. Malati e mutilati palestinesi da utilizzare come spie
israeliane? Paola Canarutto, coordinatrice della Rete degli ebrei contro
l’occupazione, si è recata in Cisgiordania come medico, dove ha avuto la
possibilità di analizzare le condizioni sanitarie. La Canarutto rivela che
dalla Striscia di Gaza nemmeno i malati possono uscire: «i permessi
erano e sono centellinati. In realtà –come ha denunciato l'associazione
israeliana Physicians for Human Rights– erano negati, fino a quando il
malato e i parenti non collaboravano con i servizi segreti israeliani. Malati
che volevano oltrepassare il confine per poter essere curati in Israele (a
spese dell'Amministrazione palestinese) erano sottoposti ad
interrogatorio: i servizi segreti accordavano il permesso solo a quelli
che accettavano di spiare nel vicinato».
- 21
gennaio. Canarutto descrive pure le conseguenze dell’occupazione in
Cisgiordania, dove i parti spesso, a causa dei posti di blocco, avvengono
per strada. «Nel 2006, a vincere le elezioni palestinesi era stato
Hamas. Quindi Israele aveva trattenuto gli introiti doganali e dell'IVA
palestinesi, mentre la cosiddetta “comunità internazionale” aveva sospeso
gli aiuti allo sviluppo. Di conseguenza, scuole ed ospedali avevano
chiuso: i dipendenti non erano pagati. In ospedale ricoveravano solo i
casi urgenti, come per un parto distocico; negli altri casi, si partoriva
a casa. Ora che al “governo” (le virgolette sono d’obbligo, perché il
potere reale è gestito da Israele) della Cisgiordania c'è Abu Mazen,
Israele e la “comunità internazionale” hanno sbloccato i fondi, ma la
situazione resta drammatica. Ci sono più di seicento ostacoli al transito,
fra blocchi stradali e posti di blocco. Questo, tra l’altro, ostacola ogni
sviluppo economico. In un'economia che, in tutto il mondo, è del just
in time, chi produce, ad esempio, le suole delle scarpe deve far sì che
queste raggiungano la fabbrica in cui queste sono unite ai lacci, ma i
posti di blocco rendono tutto lentissimo e imprevedibile. In più, Israele
si appropria di gran parte dell'acqua delle falde idriche cisgiordane. La carenza
di acqua ostacola l'agricoltura, ma non basta: moltissimi olivi sono stati
divelti per far posto alla “barriera di separazione” –che non è costruita
sulla linea armistiziale, la Linea Verde, ma in Cisgiordania, confiscando
così altra terra. In più, verdura e frutta fermate al posto di blocco
marciscono al sole».
- 21
gennaio. Sanità cisgiordana a due livelli. A causa della mancanza di autonomia
economica, «quelli palestinesi sono molto scadenti, se si usa come
termine di paragone la sanità italiana (…) Le strutture sono fatiscenti,
con segni di scarsa manutenzione, e mancano attrezzature per noi di
routine, come l'apparecchio per la TAC e il broncoscopio (…) Le condizioni
igieniche sono così scadenti che, a Betlemme, i pazienti stessi preferiscono
farsi curare altrove. A questo si aggiunge il problema dei farmaci. Le
strutture sanitarie palestinesi hanno una tale carenza di fondi da non
poter acquistare buona parte di ciò che servirebbe. I pazienti che possono
permetterselo li acquistano di tasca propria (…) la mortalità infantile
palestinese è cinque volte superiore di quella israeliana». Ma in
Cisgiordania vivono anche i coloni, cittadini israeliani. Così come «usufruiscono
di acqua in quantità almeno cinque volte superiore a quella concessa ai
palestinesi, come percorrono autostrade sulle quali ai palestinesi è
vietato il transito (questi possono transitare per stradine tortuose e
piene di buchi), così utilizzano le ottime strutture sanitarie israeliane».
Una differenziazione sanitaria che «si può solo definire apartheid».
