Gaza. Controinformazione e Resistenza
– eventi, commenti, analisi dal / sul Campo di
concentramento e di sterminio di Gaza (23 dicembre 2008 - 10 gennaio 2009)
–


Se Auschwitz, al pari di Hiroshima, è stato il simbolo degli
orrori del XX° secolo, Gaza vanta con Falluja (Iraq) ottime credenziali per
assurgere ad emblema delle atrocità del XXI°. Nella «prigione a cielo aperto»
di Gaza (28, 30 dicembre, 4, 6, 7 gennaio), ad una situazione già drammatica a
causa del "blocco" –che ha ulteriormente inasprito l’occupazione
israeliana, nodo di fondo insoluto della questione palestinese (28, 30
dicembre, 3, 8 gennaio)– si sono aggiunti i bombardamenti. Questo è parte di un
piano secondo alcuni ideato da tempo (6, 8 gennaio) per sottomettere una volta
per tutte la popolazione locale (8 gennaio) se non addirittura promuovere
l’ennesima "pulizia etnica", il fondamento dello Stato d’Israele (23
dicembre) che, al di là dei ritriti slogan sul "processo di pace" (30
dicembre), mira solo a ripulire dagli arabi la terra di Palestina per
"riunire" l’inesistente "popolo ebraico" (24, 26 dicembre).
I bombardamenti israeliani, «illegali» e «crimini contro l’umanità»
anche per l’ONU (27 dicembre, 9 gennaio), stanno causando una carneficina di
donne, vecchi e bambini, oltre alla distruzione di campi profughi,
infrastrutture sanitarie, scuole, moschee, palazzi interi (28, 30, 31 dicembre,
2, 3, 7 e 8 gennaio). Dal fosforo bianco ai nuovi ordigni "Dense inert
metal explosive" (5, 7, 8 e 9 gennaio), Israele non risparmia l’uso di armi
proibite dalle convenzioni internazionali e dagli effetti terrificanti. Ma
tutto è permesso all’"unica democrazia del Medio Oriente", unica
davvero in tema di menzogne (29 dicembre, 4 gennaio)! Impunità garantita,
grazie al sostegno degli USA (10 gennaio) e alla condiscendenza del cosiddetto
"Occidente", tra cui non mancano di distinguersi, per servilismo, il
governo Berlusconi ed i mass media di casa nostra. Si ha un’idea delle morti, delle
mutilazioni e delle distruzioni provocati quotidianamente dai bombardamenti? Si
dia un’occhiata a questo video ed a quelli collegati, veri e propri documentari
dalla Striscia:
http://www.youtube.com/watch?v=d5KyhllGXiE&feature=related.
Tutto questo non dice ancora tutto di quel che sta avvenendo
a Gaza. Ci sono una popolazione ed una resistenza che si mostrano indomite
all’aggressione e nient'affatto disposte a piegarsi. Soprattutto in questi
tremendi giorni Gaza rappresenta il Davide provvisto di pochi mezzi che
eroicamente fronteggia il vile Golia sionista, tanto spietato e
vigliacco nel massacrare dall’alto civili inermi (1 gennaio) quanto in
difficoltà nel fronteggiare gli scontri corpo a corpo sul terreno di battaglia
(2, 10 gennaio). Gaza incarna oggi i valori universali ed eterni della
solidarietà e della resistenza popolare, assurge a simbolo della lotta per la
tutela della propria libertà e dignità e per una vita degna di essere vissuta,
lotta che approverebbe persino il "non violento" Mahatma Gandhi (26
dicembre). Le autorità isareliane pensavano che, massacrando con i
bombardamenti, sarebbero riusciti a vincere nel più breve tempo possibile (30
dicembre). La loro cieca furia assassina sta producendo invece un rafforzamento
della resistenza palestinese (2, 3 gennaio), oggi incarnata dal movimento «apparentemente
religioso» (1 gennaio) di Hamas, che proprio grazie ai bombardamenti sta
incrementando la propria popolarità a Gaza ed in Cisgiordania (30, 31 dicembre,
2, 9 gennaio) oltre che nel mondo arabo (29 dicembre, 3, 8, 9 gennaio). Il leader
della comunita israelitica italiana, Riccardo Pacifici "agente" del governo israeliano,
organizza iniziative per cercarre di migliorarne la sua immagine criminale (4
gennaio).
- 23 dicembre. «La pulizia etnica continua e
Israele vuol farvela accettare». Precisamente un anno fa veniva in
Italia il prestigioso "nuovo storico" israeliano Ilan Pappe per
partecipare ad una conferenza sulla Palestina. Nato nel '54 in Israele da
ebrei tedeschi fuggiti dalla Germania negli anni '30, ha pubblicato libri
importanti per mistificare i miti del sionismo, ultimo The ethnic cleansing
of Palestine ("La pulizia etnica della Palestina", Fazi
editore, 2008), che si incentra sulle deportazioni e le espulsioni coatte
dei palestinesi nel 1948, quando circa 400 villaggi vennero dai sionisti
spopolati, cancellati e distrutti nei successivi cinque anni. Dopo aver
insegnato ad Haifa, Pappe è stato costretto a trasferirsi in Gran
Bretagna, dove insegna presso l’Università di Exeter. Intervistato da il
Manifesto, Pappe spiega le cause dell’espulsione dei palestinesi nel
'47-'48 con il problema demografico dello Stato sionista: «l’esistenza
di 600.000 ebrei contro un milione di palestinesi. Prima che gli arabi,
nel febbraio del '48, decidessero di opporsi militarmente, gli israeliani
avevano già sloggiato più di 300.000 autoctoni».
- 23 dicembre. Israele è dunque, nelle parole dello
storico Pappe, uno Stato fondato sulla pulizia etnica dei palestinesi. «Quando
nacque lo Stato, nessuno gli rimproverò la pulizia etnica su cui si era
fondato, un crimine contro l’umanità (…). Da quel momento, la pulizia
etnica divenne un'ideologia, un paramento infrastrutturale dello Stato. Discorso
tuttora valido, perché il primo obiettivo resta demografico: ottenere la
maggior quantità di territorio con il minor numero di arabi». Una
politica che è continuata negli anni seguenti. «Durante la Guerra del
1967, 300mila palestinesi furono espulsi dalla Cisgiordania; in questi
ultimi sette anni la pulizia etnica è diventata la "costruzione del
muro" che respinge i palestinesi verso il deserto, al di fuori
dell'area assegnata della Grande Gerusalemme. Il problema è che i
dirigenti israeliani concepiscono il proprio Stato in termini etnici,
razziali e dunque sono razzisti a tutti gli effetti (…) Il cosiddetto
"processo di pace" si riduce a quale parte della Palestina debba
essere nuovamente annessa a Israele e quale eventualmente, piccolissima,
possa essere data alla popolazione palestinese».
- 23 dicembre. Secondo Pappe, occorre cambiare questo
stato di cose a partire dal linguaggio. «Non si tratta di uno scontro
tra ebrei e palestinesi. È colonialismo. Ed è incredibile che nel XXI°
secolo possa ancora essere accettata una politica coloniale. Bisogna
imporre a Israele le stesse misure impiegate contro lo Stato razzista del
Sudafrica, negli anni '60 e '70. Oggi esistono movimenti di opinione di
giovani ebrei, in Europa e negli USA, che denunciano la politica
colonialista e criticano Israele in quanto Stato colonialista e razzista,
non in quanto Stato fondato da ebrei». Inoltre, «la legislazione
francese e di altri paesi europei pone restrizioni al diritto di esprimere
opinioni "revisioniste" verso Israele ma non prende posizione
per la disapplicazione sistematica delle Risoluzioni ONU», come quella
194 che stabilisce il diritto al ritorno nella loro terra dei profughi
palestinesi.<

- 24 dicembre. Il "popolo ebraico"? Non
esiste. Lo argomenta l’israeliano Shlomo Sand, professore di storia
all’Università di Tel Aviv, nato a Linz (Austria) nel 1946 da ebrei
polacchi sopravvissuti alle persecuzioni naziste. Shlomo Sand, autore di
diversi articoli sulla questione e del libro "Quando e come fu
inventato il popolo ebraico" (pubblicato di recente in ebraico dalla
casa editrice Resling –per 19 settimane il libro più venduto in Israele–
ed in francese dalla casa editrice Fayard), è fautore dell’idea di una
Palestina come "Stato di tutti i suoi cittadini" –ebrei,
arabi ed altri. Di seguito riproponiamo parti dell’articolo "Come fu
inventato il popolo ebraico", pubblicato su Le Monde Diplomatique
(settembre 2008). «Ogni israeliano sa che il popolo ebraico esiste da
quando ha ricevuto la Torah (Testo fondatore del giudaismo, comprende
i primi cinque libri della Bibbia: Genesi, Esodo, Levitico, Numeri e Deuteronomio,
ndr) nel Sinai, e che ne è il discendente diretto ed esclusivo. È
convinto che questo popolo, espulso dall'Egitto, si è insediato nella
"terra promessa", dove fu edificato il glorioso regno di Davide
e di Salomone, suddiviso in seguito nei regni di Giuda e di Israele, e che
gli ebrei sono stati esiliati due volte: dopo la distruzione del primo
tempio, nel VI secolo prima di Cristo, e, in seguito a quella del secondo
tempio, nell'anno 70 dopo Cristo. Seguì poi una peregrinazione di quasi
due mila anni: anche se le sue tribolazioni lo portarono nello Yemen, in
Marocco, in Spagna, in Germania, in Polonia e perfino nella profonda
Russia, il popolo ebraico è sempre riuscito a preservare i legami di
sangue tra le lontane comunità, in modo tale che la sua unicità non ha
subito alterazioni». Nell’"educazione nazionale" in
Israele, la Bibbia è dunque assimilabile ad un libro di storia. «I
primi storici ebrei moderni, come Isaak Markus Jost o Leopold Zunz, nella
prima metà del XIX secolo, non la percepivano come tale: ai loro occhi,
l'Antico Testamento si presentava come un libro di teologia costitutivo
delle comunità religiose ebraiche dopo la distruzione del primo tempio. Si
è dovuto aspettare la seconda metà di questo stesso secolo per incontrare
storici, in primo luogo Heinrich Graetz, portatori di una visione
"nazionale" della Bibbia: essi hanno trasformato la partenza di Abramo
per Canaan, l'espulsione dall'Egitto oppure il regno unificato di Davide e
Salomone in racconti di un passato autenticamente "nazionale"».
- 24 dicembre. Secondo Sand, tutta questa storia,
mito fondatore di una presunta "nazione eterna" da riunire fionalmente
sulla terra degli antenati, è infatti semplicemente falsa. Negli anni '80
le scoperte della "nuova archeologia" «contraddicono
la possibilità di un grande esodo nel XIII secolo prima della nostra era.
