VENEZUELA:
"PATRIA E
SOCIALISMO, O MUERTE"
RASSEGNA STAMPA
2002-2010
A CURA DI
"INDIPENDENZA"
- Venezuela. 10 settembre 2002. Il
presidente Hugo Chávez ha annunciato ieri che da domenica sono riprese le
forniture di petrolio a Cuba, sospese all'indomani del colpo di Stato
dell'aprile scorso. Settori dell'opposizione hanno citato in giudizio,
davanti al Tribunale Supremo di Giustizia, lo stesso Chávez, accusandolo
di compromettere il Venezuela e di compiere un atto incostituzionale
stringendo accordi con Cuba. Venezuela e Cuba hanno firmato nell'ottobre
2000 un Accordo di Cooperazione che include la fornitura di 53mila barili
al giorno all'isola caraibica. Chávez ha dichiarato di aver fatto scalo
all'Avana, al ritorno dal Vertice della Terra in Sudafrica, e di aver
avuto un colloquio di nove ore con il presidente cubano, Fidel Castro.
Chávez ha colto l'opportunità per lodare la qualità dell'educazione cubana
indicandola come un esempio da seguire.
- Venezuela. 13 settembre 2002. Per il
presidente della Repubblica, Hugo Chávez, il "golpe fascista"
dell'11 aprile scorso è stato lo sbocco di un "processo di terrorismo
sistematico e pianificato con l'appoggio dei mezzi di comunicazione"
per rovesciare un governo legittimo. Lo ha dichiarato alla 57ª Assemblea
Generale delle Nazioni Unite, a New York. Ha quindi chiesto un dibattito
all'ONU sulla questione dei mezzi di Comunicazione Sociale nel mondo.
Inoltre, riaffermando il significato della "democrazia
rivoluzionaria" perseguita dal suo governo "con molta fermezza e
serietà, secondo i postulati delle Nazioni Unite, per attuare giustizia ed
uguaglianza al nostro popolo", ha criticato "il modello di
sviluppo neoliberale che è quello che, secondo le statistiche, produce
ogni minuto la morte per fame di 17 persone nel mondo". Ha rinnovato
la sua proposta di creare un Fondo Umanitario Internazionale al quale si
dovrebbe versare il 10% delle spese militari del mondo, il 10% del debito
esterno "che è eterno" e tutti i capitali provenienti dal
narcotraffico.
- Venezuela. 1 ottobre 2002. In visita
all’Avana, a Cuba, il cancelliere del Venezuela, Roy Chaderton, alla
direzione del ministero delle Relazioni Estere dal maggio scorso, ha
dichiarato che lo sciopero generale dell’opposizione per il 10 ottobre
prossimo pretende replicare, nel suo paese, il fallito colpo di Stato
dello scorso aprile. L’11 aprile un corteo dell’opposizione, a Caracas, fu
deviato dai suoi organizzatori verso il Palazzo del governo con
l’obiettivo di provocare uno scontro con le autorità. Come risultato del
corso di quegli avvenimenti, il presidente costituzionale Hugo Chávez fu
scalzato dal potere da una giunta golpista di militari ed imprenditori che
lo tenne prigioniero in una struttura militare. Meno di 48 ore dopo, però,
la pressione di settori popolari e di sostenitori di Chávez dentro le
forze armate, ristabilirono la situazione reinsediandolo al potere. «È
curioso notare la forte contraddizione dei settori dell’opposizione che da
un lato chiedono che le regole del gioco debbano essere democratiche,
dall’altro tentano colpi di Stato che negano la democrazia», ha
rilevato Chaderton.
- Venezuela. 1 ottobre 2002. A Cuba, il
cancelliere del Venezuela, Roy Chaderton, annuncia la ripresa degli
accordi di cooperazione bilaterale. L’Accordo Integrale di Caracas, con il
quale il Venezuela somministra petrolio a Cuba a vantaggiose condizioni di
pagamento, era stato sospeso nell’aprile scorso, nelle 24 ore di effimera
vita del governo golpista. La convenzione firmata nell’ottobre 2000
stabilisce la vendita all’isola caraibica di 53mila barili di petrolio
venezuelano grezzo al giorno. La cooperazione bilaterale include anche la
presenza di oltre 900 professionisti della sanità e allenatori sportivi
cubani nel territorio della nazione andina. Uno dei punti condivisi nelle
pratiche ufficiali sottoscritte consiste nell’idea che la pace mondiale
debba passare per la giustizia sociale.
- Venezuela. 5 ottobre 2002. Il
presidente della Repubblica, Hugo Chávez, ha dichiarato oggi che il suo
governo ha «sventato» un colpo di Stato sulla base di alcuni
documenti resi pubblici ieri da un gruppo di deputati del suo partito.
Ulteriori elementi sarebbero stati rinvenuti, nel corso di una
perquisizione, all’alba di oggi, nella residenza dell’ex cancelliere
socialdemocratico Enrique Tejera París, destinato a diventare, dopo il
nuovo colpo di Stato, Presidente. Il suo nome era già stato indicato in
occasione del precedente golpe dell’11 aprile scorso, ma alla fine
prevalse Pedro Carmona. Chávez, che parlava ad un incontro al Teatro
Municipale di Caracas con sindaci e governatori del suo partito, ha
aggiunto che in questa cospirazione sarebbero coinvolti rappresentanti dei
partiti Azione Democratica e Copei, ma non ha voluto rivelare i nomi
perché oggetto di inchiesta. Ha solo precisato che i documenti e le
informazioni in suo possesso sono stati ottenuti da ufficiali della Forza
Armata infiltrati nelle riunioni tenute a casa di Enrique Tejera.
- Venezuela. 7 ottobre 2002. Sostenitori
di Chávez hanno indetto manifestazioni in questa settimana. Domani gli
studenti della UCV sfileranno fino al Teatro Municipale. Quindi sarà la
volta dei contadini per chiedere che non sia modificata la Legge delle
Terre. Domenica 13 una grande mobilitazione ricorderà il fallimento del
golpe di aprile ed il ritorno di Chávez. Anche le «donne rivoluzionarie
bolivariane» proclameranno una serie di iniziative per le strade, per
fronteggiare i pruriti golpisti sui quali aleggia la benevolenza di
Washington. Chávez ha invitato i sostenitori della «rivoluzione» a
non smettere di manifestare. «Non possiamo permettere che l’iniziativa
la prenda la controrivoluzione». Ha quindi segnalato una serie di
riunioni in questa settimana con «esponenti sindacali ed
imprenditoriali», l’accelerazione del varo della Costituente Economica
e la proclamazione del 12 ottobre come «Giorno della Resistenza
Indigena».
- Venezuela. 10 ottobre 2002. Ultimatum
dell’opposizione al presidente Chávez: entro il 21 dovrà trovare una
soluzione alla crisi che attraversa il paese. L’atto sarà formalizzato
oggi al termine del corteo previsto. L’organismo padronale Fedecámaras ha
chiesto agli imprenditori che facilitino i loro lavoratori a partecipare
alla manifestazione.
- Venezuela. 11 ottobre 2002. Oltre un
milione di persone secondo gli organizzatori, decine di migliaia secondo
il governo. Sono i numeri della manifestazione di ieri, a Caracas, che ha
sfilato in una notte carica di tensione per le voci di un imminente, nuovo
tentativo di colpo di Stato. Il presidente della Confederazione dei
Lavoratori del Venezuela (CTV), Carlos Ortega, ed il presidente della
Fedecámaras (padronale), Carlos Fernández, tra i convocanti la
manifestazione, hanno chiesto le dimissioni di Hugo Chávez o la
convocazione di elezioni anticipate. Il governo viene accusato di essere
repressivo e autoritario, di aver accresciuto il numero dei poveri, dei
disoccupati e degli emigranti per necessità. I sostenitori «bolivariani»
di Chávez, già scesi in piazza in varie città del paese, invitano a
mobilitazioni permanenti di massa.
- Venezuela. 14 ottobre 2002. Un grande
corteo si è snodato ieri per le vie di Caracas, a sostegno del presidente
Hugo Chávez. Aggregandosi a quella che ha definito un «fiume umano»,
il presidente eletto ha dichiarato che la maggioranza del «popolo
rivoluzionario» appoggia il «processo rivoluzionario» e
chiede «pacificamente pace e democrazia».
- Venezuela. 20 ottobre 2002.
L’organismo padronale Fedecámaras e la Confederazione dei Lavoratori del
Venezuela (CTV) chiamano, per la terza volta, ad uno sciopero nazionale.
L’intento è spingere il presidente Chávez alle dimissioni o a convocare
immediatamente elezioni generali. Contro questo annuncio si sono espressi
svariati sindacati. Sinora quelli delle principali imprese di Stato, del
settore petrolifero, dell’alluminio, dell’energia elettrica, del pubblico
impiego, del trasporto pubblico, della metro di Caracas, del
petrolchimico, del ferro, del farmaceutico, lavoratori informali,
sindacati dei professori, i lavoratori delle dogane, microimpresari,
camere della piccola e media industria, settori del commercio, eccetera.
- Venezuela. 21 ottobre 2002. Il
presidente venezuelano, Hugo Chávez, ha dichiarato che, sabato, i servizi
di informazione hanno sventato un piano di attentato alla sua vita, mentre
faceva ritorno da un giro di incontri in Europa. Nei pressi dell’aeroporto
Simón Bolívar, dove sarebbe dovuto atterrare l’aereo presidenziale,
dirottato poi, per ragioni di sicurezza, nella base aerea di Maracay, è
stato trovato un bazooka di fabbricazione svedese, un telefono cellulare,
una foto di Chávez, una foto dell’aereo presidenziale ed una foto aerea
del settore vicino l’aeroporto. Chávez paventa un «bagno di sangue»
se riescono ad assassinarlo, ricordando quel che pubblicamente hanno
dichiarato membri dell’opposizione, e cioè «quando riusciremo ad
eliminare Chávez, se i milioni di venezuelani che lo appoggiano
scenderanno in strada a protestare, l’esercito si occuperà anche di loro».
- Venezuela. 22 ottobre 2002. Un gruppo
di 14 alti ufficiali dell’esercito venezuelano ha rivolto un appello alla
popolazione per la disobbedienza civile contro il governo del presidente
Hugo Chávez. Il generale Enrique Medina Gómez, portavoce del gruppo, già
coinvolto nel precedente tentativo di golpe dell’11 aprile scorso, dalle
telecamere di un canale privato venezuelano, esige «le dimissioni
immediate del Presidente della Repubblica (...) facciamo appello a tutti i
membri delle forze armate perché si uniscano a noi». Per José Vicente
Rangel, vicepresidente venezuelano, «la reazione del governo è di
assoluta tranquillità (…). Questo pronunciamento non significa niente.
Sono gli stessi golpisti dell’11 aprile».
- Venezuela. 2 novembre 2002. L’organismo
militare OTI (“Ufficiali e Truppa Indipendenti”) allerta, con un
comunicato diramato oggi, «tutti i patrioti civili e militari della
Repubblica Bolivariana del Venezuela di fronte alle manovre di differenti
elementi mafiosi e criminali (agenti della CIA e di Madrid) per
dimissionare il presidente della Repubblica, Hugo Chavez». Accuse alla
«cosiddetta “opposizione” per non avere legittimità e perché vogliono
instaurare in Venezuela un regime neo-liberale (…) che porterà alla
miseria come in Argentina». Di fronte «ad un’ipotetica “rinuncia”
del presidente Chavez» i toni sono perentori: «scenderemo nelle
strade con il nostro armamento militare, considerando rotto il filo
costituzionale (…) e ci sbarazzeremo dei golpisti pinochettisti una volta
per tutte».
- Venezuela.
21 novembre 2002. Il capitano dell’esercito Pedro Sánchez
Bolívar attacca i militari golpisti di Altamira, con i quali si era unito
lo scorso 22 ottobre. Lo fa parlando a Unión Radio. Diversamente dalla
soluzione «democratica» che gli sarebbe stata prospettata, il
capitano dichiara che la presenza di armi e l’accordo segreto tra il
generale di divisione, Enrique Medina Gómez, ed il dirigente sindacale, Carlos
Ortega, volto a proclamare scioperi generali per creare disordini e
violenza, mirano ad un rovesciamento violento e a precipitare il paese in
una guerra civile. «Il 14 novembre il generale Medina Gómez mi ha
ordinato di lanciare bombe contro installazioni militari e di assassinare
uno dei dirigenti di un partito d’opposizione al fine di far ricadere le
responsabilità sul governo di Hugo Chávez Frías». Denuncia inoltre di
aver visto con i propri occhi che i golpisti ricevono notevoli quantità di
denaro, la cui provenienza non è in grado di chiarire. Pur in disaccordo
con Chávez, il capitano ritiene che il cambiamento debba avvenire per via
democratica. «Sono stato leale e continuo ad essere leale a certe idee
(…) Ma non sono un assassino, né intendo fare alcunché contro la mia
coscienza». Infine ha denunciato di essere stato minacciato di morte
da un capitano che si trova al presidio permanente degli oppositori di
Chávez in Plaza Altamira e di aver replicato ai capi presenti di ritenerli
responsabili per qualunque cosa possa accadere a lui o alla sua famiglia.
Sánchez Bolívar aveva partecipato al tentato golpe dell’11 aprile ed è
sotto inchiesta per aver lanciato una bomba lacrimogena nella Comandancia
General dell’esercito lo scorso agosto.
- Venezuela.
3 dicembre 2002.
È iniziato ieri il quarto sciopero generale a tempo indeterminato, indetto in
meno di un anno dagli oppositori del presidente Hugo Chávez, perché questi si
dimetta. È stato indetto da industriali, militari pro-golpisti e dal sindacato
CTV (Confederazione dei Lavoratori del Venezuela) riuniti nella cosiddetta
“Coordinadora Democrática”, che hanno un presidio in una piazza di Caracas,
proclamata “territorio liberato”. Lo sciopero ha per ora avuto un seguito solo
nella parte est di Caracas, dove i negozi erano chiusi e le strade deserte.
Molto scarso nel resto della città. Un megamercato popolare di alimenti a
prezzi bassi, patrocinato dal governo, è stato aperto nella centrale via
Bolívar di Caracas affollato sin dalla mattina da migliaia di persone.
- Venezuela. 5 dicembre 2002. Estrema
tensione nel terzo giorno dello sciopero generale dell’opposizione. Gruppi
di manifestanti hanno tentato di bloccare il traffico in diverse strade e
l’esercizio di diversi servizi pubblici. In molti casi si registrano
scontri, anche se al momento di scarsa entità, con gruppi di chavisti che
lo impediscono. Quest’ultimi denunciano l’uso dei massmedia da parte
dell’opposizione che controlla tutte le emittenti tranne una di modesta
capacità tecnologica. Ci sarebbero anche delle «manipolazioni di
immagini» per far credere alla messa in atto di una repressione contro
i venezuelani che vorrebbero unirsi alla protesta. Chávez, che accusa
Washington di curare la regia golpista dell’opposizione, si è incontrato con
l’ambasciatore statunitense, Charles Shapiro.
- Venezuela. 5 dicembre 2002. I capitani
di varie navi-cisterna della statale “Petróleos de Venezuela” (PDVSA)
hanno annunciato che da mercoledì sono all’àncora a sostegno dello
sciopero generale convocato dall’opposizione per spingere Chávez alle
dimissioni. Lo sciopero generale sta per ora coinvolgendo solo un’esigua
parte della popolazione. Il Venezuela è il quinto esportatore mondiale di
petrolio.
- Venezuela. 7 dicembre 2002. Decine di
migliaia di cittadini sono scesi ieri in piazza a Caracas, solidarizzando
con il governo di Hugo Chávez. L’iniziativa, secondo gli organizzatori, ha
inteso celebrare il quarto anniversario del trionfo elettorale di Chávez il
6 dicembre 1998 e mostrare l’ampio consenso dei settori popolari del
paese. Il corteo «per la Pace e la difesa della Costituzione» si è
svolto poche ore dopo la morte di tre oppositori, in un attentato che ha
avuto luogo durante un altro corteo di segno contrario.
- Venezuela. 8 dicembre 2002. Sarebbero
oltre 3000 i civili volontari impegnati a ristabilire i servizi di
rifornimento di gas nel paese e particolarmente a Caracas. Il comparto
petrolifero, dagli imprenditori ai lavoratori, è schierato in massima
parte con l’opposizione al presidente Hugo Chávez sostenuta dagli Stati
Uniti.
- Venezuela.
8 dicembre 2002.
Hugo Chávez sostiene che chi cerca di destituirlo è una «minoranza disperata
che, con molto potere economico e nei mezzi di comunicazione, ha deciso di
intraprendere la strada del golpismo». Lo ha dichiarato in un’intervista
pubblicata ieri dal settimanale brasiliano Istoé, poco prima della
sparatoria in Plaza Altamira. Secondo il presidente venezuelano la minoranza
d’opposizione «fascista e terrorista (…) cerca lo spargimento di sangue».
Ha quindi aggiunto che è falso «dire che gli imprenditori sono contro il
governo. Molti di loro continuano a lavorare con il governo in vari settori.
Gli studenti, maggioritariamente, appoggiano questa rivoluzione, così come i
contadini». Il Venezuela vive un «momento di transizione» per
superare la crisi strutturale che soffre da varie decenni e settori e
l’opposizione sostenuta da Washington intende destabilizzare il processo di
cambiamento in atto. Chávez, poi, riferendosi all’elezione di Lula in Brasile,
ritiene che «in America Latina si sta configurando un risorgimento delle
forze popolari».
- Venezuela.
8 dicembre 2002.
Hugo Chávez ha militarizzato le installazioni della compagnia statale
“Petróleos de Venezuela” e ha ordinato il sequestro di tre navi cisterna
dell’impresa che si è unita alla protesta dell’opposizione. Il settore
petrolifero è, a giudizio degli analisti, chiave nella crisi venezuelana.
- Venezuela.
10 dicembre 2002.
L’opposizione a Chávez inizia la seconda settimana dello «sciopero generale
a tempo indeterminato». I golpisti intenderebbero scalzare il governo di
Chávez sulla base di quel che prevede la Costituzione Bolivariana che contempla
che «tutte le cariche e le magistrature di elezione popolare sono revocabili»
a metà mandato, il che significa che lo stesso Chávez può essere sottoposto a
referendum revocatorio nell’agosto 2003. I tempi stringono, per l’opposizione
golpista. Per gli analisti c’è l’urgenza degli USA di assicurarsi il controllo
delle riserve petrolifere prima dell’emergenza della guerra contro l’Irak,
visto che Chávez ha sì ribadito che adempirà ai suoi obblighi, ma dopo aver
appurato la portata dell’intervento statunitense nel golpe dell’11 aprile
scorso. Il Venezuela vende un milione di barili di petrolio al giorno agli USA
ed ha in questo paese investimenti multimilionari in distributori e raffinerie.
Nel gennaio 2003 entreranno in vigore la Legge degli Idrocarburi che consente
al governo di intervenire sulle nomine dei gestori, da tempo intoccabili, nella
compagnia statale “Petróleos de Venezuela” (PDVSA) e la Legge delle Terre, cui
si oppone la lobby dei latifondisti molto legati a governatori e sindaci
dell’opposizione di destra. L’importanza del controllo sulla gestione di PDVSA
sta nel fatto che questa impresa statale versa solo il 20% delle entrate allo
Stato stesso ed il resto se ne va in generici «costi operativi». Nel
1974 lo Stato riceveva l’80% delle entrate, nel 1990 la cifra era scesa al 50%
ed oggi si è al 20%. Questo sarebbe il «cancro economico», di cui
parlano gli “chavisti”, che arricchisce conti segreti. Il “Coordinamento
Democratico”, che ingloba gruppi imprenditoriali, latifondisti e vecchia classe
politica dello sconfitto bipartitismo, è stata creata ad immagine e somiglianza
delle coalizioni sostenute da Washington, negli anni Ottanta, in Nicaragua e
Panama, e prima ancora nel Cile di Allende.
- Venezuela.
11 dicembre 2002.
Il governo di Chávez denuncia a Bruxelles la parzialità dei massmedia sulle
vicende venezuelane. L’ambasciatrice del Venezuela all’Unione Europea, Luisa
Romero, ha criticato ieri la parzialità dell’informazione diffusa sulla crisi
politica del suo paese in Europa. Come esempi la Romero cita i continui servizi
sulla scarsità di alimenti tra la popolazione, mentre non si dice nulla
sull’impegno del governo in materia a partire dai lavoratori delle campagne.
Inoltre si sarebbe trascurata l’«impressionante manifestazione» dello
scorso sabato a favore del presidente, «la più consistente di tutte quelle
che ci sono state sinora». Per non parlare dell’accredito «dell’opposizione
chiaramente golpista che l’11 aprile usurpò il potere per poche ore». Il
punto delicato restano le esportazioni di petrolio paralizzate in gran parte
dai promotori dello «sciopero civico» e con una situazione molto
delicata per il governo che ha scadenze di pagamento.
- Venezuela. 12 dicembre 2002. Il
ministro dell’Energia, Rafael Ramírez, annuncia la ripresa, quantunque
ridotta, delle esportazioni di greggio.
- Venezuela. 14 dicembre 2002. Gli Stati
Uniti hanno chiesto ieri l’indizione di elezioni anticipate, dando una
mano all’opposizione contro il presidente del Venezuela, Hugo Chávez. Il
pronunciamento della Casa Bianca giunge a 24 ore dall’arrivo a Caracas di
Thomas Shannon, nientepopodimeno che Sottosegretario Aggiunto per
l’Emisfero Occidentale del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti, che
ritiene che il Venezuela sia sull’«orlo del caos». Le relazioni tra
USA e Venezuela, paese che fornisce Washington del 15% delle sue
importazioni di petrolio, sono sempre tese dacché Chávez, salito al
potere, ha stretto accordi con governi “nemici” della Casa Bianca, come
Cuba, Libia e Irak. Washington ha mostrato molta cautela dopo l’insuccesso
del golpe dell’aprile scorso, quando il governo di George W. Bush fu
duramente criticato per l’appoggio dato ai golpisti che tolsero per poche
ore il potere a Chávez. L’uscita di ieri rompe questa cautela e torna ad
essere una palese ingerenza nella politica di un paese sovrano.
- Venezuela. 14 dicembre 2002. Il
Presidente eletto Hugo Chávez respinge le pressioni della Casa Bianca per
accorciare il suo mandato costituzionale come unica via per una soluzione
pacifica. Lo fa in nome del sostegno popolare e del rispetto della
Costituzione del suo paese. «La correzione potrebbe essere approvata
nell’Assemblea Nazionale a maggioranza semplice, la metà più uno, ma
bisogna andare a referendum; questa correzione non potrà mai essere valida
se non passa per il responso del popolo sovrano; lo stesso occorre con la
riforma, con l’Assemblea Costituente: è una vera democrazia questa».
Così Chávez alla domanda di una giornalista sulla possibile correzione
della Carta Magna per accorciare il periodo del mandato presidenziale e
quindi determinare una uscita ‘morbida’, costituzionale, dello stesso
Chávez dalla scena politica.
- Venezuela. 14 dicembre 2002. Il
presidente Chávez ha ribadito pubblicamente che scade nel mese di agosto
2003 la metà del periodo del mandato per cui è possibile chiedere, sulla base
della Costituzione bolivariana del 1999, l’indizione di una consultazione
popolare sulla revocabilità o meno dell’incarico. L’opposizione insiste
con tanta urgenza su una soluzione extracostituzionale senza voler
aspettare un voto tra otto mesi per tre ragioni: dopo il fallito golpe
dell’aprile scorso, l’opposizione è divisa all’interno ed ha perso una
parte fondamentale della sua base sociale, cioè settori delle classi
medie, e buona parte dei suoi referenti nelle Forze Armate. Dai
provvedimenti presi dai golpisti nelle poche ore in cui furono al potere,
le classi medie si sono rese conto di essere utilizzate come carne da
cannone in un progetto dittatoriale transnazionale. La seconda ragione è
l’entrata in vigore, il 1° gennaio 2003, di varie leggi che toccano
interessi vitali dell’élite economica: principalmente la Legge degli
Idrocarburi e la Legge delle Terre. La prima è la più importante, perché
permetterà di smantellare il Mega Stato dell’impresa petroliera PdVSA,
cioè la nomenclatura corrotta del petrolio che controlla la vita economica
del paese ed è parte integrante del progetto di Nuovo Ordine Energetico
Mondiale di George W. Bush. La seconda è rilevante perché riguarda i
latifondisti, gli speculatori immobiliari ed i terreni incolti delle zone
urbane. La terza ragione della premura dei golpisti origina dal dubbio di
poter vincere un referendum revocatorio. L’Articolo 72 prevede tre
condizioni per revocare il mandato del presidente. 1: Una percentuale non
minore del 20% degli elettori è necessaria per la convocazione del
referendum. 2: Il concorso al referendum deve essere uguale o superiore al
25% degli elettori iscritti per votare. 3: Il numero degli elettori che
votano a favore della revoca deve essere uguale o maggiore al numero degli
elettori che lo hanno eletto. Dal momento che Chávez fu eletto con il 57%
degli elettori, l’opposizione dovrebbe uguagliare o superare questa
percentuale nel referendum di agosto. Vi è un quarto punto. Non è
possibile ricorrere più di una volta a referendum revocatorio nell’arco di
un mandato
- Venezuela.
17 dicembre 2002. Washington muta il segno delle sue pressioni
sul presidente Hugo Chávez, accantonando la tesi delle elezioni anticipate
e chiedendo un referendum, senza specificare la data, come soluzione alla
crisi. Il portavoce della Casa Bianca, Ari Fleischer, ha detto che
Washington «non sta facendo un appello perché si introducano modifiche
alla Costituzione» del Venezuela. La Costituzione Bolivariana permette
un referendum revocatorio a partire dal prossimo agosto, al compimento
della metà del mandato. Il presidente legittimo, Hugo Chávez, aveva
respinto domenica come inaccettabile «qualunque ingerenza straniera
nella sovranità nazionale». Due giorni prima, lo stesso Fleischer
aveva indicato le elezioni generali anticipate come «l’unico cammino
pacifico e politicamente vitale per uscire dalla crisi», mostrando
piena ed aperta sintonia all’ultimatum dell’opposizione para-golpista
venezuelana.
- Venezuela. 17 dicembre 2002. Il capo
dell’esercito, generale Julio García Montoya, ha espresso totale rispetto
e lealtà alla Costituzione e al presidente Chávez. Ha quindi qualificato
lo sciopero come un atto di «irresponsabilità sociale e politica» e
avvertito che l’istituzione militare è disposta ad impedire che si alimenti
«questa scommessa sul collasso economico e sociale della nazione».
La dichiarazione dell’esercito avviene nel quindicesimo giorno di sciopero
generale indetto dall’estrema destra per spingere alle dimissioni il
presidente eletto. L’opposizione ha a più riprese chiesto alle forze
armate di insorgere contro Chávez.
- Venezuela. 20 dicembre 2002. Numerosi
gruppi neofascisti hanno manifestato oggi per le strade di Caracas
chiedendo le dimissioni del Presidente Hugo Chávez. L’élite
imprenditoriale della statale “Petróleos de Venezuela” (PDVSA) intende
disattendere la decisione del Tribunale Supremo di Giustizia, che ha
disposto la ripresa delle attività petrolifere, e proseguire lo sciopero.
Ha il sostegno della parte maggioritaria dei lavoratori del PDVSA, schierata
con la «opposizione golpista e fascista», che ha approvato una
risoluzione che annuncia azioni legali contro la decisione del Tribunale
Supremo. Il controllo del comparto petrolifero «in mano ai fascisti»
ha provocato il crollo della produzione al 90%. Le perdite sono calcolate
sui 5mila milioni di dollari. L’invito di Chávez a manifestare in difesa
del governo legittimo sta producendo una mobilitazione permanente. Al
Poliedro di Caracas, stracolmo di persone, Chávez ha ribadito che sarà
fatta «pulizia» nel monopolio statale del PDVSA ed ha invitato a
resistere al tentativo di paralizzare questa industria per provocare
l’asfissia economica del paese e ritentare un golpe simile a quello
dell’aprile scorso.
- Venezuela. 22 dicembre 2002. Le banche
starebbero per entrare anch’esse in sciopero e già starebbero lavorando
solo tre ore al giorno, con molta lentezza. Vi sarebbero ragioni di
interesse dovute al crescere del ritiro di liquidità dei cittadini di
fronte all’incertezza della situazione. Dal momento che le banche hanno
collocato in dollari i depositi del pubblico, vi sarebbero problemi di
liquidità in moneta locale. Se vendono i dollari debbono assumere una
perdita superiore a 204 milioni di bolívares per ogni milione di dollari.
Peraltro, nel momento in cui si avesse una maggior offerta di dollari sul
mercato, si rivaluterebbe il bolívar, e la perdita per le banche si
incrementerebbe ulteriormente.
- Venezuela. 29 dicembre 2002. Anche le
compagnie petrolifere USA si schierano contro il Presidente Hugo Chávez.
Quattordici navi-cisterna delle megaimprese statunitensi del petrolio si
sono unite ai gruppi che intendono scalzare Chávez. Una situazione simile
si verificò, nel 1973, con la I.T.T. contro il presidente cileno Salvador
Allende e, nel 1954, con la United Fruit Company contro il presidente
guatemalteco Jacobo Arbenz. Tra le imbarcazioni petrolifere le principali
sono la 'Germar Ajax' della Phillips, la 'Nord Ocean' e la 'Antipolis'
della Exxon Mobil. Queste imprese hanno ordinato alle loro navi-cisterna
di non comprare petrolio venezuelano. Questo complicherà la distribuzione
petrolifera venezuelana perché, sebbene la PDVSA (Petróleos de Venezuela)
sia di Stato, i distributori sono stati privatizzati tramite concessioni.
Nel febbraio 2003 entreranno in vigore le leggi chaviste di
nazionalizzazione totale del petrolio e di riforma agraria dei latifondi
improduttivi. Nel frattempo il governo chavista, nelle due ultime
settimane, sta recuperando, mediante ordini giudiziari e appoggio
dell’esercito, le navi-cisterna venezuelane i cui gestori padronali sono
scesi in sciopero. Oltre alla presa 'manu militari' di varie
navi-cisterna, il governo sta importando combustibile dal Brasile e sta
dimissionando, nel PDVSA, amministratori, alti dirigenti e burocrati
sindacali che incassavano stipendi da 20-30mila dollari al mese.
- Venezuela. 20 gennaio 2003. Secondo il
presidente, Hugo Chávez, il Venezuela è «un paese in guerra. Qui c’è
una guerra dei mezzi di comunicazione, una guerra politica, e c’è una
guerra economica, una guerra morale. Qui stiamo combattendo (...) La
Rivoluzione Bolivariana è un governo rivoluzionario, che sta al fronte di
un processo rivoluzionario, di un cambiamento strutturale. Si tratta di
una rivoluzione pacifica e democratica». Lo ha dichiarato, nel
cinquantesimo giorno dall’inizio dello sciopero generale, in un’intervista
al programma Bom Dia Brasil della catena della TV GloboNews. Chávez ha
nell’occasione proposto la creazione di un’impresa multinazionale del
petrolio latinoamericano che propone di chiamare ’Petroamérica’. In questa
multinazionale parteciperebbero la brasiliana Petrobras, la venezuelana
PDVSA, la colombiana Ecopetrol, Petroperú, Petroecuador e la Petrotrin di
Trinidad e Tobago. «Una OPEC (Organizzazione dei Paesi Produttori
di Petrolio, ndr) dell’America Latina», assicura il presidente
venezuelano. Detta multinazionale si muoverebbe tramite «accordi dei
governi» e non sarebbe un’impresa con fusioni «perché ci sono
dimensioni e compromessi differenti (...) Si potrebbe fare uno sforzo di
integrazione, ma senza arrivare alla fusione».
- Venezuela. 22 gennaio 2003. L’ex
presidente degli Stati Uniti, Jimmy Carter, che si sta muovendo come «mediatore»
nella crisi venezuelana, avanza due proposte «alternative ed elettorali»
al tavolo della negoziazione di un accordo. La prima proposta è il
referendum revocatorio che «si dovrebbe tenere il 19 agosto»,
quando il presidente Hugo Chávez compirà metà del mandato. Questo è quel
che stabilisce la Costituzione e che sostiene il governo, a fronte di una
opposizione che pretende la sua rinuncia ed elezioni anticipate. La
seconda proposta è una correzione costituzionale: «cambiare la durata
del periodo presidenziale e dell’Assemblea Nazionale, quindi indicare uno
scadenzario specifico perché si realizzi questo procedimento». Chávez
ha ribadito di non opporsi ad una correzione, ma che è necessaria
l’approvazione dell’Assemblea Nazionale e la conferma popolare in libere
elezioni.
- Venezuela.
27 gennaio 2003.
Si sfalda di ora in ora lo sciopero dell’opposizione. Questa considera la
riammissione dei licenziati dell’impresa petrolifera statale PDVSA uno dei
punti di negoziazione imprescindibili con il governo. Intanto la Camera dei
Centri Commerciali (CCC), la Camera dei Negozi per Dipartimento (CTD) e la
Camera delle Franchigie (CVF) hanno annunciato di stare studiando la
possibilità di aprire i propri esercizi in orari ristretti e di far «evolvere»
la protesta «in un’altra fase».
- Venezuela. 1 febbraio 2003. Fascisti e
golpisti annunciano la fine, dopo 62 giorni, dello «sciopero civico»
contro il presidente Hugo Chávez e l’inizio di un altro tipo di campagna
per destituirlo. L’annuncio segue di poche ore la conclusione della prima
missione a Caracas del cosiddetto "Gruppo di Amici del
Venezuela". Permarranno comunque, «a partire da lunedì», orari
limitati di lavoro, che secondo i promotori concorreranno ad una soluzione
elettorale anticipata della crisi politica. Il "Gruppo di Amici del
Venezuela" è composto da Brasile, Cile, Messico, Spagna, Stati Uniti
e Portogallo. Al fallimento dello sciopero hanno concorso la mancata
adesione dei lavoratori del trasporto, delle miniere e
dell’amministrazione pubblica. Limitata l’adesione degli esercizi
commerciali e di altri settori che, progressivamente, si sono andati
‘sganciando’ dall’iniziativa che ha tenuto maggiormente nel settore
petrolifero, stante gli enormi interessi in gioco difesi dalla dirigenza
dell’impresa statale del settore, la Petróleos de Venezuela (PDVSA), per
poi perdere anche qui, progressivamente, la sua forza. Il petrolio
rappresenta il cuore economico del paese, quinto esportatore mondiale di
greggio. Il governo sta procedendo ad una radicale ristrutturazione della
PDVSA. Le banche torneranno da lunedì ad operare normalmente, dopo quasi
due mesi di orari ristretti; supermercati, grandi centri commerciali e
l’ampia gamma delle franchigie riapriranno la prossima settimana ed anche
scuole private ed università hanno annunciato la ripresa delle attività.
- Venezuela. 4 febbraio 2003. Lo
sciopero generale iniziato il 2 dicembre scorso è stato un «vero
fallimento». Lo sostiene il presidente di Fedecámaras dello Stato del
Bolívar, Senin Torrealba. Secondo l’esponente di questa Fedecámaras
regionale, nel Bolívar sono stati pochi gli esercizi commerciali rimasti
chiusi e, comunque, «più che per un’adesione allo sciopero, per la
scarsezza di gasolio prodotto dell’azione di sabotaggio contro l’industria».
Si sarebbe trattato di «alcuni stabilimenti che richiedono sacchetti e
recipienti di plastica per l’immagazzinamento dei propri prodotti, di
ambiti che richiedono di materia prima associata in forma diretta con
l’attività petrolifera». Critico Torrealba nei confronti dei dirigenti
nazionali di Fedecámaras, che hanno indetto e guidato lo sciopero insieme
alla Confederación de Trabajadores de Venezuela (CTV) e alla Coordinadora
Democrática. «Quegli imprenditori che in certi momenti hanno confidato
nella dirigenza nazionale di Fedecámaras, attualmente si sentono
defraudati perché, se adesso mostrano la volontà di ricercare un’uscita
pacifica e democratica alla situazione che vive il paese, lo avrebbero
dovuto fare prima di intraprendere azioni radicali come lo sciopero ad
oltranza che ha prodotto come conseguenza la paralisi parziale
dell’impresa statale Petróleos de Venezuela (Pdvsa)», principale fonte
di introiti del paese, «e quindi una drastica diminuzione delle entrate
nazionali».
- Venezuela. 5 febbraio 2003. Il governatore
dello Stato venezuelano di Falcón, Jesús Montilla, ha dichiarato ieri a
Madrid che il governo di Hugo Chávez ha «molti dubbi e riserve»
sulla presenza di Spagna e Stati Uniti nel “Gruppo di Amici del
Venezuela”, per il fatto che Aznar e Bush «si affrettarono a
riconoscere un governo (quello golpista dell’aprile scorso, ndr) con
tratti fascisti». Montilla ha aggiunto che lo sciopero
dell’opposizione è stato un «fallimento politico enorme».
- Venezuela. 5 febbraio 2003. Il
presidente venezuelano, Hugo Chávez, ha dichiarato oggi che l’unico modo
di farla finita con la povertà è di dare il potere ai poveri. Chávez ha
parlato di fronte ad una moltitudine concentrata nel quartiere popolare
“23 gennaio”, per presenziare alla consegna dei titoli di proprietà della
terra urbana agli abitanti di questa zona. Ha ricordato la condizione di
povertà nella quale l’oligarchia del paese ha spinto la maggioranza dei
venezuelani ed ha incitato, dopo la sconfitta di chi ha inteso paralizzare
il paese negli ultimi mesi con lo sciopero generale, ad «incrementare
l’offensiva rivoluzionaria, radicalizzando l’attuale processo». Ha
quindi preannunciato, «entro l’anno», la consegna di mezzo milione
di titoli di proprietà della terra urbana agli strati disagiati ed un
milione di ettari ai contadini poveri donati da entità statali. Saranno
inoltre concessi crediti per riparare le abitazioni popolari e sarà
fornito aiuto tecnico e creditizio alle cooperative agricole. Chávez ha
poi spiegato che, «questa stessa settimana, sarà impiantato un
controllo dei cambi integrale per evitare che gli oligarchi continuino a
portare fuori del paese valute internazionali». Responsabile della
Commissione di Amministrazione delle Valute sarà il capitano
dell’esercito, Edgar Hernández. «Non dovrà essere consegnato un solo
dollaro ai golpisti, perché le valute sono del popolo», ha
sottolineato Chávez, che ha preannunciato l’organizzazione di cooperative
per il trasporto di gasolio e di stazioni di servizio, come risposta alla
partecipazione di alcune imprese al recente sciopero. Nel corso della
manifestazione, e come parte di quella che lo stesso Chávez ha definito «offensiva
ideologica», è stato distribuito un opuscolo titolato “Il golpe
fascista contro il Venezuela”, contenente alcuni dei suoi discorsi
recenti. Sarà dibattuto in collettivi di militanti e lavoratori.
- Venezuela. 7 febbraio 2003. I
controlli dei cambi e dei prezzi sono entrati in vigore ieri. L’accordo
tra esecutivo e Banca Centrale del Venezuela (BCV), ha sancito l’entrata
in vigore del cambio unico, con tassa iniziale di 1.596 bolívares per un
dollaro in acquisto e di 1.600 per uno in vendita (ribassato del 14%
rispetto ai 1.853 di quotazione fissata il 21 gennaio). La quotazione
potrà essere modificata se governo e BCV «lo ritengano conveniente»,
ha dichiarato il presidente venezuelano Hugo Chávez, parlando ad una
catena nazionale di radio e tv. Il governo ha inoltre decretato il
controllo dei prezzi in beni e servizi ritenuti di prima necessità come
riso, avena, farina di grano, carne, sardine, tonno, latte pastorizzato di
lunga durata, formaggi, eccetera.
- Venezuela. 20 febbraio 2003. Il
Venezuela proporrà ai vari paesi del continente americano di spostare
almeno al 2015 la firma dell’Accordo di Libero Commercio per le Americhe
(ALCA), fortemente voluto dagli Stati Uniti. Lo ha comunicato il
viceministro dell’Industria, Víctor Alvarez.
- Venezuela. 21 febbraio 2003. Il presidente
del Venezuela, Hugo Chávez, ha invitato oggi la popolazione ad essere
pronta a scendere di nuovo in strada, se gli oligarchi antipatrioti
intraprendessero azioni per destabilizzare il paese. Lo riferisce
l’agenzia di stampa Prensa Latina, secondo la quale una folla oceanica si
è riversata nella città di Barquisimeto, nello Stato di Lara, per
ascoltare Chávez. Questi ha precisato che il presidente di Fedecámaras
(Federación de Cámaras del Comercio y de la Industria de Venezuela),
Carlos Fernández, è agli arresti, dalla mezzanotte di mercoledì, per
essere uno dei principali capi golpisti e fascisti. Ricercato un altro
golpista, Carlos Ortega, presidente della Confederazione dei Lavoratori
(CTV). Chávez ha dichiarato che l’offensiva del governo è appena
cominciata con la fissazione di un controllo del cambio delle valute ed il
congelamento dei prezzi dei prodotti di prima necessità. Provvedimenti
amministrativi in vista nei confronti di quattro canali privati di
televisione per aver incitato al golpe.