Così conclude il suo resoconto Paola Canarutto: «la comunità
internazionale sostiene di volere “due popoli, due Stati”. Ma dello
“Stato” palestinese i palestinesi non avrebbero il controllo dei
confini, delle risorse idriche, della politica non dico estera, ma nemmeno
interna ed economica. In sostanza, li si vogliono chiudere in bantustan,
denominandoli “Stato palestinese”».
- 21
gennaio. Ahmadinejad: vittoria di Hamas, ma è solo l'inizio. Il
presidente iraniano Mahmud Ahmadinejad si è congratulato per «la
vittoria» di Hamas nella Striscia di Gaza durante una conversazione
telefonica con il leader dell'organizzazione islamica palestinese, Khaled
Meshaal. Questo successo, ha aggiunto, è solo «l'inizio» di «una
catena di vittorie che sarà completata». Ahmadinejad, citato
dall'agenzia Isna, ha affermato che ora tutti i Paesi islamici devono «rompere
le relazioni con il regime sionista e boicottare i prodotti israeliani e
dei loro sostenitori». Da parte sua, Meshaal ha detto che «la
resistenza continuerà fino al totale ritiro delle truppe sioniste e la
fine dell'assedio alla Striscia di Gaza» e ha ringraziato l'Iran per
«il sostegno alla resistenza e all'oppresso popolo della Palestina».
- 21
gennaio. Santoro rispedisce al mittente le accuse pro Hamas ed anti
Israele. Il Consiglio di Amministrazione della RAI bacchetta Santoro per
la trasmissione di Annozero su Gaza, che «ha peccato di
intolleranza e faziosità», non avendo dato spazio alle ragioni degli
israeliani. Santoro replica: «personalmente considero l’intervento
dell’Ambasciatore dello Stato d’Israele, Gideon Meir, una grave
interferenza nella libertà d’espressione del nostro Paese. Ma non gliene
faccio una colpa. La responsabilità ricade, piuttosto che sulla politica
di quel governo, sul difetto di liberalismo del sistema politico italiano
e della categoria alla quale appartengo, che non reagisce adeguatamente a
queste clamorose invasioni di campo». Il conduttore di “Annozero”
puntualizza di non aver condotto una trasmissione filo palestinese, e
dietro le righe fa capire di aver fatto proprie le preoccupazioni di certi
settori israeliani che temono un effetto boomerang dalla strategia
stragista di Tel Aviv. «Repubblica ha pubblicato un intervento di David
Grossman, che si concentra sulle caratteristiche dell’ultima rappresaglia
israeliana, lasciando sullo sfondo le ragioni storiche che hanno prodotto
il conflitto (…) Ricorrere all’approccio storico avrebbe sicuramente
consentito ai sostenitori di Hamas (assenti nel parterre) di mettere in
discussione l’esistenza dello Stato d’Israele. Con la nostra impostazione,
unica trasmissione, abbiamo potuto affrontare l’argomento in prima serata,
decidendo (proprio come Grossman) di parlare dei bambini e della
possibilità di fermare il massacro, domandandoci se fossero necessari quei
corpi straziati per restituire sicurezza allo Stato di Israele».
Santoro rimarca infatti soprattutto il fatto che «tra le tante menzogne
scritte su di noi ce n’è una insopportabile: avremmo addebitato la morte dei
bambini soltanto alla responsabilità dello Stato di Israele».