E Mosè non ha potuto condurre gli ebrei fuori dall'Egitto verso la
"terra promessa" per la semplice ragione che, in quel tempo, la
terra promessa era in mano agli egiziani. Del resto non si trova traccia
di una rivolta di schiavi nell'impero dei faraoni, né di una veloce
conquista del paese di Canaan ad opera di un elemento straniero. Né esiste
segno o ricordo dello sfarzoso regno di Davide e di Salomone». Le
scoperte del decennio scorso attestano l’esistenza, in quel tempo, di due
piccoli regni: «Israele, il più potente, e Giuda, la futura Giudea.
Neanche gli abitanti della Giudea subirono un esilio nel VI secolo a.C.:
solo le sue élite politiche e intellettuali dovettero insediarsi a
Babilonia. Da questo incontro decisivo con i culti persiani sarebbe nato
il monoteismo ebraico». E l’esilio dell'anno 70 d.C., da cui trae
origine la famosa diaspora? «I romani non hanno mai esiliato alcun
popolo in tutta la sponda orientale del Mediterraneo. Ad eccezione dei
prigionieri ridotti in schiavitù, gli abitanti della Giudea continuarono a
vivere sulle loro terre, persino dopo la distruzione del secondo tempio.
Parte di essi si convertirono al cristianesimo nel IV secolo, mentre la
grande maggioranza aderì all'islam nel corso della conquista araba del VII
secolo. Quasi tutti gli intellettuali sionisti lo sapevano perfettamente: Yitzhak
Ben Zvi, il futuro presidente dello Stato di Israele, così come Ben Gourion,
fondatore dello Stato, lo hanno scritto fino al 1929, anno della grande
rivolta palestinese. Entrambi menzionano a più riprese il fatto che i
contadini della Palestina sono i discendenti degli abitanti dell'antica
Giudea (Cfr. David Ben Gourion e Yitzhak Ben Svi, Eretz Israël dans le passé
et dans le présent –1918, in yiddish–, Gerusalemme, 1980 –in ebraico– e
Ben Zvi, Notre population dans le pays –in ebraico–, Varsavia, Comité exécutif
de l'Union de la jeunesse e Fonds national juif, 1929)».
- 24 dicembre. Se la maggioranza degli ebrei non fu
esiliata, come si spiega il loro insediamento in svariati paesi? Sand lo
spiega principalmente con il fatto che il giudaismo fu la prima religione
a mirare al proselitismo, a cercare di convertire persone di altre fedi.
Gli ebrei hanno da sempre formato in varie regioni del mondo comunità
religiose. Essi non rappresentano quindi un "ethnos" portatore
di un’origine unica che avrebbe errato per il mondo per venti lunghi secoli.
«Nel primo secolo d.C. apparve, nell'odierno Kurdistan, il regno
ebraico di Adiabene, che non sarebbe stato l’ultimo regno a "giudaizzarsi":
altri avrebbero seguito la stessa strada. Gli scritti di Giuseppe Flavio
non sono l'unica testimonianza dell'ardore degli ebrei in materia di
proselitismo. Da Orazio a Seneca, da Giovenale a Tacito, molti scrittori
latini esprimono questo timore (...) La vittoria della religione di Gesù,
all'inizio del IV secolo, pur senza porre termine all'espansione del giudaismo,
lo respinge ai margini del mondo culturale cristiano. Nel V secolo, sul
territorio dell'attuale Yemen, sorge un potente regno ebraico, chiamato Himyar,
i cui discendenti conserveranno la loro fede dopo la vittoria dell'islam e
fino ai tempi moderni (…) Berberi giudaizzati parteciperanno alla
conquista della penisola iberica e saranno all'origine della simbiosi
particolare tra ebrei e musulmani, caratteristica della cultura
ispano-araba».
-
24 dicembre. Sand si sofferma pure sulla
diffusione della cultura e della lingua yiddish, parlata dagli ebrei
dell'Europa orientale. Questa trae origine dalla più grande conversione
all’ebraismo, storicamente verificatasi «tra il mar Nero e il mar Caspio:
essa riguarda l'immenso regno khazaki, nell'VIII secolo. L'espansione
del giudaismo, dal Caucaso all'attuale Ucraina, genera numerose comunità che
le invasioni mongole del XIII secolo respingono in massa verso l'est
europeo. È in questi luoghi che, assieme con gli ebrei venuti dalle
regioni slave del sud e dagli odierni territori tedeschi, esse porranno
le basi della grande cultura yiddish». Vicende rimosse dai dipartimenti
di "storia del popolo ebraico", in Israele separati da quelli di
"storia generale". «I conquistatori della città di Davide,
nel 1967, dovevano essere i diretti discendenti del suo mitico regno e non
–che Dio non voglia!– gli eredi di guerrieri berberi o di cavalieri khazaki.
Gli ebrei figurano quindi come un "ethnos" specifico che, dopo
duemila anni di esilio e di erranza, ritorna infine a Gerusalemme, la
sua capitale». I sostenitori di questo mito chiamano in causa
anche la biologia. «Dagli anni '70, in Israele, una serie di ricerche
scientifiche tenta di provare, con ogni mezzo, la prossimità genetica
degli ebrei del mondo intero (…) in una ricerca sfrenata dell’unicità di origine
del "popolo eletto"». L’idea di "popolo eletto",
secondo Sand, «conduce a una definizione essenzialista ed etnocentrista
del giudaismo, alimentando una segregazione che separa gli ebrei dai non-ebrei-arabi
come gli immigranti russi o i lavoratori immigrati (…) Quasi un quarto dei
cittadini non è considerato ebreo e, secondo lo spirito delle sue leggi,
questo Stato non è il loro. In compenso, Israele si presenta sempre come
lo Stato degli ebrei del mondo intero, anche se non si tratta più di
profughi perseguitati, ma di cittadini dotati di pieni diritti nei propri
paesi di residenza».

Mappa dell’Impero Khazaro nel X°
secolo. Si trattava di un impero multinazionale, il cui collante era la
religione ebraica, composto da: alani, turcomani, goti, vandali, greci, slavi,
avari, bulgari, unni, sarmati, sciti. L’impero finì tra il 1200 e il 1330 d.C.
sotto la spinta dell’Orda d’Oro mongola di Gengis Khan. Una massa di ebrei khazari
si rovesciò allora verso occidente, verso l’Ucraina, la Polonia, la Russia,
e poi verso la Bulgaria, Ungheria, Austria, Prussia e Paesi Baltici.
- 26 dicembre. C’è chi "a sinistra" invoca
la discesa di un nuovo Gandhi in Palestina per risolvere il conflitto. A
parte che un Gandhi palestinese c’era –Moubarak Awad, fondatore di un
centro studi a Gerusalemme nel 1985 per promuovere forme di resistenza
basata sulla "non violenza" ed espulso dagli israeliani dai
Territori nel 1988–, quale sarebbe stato il pensiero del Mahatma in carne
ed ossa sulla questione? Leggiamo cosa scrisse sulla Palestina (Harijan,
26 gennaio 1948): «Ho ricevuto numerose lettere in cui mi si chiede di
esprimere il mio parere sulla controversia tra arabi ed ebrei in Palestina
e sulla persecuzione degli ebrei in Germania (…) L’analogia tra il
trattamento riservato agli ebrei dai cristiani e quello riservato agli
intoccabili dagli indù è molto stretta (...) Ma la simpatia che nutro
per gli ebrei non mi chiude gli occhi alla giustizia. La rivendicazione
degli ebrei di un territorio nazionale non mi pare giusta. A sostegno di
tale rivendicazione viene invocata la Bibbia e la tenacia con cui gli
ebrei hanno sempre agognato il ritorno in Palestina».
- 26 dicembre. Rivendicazione infondata per Gandhi. «La
Palestina appartiene agli arabi come l’Inghilterra appartiene agli inglesi
e la Francia appartiene ai francesi. È ingiusto e disumano imporre agli
arabi la presenza degli ebrei (…) Sarebbe chiaramente un crimine contro
l’umanità costringere gli orgogliosi arabi a restituire in parte o
interamente la Palestina agli ebrei come loro territorio nazionale. La
cosa corretta è di pretendere un trattamento giusto per gli ebrei,
dovunque siano nati o si trovino. Gli ebrei nati in Francia sono francesi
esattamente come sono francesi i cristiani nati in Francia. Se gli ebrei
sostengono di non avere altra patria che la Palestina, sono disposti ad
essere cacciati dalle altre parti del mondo in cui risiedono? Oppure
vogliono una doppia patria in cui stabilirsi a loro piacimento? (...) Sono
convinto che gli ebrei stanno agendo ingiustamente. La Palestina biblica
non è un’entità geografica. Essa deve trovarsi nei loro cuori. Ma ammesso
anche che essi considerino la terra di Palestina come loro patria, è
ingiusto entrare in essa facendosi scudo dei fucili . Un’azione religiosa
non può essere compiuta con l'aiuto delle baionette e delle bombe». E
sulla resistenza dei palestinesi? «Non intendo difendere gli
eccessi commessi dagli arabi. Vorrei che essi avessero scelto il metodo
della non violenza per resistere contro quella che giustamente considerano
un’aggressione del loro Paese. Ma in base ai canoni universalmente
accettati del giusto e dell’ingiusto, non può essere detto niente contro
la resistenza degli arabi di fronte alle preponderanti forze avversarie».
- 27 dicembre. Attacco a Gaza, crimine contro
l’umanità. «Gli attacchi aerei israeliani sulla Striscia di Gaza
rappresentano una grave e massiccia violazione del Diritto internazionale
umanitario», afferma in un articolo per The Nation Richard Falk,
professore emerito di diritto internazionale all’Università di Princeton,
dal marzo 2008 relatore speciale delle Nazioni Unite per i diritti umani
nei Territori Occupati. Secondo Falk –espulso all’aereoporto di Tel Aviv
il 14 dicembre 2008, dopo essere stato recluso per 20 ore– i bombardamenti
israeliani violano la Convenzione di Ginevra «sia riguardo agli
obblighi della Forza di Occupazione che ai requisiti delle leggi di guerra».
Tali violazioni includono: «La punizione collettiva: L’intera
popolazione di un milione e mezzo di persone che vivono nell’affollata
Striscia di Gaza viene punita per le azioni di pochi militanti. Il
colpire i civili: Gli attacchi aerei sono diretti contro le aree
civili di uno dei più affollati tratti di territorio del mondo, di certo
l’area più densamemente popolata del Medio Oriente. Una risposta
militare sproporzionata: Gli attacchi aerei non solo hanno distrutto
ogni ufficio di polizia e di security del governo eletto a Gaza, ma hanno
ucciso e ferito centinaia di civili».