- Venezuela. 7 marzo 2003. Il
Presidente dell’Assemblea Nazionale del Venezuela, Francisco Ameliach, ha
denunciato come sia in fase di preparazione, da parte dell’opposizione
golpista sostenuta dagli Stati Uniti, un «terzo colpo di Stato»
contro Chávez per via internazionale. Intanto Carlos Ortega, uno dei capi
dell’opposizione, già partecipe del tentativo di golpe dell’aprile
dell’anno scorso, oltre che massimo dirigente della Confederazione dei
Lavoratori del Venezuela, sul quale pesa un mandato di cattura, ha chiesto
asilo nell’ambasciata del Costa Rica, a Caracas. È ricercato dal 20
febbraio scorso.
- Venezuela. 9 marzo 2003. Chávez
denuncia una «campagna internazionale» contro il Venezuela. Ad
orchestrarla è l’opposizione che accusa il governo di tirannia e di dare
protezione al terrorismo. Nel corso della trasmissione domenicale di oggi
"Aló, presidente", il presidente venezuelano, Hugo Chávez,
denuncia frequenti titolazioni, in tal senso, di quotidiani di svariati
paesi e dichiarazioni di funzionari di alcuni governi non solo del
continente sudamericano. La «opposizione golpista venezuelana»,
inoltre, beneficerebbe di molto denaro anche proveniente dall’estero e di
una grande attività di lobby per screditare il governo. Chávez ha definito
una «pila di menzogne» la lettera della scorsa settimana di un
gruppo di rappresentanti dello Stato della Florida (USA), nella quale si
sosteneva la necessità di attivare la Carta Interamericana Democratica
contro le supposte violazioni dei diritti umani del governo del Venezuela.
- Venezuela.
11 marzo 2003. Washington
denuncia la presenza di una rete terrorista di finanziamento in Venezuela.
Secca replica da Caracas. Il ministro delle Relazioni Estere, Roy
Chaderton, ha dichiarato che il governo degli Stati Uniti deve fornire
prove. «Queste prove potrebbero attivare un’azione investigativa. Una
semplice denuncia non è sufficiente». La settimana scorsa, il generale
James Hill, del Comando Sud degli Stati Uniti, aveva segnalato la presenza
di organizzazioni terroriste, includendo il gruppo sciita Hezbollah, che
opererebbero in zone di frontiera tra Brasile, Argentina e Paraguay, come
anche nell’isola venezuelana di Margarita. Gli Stati Uniti accusano
Hezbollah dell’attentato che nel 1983 costò la vita a Beirut di 241
marines.
- Venezuela. 17 marzo 2003. Il
presidente venezuelano, Hugo Chávez, riferisce dell’«incremento delle
azioni di lotta contro la povertà», che interessa circa il 60% della
popolazione del paese. Lo ha detto nel corso della sua trasmissione
radio-televisiva domenicale radio "Aló, Presidente". Il Piano
Speciale di Sicurezza Alimentare «entrato in vigore l’8 marzo e sarà
permanente», è rivolto «ai settori più poveri e alla classe media».
Il piano "civico-militare" consiste nella distribuzione da parte
dell’Esercito di alimenti fondamentali a prezzi bassi nelle zone più
povere. Secondo Chávez, il piano alimentare, che sta avendo un «profondo
impatto positivo», ha già raggiunto l’obiettivo di «abbassare fino
a circa il 50% il costo del paniere alimentare». Questi provvedimenti
di produzione e distribuzione di alimenti a prezzi «solidari», ha
precisato Chávez, «non mira a danneggiare i sistemi privati di
produzione, ma unire questi allo Stato in nome di princìpi di base che
assegna a tutti il diritto di vivere e di alimentarsi in modo ottimo».
Ha quindi parlato degli sforzi del governo «per una
"nazionalizzazione della patria", basata sull’impulso della
produzione nazionale e la riduzione al massimo delle importazioni».
- Venezuela. 1 agosto 2003. Chávez
respinge le ingerenze di Washington e l’invita ad occuparsi dei propri
problemi. Alle dichiarazioni del portavoce del Dipartimento di Stato USA,
Richard Boucher, sulla necessità che si celebri un referendum revocatorio
sull’attuale presidenza venezuelana, Hugo Chávez invita il governo USA ad
occuparsi «dei problemi che ha prodotto in Medio Oriente, del problema
dell’Iraq e di quel popolo che sta subendo un’aggressione (…) Siamo un
paese indipendente, abbiamo recuperato l’indipendenza. Non siamo una
colonia né nordamericana né di nessun altro potere del mondo, e non lo
saremo mai più». Sul referendum revocatorio del suo mandato (che la
Costituzione prevede possa essere celebrato a metà mandato; quindi, nello
specifico, a partire dal 19 agosto) Chávez ha dichiarato che si realizzerà
se l’opposizione adempie ai requisiti legali previsti. Dal canto suo il
vicepresidente venezuelano, José Vicente Rangel, con riferimento alle
dichiarazioni di Boucher, ha sostenuto che a suo avviso non si tratta «di
una politica del governo nordamericano totalmente condivisa. Credo che
settori bellicisti, settori molto reazionari in seno al Dipartimento di
Stato alimentino questo tipo di politiche».
- Venezuela. 10 agosto 2003. Mille
medici venezuelani hanno annunciato oggi il loro sostegno al piano Barrio
Adentro, destinato alla salute degli abitanti delle comunità povere
del paese. Il Coordinamento Nazionale dei Medici e Medici per il Venezuela
aderiscono al progetto già iniziato a Caracas ed ora esteso al resto del
paese grazie anche alla collaborazione di centinaia di specialisti cubani.
«In gioco», sostengono, «c’è la costruzione della Patria
Bolivariana».
- Venezuela. 12 agosto 2003. Il
Venezuela potrebbe ritirarsi dal Fondo Monetario Internazionale (FMI) se
il meccanismo decisionale non cambia e se il FMI continua nella promozione
di politiche economiche neoliberali. Lo ha detto il presidente
venezuelano, Hugo Chávez.
- Venezuela. 16 agosto 2003. Il Fondo
Monetario Internazionale (FMI) è stato nefasto per i paesi in Sudamerica.
Lo ha dichiarato oggi, in Uruguay, il presidente venezuelano, Hugo Chávez,
aggiungendo che la progettata Area di Libero Commercio delle Americhe
(ALCA), disegnata da Washington e che dovrebbe essere operativa il 1°
gennaio 2005, «non serve». Il Venezuela «con moltissimi
sacrifici» ha pagato «puntualmente» il suo debito esterno di
circa 20mila milioni di dollari, «ma non abbiamo fatto, né faremo
accordi con il FMI», ha specificato Chávez. Al posto dell’ALCA ha
quindi difeso il progetto di Alternativa Bolivariana per il Sudamerica e
il Caribe (ALBA). Ha quindi prefigurato la possibilità di creare «una
grande compagnia petrolifera regionale», con il nome di PetroAmérica o
PetroSur, mediante un accordo tra i governi di Brasile, Colombia, Ecuador,
Messico, Perù e Venezuela, ed un Fondo Finanziario Sudamericano, «che
permetta prestiti ed aiuti per i piccoli produttori, base fondamentale
nell’economia regionale».
- Venezuela. 16 settembre 2003. L’estrema
destra chiama alla «disobbedienza civile generalizzata». Obiettivo:
«sostituire questo stesso anno» il presidente Hugo Chávez. Questo
l’appello, ieri, con un comunicato, del Blocco Democratico, diretto da
vari ex capi militari e personalità che si identificano con l’estrema
destra, «per un governo di civili e militari». Critiche al
Coordinamento Democratico (CD), «alleanza» di destra tra partiti,
corporazioni ed associazioni civili che raccoglie una buona parte dell’«antichavismo».
«Il tempo è scaduto», ha sostenuto il Blocco. «La storia del
fallimento del CD non può essere spiegato con il semplice errore o l’inettitudine.
La sua incapacità per uscire dal regime di Chávez, di fronte all’appoggio
finanziario, mediatico e di volontà che ha avuto, ha una sola spiegazione:
miopia, complicità o mancanza di prospettiva politica e storica». Il
Blocco, che si candida come nuova dirigenza dell’opposizione, ritiene «inaccettabile
consentire che il regime si mantenga al potere oltre il 2003».
- Venezuela. 7 ottobre 2003. Per il
secondo giorno consecutivo, il quotidiano venezuelano VEA denuncia
l’esistenza di una trama golpista scoperta dagli organi di sicurezza dello
Stato. Riunioni di messa a punto in tal senso si sarebbero svolti nella
fattoria San Bernardo (nello stato andino di Tachira) di proprietà
dell’imprenditore Gustavo Cisneros, proprietario di un canale televisivo e
di numerosi negozi nel paese, strettamente legato a circoli
dell’amministrazione statunitense ed amico personale del ex presidente
George Bush, padre dell’attuale inquilino alla Casa Bianca. Cisneros fu
coinvolto nel tentativo di golpe dello scorso anno e alla sua emittente si
avvicendano esponenti civili e militari coinvolti nello stesso. VEA
sostiene che altre riunioni si sono svolte nei saloni del Collegio dei
Medici dello stato di Miranda, territorio governato da Enrique Mendoza,
dirigente dell’opposizione. Un aspetto significativo nella denuncia del
quotidiano è l’attiva partecipazione, a queste attività clandestine, del
presidente della Conferenza Episcopale Venezuelana, Baltasar Porras.
L’attentato dinamitardo contro le strutture del Reggimento Guardia di
Onore (del palazzo presidenziale), il mese scorso, sarebbe l’inizio del
progetto golpista scoperto dalle autorità. Questo Reggimento ebbe un ruolo
significativo nella riconquista del palazzo nel golpe del 2002. È stato
rafforzato con artiglieria antiaerea e blindati. Tra gli obiettivi dei
golpisti, ci sarebbero attentati ai depositi di benzina.
- Venezuela. 10 ottobre 2003. La CIA sta
svolgendo una parte «attiva e dinamica» in un nuovo tentativo di
golpe nel paese. L’accusa, di oggi, è del vicepresidente del Venezuela,
José Vicente Ranger, che ritiene che l’obiettivo della CIA, unitamente a
settori dell’opposizione e a massmedia venezuelani, sia di abbattere il
governo eletto del presidente Hugo Chávez. Alcuni giorni fa, il deputato
Nicolás Maduro ha accusato questo famigerato servizio segreto USA dei tre
attentati dinamitardi dello scorso fine settimana: alla Commissione
Nazionale di Telecomunicazioni, alla base aerea Generalissimo Francisco de
Miranda (utilizzata frequentemente nei suoi spostamenti da Chávez) e al
forte militare Tiuna di Caracas.
- Venezuela. 1 novembre 2003. Deputati
filo-Chávez, Juan Barreto e Nicolás Maduro, hanno denunciato, da
informazioni in loro possesso, che l’opposizione, con il sostegno della
CIA, intende generare «violenza e morti» durante il periodo di
raccolta firme per il referendum revocatorio. L’ambasciatore USA, Charles
Shapiro, ha respinto le accuse di coinvolgimento del servizio segreto
statunitense. I morti, secondo i due deputati, fungerebbero da pretesto
per uno sciopero generale, il 1 dicembre, e per una richiesta ai militari
di sollevarsi contro il governo. I deputati hanno presentato ulteriori
prove oltre a quelle diffuse lo scorso 22 ottobre. Alcune di queste
consisterebbero in dichiarazioni di capi sindacalisti, come Carlos Ortega
e Manuel Cova, ed esponenti della coalizione di opposizione circa la
necessità, per il Venezuela, di instaurare «almeno 10 o 15 anni di
dittatura militare». L’11 aprile 2002 Chávez fu deposto da un colpo di
Stato, che fu però sconfitto, dopo 48 ore, dall’intervento di imponenti
manifestazioni popolari e di settori dell’esercito non collusi con i
golpisti. Il governo golpista dell’esponente della Confindustria
venezuelana, Pedro Carmona, sciolse, con il suo governo transitorio durato
28 ore, tutti i poteri pubblici. Arrestato, è ora in esilio, in Colombia,
dal maggio 2002.
- Venezuela. 1 novembre 2003. Chávez ha
ribadito ieri, pubblicamente, che il suo governo «continua a lavorare
duramente per rendere decenti i sistemi pubblici della sanità e
dell’istruzione distrutti dai politici» dei precedenti governi. In tal
senso ha definito un «atto di giustizia» la dotazione di strutture
e macchinari degli ospedali di Caracas, presentati ieri, con una cerimonia
ufficiale, insieme al ministro della Sanità, Roger Capella, e ad altri
funzionari di Stato.
- Venezuela.
14 gennaio 2004. Chávez denuncia i tentativi degli Stati Uniti
di colpo di Stato e dice ai golpisti che i militari sono pronti a
riceverli col piombo. Così il presidente del Venezuela, Hugo Chávez, nel
corso di dichiarazioni, ieri, a Monterrey (Messico), al vertice delle
Americhe, presenti 34 capi di Stato, chiamati a dibattere la «nuova
agenda Bush» per il continente latinoamericano. Secondo Chávez la
prova di forza per destituirlo tornerebbe a verificarsi sull’onda del
fallimento delle possibilità costituzionali previste con il referendum
revocatorio di alte cariche, possibilità inserita dallo stesso Chávez
nella Costituzione Bolivariana. I golpisti farebbero affidamento sul
sollevamento di alcune caserme. Chávez ha detto di avere pronti i decreti
di espropriazione dei mezzi di stampa che si prestino a dette manovre. Ha
quindi replicato a funzionari statunitensi che lo accusano di essere un
destabilizzatore, sostenendo che l’instabilità politica, sociale e
economica scaturisce dal neoliberismo che vuole imporre Washington. Il
presidente venezuelano, in distinte interviste a Monterrey, si è quindi
soffermato sull’amministrazione USA, sul colpo di Stato in Venezuela, su
quelli in America Latina, su quello in Bolivia, sulla sua posizione
riguardo l’Ecuador, su Kirchner, su Condoleezza Rice e sul documento
sull’ALCA presentato al vertice da Washington.
- Venezuela. 30 gennaio 2004. Luis
Piña, ex ufficiale dell’esercito venezuelano e membro dell’organizzazione
antigovernativa “Todos por Venezuela”, intervistato da una emittente
locale –Canale 22– a Miami (USA), ha richiesto niente meno che un’invasione
militare USA del proprio paese per rovesciare il presidente Hugo
Chavez, democraticamente eletto. Queste dichiarazioni rafforzano
l’opinione di chi ritiene che la maggior parte delle forze anti-chaviste
sia favorevole a un intervento militare USA. Ciò anche in
considerazione del fatto che il Consiglio Nazionale Elettorale ha
recentemente svelato la frode di migliaia di firme raccolte per
organizzare un referendum contro Chavez. Le dichiarazioni di Piña giungono
all’indomani di una serie di incontri tra esponenti del grande capitale
venezuelano legati a Washington e rappresentanti dell’opposizione riuniti
attorno a “Coordinadora Democratica”, in occasione dei quali personalità
statunitensi come Condoleeza Rice, Otto Reich (responsabile di
Bush per l’America latina), e Adam Ereli (portavoce del Dipartimento di
Stato USA), si sono espressi in senso interventista nei confronti
del Venezuela. Le autorità venezuelane decideranno ora se aprire
un’inchiesta sulle attività di ex ufficiali ora residenti in Florida,
sospettati di alto tradimento e di organizzare interventi militari allo
scopo di rovesciare il governo.
- Venezuela. 3 febbraio 2004. Se non si
riesce a cacciare Chávez con un referendum, «bisogna far pressione con
azioni civili» sulle Forze Armate per destituirlo. È quello che
l’opposizione venezuelana (il cosiddetto Blocco Democratico, BD) ha
chiesto oggi, in un comunicato dal titolo “I militari difendano le
firme!”, alle forze contrarie al governo del presidente Hugo Chávez.
Il Blocco esige il via libera per detto referendum dal Consiglio Nazionale
Elettorale (CNE) e la data di celebrazione «non oltre il 15 marzo».
Il CNE sta verificando l’autenticità delle firme per la richiesta –come
previsto dalla Costituzione bolivariana– di un referendum revocatorio
anticipato del mandato di Chávez, mandato che scadrà nel gennaio 2007. Se
il CNE non dovesse convalidare la richiesta, sostiene il BD, «i
militari dovranno difendere la volontà popolare espressa nelle firme
consegnate al CNE il 19 dicembre 2003». Nel comunicato si ricorda che
il BD, composto da civili e militari in congedo, è nato «circa un anno
fa».
- Venezuela. 7 marzo 2004. Washington
lega Venezuela e «terrorismo islamico». Il cancelliere venezuelano
Jesús Pérez considera gravi le dichiarazioni del comandante del Comando
Sud statunitense, generale James Hill, circa la presenza di «terroristi
islamici» in Venezuela e la mancanza di cooperazione del governo di
Caracas. Dopo aver stigmatizzato che «pare che tutto ciò che è islamico
o che è musulmano sia estremista», Pérez ha sottolineato che il
Venezuela «sta combattendo il terrorismo interno dispiegato nel paese
dalla Coordinadora Democrática» sostenuta da Washington. «Stiamo
affrontando un terrorismo molto localizzato, giacché un’infima parte
dell’opposizione ha dato dall’11 aprile (del 2002, data di un tentato
colpo di Stato, ndr) e, recentemente, segnali preoccupanti che possiamo
catalogare come terroristici», ha aggiunto, tali da legittimare la
richiesta di estradizione, inoltrata a Washington, di due militari
golpisti.
- Venezuela. 9 marzo 2004. Washington mira a
restaurare il vecchio potere oligarchico in Venezuela. Lo ha affermato il
presidente venezuelano Hugo Chavez intervistato da Liberazione. «Il
dipartimento di Stato finanzia tutti i gruppi dell’opposizione,
soprattutto i più radicali. “Sumate”, il gruppo sorto per raccogliere le
firme per il referendum revocatorio previsto dalla nuova Costituzione
venezuelana, ha ricevuto centinaia di migliaia di dollari. Non hanno
potuto negarlo perché ho i documenti. Il finanziamento alla campagna per
il referendum revocatorio è passato attraverso gli stessi canali che hanno
finanziato l’operazione per cacciare Aristide da Haiti. Del resto non c’è
bisogno di prove. Bush lo dichiara pubblicamente. A Monterrey ha detto:
continueremo a lavorare per restituire i “diritti” ai popoli di Bolivia,
Haiti e Venezuela. Insieme al presidente messicano Fox ha ripetuto: faremo
di tutto».
- Venezuela. 9 marzo 2004. In
riferimento al referendum revocatorio ed al comportamento
dell’opposizione, lapidarie le dichiarazioni di Chavez: «l’istituto del
referendum revocatorio l’ho voluto io (...) Servono a vincolare il
mandatario, qualunque esso sia, alla volontà del popolo, titolare del
potere originario (…) L’opposizione invoca il nome del popolo per
tradirlo. Ero convinto che potesse raccogliere legalmente le firme. Per
convocare il referendum ne servono due milioni e quattrocentomila, e loro
nelle elezioni del 2000 ne hanno avuto quasi due milioni e seicentomila.
Invece hanno tentato la frode. Hanno fatto firmare i morti, i bambini, gli
stranieri».
- Venezuela. 8 aprile 2004.
L’opposizione al presidente Hugo Chàvez può contare su «sostenitori ben lieti di parlare in suo
favore in sede di Parlamento Europeo».
A notare il grande impegno con cui membri del PPE (popolari europei) e del
PSE (socialisti europei) cercano di aiutare le iniziative antibolivariane
dei socialdemocratici e dei democristiani venezuelani è Bernard Cassen,
uno dei fondatori di Le Monde Diplomatique. La Spagna di Aznar
(membro del PPE), fa notare Cassen, si affrettò a riconoscere la
legittimità della presidenza di Pedro Carmona, una «marionetta nelle mani degli USA», durante il tentativo di golpe
anti-chavista del 2002. I socialisti europei mantengono buoni rapporti con
l’ex presidente venezuelano in esilio Carlos Andrès Pérez, un
socialdemocratico molto "generoso" sul piano finanziario
con i suoi amici spagnoli all’epoca di Félipe Gonzàlez. PPE e PSE,
superando l’opposizione di Verdi e Sinistra europea, sono riusciti a
far approvare dal Parlamento europeo delle risoluzioni contro Caracas che
riecheggiano le iniziative dell’opposizione anti-chavista, spalleggiata
dagli USA e condotta dalle oligarchie imprenditoriali locali.
- Venezuela. 13 maggio 2004. Un
centinaio di paramilitari stranieri, infiltratisi nel paese, sono stati
arrestati domenica scorsa. Alcuni hanno carta d’identità colombiana; altri
sono sprovvisti di ogni documento di identificazione. Il presidente
venezuelano Hugo Chávez l’ha definita una «invasione (...) condotta da
una rete internazionale (...) Miami-Colombia. Questi sono due punti di un
asse e probabilmente ci sono altri paesi». Poco prima del suo
discorso, la catena di Stato, Venevisión, informava della cattura di un
altro supposto gruppo paramilitare nelle vicinanze di una esclusiva area
urbana a sud di Caracas. Il Consiglio Nazionale di Difesa è stato
convocato in seduta permanente per la gravità dei fatti. Chávez ha
aggiunto di non avere le prove, ma di essere «assolutamente sicuro»
che il generale James Hill, capo del Comando Sud degli Stati Uniti, sia
dietro al «piano che si stava preparando contro il Venezuela». Dopo
poche ore è arrivata la smentita dell’ambasciatore statunitense in
Venezuela, Charles Shapiro. In quanto alla Colombia, Chávez ha detto di
essere soddisfatto della reazione del governo di Álvaro Uribe, ma di non «confidare
nella buona fede» dei corpi di sicurezza colombiani. La “Coordinadora
Democrática”, piattaforma di partiti della destra venezuelana e di settori
socialdemocratici e sindacali, non ha potuto non condannare la presenza di
milizie straniere in territorio venezuelano e ha ribadito la necessità di
risolvere la crisi politica nel quadro della Costituzione bolivariana
voluta dallo stesso Chávez, promuovendo un referendum revocatorio del
mandato presidenziale.
- Venezuela. 17 maggio 2004. Decine di
migliaia di venezuelani hanno manifestato ieri, a Caracas, contro
l’ingerenza straniera e la presenza nel paese di mercenari colombiani.
Alcuni di questi, arrestati di recente, sarebbero pronti, secondo il
governo, a fare la propria parte in una riedizione di colpo di stato. Alla
testa del corteo il vicepresidente José Vicente Ranger, secondo il quale
questa marcia «è una dimostrazione del fatto che né l’oligarchia
colombiana né il governo statunitense riusciranno a vincerci».
- Venezuela. 24 maggio 2004. Il
presidente venezuelano Hugo Chávez ha annunciato la creazione di un piano
di difesa che prevede la partecipazione attiva di civili. Tale piano,
definito da Chàvez «una tappa storica in difesa della propria sovranità
ed una necessità improrogabile», implica un incremento delle truppe
ordinarie, l’ampliamento del numero dei riservisti e soprattutto la
creazioni di milizie popolari sotto il comando delle Forze armate. La
partecipazione di civili in operazioni di difesa viene considerata
un’applicazione concreta del nuovo principio istituito nel titolo VII
della nuova Costituzione venezuelana, che prevede la «corresponsabilità
tra Stato e società civile», anche nell’ambito militare, per la
realizzazione di principi come l’indipendenza nazionale, la giustizia
sociale, l’affermazione dei diritti umani e la soddisfazione progressiva
dei bisogni individuali e collettivi dei venezuelani. Tale concezione
amplia la dottrina di sicurezza nazionale che riservava questo compito
esclusivamente alle componenti militari.
- Venezuela. 24 maggio 2004. L’annuncio
del piano di difesa segue all’arresto, avvenuto la settimana scorsa, di
più di una cinquantina di paramilitari colombiani nelle vicinanze di
Caracas. Un fatto senza precedenti, che il governo addebita a settori di
potere negli Stati Uniti ed in Colombia, e che costituirebbe la punta
di un iceberg. Un mese fa, un senatore colombiano, Gustavo Pedro,
aveva avvertito Caracas della presenza e del posizionamento militare del
governo colombiano nella frontiera con il Venezuela. Un’altra funzionaria
venezuelana aveva denunciato che membri della forza paramilitare Autodefensas
Unidas de Colombia organizzavano operazioni di reclutamento,
addestramento ed invio di forze irregolari verso il territorio venezuelano.
In conseguenza di tali azioni, risultano 87 i dirigenti contadini,
coinvolti nell’applicazione della Ley de Tierras, assassinati negli
ultimi due anni. «Il mese passato ci hanno ammazzato quattro dirigenti»,
ha dichiarato Braulio Álvarez, della Coordinadora Agraria Nacional
Ezequiel Zamora, una delle alleanze nelle quali si struttura il
movimento contadino per la consegna e lo sviluppo delle terre, previste
nella Ley de Tierras, con la quale sono stati distribuiti due
milioni di ettari a 120.000 famiglie e cooperative. Atti che hanno spinto
il Consejo Nacional de Defensa por la Coordinadora a proporre la
creazione di cooperative di vigilanza: «Non vogliamo fare i poliziotti
o i delatori. Vogliamo solamente assumere la responsabilità che ci spetta
secondo la Costituzione», è stato dichiarato.
- Venezuela. 2 giugno 2004. «Bisogna
cercare un modo per togliere di mezzo Chávez con la forza, visto che con
le buone è impossibile». Lo ha dichiarato alcuni mesi fa l’ex
presidente venezuelano Carlos Andrés Pérez in un programma radiofonico
colombiano. La cattura di 50 paramilitari colombiani nelle vicinanze di
Caracas nel maggio scorso, seguita dall’arresto di altri gruppi per un
totale di 130, che in uniformi venezuelane si apprestavano a compiere
azioni militari contro l’esecutivo legittimo, segnala che tentativi in tal
senso sono stati avviati. I paramilitari a capo dei gruppi sono stati
identificati come appartenenti al “Blocco Nord di Santander” dell’Autodefensas
Armadas de Colombia (AUC). La stessa Magistratura colombiana ha
raccolto intercettazioni, diffuse dal notiziario televisivo La red
independiente, in cui paramilitari colombiani di Cúcuta (città di
confine) fanno il resoconto delle operazioni realizzate da questi gruppi
sul confine e in territorio venezuelano. Tra i paramilitari colombiani
arrestati, figurano diversi minorenni. Definendoli «figli della povertà
che finiscono reclutati dal narcotraffico», Chàvez ha annunciato che
non finiranno in carcere, e che potranno tornare alle loro famiglie o, se
vorranno, fermarsi a studiare in una scuola bolivariana.
- Venezuela.
2 giugno 2004. Le
preoccupazioni non sarebbero finite. Secondo fonti venezuelane, «probabilmente
ci sono molti altri paramilitari infiltrati in altre zone del paese».
La conclusione: «bisogna prepararsi a difendersi». Per questo
Chávez ha sostenuto che il processo rivoluzionario venezuelano «è
entrato in una nuova fase antimperialista». Dopo aver insistito
sulla necessità di procedere con la riforma agraria e con i progetti
sociali ed economici, annunciando la cosiddetta “Agenda Bolivariana 2006”,
Chàvez ha annunciato tre linee strategiche di difesa della nazione. Primo.
Rafforzare la componente militare, aumentando il numero dei riservisti e
degli effettivi, migliorandone le capacità anche creando teatri di
operazioni militari in diverse regioni del paese, e comprando
eventualmente nuove armi. Secondo. Più severità nei confronti dei militari
venezuelani golpisti ancora nelle Forze Armate, alcuni dei quali
progettavano, a detta di Chàvez, di impadronirsi di una base aerea e far
decollare aerei d’artiglieria per bombardare vari punti strategici. Terzo.
Organizzare la partecipazione attiva del popolo alla difesa. Si tratta di
mettere in pratica la Costituzione, secondo cui se della Sicurezza della
Nazione è responsabile lo Stato, «della sua difesa sono responsabili i
venezuelani e le venezuelane» (articolo 322): sarebbe questa la
«corresponsabilità tra Stato e società civile» esplicitamente
prevista nell’articolo 326. Da qui il richiamo di Chàvez al popolo
affinché si impegni nella difesa della sovranità nazionale, e l’appello ai
militari in pensione che dovranno essere d’aiuto in questo compito.
- Venezuela. 3 giugno 2004. Raggiunte
firme per referendum anti-Chávez. L’opposizione venezuelana ha raggiunto
il numero necessario per indire un referendum per la revoca del mandato
del presidente della repubblica Hugo Chávez. Lo ha reso noto oggi Jorge
Rodriguez, presidente del Consiglio nazionale elettorale (Cne), precisando
che, alla luce dei risultati preliminari dello scrutinio del processo di
verifica delle firme ritenute ‘sospette’, effettuatosi tra venerdì e
domenica scorsi, ne sono state ratificate 614.968. Queste, aggiunte agli
1,9 milioni già ritenute valide, consentono di superare di circa il 20%
(14.730 firme) la quota indispensabile per indire la consultazione, che si
potrebbe tenere l’8 agosto prossimo. Chávez, che propose l’istituzione
della figura del referendum il 5 agosto 1999 all’Assemblea Nazionale
Costituente come meccanismo di «una democrazia nuova e partecipativa»,
dove il popolo sia protagonista e decida se le sue autorità mantengono gli
impegni o devono essere rimosse, ha dichiarato che il responso del Cne
sulla procedibilità del referendum revocatorio ora «mette alla prova
una delle figure fondamentali della democrazia partecipativa».
L’opposizione chiede che il referendum si celebri prima del 19 agosto 2004
per poter convocare le elezioni entro un tempo massimo di 30 giorni, in
caso Chávez risulti sconfitto. Il 19 agosto, infatti, si compirà il quinto
dei sei anni di mandato e, secondo la Costituzione del 1999, se un
governante perde il referendum dopo cinque anni, è il vicepresidente ad
assumere la carica durante il resto della legislatura. Per revocare il
mandato è necessario un voto superiore, ovviamente, a quello che il
mandatario ottenga nel referendum, ma anche ai 3.757.773 che conseguì
Chávez quando fu rieletto nel 2000. La partecipazione deve essere almeno
del 25% degli aventi diritto al voto. Soddisfazione da Washington. Il
portavoce aggiunto del Dipartimento di Stato, Adam Ereli, ha detto che «questo
è qualcosa al quale diamo il benvenuto».
- Venezuela.
13 giugno 2004.
Armi in una televisione ed in due hotel di Caracas. Le autorità
venezuelane le hanno trovate ieri. Ha colpito particolarmente il
ritrovamento negli uffici della catena televisiva Venevisión, di proprietà
del magnate delle comunicazioni Gustavo Cisneros, di armi in perfetto
stato e manuali sull’uso di esplosivi e per azioni di sabotaggio.
- Venezuela. 24 giugno 2004. Il
comandante in capo delle forze armate venezuelane, il Gen. Isaias Baduel,
ha messo in guardia contro l’eventualità che «forze straniere»
cerchino di invadere il paese per impossessarsi delle sue risorse
petrolifere. Anche se il generale non ha fatto il nome di Stati Uniti e
Colombia, tutti gli osservatori concordano sul fatto che egli alludesse a
questi due paesi. Secondo l’intelligence statunitense, la clamorosa
esternazione di Baduel sarebbe un segno della sempre maggiore «vicinanza
politica» dell’esercito venezuelano con Chàvez e con i bolivariani
in vista del cruciale referendum revocativo previsto per il 15 agosto
prossimo. Baduel ha anche dichiarato che il Venezuela di Chàvez è «scomodo»
perché «è uno stato nazionale bolivariano e dunque contrasta con il
programma della globalizzazione». Le dichiarazioni del generale
arrivano un giorno dopo il “monito” che i colonnelli statunitensi Norman
Coleman e Christopher Dodd hanno lanciato a Chàvez, insinuando che
quest’ultimo potrebbe manovrare per impedire lo svolgimento della tornata
referendaria o addirittura organizzare brogli. Inoltre, la CIA è
preoccupata dal fatto che Chàvez sarebbe «vicino a coronare il suo
sforzo di trasformare le Forze Armate venezuelane da un corpo tradizionalmente
pro-americano a un esercito ideologicamente bolivarista, vale a dire
contrassegnato da un misto di nazionalismo, socialismo e anti-americanismo».
- Venezuela. 13 luglio 2004. Chávez non
intende stringere accordi commerciali con gli Stati Uniti. Il presidente
venezuelano, Hugo Chávez, lo ha ribadito ieri a Quito, rilanciando
l’ipotesi di un’integrazione andina con il Mercosur (l’area dei paesi del
cono sud americano). Chávez, che era giunto ieri nella capitale
ecuadoriana per partecipare al XV vertice presidenziale andino, ha
dichiarato che il Venezuela non si unirà alla Colombia, Ecuador e Perù,
che intendono negoziare separatamente un Trattato di Libero Commercio con
Washington.
- Venezuela. 17 agosto 2004. «La CIA
non è più quella di una volta», titola ironicamente il periodico
elettronico belga di analisi geopolitica De Defensa a proposito del
netto successo di Chàvez nel referendum revocativo del 15 agosto. Bill van
Auken, editorialista dello statunitense “World Socialist Web Site” ( www.wsws.org
), parla di «umiliazione» per i servizi segreti USA, data la loro
incessante opera di destabilizzazione del governo chavista, che dura da
almeno quattro anni e che è stata efficacemente contrastata dall’esecutivo
bolivarista. De Defensa ricorda ad esempio come nel 1953 l’Iran di
Mossadeq «cadde come una pera matura nelle mani della CIA» e come
questa abbia rovesciato, nel 1954, il governo guatemalteco. Stavolta, le
manovre di Otto Reich (definito «ex terrorista anti-castrista»),
responsabile per l’America latina, e di Elliot Abrams (National Security
Council), non hanno funzionato. Gli analisti belgi commentano poi con
umorismo il fatto che, di fronte allo smacco di personaggi come Bolton,
Abrams, Reich ecc., le compagnie petrolifere, «che non amano se non la
stabilità» si siano «rallegrate» della vittoria chavista e
delle continuità del governo. Tutto ciò sarebbe parte delle «contraddizioni
interne al capitalismo, di cui il vecchio Lenin, sempre attento alle
evoluzioni di questo mondo, si rallegra dall’aldilà».
- Venezuela. 22 agosto 2004. Il
presidente Hugo Chàvez si è rivolto all’opposizione nel corso del
programma televisivo “Alò Presidente”, rassicurandola sul fatto che «la
proprietà privata sarà rispettata» e «la corruzione combattuta».
Chàvez ha anche aggiunto che non intende dialogare con coloro che si
ostinano a non riconoscere la sua vittoria nel recente referendum
revocativo, che ha visto il presidente vincere con il 59% dei consensi,
come confermato anche dal nuovo conteggio manuale del 20 agosto.
- Venezuela. 26 agosto 2004. Il
Consiglio nazionale elettorale (Cne) venezuelano ha reso noto i risultati
definitivi del referendum del 15 agosto scorso. Hanno detto “no” alla
revoca del mandato del presidente Hugo Chavez il 59,25% degli elettori, il
40,74% ha invece detto sì. L’annuncio è stato fatto dal presidente del
Cne, Francisco Carrasquero, precisando che su circa 14 milioni di elettori
i suffragi a favore di Chavez sono stati 5.800.629. L’assenteismo ha
toccato quota 30%. Il dato tiene conto della revisione del conteggio anche
manuale dei voti, che ha visto la supervisione e l’avallo finale di
osservatori internazionali.
- Venezuela. 30 agosto 2004. Hugo
Chávez istituisce il nuovo Ministero dell’Alimentazione. L’annuncio ieri.
«Garantirà alimentazione a buon mercato ai venezuelani e nel futuro,
dopo che ci saremo rafforzati, aiuteremo i popoli fratelli che vivono in
peggiori condizioni», ha specificato il presidente venezuelano.
Rivolgendosi agli «oziosi» grandi proprietari terrieri, proprietari
di molta terra lasciata incolta, Chávez, che ha riportato una stima di
10mila ettari, ha detto che «necessitano alla produzione», ha
chiesto al presidente dell’Istituto Nazionale delle Terre, Agustín Redil,
di intervenire e preannunciato «un piano di democratizzazione della
terra, di questi spazi produttivi, cominciando dalle zone strategiche».
Su chi sarà chiamato a gestirle, nessun dubbio: «La terra è per i
contadini».
- Venezuela. 15 settembre 2004. Oltre 5
milioni di dollari l’anno sono stati stanziati dagli USA nell’ultimo
biennio per aiutare varie organizzazioni venezuelane, la maggior parte
delle quali schierate contro il presidente Chàvez. Lo si apprende da
documenti declassificati nell’ambito del Freedom of Information Act.
I fondi erano previsti nel quadro dell’Agenzia Statunitense per lo
Sviluppo Internazionale (USAID). Tra i beneficiari dei milioni di dollari
statunitensi anche l’associazione Sùmate, nota per le proprie posizioni
antidemocratiche, uno fra gli organismi promotori del referendum
revocativo poi vinto da Chàvez nell’agosto scorso. L’organizzazione
Venezuelafoia.info, che ha ottenuto i documenti, denuncia la censura delle
notizie da parte del governo USA. Le carte infatti dimostrano i classici
“due pesi e due misure” applicati all’indirizzo dei finanziamenti per lo
sviluppo; indirizzo che segue gli interessi politici ed economici dell’élite
statunitense e non certo criteri oggettivi per l’aiuto a paesi poveri.
- Venezuela. 1 novembre 2004. Il
presidente del Venezuela, Hugo Chavez, si rafforza politicamente e nel
consenso sociale con la schiacciante vittoria nelle elezioni regionali di
ieri. I suoi candidati hanno ottenuto 20 dei 23 incarichi di governatore.
L’opposizione, comunica il Consiglio Nazionale Elettorale, ha avuto due
dei posti di governatore: Manuel Rosares ha conservato il governatorato
dello stato di Zulia, polmone economico ricco di petrolio, e Morel
Rodriguez ha vinto nello stato di Nuova Esparta. Contemporaneamente si
votava per l’elezione di 337 sindaci e 249 deputati dei consigli locali,
la stragrande maggioranza dei quali è andata allo schieramento chavista.
- Venezuela. 19 novembre 2004. «Chávez
è un vero problema. La chiave per affrontarlo è mobiliare l’intera regione
[Ecuador, Bolivia, Colombia, ndr], per controllarlo e metterlo
sotto pressione quando si muove in una direzione o in un’altra. Non
possiamo farlo da soli». Sono le minacciose parole della signora
Condoleeza Rice, segretario di Stato USA in pectore, riportate dal Washington
Post (storicamente lontano dai cosiddetti “falchi”), che commenta: «La
Signora Rice dovrebbe farla finita con la passività [sic!] dell’Amministrazione
verso questa importante regione».
- Venezuela/Spagna. 23 novembre 2004. Chávez
accusa l’esecutivo Aznar di aver appoggiato i golpisti del suo paese. Il
presidente del Venezuela, Hugo Chávez, ha detto oggi di essere «certo»
che il governo di José María Aznar (Partito Popolare) appoggiò il tentato
colpo di Stato dell’aprile 2002. Un giornalista gli aveva chiesto un
commento sulle dichiarazioni del ministro degli Esteri spagnolo, Miguel
Angel Moratinos. Questi, nel corso di una trasmissione televisiva, aveva
dichiarato che l’ambasciatore spagnolo aveva ricevuto istruzioni da Madrid
di sostenere il tentativo golpista a Caracas. La presentatrice aveva
quindi posto immediatamente fine al suo intervento per passare alla
pubblicità, senza poi tornare ad affrontare la questione. Chávez, che
usciva dal Senato spagnolo al termine di un incontro con il presidente
della Camera Alta, Javier Rojo, ha detto al giornalista: «dal punto di
vista del Venezuela non ho dubbi che il fatto è certo». Chávez ha
spiegato che quando si produsse l’insurrezione, l’11 aprile 2002, «l’ambasciatore
spagnolo accorse rapidamente» e apparve insieme al suo omologo
statunitense, «solo loro due», nel tentativo di legittimare i
golpisti. Ma detta manovra del precedente governo spagnolo, secondo il
presidente venezuelano, «non rappresentava il sentire del popolo
spagnolo né del Re». Si trattò di «un gravissimo errore»
dell’esecutivo di José María Aznar, ha detto il presidente venezuelano,
rilevando che le relazioni tra i due paesi «hanno ora voltato pagina».