- 21
gennaio. «Israele parli anche con Hamas», è il grido di allarme
di David Grossman, noto scrittore israeliano, il cui figlio è morto nel
corso dell’aggressione al Libano del 2006. Grossman accusa Hamas di
fanatismo, di aver perso il conflitto e di non essere disponibile al
dialogo con Israele. Irritante quando afferma, nell’articolo di ieri su la
Repubblica, che i palestinesi «non possano essere sollevati dalla
responsabilità dei loro errori, dei loro crimini (…) È indubbio che la
popolazione di Gaza sia stata “strozzata” da Israele ma aveva a sua
disposizione molte vie per protestare e manifestare il suo disagio oltre a
quella di lanciare migliaia di razzi su civili innocenti. Questo non va
dimenticato. Non possiamo perdonare i palestinesi, trattarli con clemenza
come se fosse logico che, nei momenti di difficoltà, il loro unico modo di
reagire, quasi automatico, sia il ricorso alla violenza». Grossman
però invita il governo israeliano ad aprire gli occhi: «i morti e la
devastazione causati da Israele ci garantiscono che un'altra generazione
di palestinesi crescerà nell'odio e nella sete di vendetta (…) Arriverà il
giorno in cui cercheremo di curare le ferite che abbiamo procurato oggi. Ma
quel giorno arriverà davvero se non capiremo che la forza militare non può
essere lo strumento con cui spianare la nostra strada dinanzi al popolo
arabo? (…) Quando il variopinto fumo dei proclami di vittoria dei politici
si dissolverà, quando finalmente comprenderemo il divario tra i risultati
ottenuti e ciò che ci serve veramente per condurre un'esistenza normale in
questa regione, quando ammetteremo che un intero Stato si è smaniosamente
autoipnotizzato perché aveva un estremo bisogno di credere che Gaza avrebbe
curato la ferita del Libano, forse pareggeremo i conti con chi, di volta
in volta, incita l'opinione pubblica israeliana all'arroganza e al
compiacimento nell'uso delle armi».
- 21
gennaio. Grossman indirettamente svela che la sola lingua che Israele
conosce è quella dell’arroganza e della violenza. «E siccome lo abbiamo
fatto per così tanti anni, abbiamo dimenticato che ci sono altre lingue
che si possono parlare con gli esseri umani». Parlare con i
palestinesi, è l’invito di Grossman. «Questa deve essere la conclusione
di quest'ultimo round di violenza (…) Anziché ignorare Hamas faremmo bene
a sfruttare la realtà che si è creata per intavolare subito un dialogo,
per raggiungere un accordo con tutto il popolo palestinese», una
strategia che «potrebbe contribuire alla nostra sicurezza molto più di
centinaia di aerei che sganciano bombe sulle città e sui loro abitanti (…)
Parlare, perché ciò che è avvenuto nelle ultime settimane nella striscia
di Gaza ci pone davanti a uno specchio nel quale si riflette un volto per
il quale, se lo guardassimo dall'esterno o se fosse quello di un altro
popolo, proveremmo orrore. Capiremmo che la nostra vittoria non è una vera
vittoria, che la guerra di Gaza non ha curato la ferita che avevamo
disperatamente bisogno di medicare. Al contrario, ha rivelato ancor più i
nostri errori di rotta, tragici e ripetuti, e la profondità della trappola
in cui siamo imprigionati».
21 gennaio. Più di Grossman, comunque, ci sembra più istruttiva
ascoltare la “lettera aperta” allo scrittore A.B.Yehoshua (18 gennaio) di
Gideon Levy, giornalista di Haa’retz. «Anche tu, autore stimato,
sei caduto preda della sciagurata onda che ci ha invaso, intorpidito,
accecato e ci ha lavato il cervello. Oggi ti trovi a giustificare la
guerra più brutale che Israele abbia mai combattuto, e nel farlo sei
compiacente con l'imbroglio che l’“occupazione di Gaza è finita”».
Levy fa notare a Yehoshua che «i residenti a Gaza non hanno mai avuto
il possesso della "loro stessa porzione di terra", come tu hai
affermato. Abbiamo lasciato Gaza per soddisfare i nostri interessi e
bisogni, e poi li abbiamo imprigionati. Abbiamo escluso il territorio dal
resto del mondo e occupato la Cisgiordania, e non abbiamo permesso loro di
costruire un aeroporto o un porto navale. Controlliamo il loro registro
civile la loro moneta –e disporre di un proprio esercito è fuori
questione– e tu sostieni che l'occupazione è finita? Abbiamo annientato i
loro mezzi di sostentamento, li abbiamo assediati per due anni, e tu
affermi che loro "hanno respinto l'occupazione israeliana"?