- 27 dicembre. Nessuna delle azioni israeliane nei
territori occupati dal 1967 ha dunque una qualsiasi legittimità legata
alla "sicurezza". Sono invece passibili di incriminazione per la
violazione delle convenzioni di Ginevra riguardanti i diritti della
popolazione civile. È infatti un crimine distruggere le case e
trasformarne gli abitanti in profughi, così come è un crimine popolare
forzatamente un territorio. Falk sottolinea inoltre che il lancio di razzi
in territorio israeliano «non dà adito a nessun diritto da parte degli
israeliani, né come Forza di occupazione né come Stato sovrano, di violare
il diritto internazionale umanitario e di commettere crimini di guerra o
crimini contro l’umanità come risposta». Falk rileva pure che i
bombardamenti di Tel Aviv «non hanno reso più sicuri i civili
israeliani; al contrario, il solo israeliano ucciso oggi dopo lo scoppio
della violenza israeliana è il primo da oltre un anno»; denuncia che
Israele «ha anche ignorato le recenti iniziative diplomatiche di Hamas
per ristabilire la tregua o il cessate-il-fuoco dopo la sua scadenza del
26 dicembre»; accusa di complicità con i crimini israeliani «quei
paesi che forniscono a bella posta le attrezzature militari, inclusi gli
aerei da guerra e i missili utilizzati in questi attacchi illegali, come
pure quei paesi che hanno sostenuto e hanno partecipato all’assedio di
Gaza, che in sé stesso ha provocato una catastrofe umanitaria». Infine
un appello agli Stati Membri delle Nazioni Unite, che dovrebbe «essere
vincolato all’obbligo indipendente di proteggere tutte le popolazioni
civili di fronte alle massicce violazioni del diritto internazionale
umanitario», al fine altresì di condannare «le gravi violazioni di Israele».
Appello purtroppo destinato a cadere nel vuoto.
-
28 dicembre. Amira Hass, corrispondente di
Ha'aretz:
a Gaza un massacro premeditato di civili. «
Scegliere un orario cosi,
le 11 e 30 del mattino, per bombardare nel cuore della città è un atto
terribile. Questa decisione è stata presa con l’intenzione di causare il
maggior numero di vittime possibile; è un massacro». Così il dottor Haidar
Eid, docente di Studi culturali all'univeristà di Al-Aqsa, testimone dei
cadaveri e dei feriti, bambini compresi, ai quali sono stati amputati
diversi arti.
- 28 dicembre. L’odierna strage di civili è solo
l’ultimo capitolo della tragedia palestinese (da Deir Yassin passando per Sabra
e Chatila e Jenin). Durante la Nakba –la 'Catastrofe', come i palestinesi definiscono
la fondazione dello Stato d’Israele– 200.000 palestinesi, vittime della
pulizia etnica israeliana, si dovettero rifugiare a Gaza, aumentandone di
più di due terzi la popolazione. Anche nel contesto storico del biennio
1947/'49 si verificarono delle "tregue" per espellere la
popolazione civile palestinese dai suoi villaggi radendoli poi al suolo.
Poi Gaza passò sotto il controllo egiziano. La guerra dei sei
giorni del 1967, che portò alla perdurante occupazione israeliana di
Gerusalemme orientale, della Cisgiordania, di Gaza e delle alture siriane
del Golan, provocò altri rifugiati. Oggi, come rileva Peter Beaumont sul The
Guardian, «abitare a Gaza è come vivere in trappola senza futuro o
speranza entro pochi chilometri quadrati. Negli ultimi anni il cappio
israeliano si è sempre più stretto intorno al milione e mezzo di
popolazione (la più alta densità al mondo)» fino a che, dopo il
"ritiro unilaterale" degli insediamenti israeliani attuato dal
primo ministro Sharon nel 2005, questa è stata trasformata in un lager
a cielo aperto rinchiuso da mura e steccati, sorvegliato da aeroplani,
carri armati e navi militari. Un’operazione, quello dello sgombero delle
colonie israeliane, definita da Tanya Reinhart, ex editorialista di Yedyot
Ahronot e allieva di Noam Chomsky, la «strategia del lento genocidio a
Gaza».
- 28 dicembre. L’aggressività israeliana si è
inasprita a partire dalla vittoria alle elezioni legislative palestinesi
(2006) di quella Hamas (che discende dai Fratelli musulmani d’Egitto) di
cui proprio le autorità di Tel Aviv allora ne sostennero la formazione per
contrastare, fino agli accordi di Oslo del 1993, l’OLP di Arafat. Da
quando Hamas ha preso il controllo della Striscia nel 2007 dopo aver
cacciato le forze del Quisling Mohammad Dahlan (l'uomo che
organizzò l'avvelenamento di Yasser Arafat per conto degli israeliani,
secondo i documenti resi pubblici due anni fa), concepite e mantenute come
strumento di Israele e degli USA per controllare la società palestinese
occupata, «la politica di Israele è stata impostata sulla
punizione 'nessuna prosperità, nessuno sviluppo, nessuna crisi umanitaria'».
Insieme al blocco economico, «che
colpisce pesantemente la popolazione di Gaza», chi
vuole portare aiuti medici «deve passare attraverso lunghe e umilianti
procedure ed alcuni gruppi per i diritti umani hanno riferito che gli
è stato proposto di diventare informatori dei servizi segreti israeliani».
Una "punizione collettiva" che secondo la Banca Mondiale «rischia
di distruggere l’economia convenzionale» della Striscia. Una
persona su due vive a Gaza in assoluta povertà. L’inflazione dei beni di
prima necessità è palese. Secondo Baumol, comunque, «l’attacco produrrà
l’effetto di unificare la società palestinese contro il nemico comune,
così come Gaza era unita nella lotta agli insediamenti israeliani dentro i
propri confini».

- 29 dicembre. Israele non dice la verità, Hamas
voleva la tregua. Lo scrive Johann Hari sul quotidiano britannico The Indipendent.
«Secondo la stampa israeliana, Yuval Diskin, attuale capo del servizio
sicurezza israeliano Shin Bet, avrebbe "detto al governo israeliano
[il 23 dicembre scorso] che Hamas era interessato a rinnovare la
tregua, ma voleva migliorarne le condizioni". Diskin spiegò che Hamas
chiedeva due cose: la fine dell’embargo e un cessate il fuoco israeliano
in Cisgiordania. Il governo –colto da febbre elettorale e dalla voglia di
apparire duro– ha respinto queste condizioni».
- 29 dicembre. «Israele colpisce i palestinesi per
impartir loro una lezione». Così Tom Segev sul quotidiano israeliano Haaretz.
«Il bombardamento di Gaza dovrebbe liquidare il regime di Hamas in
linea con un altro assunto che ha guidato il movimento sionista sin dalla
sua nascita: che sia possibile imporre ai palestinesi una leadership
"moderata", una leadership disposta ad abbandonare le loro
aspirazioni nazionali».
- 29 dicembre. Nasrallah rilancia l’appello per una
nuova Intifada ed attacca l’Egitto. Il leader di Hezbollah ha fatto
appello allo «spirito di Kerbala» (la battaglia in cui, nel 680 d.
C., trovò il martirio l'imam Hussein, mitico riferimento degli sciiti),
legandolo a quanto successo in precedenza nella stessa Gaza. «Quando il
primo ministro Ismail Haniyeh emerge dalle macerie e dal fuoco per dire
"anche se spazzeranno via completamente Gaza, non ci arrenderemo né
indietreggeremo, manterremo la nostra dignità e i nostri diritti",
questa è la vera Kerbala». In diretta da al Manar, la
televisione di Hezbollah, domenica sera il leader del "Partito di
dio", Hassan Nasrallah, tracciando un parallelo tra l’aggressione
israeliana in Libano del 2006 e l'attacco alla Striscia, ha fatto suo l'invito
già lanciato da Damasco dal capo di Hamas, Khaled Meshaal: «Unisco la
mia voce a quella dei leader palestinesi che hanno fatto appello a una
terza initifada in Palestina e altre intifada nel mondo arabo e islamico».
Nasrallah ha avuto parole durissime contro l'Egitto, uno dei cosiddetti «paesi
arabi moderati», l'unico ad avere un confine con la Striscia di Gaza.
«Se l'Egitto non aprirà il valico di Rafah, sarà considerato complice
dell'uccisione di palestinesi» ha detto Nasrallah, secondo il quale «alcuni
regimi arabi sono veri e propri partner del progetto» di
ridimensionare «i movimenti di resistenza» e imporre le condizioni
statunitensi ed israeliane nella regione.
- 30 dicembre. Una strage elettorale di civili. Così
giudica gli eventi in corso Ran HaCohen, docente di letteratura comparata
all’Università di Tel Aviv, critico letterario su Yediot Ahronot, in un
articolo pubblicato sul sito Antiwar. «Il ministro della Difesa Ehud
Barak (il suo nome significa "lampo", "blitz" in
tedesco) l’ha fatto di nuovo: un record storico di più di 200 Palestinesi uccisi
in un solo "sabato lampo" il 27 dicembre. I sondaggi ora
predicono 5 seggi in più per il suo partito laburista alle prossime
elezioni legislative di febbraio. Questo fa 40 cadaveri di Palestinesi per
seggio. Non stupisce che prometta che è solo l’inizio: a questo ritmo
basteranno al partito 2000 cadaveri in più per passare dalla miseria alla
ricchezza, da un partito politico morto alla maggioranza assoluta in
parlamento come ai bei vecchi tempi». Ran HaCohen cita poi alcune
dichiarazioni dei generali israeliani Gaby Siboni e Gadi Esencot (Haaretz,
5 ottobre 2008) su come Tel Aviv intendeva affrontare le future guerre: «"Bisogna
usare una forza senza alcuna proporzione rispetto alla minaccia e alle
azioni dei nemici, per danneggiare e punire a un livello tale da aver
bisogno di processi lunghi e costosi per la ricostruzione". [I
villaggi dai quali provenivano dei lanci] "li consideriamo come basi
militari"». Ad aggressione iniziata, «il generale di divisione
della riserva Giora Island, già capo del Consiglio Nazionale di Sicurezza
ha proferito queste parole, senz’ombra di vergogna: "Israele non
dovrebbe limitare i suoi attacchi alle attrezzature militari, ma deve
colpire anche dei bersagli civili. I danni alla popolazione civile
dovrebbero essere massimizzati perché peggiore è la crisi umanitaria e
meglio e più rapidamente si conclude l’operazione"».
- 30 dicembre. Senza fine dell’occupazione non c’è
risoluzione della questione palestinese. Lo afferma il pacifista
israeliano Jeff Harper, direttore del Comitato contro le
demolizioni delle case (Icadh) con sede a Gerusalemme. È impossibile «metter
fine agli attacchi missilistici contro Israele, con un'occupazione sempre
più oppressiva, che va avanti da 41 anni, senza il minimo segnale che un
futuro Stato sovrano della Palestina potrà mai sorgere». È
l’occupazione delle terre palestinesi il problema principale, occupazione
inaspritasi ulteriormente con le sanzioni israeliane a Gaza, appoggiate
dagli USA e dall’Unione Europea. «La responsabilità per la sofferenza a
Gaza e in Israele è da attribuire direttamente ai governi israeliani che
si sono succeduti: del Labour, del Likud e di Kadima. Se ci fosse stato un
reale processo politico (è da ricordare che la chiusura di Gaza cominciò
nel 1989), israeliani e palestinesi avrebbero potuto vivere insieme in
pace e in prosperità per vent'anni. Dopotutto, già nel 1988 l’OLP aveva
accettato la soluzione dei due stati, secondo la quale lo stato della
Palestina sarebbe sorto dal solo 22% del territorio storico palestinese,
mentre il restante 78% sarebbe andato ad Israele. Un'offerta decisamente
generosa». Ma neanche questo basta ad Israele.