Il tentato golpe del 2002 durò 48 ore: il governo transitorio guidato
dall’allora responsabile della Confindustria, Pedro Carmona, fu poi
scalzato dall’intervento di vasti strati popolari e di quella parte di
esercito che non si era schierata con i golpisti filo-statunitensi.
- Venezuela. 26 novembre 2004. Gli USA
conoscevano tutti i dettagli del golpe contro Chávez almeno cinque giorni
prima. Secondo documenti della CIA resi pubblici di recente,
l’amministrazione Bush era al corrente dei dettagli del colpo di Stato
contro Hugo Chávez nel 2002. Nonostante gli Stati Uniti abbiano sempre
negato di saper alcunché sulla vicenda, Eva Golinger, avvocata
venezuelana-statunitense, avvalendosi della Legge di Libertà
d’Informazione, è riuscita ad entrare in possesso di documenti dei servizi
segreti statunitensi. La CIA dava conto, in un documento datato 6 aprile
2002, cinque giorni prima del golpe, dell’esistenza di piani dettagliati
per provocare violenze durante le manifestazioni e per arrestare lo stesso
Chávez ed altri 10 alti ufficiali. Una portavoce della CIA intervistata da
Newsday ha detto che l’agenzia non avvertì il governo venezuelano
perché avrebbe significato «suggerire che noi ci intromettevamo negli
affari di un’altra nazione». Golinger rileva che, ancora nel marzo del
2002, l’amministrazione USA continuava a finanziare sindacati e ONG in
Venezuela che comparivano nella lista di possibili collaboratori dei
golpisti.
- Venezuela. 26 novembre 2004. La
politica petrolifera di Hugo Chàvez, che «usa il petrolio come leva
geopolitica», starebbe rafforzando «l’influenza cinese e quella
russa nella regione nord-andina». Lo sostiene un rapporto dell’agenzia
di intelligence statunitense Strategic Forecasting. Gli accordi per
lo sfruttamento delle riserve venezuelane con Pechino e Mosca sarebbero
inoltre suscettibili di «andare a beneficio di compagnie petrolifere
cinesi, russe e di altre, comunque non statunitensi», ma anche di
stimolare nuovi accordi bilaterali tra Caracas e altri Stati
latino-americani. Secondo Stratfor, la Russia è un partner particolarmente
vitale per il Venezuela, perché oltre al petrolio, sarebbero sul tavolo
dei negoziati anche importanti acquisti (per oltre 400 milioni di dollari)
di elicotteri russi da combattimento da parte del governo chavista.
Quest’ultimo starebbe anche allacciando rapporti commerciali con Algeria,
Libia e Qatar.
- Venezuela.
29 dicembre 2004.
Secondo il presidente Chàvez, l’accesso, concesso alla Cina, alle
ricchezze energetiche venezuelane è il mezzo per farla finita con la
dipendenza da Washington del proprio paese. La Cina garantirebbe infatti
investimenti nell’estrazione e nelle infrastrutture petrolifere, campi in
cui, tradizionalmente, l’hanno sempre fatta da padroni gli Stati Uniti. Il
leader bolivarista ha espresso queste convinzioni dopo aver siglato
otto accordi commerciali a Pechino per favorire l’apertura del mercato
petrolifero venezuelano alle aziende cinesi del settore. Gli accordi del
paese asiatico con Caracas seguono quelli con Rio de Janeiro e Buenos
Aires, per restare in Sudamerica, e si aggiungono a quelli conclusi con
Iran e Kazakistan, ponendo Pechino in diretta concorrenza con gli USA.
Apparentemente –secondo quanto riporta Strategic Forecasting–
Chàvez avrebbe dato assicurazioni alle autorità cinesi che Caracas non
interferirà in alcun modo con gli investimenti delle aziende beneficiarie
degli accordi. Nello stesso tempo, tuttavia, secondo gli analisti
statunitensi, il Venezuela non cercherà di ostacolare direttamente gli
interessi di Chevron Texaco e altre aziende USA nel proprio mercato:
piuttosto favorirà i competitori cinesi e, a seguire, russi, indiani,
spagnoli e francesi.
- Venezuela.
11 gennaio 2005.
Una commissione agricola nazionale riscatterà le terre improduttive
confiscate per distribuirle alle comunità dei campesinos. Il presidente
venezuelano Hugo Chavez ha firmato il decreto per «eliminare in forma
progressiva il latifondo nelle zone rurali del paese», si legge
all’articolo 1 del decreto. L’articolo 2 prevede la nascita di «una
commissione agricola nazionale» con il compito di destinare a uso agricolo
le terre improduttive per l’eliminazione «progressiva», si
ribadisce, del latifondo.
- Venezuela. 14 gennaio 2005. Il
sequestro di Granda provoca tensioni tra Caracas e Bogotà. Il governo del
Venezuela ha richiamato il suo ambasciatore a Bogotà, Carlos Santiago
Ramírez, dopo che mercoledì il ministro della Difesa colombiano, Jorge
Uribe, aveva riconosciuto che il suo paese ha corrotto poliziotti e
militari venezuelani per poter rapire il membro delle FARC (Forze Armate
Rivoluzionarie di Colombia) Rodrigo Granda (Ricardo González). Negoziatore
delle FARC, Granda era stato sequestrato il 13 dicembre scorso in un hotel
di Caracas dopo aver partecipato ad un congresso bolivariano. Il
vicepresidente venezuelano, José Vicente Rangel, ha dichiarato ieri che la
decisione del governo colombiano «è stata una violazione della
sovranità venezuelana» e aver legittimato delitti come la corruzione
ed il sequestro introduce nella regione andina la «legge della selva».
«Come reagiranno a Bogotà se il Venezuela decidesse di corrompere
poliziotti e militari colombiani perché si commettano in quel paese
delitti come quello perpetrato a Caracas?», ha chiesto il
vicepresidente in conferenza stampa. Per Rangel, il governo colombiano «ha
fatto un autogol» riconoscendo la responsabilità nel sequestro di
Granda. L’episodio, ha aggiunto, mostra come «si stia espandendo il
“Plan Colombia” (ingerenza militare statunitense nel continente
latinoamericano con il pretesto della lotta alla droga, ndr) a tutta la
regione andina». Cinque militari e tre poliziotti venezuelani sono
stati arrestati ieri in relazione alla vicenda. Tra i militari ci sono due
ufficiali, un tenente colonnello ed un tenente.
- Venezuela. 15 gennaio 2005.
Sospensione di tutti gli accordi commerciali con la Colombia. Chiusura del
gasdotto e sospensione dei progetti di costruzione di raffinerie e di
altre strutture industriali in Colombia. Richiamo dell’ambasciatore
venezuelano in Colombia, Carlos Santiago Ramírez. Così, ieri, il
presidente Hugo Chávez ha annunciato al Congresso la sua risposta al
sequestro, a Caracas, di Rodrigo Granda, responsabile esteri e delle
relazioni finanziarie delle Forze Armate Rivoluzionarie di Colombia
(FARC). Il rapimento era avvenuto il 13 dicembre scorso ad opera dei
servizi segreti colombiani in combutta con poliziotti e militari
venezuelani corrotti. Il sequestrato era stato quindi esibito il giorno
dopo alla tv colombiana e lo stesso ministro della difesa colombiano,
Jorge Humberto Uribe, aveva rivendicato al governo la paternità dell’azione.
Il governo colombiano di Uribe ha contestato duramente le misure di Chávez
con un comunicato in otto punti: si sostiene che non è stata violata la
sovranità del Venezuela, che «le Nazioni Unite proibiscono a paesi
membri di ospitare terroristi in modo ‘attivo o passivo’», che
«il signor Granda ha partecipato ad un Congresso Bolivariano tenutosi a
Caracas l’8 e 9 dicembre 2004, in rappresentanza delle FARC», e si
esprime il desiderio di continuare a mantenere relazioni cordiali con il
suo vicino. Allo stato non si sa ancora se la sospensione delle relazioni
commerciali si limiterà al settore pubblico o includerà anche quello
privato venezuelano.
- Brasile. 31 gennaio 2005. Secondo
Chávez «il socialismo non è morto con l’URSS». Lo ha detto davanti
a circa 300 membri del MST e delegati dell’organismo internazionale Vía
Campesina. Presente al Forum Sociale Mondiale di Porto Alegre, il
presidente venezuelano, Hugo Chávez, ha visitato un podere del Movimento
Sem Tierra (MST) a Tapes (174 km da Porto Alegre), amministrato secondo
criteri collettivistici e autogestionari. «È morto un modello di
statalismo, che è fallito, che si è andato deteriorando lungo il cammino e
non ha saputo correggersi in tempo», ha detto Chávez con riferimento
al blocco sovietico. Ha quindi auspicato che «si convincano anche
quelli che dubitano che non c’è soluzione né alla povertà né alla miseria,
perché il capitalismo è la causa, la radice dei grandi problemi di
disuguaglianza nel mondo, di sfruttamento e della miseria». Dopo aver
citato passi della Bibbia, si è dichiarato «peronista», «guevarista»,
«fidelista», «torrijista», ma «soprattutto bolivariano e
martiniano (José Martì, ndr)». Parlando del suo paese, ha annunciato
che la sua «rivoluzione agraria» contro il latifondo sarà
rafforzata e che arriverà ad interessare 20 milioni di ettari. Non si
tratterà di una «confisca di terre», ma di una «fiscalizzazione»;
«quest’anno l’obiettivo è recuperare tre milioni di ettari in mano ai
latifondisti». Ha detto, riferendosi al Forum Mondiale, che «è il
momento di dare un nuovo indirizzo», che il prossimo «potrebbe
essere l’inizio di una nuova tappa», ha chiesto più azioni concrete e
che questo movimento «segua una agenda sociale mondiale contro le
egemonie regnanti». In tal senso, ha aggiunto, l’esperienza
venezuelana «è un riferimento molto importante perché il Forum vada
verso il potere, per trasformarlo e porlo al servizio dei poveri». Partecipando
poi in forma ufficiale, per la prima volta, al Forum Sociale, dopo la
visita alla fattoria dei Sem Tierra, Chavez ricorda che, se vuole cambiare
il mondo, la rivoluzione popolare deve dar vita ad un potere
rivoluzionario. Altrimenti è aria fritta. Il presidente venezuelano ha
firmato un accordo con il MST e con il governo del Río Grande do Sul per
avviare un piano di cooperazione e interscambio di semi e di esperienze
con il Venezuela. Secondo l’accordo, il MST offrirà al Venezuela semi di
soia tropicale perché questo paese «non debba dipendere dalla Monsanto»,
la multinazionale statunitense più avanzata nello sviluppo del
transgenico.
- Venezuela. 3 febbraio 2005. Il
ministro degli Esteri del Venezuela, Alí Rodríguez, ha sarcasticamente
commentato ieri le recenti espressioni di «preoccupazione» degli
Stati Uniti su quel che accade in Venezuela. Al portavoce della Casa
Bianca, Scott McClellan, che aveva espresso, l’altro ieri, le «serie
preoccupazioni» che Washington mantiene sul governo del presidente
Hugo Chávez, Rodríguez ha replicato, con un comunicato, che è il mondo ad
essere «preoccupato» dalla politica statunitense di aggressione «in
molte maniere, inclusa la violenza armata, nei confronti di molti popoli
del mondo, e senza andare molto lontano, di quelli dell’America latina».
Ha quindi aggiunto: «la preoccupazione degli Stati Uniti è piuttosto
verso il popolo venezuelano, che, in varie elezioni, ha sconfitto
l’opposizione (sostenuta da Washington, ndr) e dato un saldo e
crescente appoggio al presidente Chávez». Intanto, il guerrigliero
Rodrigo Granda, “cancelliere” delle Forze Armate Rivoluzionarie di
Colombia (FARC), il cui arresto ha provocato la più grave crisi tra i
governi colombiano e venezuelano degli ultimi vent’anni, ha dichiarato ieri,
in un messaggio scritto dal carcere in Colombia dove è detenuto dopo il
sequestro avvenuto in territorio venezuelano, a Caracas, che «la
presenza occasionale di integranti delle FARC in territorio straniero non
è un fenomeno esclusivo del Venezuela. Lo facciamo in tutti i paesi del
continente e oltre (…). Io sono entrato in Colombia, Venezuela, Ecuador ed
altri paesi dell’America latina e Europa con la mia propria
documentazione, richiesta dalle autorità (…). In nessun paese di quelli
che ho visitato si può parlare di assenso, di compiacenza o di complicità
dei vari governi con le FARC». Indirettamente Granda replica alle
accuse rivolte da Washington al governo venezuelano, accusato di
connivenza con un’organizzazione –le FARC– che la Casa Bianca ha inserito
nella sua “lista nera” del terrorismo.
- Venezuela. 25 febbraio 2005. Gli Stati
Uniti stanno sistematicamente diffondendo, con tutti i mezzi, notizie
false e/o decontestualizzate per gettare discredito sulla politica
bolivarista del governo Chàvez. Lo afferma il ministro venezuelano
dell’Informazione, Andrés Izarra. Ciò avviene mentre il governo
bolivarista sta compiendo un grande sforzo per riorientare in senso
democratico ed egalitario la politica venezuelana, con conseguente
malumore da parte delle oligarchie imprenditoriali legate a Washington, da
sempre classe dominante nel paese sudamericano. Izarra si chiede anche se
queste azioni di propaganda non siano la preparazione mediatica di un
futuro intervento militare da parte USA.
- Venezuela. 4 marzo 2005. Hugo
Chàvez, parlando da Nuova Delhi, meta del suo ultimo viaggio politico, ha
ammonito gli Stati Uniti che «ogni eventuale aggressione statunitense
contro Caracas o altri paesi latinoamericani determinerebbe l’immediata
sospensione della vendita di greggio venezuelano a Washington».
Chàvez, che nello scorso ottobre ha stravinto le elezioni regionali,
starebbe preparandosi a una nuova fase di conflittualità con gli USA,
anche visti gli orientamenti del Segretario di Stato, Condoleezza Rice,
notoriamente ostile al processo bolivariano e all’influenza chavista in
America latina. Secondo un’analisi finanziaria di Strategic Forecasting,
se il Venezuela fermasse la vendita di greggio agli USA, il prezzo del
petrolio potrebbe salire a 60 dollari al barile. Il che, per almeno un
anno, compenserebbe la perdita di profitti derivante dall’arresto di
commesse statunitensi, dando tempo al governo di Chàvez per trovare altri
acquirenti di greggio venezuelano (Cina e India soprattutto). Il governo
bolivarista ha peraltro deciso di svalutare la moneta venezuelana del 12%,
aumentando così ulteriormente le esportazioni e al fine di rafforzare il
programma (detto delle “missioni”) di sussidio diretto a milioni di poveri
nel paese, con centinaia di milioni di dollari.
- Venezuela. 6 marzo 2005. «Sapete
che per oltre cent’anni non abbiamo mai venduto petrolio a paesi come
Argentina, Cuba e Brasile, ma solo agli USA? Ora vogliamo diversificare.
Vendiamo ai nostri fratelli latino-americani e alla Cina e vorremmo
rapporti a lungo termine con l’India». Così il presidente del
Venezuela, Hugo Chavez, lascia adombrare un graduale sganciamento dalle
forniture agli Stati Uniti. Chavez si trova in viaggio a Nuova Delhi, dove
ha offerto al governo indiano la partnership nella compagnia statale
Pdvsa. L’india attualmente importa il 70% del suo fabbisogno di greggio,
ed è al terzo posto per consumi di petrolio in Asia dopo Cina e Giappone.
- Venezuela. 13 marzo 2005. «Chávez
è un problema perché chiaramente sta usando il denaro proveniente dal
petrolio e la sua influenza per introdurre il suo stile conflittuale nelle
politiche di altri paesi (...). Sta scegliendo i paesi il cui tessuto
sociale è più debole (…). In alcuni casi si tratta di una vera sovversione».
A sostenerlo in un’intervista a The Financial Times è Roger Pardo
Maurer, sottosegretario aggiunto del Pentagono per gli affari dell’America
del Sud. Maurer ha aggiunto che gli Stati Uniti si apprestano ad un cambio
di politica per «contenere» il Venezuela. Dal canto suo il governo
venezuelano nega di aiutare «gruppi insorgenti» in Bolivia, Perù o
Colombia. Le relazioni tra Washington e Caracas si sono deteriorate
dall’arrivo al potere del presidente Chávez nel febbraio 1999. I
disaccordi si sono ulteriormente accentuati quando, la settimana scorsa,
Chávez ha sostenuto il programma nucleare iraniano.
- Venezuela. 14 marzo 2005. Chávez,
nel suo programma domenicale radio-televisivo “Aló presidente!”, ha
presentato il suo libro, “Codice Chávez”, che include documenti
declassificati statunitensi, parzialmente censurati, che dettagliano il
sostegno ufficiale di Washington agli autori del colpo di Stato
dell’aprile 2002.
- Venezuela. 23 marzo 2005. Protesta
il gruppo britannico Vestey che afferma di avere la proprietà della terra
dal 1920, e che la sfrutta attraverso la sua filiale Agroflora. Ma
l’Istituto Nazionale delle Terre (INTI) ritiene che i documenti di
proprietà presentati non siano legittimi. INTI ritiene che si tratti di
proprietà pubblica ed ha già cominciato a distribuire “carte agrarie” che
consentono la coltivazione della terra ai contadini della zona. Agroflora
ha annunciato che appellerà la decisione entro i 60 giorni previsti dalla
legge. Il governo venezuelano ha già dichiarato proprietà pubblica altre
due grandi estensioni di terra come parte della sua politica di
redistribuzione della terra. Si tratta di circa 100mila ettari. Chávez ha
introdotto la Legge delle Terre nel 2001, legge che permette al governo di
espropriare terreni ritenuti improduttivi per la nazione. Il gruppo Vestey
afferma che, dall’approvazione della legge, «oltre 600 invasori si sono
insediati sull’80% della nostra terra».
- Venezuela. 24 aprile 2005. Il
presidente Hugo Chàvez annuncia la volontà di metter fine alla
cooperazione militare con gli Stati Uniti in piedi da 35 anni. La ragione
addotta ufficialmente per giustificare la svolta è l’arresto di una
cittadina statunitense accusata di scattare fotografie in una raffineria
di petrolio a scopi militari. Ciò, secondo il governo di Caracas,
proverebbe un’infiltrazione dell’intelligence statunitense con finalità
ostili. Un articolo del New York Times commenta la vicenda
sottolineando come il governo USA potrebbe facilmente smentire il fatto,
ma sceglie di non farlo perché si prepara a una nuova, più dura fase di
scontro con la classe politica bolivarista guidata da Chàvez. Il
quotidiano newyorkese svela un piano per «destabilizzare il Venezuela»
finanziando gruppi di opposizione. L’articolo del New York Times
coincide con il viaggio del Segretario di Stato Condoleezza Rice in
America latina. Secondo un’analisi dell’agenzia “Strategic Forecasting”,
la Rice non troverà molte sponde in Brasile e negli altri paesi
latinoamericani per formare una coalizione anti-chavista. «La paura
americana di un Venezuela radicale non preoccupa più di tanto i paesi
della regione», si legge. Ma il dato importante, continua la nota, è
che per la prima volta dopo l’11 settembre 2001 l’aggressività
statunitense si rivolge primariamente ad altro che non contro le
formazioni jihadiste. Ciò, detto per inciso, sembra essere confermato
dalle recenti ingerenze USA contro Lukashenko in Bielorussia, molto più
pesanti che nel recente passato.
- Venezuela. 26 aprile 2005. Washington
intende mettere in atto una strategia a lungo termine di indurimento nei
confronti del presidente venezuelano Hugo Chávez, dopo aver concluso che
mantenere con lui una relazione pragmatica è impossibile. Un gruppo di
lavoro di varie agenzie governative è già all’opera in tal senso. Lo
scrive The New York Times di oggi. Tra le misure si include un
incremento del sostegno statunitense a gruppi di opposizione venezuelani e
la richiesta ai paesi vicini di prendere le distanze da Chávez, che l’anno
prossimo potrebbe essere rieletto per un altro mandato di sei anni. Chávez
ha posto fine –lo scorso fine settimana– a un programma militare congiunto
con gli Stati Uniti che durava da 35 anni, ha stabilito nuovi accordi
energetici con la Cina, si è incontrato recentemente con il presidente
iraniano Mohammad Khatami e ha dato avvio alla creazione di una milizia
per difendere il Venezuela da aggressioni esterne. Funzionari statunitensi
hanno detto a The New York Times che le vaste riserve di petrolio
venezuelane e gli alti prezzi del greggio hanno eliminato la necessità di
prestiti statunitensi e di qualunque altro aiuto finanziario che
Washington avrebbe potuto utilizzare come fattore di negoziazione con
Caracas
- Venezuela.
18 maggio 2005.
Vi sarebbero «crescenti legami strategici e militari» tra Caracas e
Teheran con conseguente «preoccupazione» statunitense, secondo «fonti
di intelligence» riportate dagli analisti del sito statunitense
Geostrategy-Direct.com. Il ministro degli esteri iraniano Kamal Kharrazi
si è di recente incontrato col proprio omologo venezuelano Jesus Arnaldo
Perez e avrebbe discusso delle «minacce statunitensi» verso i due
paesi. Perez, da parte sua, avrebbe definito l’Iran un «alleato
strategico» per il Venezuela a causa del suo sostegno a Chavez, per poi
lodarne la «resistenza anti-statunitense» che fungerebbe da «esempio»
per Caracas.
- Venezuela. 31 maggio 2005. Caracas ha
inoltrato oggi, ancora una volta, a Washington la richiesta di arresto e
di estradizione di Posada Carriles, vecchio membro della CIA e
dell’Esercito statunitense, coinvolto in un attentato ad un aereo civile
cubano nel 1976, che causò la morte di 73 passeggeri. Gli Stati Uniti
hanno già respinto, in questo stesso mese, la richiesta fatta dal governo
venezuelano. Il suo vicepresidente, Rangel, ha denunciato come «ipocrite
e farsesche le posizioni di Washington che da un lato condannano il
terrorismo e dall’altro proteggono terroristi come Posada». Bush –ha
aggiunto– «condanna solo il “terrorismo” che gli conviene e protegge i
terroristi che tanto suo padre come lui hanno appoggiato nel mondo» e
ha ricordato tanto il caso di Guantanamo come la recente relazione di
Amnesty Internacional. Lo ha fatto nel corso dell’oceanica manifestazione
che è sfilata nei giorni scorsi a Caracas. Luis Posada Carriles fuggì da
un carcere venezuelano nel 1985 dove attendeva la sentenza del processo in
corso. Il 17 maggio è ricomparso pubblicamente in Florida.
- Venezuela. 3 luglio 2005. «Non
voglio che il mio paese conosca un’esperienza come quella che vive oggi il
popolo iracheno, davanti al quale mi inchino con rispetto per la dignità e
il coraggio con cui affronta l’invasore. Però nel caso si verificasse una
tale sventura, sono sicuro che i 25 milioni di venezuelani risponderanno
con la stessa dignità e con lo stesso coraggio degli iracheni, dei cubani
e di tutti i popoli liberi del mondo». Sono le dichiarazioni di José
Vicente Rangel, vicepresidente della Repubblica Bolivariana del Venezuela,
nel suo intervento all’”Incontro internazionale contro il terrorismo, per
la verità e la giustizia” svoltosi per tre giorni a Cuba. Rangel ha
denunciato l’esistenza di un piano dell’intelligence statunitense
per collegare il “terrorismo latinoamericano” al “terrorismo islamico”.
Fulvio Grimaldi ha rivelato l’esistenza di un piano statunitense firmato
da Michael Walzer, «vicepresidente per le Informazioni del Dipartimento
per la Sicurezza Nazionale, l’organismo istituito da Bush per
sovrintendere al terrorismo statunitense sotto le mentite spoglie della
guerra al terrorismo (www.centerforsecuritypolicy.org)». Il
documento si intitola “Che fare a proposito del Venezuela”.
- Venezuela. 3 luglio 2005. Il
documento inizia sottolineando l’urgenza di isolare Cuba e Venezuela,
colpevole di aver stretto e stringere alleanze con paesi nel mirino
statunitense come la stessa Cuba, Iran, l’Iraq di Saddam Hussein, la Libia
del tempo delle sanzioni. Il programma di destabilizzazione prevede due fasi.
Primo: “democrazia e diritti umani”, modellata sulle “rivoluzioni
colorate” in Serbia, Ucraina, Georgia e Kirghizistan, e condotte con i
soldi dello speculatore Gorge Soros e della National Endowment for
Democracy (NED, Fondazione Nazionale per la Democrazia, il “braccio
civile” della CIA creato da Reagan nel 1983, cui si collegano varie ONG
come Reporters Sans Frontieres. Secondo Grimaldi, il piano prevede
«una forsennata campagna di menzogne e diffamazioni, nella quale i
Circoli Bolivariani, strutture di massa della rivoluzione sul territorio,
nei luoghi di lavoro e di studio e nelle amministrazioni, sono descritti
come assembramenti paramilitari, privati, anticostituzionali, incaricati
di minacciare, colpire e uccidere oppositori politici». L’accusa cruciale
rivolta dal documento al Venezuela sarebbe quello di «aiutare, istigare
e ospitare organizzazioni terroristiche islamiche», tra cui, riporta
Grimaldi, «di fornire carte d’identità e documenti di viaggio
nientemeno che ad agenti musulmani ricercati negli Stati Uniti per i loro
collegamenti con gli attentatori dell’11 settembre, nonché di «simpatizzare
apertamente con coloro che attaccano le truppe statunitensi e della
Coalizione in Iraq (…) di aiutare, istigare, ospitare le FARC».
Secondo Grimaldi, «una volta consolidata un’opinione pubblica
inorridita dalle presunte violazioni dei diritti umani in Venezuela, è
tempo per passare alla fase due dell’operazione, denominata “Strategia per
un cambio di regime: sfide e opportunità”». Nel caso che la campagna
di diffamazione sul “terrorismo venezuelano” non riesca neanche stavolta,
come fallì nel 2002, a suscitare mobilitazione interna e consenso
internazionale, ecco la ricerca del casus belli: l’appoggio alle
FARC, che provocherebbe la risposta della Colombia «superarmata, dagli
USA, con occupazione dell’adiacente stato venezuelano di Zulia
(opportunamente retto dal penultimo dei governatori di destra
sopravvissuti alle regionali del 2004), il più ricco di petrolio, e
immediata installazione dei latitanti a Miami o a Bogotà del golpe 2002,
con proclamazione di un governo “democratico” provvisorio e invocazione di
aiuti della “comunità internazionale”».
- Venezuela. 3 luglio 2005.
Continua Grimaldi: «Il documento del Centro per la Sicurezza
Nazionale ipotizza un’azione multilaterale senza il consenso dell’ONU:
“Non v’è necessità che le Nazioni Unite siano coinvolte. L’Organizzazione
degli Stati Americani è il migliore foro per un’azione multilaterale.
L’OAS ha il potere di espellere Stati membri che non si attengano ai
principi fondamentali della democrazia, come ha fatto nel caso di Cuba. Il
Brasile e altri paesi si sono mostrati soci affidabili e operativi
nell’intervento con forze di pace nel bacino del Caribe, che è l’area dove
si trova il Venezuela (vedi partecipazione di forze brasiliane e
argentine all’occupazione colonialista di Haiti, ndr)». Sulla “coalizione”
da mettere in campo contro il Venezuela, nel documento si scrive che «qualunque
strategia nei confronti del Venezuela implica necessariamente la partecipazione
di altri governi latinoamericani (…) Una strategia militare può funzionare
solo dopo una pubblica campagna diplomatica che comporti l’esauriente e
precisa rivelazione delle minacce del regime alla sicurezza emisferica e
ai diritti umani. Nel frattempo, l’unica speranza residua per una
soluzione pacifica alle minacce attuali sono le elezioni presidenziali del
2006». Conclude il documento: «Il regime bolivariano di
Caracas rappresenta un evidente e incombente pericolo per la pace e la
democrazia nell’emisfero. Occorre cambiare. La situazione può
cambiare autonomamente, o si può imporre il cambio attraverso l’invito ad
intervenire fatto a forze (armate) dell’emisfero con l’appoggio della
vasta opposizione democratica interna ed esterna. In un modo o nell’altro,
la strategia degli Stati Uniti deve consistere nell’aiutare il Venezuela a
ottenere un cambio pacifico prima del prossimo anno». Insomma,
il Venezuela come l’Iraq!
- Venezuela. 4 luglio 2005. Secondo il
presidente venezuelano Chávez, gli Stati Uniti non smettono di ordire
piani per invadere il Venezuela. Nel programma domenicale “Alò presidente”
Chávez ha denunciato che gli Stati Uniti hanno calcolato «quanti
bombardamenti sarebbero necessari al giorno. Sono state fatte
esercitazioni, giochi di guerra, con il Venezuela come obiettivo». Il
piano si chiama “Balboa”, ma, ha aggiunto il presidente, «se dovessero
lanciare Balboa, lanceremo il contro-Balboa».
- Venezuela/Cuba. 26 luglio 2005. Grazie al
petrolio del Venezuela, Cuba va recuperando la sua stabilità economica
persa dopo l’implosione dell’Unione Sovietica, alleggerisce il blocco
economico statunitense e le sanzioni dell’Unione Europea, e si prospetta
uno scenario di crescita economica accelerata per i prossimi anni. A sua
volta il Venezuela, grazie in gran parte all’assistenza di Cuba, ha
ottenuto di venire a capo della più colossale esperienza di avanzamento
sociale in minor tempo di tutta la Storia dell’America Latina, ad
eccezione di Cuba: la missione Robinson ha alfabetizzato un milione e mezzo
di persone, la missione Barrio Adentro dà attenzione primaria a milioni di
venezuelani senza risorse, la missione Mercal offre supermercati di Stato
con prodotti sovvenzionati, la missione Vuelvan Caras ha creato migliaia
di cooperative per disoccupati, la missione Gualcaipuro dà diritti e
servizi sociali alle dimenticate comunità indigene...
- Venezuela. 8 agosto 2005. Chávez
rompe con la statunitense DEA. Il presidente del Venezuela, Hugo Chávez,
ha accusato ieri l’agenzia antidroga degli Stati Uniti (DEA) di «appoggiare
il narcotraffico» in Venezuela e di «fare spionaggio contro il
governo venezuelano». Caracas ha quindi deciso di operare una «rottura»
con gli accordi che mantiene con l’agenzia e a breve farà conoscere i
dettagli.
- Venezuela/Cuba. 22 agosto 2005. Castro e
Chávez salutano le lauree dei primi medici dell’ELAM. Milleseicento
giovani di ventotto paesi hanno ricevuto i titoli professionali che li
accreditano come la prima generazione di medici usciti dalla Scuola
Latinoamericana di Medicina (ELAM), fondata nella capitale cubana nel
1999. Il presidente venezuelano si è impegnato ad inaugurare nel suo paese
un centro simile a quello dell’Avana, che consente a giovani di famiglie
povere di tutto il continente di diventare medici. Si tratta principalmente
di latinoamericani e caraibici, ma ci sono anche matricole africane e
statunitensi. Attualmente nelle aule ci sono 12mila giovani. Castro, nel
suo discorso, ha ironizzato: «…siete dei superdestabilizzatori
dell’emisfero (...) state per destabilizzare il dolore, la sofferenza».
Quindi si è impegnato a proseguire nei programmi congiunti
cubano-venezuelani, come l’«Operazione Milagro», che consentirà,
nei prossimi dieci anni, di salvare la vista a 10 milioni di americani.
- Venezuela. 25 agosto 2005. La Casa
Bianca minimizza l’appello di assassinare il presidente venezuelano, Hugo
Chávez, rivoltole dal telepredicatore Pat Robertson, ex candidato
presidenziale. La sua setta cristiana, che ha due milioni di seguaci, è
attiva sostenitrice anche finanziaria del presidente Bush. Negli ultimi
tempi, le relazioni tra Casa Bianca e Miraflores (residenza presidenziale
di Chávez) hanno raggiunto un ulteriore minimo: interdetto lo spazio aereo
venezuelano all’US Air Force, chiuso l’ufficio di Washington nel quartier
generale delle Forze Armate e cessazione dell’interscambio militare.
Chávez, come aveva giurato assumendo la carica di presidente nel 1999, sta
riducendo progressivamente la presenza militare USA nel paese. Due
settimane fa è stata ritirata l’immunità diplomatica agli ufficiali
dell’agenzia antidroga statunitense DEA per atti di spionaggio contro il
governo venezuelano. Chávez, dopo il trionfo (2004) nel referendum
revocatorio e, recentemente, alle municipali, vede molto possibile la
rielezione alle presidenziali del 2006, se non sarà ucciso in un attentato
o tramite un golpe militare. A maggio una figura di alto rango, come
Michael J. Waller, del Center for Security Policy (CSP), si è riferito a
Chávez dicendo: «Il suo tempo si sta esaurendo». Il CSP collabora
strettamente con il Pentagono ed è stato l’istituto che ha preparato la
guerra contro l’Iraq.
- Venezuela. 25 agosto 2005. «Se
qualcuno mi colpirà, il responsabile si chiama George W. Bush; lui sarà
l’assassino», ha detto Chávez, parlando dal suo palazzo presidenziale.
Nell’eventualità, Chávez ha invitato il paese «a proseguire con la
rivoluzione» e «se quelli, i nostri avversari, rompono le regole
del gioco, noi, in questo caso voi, dovrete romperle a vostra volta».
«Se uccidono Chavez sarebbe il peggio del peggio», ha tuonato Fidel
Castro.
- Venezuela. 25 agosto 2005. Chávez sta
tentando di blindare la sovranità del Venezuela mediante un complesso
sistema di sicurezza internazionale che include alleati tanto diversi come
Cuba e Brasile, Cina e India, Russia e Iran, e, già su un altro piano,
Francia e Spagna. Il ministro dell’Energia venezuelano, Rafael Ramírez, si
è recato a Pechino dopo aver avvertito, la settimana scorsa, che Caracas «è
disposta» a tagliare le forniture di petrolio agli Stati Uniti in caso
di aggressione. Il Venezuela è il quinto produttore di petrolio del mondo.
La Cina è il secondo consumatore ed importatore di petrolio dopo gli Stati
Uniti, con una domanda di 4,9 milioni di barili al giorno. Pechino, dalla
scorsa settimana, ha aperto un’ufficio permanente della compagnia statale
petrolifera venezuelana Petróleos de Venezuela SA.
- Venezuela. 25 agosto 2005. Chávez
offre alle comunità statunitensi più povere (40 milioni) sia fornitura
diretta gratuita di benzina, sia i servizi medici del piano
cubano-venezuelano già attivo con il nome di «Operazione Milagro».
- Venezuela. 29 agosto 2005. Leggi «per
rafforzare il socialismo». Il presidente dell’Assemblea Nazionale del
Venezuela, Nicolás Maduro, ha annunciato che, dopo il rinnovo dell’organismo
nelle elezioni del 4 dicembre prossimo, questo comincerà ad elaborare
leggi che rafforzino il «modello socialista» cui ha dato impulso il
presidente Chávez. Lo fa con un’intervista al quotidiano El Nacional.
Lo scorso gennaio, Chávez si è proclamato socialista e da allora ha
accelerato l’impianto di un nuovo modello economico nel suo paese. Il «socialismo
(venezuelano, ndr) del XXI secolo», ha detto Chávez, «non
intende copiare i modelli di Cuba, della ex URSS né di altre nazioni».
- Venezuela. 1 settembre 2005. Il
presidente venezuelano Hugo Chávez ha offerto ieri di inviare «cibo,
acqua potabile, combustibile e aiuti umanitari» agli Stati USA
devastati dall’uragano Katrina.
- Venezuela. 3 settembre 2005. Per il
presidente Hugo Chávez il Venezuela si sta preparando a fronteggiare il
progetto di invasione, denominato Piano Balboa, concepito in ambito
NATO e che avrebbe gli USA come ispiratori. In un’intervista alla CNN,
Chávez ha spiegato che questo piano viene preparato attraverso esercitazioni
per terra, mare e aria, realizzate nella Base Mayor in Spagna. Le
esercitazioni partono dal presupposto che forze statunitensi e dei paesi
della NATO invadano il Venezuela occidentale.
- Venezuela. 17 settembre 2005. Chávez ha mappe e documenti su
piani di invasione USA del paese. Il presidente venezuelano Hugo Chávez lo
ha rivelato nel corso di un’intervista all’emittente statunitense ABC. Il
piano d’invasione statunitense si chiama “Balboa” ed includerebbe l’uso di
aerei e portaerei. Chávez ha anche stigmatizzato la presenza di militari
statunitensi a Curazao, ubicata di fronte alla costa nordoccidentale del
Venezuela, liquidando come una menzogna della Casa Bianca l’argomentazione
che si trovassero in vacanza. Il Venezuela, ha replicato, ha già
predisposto da tempo un «contro-piano» e gli Stati Uniti, se
aggrediscono il Venezuela, si vedranno impantanati in una guerra di 100
anni. Anche solo in presenza di qualche atto ostile, Caracas bloccherebbe
le forniture di petrolio agli Stati Uniti. Il presidente venezuelano ha
quindi condannato l’aggressione USA all’Iraq e sostenuto che andrebbe
contemplata la possibilità di portare la sede dell’ONU fuori del
territorio statunitense.
- Venezuela. 25 settembre 2005. Il
Presidente del Venezuela, Hugo Chávez, ha difeso l’applicazione della
Legge della Terra, durante la trasmissione domenicale del programma
radiofonico e televisivo Aló Presidente. «Abbiamo una Legge
della Terra e vogliamo che sia rispettata», ha detto Chávez
respingendo le critiche sulle espropriazioni delle tenute. «Queste
terre passeranno al Patrimonio della Patria: non possiamo permetterci
nemmeno un ettaro di terra oziosa o mal utilizzata, tanto meno se è
fertile». Chávez ha inoltre evidenziato il nesso tra abolizione del
latifondo e progresso sociale («con il recupero di questo latifondo si
permette lo sviluppo d’una produzione sociale»), riducendo ad esempio
le ingenti importazioni di latte e carne e beneficiando anche i contadini
lavoratori. «La maggior parte dei contadini che lavorano nei latifondi
vive in condizioni di schiavitù, senza sicurezza o previdenza sociale e
non possiamo permettere che questo continui», ha sostenuto, ribadendo
come «la riorganizzazione della proprietà e dell’uso delle terre per
l’agricoltura è un meccanismo per eliminare il latifondo progressivamente
e in questo modo usare razionalmente le risorse. L’idea è di dare alla
popolazione la sovranità agricolo-alimentare».
- Venezuela. 15 ottobre 2005. Intervista
de La Stampa (11 ottobre) ad Hugo Chávez dopo la consueta
trasmissione settimanale Alò Presidente, svoltasi stavolta a Cuara
dove «una dozzina di dottori cubani hanno edificato la missione Barrio
Adentro, un centro medico e diagnostico dove i residenti possono
sottoporsi gratis a qualsiasi tipo di visite». Diversi gli argomenti
toccati. Interrogato sui fondamenti del nuovo modello di società
venezuelana, Chávez afferma di basarsi su socialismo e cristianesimo da
opporre al «capitalismo che distrugge i diritti della maggioranza (…) I
veri squilibri del Pianeta sono quelli evidenziati dalle immani
devastazioni che continuano ad abbattersi sull’umanità: dagli uragani ai
terremoti, è come se la natura stesse dando la propria risposta al
capitalismo selvaggio (…) Dopo la dissoluzione dell’URSS c’è stato il
tentativo di imporre un po’ ovunque il neoliberismo, ma la risposta ai
nostri problemi, alla necessità di libertà ed eguaglianza, viene dal
socialismo, che rende attuale l’utopia di Simon Bolivar ed è al tempo
stesso cristiano (…) Un documento del Concilio Vaticano II, che ho avuto
modo di studiare e leggere, afferma che la proprietà privata deve tenere
conto delle necessità sociali. Ciò significa che essere cristiani
significa essere contro le speculazioni, per lo sviluppo agricolo ed a
favore della cooperazione sociale. Il cristianesimo armonizza la proprietà
privata con la necessità di convivere, perché vuole impedire che vengano
arrecati danni intollerabili. Armonizzare il bene comune non significa
distruggere la proprietà privata, ma tutelare i deboli, ovvero la
maggioranza».
- Venezuela. 15 ottobre 2005. «Cuba e
Venezuela lavorano assieme per realizzare l’alternativa bolivariana in
tutta l’America Latina. I medici e i docenti cubani sono soldati senza
armi che curano ed insegnano a milioni di persone (…) Grazie ai cubani, in
Venezuela c’è più sicurezza (…) Lo sforzo che Cuba sta facendo in
Venezuela è monumentale. Passeranno i decenni, i secoli, ed i medici
cubani saranno sempre qui a curare i nipoti dei nostri nipoti, per sempre
(…) A Cuba c’è una rivoluzione che garantisce lavoro, educazione e
salute. A Cuba, come in Venezuela, è in atto un processo di liberazione».