L'occupazione di Gaza ha semplicemente assunto una nuova forma: un recinto
al posto delle colonie. I carcerieri fanno la guardia dall'esterno invece
che all'interno». Levy fa poi notare che «quando vengono impiegati
carri armati, artiglieria e aerei in un'area così densamente popolata è
impossibile evitare di uccidere dei bambini. Capisco che la propaganda
israeliana ha lavato la tua coscienza, ma non la mia né quella della
maggior parte del pianeta».
- 21
gennaio. Le resistenze nazionali sono imbattibili. «Mi sarei
aspettato che uno scrittore conosciuto fosse familiare con la storia delle
insurrezioni nazionali: non possono essere schiacciate con la forza.
Nonostante tutta la forza distruttiva che abbiamo messo in atto in questa
guerra, non capisco ancora come possano venirne influenzati i palestinesi;
i Qassam vengono ancora lanciati su Israele. Loro e il mondo hanno
chiaramente tratto un'altra lezione nelle ultime settimane: che Israele è
un paese violento, pericoloso e privo di scrupoli. Desideri vivere in un
paese che possiede una simile reputazione? Una nazione che annuncia
orgogliosamente di essere "pazza", come alcuni ministri
israeliani hanno detto con riferimento alle operazioni militari a Gaza? Io
no».
- 21 gennaio.
Frattini: no ad Eubam se non ci saranno gli uomini di Abu Mazen. Secondo
il ministro degli esteri italiano, la presenza dell’Autorità Nazionale
Palestinese dalla propria parte di frontiera è una «precondizione, che
vale per l'Italia come per l'Egitto», perché Il Cairo non è
intenzionato ad aprire regolarmente il valico di Rafah, al confine tra la
Striscia di Gaza e l'Egitto, se il Territorio continuerà a essere
controllato da Hamas. Il rilancio della missione Europea Eubam (EU Border
Assistance Mission) potrebbe poi essere estesa anche ad altri valichi
della Striscia di Gaza. La missione europea, partita nel 2005, è stata
congelata dopo la presa di potere di Hamas a Gaza. Il progetto prevede un
massimo di 72 uomini sul confine, 16 dei quali assegnati all'Italia. Tutto
questo, però, ha ricordato il ministro, «non può significare la
presenza di forze di polizia o militari all'interno del territorio
egiziano». Oltre al controllo del territorio, bisogna anche
preoccuparsi del «pattugliamento marittimo» e quindi bisogna «garantire
che nei 50 chilometri di frontiera marittima mediterranea davanti alla
Striscia di Gaza non entrino armi». «Ci vuole
un'intercettazione con un controllo capillare», ha precisato Frattini,
ribadendo la disponibilità italiana a contribuire a una missione in tal
senso e dicendosi convinto della disponibilità anche di Londra, Parigi e
Madrid. Parlando quindi della possibilità di ricorrere alla missione
Active Endeavour della NATO, a comando italiano e con base operativa a
Napoli, Frattini ha sottolineato che «l’idea della NATO rispetto al
mondo arabo ha caratteristiche estremamente sensibili e l'Italia deve
essere più sensibile di altri perchè ha il comando della missione».
Meglio «una missione navale europea».
- 21 gennaio.
«Con “Piombo fuso” stiamo solo perpetuando l'occupazione». Lo
afferma a il Manifesto il sergente Ben-Muha, paracadutista ed ex
membro di un'unità di élite, uno dei pochi riservisti israeliani che ha
avuto il coraggio di dire di no all'offensiva contro la Striscia. «I
riservisti refusenik sono pochi. Ciononostante i comandi militari in
qualche caso hanno adottato contro di noi misure dure. Noam Livneh, ad
esempio, è stato arrestato, ammanettato e incarcerato come un disertore
qualsiasi, mentre è un obiettore di coscienza molto noto, che già negli
anni passati si era rifiutato di servire a Nablus, nel nord della
Cisgiordania occupata. In questo clima evidentemente l'esercito si sente
autorizzato a usare il pugno di ferro e a tappare la bocca di chi non è d'accordo
con Piombo fuso». Muha afferma di credere nel diritto di uno Stato di
difendersi da minacce esterne, ma non in questo caso, con un’operazione
volta solamente a produrre ulteriori sofferenze sulla popolazione
palestinese.