- 30 dicembre. Abu Mazen punta sulla fine di Hamas,
ma gli islamisti raccolgono sempre più consensi. Accusando Hamas di aver
provocato l’offensiva militare israeliana in atto contro Gaza, il
presidente dell’APN Abu Mazen ha fatto propria la propaganda sionista e
statunitense secondo cui la causa del conflitto israelo-palestinese non
sono più l'occupazione militare, il blocco asfissiante di Gaza, la colonizzazione
della Cisgiordania, la confisca di terre e il muro, ma l’esistenza di Hamas
e della sua ideologia. Incomprensibili i motivi di questa scelta di campo,
tenuto conto che il presidente palestinese non ha ricevuto niente in
cambio. Il vertice di Annapolis si è rivelato vuoto e senza prospettive,
mentre il negoziato diretto con gli israeliani si è arenato subito sugli
scogli storici: status di Gerusalemme e profughi. E non farà passi in avanti
sino a quando –ha lasciato intendere la ministra degli esteri Tzipi Livni
in più d'una occasione– la leadership dell'ANP non rinuncerà per sempre al
diritto al ritorno per i profughi, sancito dalla risoluzione dell'ONU 194,
e ai diritti palestinesi sulla zona araba (est) di Gerusalemme. Abu Mazen
forse vede, alla fine dell’offensiva israeliana, un movimento islamico
fortemente indebolito, costretto ad accettare l'estensione del suo mandato
presidenziale (che scade il prossimo 8 gennaio) e, infine, obbligato a
rinunciare al controllo di Gaza. Magari è solleticato dall'idea di
riprendere il potere nella Striscia seguendo le colonne di carri armati
israeliani che si preparano ad avanzare. Commette un errore macroscopico.
L'attacco israeliano forse decapiterà politicamente Hamas, ma sta già
accrescendo la popolarità del movimento islamico in Cisgiordania,
territorio che Abu Mazen già controlla con difficoltà, e nell'intero mondo
arabo. L'offensiva israeliana a Gaza darà ad Hamas la stessa popolarità
che l'offensiva israeliana in Libano del sud (2006) diede ad Hezbollah.
Anche in quell'occasione non pochi leader arabi, in particolare l'egiziano
Mubarak e il saudita Abdallah, inizialmente criticarono il movimento sciita
ma furono poi costretti a fare marcia indietro di fronte al sostegno delle
masse arabe alla resistenza libanese.
- 30 dicembre. Il numero dei morti a Gaza viene
sistematicamente sottovalutato. La stampa "occidentale" riporta
cifre come «427 morti, di cui 72 civili». Ma «la seconda cifra»,
ha ricordato John Holmes, il responsabile ONU per il coordinamento delle
azioni umanitarie, «non comprende i civili che sono maschi adulti».
Quindi, tutti i maschi adulti di Gaza sono considerati terroristi. Così ad
esempio i quasi 180 cadetti di polizia massacrati il primo giorno mentre
ricevevano il diploma, erano parte di un corpo disarmato, diciottenni che
avevano trovato «quel che è così raro a Gaza, un salario», ha
scritto Amira Hass, corrispondente nei Territori del quotidiano israeliano
Haaretz. Secondo lei, anche le donne uccise mentre uscivano dalla
moschea sono messe nella lista dei terroristi perché portano il velo.
- 30 dicembre. Israele sulla via del disprezzo. Lo
afferma la Rete degli Ebrei contro l'Occupazione in una lettera
pubblicata su il Manifesto. «Israele ha attaccato Gaza con 100
aerei da combattimento, missili ed elicotteri Apache, uccidendo, all'ora
in cui scriviamo, circa 350 persone, tra cui un numero elevato di donne e
bambini. Prima di questo, da oltre due anni ha strangolato gli abitanti (1
milione e mezzo circa) imponendo il blocco dei rifornimenti di cibo,
carburante, energia elettrica. Ha bloccato l'entrata ed uscita degli
abitanti compresi i malati gravi, ridotti alla fame e privi di possibilità
di curarsi e lavorare. L'economia della Striscia è stata distrutta dal
blocco completo di esportazioni ed importazioni: mancano i materiali
(cemento, eccetera) per costruire, per l'industria e l'agricoltura. I
prodotti tradizionali del luogo, ortaggi e frutta, marciscono nei
magazzini a causa del blocco israeliano. Anche i soccorsi delle Nazioni
Unite e di alcuni Paesi europei sono stati gravemente ostacolati, ed
impedita l'attività di associazioni di cooperazione. Gaza ha tutto
l'aspetto di una prigione a cielo aperto». Secondo gli ebrei italiani,
la politica di Israele, «con la coraggiosa eccezione di una piccola
minoranza a cui va reso merito», è dominata dall’"ideale"
del sionismo che «vuole, stabilito lo Stato Ebraico, farlo più grande e
forte, invincibile rifugio degli Ebrei dispersi nel mondo. E per questo,
invece di cercare amicizia e cooperazione con il popolo palestinese che hanno
cacciato dalla sua terra con la violenza ed il disprezzo, in modo
continuato dal 1948 ad oggi, si affida alla forza delle armi».
- 31 dicembre. «Centinaia di giovani si stanno
arruolando in queste ore nelle file di Hamas». Lo riferisce
all’agenzia Misna padre Manuel Musallam, sacerdote della parrocchia
della Santa Famiglia, l’unica chiesa cattolica di Gaza. «È la reazione
di parte della popolazione già provata da mesi di assedio, in un luogo in
cui manca tutto; questi sono gli effetti dei bombardamenti israeliani (…)
Se l’obiettivo era quello di distruggere Hamas posso dire che non c'é una
sola voce contro Hamas in tutta Gaza e che anzi i bombardamenti, e le
vittime e i feriti che hanno causato, stanno spingendo in queste ore
centinaia di giovani ad aggregarsi al movimento e prendere le armi. È
gente che», spiega padre Musallam, «ha perso qualcuno, che vede i
propri figli piangere, che ha deciso di resistere. Se ci sarà un attacco
di terra, qui sarà un vero massacro».
- 31 dicembre. Il primo obiettivo della diplomazia
internazionale deve essere «la fine della aggressione israeliana».
Lo ha dichiarato in un comunicato Fawzi Barhum, un dirigente di Hamas a
Gaza. Hamas respinge dunque gli sforzi attuali per raggiungere una tregua
«in quanto mettono sullo stesso piano le vittime (i palestinesi, ndr)
e i loro carnefici (gli israeliani, ndr) ». Gli obiettivi della
diplomazia internazionale devono essere piuttosto «la fine dell’aggressione,
la rimozione dell’isolamento della Striscia di Gaza e la riapertura dei
valichi».
- 31 dicembre. «Nel porto devastato non si sente
un rumore. Sono morti tutti». Così il pacifista italiano dell’ISM
Vittorio Arrigoni. «Jabilia, Bet Hanun, Rafah, Gaza City, le tappe
della mia personale mappa per l'inferno. Checché vadano ripetendo i
comunicati diramati dai vertici militari israeliani, sono stato testimone
oculare in questi giorni di bombardamenti di moschee, scuole, università,
ospedali, mercati, e decine di edifici civili (…) Il porto, dove dovrei
dormire, ma a Gaza non si chiude un occhio da 4 giorni, è costantemente
soggetto a bombardamenti notturni. Non si odono più sirene di ambulanze
rincorrersi all'impazzata, semplicemente perché al porto e attorno non c'è
più anima viva, sono morti tutti, sembra di poggiare piede su un cimitero
dopo un terremoto. La situazione è davvero da catastrofe innaturale, un
cataclisma di odio e cinismo piombato sulla popolazione di Gaza come
piombo fuso, che fa a pezzi corpi umani, e contrariamente a quanto si
prefigge, compatta i palestinesi tutti, gente che fino a qualche tempo fa
non si salutava nemmeno perché appartenente a fazioni differenti».
- 31 dicembre. «Quando le bombe cadono dal cielo
da diecimila metri state tranquilli, non fanno distinzioni fra bandiere di
Hamas o Fatah esposte sui davanzali». È la constatazione di Vittorio Arrigoni,
che continua con parole agghiaccianti: «non esistono operazioni
militari chirurgiche. Quando si mettono a bombardare l'aviazione e la
marina, le uniche operazioni chirurgiche sono quelle dei medici che
amputano arti maciullati alle vittime senza un attimo di ripensamento,
anche se spesso braccia e gambe sarebbe salvabili. Non c'è tempo, bisogna
correre, le cure impegnate per un arto seriamente ferito sono la condanna
a morte per il ferito successivo in attesa di una trasfusione.
All'ospedale di Al Shifa ci sono 600 ricoverati gravi e solo 29 macchine
respiratorie. Mancano di tutto, soprattutto di personale preparato».
Dopo aver raccontato la vicenda di una delle barche del Free Gaza Movement,
con a bordo 3 tonnellate di medicinali e personale medico, intercettata da
11 navi da guerra israeliane che in piene acque internazionali hanno
provato ad affondarli, Arrigoni stigmatizza i «carriarmati, caccia, droni,
elicotteri apache, il più grande e potente esercito del mondo in feroce
attacco contro una popolazione che si muove ancora sui somari come
all'epoca di Gesù Cristo. Secondo Al Mizan, centro per i diritti umani, al
momento in cui scrivo sono 55 bambini coinvolti nei bombardamenti, 20 gli
uccisi e 40 i gravemente feriti. Quei corpicini smembrati, amputati, e quelle
vite potate ancora prima di fiorire, saranno un incubo per tutto il resto
della mia vita».
- 31 dicembre. Haniyeh: disponibilità alla tregua a
certe condizioni e resistenza armata all'offensiva israeliana. Il premier
di Hamas Ismail Haniyeh, riemerso dalla clandestinità alla vigilia di
Capodanno con un discorso in diretta televisiva, puntualizza che
l'offensiva israeliana non ha messo in ginocchio la sua organizzazione.