Parole del presidente Chávez –che promette di «aumentare gli stipendi
ai medici» grazie al reinvestimento dei proventi petroliferi, in
aumento esponenziale grazie alle quotazioni del prezzo del greggio–
riguardo i rapporti Venezuela-Cuba. Sull’amministrazione Bush, il
presidente venezuelano riporta il contenuto di una lettera di un cittadino
USA: «Bush dimentica gli aiuti agli afroamericani, vittime dell’uragano
Katrina mentre bombarda gli iracheni. A San Pablo hanno chiuso una
biblioteca, all’Università di Berkeley mancano penne, quaderni e libri per
gli studenti ispanici. Sono pronto ad aiutare per porre rimedio a queste
mancanze. Manderò ciò che serve agli abitanti di San Pablo rimasti senza
libri ed agli studenti dell’Università che tanto ruolo ebbe nella
mobilitazione liberal e pacifista degli anni Sessanta. Darò ogni appoggio
ed ogni aiuto ai poveri degli Stati Uniti. Soprattutto a quelli che vivono
in grandi metropoli come New York e Chicago. Possono contare su Chávez».
- Venezuela. 15 ottobre 2005.
Fondamentale nei propositi del presidente venezuelano è «la lotta al
latifondo. La proprietà privata non è sacra, deve armonizzarsi con le
necessità pubbliche. È la Bibbia che lo afferma. Il latifondo è un
gigantesco inganno ai danni del popolo venezuelano. Un pugno di persone
possiedono enormi quantità di territorio che non producono nulla, non sono
adoperate in alcuna maniera, oziano. Bisogna trasformare il modo di
produzione. Servono delle cooperative cui saranno affidate le terre
inutilizzate, affinché possano produrre. Le espropriazioni saranno
indennizzate (…) Anche negli Stati Uniti la Corte Suprema si è espressa di
recente in favore delle espropriazioni di proprietà inutilizzate. Solo che
in quel caso le espropriazioni possono essere fatte a vantaggio di altri
privati, mentre in Venezuela la motivazione è l’interesse pubblico. Si
tratta di un passaggio importante verso un nuovo modello economico post-capitalista
teso a soddisfare i bisogni della collettività e basato sulla necessità di
raggiungere la piena sovranità alimentare grazie allo sviluppo di ogni
tipo di agricoltura, strappando terre ai troppi latifondi esistenti».
- Venezuela. 15 ottobre 2005. Critiche
rivolge invece Chávez ad un recente rapporto dell’ONU sullo sviluppo
umano, secondo i cui dati la povertà in Venezuela sarebbe aumentatata
negli ultimi anni: «Penso che questi dati sono frutto di mancanza di
conoscenza. Quanto afferma il rapporto delle Nazioni Unite sullo sviluppo
umano è falso. Si tratta di cifre relative al 2003 che non tengono conto
di quanto è poi avvenuto da noi nel 2004 e 2005 ed inoltre è stato usato
un metodo sbagliato nel calcolo della ricchezza. È come se si tentasse di
misurare con metodi molto tradizionali il vento portato da un grande
uragano».
- Venezuela. 29 ottobre 2005. Il
Parlamento del Venezuela dà per vinto l’analfabetismo. L’Assemblea
Nazionale (Parlamento) ha dichiarato ieri il paese territorio liberato
dall’analfabetismo, dopo poco più di due anni per sradicare questo
problema. Lo ha fatto nel corso di una cerimoni acelebrata nella sede del
potere legislativo. Il governo si è detto orgoglioso di aver utilizzato i
proventi del petrolio «per apportare benefici al popolo». Il
presidente del Parlamento, Nicolás Maduro, ha quindi ringraziato Cuba per
la collaborazione prestata nella cosiddetta Missione Robinson, mediante la
quale hanno appreso a leggere e a scrivere quasi un milione e mezzo di
venezuelani. Il programma ha preso avvio il 23 maggio 2003 negli Stati di
Aragua, Miranda, Vargas e nel Distretto Capitale. Alla cerimonia, la
rappresentante regionale dell’Unesco, María Luisa Jáuregui, ha messo in
evidenza l’avanzamento sociale ottenuto dal Venezuela in materia educativa
rispetto al resto dell’America Latina, ad eccezione di Cuba. Secondo il
titolare venezuelano dell’Educazione Superiore, Samuel Moncada,
l’eliminazione dell’analfabetismo rappresenta una «nuova indipendenza
del paese». Il ministro dell’Energia e Petrolio, Rafael Ramirez, ha
detto, per parte sua, che «per la prima volta, nella storia del paese,
le entrate degli idrocarburi sono utilizzate a beneficio del popolo».
Ramirez ha quindi aggiunto che ora «si sta lavorando arduamente per
togliere i venezuealni dalla povertà e l’esclusione cui sono stati
sottomessi per molti anni». Il ministro dell’Educazione e lo Sport,
Aristóbulo Istúriz, ha quindi annunciato che il Venezuela collaborerà
nelle campagne di alfabetizzazione in diversi paesi latinoamericani, tra i
quali la Repubblica Dominicana e la Bolivia.
- Venezuela. 31 ottobre 2005. È
diventata pienamente operativa Telesur (Televisora del Sur),
la prima emittente televisiva completamente sudamericana (un progetto dei
governi di Venezuela, Argentina, Uruguay e Cuba) nata lo scorso 25 luglio
sotto lo slogan “Nuestro Norte es el Sur” (Il nostro Nord è il Sud)
per contrastare l’influenza in America Latina di catene informative come
la statunitense CNN in lingua spagnola e parlare direttamente a 30 milioni
di cittadini della regione senza mediazioni esterne. Come riferisce
l’agenzia MISNA, da oggi l’emittente, che diffonde le sue onde in quasi
tutto il continente americano e in Europa, trasmette dal vivo 24 ore al
giorno, puntando soprattutto su programmi culturali e di informazione
giornalistica grazie a corrispondenti da Bogotà, Brasilia, Buenos Aires,
Caracas, Port-au-Prince, L’Avana, La Paz e Washington. Nata da un’idea del
presidente venezuelano Hugo Chávez, Telesur è una società
multistatale con sede a Caracas, finanziata da Venezuela (51%), Argentina
(azionista al 20%), Cuba (19%) e Uruguay (10%). Si attende anche
l’ingresso del Brasile.
- Venezuela. 1 novembre 2005. Mercenari
USA in Venezuela per tentare l’ennesimo colpo di Stato contro Chavez. Lo
ha rivelato lo scorso mese il sito www.vheadline.com, registrato negli USA.
Gli analisti del sito sono entrati in possesso di un rapporto dei servizi
segreti, che svela l’assoldamento, da parte del Pentagono, di vari «killer a pagamento, i PMC (Private Military
Contractors), conosciuti anche per aver condotto numerose incursioni lungo
il confine tra Colombia e Venezuela». I
suddetti contractors, secondo il rapporto, «hanno già
stretto alleanze con i paramilitari colombiani di destra (AUC) ed i loro
consociati narco-trafficanti per contrabbandare armi in Venezuela». Il reclutamento di paramilitari colombiani e
killer privati rientra in «un
“piano di interazione” straniero militare congiunto sponsorizzato dal
Dipartimento della Difesa statunitense per coordinare lo “sviluppo della
forza” e delle tecniche invasive in uno “scenario di simulazione” agli
ordini del Comando del Personale Congiunto statunitense». Il rapporto dei servizi segreti afferma inoltre
che alcuni componenti della cattolica Opus Dei (già in azione nel
colpo di Stato dell’aprile 2002 contro il presidente venezuelano Hugo
Chavez) «tuttora portano avanti un
ampia azione di spionaggio nonché un’azione politica black-bag con il
supporto e l’approvazione logistica dei più alti livelli del Pentagono e
dell’FBI».
- Venezuela. 15 novembre 2005. Caracas
ritiene che la crisi con il Messico sia parte di un piano degli Stati
Uniti per isolare il Venezuela. «“Dividi e vincerai” è la vecchia
consegna che mantengono gli Stati Uniti», che, secondo quanto ha
dichiarato ieri il ministro venezuelano delle Relazioni Estere, Alí
Rodríguez, sarebbero riusciti, al Vertice delle Americhe di Mar de Plata
(Argentina), a mettere contro Messico e Venezuela. Caracas sostiene che la
crisi, che ha portato alla rottura delle relazioni diplomatiche bilaterali
a livello di incaricati d’affari. Il presidnete messicano Vicente Fox, nel
corso del vertice, aveva abbandonato la riunione del 4 e 5 novembre per
aver invano cercato di imporre la tesi sull’Area di Libero Commercio delle
Americhe (ALCA), che è promossa dagli Stati Uniti.
- Venezuela. 16 novembre 2005. Il governo
venezuelano ha ritirato il suo ambasciatore a Città del Messico. È questa
la risposta di Chávez all’ultimatum dell’omologo messicano Vincente Fox,
che chiedeva le scuse formali del leader bolivariano per le «frasi
irriguardose» pronunciate nei suoi confronti. Scuse considerate da
Caracas un’aggressione insensata del governo messicano. Chávez e Fox hanno
polemizzato sul tema dell’Area di libero commercio delle Americhe (ALCA)
propugnata dagli Stati Uniti nel recente vertice di Mar del Plata, in
Argentina. Il capo dello Stato messicano aveva cercato di introdurre la
questione ALCA –insieme al Canada e ad altri paesi latinoamericani– nel
vertice cui era presente anche George Bush, suscitando però la ferma
opposizione dei paesi del Mercosur (Argentina, Brasile, Paraguay ed
Uruguay) e dello stesso Venezuela. Nel corso della sua trasmissione
domenicale Alò presidente, Chávez ha rivelato particolari
dell’incontro in Argentina, mostrando addirittura un video di una sessione
privata dei capi di Stato all’ultimo Vertice delle Americhe, dimostrando
così la sonora batosta presa dagli Stati Uniti. «Cow boy, non è stata
inclusa nel documento la sua proposta; è stato sconfitto, cow boy, messo
al tappeto gentleman, al tappeto, signore» ha detto Chávez riferendosi
in tono di scherno a Bush, affermando di aver provato grande soddisfazione
nel vedere la faccia di Bush in quella occasione.
- Venezuela. 16 novembre 2005. Chávez ha
polemizzato con Fox sul tema dell’ALCA, su cui il presidente messicano ha
ricevuto una sonora sconfitta. Il Presidente venezuelano ha poi dedicato a
Fox un testo del poeta venezuelano Alberto Arvelo Torrealba: «Io sono
come una pianta spinosa in un prato fiorito. Dò aroma a colui che passa e
pungo a chi mi muove. Non si metta contro di me perché va a finire che la
pungo», ha detto Chàvez rivolgendosi idealmente al suo omologo
messicano. Parole che hanno ulteriormente infiammato Fox: da qui le
richieste di «scuse formali» al governo venezuelano. Nei giorni
scorsi, infatti, Chávez aveva stigmatizzato il ruolo del presidente
messicano: «Fox fa davvero tristezza. È triste che un presidente di un
popolo eroico come i messicani si presti a diventare il cucciolo
dell’imperialismo». Lo stesso Fox si era in precedenza distinto per le
sue accuse al presidente argentino Nestor Kirchner di essere un «povero
ostaggio interessato solamente ai suoi ritorni elettorali». Kirchner
aveva replicato seccamente: «Fox si preoccupi del Messico e lasci a me
i problemi dell’Argentina».
- Venezuela. 26 novembre 2005. Il
presidente venezuelano, Hugo Chávez, ha offerto al suo omologo colombiano,
Alvaro Uribe, il territorio venezuelano per ospitare le conversazioni di
pace con l’organizzazione armata ELN, la seconda guerriglia di Colombia
dopo le FARC (Forze Armate Rivoluzionarie di Colombia).
- Venezuela.
5 dicembre 2005. Venezuela e Iran hanno firmato un accordo
petrolifero per un programma di quantificazione e certificazione del
greggio nella zona orientale del Venezuela. Il contenuto dell’accordo è
stato reso noto dall’impresa petrolifera statale venezuelana PDVSA. Alla
firma a Caracas ha partecipato anche il presidente Hugo Chavez.
- Venezuela / USA. 7 dicembre 2005. Un’azienda
petrolifera controllata dal Venezuela ha effettuato la prima vendita di
combustibile per riscaldamento al prezzo ridotto del 40% a favore di circa
8mila famiglie disagiate del Bronx di New York, in collaborazione con
alcune organizzazioni di assistenza. Lo comunica l’agenzia Misna.
- USA / Venezuela. 14 dicembre 2005. Premi
Nobel chiedono agli Stati Uniti di rispettare il Venezuela. I premi Nobel
Nadine Gordimer, Adolfo Pérez Esquivel e José Saramago, oltre agli
intellettuali Salim Lamrani e Noam Chomsky hanno sottoscritto un
comunicato nel quale si chiede all’amministrazione Bush di rispettare le
decisioni democratiche del Venezuela. Nel testo si afferma che «le
decisioni sovrane del popolo venezolano devono essere rispettate, giacché
il destino della nazione non si decide negli uffici della Casa Bianca, ma
nelle urne bolivariane».
- Venezuela. 20 dicembre 2005. Il
Parlamento venezuelano ha approvato la legge finanziaria per il 2006.
Circa 3miliardi di euro sono stati destinati a interventi di sviluppo
sociale, in particolare per le comunità indigene, disoccupati e progetti
cooperativi. Importanti fondi anche per la lotta al narcotraffico e la
ricostruzione di infrastrutture danneggiate dalle recenti inondazioni.
- Venezuela. 21 dicembre 2005. Ultimatum
di Chavez alla Exxon: dieci giorni per firmare una joint venture. La
multinazionale ExxonMobil, la più grande società petrolifera del mondo,
dovrà lasciare il Venezuela se non accetterà l’offerta (ultimativa) del
governo bolivariano di Hugo Chavez di costituire una joint-venture con la
Pdvsa, l’ente energetico statale venezuelano. La Exxon ha tempo fino al 31
dicembre per dare una risposta affermativa. Sinora le principali
multinazionali del petrolio che operano in Venezuela (quarto produttore
del mondo, membro dell’Opec e principale esportatore verso gli Stati
uniti) hanno accettato di sottoscrivere accordi di «associazione mista».
Tra queste la britannica Bp, l’olandese Shell, la francese Total,
l’italiana Eni, la statunitense West Falcon Samson e la norvegese Statoil.
Il ministro dell’energia Rafael Ramirez ha sottolineato ieri come la Exxon
sia l’unica società recalcitrante. «Le 19 multinazionali presenti nel
paese hanno sottoscritto 31 contratti operativi su 32». La nuova legge
sugli idrocarburi prevede che la Pdvsa controlli il 51% delle azioni delle
nuove «associazioni miste» e che le multinazionali effettuino
esborsi per imposte e royalties, che non erano previste nei precedenti
contratti. Tale nuova modalità riguarda le imprese che producono circa
500mila barili di petrolio al giorno. La Pdvsa, comunque, almeno da un
anno, addestra i suoi alti funzionari ad avere la capacità di farsi carico
del 100% della gestione delle operazioni delle multinazionali, nel caso
queste non accedessero all’esigenza del governo. Appunto per questo, di
fronte al rischio di perdere migliaia di dollari di investimenti e di
dover abbandonare un paese che è il maggior esportatore di greggio della
regione (che fornisce il 15% del consumo USA), la quasi totalità di esse
ha accettato di firmare i nuovi contratti. «Siamo soddisfatti per il
fatto che già il 97% delle imprese in tali condizioni sono passate dai precedenti
contratti operativi alle associazioni miste», ha precisato infatti il
ministro Rodriguez. Con i proventi del petrolio, il governo bolivariano di
Hugo Chavez finanzia da anni progetti di sviluppo sociale per i più
svantaggiati, da ambulatori gratuiti a un programma di alfabetizzazione ad
ampio raggio. Dopo la vittoria alle presidenziali di domenica in Bolivia,
Evo Morales ha dichiarato di voler ridiscutere i contratti di sfruttamento
del gas, seguendo di fatto l’esempio venezuelano.
- Venezuela / USA. 7 gennaio 2006. Accordo tra
il governo di Caracas e lo Stato federale USA del Maine per la
somministrazione di combustibile per riscaldamento a basso prezzo alle
tribù di nativi americani locali Penobscot, Passamaquoddy, Houlton e Mic
Mac. Lo ha annunciato il ministro dell’energia e del petrolio venezuelano,
nonché presidente della compagnia petrolifera statale PDVSA Rafael
Ramírez. L’accordo, ha aggiunto Ramírez, rientra nel programma presentato
lo scorso novembre dal governo venezuelano per la fornitura di prodotti
petroliferi a prezzi vantaggiosi ai poveri degli Stati Uniti. Al momento
ne hanno beneficiato 8mila famiglie a New York e 5mila nel Massachussets,
lasciate senza assistenza sociale da Washington. «Questo sarà l’inizio
di una cooperazione che andrà molto al di là della collaborazione
energetica e che stabilirà una relazione tra le popolazioni indigene e il
Venezuela», ha detto l’ambasciatore venezuelano negli Stati Uniti
Bernardo Álvarez.
- Venezuela. 14 gennaio 2006. Il
presidente del Venezuela Chávez ha
minacciato di sospendere le forniture di petrolio agli USA, contro i «costanti
soprusi imperialisti» degli Stati Uniti. Chávez
punta il dito contro i ‘sabotaggi’ nei suoi confronti, come il divieto a
una fabbrica spagnola di vendere a Caracas dodici aerei da trasporto ed
otto fregate con tecnologia USA, nel quadro di un accordo sottoscritto a
Caracas il 28 novembre. «Se il governo imperialista di Washington vuol
venire qui a rubarci il petrolio, non ci sarà greggio né per noi, ma
nemmeno per loro», ha detto Chávez.
La polemica è scoppiata quando l’ambasciatore USA a Madrid, Eduardo
Aguirre, ha comunicato alle autorità spagnole le decisioni del suo
governo. La vice primo ministro dell’esecutivo, María Teresa Fernández de
la Vega, ha detto di «non condividere» questi motivi e che i
contratti firmati con il Venezuela «devono essere rispettati».
Propone che l’impresa spagnola EADS-CASA sostituisca i componenti
fabbricati negli Stati uniti con tecnologia di altra origine.
- Venezuela. 20 gennaio 2006. Dopo aver
dovuto rinunciare all’acquisto di aerei e navi da pattuglia da Spagna e
Brasile per le pressioni USA sui due paesi, il presidente venezuelano Hugo
Chávez ha dichiarato che per il rinnovamento dell’arsenale nazionale farà
ricorso all’industria bellica di Cina e Russia. «Siamo
obbligati, e lo stiamo facendo, a rafforzare le nostre dotazioni belliche
per difendere la patria», ha detto
Chávez.
- Venezuela/Palestina. 14 febbraio 2006. Caracas
accetterebbe con piacere una visita dei capi di Hamas. Lo ha fatto sapere
il presidente venezuelano Hugo Chávez.
- Venezuela. 2 marzo 2006. Una
piattaforma satellitare destinata esclusivamente a rafforzare le
comunicazioni di maggior rilievo quali la tele-medicina e la
tele-educazione. Il presidente venezuelano Hugo Chávez ha comunicato
l’avvio, con l’aiuto di Pechino, del programma di costruzione del primo
satellite spaziale nazionale. Il progetto era stato annunciato la scorsa
estate dal viceministro del dipartimento di Scienza e tecnologia, Nuris
Orihuela. Ieri cinque giovani scienziati venezuelani sono stati inviati in
Cina per essere formati alla costruzione di questo primo satellite, che si
chiamerà “Simon Bolivar”, in onore dell'eroe dell'indipendenza
sudamericana, con una spesa preventivata di 438 milioni di dollari. I
prescelti seguiranno all'Università di Pechino le specializzazioni e i
dottorati in tecnologia satellitare e ingegneria delle telecomunicazioni.
Hanno tutti un'età compresa fra i 26 e i 29 anni. «Trattandosi di un
satellite nostro, non commerciale bensì di utilizzo sociale», dice il
viceministro Orihuela, «potremo seguire in tempo reale un bambino
malato per poter intervenire con prontezza oppure dedicarci alla
formazione di comunità indigene isolate oppure assistere gli anziani.
Questo ci permetterà di raggiungere con programmi sociali tutte le zone
più remote del Paese come hanno fatto le missioni». Chávez, sin
dall’inizio del progetto con Pechino, ha voluto, come uno dei punti fermi,
che il Paese aiutante doveva impegnarsi ad accettare la formazione degli
scienziati venezuelani per tutte le tappe del processo: dal disegno alla
fabbricazione fino al lancio in orbita.
- Venezuela / Nicaragua. 22 marzo 2006. Annunciato
per aprile un accordo petrolifero tra Venezuela e Nicaragua. L’accordo tra
l’Associazione dei Sindaci del Nicaragua e la compagnia statale “Petróleos
de Venezuela S.A. (PDVSA)” per la fornitura del combustibile sarà firmata
il 25 aprile, a Caracas, nel quadro di una cerimonia solenne. Lo ha
annunciato oggi il sindaco di Managua, il sandinista Dionisio Marenco.
L’accordo è frutto di un minivertice svoltosi a Cuba tra paesi
latinoamericani e dei Caraibi, nel corso del quale il segretario del
Fronte Sandinista, Daniel Ortega, ha raggiunto un accordo con il
Presidente venezuelano, Hugo Chávez, per la fornitura al Nicaragua di
petrolio venezuelano a basso costo. L’ambasciatore del Venezuela, Miguel
Gómez, ha richiamato altre esperienze di questo tipo con Argentina ed
Uruguay: «il pagamento del petrolio avviene con l’esportazione di carne
e prodotti agricoli e la cosa interessante è che questa forma evita
l’uscita di divisa straniera (dollari, ndr)». Il fine, in questo modo,
è vanificare i tentativi «imperialistici» degli Stati Uniti di
legare a sé i paesi latino-americani con i Trattati di Libero Commercio
bilaterali. Secondo il sindaco Marenco, le favorevoli condizioni di
pagamento concesse dalla PDVSA daranno l’opportunità di investire in
progetti sociali. «Per esempio, potremo rinnovare tutta la flotta di
autobus del trasporto pubblico, comprare case, rilanciare progetti di
produzione». Il presidente venezuelano, Hugo Chávez, si è mostrato
interessato a stimolare la produzione dell’agro-allevamento in Nicaragua,
i cui prodotti costituirebbero la forma di pagamento. Marenco ha aggiunto
che l’accordo è simile a quello firmato nei giorni scorsi dalla PDVSA con
la salvadoregna Associazione Intermunicipale Energia per El Salvador
(ENEPASA).
- Venezuela/Salvador. 22 marzo 2006. Dirigenti
salvadoregni soddisfatti per accordo con Venezuela. I dirigenti
dell’impresa “Energia per El Salvador” (ENEPASA) hanno manifestato oggi il
loro ottimismo dopo l’accordo con la “Petróleos de Venezuela S.A (PDVSA)”
per l’importazione di combustibile venezuelano. Questo consta di due
direttrici: 1. creazione di un’impresa mista tra PDV Caribe e ENEPASA; 2.
costruzione dell’infrastruttura necessaria per la ricezione,
immagazzinamento e distribuzione di combustibile. Secondo Carlos García
Ruiz, presidente di ENEPASA, l’accordo permetterà di trarre combustibile
più a buon mercato. Ne beneficerà la popolazione perché con questa
riduzione di prezzi si abbasserà pure il costo di altri prodotti e si
riattiverà l’economia nazionale. Joaquín Herrera, presidente
dell’Associazione del Trasporto Pubblico, ha preannunciato consistenti
diminuzioni dei prezzi dei trasporti. Julio Villagrán, presidente
dell’Associazione di Distributori dei Prodotti Derivati del Petrolio, è
convinto che l’ingresso della PDVSA nel mercato salvadoregno degli
idrocarburi costringerà le imprese transnazionali ad abbassare i loro
prezzi. L’accordo è stato firmato lo scorso lunedì a Palazzo Miraflores,
sede del governo venezuelano, alla presenza del presidente Hugo Chávez e
del ministro dell’Energia e Petrolio, Rafael Ramírez. ENEPASA è
costituita, fondamentalmente, da municipi governati dal Fronte Farabundo
Martí per la Liberazione Nazionale ed è nata come alternativa per uscire
dalla crisi energetica.
- Venezuela. 24 marzo 2006. Petrolio
per l’indipendenza. Dopo aver firmato con la Colombia un accordo per la costruzione
di un gigantesco gasdotto, Chávez ha stretto intese analoghe con Brasile e
Argentina. Di recente Caracas ha permesso all’Argentina di ripianare i
propri debiti con il Fondo monetario internazionale e una mossa simile è
stata fatta con l’Ecuador. Il 14 marzo Chávez si è incontrato con Tabarè
Vazquez, presidente dell’Uruguay e lo ha invitato a entrare nel progettato
gasdotto con Argentina e Brasile sostenendo la necessità di rafforzare il
Mercosur, il mercato comune sudamericano visto da entrambi come potente
fattore di unità. Lo scopo di Chávez è evidente: favorire il progressivo
rafforzamento dei legami economici, culturali e infrastrutturali tra le
nazioni latino-americane con il Venezuela a fare da paese di riferimento.
- Venezuela. 24 marzo 2006. Le tensioni tra USA e Venezuela non
sembrano attenuarsi. Dopo le reciproche espulsioni di personale
diplomatico, la Rice, parlando alla commissione Esteri della Camera, ha
accusato il presidente venezuelano Hugo Chávez di voler destabilizzare
Paesi come Nicaragua, Colombia e Perù attraverso una «guerra
asimmetrica», una strategia di sabotaggi e attacchi “mordi e fuggi”
analoga a quella degli insorti iracheni. Inoltre, secondo il segretario
USA, le sempre più strette relazioni militari e diplomatiche del Venezuela
con l’Iran e la Corea del Nord rappresentano una minaccia alla sicurezza
dell’intera regione. Chávez viene definito un demagogo che, grazie alla
risorsa del petrolio, tenta di mettere in pericolo la stabilità e la
democrazia della regione latino-americana. La Rice ha lasciato intendere
che la strategia anti-Chávez consiste anche nello sperimentare una strada
di coesistenza con governi di sinistra o a possibile futura guida di
sinistra, come i casi di Messico e Perù, collaborando con loro attraverso
la leva degli aiuti militari ed economici e spezzare così i legami sempre
più stretti tra questi e il Venezuela di Chávez.
- Venezuela. 24 marzo 2006. Comunitarismo
a stelle e strisce. Gli Stati Uniti puntano sul separatismo in funzione
antichavista. È stato lo stesso Chávez a denunciare domenica 5, nel corso
del suo consueto programma Aló Presidente, il progetto “comunitario” di un
gruppo di destra che opera nello Stato di Zulia. Il movimento “Rumbo
Propio para el Zulia” si limita per ora a parlare di autonomia: come
scrive il quotidiano di Caracas, El Nacional, propone la creazione
di un governo autonomo «di orientamento capitalista e liberale».
Nella capitale statale, Maracaibo, è già iniziata l’opera di propaganda,
con l’obiettivo di convocare un referendum per il 24 ottobre. La domanda
cui gli elettori sarebbero chiamati a rispondere è: «Siete favorevoli a
uno statuto di autonomia che garantisca a Zulia i diritti individuali ed
economici propri del sistema della libera impresa?». Durissima la
reazione di Chávez: il capo dello Stato ha avvertito che il progetto è
destinato al fallimento perché troverà l’opposizione della Repubblica
unita, del popolo e delle forze armate. Chávez ha poi responsabilizzato
direttamente gli Stati Uniti, che «cercano di utilizzare questa quinta
colonna di venduti e senza patria».
- Venezuela. 24 marzo 2006. Quarto in
ordine di grandezza degli Stati venezuelani, Zulia conta sull’80% della
produzione nazionale di petrolio e di gas. Inoltre il lago di Maracaibo,
il più grande dell’America del Sud, possiede uno sbocco al mare ed è fra
le maggiori riserve d’acqua dolce del continente. È chiaro che un distacco
di questo ricchissimo territorio provocherebbe enormi contraccolpi –non
solo economici– sul resto del paese. Proprio su tale realtà fa leva
Washington, traendo spunto da rivendicazioni autonomiste che risalgono
all’epoca della colonia. Nel giugno dello scorso anno l’ambasciatore USA
in Venezuela, William Brownfield, realizzò una visita a Maracaibo, strinse
accordi di cooperazione con il governo locale e scatenò le proteste di
Caracas parlando ufficialmente di “Repubblica indipendente di Zulia”. Una
politica di appoggio aperto al separatismo già sperimentata in Bolivia:
guarda caso anche il dipartimento di Santa Cruz, che mira a sganciarsi da
La Paz, è il più ricco del paese.
- Venezuela. 26 marzo 2006. Inizia la
rivoluzione per la casa. Lo ha annunciato oggi il presidente Hugo Chávez.
Il capo dello Stato ha fatto questa dichiarazione dopo una visita al
complesso abitativo “Popolo Nuovo”, nello Stato del Miranda, da dove è
stata trasmessa la 250ª edizione del programma domenicale “Aló
Presidente”. Obiettivo del governo bolivariano, ha detto Chávez, è la
costruzione di abitazioni degne e non di soluzioni abitative provvisorie
come è successo con le amministrazioni precedenti. Il tutto in armonia con
l’ambiente. L’iniziativa coinvolge autorità del settore, governatori,
sindaci, imprenditori pubblici e privati e le comunità organizzate.
L’inizio di detta rivoluzione, ha aggiunto il presidente venezuelano,
coincide con l’ultimazione, in questo primo trimestre 2006, tramite
distinti progetti, di 15.921 case consegnate a prezzi accessibili, in aree
che includono servizi di trasporto e sociali. «Con gli sforzi di tutti,
quest’anno andremo ad infrangere un record storico giacché dobbiamo
terminare 150mila abitazioni, obiettivo notevole ma che raggiungeremo
perché abbiamo impresso un ritmo impressionante», ha proseguito
Chávez. Ha quindi ricordato che, a partire dal 2004, una volta superati i
danni causati all’economia dallo sciopero petrolifero (tentativo dei
settori golpisti nel paese, sostenuti da Washington, di rovesciare Chávez
portando al collasso economico il paese con lo sciopero della produzione
nella compagnia PDVSA, allora ancora nelle mani dei vecchi ceti
oligarchici filo-imperialisti, ndr), si è dato impulso con maggior forza a
progetti residenziali nella logica di uno «sviluppo umano integrale».
- Venezuela. 9 aprile 2006. L’ENI «espropriata»?
No, non pagava le tasse. Il governo venezuelano impone alle compagnie
petrolifere di operare con partners nazionali: accettano tutte meno Eni e
Total. Ma sui giornali italiani la notizia diventa «esproprio». Eni
e Total, uniche fra 18 compagnie petrolifere (fra le quali colossi come la
Repsol, la Chevron, la Shell, oltre a Petrobras e Ypf) si sono rifiutate
di firmare i nuovi accordi di concessione proposti dal governo
venezuelano. Questo, per porre fine al saccheggio dei giacimenti nazionali
compiuto negli ultimi anni, ha deciso una nuova regolamentazione che
presuppone, per lo sfruttamento dei giacimenti, la nascita d’imprese miste
dove lo Stato, proprietario di risorse, abbia la maggioranza. In risposta
Total ed Eni, che pagavano somme ridicole di royalties, e avevano violato
le nuove leggi eludendo le tasse, hanno deciso di ritirarsi dal Venezuela.
- Venezuela / USA. 16 aprile 2006. Petrolio
venezuelano agli abitanti del Bronx (New York). Dipartimento USA irritato.
Si è tenuta a New York, in una chiesa del Bronx, una cerimonia di
ringraziamento al governo di Caracas, che l’inverno scorso –attraverso la
compagnia petrolifera Citgo di proprietà della statale Petróleos de
Venezuela– ha fornito a basso prezzo combustibile per il riscaldamento
alle famiglie disagiate di questa zona degli Stati Uniti. Tra i
beneficiati, molti rappresentanti di comunità native. Ron Bear, degli
indigeni Penobscot, ha consegnato all’ambasciatore venezuelano, Bernardo
Alvarez, un bastone di comando. Nel Bronx, 181mila famiglie hanno avuto
riscaldamento per l’inverno pagando un prezzo scontato del 40%. Ma sono
stati ben otto gli Stati statunitensi e quattro le nazioni indigene ad
essere state beneficiate con oltre 40 milioni di galloni di petrolio a
basso costo. Il bilancio –positivo– di questo programma di aiuti è stato
presentato in una relazione all’ambasciatore venezuelano, Bernardo
Alvarez, ed al presidente della Citgo, Félix Rodríguez. Presenti
rappresentanti delle tribù micmac, maliseet, penobscot e passamaquoddy,
dello Stato del Maine, oltre a membri dei settori più sfavoriti,
maggiormente latini e afroamericani (rispettivamente il 48% ed il 35%
della popolazione del Bronx, la zona più povera di New York). Il
Dipartimento di Stato USA, dopo questo precedente, ed il bagno di folla
che ha ricevuto l’ambasciatore venezuelano, ha comunicato che intende
imporre limiti ai suoi spostamenti. Non certo per ragioni di sicurezza.
Nel famigerato Bronx Alvarez si è mosso senza alcun dispositivo di
sicurezza.
- Venezuela/USA.
24 aprile 2006.
Centinaia di cittadini statunitensi sono giunti a Caracas sabato, per
ringraziare il presidente venezolano, Hugo Chávez, della vendita di
combustibile per riscaldamento a basso prezzo a settori tra i più poveri
degli Stati Uniti. Il combustibile è somministrato dall’impresa USA Citgo,
di proprietà di quella statale (venezuelana) Petróleos de Venezuela S.A.
(PDVSA).
- Venezuela/USA. 2 maggio 2006. Nel National Security Strategy
della Casa Bianca dello scorso marzo, si attacca esplicitamente Chavez,
accusato di voler «destabilizzare la regione». Accuse ribadite dal
generale Bantz Craddok, uno degli organizzatori delle manovre militari di
queste settimane, che ad una Commissione del Senato è tornato ad accusare
il governo chavista di costituire «un fattore di destabilizzazione
regionale», imputandogli anche i risultati elettorali in Bolivia ed
Haiti. Chavez è stato già oggetto di un tentativo di colpo di Stato
nell’aprile 2002, che lo destituì dal potere per alcuni giorni ed in cui
rischiò di essere fucilato. Un golpe orchestrato
dal Dipartimento di Stato, l’opposizione oligarchica di Caracas e delegati
militari statunitensi di stanza a Forte Tiuna. Due imbarcazioni della US
Navy entrarono in quei giorni nelle acque territoriali venezuelane per poi
ritirarsi in seguito al contro-golpe.
- Venezuela. 7 maggio 2006. Il
presidente venezuelano, Hugo Chávez, ha annunciato ieri che numerose
persone senza risorse economiche provenienti dagli Stati Uniti si
recheranno nel paese per essere operate gratuitamente agli occhi, nel
quadro della cosiddetta Missione Milagro, una delle iniziative sociali
promosse su scala nazionale dal governo di Caracas
- Venezuela. 12 maggio 2006. «Il
presidente degli Stati Uniti andrebbe processato davanti a un tribunale
internazionale per genocidio in Iraq. Non è possibile accettare nelle relazioni
internazionali la teoria della Guerra preventiva, per cui se tu mi guardi
male io ti bombardo e poi ho anche il diritto di ricostruirti. Occorre
reagire perché il nord America va fermato per tutti gli orrori che sono
stati commessi negli anni. Gli Stati Uniti rappresentano un pericolo per
tutti. Chi ha armato bin Laden? Chi può decidere chi deve possedere
l’atomica? Perché l’Iran no e Israele sì? (...) Se aggrediscono l’Iran non
ci sarà più petrolio per nessuno, come ha detto Ahmadinejad». Sono
alcuni dei passi dell’intervista di Hugo Chavez rilasciata a la
Repubblica, che ricordato che Chavez vende petrolio sottocosto e a
rate ai paesi del centroamerica e dei caraibi, e che con Argentina ed
Uruguay ha firmato contratti per fornire petrolio in cambio di oncology,
mucche ed incubatrici.
- Venezuela / Haiti. 12 maggio 2006. È atteso
per questa mattina a Haiti l’arrivo di un cargo venezuelano con a bordo
100.000 tonnellate di diesel e gasolio che Caracas ha deciso di vendere a
un prezzo di favore all’isola caraibica in occasione del giuramento e
dell’entrata in carica del nuovo presidente della Repubblica René Préval.
«La consegna del combustibile non è un regalo ma rappresenta una forma
di cooperazione a condizioni vantaggiose e favorevoli» per Haiti, ha
precisato il vice-presidente venezuelano José Vicente Rangel, che domenica
mattina dapprima assisterà all’inizio dello scarico dei barili di
combustibile, quindi guiderà la delegazione di Caracas in occasione del
giuramento di Préval. La capitale Port-au-Prince «ha solo due ore di
luce elettrica al giorno e gli ospedali non hanno risorse» ha spiegato
Rangel per motivare la decisione di Caracas.
- Venezuela / Russia. 1 giugno 2006. La Russia
costruirà in Venezuela due stabilimenti per la produzione di armi e
munizioni. Ieri, il presidente venezuelano Hugo Chávez ha annunciato che
Mosca ha già sottoscritto un contratto per la fornitura al Venezuela di
100mila fucili di assalto Kalashnikov. «Così potremo difendere ogni
strada, ogni collina, ogni angolo»,
ha detto Chávez in visita in Ecuador, dove ha firmato una serie di
contratti per forniture energetiche. Secondo l’agenzia Associated Press,
la società Rosoboronexport avrebbe confermato che le trattative sono
in corso senza però fornire dettagli sui tempi e sulla capacità di
produzione dell’impianto. Chávez ha detto anche ai giornalisti che un
primo lotto di 30mila Kalashnikov dovrebbe arrivare in giugno, notizia
confermata dall’industria russa. L’accordo non è visto di buon occhio
dagli USA che considerano Chávez una presenza destabilizzante nella
regione. Nel mese di maggio il dipartimento di Stato USA ha bandito la
vendita di armi al Venezuela per i contatti di quel Paese con l’Iran e
Cuba e per la «mancanza di supporto nella lotta al terrorismo». Secondo fonti di stampa gli USA sarebbero
preoccupati dalle iniziative del Venezuela volte al rafforzamento del suo
apparato militare. In aprile il Venezuela ha ricevuto tre elicotteri
militari russi, primi di un lotto di 15 ordinati a Mosca. Secondo Chávez,
contribuiranno alla protezione del Venezuela nell’eventualità di una
invasione USA. Il governo venezuelano ha ripetutamente accusato Washington
di tentare di destabilizzare il governo ed il paese.
- Venezuela.
1 giugno 2006. Chávez
è favorevole ad una politica di alti prezzi dell’oro nero per diverse
motivazioni, di natura interna ed internazionale. Prima di tutto le
ragioni di politica nazionale. La sostanziale mancanza di sufficienti
investimenti tecnologici negli apparati produttivi e i contrasti tra
Chávez e i dirigenti della società petrolifera di Stato, la Pdvsa, seguiti
al golpe contro di lui del 2002, hanno determinato una notevole
compressione delle capacità produttive, scese da 3,5 milioni di barili al
limite degli attuali 2,2-2,5 milioni di barili al giorno. Dopo il tentato
golpe contro Chávez dell’aprile 2002 e il rapido ritorno al potere dell’ex
colonnello, i vertici della Pdvsa avviarono una serrata della produzione
che costrinse Chávez a sostituirli in blocco con esponenti a lui
politicamente vicini. Da allora, però, i livelli produttivi non sono mai
riusciti a risalire ai picchi precedenti a tali vicende. In un simile
contesto, un elevato prezzo del petrolio sui mercati internazionali può
compensare difficoltà strutturali e di relazioni tra governo e holding
petrolifera di Stato. In secondo luogo, se i prezzi dell’oro nero
rimangono elevati, il leader venezuelano può continuare a finanziare al
meglio i programmi di natura sociale volti a migliorare i livelli di
alfabetizzazione della popolazione, i servizi sanitari e l’incremento di
alloggi popolari.
- Venezuela.