- 22
gennaio. Sembra che l’esercito israeliano prenda sul serio le minacce
di denuncia per i crimini di guerra commessi durante i bombardamenti
contro la Striscia di Gaza. Il governo israeliano ha dato ordine agli
ufficiali e ai capi politici di contattare la procura militare prima di
partire per l’estero, per timore che qualcuno possa essere arrestato a
seguito delle denunce per crimini di guerra presentate in qualche paese
europeo. Si tenterà di fabbricare prove false per dimostrare che le case e
le strutture bombardate dalle forze di occupazione venivano usate «come
depositi di armi o per lanciare missili». Fonti politiche israeliane
hanno riferito che le denunce contro Israele arriveranno da singoli e
organizzazioni e non da parte di governi tipo quelli europei che al
contrario sosterranno Israele nella sua lotta legale. Israele evidenzierà
con forza che «la guerra contro Gaza è un'autodifesa», di aver
intrapreso «grandi sforzi per avvertire gli abitanti, chiedendo loro di
evacuare le case» e di avere fatto «250 mila telefonate, lettere,
volantini, messaggio dai media palestinesi». Diversi ministri
israeliani sono comunque preoccupati della possibilità che Israele sia
costretta ad accettare un’indagine internazionale sull’aggressione contro
Gaza e che i capi siano costretti a comparire davanti ai tribunali, come è
già accaduto durante la seconda Intifada.
- 22
gennaio. Il giornale israeliano Ha'aretz ha riportato le
dichiarazioni di un ministro, che ha voluto rimanere anonimo: «Quando
emergerà l’enorme distruzione della Striscia di Gaza, non mi recherò ad
Amsterdam per turismo, ma solo per apparire davanti al tribunale dell’Aja».
Sempre secondo Ha’aretz, i vertici dell’esercito hanno deciso di
censurare e non rivelare i nomi dei comandanti di battaglione coinvolti
nell’operazione ‘Piombo fuso’ per evitare eventuali procedimenti
giudiziari internazionali a loro carico per crimini di guerra. Un
provvedimento che non potrà essere esteso ai vertici di più alto grado, i
cui nomi sono già comparsi sulla stampa. In effetti, diverse organizzazioni
e le stesse Nazioni Unite hanno chiesto l’apertura di inchieste su casi
specifici –come la scuola di Jabaliya o altre strutture dell’ONU dove
hanno perso la vita decine di persone– sull’uso di armi non convenzionali,
sull’uso sproporzionato della forza che ha causato la morte di 1323
persone –quasi tutti civili– e su violazioni di vario tipo contro la
popolazione palestinese. L’International atomic energy agency (Iaea/Aiea),
l’organismo dell’ONU che vigila sull’uso dell’energia nucleare, ha
confermato di aver già cominciato una procedura per verificare se Israele
abbia usato munizioni contenenti uranio impoverito nei 22 giorni di guerra
nella Striscia di Gaza. Anonimi attivisti israeliani hanno intanto messo
in rete un sito internet (wanted.org.il) nel quale hanno pubblicato una
lista di personaggi politici che dovrebbero essere processati per crimini
di guerra. Nella lista, tra gli altri, compaiono Ehud Olmert, Ehud Barak e
Tzipi Livni.
- 22
gennaio. Hamas ha reso noto che inizierà a distribuire fino a 4.000
euro in contanti alle famiglie colpite dall'offensiva israeliana nella
Striscia di Gaza. Taher al-Nono, portavoce del governo di Hamas
nell'enclave costiera, ha detto ai giornalisti che da domenica prossima
saranno distribuiti complessivamente 28,6 milioni di euro. Funzionari
palestinesi nella Cisgiordania occupata hanno reso noto che Israele sta
impedendo all’Autorità palestinese, guidata dal presidente Mamhoud Abbas e
sostenuta dai paesi “occidentali”, di trasferire circa 60 milioni di
dollari nella Striscia di Gaza per pagare i propri dipendenti e altre
persone colpite duramente dalla guerra, iniziata il 27 dicembre scorso.