Rivolto ai palestinesi afferma: «primo, l'aggressione sionista deve
finire senza condizioni. Secondo, l’assedio deve essere tolto e tutti i
passaggi devono essere riaperti, perché il blocco è la causa di tutti i
problemi di Gaza». Dopo di che «sarà possibile parlare di tutte le
questioni senza eccezioni», ha aggiunto Haniyeh riferendosi alle
recenti proposte di cessate il fuoco avanzate da diverse parti. Un’uscita
in diretta televisiva simile alle apparizioni del leader di Hezbollah, Hassan
Nasrallah, che nell’estate del 2006, durante i massicci bombardamenti
aerei israeliani in Libano riusciva, con grande sorpresa (e disappunto)
dei comandi militari di Tel Aviv, a pronunciare lunghi discorsi negli
studi segreti di Manar, l'emittente del movimento sciita. E non è un caso
che a trasmettere l'intervento di Haniyeh sia stata proprio al Aqsa, la
rete di Hamas che pure, stando ai resoconti forniti alla stampa
dall’esercito israeliano sarebbe stata colpita nei giorni scorsi.
- 31 dicembre. «Come fece il movimento di Nasrallah,
Hamas cercherà di resistere con tutte le sue forze alla pressione militare
israeliana non escludendo, allo stesso tempo, la possibilità di una via
d'uscita politica alla guerra e, quindi, di un cessate il fuoco». Lo
afferma a il Manifesto l'analista palestinese Ghassan al Khatib. «È
perciò probabile che sino a un momento prima dell'inizio di una tregua, Hamas
continuerà a lanciare razzi verso il territorio israeliano, proprio come
fece Hezbollah con i suoi katiusha sparati contro la Galilea». Secondo
Khatib, resistendo a oltranza, il movimento islamico «vedrà crescere il
suo prestigio tra i palestinesi e nel mondo arabo, tutto a scapito del
presidente dell’ANP Abu Mazen».
- 31 dicembre. La guerra Hamas la combatte non solo
con i fucili. Le brigate "Ezzedin Qassam" sono riuscite a
disturbare per qualche ora le frequenze Fm della radio israeliana nel sud
del Paese, coprendo il suo segnale con canti islamici e slogan. Non solo,
avrebbero cominciato anche a inviare sms a soldati e israeliani che vivono
nelle località vicine a Gaza. «Razzi contro tutte le città, i rifugi
non vi proteggeranno» è il messaggio che secondo il sito internet Ynet
hanno ricevuto ieri centinaia d'israeliani. Hamas può contare su 15mila
combattenti, metà uomini della "tanfisiyeh" (una sorta di
guardia nazionale) e i rimanenti delle brigate "Ezzedin Qassam",
miliziani meno addestrati ma molto determinati. Sono loro che in questi
giorni, sfidando gli elicotteri Apache, montano (nelle campagne alle
periferie delle città) le rampe di lancio dei Qassam tenendo sotto
pressione almeno 500mila israeliani a Sderot, Ashdod, Ashqelon e molte
altre località del sud di Israele. E continueranno a farlo, fino ad una
possibile tregua, pur di dimostrare che neppure l'esercito più potente del
Medio Oriente può fermare i razzi. Hamas, che ha scavato bunker e gallerie
sotterranee un po' ovunque a Gaza per facilitare i movimenti dei suoi
uomini durante i combattimenti, è in possesso di razzi Grad e anticarro,
capaci di colpire anche gli elicotteri, mine, esplosivi, bombe a mano,
migliaia di armi leggere. Un armamento non adeguato per affrontare un
esercito in campo aperto ma sufficiente per i combattimenti "casa per
casa".
- 1 gennaio. «I piloti israeliani sono eroi sui
deboli». È il titolo di un articolo del quotidiano israeliano Ha’aretz
sulla distruzione di case, moschee, università, strade, di tutte le
infrastrutture, e l’uccisione di bambini, uomini e donne compiute
dall’aviazione israeliana. «I piloti che bombardano gli obiettivi a
Gaza bombardano civili che non hanno aviazione miltare, né i sistemi di
difesa, bombardano come se stessero in addestramento, e forse non sono
consapevoli di quale malvagità si stanno macchiando». Questi eroi che vengono
elogiati dai media «hanno scannato allievi di una scuola di polizia,
hanno distrutto una moschea, dentro c’era tutta la famiglia di Baloushi,
cinque persone, la più piccola aveva solo quattro anni». E ancora: «I
nostri eroi hanno distrutto la casa dello studente, e hanno ucciso 375
persone in quattro giorni, senza distinguere fra piccoli, donne o uomini
armati o in preghiera. Non hanno sparato contro chi lancia i razzi, e non
distinguono tra il primo o il secondo piano quando lanciano i veri
missili. Non pensano ai civili che stanno vicino a questa o quella casa».
Il pezzo si conclude con una domanda: «Ma i nostri piloti hanno mai
pensato ai feriti, a migliaia, che lasciano sul terreno, che rimangono
mutilati per il resto della loro vita?».
- 1 gennaio. Hamas al popolo palestinese della Cisgiordania:
ribellatevi all’occupazione. Il Movimento Hamas della Cisgiordania ha
affermato giovedì che la battaglia di Gaza è la battaglia di Palestina, la
battaglia dell’Ummah musulmano, degli arabi e del popolo libero del mondo
che è contrario all’occupazione. In una dichiarazione, una cui copia è
giunta alla redazione del The Palestine Information Centre, il
Movimento ha chiesto al popolo palestinese della Cisgiordania di
organizzare manifestazioni imponenti in solidarietà con «i nostri
fratelli in Gaza». Hamas ha fatto inoltre appello alle forze di
sicurezza dell’ANP affinché desistano dall’impedire le espressioni di
forte impegno che mirano a porre fine all'occupazione, precisando che tali
manifestazioni non sono da considerarsi dirette contro le forze dell’ANP.
- 1 gennaio. «Dobbiamo correggere l’immagine
distorta che abbiamo di Hamas». È il titolo dell’articolo, pubblicato
di ieri dal Times, di William Sieghart, recatosi la scorsa
settimana nella Striscia. «La storia degli ultimi tre anni di Hamas
rivela come l'incomprensione riguardo a questo movimento da parte dei
governi di Israele, degli Stati Uniti e Regno Unito ci abbia condotto alla
situazione brutale e disperata in cui siamo. La storia comincia circa tre
anni fa quando "Cambiamento e Riforma", il partito politico di Hamas,
ha inaspettatamente vinto le prime elezioni libere e regolari del mondo
arabo, in una piattaforma politica che vedeva la fine della corruzione
endemica e il miglioramento dei quasi inesistenti servizi pubblici nella
Striscia di Gaza. Contro un'opposizione divisa, questo partito
apparentemente religioso si è impresso nella comunità a prevalenza laica
tanto da guadagnare il 42% dei voti. I palestinesi hanno votato per Hamas
perché hanno pensato che Fatah, il partito del governo che hanno bocciato,
li ha delusi. Nonostante la rinuncia alla violenza e il riconoscimento
dello Stato d'Israele, Fatah non ha realizzato uno Stato palestinese. È
essenziale sapere questo per capire la cosiddetta posizione di rifiuto di Hamas.
Che non riconoscerà Israele o rinuncerà al diritto di resistere finché non
sarà sicuro dell'impegno mondiale a raggiungere una soluzione per la
questione palestinese».
- 1 gennaio. La "società laica" di Gaza.
Seighart afferma che «nei cinque anni in cui ho visitato Gaza e la Cisgiordania
ho incontrato centinaia di politici e di sostenitori di Hamas. Nessuno di
loro ha professato lo scopo di islamizzare la società palestinese, in
stile talebano. Hamas conta troppo sui votanti laici per fare questo. La
gente ascolta ancora la musica pop, guarda la televisione e le donne
ancora scelgono se indossare il velo o no. La leadership politica
di Hamas è probabilmente la più qualificata nel mondo. Può vantare nelle
sue file più di 500 laureati col titolo di dottorato, la maggioranza fatta
di professionisti della classe media (dottori, dentisti, scienziati,
ingegneri). La maggior parte della leadership di Hamas si è formata nelle
nostre università è non ha maturato nessun odio ideologico contro
l'Occidente. È un movimento basato sul malcontento, dedito ad affrontare
l'ingiustizia compiuta sul suo popolo. Ha coerentemente offerto una tregua
di dieci anni per fornire uno spazio di respiro per poter risolvere un
conflitto che continua ormai da più di 60 anni».
- 1 gennaio. La reazione di Bush e Blair alla
vittoria di Hamas nel 2006 è la chiave dell'orrore di oggi. «Invece di
accettare il governo democraticamente eletto, hanno finanziato un
tentativo di rimuoverlo con la forza; addestrando e armando i gruppi di combattenti
di Fatah per rovesciare militarmente Hamas e imporre ai Palestinesi un
governo nuovo e non eletto da loro. Come se non bastasse, 45 membri del
Parlamento di Hamas sono ancora detenuti nelle prigioni israeliane».
Sei mesi fa il governo israeliano ha accettato una tregua con Hamas
mediata dall'Egitto. In cambio del cessate il fuoco Israele ha
acconsentito all'apertura dei valichi e permesso il libero flusso dei beni
essenziali dentro e fuori da Gaza. «I lanci di razzi sono terminati ma
i valichi non sono stati mai totalmente aperti, e la popolazione di Gaza
ha iniziato a morire di fame. Questo devastante embargo non è una vittoria
della pace. Quando gli occidentali chiedono che cosa abbiano in mente i
leader di Hamas quando ordinano o permettono il lancio di razzi su
Israele, non stanno comprendendo la posizione dei palestinesi. Due mesi fa
le Forze di Difesa israeliane hanno rotto la tregua entrando a Gaza e
cominciando di nuovo il ciclo di uccisioni. Dal punto di vista palestinese
ogni giro di razzi lanciati è una risposta agli attacchi israeliani».
- 1 gennaio. Seighart inorridisce al sentire parlare
che le azioni israeliane mirano a distruggere Hamas. Ciò significa «uccidere
il 42% dei palestinesi che hanno votato per esso? Significa rioccupare la
Striscia di Gaza da cui Israele si è ritirato così dolorosamente tre anni
fa? O significa separare in modo permanente i palestinesi di Gaza e quelli
della Cisgiordania, politicamente e geograficamente? E per coloro il cui mantra
è la sicurezza di Israele, quale sorta di minaccia costituiscono i tre
quarti di un milione di giovani che stanno crescendo a Gaza con un odio
implacabile contro chi li riduce alla fame e li bombarda?».