1 giugno 2006. Vi
sono poi ragioni di politica internazionale dietro la richiesta di Chávez
di tagliare la produzione di greggio. Sin dalla sua visita in Cina alla
fine del 2004, Chávez ha iniziato a utilizzare l’arma del petrolio come un
vero e proprio strumento diplomatico, funzionale alla realizzazione dei
suoi obiettivi di politica estera. Mentre i paesi del Medio Oriente,
membri dell’Opec, sono consapevoli che accettare un taglio alla produzione
significherebbe innescare forti tensioni che porterebbero a sostanziali
aumenti del prezzo del petrolio e a una possibile spirale inflazionistica
mondiale e sul mercato statunitense, già provato dalle polemiche sulla
questione nucleare iraniana, Chávez non ha simili timori. Anzi, il suo
obiettivo è proprio quello di usare la Oil Diplomacy, come qualcuno l’ha
già definita, contro gli Stati Uniti. Con la stagione degli uragani alle
porte e la probabile crescita della domanda di energia nel corso dei mesi
estivi, mantenere il costo del petrolio a livelli elevati significherebbe
indebolire ancora di più la dirigenza statunitense, costretta a
fronteggiare pressioni inflazionistiche, e magari indurla ad assumere un
atteggiamento diverso verso Caracas. Non è un caso che non appena si è
diffusa la notizia dell’apertura di Condoleezza Rice a un possibile
dialogo con l’Iran per la questione nucleare, il prezzo del petrolio al
barile è immediatamente sceso di due dollari. La repentina discesa del
costo del greggio induce quindi a ritenere che, tra le motivazioni
congiunturali alla base della calcolata apertura della Casa Bianca
sull’Iran, vi siano anche considerazioni di natura petrolifera e di costi
della materia prima.
- Venezuela. 1 giugno 2006. Se il
prezzo del petrolio resta elevato, le chance di Chávez di usare le riserve
energetiche a sua disposizione per ulteriori finalità diplomatiche
aumentano di molto. Per esempio, potrà continuare a fornire greggio a
costi ridotti a nazioni come quelle caraibiche o ad altri paesi
latino-americani in temporanea difficoltà come recentemente con l’Ecuador,
accrescendo le proprie risorse di influenza ‘dolce’ internazionale. E
potrà utilizzare i fondi ottenuti dalla vendita del petrolio per sostenere
i grandi progetti infrastrutturali come il gasdotto del sud che dovrebbe
essere utilizzato per trasportare il gas naturale dal nord al sud del cono
latino-americano e favorire così l’integrazione energetica dell’America
Latina, da lui considerata un passo essenziale per la successiva
integrazione economica. Non solo, con un prezzo del greggio elevato,
diverrebbe economicamente conveniente estrarre le, attualmente poco
utilizzate, immense risorse petrolifere presenti in Venezuela presso la
valle del fiume Orinoco, dove, secondo recenti prospezioni effettuate
dalla Chevron, si troverebbero riserve accertate per almeno 275 miliardi
di barili, una quantità tale che, se confermata, potrebbe permettere al
Venezuela di rivaleggiare con l’Arabia Saudita nel primato mondiale delle
riserve possedute. La caratteristica del petrolio dell’Orinoco è quella di
essere particolarmente pesante e denso e quindi richiedere processi di
raffinazione più costosi. Ma se i livelli internazionali del prezzo del
greggio restassero alti potrebbero rendere economicamente competitivo
anche tale tipo di petrolio, accrescendo in proporzione geometrica il peso
specifico del Venezuela sulla scena mondiale. Le scelte e gli obiettivi
politici perseguiti da Chávez verrebbero considerati con un’altra
prospettiva e lo stesso presidente potrebbe quantomeno ridurre di
intensità le crescenti critiche dell’opposizione interna sulle enormi
risorse finanziarie venezuelane spese all’estero per solidarietà con
governi o movimenti politici considerati dai bolivariani amici.
- Venezuela / Ecuador. 1 giugno 2006.
L’offensiva politica, via petrolio, continua: Chávez firma a Quito, con il
presidente ecuadoriano Alfredo Palacio, un accordo di cooperazione
petrolifera. L’Ecuador, che pochi giorni fa ha dichiarato decaduto il
contratto con la statunitense Oxy, potrà raffinare fino a 100mila barili
al giorno del suo greggio nelle raffinerie venezuelane, con un risparmio
di 200-300 milioni di dollari l’anno. Nonostante sia produttore ed
esportatore di petrolio, l’Ecuador è costretto ad importare i derivati
petroliferi, il gas e la nafta, per 1.8 miliardi di dollari l’anno.
L’accordo prevede anche un’integrazione energetica e accordi di
cooperazione fra le due compagnie statali, Pdvsa e Petrocuador. L’Ecuador
«recupera le sue risorse energetiche», ha detto Chávez e Palacio ha
parlato di «un giorno memorabile nella storia dell’Ecuador».
- Venezuela. 15 luglio 2006. Per il
presidente del Venezuela Hugo Chávez, il sostegno degli Stati Uniti a
Israele porta il mondo verso un nuovo «Olocausto». «La
responsabilità fondamentale» per le nuove violenze in Medioriente «ricade
nuovamente sull’impero USA», ha detto Chávez nel corso di una
cerimonia all’Accademia militare per l’insediamento del nuovo ministro
della Difesa, generale Isaias Baduel.
- Venezuela. 19 luglio 2006. La Lega
Araba ammette il Venezuela come osservatore: lo ha annunciato il
viceministro degli Esteri di Caracas, Reinaldo Bolívar. L’ingresso a pieno
titolo avverrà in settembre, quando il segretario generale della Lega
Araba, Amr Musa, visiterà il Venezuela. Sulla situazione in Medio Oriente,
il presidente Chávez ha affermato che il suo governo respinge «in
maniera categorica e ferma la violenza e l’aggressione della élite
israeliana contro il popolo palestinese e contro il Libano».
- Venezuela/Russia/Bielorussia. 26 luglio 2006. Russia e
Venezuela firmano accordi in campo militare ed energetico, rafforzando i
rapporti bilaterali. Nel corso della tre giorni del presidente Chávez in
territorio russo, Mosca vende, nonostante le pressioni statunitensi, nuovi
armamenti a Caracas, che otterrà anche la licenza per fabbricare
kalashnikov. È prevista inoltre la partecipazione di imprese russe in
progetti nel settore dell’energia e dell’alluminio. Chávez si è quindi
assicurato l’appoggio politico di Mosca perché il Venezuela diventi membro
non permanente del Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Prima della Russia, il
presidente venezuelano aveva visitato Brasile, Argentina e Bielorussia.
Con quest’ultimo paese il Venezuela ha stretto «un’alleanza strategica»,
che si concreterà in particolare con una cooperazione militare per far
fronte alle «pressioni esterne». «La via dello sviluppo
indipendente che hanno scelto i nostri popoli ed il successo di un modello
economico socialmente orientato hanno motivato una pressione senza
precedenti da parte del nuovo aspirante al dominio mondiale», ha detto
Lukashenko, con chiara allusione agli Stati Uniti. Citato dall’agenzia
russa Interfax, il presidente della Bielorussia, Alexander
Lukashenko, ha detto che tanto alla Bielorussia come al Venezuela tentano
di imporre un’«ideologia e morale estranee, riforme economiche che
portano all’impoverimento della maggioranza della popolazione a beneficio
del maggior arricchimento di pochi».
- Iran / Venezuela. 1 agosto 2006. Chávez e
Ahmadinejad sottolineano la complementarietà finanziaria e tecnologica dei
loro Paesi nell’incontro a Teheran di due giorni fa. Ad esempio, l’Iran
non possiede, malgrado la ricchezza di idrocarburi, tecnologie adatte a
massimizzare le rendite in questo settore, soprattutto per ciò che
riguarda le attività di raffinazione del prodotto grezzo, tanto da essere
costretto a importare benzina. Su 70 milioni di litri di carburante
bruciati ogni giorno, 30 devono essere importati. Il Venezuela potrebbe
essere in grado di fornire tali tecnologie. La collaborazione petrolifera
tra i due Paesi è in atto anche sullo sfruttamento delle enormi risorse di
greggio ancora in gran parte inutilizzate della zona dell’Orinoco
(Venezuela). Sin dallo scorso anno la Pdvsa (società petrolifera di Stato
del Paese caraibico) ha costituito joint ventures con le omologhe
iraniane per l’estrazione in loco del greggio presente. L’ampia liquidità
iraniana potrebbe essere molto utile anche per il finanziamento del
progetto del grandioso gasdotto con cui Chávez
vorrebbe fornire gas naturale a Brasile, Argentina e Uruguay. Analoghe
considerazioni sulla tecnologia nucleare a scopi civili. Alla fine dello
scorso anno, Chávez sostenne che il suo
Paese, in vista di un possibile esaurimento delle scorte di idrocarburi,
avrebbe voluto sviluppare energia nucleare per finalità civili. L’Iran è
riuscito a completare il procedimento di arricchimento dell’uranio, primo
passo verso lo sfruttamento a fini energetici dell’atomo, mentre il Paese
latino-americano dispone solo di elevate quantità di uranio che potrebbero
però essere utilizzate da entrambi i Paesi per le loro necessità nucleari.
- Venezuela / Israele. 5 agosto 2006. Ritirato l’ambasciatore.
Il presidente venezuelano Hugo Chávez ha
condannato le operazioni militari israeliani su Libano e Palestina («genocidio»,
le ha definite), come un’offensiva imperialistica e ingiustificata
sostenuta dagli Stati Uniti nel suo tentativo di controllare le risorse
energetiche della regione. «Provoca indignazione vedere come Israele
continui ad aggredire e a fare a pezzi (...), con l’appoggio degli Stati
Uniti, tanta gente innocente, bambini, donne», ha detto. Giovedì
l’esponente della rivoluzione bolivariana aveva dichiarato di aver chiesto
il ritiro dell’ambasciatore venezuelano a Tel Aviv in segno di protesta
per gli attacchi militari israeliani. In un’intervista alla televisione
araba Al-Jazeera rilasciata durante una visita a Doha, il presidente
del Venezuela ha comparato lo stile delle operazioni militari israeliane e
l’uccisione di civili innocenti alle azioni di Hitler e ha descritto gli
Stati Uniti come un «Dracula assetato di sangue e petrolio».
Sentiamo che l’offensiva israeliana contro palestinesi e israeliani
minaccia anche noi, ha aggiunto Chávez.
- Venezuela / Israele. 9 agosto 2006. Le
relazioni diplomatiche tra Venezuela e Israele sono al loro minimo
storico. Dopo che i due paesi hanno richiamato i rispettivi ambasciatori, Chávez preannuncia la rottura completa delle
relazioni diplomatiche. «Non ho alcun interesse a mantenere relazioni
diplomatiche, uffici e commercio con uno Stato come quello di Israele che
bombarda città e distrugge un intero paese, dove sono morte madri
abbracciate ai loro figli», ha dichiarato Chávez
in un’intervista. Durante una visita in Qatar a fine luglio, parlando con
i giornalisti, il presidente Chávez aveva
paragonato l’offensiva israeliana in Libano alle azioni di Adolf Hitler: «ciò
che fa Israele in Libano è simile agli atti di Hitler che ha seminato
morte e distruzioni nel mondo».
- Venezuela. 24 agosto 2006. Caracas
raddoppierà per il prossimo inverno la quantità di combustibile
sovvenzionato destinato al riscaldamento nei quartieri poveri negli Stati
Uniti. Lo ha detto Chávez in visita a
Pechino. Il presidente venezuelano Chávez
ha dichiarato alla stampa che la Citgo Petroleum Corp, la filiale della
compagnia petrolifera statale PDVSA, «già ha ricevuto istruzioni».
La Citgo ha affermato di aver venduto l’anno scorso circa 150 milioni di
litri di combustibile per riscaldamento a basso prezzo, l’inverno passato,
agli Stati del Massachusetts, Nuova York, Maine, Rhode Island, Vermont,
Connecticut, Delaware e zona di Filadelfia. «Mi piacerebbe fare lo
stesso in Europa», aveva affermato Chávez
lo scorso maggio a Vienna.
- Venezuela. 25 agosto 2006. Il presidente
venuezelano Hugo Chávez ha invocato un tribunale internazionale per i
leader israeliani responsabili della guerra in Libano. «Credo vi sia
stato un genocidio» in Libano, ha dichiarato a Pechino, «gli
israeliani», ha detto ancora, «hanno criticato molto Hitler e anche
noi la pensiamo allo stesso modo. Ma hanno fatto qualcosa di simile o
forse peggio, chi lo sa, di quanto fecero i nazisti».
- Venezuela / Cina. 25 agosto 2006. Chávez a Pechino
per una sei
giorni di incontri e trattative con il proprio omologo Hu
Jintao. Mentre la Cina continua a cercare
ulteriori contratti di fornitura energetica anche oltre l’area mediorientale
e del Mar Caspio, il Venezuela di Hugo Chávez, alla sua quarta visita
nella capitale cinese, cerca appoggio politico per ottenere il seggio non
permanente al Consiglio di sicurezza dell’ONU. Hu Jintao ha promesso a
Chávez un forte sostegno alla canditatura presso le Nazioni Unite in
sostituzione, dal 2007, dell’Argentina. Avversario, il Guatemala,
spalleggiato dagli USA.
- Venezuela / Cina. 25 agosto 2006. Diversi gli accordi in
campo politico, economico, sociale e tecnologico che ha in mente Chávez
con la Cina. Il presidente venezuelano ha avuto sempre particolare
attenzione nei riguardi del governo cinese che incontrò, per la prima
volta, già nel 1999 subito dopo la sua trionfale elezione presidenziale
del dicembre 1998. Finora nei primi colloqui le due parti hanno firmato un
accordo per lo sfruttamento da parte della società di stato cinese Cnpc
(China national petroleum corp.) del giacimento del campo petrolifero di
Zumano ed, in collaborazione con la Pdsva (la compagnia di bandiera
venezuelana), di altri giacimenti nella regione di Orinoco. Ma Hugo Chávez
vuole che la Cina sostituisca le quote di esportazioni venezuelane verso
gli USA che assorbono –attualmente– la maggior parte della produzione del
paese latinoamericano (due milioni di barili al giorno). Il progetto è
quello di triplicare le vendite verso la Cina: un milione di barili al
giorno a partire dalla prossima decade dagli attuali 150 mila. Hugo Chávez
è anche pronto a fare sconti ai cinesi di tre dollari al barile per
compensare i maggiori costi di un trasporto molto più lungo (4 giorni).
- Venezuela / Cina. 25 agosto 2006. La Cina cresce ad un
ritmo frenetico ed ha sempre più bisogno di risorse energetiche; inoltre
Pechino ha enormi riserve monetarie che –proprio recentemente– ha iniziato
ad investire in America latina. Viceversa il Venezuela può contare sul
peso che ha aquisito quale quarto produttore mondiale di greggio. E tenta
di utilizzare gli introiti petroliferi per finanziare progetti di sviluppo
sociale interno, imporre una nuova linea di politica internazionale
(soprattutto, verso gli USA) e accelerare il processo d’integrazione
dell’America latina.
- Venezuela / Siria. 30 agosto 2006. Chávez è a
Damasco. Nel corso di una visita ufficiale, il presidente venezuelano ha
ribadito una posizione ferma contro «l’imperialismo e l’egemonia
proveniente dall’impero americano». Il presidente siriano Assad ha
definito la visita di Chávez «storica
nel vero senso della parola». L’incontro mira a «consolidare»
le relazioni tra Venezuela e Siria e a coordinare prese di posizione su
come far fronte alle pressioni degli Stati Uniti sui rispettivi paesi. Chávez, giunto a Damasco per una visita di tre
giorni, ha chiesto a Israele di togliere il blocco navale e aereo imposto
al Libano e il suo ritiro dalle terre arabe occupate, come le alture del
Golan, «un furto alla luce del sole e sotto gli occhi della comunità
internazionale». Il governo venezuelano è stato l’unico al mondo che,
oltre alle dichiarazioni di condanna dell’attacco sionista, ha ritirato il
proprio ambasciatore dal paese. Gesto elogiato in Libano e che ha fatto
apparire risibile la posizione degli Stati “arabi moderati”.
- Venezuela. 9 ottobre 2006. Imponente
manifestazione a Caracas dei sostenitori del presidente venezuelano, Hugo
Chávez, per la sua rielezione come Capo dello Stato. Ne parla l’edizione
italiana di Granma. Chávez propone per il prossimo mandato
l’ampliamento dei suoi programmi sociali, includendo i servizi di salute e
d’educazione gratuiti, e l’approfondimento del carattere socialista dei
cambiamenti avviati con la sua presidenza nel 1999. Rosales, candidato
unitario dell’opposizione, offre un avvicinamento agli Stati Uniti e la
ripartizione di parte dei redditi derivati dal petrolio con una carta di
credito. Il Capo dello Stato, che accusa gli oppositori d’essere candidati
dell’impero USA, ha dichiarato che l’alternativa che si presenta a 16
milioni di venezuelani è tra socialismo e capitalismo. Ha aggiunto che
solo il socialismo potrà eliminare i mali della società venezuelana, come
disoccupazione e miseria, e garantire case, salute, educazione ai 26
milioni di abitanti del paese. Al momento Chávez è in testa in tutti i
sondaggi per le elezioni del prossimo 3 dicembre, con più del 50% delle
intenzioni di voto. Rosales tocca appena il 17% e gli altri candidati
raggiungono cifre minime.
- Venezuela/Libano. 12 ottobre 2006. Ricostruzione
record targata Hezbollah. Lo scrive Michele Giorgio su il Manifesto
di oggi. Gli islamisti guidano le «riparazioni» di Beirut. Grazie
anche a Chávez. Striscioni a favore del leader venezuelano campeggiano
sulle rovine della televisione degli Hezbollah. «Gracias Chávez,
sei un grande leader arabo» afferma la scritta sotto un poster del
presidente venezuelano all’ingresso di quella che un tempo era la sede
della televisione Al-Manar di Hezbollah. Parole polemiche verso
quei leader mediorientali che si sono rivelati meno «arabi» di
Chávez nel sostenere il popolo libanese durante i 34 giorni di offensiva
israeliana. Accanto all’alfiere della riscossa sudamericana contro
l’imperialismo USA, non manca un ritratto enorme di Hassan Nasrallah, il
leader di Hezbollah; molti milioni di arabi di tutte le fedi vedono in lui
il simbolo della «resistenza» a Israele e USA. Il ritmo di lavoro è
sostenuto. Dove appena qualche settimana fa c’erano colline di macerie e
distruzioni, oggi ci sono cantieri e mezzi pesanti al lavoro per ridare
una abitazione a migliaia di famiglie (25mila secondo cifre ufficiose)
rimaste senza un tetto.
- Venezuela/Italia. 23 ottobre 2006. Caracas «ha
apprezzato moltissimo» l’astensione dell’Italia nella votazione sul
seggio non permanente dell’America latina nel Consiglio di Sicurezza
dell’ONU che contrappone il Venezuela al Guatemala. Lo ha riferito all’Agi
l’incaricata d’affari dell’ambasciata venezuelana a Roma, Adriana
Gottbere, dopo che si è avuta notizia di una protesta USA con
l’Italia per il mancato voto al Guatemala. «Ci sono Paesi che non
possono votarci direttamente ma che si astengono e in questo ci danno un
grande aiuto», ha spiegato la diplomatica venezuelana, «con
l’Italia le relazioni sono gradualmente migliorate in questi ultimi tempi,
non solo su questo voto ma in tutta una serie di rapporti economici e
politici». L’Italia è tra i paesi astenuti che hanno fatto
mancare i voti decisivi per la vittoria del Guatemala, arrivato in almeno
due votazioni a un passo dal quorum per l’elezione. Per questo, scrive La
Stampa, il segretario di Stato USA, Condoleezza Rice, ha protestato
con il ministro degli Esteri, Massimo D’Alema, sostenendo che Washington «non
comprende perché un alleato come l’Italia non si opponga alla presenza di
Hugo Chàvez nel Consiglio di sicurezza per i prossimi due anni».
Secondo il quotidiano, la Rice, riferendosi alla recente elezione
dell’Italia nel Consiglio, ha aggiunto parole che devono far riflettere: «Non
si tratta di un buon inizio e sorprende l’approccio scelto dalla
Farnesina, allontanando l’ipotesi di inserimento a pieno titolo
dell’Italia nel club di potenze che gestisce la crisi iraniana».
Il sottosegretario agli Esteri, Bobo Craxi, ha riferito che «D’Alema
ha spiegato alla Rice le ragioni dell’astensione italiana». «In
ogni caso», ha sottolineato, «non avremmo mai votato a favore del
Venezuela, ma certamente non avremmo mai potuto votare contro, per ragioni
che in politica sono fondamentali», facendo riferimento alla presenza
nel Paese sudamericano di «un milione di italiani». Craxi ha
ricordato che «da più di un mese si sta lavorando a una terza
candidatura e poi l Venezuela potrebbe anche ritirare la propria».
- Venezuela. 8 novembre 2006. «Dobbiamo
prepararci alla transizione ed al cambio di governo». Lo ha dichiarato
Manuel Rosales, candidato dell’opposizione alle presidenziali del 3
dicembre, preannunciando una riunione con i vertici militari. Rosales ha
anche parlato di un Plan V: «Venezuela in piazza a reclamare la
vittoria del popolo». Con il Plan V gli antichavisti sono invitati a
rimanere nei pressi del seggio anche dopo aver votato, per vigilare su
presunti brogli. Una dichiarazione che sta provocando tensione nel paese.
«L’opposizione vuole creare il caos», ha replicato il presidente
Chávez, e «destabilizzare il paese all’indomani del voto». «Faccio
un appello», ha detto rivolgendosi all’opposizione, «perché non
andiate ad annunciare che il 3 dicembre sono pronti i brogli, che il 4 il
popolo deve scendere in piazza e darsi alla violenza e che il 5 le forze
armate verranno a riportare l’ordine. Niente di tutto ciò avverrà, ne sono
sicuro e noi faremo in modo che non avvenga». In un’intervista a Telesur
il viceministro degli Esteri Yuri Pimentel ha commentato: «Questa
gente sa in anticipo di essere sconfitta e pertanto cerca di generare
caos, di suscitare instabilità. Stanno riscaldando la piazza per creare un
clima che permetta loro, attraverso i media, di diffondere la convinzione
che il trionfo è assicurato, ma che potrebbe essere rubato dal governo».
Secondo i sondaggi, il presidente Chávez è in testa nelle intenzioni di
voto con 20 o 30 punti di distacco rispetto al suo diretto avversario.
- Venezuela.
15 novembre 2006. «Cresce l’ingerenza USA» nel paese in
vista delle presidenziali del 3 dicembre. Lo ha detto a Parigi, in
conferenza stampa, l’avvocato Eva Golinger, statunitense di origine
venezuelana, autrice di due libri sui rapporti tra Washington e Caracas.
Secondo la Golinger «gli Stati Uniti stanno attaccando su tre fronti:
il finanziamento della campagna del candidato dell’opposizione Manuel
Rosales, il terrorismo diplomatico o l’utilizzo di strutture multilaterali
per aggredire il Venezuela e la guerra psicologica» con cui tenta di
dipingere Chávez come «un dittatore legato al terrorismo».
- Venezuela. 20 novembre 2006. Oltre
25mila contadini e braccianti manifestano a Caracas in difesa del processo
guidato dal presidente Chávez e delle misiones (le campagne sociali sui
temi della sanità e dell’educazione) promosse dal governo. La parola
d’ordine del corteo Frente Nacional Campesino Ezequiel Zamora era: “Unità,
liberazione nazionale e socialismo”.
- Venezuela.
4 dicembre 2006.
Chávez rieletto per la terza volta alla presidenza del Paese con una
valanga di voti: 62,5% contro 37,1% del candidato dell’opposizione Manuel
Rosales, ex governatore dello Stato di Zulia e sostenitore del tentato
golpe dell’aprile 2002, la cui proposta si fondava sulla difesa a oltranza
della proprietà privata e sull’apertura dei mercati agli investimenti
esteri: un progetto neoliberista, sia pure corretto con qualche promessa populista
verso gli strati più poveri. Grazie a tale affermazione, Chávez potrà
restare alla guida del Venezuela altri sei anni, fino al 2012. Per gli
oltre 500 osservatori dell’OSA (Organizzazione degli Stati Americani), del
Mercosur, del Centro Carter, dell’Unione Africana e dell’Unione Europea,
le consultazioni si sono svolte in maniera del tutto regolare, vanificando
i tentativi dell’opposizione di respingere il risultato sulla base di
supposti brogli. Altissima l’affluenza ai seggi: 75%. Da quando fu eletto
la prima volta, nel ‘98, i consensi sono cresciuti a ogni tornata
elettorale. Rosales, sul cui nome l’opposizione si era per una volta
riunita, ha riconosciuto subito la sconfitta, particolare registrato da
tutti i media nazionali (per tradizione anti-chavisti) che ha aperto la
strada alle richieste di una «riconciliazione nazionale», cioè il
riconoscimento reciproco dei due contendenti. «Da oggi iniziamo la
lotta per la costruzione del nuovo Venezuela», ha detto Rosales.
Dall’opposizione.
- Venezuela. 4 dicembre 2006. La novità
di questa consultazione elettorale e più in generale della politica
venezuelana è che non è stato Chávez a dire di aver vinto, ma
l’opposizione che ha subito ammesso di aver perso. Restano come un ricordo
quelle magliette fatte stampare dall’opposizione, prima del voto, con la
scritta «fraude» (frode). Magliette mai indossate. Chávez, dopo
essere venuto a conoscenza dei risultati elettorali, si è affacciato al
balcone di Palazzo Miraflores (la sede del governo) e ha rivolto un discorso
lungo quasi un’ora ai suoi sostenitori. L’ex colonnello dei parà ha
voluto interpretare l’ottimo risultato come un chiaro mandato popolare a
continuare sulla strada intrapresa. «Nessuno abbia paura del socialismo
che è fondamentalmente umano», ha aggiunto, «che è amore,
solidarietà. È un socialismo originario, indigeno, cristiano e
bolivariano. Oggi comincia questa nuova epoca». È stato l’appoggio
delle classi popolari alla sua Rivoluzione Bolivariana, alle politiche
sociali con cui lo Stato redistribuisce le ricchezze provenienti dal
petrolio, a garantire la vittoria di Chávez. I programmi sociali promossi
sono arrivati con risultati molto significativi dove prima non arrivava
nulla. Nei prossimi sei anni di governo Chávez ha detto che farà di tutto per
approfondire la sua rivoluzione bolivariana tesa a trasformare
ulteriormente la società venezuelana. A suo giudizio, uno degli strumenti
più adatti a favorire l’approfondimento della rivoluzione e lo sviluppo
del Venezuela dovrebbe essere individuato nel trasferimento della
proprietà di fabbriche e imprese a cooperative di lavoratori. Pieno il
sostegno della popolazione più povera che grazie alle politiche chaviste è
passata da una situazione di totale esclusione a un inizio di reale
inclusione socio-economica. Non a caso, in base ad alcuni dati riportati
dal Washington Post, il sostegno popolare verso l’amministrazione
Chávez ha raggiunto punte del 66%.
- Venezuela. 4 dicembre 2006. Un milione
di metri quadrati di territorio, 27 milioni di abitanti. Da tre anni,
grazie al boom delle esportazioni petrolifere, l’economia venezuelana non
solo si è rimessa completamente, ma ha avviato una fase virtuosa di
crescita del Prodotto interno lordo (Pil) ad una media del 10% l’anno, di
gran lunga il più alto del continente. Questa esuberanza di risorse
finanziarie si è tradotta in una moltiplicazione delle iniziative sociali
(le cosiddette Missioni) che legano al governo le fasce meno abbienti
della società, in una forte espansione dei progetti di infrastrutture, e nell’accumulo
di riserve monetarie (35.000 milioni di dollari, molto più del debito
estero). Fondi utilizzati anche all’esterno, con finanziamenti discreti a
governi o personalità ritenuti omogenei al progetto di America latina
bolivariana che Chávez accarezza e che, dopo il voto di oggi, si
ripromette di approfondire. Il rafforzamento del Venezuela in America
latina gioverà senza dubbio al processo di integrazione continentale, ma
potrebbe ad un certo punto portare a una conflittualità con le altre
potenze regionali. Il Brasile prima di tutto, ma anche l’Argentina.
- Venezuela / USA. 4 dicembre 2006. Gli USA a
denti stretti: «Collaboreremo...». Il portavoce del dipartimento di
Stato Eric Watnik, ha auspicato di avere «l’opportunità di lavorare con
il governo venezuelano su temi di interesse reciproco». Watnik anziché
felicitarsi per la nuova prova di democrazia offerta dal Venezuela
chavista ha preferito notare che Tom Shannon, capo dell’ufficio America
latina al Dipartimento di Stato, ha lodato la campagna condotta dal
principale avversario di Chávez, Manuel Rosales. «L’opposizione ha
dimostrato la propria capacità di portare avanti una campagna democratica,
importante e pacifica ottenendo una significativa percentuale di voti».
Il giorno prima del voto, Thomas Shannon, sottosegretario di Stato per
l’emisfero occidentale, in una intervista al quotidiano spagnolo El
Pais, si era spinto a riconoscere il carattere democratico del
contesto politico venezuelano, fornendone una definizione che fino ad
allora nessun esponente dell’amministrazione Bush si era arrischiato a
dare. Poi, l’ambasciatore William Brownfield si è congratulato con il
governo di Caracas per l’esito pacifico della consultazione e aveva
espresso l’intenzione del suo paese di intrattenere relazioni più cordiali
con il Venezuela.
- Venezuela / USA. 4 dicembre 2006. Il
possibile nuovo corso di Washington potrebbe essere interpretato come una
svolta realista. Dopo aver tentato di contrastare la rielezione di Chávez
in molti modi (dal vasto finanziamento alla campagna elettorale di Manuel
Rosales ai tentativi, secondo alcuni osservatori, di una ucrainizzazione
della contesa presidenziale venezuelana), la Casa Bianca, di fronte a una
affermazione popolare così netta, ha deciso di fare buon viso a cattivo
gioco. I vertici della diplomazia statunitense hanno preso atto che
dovranno fare i conti con l’ex parà per almeno altri sei anni e quindi
potrebbero aver concluso che è necessario tentare di instaurare un qualche
modus vivendi. La necessità di un dialogo USA-Venezuela sembra oggi
ancora più urgente considerando che l’affermazione di Chávez non è isolata
e che, unita alle ultime vittorie di Daniel Ortega in Nicaragua, Rafael
Correa in Ecuador e Lula da Silva in Brasile, rappresenta un ulteriore
rafforzamento del graduale spostamento a sinistra di gran parte della
regione latino-americana, lontano dalla tradizionale egemonia di
Washington sul subcontinente.
- Venezuela. 4 dicembre 2006. Solo
venerdì scorso John Negroponte, direttore nazionale dell’intelligence USA,
aveva di nuovo attaccato Chávez ed enfatizzato «le preoccupazioni»
USA in un lungo discorso pronunciato all’università di Harvard. L’ex uomo
che negli anni ‘80 dall’ambasciata USA a Tegucigalpa, in Honduras, guidò
il terrorismo di Stato tramite i contras contro il governo sandinista del
Nicaragua, ha accusato Chávez di «immischiarsi negli affari interni di
altri paesi della regione», ad esempio «offrendo santuari sicuri
agli insorti delle FARC colombiane», risultando quindi «un fattore
di divisione» (divisione rispetto ai progetti di Washington per
l’America latina, voleva dire). Critiche anche sulla «permissività»
di Chávez nel campo del narco-traffico, accusa che il governo di Caracas
respinge con forza. La brusca interruzione dei rapporti con la Dea,
l’agenzia anti-droga degli Stati Uniti, è avvenuta per il fatto che i suoi
agenti in Venezuela sono stati smascherati come «spie». Negroponte
non poteva tralasciare i «crescenti rapporti» con l’Iran (che è
stato fra i primi e più calorosi a felicitarsi con Chávez), con la Corea
del nord, la Siria e la Bielorussia che «stanno chiaramente a
dimostrare il desiderio di costruire una coalizione anti-americana che si
estende ben al di là dell’America latina». Come dire che sono solo gli
USA a poter avere rapporti globali mentre il Venezuela di Chávez dovrebbe
rassegnarsi a limitare le sue ambizioni, politiche e commerci solo
nell’ambito dell’America latina. E neanche lì, vista l’accusa di «immischiarsi
negli affari interni di altri paesi della regione»
- Venezuela. 5 dicembre 2006. Mano tesa
di Chávez all’opposizione, in conferenza stampa, due giorni dopo il voto.
Dopo aver riconosciuto che al suo interno ci sono molte differenze e non
esiste una dirigenza definita, ha rivolto un invito alla collaborazione
chiarendo un punto di fondo: «Nessuno mi strapperà dalla via del
socialismo. Questo punto non è in discussione». Molti oppositori
sembrano disposti ad accettare l’offerta di dialogo, lasciando isolate le
fazioni più intransigenti. Parole concilianti sono venute dal presidente
di Fedecámeras, José Luis Betancourt; da Teodoro Petkoff; dal
direttore della campagna di Rosales, José Vicente Carrasqueño, dal
dirigente sindacale della Ctv, Pedro Castro.
- Venezuela. 18 dicembre 2006. Nasce il Partido
Socialista Unido. Il presidente Chávez ha chiesto a tutti i suoi
ministri di dimettersi come primo passo per la ristrutturazione del
gabinetto e ha annunciato la creazione del Partido Socialista Unido.
«Un partito unico è ciò di cui ha bisogno la rivoluzione», ha
affermato il capo dello Stato. La proposta ha ieri ricevuto il sostegno
maggioritario iniziale dei settori politici (oltre 20 partiti) che
appoggiano il processo di cambiamento iniziato nel paese nel 1999. Ne dà
notizia ieri l’agenzia cubana Prensa Latina. Per Chávez questo
passo è necessario dopo la straordinaria vittoria nelle elezioni del 3
dicembre, giacché il processo bolivariano si incammina «verso una fase
di approfondimento per costruire una società più ugualitaria e socialista».
Portavoci del Partito Comunista del Venezuela, 76 anni di attività, hanno
dichiarato di appoggiare la creazione della nuova organizzazione, che,
dicono, «deve avere la sua propria linea ideologica e non essere una
mera sommatoria di organizzazioni». La posizione dei comunisti punta a
un’ampia partecipazione popolare nella formazione del nuovo partito e non
ad una distribuzione di quote tra i raggruppamenti che decidano di
aggregarsi. In termini analoghi si sono espressi rappresentanti di alcuni
dei partiti interessati, come Patria Para Todos, il Movimiento
Electoral del Pueblo e il Movimiento V República, fondato da
Chávez e divenuto il principale partito del paese. Ora il passo successivo
vedrà assemblee nazionali dei partiti di quel che finora si conosce come Bloque
del Cambio. Il segretario generale del Movimiento Electoral del
Pueblo, Eustoquio Contreras, ritiene non necessaria la creazione di un
fronte, difesa da alcuni politici con l’argomento che, nella pratica, è
stato quel Bloque alla testa dei primi otto anni di governo di
Chávez. Lo stesso Chávez vuole «una struttura politica che si ponga non
al servizio di partiti e colori, ma al servizio del popolo e della
Rivoluzione». In questo contesto ha espresso la sua opposizione alla
proposta di un Fronte Unico.
- Venezuela.
9 gennaio 2007.
«Patria e socialismo o morte». È l’espressione che il presidente
Chávez, 52 anni, nel corso della cerimonia d’insediamento per il terzo
mandato, ha aggiunto al giuramento nella formula tradizionale. Ha giurato
anche su Cristo «il più grande socialista della storia» affinché lo
guidi nella costruzione della sua rivoluzione bolivariana. Nel discorso
inaugurale, durato quasi tre ore, ha delineato i prossimi passi per
avanzare verso un nuovo modello economico e sociale. «Stiamo
recuperando la riserva petrolifera più grande del mondo», ha detto,
aggiungendo che l’art. 302 della Costituzione, secondo il quale lo Stato
si riserva la proprietà del petrolio, andrà modificato con l’inclusione
del gas naturale e l’eliminazione di tutte le eccezioni che proteggono gli
interessi delle transnazionali. «Qui non si privatizza più nulla (...).
Bisogna nazionalizzare ciò che è stato privatizzato», riferendosi a
elettricità, telecomunicazioni e altri settori strategici. Un altro
intendimento dichiarato da Chávez è quello di voler eliminare l’autonomia
della Banca Centrale (un concetto proprio dell’era «neo-liberista»)
in quanto i suoi rappresentanti, espressione di quelle élite a lui
contrarie, si sono spesso opposti alla politica di riutilizzo dei proventi
delle esportazioni petrolifere per le classi meno abbienti della
popolazione per il timore che tali iniziative potessero favorire l’inflazione,
secondo i più tradizionali dettami delle teorie economiche neoliberiste.
- Venezuela. 9 gennaio 2007. Chávez
traccia la sua strategia per i prossimi 6 anni: 5 gli assi –o «motori»–
su cui si muoverà «la rivoluzione». Fra ieri e oggi ha ribadito i
passaggi. La nuova Ley Habilitante votata dall’Assemblea nazionale
(dove, dopo il ritiro dell’opposizione dalle elezioni del dicembre 2005,
tutti i 167 seggi sono chavisti) per avere i poteri speciali necessari ad
adottare le riforme; la riforma costituzionale «in senso socialista»;
l’«educazione popolare»; la «nuova geometria del potere»; lo
«Stato comunale» («una specie di confederazione regionale,
locale, nazionale dei consigli comunali») quale primo passo dello «Stato
socialista, dello Stato bolivariano capace di guidare una rivoluzione».
Per avviare questi 5 «motori», dovrà essere riformata «profondamente»
la costituzione bolivariana che allora, nel ’99, già diede un colpo forte
ma non ancora letale al vecchio sistema della democrazia rappresentativa,
formale ed escludente che aveva retto il Venezuela dal ’58 al ’98
preservandolo da golpe e dittature militari ma facendo di quell’Eldorado
petrolifero il paese dell’incredibile tasso di povertà (l’80% dei 26
milioni di venezuelani). La struttura economica che Chávez sembrerebbe
preferire per la società venezuelana è quella che i suoi consiglieri
economici definiscono di «sviluppo endogeno», fondata cioè sulla
produzione interna di beni agricoli e industriali da parte di cooperative
di lavoratori, ma in cui lo spazio per gli imprenditori privati non è
escluso, anzi, per molti versi appare necessario. Chávez è infatti ben
consapevole che non potrà fare a meno degli investimenti delle grandi
imprese private nazionali ed estere per ammodernare la realtà economica
del suo Paese.
- Venezuela. 9 gennaio 2007. Le
decisioni di Chávez rappresentano una vera e propria inversione di rotta
rispetto al trend favorevole all’espansione delle forze del mercato che,
agli inizi degli anni ’90, con l’affermarsi del modello delle democrazie
di mercato, voluto dall’amministrazione Clinton, aveva condotto ad una
graduale emarginazione dello Stato dall’economia in buona parte del globo.
Anche il Venezuela, come il resto delle nazioni latino-americane, era
stato interessato da tale fenomeno che, affiancato da politiche
neoliberiste sostenute dal Fondo Monetario Internazionale, aveva permesso
un iniziale progresso economico. Poi era seguito un graduale impoverimento
delle popolazioni e frequenti crolli dei sistemi economici interessati. Un
insieme di politiche, note come Washington Consensus, che
rappresentano uno dei principali obiettivi contro cui si fonda gran parte
della politica interna ed estera del governo Chávez. Se il nuovo programma
di nazionalizzazioni appare rivolto a combattere tale indirizzo politico,
la decisione del presidente venezuelano sembra voler andare oltre tale
lotta, pur importante. Dopo aver ottenuto la riconferma elettorale con
oltre il 63% dei voti, la cui regolarità democratica è stata attestata da
varie organizzazioni internazionali, Chávez intende ora completare il
consolidamento del proprio potere ed avviare la trasformazione definitiva
della società venezuelana.
- Venezuela. 13 gennaio 2007. Il
Venezuela nazionalizzerà tutto il settore energetico ed elettrico, nel
quadro della «Rivoluzione socialista» di Hugo Chávez. L’annuncio è
stato dato oggi dallo stesso presidente venezuelano in occasione della
visita ufficiale del collega iraniano Mahmud Ahmadinejad a Caracas. Chávez
ha affermato che il Paese è «quasi pronto» a nazionalizzare le
attività di raffinazione del petrolio nella fascia dell’Orinoco, in mano
per lo più a compagnie straniere. Ieri, in un’intervista alla televisione
di Stato, era stato il ministro delle finanze Rodrigo Cabezas a confermare
l’intenzione dell’esecutivo di nazionalizzare anche Electricidad de
Caracas, la maggiore società elettrica del paese. «Per il momento
il governo cercherà di ottenere il controllo dei settori delle
telecomunicazioni, elettricità e gas naturale», ha aggiunto il
ministro che non ha escluso la nazionalizzazione di 4 progetti petroliferi
in corso nella regione dell’Orinoco, qualora le trattative per negoziare
la quota di maggioranza con le compagnie straniere non andassero in porto
- Iran.
14 gennaio 2007.