Washington spera che sia l'Autorità palestinese piuttosto che Hamas a
guidare e ottenere crediti per la ricostruzione di Gaza, che secondo le
stime costerà oltre 2 miliardi di dollari. Ma rappresentanti occidentali
dicono che Israele, impedendo la consegna del denaro, sta minando le
posizioni di Abbas. Lunedì scorso l'Arabia saudita ha detto che donerà 1
miliardo di dollari per finanziare la ricostruzione. Il portavoce di Hamas
Nono ha detto che le famiglie di Gaza le cui abitazioni sono state
completamente distrutte riceveranno 4.000 euro ognuna. Coloro che hanno
avuto danni riceveranno 2.000 euro. Inoltre, Hamas pagherà 1.000 euro per
ogni familiare ucciso e 500 euro per ogni ferito. Hamas non ha detto
perché intende fare i pagamenti in euro piuttosto che in shekel
israeliani, la moneta usata nei Territori palestinesi. Rappresentanti
occidentali hanno detto che c'è una scarsità di shekel a causa delle
restrizioni israeliane sui trasferimenti in denaro verso il territorio
controllato da Hamas.
- 22
gennaio. Responsabile ONU scioccato. John Holmes, il massimo
responsabile ONU per le operazioni umanitarie nel mondo, ha affermato,
visitando le devastazioni provocate da Israele nelle striscia di Gaza, di
essere rimasto «profondamente scioccato» dal grande numero
di civili palestinesi uccisi. Holmes non ha escluso che l’ONU chieda
ad Israele un indennizzo per i danni provocati alle strutture
ONU a Gaza.
- 22
gennaio. Gaza, un fallimento politico e militare. Lo scrive Gideon
Levy su Haaretz. Secondo il giornalista israeliano, l’offensiva
sionista ha mancato tutti i suoi obiettivi. L’obiettivo di fermare i lanci
di razzi Qassam, ad esempio, non è stato affatto raggiunto, dato che
questi hanno continuato fino all’ultimo giorno di guerra, dopo che un
accordo per il cessate il fuoco era stato raggiunto. Ed Hamas, secondo
fonti israeliane, avrebbe ancora 1.000 missili a disposizione. Anche il
secondo obiettivo, quello di bloccare il traffico di armi, non è stato
conseguito. Secondo il capo dello Shin Bet, il traffico di armi riprenderà
in due mesi. Oltretutto, nota Levy, i tunnel sono volti soprattutto a
fornire alimenti ad una popolazione sottoposta ad un crudele blocco
economico. E riguardo le armi, quelle che transitano dall’Egitto alla
Striscia di Gaza sono molto rudimentali e di scarsa qualità. Ed il terzo
obiettivo, quello della “deterrenza” di Israele? Levy nutre forti dubbi,
come mostra sempre il lancio dei Qassam. Il quarto obiettivo, non
dichiarato, quello di ribadire la potenza militare israeliana, non è stato
pure centrato. Hamas non è stata indebolita, ha subito irrilevanti perdite
militari e vede crescere il supporto popolare. Un popolo umiliato per
un’intera generazione riapprezza nuovamente i valori dell’eroismo e della
resistenza. «Non c’è alcun dubbio tra chi è stato Davide e chi Golia in
questa guerra». La popolazione di Gaza non diventerà di certo più
“moderata” dopo queste stragi. «Al contrario, il sentimento nazionale
si rivolterà ora più di prima contro il partito che ha sparso tutto quel
sangue –lo Stato d’Israele». Chi è uscito indebolito dalla guerra, è
sicuramente Fatah. La lista dei fallimenti non è ancora finita. Le stragi
hanno seriamente compromesso l’immagine di Israele davanti alle opinioni
pubbliche mondiali. «Il mondo intero ha visto le immagini. Hanno
scioccato ogni essere umano che le ha viste, anche se hanno lasciato la
maggior parte degli israeliani freddi. La conclusione è che Israele è uno
Stato violento e pericoloso», che oltretutto non rispetta le
risoluzioni ONU. E quali risultati ha infine prodotto la guerra in ambito
interno? Il Likud di Benjamin Netanyahu si rafforza nei sondaggi. «E perché?