-
2 gennaio. Hamas continua a stare al fianco dei
palestinesi di Gaza. Fawzi Barhoum, portavoce di Hamas, ha rilasciato una
dichiarazione alla stampa in cui risponde al tentativo disperato di
diffamare il movimento, messo in atto da alcuni media egiziani, e
definisce infondate le voci secondo cui i leader di Hamas e i dirigenti
del suo governo si sarebbero riparati in rifugi sotterranei, abbandonando
al suo destino il popolo di Gaza. Ha precisato con fermezza che i leader
di Hamas si trovano al fianco del popolo di Gaza, nelle moschee, nelle
strutture dei servizi sociali ed in ogni distretto, e ha citato a conferma
il martirio subìto da Nizar Rayan, responsabile politico per il nord di
Gaza, morto dopo che un F-16 ha colpito un edificio di otto piani nel
campo profughi di Jabaliya uccidendo 12 persone. Ha aggiunto che Hamas sta
dirigendo la resistenza ed è presente in ogni settore di attività. «
Rispondiamo
a coloro che si oppongono alla volontà di porre fine all’assedio di Gaza»,
ha precisato Barhoum, «
e a coloro che si oppongono alla vittoria di Hamas
(i servili Stati arabi e l’ANP, ndr):
se non potete fare nulla
per proteggere il popolo palestinese, tacete, perché noi siamo in grado
di difendere il nostro popolo e la nostra terra». Ha inoltre dichiarato
che Hamas è forte, che non vacillerà di fronte al tremendo assalto
dell’occupante israeliano, che la situazione nella Striscia di Gaza è
sotto controllo, in quanto non si stanno verificando casi di saccheggio
o altri atti criminali che si associano a situazioni di guerra, mentre,
al contrario, tutti collaborano nella resistenza.
- 2 gennaio. Il direttore di Al Quds Al arabi, Abdel
Bari Atwan, parla esplicitamente in un editoriale di «fallimento
dell’offensiva israeliana a Gaza», perché il fatto che «Hamas e il
suo governo sono ancora a Gaza insieme alle altre forze è gia una vittoria».
- 2 gennaio. «La sconfitta di Hamas non è una
vittoria». È il titolo di un articolo di Daniel Barenboim, prestigioso
musicista argentino-israeliano che dirige l’orchestra mista di israeliani
e di palestinesi West-Eastern Divan, pubblicato sull’edizione odierna di The
Indu. Barenboim, pur partendo da presupposti tipicamente israeliani –Hamas
è un'organizzazione terroristica; Israele ha il diritto di difendersi;
Israele non può tollerare attacchi «missilistici» (!) sul suo territorio–,
riconosce due tesi importanti. Primo, che «l’assassinio di civili
innocenti è inumano e inaccettabile», e la tesi dei militari
israeliani secondo cui è inevitabile dato che Gaza è così densamente
popolata, «è argomentata in maniera debole». Secondo, Baremhoim
esprime molto scetticismo sui risultati dell’attacco militare. Il
ragionamento di Baremboim è in sostanza il seguente: forse Hamas si può
distruggere con mezzi militari, forse no. Se non si può distruggere con
mezzi militari, l'intero attacco a Gaza non solo è una barbarie inaccettabile
sul piano etico, ma è anche una barbarie che è priva di una
giustificazione razionale. Se però Hamas si può distruggere e sarà
distrutta, cosa succederà? Certamente non avverrà, ironizza Baremboim, che
«un milione e mezzo di abitanti di Gaza cadranno improvvisamente
in ginocchio, riverenti di fronte al potere dell'esercito israeliano».
Quello che avverrà –dice Barenboim– sarà che «un altro gruppo prenderà
certamente il suo posto [quello di Hamas], un gruppo che
sarà più radicale, più violento e maggiormente pieno d'odio verso
Israele». Un’affermazione che riconosce implicitamente che le
posizioni politiche di Hamas hanno un seguito popolare diffuso.
- 2 gennaio. Su questo seguito popolare Barenboim
non si interroga, ma, se portasse avanti il ragionamento da lui iniziato,
arriverebbe probabilmente alla conclusione che questo seguito popolare Hamas
lo ha –e, storicamente, lo ha acquistato in maniera graduale– solo perché,
bene o male, è rimasto il solo partito importante a portare avanti gli
ideali del nazionalismo palestinese (ormai traditi da al-Fatah e dal suo
attuale capo –e presidente dell'ANP– Mahmud Abbas). I punti di partenza di
Baremboim sono comunque molto criticabili: Hamas non è un’organizzazione
terroristica; Hamas non usa missili, per la semplice ragione che non li
ha: possiede solo razzi di scarsa potenza e ancora più scarsa precisione;
i razzi su Israele non hanno rappresentato il primo passo dell’escalation
militare, ma piuttosto la risposta sia al blocco imposto a Gaza dopo la
vittoria elettorale di Hamas (2006), sia agli assassinii mirati e ai
periodici massacri, prevalentemente di civili, compiuti in maniera più o
meno continuativa dalle forze armate israeliane all'interno di Gaza.
- 2 gennaio. Olmert ora teme un altro Libano. «Speriamo
di conseguire i nostri obiettivi nel tempo più breve possibile. Non
abbiamo interesse a prolungare le ostilità», ha detto Olmert lasciando
intendere che non vuole entrare nelle sabbie mobili di una guerra lunga
come quella che aveva condotto in modo fallimentare nel 2006 contro Hezbollah
in Libano. Intanto da Gaza, dopo il sesto giorno di bombardamenti, Muawya Hassanin,
responsabile dei servizi di pronto soccorso a Gaza, rilevava ieri che «centinaia
di abitazioni non hanno più vetri alle fineste. Li hanno mandati in
frantumi le esplosioni provocate dalle incursioni aeree israeliane»,
oltre 500 in meno di una settimana, che hanno ucciso 417 palestinesi (di
cui oltre il 25% civili) e ferito altri 1.800. «E tante case non hanno
più una parete o le porte quando i missili e le bombe israeliane
colpiscono un'abitazione, quelle intorno anche se restano in piedi
subiscono danni gravi, spesso diventano inagibili». Con l'arrivo del
primo freddo intenso in questa parte del Medio Oriente, a Gaza ora si
muore anche per il gelo oltre che per la guerra e il blocco israeliano. Al
Palazzo di Vetro dell'ONU, a New York, è stata intanto bocciata (per
l'intervento USA) una risoluzione di condanna degli attacchi israeliani,
messa a punto dalla Libia e sostenuta dalla Lega Araba, che a sua volta
non è riuscita mercoledì a raggiungere una posizione comune per i
contrasti tra Siria ed Egitto.
- 2 gennaio. «Questi quotidiani massacri
israeliani stanno rafforzando Hamas, al contrario di quanto si prefigge
Israele». Lo afferma da Gaza Vittorio Arrigoni, tra gli 8 attivisti
internazionali che vivono a Gaza, intervistato da Infopal. «La
gente, anche chi prima li criticava, ora li segue. Il discorso, commosso,
partecipato, del premier Ismail Haniyah, il 31 dicembre, è stato
seguitissimo. Ha mostrato che nella Striscia di Gaza ci sono un leader e
un governo che sostengono il loro popolo, mentre a Ramallah è sempre più
evidente che Abbas e il suo governo collaborano con l’occupazione
israeliana, rivelandosi sempre più vergognosi. Hamas (io sono stato sempre
critico nei suoi confronti) si sta comportanto molto bene: sa mantenere
l’ordine e la sicurezza, nonostante i bombardamenti israeliani abbiano
decimato le forze di polizia. Anche i sostenitori di Fatah, qui a Gaza,
ammettono che il governo Haniyah è affidabile, a differenza di quello di Ramallah».
Sulla situazione a Gaza: «Devastante. Ci stanno massacrando. Oggi hanno
colpito un'altra ambulanza. Una volta, le forze internazionali erano un
deterrente contro gli attacchi, ora non più: Israele bombarda lo stesso
(…) Pensa, hanno aperto i valichi per mandare via gli stranieri, anziché
per fare entrare aiuti e personale medico. Che vergogna! Comunque, i
palestinesi sono incredibili: stanno tenendo in piedi ospedali interi con
gli scarsi mezzi a disposizione, facendo di tutto per salvare le vite dei
feriti».
- 3 gennaio. La più grande dimostrazione nella storia
del Kuwait: così la stazione televisiva Al-Arabiya commenta le
proteste popolari nel Paese contro la vile aggressione israeliana a Gaza.
Liberali e conservatori, sunniti e sciiti, religiosi e laici, assieme ai
lavoratori asiatici imigrati, hanno manifestato insieme in una
dimostrazione definita «senza precedenti».
- 3 gennaio. Israele pagherà molto caro l’ennesimo
massacro di Gaza. È la preoccupazione, espressa sul sito pacifista
israeliano Gush Shalom (il "blocco della pace")
nell’articolo intitolato "Molten Lead", del giornalista Uri Avnery,
membro in gioventù dell’organizzazione terrorista Irgun. Il pacifista
israeliano smonta innanzitutto la tesi della presunta violazione del
"cessate il fuoco" da parte di Hamas. Per Avnery «non c'è
stato nessun vero cessate il fuoco. Il principale presupposto per un
cessate il fuoco nella striscia di Gaza sarebbe l’apertura dei transiti di
frontiera. Non può esserci vita a Gaza senza un flusso di rifornimenti
regolare. Ma i transiti non sono stati aperti, se non per qualche ora. Il
blocco terrestre, navale e aereo ai danni di un milione e mezzo di esseri
umani è un atto di guerra, tanto quanto lo sganciare bombe o il lanciare
razzi. Paralizza la vita nella striscia di Gaza eliminando fonti di
lavoro, riducendo alla fame centinaia di migliaia di persone, bloccando
l’attività di quasi tutti gli ospedali, interrompendo la distribuzione di acqua
e di elettricità. Chi ha deciso di chiudere i transiti –con
qualsiasi pretesto–», aggiunge Avnery, «sapeva che non ci può
essere una tregua in queste condizioni. E questo è il punto principale.
Poi, ci sono state le piccole provocazioni messe in atto per scatenare la
reazione di Hamas».
- 3 gennaio. Avnery rileva che dopo parecchi mesi,
nel corso dei quali non si sono praticamente verificati lanci di missili Qassam,
«un'unità dell'esercito è stata mandata nella Striscia "allo scopo
di distruggere un tunnel che arrivava nei pressi della barriera di
confine"». Il pacifista israeliano afferma che «dal punto di
vista puramente militare, avrebbe avuto più senso tendere una trappola dal
nostro lato della barriera. Ma lo scopo era di creare un pretesto per
porre termine alla tregua in un modo che permettesse di darne la colpa ai
Palestinesi. E in effetti dopo una serie di simili piccole azioni, che
sono costate la vita a diversi combattenti di Hamas, questa ha risposto
con un massiccio lancio di razzi e –guarda un po'– il cessate il fuoco si
era dissolto. E tutti hanno dato la colpa ad Hamas».
- 3 gennaio. Ma a cosa mirano le stragi di Gaza? «Tzipi
Livni lo ha dichiarato apertamente: liquidare il potere di Hamas a Gaza.