L’asse con Chávez? Teheran lo definisce «alleanza strategica» ed
Ahmadinejad in America latina comincia a Caracas, in Venezuela, la sua
visita ufficiale in America latina. Il presidente iraniano si recherà
quindi anche in Nicaragua e Ecuador. È la seconda volta in quattro mesi
che il leader iraniano si reca in Venezuela dove è previsto che sigli
venti accordi in campo economico, commerciale ed energetico.
- Venezuela. 19 gennaio 2007. Il
Parlamento rafforza i poteri di Chávez. L’Assemblea Nazionale del
Venezuela ha approvato ieri in prima istanza e all’unanimità un progetto
di legge (la Ley Habilitante) che permetterà al presidente, Hugo Chávez,
di legiferare per decreto, durante 18 mesi, in materie particolarmente
sensibili. Undici i settori interessati: oltre a quello energetico,
aggiunto all’ultimo momento dai legislatori, il presidente potrà
legiferare su telecomunicazioni, difesa, economia, finanza, sicurezza e
sistema giudiziario.
- Venezuela. 20 gennaio 2007. Un
socialismo che si basi sui successi e sugli errori del passato, sul
pensiero del Libertador Simón Bolívar, sui concetti collettivistici degli
indigeni e sui principi di giustizia sociale del cristianesimo originario.
Una nuova tappa nell’approfondimento della politica applicata negli ultimi
otto anni che si è appoggiata sulla migliore distribuzione della rendita
petrolifera nazionale. È il modello socialista tracciato nelle sue grandi
linee dal presidente Hugo Chávez. Ritiene necessaria una riforma
strutturale per sradicare problemi ereditati come il disimpiego e la
povertà, partendo dall’assunto che la soluzione non sta nei meccanismi del
capitalismo e del neoliberismo. Lo stesso Chávez ha confessato
pubblicamente che, nel 1994-1995, pensava ad un’idea di Terza Via, «un
capitalismo dal volto umano, o capitalismo sociale, una terza via tra
socialismo e capitalismo. Con il passar degli anni mi sono convinto che
questo era impossibile: un capitalismo umano è una contraddizione in
termini». Per ottenere il benessere non solo economico della nazione,
Chávez sintetizza con le parole con cui si è presentato ed è stato
rieletto per il nuovo mandato 2007-2013: «Patria, Socialismo o Muerte».
- Venezuela.
2 febbraio 2007.
Chávez annuncia la ripresa del controllo dei pozzi petroliferi della Faja
dell’Orinoco a partire dal 1° maggio. Si tratterà del passaggio in mani
pubbliche di almeno il 60% delle quattro società che lavorano il greggio
nella regione e che sono controllate dalle statunitensi Exxon Mobil,
Chevrom-Texaco e Conoco-Phillips, dalla britannica British Petroleum,
dalla francese Total e dalla norvegese Statoil. Ha quindi preannunciato la
nazionalizzazione della maggiore impresa elettrica del paese, Electricidad
de Caracas, attualmente proprietà del consorzio statunitense Aes e di un gruppo
di piccoli investitori, ribadendo che questo settore, strategico per il
futuro del paese, deve tornare allo Stato. Nei giorni scorsi Chávez aveva
anche parlato della nazionalizzazione della Cantv, Compañía Anónima
Teléfonos de Venezuela (fino agli anni Novanta di proprietà statale e poi
passata nelle mani della statunitense Verizon Communication).
- Venezuela. 8 febbraio 2007. Prime
nazionalizzazioni. Il governo Chávez e la statunitense AES Corp, azionista
di maggioranza di Electricidad de Caracas, firmano memorandum d’intesa per
la nazionalizzazione dell’impresa elettrica, la maggiore del paese. Lo
Stato verserà 739 milioni di dollari (provenienti dai fondi della
compagnia statale Petróleos de Venezuela), pari all’82,14% delle azioni
dell’impresa. L’operazione si concretizzerà entro aprile, ha detto il
ministro dell’Energia Rafael Ramírez, che ha anche assicurato la stabilità
occupazionale e il rispetto dei piccoli azionisti.
- Venezuela. 13 febbraio 2007. Chávez
vara decreto su «Diritto all’alimentazione». Il provvedimento mira
ad assicurare la distribuzione di 400 generi di prima necessità, soggetti
già da quattro anni a un regime di controllo dei prezzi, che da alcune
settimane hanno iniziato a scarseggiare sul mercato interno. Per «tutelare
il diritto all’alimentazione dei venezuelani» ha detto il presidente
Hugo Chávez. Il ministro delle Industrie e del commercio, María Cristina
Iglesias, ha citato il caso dei principali supermercati e macellerie del
paese che la scorsa settimana si sono rifiutati di mettere in vendita la
carne sostenendo di non avere un soddisfacente margine di guadagno su un
prodotto il cui prezzo è bloccato dal 2001 a 9.164 bolívares (3,27 euro)
al chilogrammo. «Stiamo vivendo una crisi dovuta al fatto che molti
distributori si sono messi d’accordo per negare al popolo l’accesso a un
alimento di prima necessità, direttamente relazionato con il diritto alla
vita e alla nutrizione» ha sottolineato Iglesias annunciando
l’imminente approvazione di una legge speciale di «difesa popolare contro
la speculazione e l’usura».
- Venezuela. 14 febbraio 2007. Il governo
Chávez ricompra la compagnia dei telefoni. Per 570 milioni di dollari la
compagnia USA Verizon ha ceduto allo Stato venezuelano il 28% delle azioni
di Cantv, la principale compagnia telefonica del paese, privatizzata negli
anni ‘90. Il Venezuela è in questo modo tornato ad essere l’azionista di
maggioranza della società telefonica, e acquisterà le altre azioni
attraverso un’offerta pubblica di acquisto. Il piano di ri-nazionalizzazioni
era stato annunciato dal presidente Chávez in un discorso lo scorso
gennaio.
- Venezuela. 16 febbraio 2007. Riduzione
IVA e riforma monetaria. Lo annuncia il presidente Hugo Chávez alla sua
consueta trasmissione radiofonica “Aló presidente” che da ieri, anziché
andare in onda la sola domenica, sarà trasmessa dal lunedì al venerdì.
L’Imposta sul valore aggiunto (Iva) diminuirà del 5% –tre punti
percentuali a partire dal 1° marzo e altri due dal 1° luglio– e sarà
avviata una riforma monetaria, a partire dal 2008, con altre misure per
scongiurare l’inflazione che nel dicembre 2006 ha chiuso al 17% contro il
14,4% del 2005. Chávez ha anche annunciato nuovi sussidi ai produttori di
cotone, canna da zucchero, riso e sorgo per 393.000 milioni di bolívares
(182,7 milioni di dollari). Preoccupato per la tendenza al rialzo
dell’inflazione negli ultimi mesi e la progressiva mancanza sugli scaffali
dei supermercati di beni di prima necessità già in regime di blocco dei
prezzi dal 2001, il governo ha deciso nei giorni scorsi l’abolizione
totale dell’Iva su alimenti di base come carne, pollame e uova. In quanto
al processo di riforma monetaria, Chávez ha chiarito che il suo obiettivo
è «che il bolívar recuperi tutto il terreno perso sul dollaro, l’euro e
le altre valute mondiali».
- Venezuela. 18 febbraio 2007. L’esecutivo
approva la Ley Especial de Defensa Popular, che disciplina
l’attività economica relativa ai prodotti considerati di prima necessità.
La legge intende combattere in particolare l’accaparramento di beni alimentari.
Questi beni vengono definiti «di utilità pubblica e interesse sociale»
e lo Stato potrà confiscare temporaneamente supermercati o magazzini
commerciali sospettati di speculazione, multarli o chiuderli. Il controllo
sarà esercitato dai consejos comunales, organizzazioni di potere
popolare decentrato.
- Venezuela. 21 febbraio 2007. Greggio a
basso prezzo di Caracas per i trasporti pubblici londinesi in cambio di
consulenze. L’intesa comporterà la riduzione del 20% delle spese per i
combustibili del comune di Londra «a beneficio di un quarto del milione
di londinesi poveri» ha detto Livingstone; l’idea di questo «generoso
accordo», ha aggiunto, «nasce da un suggerimento del presidente
Hugo Chávez che vuole usare il petrolio per fare fronte al problema della
povertà». Il sindaco di Londra, Ken Livingstone, storico esponente
della sinistra Labour in rotta con il «nuovo laburismo» di
Tony Blair (tanto che alle ultime elezioni si è presentato ed è stato
eletto come «indipendente»), firma un accordo con il ministro degli
Esteri venezuelano Nicolás Maduro: petrolio a prezzi preferenziali per il
parco automezzi della capitale britannica in cambio di assistenza tecnica
al Venezuela –quinto produttore mondiale di greggio– nei settori dei
trasporti pubblici e delle politiche ambientali. Secondo Livingstone,
Londra risparmierà l’equivalente di 32 miliardi di dollari l’anno, somma
che sarà usata per dimezzare il costo del biglietto dei mezzi pubblici per
250mila abitanti. Alejandro Granado, responsabile della statale Petróleos
de Venezuela Europa, ha detto: «È un accordo basato sulla
complementarietà: noi siamo ricchi e molto forti in materia energetica,
Londra lo è nella gestione del riciclaggio dei rifiuti e della
pianificazione urbana». Secondo il ministro Maduro, «l’intesa
dimostra che è possibile un altro mondo, fondato sui principi della
solidarietà, della cooperazione e dello sviluppo condiviso». La
geopolitica petrolifera di Chávez non è limitata solo al muncipio di «Ken
il rosso». Ci sono anche Cuba, i piccoli paesi caraibici, i Comuni
amministrati dall’FMLN (Fronte Farabundo Martì di Liberazione Nazionale)
in Salvador e dall’FSLN (Fronte Sandinista di Liberazione Nazionale) in
Nicaragua, l’Ecuador, l’Uruguay, fino ai poveri di New Orleans e del Bronx
newyorkese.
- Venezuela. 27 febbraio 2007. Chávez ha
firmato un decreto con cui proroga di alcuni mesi il termine per
nazionalizzare parzialmente le attività dei gruppi stranieri che operano
nella cosiddetta Cintura petrolifera dell’Orinoco, attività che verranno
trasformate in imprese miste in cui lo Stato avrà almeno il 60% del
capitale. «Lo Stato deterrà una partecipazione azionaria minima del
60%, vale a dire stiamo recuperando la proprietà e gestione di queste aree
strategiche», ha detto il presidente venezuelano Hugo Chávez. Il
decreto concede alle compagnie straniere quattro mesi per negoziare con il
gruppo statale Petroleos de Venezuela le condizioni per la
nazionalizzazione, disponendo poi un ulteriore termine di due mesi perché
gli accordi vengano approvati dall’Assemblea nazionale (Parlamento). Il
termine per nazionalizzare le attività petrolifere della Cintura
dell’Orinoco era stato originariamente fissato per il primo maggio 2007,
ma i gruppi stranieri, colossi mondiali del petrolio, si erano opposti. Le
compagnie, le cui attività nella regione dell’Orinoco verranno
nazionalizzate, comprendono le statunitensi Chevron, Exxon Mobil, Conoco
Phillips; la britannica Bp; la francese Total; la norvegese Statoil.
- Venezuela/Cuba. 1 marzo 2007. Sottoscritti
accordi nel settore dell’energia, della sanità, delll’industria agraria,
dell’educazione e della preparazione del personale, nonché del
finanziamento per le piccole industrie. Il presidente del Nicaragua,
Daniel Ortega, ha incontrato a Caracas il presidente del Venezuela, Hugo
Chávez. Chávez ha ricordato che durante la sua visita a Managua per
assistere alla nomina a presidente di Ortega, era stato deciso di aprire
un ufficio della Banca Nazionale di Sviluppo, Economico e Sociale del
Venezuela in Nicaragua. «Ora», ha detto ancora Chávez, «si
metterà a punto una linea di credito per i piccoli e medi produttori,
mentre i guadagni della banca andranno alle scuole nicaraguensi, per far
sì che questo paese cominci a liberarsi dal giogo neoliberista». Il
Venezuela fornisce al paese centroamericano petrolio e derivati a
condizioni molto favorevoli di pagamento, unite alla consegna di 32
impianti generatori di elettricità dei quali otto sono già stati
sottoposti a prove di funzionamento molto positive ed incorporati al
sistema elettrico del Nicaragua, mentre si prevede l’incorporazione degli
altri impianti, dopo il rodaggio, nelle prossime settimane.
- Venezuela. 1 marzo 2007. Con la Ley
de los Consejos Comunales, «il popolo sta prendendo le redini della
costruzione della patria». Lo ha detto il presidente Chávez parlando
di questo nuovo strumento legale, che mira a superare la democrazia
rappresentativa per costruire una democrazia partecipativa
- Venezuela/Cuba.
2 marzo 2007.
Bio-diesel: intesa tra Cuba e Venezuela per nuovo impulso a produzione
etanolo. Undici gli impianti che verranno costruiti per produrre etanolo,
l’alcool derivato dalla canna da zucchero utilizzato come combustibile
‘pulito’ per preservare l’ambiente, ridurre il consumo di combustibili
fossili e sviluppare fonti alternative di energia. Il progetto si inscrive
negli oltre 350 nuovi programmi bilaterali nei settori energetico,
sanitario ed educativo, da ultimare entro fine 2007. L’annuncio all’Avana
al termine dei lavori della VII Commissione mista intergovernativa, alla
presenza del presidente ‘ad interim’ Raúl Castro, il ministro dell’Energia
venezuelano Rafael Ramírez e quello del dicastero dello Zucchero cubano,
Ulises Rosales. Cuba riceve quotidianamente 98mila barili di petrolio
venezuelano, che L’Avana contraccambia con servizi medici ed educativi.
- Venezuela / Argentina. 2 marzo 2007. Basta con
la dittatura del Fondo Monetario. Lo ha detto il presidente
dell’Argentina, Nestor Kirchner, aprendo ieri i lavori del parlamento. Il
prodotto interno lordo argentino sta crescendo da cinque anni, incluso
quello in corso, dell’8% annuo e non è quindi il caso che subisca «la
dittatura del Fondo Monetario Internazionale». Inoltre, la
disoccupazione non supera l’8,7%, lo stesso livello di 15 anni fa, prima
che il paese entrasse in un periodo di grave crisi. Per finire,
riferendosi ai “Bonos del Sur”, titoli di borsa che Buenos Aires emette
insieme a Caracas nonostante critiche formulate in più sedi economiche e
finanziarie, il presidente argentino ha sottolineato i suoi buoni rapporti
con il Venezuela e con il suo capo di stato Hugo Chávez. I “Bonos del Sur”
emessi in questi giorni da Caracas per un valore complessivo di un
miliardo e mezzo di dollari sono stati richiesti da operatori finanziari
internazionali in quantità otto volte superiore alla disponibilità.
- Venezuela. 4 marzo 2007. «Negroponte
assassino di professione». Il presidente Chávez denuncia i progetti di
assassinarlo e dice che «sono cresciuti di peso» dalla designazione
a numero due del Dipartimento di Stato USA di John Negroponte, che ha
definito «assassino di professione». Nell’intervista concessa
durante il nuovo programma televisivo dell’ex vicepresidente José Vicente
Rangel, Chávez vede difficile la possibilità di un colpo di Stato o di
un’insurrezione contro il suo governo pilotata da Washington, ma non
esclude un attentato contro di lui. Secondo Chávez, in un tentativo di
ucciderlo partecipò anni fa il Das, il servizio di spionaggio colombiano.
Attualmente, ha aggiunto, «la gente di Posada Carriles (il
terrorista anticastrista responsabile dell’attentato a un aereo cubano,
ndr) si muove molto attivamente in Centro America e cerca di allacciare
contatti in Venezuela».
- Venezuela. 12 marzo 2007. Mentre
George W. Bush compie il suo viaggio in America Latina, il presidente
Chávez realizza una sorta di “controviaggio”, che ha visto come prima
tappa l’Argentina. Qui il presidente venezuelano ha firmato accordi di
cooperazione in campo agricolo, scientifico e tecnologico con il suo
omologo argentino Néstor Kirchner. Tra i progetti «vitali e strategici»
presi in esame dai due capi di Stato, la realizzazione del Banco del Sur e
il rafforzamento del processo di integrazione energetica. Il giorno dopo è
partito alla volta della Bolivia, dove ha visitato la zona colpita dalle
recenti inondazioni (il governo di Caracas ha offerto 15 milioni di
dollari in aiuti umanitari, contro il milione e mezzo promesso da Bush) e
ha poi preso parte –insieme a Morales– a una seconda manifestazione
antimperialista nella combattiva città di El Alto. Il viaggio di Chávez
non si è fermato qui: si è recato in Nicaragua, dove è stato ricevuto da
Daniel Ortega e dove ha concordato la costruzione di una raffineria di
petrolio nella località di León e l’incorporazione di Managua al progetto Telesur.
Lunedì 12 è sbarcato in Giamaica, dove si è incontrato con la prima
ministra Portia Lucretia Simpson-Miller. Nel colloquio sono stati presi in
esame i progressi negli accordi in campo energetico, delle finanze e della
viabilità sottoscritti tra i due paesi nell’agosto 2006.
- Venezuela / Nicaragua. 13 marzo 2007. Chávez e
Ortega siglano intesa su energia e comunicazioni. «Non abbiamo più
bisogno di andare a mendicare dal nefasto Fondo Monetario Internazionale
né da nessun altro. Oggi abbiamo creato la ‘Banca del Sud’, in cui è
incluso anche il Nicaragua»: lo ha detto il presidente venezuelano
Hugo Chávez durante l’incontro dedicato alla «fratellanza
latinoamericana» ospitato nel quartiere Subtiava di León, 90 km a
nord-est di Managua, ultima tappa del suo viaggio ufficiale che ha già
toccato Argentina e Bolivia. «Sono felice di annunciare che qui
costruiremo una grande raffineria per lavorare il greggio venezuelano»,
ha aggiunto Chávez prima di firmare con il suo omologo nicaraguense Daniel
Ortega un ‘memorandum di intenti’ per la costruzione dell’impianto, con un
costo stimato di 2 miliardi e mezzo di dollari, in cui transiteranno
giornalmente 150mila barili di greggio venezuelano. «Crederemo agli
Stati Uniti e al presidente Bush» –gli ha fatto eco Ortega– «solo
se si ritireranno immediatamente dall’Iraq e impiegheranno quel denaro per
tirare fuori dalla povertà gli statunitensi e investire nello sviluppo
dell’America Latina».
- Venezuela. 15 marzo 2007. Un fondo
di aiuto umanitario per Haiti di venti milioni di dollari. Lo ha
annunciato il governo del Venezuela. Servirà a portare a termine progetti
di cooperazione in sfere come la salute, l’educazione, l’elettricità,
l’acqua potabile, la sicurezza alimentare ed i combustibili. Il presidente
del Venezuela, Hugo Chávez, è arrivato lunedì pomeriggio a Porto Principe
(Haiti), dov’è stato accolto dalle acclamazioni della folla, che ha
scandito slogan contro il presidente degli Stati Uniti, George W. Bush.
Ore prima il capo dello Stato venezuelano aveva visitato il Nicaragua,
dove migliaia di persone gli hanno espresso sostegno nella città di León,
dove si è recato con il presidente Daniel Ortega. È stato anche in
Giamaica, dove ha firmato un accordo di cooperazione sul gas con la prima
ministra dell’isola caraibica Portia Simpson.
- Venezuela. 26 marzo 2007. «Interveniamo
simultaneamente in 16 proprietà per riscattare, come stabilisce la legge,
un totale di 330.796 ettari e renderli di nuovo produttivi per
l’allevamento del bestiame a un doppio scopo, carne e latte. Metteremo
fine al latifondo». Con queste parole il presidente Hugo Chávez ha
lanciato la nuova fase della riforma agraria «per il recupero delle
terre incolte» sulla base della Costituzione del 1999 che all’art. 307
definisce il latifondo «contrario all’interesse sociale». «Le
terre fertili improduttive», ha aggiunto Chávez, «violano i
principi della giustizia, del diritto, della sovranità e della difesa del
paese (...) Come potremmo uscire dal sottosviluppo se non ci mettiamo a
lavorare queste terre, se non le promuoviamo con le tecnologie e gli
investimenti?». Possidenti armati sospettati di narcotraffico
avrebbero, secondo fonti dell’esercito, tentato di impedire le operazioni.
Scontri, senza vittime, con una pattuglia di soldati a Hato Morichalito,
nello stato di Apure. Dal 1999, anno del primo mandato di Chávez, il
governo ha riscattato quasi due milioni di ettari di terre «per il 49%»,
ha precisato il presidente, «ridistribuiti tra i ‘campesinos’, per il
40% utilizzati in programmi strategici di interesse nazionale e per l’11%
affidati a cooperative».
- Venezuela. 27 marzo 2007. Chávez
espropria altri 330 mila ettari «improduttivi». Mandando i
militari, il presidente Hugo Chávez ha espropriato altri 330.000 ettari di
latifondi «improduttivi» (sono già 2 milioni) nell’ambito della
riforma agraria. «Una nuova offensiva rivoluzionaria per produrre
alimenti per il popolo», ha detto.
- Venezuela / Cina. 28 marzo 2007. Più
petrolio venezuelano per l’economia cinese. Il presidente Chávez e Li
Chuangchun, membro del Politburo del Partito comunista cinese, hanno
firmato a Caracas numerosi accordi per la vendita del petrolio del
Venezuela alla Cina: 300mila barili al giorno entro il 2007, un milione
entro il 2012. Caracas vuole rompere la dipendenza dalla vendita del suo
petrolio agli USA.
- Venezuela. 1 aprile 2007. Iper- e
supermercati e sovranità alimentare nazionale: termini che possono essere
in contrapposizione. Ce lo insegna il Venezuela, colpito dall’operazione
targata CIA “Scaffali Vuoti”, il cui obiettivo è appunto svuotare gli
scaffali dei supermercati e dei negozi del Venezuela per innescare il
malcontento popolare contro il presidente Hugo Chávez. Che ha il torto di
fare riforme sociali a vantaggio soprattutto della fetta più povera della
popolazione. L’operazione “Scaffali Vuoti” è stata organizzata dalle
maggiori catene di distribuzione alimentare del paese, controllate
dall’oligarchia locale avversa a Chávez, e dalle società d’importazione
alimentare che, in buona parte controllate da capitali degli Stati Uniti,
è negli States che si riforniscono.
- Venezuela. 1 aprile 2007. L’Operazione
è scattata ai primi di febbraio, con la “Fase 1”: un ingiustificato quanto
mostruoso aumento dei prezzi dei generi di prima necessità come la carne,
lo zucchero e i cereali, rendendoli inaccessibili alla popolazione e
creando così serie difficoltà nell’approvvigionamento alimentare. Prezzi
aumentati mediamente del 66%, con punte che hanno toccato il 245%.
Un’impennata peraltro illegale, giacché, tra le leggi varate da Chávez, ce
n’è una, del 2005, che limita gli aumenti dei prezzi di prima necessità,
sanzionando anche penalmente chi la viola. È applicando questa legge che
il governo Chávez ha multato i supermercati colpevoli di lievitare i
prezzi a dismisura. E siccome i rei insistevano, Chávez ha fatto ricorso
al bastone e alla carota: da un lato ha eliminato l’IVA sugli alimentari
in questione, e lungo tutta la filiera: dalla produzione alla
trasformazione industriale alla vendita. Regalando così agli imprenditori
del settore un risparmio del 14%, e seminando diserzioni tra le loro
schiere. E con coloro che non si sono contentati di questa regalia e hanno
perseverato nel vendere a prezzi esorbitanti, Chávez ha usato il bastone:
requisizione dei prodotti troppo cari e smercio dei medesimi, a prezzo
ribassato, nei supermercati popolari. Se questa misura non dovesse
bastare, Chávez si è detto pronto a sequestrare i supermercati e
nazionalizzare catene di distribuzione, industrie alimentari e società
d’importazione.
- Venezuela. 1 aprile 2007. In molti
supermercati del Venezuela è scattata la “Fase 2” dell’operazione
“Scaffali Vuoti”: gli scaffali dei supermercati erano, se non proprio
vuoti, poco forniti. I distributori hanno ridotto drasticamente o
accantonato gli approvvigionamenti di prodotti come la carne. Sintomatico
il caso di Unicasa, una catena con più di 28 supermercati, dove si
commerciano al dettaglio carne, verdura e pesce, già recidiva nel 2003,
quando fu chiusa per 48 ore dal Ministero dell’Industria e del Commercio
insieme a Lubrevas, impresa affine, perché mentre aumentava il prezzo
della carne, del pollo e del pesce, consegnava alla Minibruno (impresa che
tratta gli avanzi di carne) tonnellate di carne di prima scelta, interi
capi di bestiame non squartati per la modica somma di 1000 bolivares al
kilo (circa 35 centesimi di euro), lasciando vuote le sue stesse dispense!
Con la manipolazione diretta del mercato, rifiutandosi di acquistare i
capi di bestiame dai piccoli allevatori e al contempo accaparrandosi e
facendo scarseggiare la carne (magari inviata al processo di produzione di
cibo per cani e gatti, con la complicità di multinazionali come la
Nestlè), intendono generare scontento e confusione nel popolo contro
Chávez.
- Venezuela. 1 aprile 2007. All’aumento
dei prezzi va però rilevato anche il ruolo della psicosi popolare –dinanzi
alla paura di non riuscire più a fare la spesa a causa dell’esaurirsi
delle scorte, i più si sono precipitati a rifornirsi anche a costo di
spendere il doppio del solito– ed il concorso di molti commercianti e
industriali che, pur non coinvolti nell’operazione, hanno seguito la
corrente approfittando dell’aumento dei redditi che le riforme di
Chávez hanno generato. Un miglioramento economico determinato in parte
direttamente, con l’incremento delle retribuzioni più basse e un aumento
dell’occupazione, e in parte indirettamente, con il passaggio allo Stato
di costi (sanità, assistenza sociale e istruzione in primo luogo) in
precedenza a carico delle famiglie. La minaccia di usare pesantemente il
bastone, cioè di nazionalizzare la filiera alimentare, ha placcato quest’ennesima
iniziativa golpista della CIA, in combutta con le oligarchie locali.
- Venezuela. 1 aprile 2007. C’è chi
definisce questo il quarto tentativo di USA ed oligarchie venezuelane di far
fuori o quantomeno provare a sobillare il popolo contro Chávez. Il primo
risale all’aprile 2002. Un golpe militare in stile cileno, con la
differenza che questa volta il grosso delle forze armate è stato ed è
fedele a Chávez. Sicché i complottardi hanno fatto ricorso a una
messinscena: con la collaborazione delle quattro maggiori emittenti
televisive del Paese (Globovision, Televen, Venevision e RCTV) che
controllano oltre il 90% del mercato, l’11 aprile hanno fatto credere che
non già qualche centinaio di militari traditori, ma una sollevazione
popolare stava rovesciando il governo Chávez. E quando, tre giorni dopo,
una sollevazione popolare autentica ha concorso a riportare Chávez al
palazzo presidenziale, le quattro emittenti in questione hanno sospeso i
notiziari e mandato in onda esclusivamente vecchi film e cartoni animati.
Non paghe dell’insuccesso, CIA & Co. ci riprovano nel dicembre dello
stesso anno quando, manovrando le multinazionali del petrolio controllate
dagli Stati Uniti, hanno tentato di bloccare sia la produzione che
l’export boliviano.
- Venezuela. 1 aprile 2007. A qualche
mese fa risale il terzo tentativo, con l’utilizzo del monopolio mediatico
delle solite quattro emittenti per diffondere notizie false, allarmismi e
paure allo scopo di sobillare la popolazione contro Chávez. Che a questo
punto è insorto decidendo di non rinnovare la licenza del gruppo
audiovisivo Radio Televisione Caracas (RCTV) che scadrà il 28 maggio 2007:
i segnali d’emissione appartengono d’altronde allo Stato, che dispone del
diritto di concessione, mentre le infrastrutture, il materiale e le sedi
delle emittenti sono di proprietà privata. Subito la gerarchia della
Chiesa cattolica è insorta, facendo coro con le televisioni private nel
denunciare «la censura del regime». È la stessa gerarchia che non
ha mai condannato il golpe militare del 2002 e che si guarda bene dal
condannare ora l’operazione “Scaffali Vuoti”, che pure mira ad affamare i
poveri.
- Venezuela. 11 aprile 2007. Cinque anni
sono passati dal fallito colpo di Stato perpetrato dalle oligarchie
venezuelane sotto la supervisione di Washington. Da allora Chávez ha
continuato a conseguire vittorie elettorali, l’ultima quella alle
presidenziali del 3 dicembre, caratterizzata dall’annuncio di misure come
la nazionalizzazione delle compagnie strategiche (vedi CANTV,
principale impresa di telecomunicazioni brasiliana, e la Eletricidad di
Caracas). Le riforme adottate dal governo di Chávez, se certo non
si possono considerare un superamento del capitalismo, vanno sicuramente a
beneficio di gran parte della popolazione. In particolare si sta portando
avanti una politica di redistribuzione dei proventi del petrolio ai
poveri. Quasi il 40% del bilancio dello Stato è destinato alle spese
sociali, una delle percentuali più alte al mondo. Ci sono poi tutta una
serie di misure che portano vantaggi alla collettività e colpiscono gli
speculatori: per esempio, il calmiere dei prezzi di tutta una serie di
prodotti di base. Oppure la regolamentazione del cambio di valuta ed il
controllo del tasso di cambio dal bolivar al dollaro. Una politica valutaria
sviluppata dal governo per impedire una fuga di capitali in valuta
pregiata dal paese. Si stima infatti che negli ultimi 40 anni, circa 300
milioni di dollari siano stati portati fuori dal paese e depositati presso
banche internazionali. Queste misure prevengono la fuga di capitali
affinché la ricchezza rimanga nel paese e sia investita a beneficio della
popolazione. Tutte queste ed altre misure hanno scontentato l’oligarchia
locale che, con il sostegno USA, le prova tutte per scatenare il
malcontento popolare contro il presidente venezuelano. Come testimonia
l’aumento dei prezzi e la scarsità dei beni di consumo alimentari
verificatasi ad inizio anno, che il governo ha combattuto da un lato
minacciando di espropriare i mattatoi e gli impianti di immagazzinamento
coinvolti nella speculazione dei prodotti di base (una di queste è stata
espropriata, la Fricapeca nello stato di Zulia, impianto di
immagazzinamento, a suo tempo la seconda azienda più grande nel settore in
tutta l’America Latina), dall’altro importando derrate alimentari ed
attraverso la Mercal (una rete di distribuzione statale che offre prodotti
di base a prezzo ridotto) rifornendo i negozi al dettaglio di prodotti
importati pagati con i proventi del petrolio.
- Venezuela.
13 aprile 2007.
«Signori del FMI e della Banca Mondiale, un ciao a tutti…il Venezuela è
libero…ora non dobbiamo più consultare nessuno sulle nostre politiche
economiche»: con queste parole, riportate in una corrispondenza
dell’agenzia di stampa italiana ANSA da Caracas, il ministro delle Finanze
venezuelano, Rodrigo Cabezas ha annunciato ieri che tutti i debiti del
Venezuela con il Fondo Monetario Internazionale (FMI) e con la Banca
Mondiale (BM) sono stati estinti prima della scadenza. Caracas ha pagato
giovedì l’ultima quota del debito con la BM sebbene ci fosse tempo per
pagarla sino al 2012, risparmiando così 8 milioni di dollari. Il debito
con l’istituto di Washigton assommava nel 1998 a quasi 3 miliardi di
dollari. Il presidente Chávez, parlando a una grande folla nei pressi del
Palacio de Miraflores, in relazione all’avvenuto pagamento dell’ultima
quota del debito con la BM, ha detto: «Abbiamo trasformato il
Venezuela, da paese indebitato e legato che eravamo, in un paese modesto
ma importante e in un centro finanziario di appoggio ad altri paesi e ad
altri popoli». Il Venezuela infatti ha aiutato l’Argentina a
estinguere il suo debito con il FMI.
- Venezuela/Nicaragua.
18 aprile 2007.
Il presidente Daniel Ortega inaugura due nuove centrali elettriche,
intitolate al suo omologo venezuelano Hugo Chávez per il sostegno offerto
da Caracas per risolvere la crisi energetica che colpisce il paese con
black-out quasi quotidiani. Secondo Ortega, l’interruzione dell’energia
elettrica è già stata ridotta, nei suoi primi 100 giorni di governo, del
30% «grazie alla solidarietà del Venezuela e di Cuba».
- Venezuela. 28 aprile 2007. Tensione
ieri a Maracay: la Guardia Nazionale e la polizia dello Stato Aragua su
ordine del governatore intervengono per reprimere i lavoratori della
fabbrica occupata “Sanitarios Maracay”, occupata e autogestita dai
lavoratori da vari mesi ormai. Il governatore ha deciso l’intervento per
impedire agli operai di andare a Caracas, dove era prevista una
manifestazione di lavoratori di varie fabbriche occupate. Lo scopo del
corteo era quello di consegnare al governo una serie di rivendicazioni
sull’espropriazione delle fabbriche in questione, miglioramenti salariali
e riconoscimento di diritti lavorativi. Quando si inizia a parlare di
diritti e lotte dei lavoratori emergono confliggenze all’interno del
chavismo: c’è una parte della dirigenza che vuole realizzare i cambi
necessari nei modelli e nelle relazioni di produzione per la
trasformazione del sistema economico verso un sistema socialista, ma ci
sono coloro (la destra dello chavismo, la stessa che parla di chavismo
senza Chavez) che dicono di essere “rivoluzionari” ma che in realtà sono
una nuova élite politica ed economica che vuole inserirsi all’interno di
un sistema capitalista al massimo socialdemocratico. Queste contraddizioni
stanno emergendo sempre di più, e con l’avvicinarsi della scadenza dei
referendum revocatori di fine anno sta salendo la tensione.
- Venezuela.
2 maggio 2007.
Lo Stato prende possesso dei campi dell’Orinoco. Ieri, primo maggio, in un
atto «popolare» alla presenza del presidente Hugo Chávez «accompagnato
dai militari», la Pdvsa, compagnia statale del petrolio, ha preso il
controllo dei campi petroliferi gestiti finora dalle compagnie straniere
nella fascia dell’Orinoco, la nuova «Arabia Saudita venezuelana».
Il 25 aprile il ministro per l’energia e petrolio, Rafael Ramirez, aveva
firmato i memorandum d’intesa con 13 imprese straniere concessionarie per
i nuovi contratti «di associazione strategica». Solo la
statunitense ConocoPhillips e l’italiana Eni non l’hanno sinora fatto. Il
controllo nell’Orinoco configura «il recupero della piena sovranità
petrolifera» ha detto Chávez. Dopo aver aumentato royalities e
imposte, ora si «nazionalizza», formando società miste in cui Pdvsa
avrà almeno il 60% delle azioni. Per questo c’è tempo fino al 26 agosto,
poi gli accordi passeranno all’esame del Congresso.
- Venezuela. 2 maggio 2007. L’uscita
del Venezuela dal Fondo Monetario Internazionale (FMI) e dalla Banca
Mondiale (BM), annunciata due giorni fa dal presidente Hugo Chávez, «non
implica l’isolamento economico del paese che, anzi, approfondirà i suoi
rapporti con i paesi latinoamericani»: così il ministro delle Finanze
di Caracas, Rodrigo Cabezas, ha replicato al portavoce del Dipartimento di
Stato USA, Sean McCormack, rivendicando la «sovranità economica del
Venezuela» rispetto a FMI e BM, giudicati «meccanismi
dell’imperialismo». Secondo Cabezas, «FMI e BM hanno voltato le
spalle all’America Latina e per questo oggi i paesi più importanti della
regione, Brasile, Argentina e Venezuela, non hanno più debiti con loro».
- Venezuela. 2 maggio 2007. Già il
mese scorso il governo di Caracas aveva cancellato tutti i debiti con i
due organismi finanziari, debiti che sarebbero scaduti nel 2012. Così il
ministro delle Finanze, Rodrigo Cabezas, aveva dato l’annuncio: «Signori
del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale vi salutiamo. Il
Venezuela è libero e grazie a Dio, né i venezuelani di oggi né i bambini
che nasceranno avranno un solo centesimo di debito con questi organismi
dominati dai falchi statunitensi». Termina un lungo periodo di
dipendenza che aveva toccato i suoi massimi livelli nel 1989, quando il
debito estero del Venezuela si aggirava sui 25.000 milioni di dollari e
non c’erano soldi per pagarlo. Il governo di Carlos Andrés Pérez firmò in
quell’occasione un accordo con il Fondo, impegnandosi a un rigido
programma di austerità che provocò la rivolta sociale nota come Caracazo.
- Venezuela. 2 maggio 2007. Giornata
lavorativa a 6 ore, dal 1° maggio 2010. L’annuncio, ieri, è di Hugo
Chávez, in occasione della Festa del Primo maggio. La neo costituita
commissione presidenziale promuoverà una riforma costituzionale tendente
ad arrivare progressivamente a quella data. L’obiettivo è una nuova
riorganizzazione della giornata dell’uomo: 6 ore per il lavoro, 6 ore per
dormire, 6 ore per lo svago e 6 ore per la formazione e la rigenerazione,
per alimentare il corpo e formare il cervello. Non meno importanti gli
altri provvedimenti annunciati: da oggi il salario minimo in Venezuela
passa a 614.000 bolivares circa, con un aumento del 20%. È bene ricordare
che il salario minimo è accompagnato anche da un buono pasto giornaliero.
Negli otto anni di governo Chávez il recupero del potere d’acquisto reale
del salario del lavoratore è cresciuto come in pochi paesi al mondo: dai
circa 30 dollari USA mensili del 1999, anno dell’arrivo di Hugo Chávez al
Governo, ai poco meno di 300 dollari USA mensili attuali; in realtà
aggiungendo il valore del buono pasto giornaliero, il salario minimo
supera abbondantemente i 400 dollari USA mensili. Va anche considerato
che, quando Chávez arriva al governo, l’inflazione, che nel 1996 arrivò a
superare il 100%, divorava interamente lo scarso salario; negli anni di
Chávez l’aumento del salario è sempre stato al di sopra dell’inflazione.
- Venezuela. 2 maggio 2007. Altri i
provvedimenti annunciati e che da oggi entrano in vigore per migliorare la
qualità della vita delle fasce più deboli. Istituita la pensione sociale
(il 60% del salario minimo) per le persone anziane (61 anni di età) che
non hanno versato contributi previdenziali e che fino ad oggi non avevano
diritto a nessuna fonte di reddito. Oggi è anche il giorno della fine
della “Apertura petrolifera”, ossia la legge che permise la
privatizzazione del settore petrolifero, pur in presenza di una legge
costituzionale che riservava l’attività lucrativa nel settore petrolifero
ed energetico esclusivamente allo Stato. Con l’”apertura petrolifera” negli
anni Novanta si permise praticamente la privatizzazione del settore. A
partire da oggi, l’attività torna ad essere interamente di uso esclusivo
dello Stato. Grazie al recupero degli introiti derivanti dallo
sfruttamento delle fonti energetiche, il governo Chávez sta operando una
ridistribuzione delle ricchezze più giusta ed indirizzata fortemente a
pagare l’enorme “debito sociale” di cui furono vittime le classi
lavoratrici e più povere. Fino all’avvento del Governo Chávez, le enormi
ricchezze del Venezuela erano invece ad appannaggio esclusivo delle classi
oligarchiche e di governo. Il grosso della popolazione (70%) sopravviveva
con circa 30 dollari USA mensili di salario minimo, senza aver diritto a
sanità, educazione, formazione, pensione, assistenza sociale.
- Venezuela/Iran. 11 maggio 2007. Chávez
chiede agli alleati dell’America latina di sostenere l’Iran. Ieri, sul
sito iraniano Batzab, è uscito un articolo dal titolo “Chávez spinge gli
alleati a sostenere l’Iran”. L’incitamento del presidente venezuelano Hugo
Chávez sarebbe giustificato dall’inasprirsi delle relazioni con Washington
e dalla rete di alleanze che Teheran sta tessendo per mettere in
difficoltà gli Stati Uniti: sostenendo la crescita economica del Sud
america, strapparlo al controllo statunitense e aprendo le porte a una
grande alleanza contro gli Stati Uniti. Nei suoi due recenti incontri con
Chávez, il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad ha già firmato accordi
finanziari per 17 miliardi di dollari. Il ministro degli Esteri iraniano,
Manouchehr Mottaki, in visita in Nicaragua, ha annunciato nuovi rapporti
commerciali il presidente Daniel Ortega, che ha parlato di giustizia e
verità come principale collante nei rapporti economici dei due Paesi e di
un Iran vittima degli Stati Uniti. Ortega ha ribadito quanto già detto dal
presidente Ahmadinejad, apostrofando Washington come il vero sostenitore
del terrorismo. Con Morales, l’Iran si è detto disposto a sostenere e
acquistare la produzione agricola boliviana di soia.