Perché la guerra non ha prodotto risultati soddisfacenti».
- 22
gennaio. «A Gaza per i vivi non c'è tregua che tenga alla battaglia
quotidiana per la sopravvivenza». Lo scrive l’encomiabile pacifista
italiano Vittorio Arrigoni da Gaza sul blog http://guerrillaradio.iobloggo.com/.
«Senza più acqua, senza più gas, senza più corrente elettrica, senza
più pane e latte per nutrire i propri figli. Migliaia di persone
hanno perduto la casa. Dai valichi entrano aiuti umanitari col contagocce,
e si ha come la sensazione che la benevolenza dei
complici di chi ha ucciso sia solo momentanea». La tregua «è
unilaterale, quindi Israele unilateralmente decide di non rispettarla. Ieri
a Khan Yunis, un ragazzo palestinese ucciso e un altro ferito. A est di
Gaza city elicotteri innaffiavano di bombe al fosforo bianco un
quartiere residenziale. Stessa cosa si è verificata a Jabalia. Oggi,
sempre a Khan Younis, navi da guerra hanno cannoneggiato su uno spazio
aperto, fortunatamente senza fare feriti e, mentre scrivo, arriva la
notizia di un incursione di carri armati. Non ci risultano lanci di razzi
palestinesi nelle ultime 24 ore».
- 22
gennaio. Gaza è intanto oggi invasa da giornalisti. «Israele ha
concesso loro il lasciapassare a mattanza finita (…) Dinnanzi allo scheletro
annerito di ciò che resta dell'ospedale Al Quds di Gaza city, un
interdetto reporter della BBC mi ha chiesto come è stato possibile
per l'esercito scambiare l'edificio per un covo di terroristi. “Per lo
stesso motivo per cui dei bambini in fuga da un palazzo in fiamme,
sono entrati nei mirini dei cecchini posti sui tetti dello stesso
quartiere in cui siamo ora, cecchini che non hanno esistato a ucciderli
spandendo la loro materia cerebrale sull'asfalto”», ha risposto
Arrigoni. «È evidente l'abisso fra noi che siamo
testimoni e vittime di questo massacro, e chi ne viene a
conoscienza tramite i racconti dei sopravvissuti», aggiunge il
pacifista, secondo cui il congelamento dei fondi per la
riscostruzione se Hamas continua a stare al governo «è
un chiaro invito dall'esterno alla guerra civile, ad un colpo di
Stato (…). "L'unione Europea ricalca alla perfezione la criminale
politica di punizione collettiva imposta da Israele. Perché non affidano i
fondi all'ONU? O a qualche organizzazione governativa?"."Gli Stati
Uniti sono liberi di eleggere un guerrafondaio come Bush, Israele di
scegliere leader con le mani sporche di sangue come Sharon e Netanyau,
e noi popolazione di Gaza non siamo liberi di scegliere
Hamas...", mi suggerisce Mohamed, attivista per i diritti umani
che non ha votato per il movimento islamico; non ho argomenti per
contraddirlo». Arrigoni si sofferma infine su un disegno lasciato
da un bambino in una casa, evacuando in fretta e furia. «Carrarmati,
elicotteri e corpi ridotti in pezzi. In mezzo al foglio un bambino
ritratto con una pietra riusciava a raggiungere l'altezza del sole e
danneggiare una delle macchine della morte volanti. Si dice
che il significato del sole in un disegno infantile è
il desiderio di essere, di apparire. Quel sole che ho visto piangeva
in pastello rosso, lacrime di sangue. Per lenire questi traumi, una tregua
unilaterale basta?».
- 23
gennaio. "A Sderot come ad Aschkelon, i cittadini
israeliani hanno formalmente richiesto al loro governo delucidazioni circa
le armi utilizzate per massacrare: è evidente
che l'uranio impoverito e il fosforo bianco sparso in maniera criminale sul
fazzoletto di terra di Gaza non farà distinzione nel causare malattie
genetiche fra ebrei e musulmani." Vittorio Arrigoni, (Il Manifesto 23-01-2009).