I Qassam servivano solo come pretesto». A questo punto Avenry ricorda
che «è stato il governo israeliano a dare potere a Hamas. Quando una
volta ho interrogato in proposito un ex capo dello Shin-Bet, Yaakov Peri,
questi ha risposto enigmaticamente: "Non la abbiamo creata noi, ma
non abbiamo ostacolato la sua creazione". Per anni le autorità di occupazione
hanno favorito il Movimento Islamico nei territori occupati. Tutte le
altre attività politiche furono vigorosamente soppresse, ma le attività
del Movimento nelle moschee erano permesse. Il calcolo era semplice e
ingenuo: allora l'OLP era considerato il principale nemico, Yasser Arafat
era l'incarnazione del demonio. Il Movimento Islamico, che predicava
contro OLP e Arafat, veniva pertanto percepito come alleato». Nel 1987
scoppia la prima Intifada, ed il Movimento Islamico «si denominò
ufficialmente Hamas (dalle iniziali di "Movimento di Resistenza
Islamica" in arabo) ed entrò nella lotta. Persino allora lo Shin-Bet,
per circa un anno, si astenne dall'agire contro di esso, mentre membri di Fatah
venivano giustiziati o imprigionati in gran numero. Solo dopo alcuni anni
anche Sheikh Ahmed Yassin e i suoi collaboratori vennero arrestati.
Da allora in poi le cose cambiarono. Adesso è Hamas l'incarnazione
del demonio, e molti in Israele considerano l'OLP quasi il braccio di
un'organizzazione Sionista». Avnery sostiene che l’affermazione di Hamas
si sarebbe potuta arrestare semplicemente facendo «ampie concessioni
alla leadership di Fatah: fine dell'occupazione, firma di un trattato di
pace, fondazione dello Stato di Palestina, ritiro ai confini del 1967, una
soluzione ragionevole del problema dei profughi, rilascio di tutti i
prigionieri palestinesi».
- 3 gennaio. Ipotesi mai prese in considerazione
dalla dirigenza sionista. «Al contrario, dopo l'assassinio di Arafat,
Ariel Sharon dichiarò che Mahmoud Abbas, che prese il posto di Arafat, era
un "pollo spennato". Ad Abbas non fu concesso di raggiungere
alcun risultato politico. I negoziati, promossi dagli americani, furono
una farsa. L'unico vero leader di Fatah, Marwan Barghouti, fu messo in
prigione a vita. Invece di un massiccio rilascio di prigionieri, ci furono
meschini e umilianti "gesti di buona volontà". Abbas venne
umiliato sistematicamente, Fatah ridotta a un guscio vuoto e Hamas colse
una clamorosa vittoria alle elezioni palestinesi –le più autenticamente
democratiche che si siano mai svolte nel mondo arabo. Israele boicottò il
governo eletto. Nel corso della lotta intestina che ne seguì, Hamas
guadagnò il controllo diretto nella Striscia di Gaza». Conclude
laconicamente Avnery: «ora, dopo tutto ciò, il governo di Israele
decide di "liquidare il potere di Hamas a Gaza": nel sangue, nel
fuoco e nelle macerie».
- 3 gennaio. Per Avnery si tratta in ogni evidenza di
una "guerra elettorale". Il giornalista ricorda che anche
nel passato azioni militari sono state lanciate durante le campagne
elettorali. «Menachem Begin fece bombardare la centrale nucleare
irachena prima delle elezioni del 1981. Quando Shimon Peres protestò che
si trattava di un trucchetto elettorale, Begin al primo comizio strillò:
"Ebrei, credete che manderei i nostri valorosi ragazzi incontro alla
morte o, peggio, alla prigionia in mano a quelle bestie, solo per vincere
le elezioni?". Begin vinse. Peres non è Begin. Quando, durante la
campagna del 1996, ordinò l'invasione del Libano (l'operazione "Grapes
of Wrath"), tutti pensarono che l'avesse fatto per calcolo
elettorale. La guerra fu un disastro, Peres perse le elezioni e Benyamin Netanyahu
andò al potere». Barak e Tzipi Livni sono ricorsi allo stesso trucco.
«Secondo i sondaggi, il risultato elettorale stimato di Barak è
aumentato di cinque seggi in 48 ore. Circa 80 palestinesi morti per ogni
seggio. Ma è difficile stare in equilibrio su una pila di cadaveri. Il
successo potrebbe svanire in pochi minuti se la guerra dovesse essere recepita
come un fallimento dall'opinione pubblica israeliana; ad esempio, se i
missili dovessero continuare a colpire Beersheba, o se gli attacchi
di terra dovessero costare pesanti perdite israeliane». Avnery nota
pure la coincidenza dei tempi dell’attacco con le festività natalizie e la
fine della presidenza Bush. «Ci si poteva aspettare che il sanguinario
imbecille avrebbe sostenuto entusiasticamente la guerra, e così ha fatto. Barack
Obama non è ancora in carica e pertanto ha avuto una scusa pronta per
mantenere il silenzio: "Presidente ce n'è uno solo". Un silenzio
che non è di buon auspicio per il mandato di Obama».
- 3 gennaio. Non commettere gli stessi errori della
Seconda guerra del Libano: questo è stato ripetuto incessantemente in tutti
i telegiornali e i dibattiti, rileva Avnery. «Questo non cambia i
fatti. La guerra di Gaza è una replica quasi esatta della Seconda guerra
del Libano. Il concetto strategico è lo stesso: terrorizzare la
popolazione civile con spietati attacchi aerei, seminando morte e
distruzione. Questo non pone rischi ai piloti, dal momento che i
palestinesi non hanno armi antiaeree. Il calcolo è: se le infrastrutture
vitali della Striscia vengono totalmente distrutte e ne deriva un'anarchia
generale, la popolazione si solleverà e rovescerà il regime di Hamas. Mahmoud
Abbas a quel punto tornerà a Gaza a cavallo dei tank israeliani». Un
ragionamento non privo di logica ma totalmente dissociato dalla realtà nel
mondo arabo. «In Libano questo calcolo non ha funzionato. La
popolazione bombardata, cristiani inclusi, ha seguito Hezbollah e Hassan Nasrallah
è diventato l'eroe del mondo arabo. Probabilmente anche stavolta si
verificherà qualcosa di simile: i generali sono competenti nell'uso delle
armi e nei movimenti di truppe, non nella psicologia di massa».
Secondo Avnery, inoltre, «il blocco di Gaza era un esperimento
scientifico per scoprire quanto si può affamare un popolo e trasformare la
sua vita in un inferno, prima di riuscire a spezzarlo. L'esperimento è
stato condotto con il generoso aiuto dell'Europa e degli Stati Uniti.
Sinora, non ha avuto risultato. Hamas si è rinforzata e la gittata dei Qassam
si è allungata. Avnery è pure scettico sull’intervento dell’esercito.
«Durante le operazioni di terra, tutto dipenderà dalla motivazione e
dalle capacità dei combattenti di Hamas di fronte ai soldati Israeliani.
Nessuno sa come andrà a finire».
3 gennaio. In ogni caso, i massacri un risultato lo stanno
ottenendo: il sempre crescente discredito di Israele. «Appena dopo mezzanotte,
sul canale in arabo di Aljazeera c'era il collegamento con Gaza.
D’improvviso la telecamera ha puntato in alto, verso il cielo cupo. Lo
schermo era nero come la pece. Non si vedeva niente ma si poteva sentire
un suono: il rumore degli aeroplani. Un rombo pauroso, terrificante. Era
impossibile non pensare ai bambini di Gaza che a decine di migliaia
sentivano lo stesso suono in quel momento, rabbrividendo per la paura,
aspettando paralizzati dal terrore la caduta delle bombe. Giorno
dopo giorno, notte dopo notte, il canale in arabo di Aljazeera trasmette
immagini atroci: mucchi di corpi mutilati, familiari in lacrime che
cercano i loro cari in mezzo alle dozzine di corpi sparsi sul terreno, una
donna che tira fuori dalle macerie la sua bambina, dottori privi di
farmaci che tentano di salvare i feriti. Milioni di persone condividono
questa terribile visione, immagine dopo immagine. Queste immagini sono
stampate per sempre nelle loro menti: orribile Israele, abominevole, inumana
Israele. Una intera generazione che odierà. Questo è un prezzo terribile,
che continueremo a pagare molto dopo che gli altri effetti della guerra
saranno dimenticati in Israele».
- 3 gennaio. Cresce pure l’odio verso i servili e
corrotti governanti arabi, a cominciare dal dittatore egiziano Mubarak. «Dal
punto di vista degli arabi, un fatto campeggia sopra tutti gli altri: il
muro della vergogna. Per il milione e mezzo di arabi di Gaza, che stanno
così terribilmente soffrendo, l'unica apertura al mondo non dominato da
Israele è il confine con l'Egitto: solo da lì potrebbero arrivare il cibo
e le medicine per salvare i feriti. Questo confine rimane chiuso, al
culmine dell'orrore. L'esercito egiziano ha bloccato l'unico passaggio per
cibo e medicine, mentre i medici operano i feriti senza anestesia. Risuonano
da un capo all'altro del mondo arabo le parole di Hassan Nasrallah: i
leader dell'Egitto sono complici del crimine e collaboratori del
"nemico sionista" nel tentativo di spezzare la resistenza del
popolo palestinese. Si può presumere che non alluda solo a Mubarak ma pure
a tutti gli altri leader, dal re dell'Arabia Saudita al presidente
palestinese. Assistendo alle dimostrazioni nel mondo arabo e ascoltando
gli slogan, si ha l'impressione che i loro leader vengano ritenuti ben che
vada individui patetici se non dei miserabili collaborazionisti.
Tutto questo avrà conseguenze di portata storica».
- 3 gennaio. Dimostrazioni di massa in Egitto.
Centinaia di migliaia di persone, con in testa socialisti, nazionalisti
arabi e attivisti dei Fratelli musulmani, in piazza per protestare contro
la complicità del regime di Mubarak alle stragi sioniste. I manifestanti
rinfacciano alle autorità egiziane la chiusura del valico di frontiera di Rafah,
una città divisa in due (metà palestinese, metà egiziana) da un muro
com’era Berlino. La popolazione egiziana è anche disgustata dal fatto che
il ministro degli Esteri israeliano Tzipi Livni si trovava in visita da Mubarak
quando sono partiti di bombardamenti di Gaza: come dire che la guerra a
Gaza è stata dichiarata dal Cairo. Alcuni analisti rilevano che anche in
passato vi erano state manifestazioni pro Palestina, ma la novità di
queste sono le pesanti accuse a Mubarak, effetto secondo taluni della radicalizzazione
di parte delle masse arabe dopo l’umiliante sconfitta d’Israele in Libano
nel 2006. L’Egitto è, dopo Israele, il principale destinatario di
"aiuti" (dati ovviamente sotto certe condizioni) statunitensi in
Medio Oriente.
- 4 gennaio. «Rispondendo a
un appello del ministro Frattini... l'Unione delle Comunità ebraiche
italiane e la Comunità ebraica di Roma - si legge in un comunicato - mettono
a disposizione 300 mila euro in medicinali». 200 mila destinati «ai
bambini e alla gente di Gaza»», 100 mila «ai bambini e ai civili
delle cittadine israeliane del sud di Israele colpiti dai razzi di Hamas».