- Venezuela. 3 giugno 2007. Il mancato
rinnovo della concessione a Radio Caracas Televisión (RCTV),
l’emittente che apertamente chiedeva il rovesciamento di Chávez e che l’11
aprile 2002 sostenne il colpo di Stato sponsorizzato da Washington, ha
fatto il giro del mondo, suscitando le proteste dei «difensori della
libertà di stampa». Le autorità venezuelane, scaduta la licenza
ventennale il 27 maggio scorso, non hanno ritenuto di rinnovare la
concessione per due ragioni: violazione reiterata delle leggi venezuelane
e volontà di rompere i monopoli anche nel campo dell’informazione, al di
là del livello bassissimo delle programmazioni (talk-show di infimo
livello, trasmissioni pornografiche a volontà e per giunta in orari non
protetti, telenovele a ripetizione). Quindi, hanno precisato, nessuna
espropriazione, nessuna censura, nessuna repressione della stampa. Solo
applicazione della legge. RCTV continua ad essere padrona delle sue
strutture, dei suoi diritti d’autore, continua a tenere i suoi stessi
impiegati e potrà trasmettere via cavo e via internet, realizzare
produzioni, esportare telenovelas o quel che voglia. Dal 28 maggio,
intanto, ha iniziato le sue trasmissioni Televisora Venezolana Social (TVes),
un canale del servizio pubblico con «partecipazione sociale e cittadina
che promette di aprire i suoi schermi a produzioni indipendenti e
organizzazioni sociali». Qualche dato, infine, sui mezzi di
comunicazione in Venezuela: su 709 radio 706 appartengono a imprese
private e su 81 canali televisivi solo 2 sono statali. Per i quotidiani:
12 a tiratura nazionale e 106 regionali sono tutti in mani private.
- Venezuela. 7 giugno 2007. Chávez
invita Cuba, Nicaragua e Bolivia a creare un patto di difesa reciproca
dagli USA. Per il presidente venezuelano, occorre una cooperazione
militare che li renda maggiormente indipendenti dall’influenza
statunitense. La reciproca assistenza, oltre che la strategia bellica,
dovrebbe riguardare i servizi di intelligence e di
controspionaggio. Hugo Chávez ha contestualmente denunciato la
collaborazione di alcuni Paesi latinoamericani con gli Stati Uniti in tema
di difesa e sicurezza, nell’ambito della Commissione di Difesa
Panamericana (Inter-American Defense Board) fortemente voluta da
Washington. Ha poi fatto riferimento a un possibile ampliamento della cooperazione
a settori quali turismo, ambiente, tecnologia e energia, ed ha annunciato
la creazione di una segreteria permanente dell’ALBA (Alternativa
Bolivariana per l’America Latina ed i Caraibi) e di una banca per lo
sviluppo dei paesi firmatari e per il finanziamento di progetti congiunti.
- Venezuela. 9 giugno 2007. Washington
quadruplica i fondi per 300 organizzazioni d’opposizione venezuelane che
intendono rovesciare il governo di Hugo Chávez. Lo ha rivelato ieri
l’avvocata e scrittrice Eva Golinger, presentando il suo libro “Bush
contro Chávez”, in un’iniziativa svoltasi all’Avana. Ne dà notizia il
quotidiano cubano Granma. Tre, secondo la Golinger, i fronti di
battaglia aperti da Washington. Oltre a quello finanziario, c’è il fronte
diplomatico (tentativo di applicare sanzioni unilaterali contro il
Venezuela per screditare il suo governo) e quello militare: operazioni di
guerra psicologica che cercano di legare Chávez al terrorismo e creare
nell’opinione internazionale l’idea che nel paese esisterebbe una
dittatura.
- Venezuela. 12 giugno 2007. Washington
vuole destabilizzare Caracas. Il ministro degli Esteri venezuelano Nicolas
Maduro, intervenendo a Panama alla XXXVII Assemblea Generale
dell’Organizzazione degli Stati Americani (OAS), ha criticato energicamente
l’intervento degli Stati Uniti sui temi interni del Venezuela ed ha
denunciato un nuovo piano di destabilizzazione, ordito contro il governo
del presidente Hugo Chávez. Replicando ai commenti del segretario di Stato
USA Condoleezza Rice sul non rinnovo della concessione al canale privato
RCTV, Maduro ricorda agli USA di dover loro «analizzare la situazione
nella frontiera tra gli Stati Uniti e il Messico. Quanti latino americani
sono perseguitati, cacciati, torturati e assassinati alla frontiera tra le
due nazioni?», ha accusato Maduro. «Ora stanno costruendo il muro
dell'indegnità e l'America Latina deve alzare la sua voce contro questo
monumento alla violazione dei diritti umani, ha sottolineato, e l’OAS
dovrebbe creare una commissione speciale che vada a visitare il carcere di
Guantánamo, nell’oriente di Cuba, in un’area occupata illegalmente, dove
il Pentagono mantiene in forma inumana (sequestrati e senza diritto alla
difesa (…) un numero indeterminato di persone», ha aggiunto Maduro
parlando alla Rice e così concludendo: «Proprio qui, a 10 minuti da
questa sala, nel quartiere El Chorrillo, migliaia di civili furono
assassinati in un’invasione infame, voluta dalla Casa Bianca nel 1989. Noi
denunciamo davanti a quest’assemblea che si sta elaborando un nuovo piano
di destabilizzazione contro il governo del presidente Chávez, fomentato
dagli Stati Uniti, ma sarà sicuramente sconfitto».
- Venezuela. 18 giugno 2007. Sostituire
quasi 27 milioni di lampadine inefficienti con altre a basso consumo energetico,
nei settori commerciale, industriale e ufficiale. Riguarderà i 13 stati
dal maggior potenziale industriale. È l’inizio di una nuova fase della
Rivoluzione Energetica annunciata dal presidente del Venezuela, Hugo
Chávez, durante l’inaugurazione dell’impianto a ciclo combinato della
termoelettrica Trermozulia, nell’ovest del paese. Lo riferisce il
quotidiano cubano Granma. La prima fase ha visto la sostituzione di
53,2 milioni di lampadine incandescenti nelle abitazioni venezuelane. È da
mesi che non si producono interruzioni nell’erogazione dell’elettricità in
stati come Nueva Esparta, Amazonas e Delta Amacuro, dove queste erano
frequenti ed il miglioramento del servizio ha beneficiato molte
abitazioni. L’impiego di Termozulia, che riduce al minimo le emissioni
nell’atmosfera, è un’altra delle iniziative della Rivoluzione Energetica,
che comprende inoltre la sostituzione del petrolio con gas naturale nella
generazione elettrica, la sostituzione di impianti d’aria condizionata con
altri dal minor consumo e l’impiego di fonti rinnovabili.
- Venezuela. 23 giugno 2007. Nasce il
Partito Socialista Unito del Venezuela (PSUV). Il presidente Chávez ne ha
celebrato oggi la nascita, alla presenza di migliaia di sostenitori. Già
oltre cinque milioni e mezzo gli iscritti. La proposta di costituzione del
nuovo partito era stata lanciata dopo la rielezione presidenziale avvenuta
il 3 dicembre 2006. Erano seguiti mesi di discussioni e non poche
resistenze da parte delle forze alleate: Podemos, il Partido
Patria para Todos e il Partido Comunista erano apparsi fin dall'inizio
restii a sciogliersi nella grande forza del PSUV. Da qui la decisione di
Chávez di accelerare i tempi per porli di fronte al fatto compiuto e
indurli ad una scelta di campo.
- Venezuela. 25 giugno 2007. Prepararsi
ad applicare un nuovo pensiero militare in accordo con la realtà mondiale
e con la nuova guerra globale imposta dagli Stati Uniti. È quanto ha detto
il presidente venezuelano Hugo Chávez rivolgendosi alle forze armate del
suo paese, durante la commemorazione del 186° anniversario della Battaglia
di Carabobo, che suggellò l’indipendenza del paese e della Giornata
dell’Esercito Liberatore. Lo riferisce l’edizione odierna del Granma.
Chávez ha accusato Washington di utilizzare il pretesto della “guerra al
terrorismo” per imporre un progetto egemonico, un nuovo tipo di guerra che
acquisisce diverse forme: politica, economica, sociale, psicologica,
mediatica e armata. Ha precisato che ciò diventa evidente quando l’impero
statunitense minaccia il mondo, interviene in ogni parte del pianeta,
violando il diritto internazionale, invadendo paesi, enunciando la tesi
della guerra preventiva e realizzando operazioni segrete in qualsiasi
parte del mondo per sequestrare. Quando questo accade, sostiene Chávez, vuol
dire che si è entrati nella fase della guerra globale, di minaccia globale
e permanente, con nuove forme di guerra, aggressioni, colpi di stato duri,
‘soft’ o di altro tipo, che costituiscono la maggiore minaccia alla
democrazia. Chávez ha quindi chiesto di recuperare il pensiero militare
liberatore che per molti anni gli Stati Uniti hanno tentato di far
scomparire utilizzando meccanismi come la Scuola delle Americhe e le
istruzioni del Pentagono.
- Venezuela. 26 giugno 2007. Lo Stato
recupera il petrolio. Sottoscritti oggi gli accordi che consentono al
Venezuela di assicurarsi il controllo del pacchetto azionario della
maggioranza delle compagnie operanti nella Faja dell’Orinoco. Hanno
accettato la formazione di imprese miste con la petrolifera statale Pdvsa
(che ha una maggioranza azionaria riservata allo Stato salita dal 39 al
78%) la francese Total, la norvegese Statoil, la statunitense
Chevron-Texaco e la britannica Bp. Anche l'italiana Eni, la cinese Sinpec
e la venezuelana Inelectra sono giunte a un accordo con Caracas, mentre
Exxon Mobil, Conoco Phillips, PetroCanada e la cino-venezuelana Sinovensa
hanno respinto ogni ipotesi di sistema misto e dovranno lasciare la
regione. Il recupero delle risorse petrolifere era stato uno degli
obiettivi che il presidente Hugo Chávez si era posto all'inizio del suo
secondo mandato.
- Venezuela.
2 luglio 2007. «L’imperialismo
americano pretende di far credere al mondo che gli Iraniani sono dei
barbari. Ma barbari sono coloro che hanno lanciato bombe atomiche sulle
popolazioni innocenti di Hiroshima e Nagasaki, coloro che attaccano e
strangolano il popolo iracheno e il popolo palestinese». Lo ha detto
il presidente venezuelano, Hugo Chavez, in Iran al termine di un colloquio
con il presidente Ahmadinejad.
- Venezuela.
23 luglio 2007.
Hugo Chávez annuncia che riformerà la Costituzione per poter essere
rieletto. Il presidente del Venezuela, Hugo Chávez, lo ha dichiarato ieri,
nel corso del suo programma domenicale radio-televisivo «Aló,
presidente!», aggiungendo che «se il prodotto di questa proposta
voi, il popolo, non la volete, io me ne vado. L'ho sempre detto: il giorno
che il popolo non mi vuole, io non mi metto a piangere, me ne vado (...);
se voi non volete che resti al comando, neppure io voglio il comando».
La proposta di modifica della Costituzione dovrà essere presentata prima
all'Assemblea Nazionale, ed il frutto di quel che decida l'istanza
parlamentare sarà quindi sottoposto a referendum, il che si ritiene che
accada questo stesso anno o agli inizi del prossimo. La Costituzione che
si vorebbe riformare è stata approvata con referendum nel 1999. La
Costituzione vigente, che contempla la possibilità di un'unica rielezione
presidenziale, che Chávez ha vinto nel dicembre scorso, fu redatta da
un’Assemblea Costituente che non sarà convocata ora. Tra le proposte di
riforma c'è anche una nuova organizzazione amministrativa del paese.
- Venezuela. 30 luglio 2007. L’applicazione
di un autentico concetto di sovranità sul petrolio ha permesso finora la
riattivazione di imprese economiche strategiche ed il consolidamento di
programmi sociali (Salute, Educazione, abitazioni). Lo ha detto il
presidente Hugo Chávez, nel corso del programma domenicale radiotelevisivo
Aló Presidente, secondo quanto riferisce l'edizione elettronica del
Granma di oggi. Chávez ha indicato che le entrate finanziarie
derivanti dall’industria petrolifera hanno reso possibile l’aumento della
produzione delle industrie dell’alluminio, del cemento e del legno; grandi
investimenti dai significativi benefici socio-economici come la
costruzione del ponte Orinoquia, moderni sistemi di trasporto urbano come
le metropolitane di Valencia, Los Teques, Maracaibo, le linee tre e
quattro del tracciato di Caracas ed i filobus di Mérida e Barquisimeto. Le
risorse finanziarie provenienti dall’industria degli idrocarburi,
conosciuti come Piano semina petrolifera, sono decisivi per consolidare il
programma sanitario Barrio Adentro, che va dai servizi d’assistenza di base
fino a quelli specializzati. Il capo dello Stato venezuelano ha enumerato
anche la creazione di nuove università, edificazioni e la riparazione di
scuole e licei (scuole medie), così come l’aumento delle borse di studio
della Fondazione Grande Maresciallo di Ayacucho per tecnici di livello
universitario.
- Venezuela.
11 agosto 2007.
La diplomazia petrolifera di Chávez. Dal 6 al 10 agosto Hugo Chávez ha
compiuto un viaggio in Sud America che lo ha portato in Argentina,
Uruguay, Ecuador e Bolivia. Con il presidente Kirchner, Chávez ha
concordato la costruzione di un impianto per la trasformazione e la
distribuzione del gas (proveniente dal Venezuela allo stato liquido) e
l'acquisto di altri 500 milioni di dollari di buoni argentini per la
riconversione del debito (la cifra potrebbe raddoppiare entro la fine del
2007). Questo accordo è vitale per l'Argentina che per il default
(l'insolvenza finanziaria, ndr) del 2001 non ha accesso al credito
internazionale. Con l'uruguayano Tabaré Vázquez, superata la freddezza
degli ultimi tempi, ha firmato un Trattato di Sicurezza Energetica che
garantirà a Montevideo l'approvvigionamento di greggio. Con l'ecuadoriano
Correa ha confermato una stretta alleanza: nella provincia di Manabi verrà
costruita la più grande raffineria della costa del Pacifico, con la
compartecipazione di Pdvsa e Petroecuador. In Bolivia, Chávez ed Evo
Morales hanno raggiunto un'intesa per la creazione di Petroandina (tra
Pdvsa e Ypfb) e, con l'aggiunta di Kirchner, hanno firmato accordi
strategici sempre nell'ambito energetico.
- Venezuela. 16 agosto 2007. Il Poder
Popular nella nuova Costituzione. Nel progetto di nuova Costituzione
bolivariana (proposta di riforma in 33 dei 350 articoli), presentato ieri
dal presidente all'Assemblea Nazionale, che prevede la rielezione del
presidente senza limiti di mandato e per sette anziché, come adesso, sei
anni, figura anche la proposta di eliminare l'autonomia della Banca
Centrale (uno dei cardini dei sistemi liberal-liberisti) nei confronti del
governo e di riservare allo Stato lo sfruttamento degli idrocarburi.
Vengono inoltre riconosciute, accanto alla proprietà privata, altre forme
di proprietà: «pubblica, sociale, collettiva, mista, comunale»
(quest'ultima è ripresa delle forme di proprietà collettiva tradizionale,
spazzate via dal latifondo e dalla modernizzazione capitalista.
Dall'Inghilterra delle enclosures, gli storici sanno come proprio
la guerra contro le proprietà comunali, ebbe un ruolo fondamentale nella
nascita del capitalismo moderno); le ore di lavoro giornaliero sono
ridotte a sei (per privilegiare lo sviluppo integrale della persona);
previsto il rafforzamento dei poteri governativi di esproprio e per il
controllo nelle attività delle industrie private; viene istituzionalizzato
il Poder Popular, espresso in «consigli comunali, operai,
studenteschi, contadini» che dovranno «approfondire la democrazia
partecipativa e protagonista» (tale Potere dovrà stabilire i
meccanismi di controllo popolare su ogni scelta degli altri poteri, tra i
quali quello esecutivo e legislativo e sovrintendere alla gestione di
tutte le risorse pubbliche, dall'acqua all'energia); inscritte nella
Costituzione le «misiones sociales», uno dei punti forti della
strategia chavista. Sono lontani gli anni '80 in cui le oligarchie al
potere in Venezuela erano arrivate ad appaltare perfino i propri servizi
segreti ad un paese straniero, raggiungendo parallelamente un'esclusione
sociale di tre quarti della popolazione.
- Venezuela. 16 agosto 2007.
Illustrando il suo progetto, con un discorso di quasi cinque ore trasmesso
da tutti i canali radiotelevisivi, Chávez ha difeso la decisione di
mantenere la proprietà privata, anche contro il parere contrario di alcuni
settori del governo. «La pretesa di eliminare di botto le proprietà
produttive piccole e medie è stata la ragione del fallimento di esperienze
socialiste come la Rivoluzione Sandinista del Nicaragua o come l'Unione
Sovietica», ha affermato il presidente, aggiungendo: «Quello che
dobbiamo fare, compatrioti, è convincere questi piccoli e medi produttori
perché vengano a fare un'alleanza produttiva allo scopo di risollevare
l'economia del paese». La parola passa ora al Parlamento (ben tre
letture), dove però l'approvazione è scontata, visto che l'opposizione è
assente (avendo deciso di «autoescludersi» nelle ultime
consultazioni). Il ministro della Comunicazione e Informazione, William
Lara, ha spiegato che la proposta sarà discussa anche dalla cittadinanza,
il che potrebbe richiedere un paio di mesi. «Andiamo a convocare
assemblee, incontri, fori e conferenze per discutere, da uguale ad uguale,
il testo della proposta di riforma», ha precisato. Il vero dibattito
avverrà a fine anno, quando gli elettori saranno chiamati con un
referendum a ratificare o a respingere i cambiamenti. La presidentessa
dell'Assemblea Nazionale, Cilia Flores, ha ventilato la possibilità che la
consulta popolare si possa celebrare prima della fine dell'anno.
- Venezuela. 27 agosto 2007. Caracas
batte Washington sugli aiuti all’America Latina. Secondo un computo del
quotidiano venezuelano El Universal, sono 8,8 miliardi di dollari
gli aiuti stanziati nel 2007 dal governo di Caracas, tra donazioni,
finanziamenti e contributi energetici, ai paesi latinoamericani e
caraibici; un sostegno economico che supera nettamente quello della Casa
Bianca (3 miliardi quelli relativi al 2005, sempre secondo i calcoli di El
Universal, basati «sulle più recenti cifre disponibili a Washington»).
«I lavoratori brasiliani hanno recuperato i loro impieghi, i contadini
nicaraguensi hanno crediti preferenziali e i sindaci boliviani possono
offrire nuovi servizi sanitari» evidenzia il giornale, «grazie ai
profitti petroliferi» di cui dispone il paese. Gli aiuti di Caracas
hanno varcato da tempo il sub-continente raggiungendo, tra gli altri, la
Bielorussia e la Gran Bretagna, «superano anche gli impegni assunti
recentemente a livello regionale dalla Banca Mondiale e dalla Banca
latinoamericana di sviluppo (Bid). Ognuno dei due organismi ha concesso
crediti, nel 2006, pari a 6 miliardi di dollari, ma la loro influenza è
scesa nei paesi beneficiati man mano che questi hanno rimborsato i
prestiti» sostiene ancora il quotidiano, e principalmente grazie anche
a prestiti anticipati finanziati da Chávez.
- Venezuela. 2 settembre 2007. Chávez
riceverà un inviato delle FARC per mediare un accordo sui prigionieri. Il
presidente del Venezuela, Hugo Chávez, riceverà a Caracas un delegato
delle FARC per mediare uno scambio tra combattenti prigionieri della
guerriglia nelle mani del governo colombiano di Uribe e la cinquantina di
ostaggi che la guerriglia ha in suo potere. Chávez, riferendosi alle FARC
(Forze Armate Rivoluzionarie di Colombia) ha sottolineato che «è stata
molto rapida la risposta e la disponibilità (delle FARC, ndr) di
recarsi per colloqui in Venezuela. Ora dipende da loro dire quando e chi
sarà l'emissario». Al riguardo, ha manifestato il desiderio che si
tratti di Manuel Marulanda Vélez, detto "Tirofiijo", comandante
e fondatore delle FARC. «Non so se sarà Marulanda; magari fosse. Ho
sempre desiderato di conoscerlo, parlare con lui e fargli delle domande.
Lo considero un uomo di grande esperienza. Ma non dipenderà da me, ma dal
Segretariato (delle FARC, ndr)». La negoziazione è bloccata per le
rigide condizioni del governo. Le FARC hanno chiesto la smilitarizzazione
di un settore del dipartimento sud-occidentale della Valle del Cauca, ma
Álvaro Uribe si è opposto. Uribe respinge lo «sgombero militare»
che esigono le FARC, perché ritiene che significherebbe cedere ad una
organizzazione «terrorista», e ribadito il suo rifiuto «al
riconoscimento delle FARC come gruppo belligerante».
- Venezuela. 2 settembre 2007. Negoziazione
con l'ELN. Nell'incontro avuto con il presidente colombiano Uribe, Hugo
Chávez ha offerto il suo paese come sede per le riunioni tra delegati del
governo colombiano e della guerriglia Esercito di Liberazione Nazionale
(ELN), processo avviato a Cuba nel 2005 e che attualmente vive una fase di
stanca. Giovedì l'organizzazione guerrigliera ha affermato, in un
comunicato diffuso via internet, che i colloqui sono a un «punto morto».
L'ELN sostiene che l'ottavo giro di dialoghi, avviato il 20 agosto scorso
a L'Avana, si è concluso con un nulla di fatto perché i delegati
dell'Esecutivo colombiano esigono la concentrazione dei guerriglieri in un
luogo determinato, fuori dal paese, e la loro identificazione, per
verificare un cessate-il-fuoco. Prima di tornare a Caracas, Hugo Chávez ha
ricevuto rappresentanti dei familiari degli ostaggi delle FARC così come
quelli di alcuni guerriglieri prigionieri.
- Venezuela/Colombia. 4 settembre 2007. Le FARC
salutano positivamente il «grande interesse» di Chávez ed un
eventuale dialogo con Marulanda. Raul Reyes, uno dei principali dirigenti
delle FARC, ha assicurato che, nell'ambito degli eventuali negoziati per
lo scambio tra 45 ostaggi nelle loro mani (tra cui Ingrid Betancourt) e
500 guerriglieri reclusi, «si deve arrivare» a un incontro tra il
presidente venezuelano Hugo Chávez e il leader delle FARC Manuel
Marulanda. «Sarebbe una riunione storica, utile per tutta la regione e,
particolarmente, per il popolo colombiano», ha detto Reyes in
un'intervista al quotidiano messicano La Jornada. Reyes ha definito
Hugo Chávez «leader di estrema importanza nel continente». «E'
un uomo affabile, che sente il dolore del popolo, che lavora per
soluzioni, convinto di proseguire le gesta bolivariane. Lui è un
bolivariano integro e, come tale, un antimperialista», ha sottolineato.
Chávez ha annunciato, nel suo programma televisivo "Aló,
presidente!", l'invio di «un nuovo messaggio» a Marulanda. «Spero
in una sua risposta e andiamo al più presto a parlare "faccia a
faccia" con l'inviato che tu decida», ha rimarcato durante la
trasmissione. Da parte sua, l'ELN ha apprezzato il sostegno del Venezuela
«ai processi di pace di Colombia» e al dialogo che mantiene con
Bogotà, attualmente in fase di impasse.
- Venezuela/Colombia. 11 settembre 2007. Nel corso
della sua trasmissione tv domenicale "Alò Presidente", il
presidente del Venezuela Hugo Chavez ha reso noto di aver ricevuto una
lettera del leader delle FARC colombiane Marulanda in cui questi gli
spiega che, «per ora», non può recarsi in Venezuela, ma che invierà
al suo posto a Caracas «un emissario». Chavez, che ha accettato di
mediare tra governo colombiano e guerriglieri per cercare di ottenere uno
scambio di prigionieri, ha messo le mani avanti in merito al suo eventuale
ruolo di mediatore: «Se vogliono raggiungere un accordo, FARC e governo
devono cedere qualcosa. Cercherò di adoperarmi in tal senso. Ma se
continuano ad essere inamovibili, sarà impossibile fare qualche passo
avanti». Chavez si è detto pronto a recarsi nella selva colombiana per
favorire lo «scambio umanitario» tra 45 ostaggi, tra i quali Ingrid
Betancourt, e 500 guerriglieri reclusi.
- Venezuela/Colombia. 13 settembre 2007. Il governo
Uribe respinge la mediazione di Chavez. Dopo che domenica scorsa il
presidente del Venezuela, Hugo Chavez, aveva detto di voler incontrare
nella selva colombiana il leader delle FARC Marulanda per cercare di
arrivare alla liberazione di 45 prigionieri di «alto livello» dei
guerriglieri, ieri è arrivato lo stop del governo colombiano. Il
presidente Uribe ha fatto sapere che l'incontro non potrà avvenire in
Colombia.
- Venezuela. 13 settembre 2007. L'Assemblea
Nazionale venezuelana ha approvato ieri, per la seconda volta, la riforma
costituzionale presentata dal presidente Hugo Chávez. La riforma dovrà ora
superare una terza discussione, articolo per articolo, per la sua
approvazione definitiva. A novembre. Il passo successivo sarà quello di
rimettere il progetto di riforma al Potere Elettorale perché lo sottoponga
a referendum popolare ai primi di dicembre.
- Venezuela
/ Colombia. 17 settembre 2007. Chávez incontrerà un inviato delle
FARC, l’8 ottobre, in Venezuela. La proposta è contenuta in un video che
la senatrice colombiana Piedad Córdoba ha ricevuto durante una riunione
nella foresta e che consegnerà ora al presidente venezuelano, Hugo Chávez.
La data dell’8 ottobre per l’incontro cade non casualmente (come spiegato
nel video) nel 40° anniversario della morte di Ernesto “Che” Guevara.
Scenario dell’incontro tra Chávez ed il portavoce delle FARC, Raúl Reyes,
sarà presumibilmente il palazzo presidenziale di Miraflores. Oggetto
principale del colloquio sarà l’eventuale scambio umanitario e la
preparazione dell’incontro con il dirigente guerrigliero Manuel Marulanda
"Tirofijo". La settimana scorsa il governo di Bogotà aveva
respinto categoricamente l’ipotesi di un incontro tra Chávez e Marulanda
in territorio colombiano, come era stato chiesto formalmente dal
presidente venezuelano. È noto che Uribe preferirebbe di gran lunga
l’opzione militare per la liberazione degli ostaggi, anche a costo di una
carneficina. Politici, ufficiali e tre cittadini statunitensi verrebbero
rilasciati in cambio di 500 guerriglieri detenuti nelle carceri colombiane
(ma sono stati fatti anche i nomi di due guerriglieri attualmente detenuti
negli Stati Uniti). La volontà di dialogo di Uribe è solo il prodotto
delle pressioni internazionali, prima tra tutte quella di Nicolas Sarkozy
(che intende ottenere la liberazione di Ingrid Betancourt, di nazionalità
franco-colombiana). E proprio queste pressioni hanno spinto Uribe ad
affidare la mediazione a due suoi “nemici”: la senatrice progressista
Piedad Córdoba e Hugo Chávez, gli unici in grado di avviare una trattativa
con la guerriglia.
- Venezuela / Colombia. 27 settembre 2007. «Col paracadute
pur di incontrare Marulanda». Queste le parole pronunciate ieri, a
Caracas, dal presidente del Venezuela Hugo Chavez per esprimere, in modo
pittoresco, la sua ferma intenzione di incontrare il mitico dirigente
delle Forze Armate Rivoluzionarie di Colombia (FARC) Manuel Marulanda.
Obiettivo principale dell’incontro è quello di far avanzare l’accordo
umanitario tra i guerriglieri colombiani e il governo Uribe per lo scambio
fra gli ostaggi in mano alle FARC e le centinaia di prigionieri politici
detenuti da Uribe.
- Venezuela. 16 ottobre 2007. Il mondo
contadino è al momento l’ultimo dei settori sociali ad aggregarsi alla
proposta di riforma costituzionale proposta dal governo di Hugo Chávez. La
riforma, che mira a consolidare il nuovo modello socialista e che sarà
sottoposta a referendum ai primi di dicembre, ha tra i suoi principi
fondamentali la sovranità agroalimentare e lo sradicamento del latifondo
(«contrario all’interesse sociale»). Decine di migliaia di
contadini e pescatori hanno espresso la settimana scorsa, con un corteo
per le strade di Caracas, il loro appoggio al progetto del governo
rivoluzionario, sommandosi ad altri settori di lavoratori che si sono
espressi con analoghe iniziative nelle ultime settimane. Questo movimento
nazionale ribadisce la sua decisione di non voler tornare al passato,
dominato dall’imperialismo statunitense e dalla oligarchia compradora locale
e di voler costruire attivamente il suo futuro in tutti gli ambiti
(politico, economico, sociale e culturale). Lo stesso presidente
venezuelano, Hugo Chávez, ha detto che il progetto costituzionale «è
un’altra tappa in questo processo di costruzione del Venezuela Bolivariano
e Socialista...del necessario prosieguo di trasferimento di sempre più
potere al popolo».
- Venezuela. 16 ottobre 2007. Per Omar
Díaz, dirigente contadino dello Stato Apure, l’appoggio alla riforma
costituzionale è fondamentale perché con la proibizione assoluta del
latifondo consente il recupero di terra per la produzione di alimenti e i
concreti benefici sociali e politici che scaturiscono dalla sovranità
alimentare. Jairo Hernández, rappresentante del movimento contadino dello
Stato di Barinas ritiene che il corteo di Caracas è stato «una dimostrazione
di unità in difesa di un progetto rivoluzionario, un progetto, una riforma
che dobbiamo avallare perché la stessa consentirà di avanzare verso la
costruzione del Venezuela socialista, una società più giusta socialmente
in cui tutti e tutte abbiano voce in capitolo». Il movimento contadino
nazionale ribadisce l’importanza di dibattere e analizzare ciascuno dei 33
articoli proposti nella riforma perché «solo il Governo Bolivariano ci
ha permesso di partecipare attivamente alla costruzione di una patria
nuova e non dobbiamo perdere questa nuova opportunità perché è il nostro
futuro, quello dei nostri figli, quello del nostro popolo», assicura
Yajaira Quijada, rappresentante del consiglio comunale di Guaribe, nello
Stato di Guárico.
- Venezuela. 16 ottobre 2007. Chávez e
Castro consolidano le relazioni commerciali tra i loro due paesi. Il
presidente venezuelano, Hugo Chávez, ed il suo omologo cubano Raúl Castro
hanno sottoscritto vari memorandum d’intesa e accordi per la costituzione
di imprese miste, un nuovo passo verso l’«unità dei due paesi».
Secondo informazioni del notiziario della televisione cubana, questi si
sono concretati in 13 documenti, che si sommano ai 21 accordi di imprese
miste esistenti tra Cuba e Venezuela. Chávez ha firmato un decreto
presidenziale che autorizza la creazione di un’impresa mista per
installare, operare e mantenere il sistema internazionale di
telecomunicazioni, che include l’installazione di un cavo di fibra ottica
sottomarino tra Cuba e Venezuela.
- Venezuela. 17 ottobre 2007.
Integrazione latino-americana come risposta alle mire imperiali di
Washington. Il presidente del Venezuela, Hugo Chavez, ha difeso
l’integrazione latinoamericana, che considera l’unica strada per
difendersi dalle mire degli Stati Uniti nel continente. «Andiamo verso
una Confederazione di repubbliche, bolivariana, martiana, e dei Caraibi»,
ha dichiarato il presidente nel suo tradizionale programma Aló Presidente,
trasmesso domenica 14 dalla città cubana di Santa Clara. Chavez ha
espresso allarme per le dichiarazioni del presidente USA Bush, che in un
recente Forum a Miami ha detto che si devono fermare i governi di vari
paesi etichettati come “populisti”, ed ha auspicato che si vada
anche oltre l’ALBA (Alternativa Bolivariana per le Americhe), «formando
(…) Non un paese potente, ma una regione che sia una potenza mondiale».
Chávez ha segnalato che l’integrazione «ci permetterà di contribuire ad
un mondo multipolare» e che solo l’unione formerà un’America Latina
forte, nei settori dell’economia, della politica, dello sviluppo
scientifico e del potere militare.
- Venezuela. 20 ottobre 2007. L’Assemblea
Nazionale approva l’articolo della riforma costituzionale che permette al
capo dello Stato di ricandidarsi un numero indefinito di volte. Il mandato
presidenziale è stato inoltre esteso a sette anni. Gli antichavisti non
sono scesi nelle piazze: solo la Conferenza Episcopale ha emesso un
comunicato in cui si sostiene che «la nuova Costituzione attenta ai
diritti fondamentali del sistema democratico e delle persone, mettendo in
pericolo la libertà e la coscienza sociale». Un altro articolo ancora
da approvare, e che ha già suscitato critiche anche tra gli alleati, è
quello che consente all’esecutivo di decretare la legge marziale in caso
di crisi istituzionale. Il Partito Comunista e il raggruppamento Podemos
hanno avvertito del pericolo di una soppressione dei diritti civili, sia
pure in casi d’emergenza. Sulla nuova Carta Magna l’elettorato sarà
chiamato a pronunciarsi il 2 dicembre.
- Venezuela.
4 novembre 2007. Un milione, a Caracas, oggi, in appoggio al
progetto di Riforma Costituzionale avanzato dal Presidente Chávez. Il voto
è previsto per domenica 2 dicembre. Quasi un milione di persone,
provenienti da tutti gli Stati venezuelani, ha sfilato per una dozzina di
chilometri ballando e cantando. C’erano studenti, lavoratori, integranti
dei consigli comunali, della Mision Ribas, del Fronte Contadino Ezequiel
Zamora, del Collettivo Alexis Vive, del Frente Francisco de Miranda, dei
Nuclei Urbani di Sviluppo Endogeno Francisco de Miranda, del Tiuna el
Fuerte, dell’Ateneo Popular e dei partiti che appoggiano il processo
bolivariano: il Partito Socialista Unito del Venezuela (PSUV), il Partito
Comunista del Venezuela (PCV) e Patria Para Todos (PPT). Alla fine del corteo,
Hugo Chávez ha sottolineato come questa sfida elettorale sia la piú
importante fra tutte quelle svoltesi fino ad ora perché le modifiche che
verrebbero apportate all’impianto costituzionale finirebbero di porre le
basi giuridiche per l’approfondimento del processo di trasformazione in
corso, verso il socialismo. «E così come io sono convinto di ciò, anche
i poteri imperialisti e i signori dell’opposizione lo sono». «Alcuni
settori dell’opposizione stanno già parlando di non riconoscere le leggi e
le istituzioni. Parlano di disobbedienza e parlano anche di golpe. Ma li
invito a pensare bene prima di avventurarsi in cammini del genere. Se ne
pentirebbero tutta la loro vita». «Nelle ultime settimane hanno
utilizzato personaggi che si fanno passare per studenti universitari ma
non lo sono. E i violenti sono loro». «Al signor Cardinale e ai
signori vescovi che ci stanno attaccando e infamando, io dico loro,
continuate pure, noi abbiamo dalla nostra i preti delle comunità, quelli
che stanno sul campo, i veri cristiani...». Ha poi invitato tutti a
mobilitarsi per la scadenza referendaria e a scendere in piazza e concluso
con un «Patria Socialismo o muerte, venceremos».
- Venezuela. 4 novembre 2007. L’adesione
popolare al progetto di riforma è indiscutibile. I movimenti sociali hanno
avuto l’occasione di avanzare le loro proposte, svariati i settori che
hanno elaborato loro progetti di revisione di alcuni articoli della
Costituzione Bolivariana del 1999. Oltre ai 32 proposti da Chávez, sono
state presentate modifiche alla Assemblea Nazionale, che ne ha selezionati
altri 37, per un totale di 69 articoli sui 350 complessivi della
Costituzione. Alcuni prevedono: l’abolizione del latifondo nelle campagne
e maggiore redistribuzione delle terre; la sicurezza sociale per gli
artigiani e i lavoratori informali; il voto paritetico nelle università
fra studenti, professori e dipendenti; la giornata lavorativa di 6 ore; la
piena sovranità nazionale, libera da qualsiasi potere imperialista,
colonialista o neocolonialista.
- Venezuela / Colombia. 9 novembre 2007. Chávez
riceve a Miraflores un portavoce delle FARC e la senatrice Piedad Córdoba.
L’incontro tra il presidente venezuelano, Hugo Chávez, la senatrice
colombiana Piedad Córdoba ed il portavoce delle FARC (Forze Armate Rivoluzionarie
di Colombia), conosciuto con il soprannome di Iván Márquez, è avvenuto nel
palazzo presidenziale di Miraflores. Oggetto dell’incontro: un possibile
scambio umanitario. Marulanda, dirigente delle FARC, ha rinnovato «l’invito
ad andare in Colombia». Márquez ha sottolineato che «un vertice
Marulanda-Chávez a El Yarí (selva colombiana, ndr) può rimuovere
gli inamovibili» e facilitare il processo. Ha spiegato il perché della
zona di El Yarí: «lì Marulanda sta dirigendo la lotta contro il piano
militare portato avanti dagli Stati Uniti». «Ci troviamo in una
zona di scontri molto intensi. Stiamo resistendo. Lavoriamo in mezzo a
bombardamenti intensi», ha aggiunto.
- Venezuela. 13 novembre 2007. Un piano
per boicottare il referendum. Un filmato reso noto dal quotidiano digitale
spagnolo La República rivela l’esistenza di un piano eversivo (Plan
Refugio) per impedire il referendum del 2 dicembre sulla nuova
Costituzione: blocchi stradali, disordini e caos in tutto il paese. Il
video giustifica l’appello all’insurrezione con la scarsa trasparenza del
processo elettorale. «Nonostante il fatto che le molteplici
consultazioni venezuelane abbiano passato l’esame di organizzazioni
internazionali come il Centro Carter o il Parlamento Europeo», scrive La
República, «questi gruppi d’opposizione mettono in dubbio persino
l’affidabilità delle macchine per il voto, che sono fabbricate dalla
società spagnola “Indra”, proprietà dello Stato spagnolo».
- Venezuela / Spagna. 14 novembre 2007. Il
presidente venezuelano Hugo Chavez ha detto oggi in un’intervista ad una
rete tv che sta «sottoponendo ad una drastica revisione i rapporti
politici, economici e diplomatici» con la Spagna. Quella frasaccia («Porqué
no te callas», perchè non stai zitto) rivolta a bruciapelo da re Juan
Carlos al presidente del Venezuela Hugo Chavez al vertice iberoamericano
di Santiago del Cile potrebbe costare cara a Madrid. «Ciò significa»,
ha precisato oggi Chavez, «che le imprese spagnole dovranno rendere
conto delle loro attività in Venezuela. Inizierò a guardare quello che
fanno...». Il presidente del Venezuela ha detto di non aver sentito la
frase del re, «altrimenti lo avrei incollato alla sedia, non so cosa
avrei fatto». Per Caracas, il governo di Zapatero «si è allineato»
al precedente esecutivo spagnolo guidato dal popolare Aznar, che Chavez
aveva definito «fascista», beccandosi la replica piccata del re. A
monte della polemica ci sono le posizioni assunte dal governo spagnolo e
dallo stesso re in occasione del colpo di Stato contro il presidente
venezuelano Hugo Chavez nel 2002. Madrid riconobbe il breve governo
golpista e Chavez sostiene di avere le prove che il re Juan Carlos fosse
addirittura al corrente del colpo di Stato. Al vertice ibero-americano a
Santiago del Cile, nella giornata conclusiva, la Spagna è finita sotto
accusa. E il re Juan Carlos, con un gesto senza precedenti, si è alzato e
ha abbandonato l’assemblea. A far perdere la pazienza al monarca spagnolo
sono stati prima il presidente venezuelano, Hugo Chavez, e poi quello
nicaraguense, Daniel Ortega. Chavez aveva già più volte definito Aznar «fascista»
durante i lavori del giorno prima. Josè Luis Rodriguez Zapatero ha chiesto
la parola e ha sollecitato «rispetto» per l’ex capo del governo; ma
siccome Chavez insisteva rivendicando il suo diritto a esprimersi, Juan
Carlos ha perso la pazienza e, con la mano rivolta al presidente
venezuelano, è sbottato: «Perché non stai zitto?».
- Venezuela / Spagna. 14 novembre 2007. La plateale
reazione del re spagnolo Juan Carlos ha fatto riemergere alcuni nodi di
fondo del rapporto fra i «nuovi» paesi dell’America Latina e le
vecchie potenze coloniali (o neo-coloniali). Se è inconfutabile che
l’allora (nel 2002) primo ministro spagnolo Aznar fu -con Bush e il Fondo Monetario
Internazionale- l’unico a riconoscere subito il premier golpista Carmona
in Venezuela, Ortega e Morales hanno lanciato accuse pesanti
sull’atteggiamento e sulle interferenze della Spagna. Il re si è alzato e
se n’è andato quando il nicaraguense ha ricordato che l’ambasciatore
spagnolo a Managua, come quello USA, era solito convocare nel 2006 «le
forze di destra» per cercare di contrastare il passo del Fronte
Sansinista (che poi ha vinto le elezioni) e il boliviano (oltre a
denunciare i singolari contatti dell’ambasciatore USA a La Paz con un
malavitoso di spicco colombiano) ha accusato «il Partito Popolare
dell’ex-premier Aznar di star finanziando i dipartimenti boliviani (quelli
di Santa Cruz e Tarija, ricchissimi di idrocarburi, ndr)» che fanno la
guerra al governo.
- Venezuela / Iran. 19 novembre 2007. Iran e
Venezuela insieme, per difendere «le nostre nazioni e i nostri ideali
fino alla fine». Lo ha detto il presidente iraniano Mahmoud
Ahmadinejad, al termine del suo incontro con il presidente venezuelano
Hugo Chavez, oggi a Teheran per la quarta visita in due anni in Iran.
Questi ha dal canto suo dichiarato: «Se Dio vuole, con la caduta del
dollaro cadrà quanto prima anche l’imperialismo americano». Per Chavez
«presto la smetteremo di parlare della moneta USA. Si sta rapidamente
svalutando e l’impero del dollaro sta crollando e con lui, naturalmente,
crollerà l’America». Le dichiarazioni di Chavez arrivano dopo che
Venezuela e Iran, al vertice Opec di Riad di ieri, hanno chiesto ai paesi
del cartello di sganciare il prezzo del petrolio dal dollaro debole,
legandolo a un paniere di monete. La proposta per ora non è passata per
l’opposizione dell’Arabia Saudita, ma i ministri delle Finanze dei 13 si
riuniranno prima della prossima riunione di Abu Dhabi del 5 dicembre per
esaminare la questione. Quattro i memorandum firmati dai due presidenti.
Tra i progetti comuni messi nero su bianco da Ahmadinejad e Chavez c’è
anche la creazione di una banca iraniano-venezuelana.
- Venezuela. 14 febbraio 2008. Diventa
politico il braccio di ferro tra la Exxon Mobil ed il Venezuela. Il
7 febbraio scorso, la Exxon-Mobil, la compagnia petrolifera statunitense
numero uno al mondo, ha annunciato che dopo un suo ricorso, tribunali di
Gran Bretagna, Olanda e Antille olandesi hanno disposto il congelamento
preventivo di fondi e beni della Pdvsa (Petróleos de Venezuela S.A.),
la compagnia statale venezuelana, per 12 miliardi di dollari. Una
procedura avviata con il consenso della Casa Bianca. La Pdvsa ha risposto
con «la sospensione delle relazioni commerciali e della
somministrazione di greggio» alla Exxon Mobil. Il contenzioso si era
aperto nel giugno scorso dopo la «nazionalizzazione» dei giacimenti
petroliferi della Fascia dell'Orinoco (oltre che di telecomunicazioni e
servizi appartenenti a compagnie straniere). Le USA Exxon-Mobil e
Conoco-Phillips, i francesi della Total e gli italiani dell'Eni
resistevano sia alle nuove disposizioni imposte dalla nazionalizzazione,
sia al pagamento di imposte fiscali evase dal 2001, quando la prima Ley de
Hidrocarburos di Chavez era stata emanata. Le altre compagnie
internazionali presenti nel bacino dell'Orinoco –il nuovo Eldorado
petrolifero, con miliardi di barili di petrolio e trilioni di piedi cubi
di gas– alla fine avevano accettato le regole e il debito (proprio in
questi giorni è stata raggiunta un'intesa sull'indennizzo con la francese
Total). Ma non la Exxon (e neanche l'Eni) che aveva fatto ricorso al
Ciadi, quello strano organismo di arbitrato sugli investimenti che ha sede
a Washington ed è vincolato alla Banca mondiale, quindi a volte (come
accadde in Bolivia con la «guerra del gas» del 2000) è giudice e
parte in causa. Il gigante petrolifero esige una compensazione di 12.000
milioni di dollari per la cessione alla Pdvsa del 41,7% delle azioni
possedute nella Orinoco Belt che valutava in 750 milioni di dollari. La
causa richiederà anni, ma intanto è arrivato il congelamento preventito.
Secondo la nuova legge venezuelana, nella fascia dell'Orinoco la compagnia
statale Pdvsa deve possedere almeno il 51% delle azioni e le imposte
devono passare dal 34 al 50% mentre le royalities al 33%: erano dell'1%
quando a metà degli anni Novanta il presidente Caldera aveva aperto
quell'area agli investimenti stranieri.
- Venezuela. 14 febbraio 2008. «Non è
più una disputa commerciale ma una controversia politica con un governo
che esercita la sua sovranità e riscatta le sue risorse petrolifere»:
così il ministro degli Esteri di Caracas, Nicolás Maduro, ha definito la
vertenza legale avviata dal colosso USA Exxon Mobil nei confronti della
compagnia petrolifera di stato Pdvsa (Petróleos de Venezuela) in risposta
alla politica di nazionalizzazione degli idrocarburi condotta da Caracas
nella Fascia dell’Orinoco, una delle zone più ricche di greggio del
pianeta. Ieri sera il portavoce del Dipartimento di stato USA Sean
McCormack ha significativamente dichiarato che la Casa Bianca «appoggia
pienamente» l’azione della Exxon Mobil. Da Caracas la replica non si è
fatta attendere: «Le cose ora sono più chiare: dietro la manovra della
Exxon Mobil c’è il governo degli Stati Uniti che rappresenta l’oligarchia
transnazionale. È lo stato delle multinazionali che opera attraverso il
potere politico». In merito alle querele sporte presso i tribunali
esteri, a cui il colosso USA ha chiesto il congelamento di fondi della
Pdvsa fino a 12 miliardi di dollari, il ministro dell’Energia e del
Petrolio, Rafael Ramírez, ha annunciato che a partire da giovedì la
società venezuelana presenterà la sua tesi difensiva.
- Venezuela. 14 febbraio 2008. La Exxon
era abituata a fare il bello e il cattivo tempo in Venezuela, fin dagli
anni '20 del '900 quando la sua filiale Creole Petroleum spadroneggiava
nei pozzi scoperti intorno a Maracaibo. La partita in corso oggi è, ad
osservare il versante statunitense, un mirabile riflesso dell'intreccio
tra ragioni di profitto e direttrici geopolitiche imperialiste. Qualunque
sia l'esito della controversia, resta l'ampiezza di una sfida di portata
enorme compiuta da una multinazionale contro uno Stato che vuole mantenere
il controllo sulle proprie risorse. Un pericoloso precedente che potrebbe
indicare la via ai numerosi procedimenti analoghi intentati dalle
multinazionali contro altri Stati come la Bolivia, che hanno alzato la
testa. L'offensiva contro Chavez passa per il ricatto giuridico e lo
strangolamento economico internazionale: è questa l'opinione di molti
analisti. Il tema è ampio oggetto di discussioni su Telesur e sui
media venezuelani. L'intento evidente di Washington è quello di esercitare
pesanti ripercussioni economiche colpendo gli interessi venezuelani nel
mondo ed in ultima istanza punta a ridurre notevolmente le iniziative
sociali del governo Chavez, legate ai proventi del petrolio. Questo,
secondo Washington, determinerebbe una conseguente disaffezione della base
popolare.
- Venezuela. 14 febbraio 2008. Nel corso
del programma domenicale "alò Presidente", il presidente
venezuelano Hugo Chavez ha attaccato Parmalat e Nestlé, accusate di
accaparrarsi il latte sottraendolo a cooperative e stabilimenti statali.
Da tempo nel paese si registrano problemi di approvvigionamento: una
situazione che rischia di vanificare gli sforzi del governo a favore delle
classi disagiate. L'incremento dei consumi popolari, ottenuto grazie al
controllo dei prezzi dei generi alimentari, al sistema di mercati statali
nei quartieri più poveri, all'incremento graduale dei salari si scontra
oggi con la carenza di prodotti di prima necessità. Chavez è stato chiaro:
rischiano l'esproprio.
- Venezuela/Colombia. 15 febbraio 2008. Le FARC
respingono la mediazione di Spagna e Chiesa cattolica nello scambio
prigionieri. La posizione delle FARC (Forze Armate Rivoluzionarie di
Colombia) è stata resa nota ieri. «Il governo spagnolo e la Chiesa
cattolica di Colombia, nel prendere posizione a favore del governo sulla
'parapolitica' (provate collusioni di ministri e dello stesso
presidente Alvaro Uribe con gli squadroni della morte ed il narcotraffico,
ndr) di Uribe, si sono autoesclusi come possibili mediatori», ha
dichiarato il portavoce internazionale delle FARC, Raúl Reyes, all'agenzia
Prensa Latina di Cuba. Ha quindi espresso apprezzamento per la
proposta del presidente venezuelano Hugo Chávez di riconoscimento dello
status di belligerante alla organizzazione di cui è parte, che figura
nella lista delle «organizzazioni terroriste» dell'Unione Europea e
degli Stati Uniti, riconoscimento già votato dall'Assemblea venezuelana.
Ha quindi detto senza mezzi termini che Chávez è la migliore figura di
riferimento fino ad oggi per un apporto positivo alla soluzione
dell'accordo umanitario sullo scambio tra i prigionieri nelle mani della
guerriglia e quelli delle FARC incarcerati nelle prigioni di massima
sicurezza colombiane.
- Venezuela. 23 febbraio 2008. Chávez
denuncia USA e Colombia. Il presidente venezuelano, Hugo Chávez, denuncia
ancora una volta il piano degli Stati Uniti, in collaborazione con la
Colombia, di infiltrazione di paramilitari in territorio venezuelano. «È
un piano dell'impero. I paramilitari operano dalla Colombia con l'appoggio
di alcune istituzioni dello Stato colombiano». Sotto accusa in particolare
il Departamento Administrativo de Seguridad di Bogotá. «Stanno
infiltrando paramilitari colombiani non più solo alla frontiera con Zulia
e altri Stati come Táchira, ma nei quartieri di Caracas». Nella
capitale, ha aggiunto, «il paramilitarismo colombiano alleato al
narcotraffico regala o vende droga a bassissimo prezzo, per creare una
base di operazioni nei quartieri poveri».
- Venezuela / Argentina. 6 marzo 2008. Energia
venezuelana in cambio di alimenti argentini. È quanto hanno concordato
oggi Buenos Aires e Caracas. Il Venezuela è ricchissimo di petrolio e gas.
L’Argentina ha capacità di produzione di cibo per oltre 500 milioni di
abitanti e ne ha solo 40. Per Buenos Aires in preda a una crisi energetica
che minaccia di portare all’interruzione dei cicli produttivi, il
carburante venezuelano ha importanza vitale e ben si comprende la
soddisfazione argentina di fronte all’impegno assunto da Hugo Chávez di
fornire fino a 2.300.000 barili di diesel e fino a 100 milioni di olio
combustibile. «Garantiremo tutta l’energia di cui l’Argentina ha
bisogno per il secolo XXI», ha assicurato il presidente venezuelano.
Quanto a Caracas, potrà contare non solo su accresciute forniture di
prodotti alimentari, ma su un aiuto in termini di know how per
produrre in modo più efficiente
- Venezuela.
3 aprile 2008. A
breve la nazionalizzazione dell’industria del cemento. L’annuncio del governo
di Caracas mira a colpire in particolare la messicana Cemex, uno
dei colossi del settore. Il presidente Chávez accusa il gruppo messicano
di reati contro l’ambiente e che la maggior parte del cemento prodotto
venga destinata all’esportazione e non allo sviluppo del paese, dove
esiste un deficit di alloggi di circa 1,8 milioni di unità. Da Città del
Messico, secca risposta del ministero degli Esteri: in un comunicato ha
dichiarato che si farà tutto il possibile per proteggere gli interessi
della Cemex.
- Venezuela/Russia.
23 settembre 2008. La flotta militare russa fa rotta verso il
Venezuela con scalo in Siria. Una flotta di navi da guerra russe è uscita
ieri dalla propria base nel mare di Barents (nord), direzione Venezuela,
dove (a novembre) effettuerà manovre navali senza precedenti dalla Guerra
Fredda, in una regione considerata dagli Stati Uniti come il suo «didietro
patrio». Tra le imbarcazioni: l'incrociatore a propulsione nucleare
"Pietro il Grande" ed il distruttore lanciamissili
"Almirante Chabanenko". La flotta, secondo l'Izvestia,
farebbe scalo in Siria. Il Cremlino, sostiene il quotidiano, intenderebbe
siglare un accordo con Damasco per utilizzare abitualmente i porti siriani
di Tartus e Latakia ed installare portaerei e missili da crociera. Il
presidente del Venezuela, Hugo Chávez, in uno dei suoi ultimi consueti
programmi domenicali, ha detto che il Venezuela è «un alleato
strategico della Russia», ma che «non è nei nostri piani»
l'installazione sul territorio nazionale di basi militari russe. Secondo
un comunicato diffuso dalla marina venezuelana, alle manovre
parteciperanno quattro navi russe con circa mille uomini a bordo e fregate
missilistiche, unità aeronavali e sottomarini delle forze armate di
Caracas. L'annuncio delle esercitazioni giunge in sostanziale concomitanza
con l'arrivo, nel Mar dei Caraibi, della Quarta Flotta USA, che da metà
settembre visiterà «in missione umanitaria» Colombia e Panama. Nei
giorni scorsi, intanto, due bombardieri strategici russi sono atterrati
all’aeroporto di Caracas.
- Venezuela/Russia. 23 settembre 2008. Chavez,
durante la crisi di agosto tra Russia e Georgia, ha espresso solidarietà
alla scelta di Mosca di rispondere all’offensiva lanciata in Ossezia del
sud dal presidente georgiano Mikhail Saakashvili. Il leader venezuelano ha
anche appoggiato il riconoscimento russo della piena sovranità delle
regioni georgiane di Ossezia del sud e Abkazia. Per Mosca, fare
affidamento su un alleato come il Venezuela, rientra nella più ampia
strategia di Putin e del neo presidente Dmitri Medvedev, volta a ridare
alla Russia la propria naturale dimensione di superpotenza dopo venti anni
di umiliazioni e prevaricazioni statunitensi. Un grande gioco che, nella
ricerca di nuovi alleati in grado di condividere la nuova grandezza russa,
dal Venezuela si estende verso l’Asia, in particolare la Cina, e verso il
Medio Oriente in Iran. In secondo luogo, un rafforzamento dei legami tra
Mosca e Caracas rappresenta un’occasione irripetibile per i dirigenti
russi per dare un colpo di maglio alla ormai logora Dottrina Monroe e per
rendere la pariglia a Washington per il sostegno manifestato sia a parole
sia con i fatti alle scelte del presidente georgiano Saakashvili.
Purtuttavia, secondo analisti, la Russia, pur intenzionata a ottenere da
Washington un riconoscimento del suo ritrovato status di superpotenza, non
vuole rompere con gli USA. Mosca ha troppa necessità di investimenti
occidentali e di scambi commerciali con l’Occidente. Di conseguenza,
l’assistenza al Venezuela non andrà oltre una certa soglia e la Russia si
limiterà a svolgere un’azione di disturbo nella ormai sempre più debole
sfera di influenza USA sull’emisfero occidentale.
- Venezuela. 28 settembre 2008. «Regoliamo
la finanza internazionale». A Parigi, dove ha incontrato Nicolas
Sarkozy, il presidente venezuelano Hugo Chavez si è detto d'accordo con il
capo dello Stato francese che ha evocato nuove regole per i mercati
finanziari travolti dalla crisi dei "mutui subprime" negli Stati
Uniti. «Noi proponiamo il socialismo», ha detto Chavez in
conferenza stampa, «ma la sua proposta ci sembra importante perché va
contro l'idea perversa del mercato che regola tutto». «Abbiamo
sempre raccomandato una trasformazione della cosiddetta architettura
finanziaria internazionale ma nessuno ci ha mai seguito. Oggi si vedono le
conseguenze», ha detto. Anche la proposta di Sarkozy di un vertice da
tenere entro la fine dell'anno sulla crisi finanziaria internazionale ha
trovato d'accordo il presidente venezuelano. «Sarebbe bene organizzare
un vertice», ha commentato Chavez, «ma non solamente con il G8»,
ha aggiunto, con riferimento ai Paesi del Sud del mondo, all'Africa e
all'America Latina. «Occorre aprire la via a una nuova era post Bretton
Woods», ha quindi affermato Chavez, rilevando che «gli Stati Uniti
non hanno saputo agire in maniera responsabile, una volta che hanno avuto
l'immenso potere dell'egemonia del dollaro».
- Venezuela.
25 novembre 2008. Trionfo del Psuv (con qualche nube). Positivo
debutto elettorale per il Partido Socialista Unido de Venezuela: nelle
consultazioni regionali e amministrative del 23 novembre si è imposto in
17 dei 22 Stati e nell’80% dei municipi. Un dato importante, grazie al
quale il Psuv si consolida come prima forza politica, nonostante la
recente rottura con il Partido Comunista e Patria para Todos, che dopo
aver respinto la confluenza nel raggruppamento voluto da Chávez avevano
deciso di presentare propri candidati. Le elezioni di domenica 23 hanno
visto un'alta affluenza alle urne (intorno al 65%). Il trionfo del governo
è però offuscato dal risultato dell'opposizione che, pur diminuendo in
numero di voti, ha conquistato il controllo dei due Stati più ricchi e
popolosi, Miranda e Zulia, e delle città di Caracas e Maracaibo. In
quest'ultimo centro, il secondo per importanza del paese, è stato eletto
sindaco Manuel Rosales, il leader violentemente attaccato un mese fa dallo
stesso Chávez, che lo aveva accusato di voler attentare alla sua vita. Se
il progetto bolivariano si conferma dunque maggioritario, l'opposizione si
rafforza in alcuni punti chiave, da cui potrà esercitare un’influenza
superiore alla sua consistenza reale.
- Venezuela/Russia. 14 marzo 2009. Prossima
l’apertura di basi aeree russe in Cuba e Venezuela? Il comandante delle
forze aeree strategiche russe, il generale Anatoli Jikharev, ha detto che
il presidente venezuelano Hugo Chavez ha offerto la disponibilità di
un’isola per lo stazionamento temporaneo dei bombardieri strategici russi
e che per tale possibilità non viene esclusa nemmeno Cuba. Lo riferisce
l'agenzia Interfax. Jikharev ha detto che una tale proposta
venezuelana esiste e che «se ci sarà una decisione politica in tale
senso è possibile». Il generale ha precisato di aver visitato lo
scorso anno l’isola venezuelana di Arcila e che la pista potrebbe essere
usata per decolli e atterraggi dopo alcuni lavori di ristrutturazione. Lo
stesso generale non ha escluso che il territorio cubano potrebbe essere
utilizzato per la «presenza temporanea dei bombardiere strategici»
durante pattugliamenti aerei. Non si tratterrebbe però, formalmente, di
una base vera e propria: la costituzione venezuelana vieta le basi
militari straniere sul territorio del paese.
- Venezuela. 31 marzo 2009. Chávez
invita in Venezuela al-Bachir e critica il cinismo dei paesi occidentali.
Il presidente venezuelano, Hugo Chávez, ha invitato il suo omologo
sudanese, Omar al-Bachir, a visitare il Venezuela. Un invito, ha detto,
per dimostrare il sostegno del suo paese di fronte all'ordine di arresto
che questi ha ricevuto su disposizione del Tribunale Penale
Internazionale. Chávez ha definito la decisione del Tribunale come «assurdità
giuridica e abuso politico non solo nei confronti del Sudan, ma di tutti i
popoli del Terzo Mondo». Questa decisione, ha proseguito nel corso di
un suo discorso pubblico, riflette il «cinismo» dei paesi
sviluppati. C'è da chiedersi, ha aggiunto, «perché non si persegua Bush».
Ha quindi considerato ipocrita l'«atteggiamento dell'Impero» (gli
Stati Uniti) sul nuovo governo israeliano che non riconosce la Palestina
come un paese, dopo che Washington ha tanto asparamente criticato Hamas
per il suo non riconoscimento di Israele.
- Venezuela
/ Iran. 6 aprile 2009. Banca e medicina. Tra i progetti avviati tra
l'Iran e il Venezuela, c'è anche la nascita di un grande gruppo
farmaceutico tra i due paesi, il cui obiettivo è quello di contribuire a «spezzare
le grandi transnazionali farmaceutiche della morte». Lo ha detto il
presidente Hugo Chavez, che nei giorni scorsi è stato in visita a Teheran.
Insieme a questo progetto, Chavez ha ricordato che l'Iran e il Venezuela
puntano oltre, al rafforzamento di altri settori tramite altre società
congiunte, per esempio nei settori dell'agroindustria, l'energia e lo
sfruttamento delle risorse minerarie. Secondo l'agenzia Ansa, in un
articolo pubblicato ieri a Caracas, Chavez ha inoltre ricordato
l'inaugurazione a Teheran di una filiale della nuova Banca bi-nazionale
iraniano-venezuelana: si tratta di «un nuovo strumento affinché i
popoli possano liberarsi dalla dittatura del dollaro», ha precisato,
rilevando l'importanza di dell'iniziativa, che ha avuto luogo «mentre
nel mondo intero le grandi banche continuano a fallire». Capitale
iniziale: 200 milioni di dollari, versati in parti uguali dai due governi.
- Venezuela / Cina. 9 aprile 2009. Chávez
firma 98 progetti di cooperazione con Pechino. Ha promesso di affrettare i
tempi per un ampliamento delle esportazioni di petrolio da 380mila a un
milione di barili al giorno. L'espansione energetica sarà finanziata da un
fondo di 6mila milioni di dollari, due terzi dei quali sono già stati
depositati dalla Cina.
- Venezuela/Cina.
16 aprile 2009. È
Pechino il nuovo centro geopolitico mondiale. Lo ha affermato il
presidente venezuelano Hugo Chavez la scorsa settimana durante una visita
a Pechino. «Durante la crisi finanziaria, le azioni della Cina sono
state molto positive per il mondo. Attualmente, la Cina è il più grande
motore che sta guidando il mondo in mezzo a questa crisi del capitalismo
internazionale». Secondo Chavez «il mondo unipolare è collassato.
Il potere dell’impero USA è collassato». Il presidente venezuelano ha
detto all’omologo Hu Jintao che Caracas mira a triplicare le forniture
petrolifere alla Cina, come parte di una strategia che mira a trovare
nuovi mercati di sbocco oltre agli USA. Dal canto suo Pechino ha
annunciato negli ultimi mesi di aver avviato la costruzione di un gasdotto
dall’Uzbekistan, di un oleodotto dal Kazakistan ed un altro dalla Russia,
e negoziato contratti bilionari di forniture di petrolio e gas con l’Iran
e la Venezuela
- Venezuela. 18 aprile 2009. «L'ingerenza
USA in Venezuela assumerà forme più insidiose: la nuova amministrazione ha
già aumentato del 35% il finanziamento alla Usaid e alla Ned». Lo
sostiene l'avvocata statunitense-venezuelana Eva Golinger riferendosi al
nuovo governo Obama. Da anni, la Golinger è impegnata ad indagare il lato
occulto di organizzazioni e fondazioni come l'United States Agency for
International Development (Usaid), o la National Endowment for Democracy
(il fondo nazionale per la democrazia, la Ned). L'ultimo suo libro in
tema, scritto con il giornalista Romani Migus, s'intitola "La
teleraña imperial" (La ragnatela dell'impero), ed è una mappa
interattiva della complessa rete di fondazioni, imprese, forze armate,
mezzi di comunicazione, organizzazioni non governative che difendono le
classi dominanti: il lato oscuro del capitale.
- Venezuela. 18 aprile 2009. Nel
direttivo di grandi multinazionali come Chevron o Carlyle Group figurano
membri di organismi che si dicono indipendenti come Human Rights watch,
Ford foundation, Freedom house, National endowment for democracy. Vi si
ritrovano però alti funzionari della CIA, del Dipartimento di Stato, del
Pentagono, che utilizzano Ong come Sumate in Venezuela o altri partiti
politici per i loro piani destabilizzanti, e li finanziano attraverso i
loro alleati: l'Istituto repubblicano internazionale (Iri), la Fondazione
Konrad Adenauer in Germania, la Fondacion Faes in Spagna, eccetera.
Istituti e agenzie come Usaid e Ned filtrano denaro a diversi gruppi in
Venezuela, Bolivia, Ecuador e in oltre 70 paesi del mondo. Così la
Golinger. In Venezuela oltre 350 organizzazioni, partiti politici, Ong
ricevono finanziamenti.
- Venezuela. 18 aprile 2009. Washington, dopo aver sostenuto il colpo
di stato dell'11 aprile 2002 e, nel 2004, aver finanziato con 10 milioni
di dollari il referendum contro il presidente Chavez (che però vinse con
un ampio margine), ha deciso, nel 2005, di cambiare strategia. Tre gli
assi principali oggi: politico, psicologico e militare. L'asse politico:
ingerenza tramite il cosiddetto sviluppo della democrazia. La National
endowment for democracy (Ned) ha creato un movimento mondiale sedicente
per la democrazia, con dentro organizzazioni spagnole, tedesche,
norvegesi. Il secondo aspetto poggia sulla guerra mediatica: demonizzare
Chavez per preparare l'opinione pubblica a un'eventuale aggressione
militare. Dopo 4 anni di questa strategia, Chavez risulta un «dittatore»,
dagli Usa all'Europa. Il terzo aspetto è quello militare: l'anno scorso
gli USA hanno riattivato la Quarta flotta, un comando regionale che non
era più presente dal 1950. Nel rapporto del nuovo capo della CIA, nominato
da Obama, il Venezuela resta una minaccia. Come ha detto Chomsky, è la
minaccia del buon esempio: in Venezuela milioni di invisibili oggi si
fanno sentire.
- Venezuela. 12 maggio 2009. Blocco
della commercializzazione e ritiro dal mercato della Coca Cola Zero, «dannosa
per la salute». L’ordine del governo venezuelano è arrivato ieri alla
filiale locale della Coca Cola. Lo ha annunciato il ministro per la Salute
Jesus Mantilla, secondo il quale la decisione è stata determinata dal
fatto che la bevanda contiene un componente, al momento non ancora
specificato, che può essere dannoso per la salute dei cittadini. Non si
tratta del primo attrito tra il colosso commerciale e il governo di
Caracas. Nel marzo scorso infatti il presidente venezuelano Hugo Chávez
aveva detto di voler requisire i terreni utilizzati fino a quel momento
dalla Femsa a magazzini e parcheggi per destinarli ad un piano di edilizia
popolare. Secondo le parole del capo di Stato, l’azienda delle bevande
avrebbe avuto due settimane di tempo per abbandonare i terreni. L’impresa
rispose offrendo «la disponibilità» a trattare con il governo
venezuelano, anche se, in una nota diffusa solo in Messico - sede della
sigla che commercializza i prodotti della Coca Cola nel subcontinente - si
ventilava la possibilità di spostare direttamente gli stabilimenti in un
altro paese. Due giorni dopo Caracas offrì alla Femsa la possibilità di
spostare gli stabilimenti nei pressi di un’autostrada in costruzione.
- Venezuela/Colombia. 7 agosto 2009. Uribe non
placa le inquietudini regionali dopo l’accordo militare con gli USA. Il
Brasile è stata l’ultima tappa della maratona del presidente della
Colombia, Álvaro Uribe, per indorare la pillola del suo controverso
accordo militare con Washington che include utilizzo di sette basi e
addestramento militare. Hugo Chávez ha avvertito che ne potrebbe derivare
un conflitto bellico. A tempo di record Uribe ha visitato Perù, Bolivia,
Argentina, Cile, Paraguay, Uruguay e Brasile. Venezuela ed Ecuador sono
state escluse dalla sua agenda. Finora le risposte dei diversi
interlocutori si sono mosse sul terreno della diplomazia. Il cancelliere
cileno Mariano Fernández ha dichiarato che «il Cile rispetta la
sovranità, l’interesse nazionale e le decisioni di ciascun paese in questo
continente, ed in questo caso particolarmente della Colombia». Il
peruviano Alan García –alleato di Uribe– è stato l’unico che ha appoggiato
ed apprezzato apertamente questo accordo. La presidentessa argentina,
Cristina Fernández, ha invece invitato il mandatario colombiano ad «abbassare
la tensione» nella regione, avvertendo che «l’installazione di
queste basi non è in sintonia con questo obiettivo». Il più aspro è
stato il venezuelano Hugo Chávez. In conferenza stampa a Palacio de
Miraflores ha detto che «queste basi potranno segnare l’inizio di una
guerra in Sudamerica. Si tratta [gli USA, ndr] dello Stato più
aggressivo nella storia dell’umanità». Chávez ha situato in questo
contesto la polemica suscitata dalla notizia delle armi di fabbricazione
svedese vendute, negli anni Ottanta, all’esercito venezuelano dalla
Svizzera e che sarebbero state rinvenute in un accampamento delle FARC. La
notizia è stata resa pubblica pochi giorni dopo che il Venezuela «ha
cominciato ad alzare la voce» contro queste basi. Alfonso Cano,
considerato il numero uno delle FARC, nella prima intervista concessa,
nella fattispecie alla rivista Cambio, rispondendo alle domande
rivolte via Internet dalla testata, ha detto che quelle armi «le
abbiamo rubate» e ha accusato il governo di Uribe e Washington di
manipolazione delle notizie. E a proposito dei presunti finanziamenti dei
guerriglieri alla campagna elettorale del 2006 del presidente ecuadoriano
Rafael Correa, Cano ha smentito ogni coinvolgimento delle FARC («nemmeno
lo conosciamo»).
- Venezuela. 7 agosto 2009. Iñaki
Etxebarria è libero. L'indipendentista basco era in carcere a Caracas per
circa 100 giorni su richiesta delle autorità spagnole, che ne avevano
sollecitato l'estradizione per legami con ETA. Rifugiato politico da oltre
10 anni, nonché cittadino venezuelano, la giustizia venezuelana, coerentemente
con il progetto popolare della repubblica bolivariana, ne ha stabilito la
scarcerazione.
- Venezuela/Iran. 5 settembre 2009. Si
rafforzano le relazioni politico-economiche tra Caracas e Teheran. Durante
la visita di Chavez verranno sottoscritti una serie di accordi in diversi
settori, da quello dell’energia al commercio, passando per sanità e
settore finanziario. Il settore chiave è quello energetico: Caracas
invierà nel Paese mediorientale, tra i più ricchi al mondo di giacimenti
di petrolio e gas ma con un’industria della raffinazione molto debole,
ventimila barili di benzina al giorno. Il nuovo accordo si aggiunge ad uno
analogo firmato nel 2007 e arriva nel momento in cui la comunità
internazionale, su pressione di Washington, ipotizza la chiusura dei
rubinetti del petrolio verso Teheran in mancanza di un suo cambio di rotta
sul fronte del nucleare. L’intesa, di 800 milioni di dollari annui in un
fondo in Iran, dovrebbe prendere il via ad ottobre e servirà, ha spiegato
Chavez, a finanziare l’acquisto di nuove tecnologie iraniane. Per questo è
prevista la costituzione di un fondo comune che finanzi progetti di
scambio tra prodotti petroliferi venezuelani e beni, servizi, tecnologie e
strumenti iraniani. Teheran ha inoltre ottenuto lo sfruttamento di una
delle aree nella falda petrolifera dell’Orinoco, attraverso un
investimento congiunto di circa 1,4 miliardi di dollari. Si raffforza così
l’alleanza antimperialista tra i due Paesi, che fanno parte di quel «nuovo
fronte indipendente» auspicato dal leader supremo della rivoluzione
iraniana, l’ayatollah Ali Khamenei. Il leader religioso ha portato ad
esempio proprio l’America Latina, sempre meno “cortile di casa” di
Washington. Chavez e Ahmedinejad hanno sottolineato l’identità di vedute
sul fronte internazionale, il primo sostenendo il diritto di Teheran a
sviluppare il nucleare a fini pacifici, evidenziando che «non c’è una
sola prova che l’Iran stia costruendo la bomba nucleare», mentre il
secondo ha condannato la presenza di truppe statunitensi in America
Latina, confermato dall’accordo militare tra Colombia e USA.
- Venezuela / Libia. 28 settembre 2009. Chavez e
Gheddafi perorano una precisazione del concetto di terrorismo. I due
leader si sono incontrati all’indomani del vertice tra capi di governo
africani e sudamericani e hanno firmato una dichiarazione congiunta con la
quale sollecitano una conferenza globale proprio per tracciare nuovi
termini che definiscano il concetto di terrorismo. Nessuno dei due ha
rilasciato commenti su questo documento, che rifiuta «i tentativi di
accostare la legittima lotta delle persone per la libertà e
l’autodeterminazione» con il terrorismo, stando a quanto riportato dal
sito ufficiale del governo venezuelano. Chavez ha ripetutamente incontrato
Gheddafi durante la visita di quest’ultimo in Sud America. Centinaia di
venezuelani si sono radunati ieri sull’isola di Margarita, dove Chavez ha
donato a Gheddafi una replica della spada dell’eroe sudamericano per
l’indipendenza Simon Bolivar. «Stiamo scrivendo una nuova pagina di storia.
Siamo qui per cambiare la storia e creare un socialismo nuovo, un mondo
nuovo», ha detto Chavez.
- Venezuela/Colombia.
30 ottobre 2009.
Il patto militare tra Stati Uniti e Colombia è un atto di ostilità, una
minaccia, destabilizzerà la regione e potrebbe fornire agli Stati Uniti un
trampolino per invadere il suo paese, ricco di petrolio. Lo ha detto oggi
il presidente venezuelano Hugo Chavez. Funzionari di Stati Uniti e
Colombia dicono che la presenza USA nel paese andino non supererà i limiti
fissati in precedenza dall’Assemblea di 800 soldati e 600 contractor.
Intanto sono già stanziati 46 milioni di dollari di finanziamento, buona
parte dei quali è destinata alla base aerea di Palanquero, vicino Bogotà.
Washington ha ridisegnato la mappa delle sue basi dopo che il leader
dell’Ecuador, Rafael Correa, alleato di Chavez, aveva rifiutato di
concedere un prolungamento della missione statunitense nel suo paese.
- Venezuela/Colombia. 8 novembre 2009. Prepararsi
alla guerra. Così si è rivolto ai suoi concittadini, nel corso del
consueto programma domenicale "Aló Presidente", Hugo Chávez,
lanciando un ammonimento al presidente USA, Barack Obama: «Non cada in
errore e non ordini un'aggressione aperta contro il Venezuela utilizzando
la Colombia. Perché noi siamo disposti a tutto: il Venezuela non sarà mai
più una colonia degli yankee né di nessuno». Oggetto
polemico di Chávez è l'accordo tra Washington e Bogotá, siglato il 30
ottobre, che consente ai militari USA di utilizzare sette basi colombiane,
ufficialmente per combattere il terrorismo e il narcotraffico. Fidel
Castro ha parlato di «annessione della Colombia agli
Stati Uniti». Tra i
punti dell'accordo, il numero dei militari statunitensi: 800 soldati e 600
contrattisti, con l'articolo IV che apre la porta a un aumento anche
considerevole del contingente. Alle truppe USA viene concesso l'utilizzo
di installazioni militari e civili e il libero transito attraverso il
territorio colombiano ed all'intero personale una sorta di immunità
diplomatica, non dovendo così rispondere dei propri atti davanti alla
giustizia locale. L'accordo, della durata di dieci anni rinnovabili, non è
stato sottoposto all'approvazione del Senato colombiano ed è stato
definito illegale dai candidati presidenziali dell'opposizione Gustavo
Petro (Polo Democrático Alternativo) e Rafael Pardo (Partido Liberal).
Questo accordo va letto, in un quadro più ampio, con quello raggiunto tra
il presidente panamense Martinelli e il Dipartimento di Stato USA, di cui
sono filtrati dettagli. Agli Stati Uniti verranno concesse quattro basi
aeronavali: nell'Isla Chapera (arcipelago di Las Perlas), a Rambala
(provincia di Bocas del Toro), a Punta Coco (provincia di Veraguas) e a
Bahía Piña (provincia di Darién). Anche in questo caso la presenza
nordamericana viene giustificata con la guerra alla droga e al terrorismo.
- Venezuela/Colombia. 8 novembre 2009. La
conflittualità tra Caracas e Bogotá è stata ravvivata negli ultimi tempi
da gravi incidenti nella zona di confine. Il 2 novembre il presidente
Chávez ha ordinato la chiusura delle frontiere dopo la morte di due
soldati della Guardia Nacional venezuelana in uno scontro a fuoco nello
Stato di Táchira. Contemporaneamente il ministro degli Esteri di Caracas,
Nicolás Maduro, basandosi su documenti sequestrati ad agenti del Das (Departamento
Administrativo de Seguridad, la polizia politica colombiana) arrestati
in Venezuela, accusava il governo Uribe di voler spiare e destabilizzare i
paesi della regione.
- Venezuela. 8 gennaio 2010. Un Aereo
P3 da combattimento statunitense viola nuovamente per 19 minuti lo spazio
aereo venezuelano. Era partito dalla base militare di Washington a
Curaçao. Il Presidente Chávez ha ordinato l’intercettazione dell’aereo da
parte degli F16 venezuelani, che lo hanno scortato fuori dal territorio
venezuelano, destinazione Curaçao. Washington ha provato a negare il
fatto, smentito dalla registrazione dello scambio tra la torre di
controllo dell’aeroporto venezuelano di Maiquetía e il pilota
statunitense. Non si tratta di un incidente isolato. Dal 2006, il
Pentagono ha incrementato la sua presenza nell’isola di Curaçao, in cui
mantiene una base operativa dal 1999. Nel testo originale del trattato tra
Olanda e Washington, si autorizza la presenza militare statunitense a
Curaçao per missioni contro il narcotraffico. Ma, dopo l’11 settembre
2001, Washington ha cominciato ad utilizzare tutte le sue installazioni
militari per combattere supposte «minacce terroriste» o
attentati contro gli interessi statunitensi. Dall’anno 2006, le operazioni
statunitensi da Curaçao non hanno avuto solo carattere di missioni contro
il narcotraffico, ma hanno registrato anche la presenza dell’Esercito, della
CIA e delle forze speciali USA. Insieme, le componenti militari e i
servizi dell’intelligence statunitensi hanno iniziato a svolgere manovre
ed esercitazioni per combattere «una potenziale minaccia
terrorista nella regione». Nel luglio 2008 è stata riattivata
la Quarta Flotta dell’Armata degli USA, anche «per
dimostrare la forza e il potere degli USA e difendere i loro interessi e
alleati nella regione», come ha dichiarato il suo
comandante. Una pubblicazione del Dipartimento di Stato ha classificato le
isole olandesi di Aruba, Bonaire e Curaçao come la «Terza
Frontiera degli Stati Uniti», segnalandole come parte
della «frontiera
geopolitica degli Stati Uniti» nella regione.
- Venezuela. 11 gennaio 2010. Militari
nelle strade contro la speculazione e la minaccia dell'esproprio per i
commercianti che cercheranno di approfittare della situazione. Questi gli
strumenti, annunciati ieri dal presidente venezuelano Hugo Chavez, che il
governo è pronto a mettere in campo per impedire che la svalutazione della
moneta nazionale, il bolivar fuerte, determini un'impennata dei prezzi per
i cittadini del Paese latinoamericano. Nel corso della sua trasmissione
televisiva "Alò presidente", Chavez ha annunciato l'intenzione
di espropriare le attività commerciali che aumenteranno i prezzi, per
consegnarle ai lavoratori. Il Venezuela nel 2009 è stato uno dei Paesi con
l'inflazione più alta della regione, con un aumento dei prezzi superiore
al 25%. Un quadro che si completa con la forte presenza di un mercato nero
nel quale la moneta nazionale viene scambiata con un tasso che arriva a
essere tre volte più alto di quello ufficiale. L'intervento di
svalutazione operato dal governo ha creato un doppio cambio (triplo se si
aggiunge il diffuso fenomeno del mercato nero): alimenti e prodotti di
base godranno di un cambio quasi inalterato a 2,60 bolivar per dollaro,
mentre per tutti gli altri settori sarà a 4,30.
- Venezuela. 16 gennaio 2010. Aumento
del salario minimo pari al 25%. L'annuncio è venuto direttamente dal
presidente venezuelano Hugo Chavez. Nominati due nuovi ministri: Alì
Rodriguez all'Elettricità e Jorge Giordani agli accorpati ministeri della
Pianificazione e delle Finanze. Chavez, parlando in Parlamento, ha
minacciato di espropriare i negozi che aumentano i prezzi.