Domani i medicinali saranno messi a disposizione di Frattini (a cui va un forte «apprezzamento» per
la posizione presa). Bel gesto, umanitario. «Il nostro è un
gesto di umanità», dice Renzo Gattegna, presidente dell'Ucei. E
come per qualsiasi gesto umanitario degno di tale nome «non
intendiamo dare un giudizio politico dei torti o delle ragioni dell'una o dell'altra
parte», gli fa eco Riccardo Pacifici, il presidente della Comunità romana
che pure aveva appena esternato il suo pieno appoggio ai bombardamenti su Gaza.
E invece su quella frase si è scatenato l'inferno fra la comunità ebraica
di Roma e ambienti italo-ebraici di Israele. Un certo Shimon Fargion, un ebreo
italiano emigrato a Gerusalemme, ha attaccato violentemente Pacifici sia per
quelle parole che suonano troppo equidistanti sia per aver speso soldi della
comunità in soccorso dei civili palestinesi di Gaza. Pacifici,
fondatore e leader della lista ultrà maggioritaria «Per Israele»,
non è abituato a essere attaccato da destra e non ci ha visto più.
Per cui si è seduto al computer e ha messo in circolo un e-mail furibonda
chiarendo la sua posizione («sostegno totale di questa guerra a Gaza»)
e il senso vero del «gesto di umanità». Un'iniziativa «concordata
a priori con i massimi responsabili da parte israeliana (e permettetemi di non
aggiungere maggiori dettagli per ovvie ragioni)», assicura Faelino Luzon
intervenendo anche lui nel dibattito. Fumo negli occhi, roba buona solo per i
media «così come è stato deciso con l'ambasciatore d'Israele
di avere in questa prima fase un low profile», rassicura i suoi Pacifici: «Posso
garantirvi - scrive - che la scelta tutta mediatica di far arrivare medicinali
ai bambini palestinesi e israeliani era ed è solo utilizzata per quando
da lunedì comincerà la nostra battaglia sui media a sostegno di
Israele». E per il 10 annuncia «un megaevento» da 1500 persone
selezionate con l'ambasciatore di Israele «per spiegare le ragioni di Israele
e il suo diritto a fare questa guerra». Pacifici giura che la Comunità romana
non ha tirato fuori «neanche un euro» per quei medicinali, donati «da
un'organizzazione ebraica internazionale» e garantisce «che
comunque non arriverà un solo medicinale a Gaza che non sia autorizzato
dal Governo di Israele». Il comunicato è il coté ufficiale,
l'e-mail è il coté inter-comunitario. Poi c'è il
coté personale, ossia l'altro e-mail con cui Pacifici
risponde al suo critico Fargion con rudezza virile ma efficace: «Caro testa
di cazzo... dammi il tuo indirizzo così ti vengo a prendere a calci nel
culo... io qui Per Israele mi faccio un gran culo e vivo sotto scorta... STRONZO...
Sappi che ho fatto tutto insieme all'ambasciata d'Israele... Che cazzo ne sai
cosa stiamo facendo? STRONZOOOOOOOO».
da Il Manifesto del 4 gennaio.
- 4 gennaio. «Vergognati, vergognati, vergognati!».
Così si conclude la lettera di ieri di Stefano Sarfati Nahmad, Paola Canarutto,
Giorgio Forti, della Rete Ebrei contro l’Occupazione, rivolta al
presidente della comunità ebraica romana Riccardo Pacifici che aveva
espresso condivisione per i bombardamenti israeliani. La Striscia di Gaza,
«una prigione a cielo aperto, i cui confini sono sigillati, le merci
non entrano e non escono, l'economia è soffocata. Nemmeno i malati possono
uscire. Agli ospedali di Gaza mancano persino i disinfettanti e gli
anestetici. La centrale elettrica riceve carburante per funzionare solo
poche ore al giorno, così le fognature traboccano e l'acqua potabile
arriva meno di una volta alla settimana. Gli aiuti alimentari –quando arrivano–
sono insufficienti Su tutto questo sono arrivati i bombardamenti
che hanno causato un'ecatombe di donne, uomini e bambini. Questa è l’opera
della leadership israeliana che tu tanto apprezzi».
- 4 gennaio. Le menzogne sull’assalto di Israele a
Gaza: le rileva ieri Jeremy Hammond sul Foreign Policy Journal
pubblicazione online dedicata all’analisi della politica estera USA. Le
autorità israeliane asseriscono di stare colpendo siti militari e di
proteggere vite innocenti, ribadendo che Israele non colpisce mai civili.
La realtà è tutt’altra. «La Striscia di Gaza è una delle aree più
densamente popolate al mondo. La presenza di militanti fra la popolazione
civile non impedisce, secondo il diritto internazionale, che tale
popolazione goda del suo status protetto; pertanto ogni assalto alla
popolazione dietro la pretesa di colpire i militanti è, di fatto, un
crimine di guerra. Inoltre le persone che Israele rivendica come obiettivi
legittimi sono membri di Hamas». Sul movimento palestinese, Hammond,
constatando che Hamas ha un’ala militare, rileva che questa «non è
interamente un’organizzazione militare ma politica. Membri di Hamas sono i
rappresentanti democraticamente eletti del popolo palestinese. Decine di
questi leader eletti sono stati rapiti e detenuti nelle prigioni
israeliane senza capi d’accusa. Altri sono stati vittime di assassinii,
come Nizar Rayan, funzionario di vertice di Hamas. Per uccidere Rayan,
Israele ha colpito un edificio di civili abitazioni. L’attacco non uccise
solo Rayan ma anche due delle sue mogli e quattro dei suoi bambini,
insieme ad altri sei. Non esiste nel diritto internazionale
giustificazione per un tale attacco. Questo è un crimine di guerra».
Ma Israele è andata ben oltre, bombardando «una moschea, una prigione,
stazioni di polizia ed un’università, oltre a civili abitazioni» e
tenendo a lungo Gaza sotto assedio. «Israele bombarda e uccide civili
palestinesi. Innumerevoli altri sono feriti e non possono ricevere cure
mediche. Gli ospedali alimentati da generatori hanno poco o nulla
carburante. I medici non hanno adeguata strumentazione o farmaci per
assistere i feriti. Anche queste persone sono le vittime della strategia di
Israele puntata non su Hamas o legittimi obiettivi militari, ma
direttamente concepita per punire la popolazione civile».
- 4 gennaio. Hamas ha violato il cessate il fuoco? Il
bombardamento israeliano è una risposta al lancio di razzi palestinesi ed
è destinato a mettere fine a detti attacchi di razzi? Un’altra menzogna. «Israele
non ha mai rispettato il cessate il fuoco. Sin dall’inizio ha definito una
"zona speciale di sicurezza" dentro la Striscia di Gaza ed ha
annunciato che i palestinesi che fossero entrati in questa zona sarebbero
stati colpiti. In altre parole (…) i soldati israeliani avrebbero sparato
a contadini ed altri individui che avessero tentato di raggiungere la
propria terra». Eppure, episodi isolati a parte, «Hamas ha comunque
mantenuto il cessate il fuoco dal momento in cui è entrato in vigore il 19
giugno fino a quando Israele ha effettivamente rotto la tregua il 4
novembre, giorno in cui lanciò il raid aereo a Gaza che uccise cinque
persone e ne ferì parecchie altre». Una violazione che ha dato luogo «ad
una ritorsione da parte di militanti di Gaza che hanno sparato razzi su
Israele come risposta. L’aumentata sequenza di lancio di razzi alla fine
di dicembre è stata usata come giustificazione per il continuo
bombardamento da parte di Israele, ma è la diretta risposta dei militanti
agli attacchi di Israele. Era prevedibile che le azioni di Israele,
inclusa la sua violazione del cessate il fuoco, avrebbe dato luogo ad
un’escalation degli attacchi con lancio di razzi contro la sua stessa
popolazione».
- 4 gennaio. Hamas sta usando scudi umani? Non ci sono
prove, afferma Hammond. «Il fatto è che (…) Gaza è un piccolo pezzo di
terra densamente popolato. Israele ingaggia indiscriminate azioni di
guerra come l’assassinio di Nizar Rayan, nel quale anche membri della sua
famiglia sono stati uccisi. Sono le vittime come quei bambini uccisi che
Israele nella sua propaganda definisce come "scudi umani". Non
c’è legittimità per questa interpretazione secondo il diritto
internazionale. In circostanze come queste, Hamas non sta usando scudi
umani, Israele sta compiendo crimini di guerra in violazione delle
Convenzioni di Ginevra ed altre leggi internazionali in vigore». Lo
scritto del Foreign Policy Journal si sofferma pure sulle mancate condanne
degli altri Stati arabi. «Le popolazioni di tali nazioni arabe si
sentono oltraggiate dalle azioni di Israele e dai loro stessi governi per
non aver condannato l’assalto di Israele e non essersi date da fare per
mettere fine alla violenza. Più semplicemente i governi arabi non
rappresentano le loro rispettive popolazioni». Tali Paesi sono «sottomessi
alla volontà degli USA che sostengono pienamente Israele», come lo
scandaloso Egitto, il cui rifiuto «di aprire il valico per permettere
ai palestinesi feriti negli attacchi di ricevere cure mediche negli
ospedali egiziani, dipende pesantemente dall’aiuto statunitense, ed è
stato largamente criticato dalle stesse popolazioni dei paesi arabi per
quello che viene considerato un assoluto tradimento dei palestinesi di
Gaza». Hammond rileva che «persino il presidente palestinese Mahmoud
Abbas è stato giudicato un traditore del suo stesso popolo per avere
accusato Hamas delle sofferenze della gente di Gaza. I palestinesi sono
pure ben consci dei precedenti atti di Abbas, percepiti come tradimenti,
il quale tramò con Israele e con gli USA per mettere fuori gioco il
governo democraticamente eletto di Hamas, cosa che culminò in un
contro-rovesciamento da parte di Hamas che espulse Fatah (l’ala militare
dell’Autorità Palestinese di Abbas) dalla Striscia di Gaza. Benché
l’obiettivo apparente fosse indebolire Hamas e rafforzare la propria
posizione, i palestinesi ed altri arabi nel Medio Oriente sono così oltraggiati
da Abbas che è improbabile che egli possa essere in grado di governare
efficacemente».
- 4 gennaio. Israele asserisce poi di non essere
responsabile delle morti dei civili giacché ha avvertito i palestinesi di
Gaza di sgombrare le aree che potevano essere colpite. «Israele reclama
di aver inviato messaggi via radio e per telefono ai residenti di Gaza
avvisandoli di sfollare in vista degli imminenti bombardamenti. Ma il
popolo di Gaza non ha dove sfollare. Sono intrappolati dentro la Striscia
di Gaza. È a causa del piano di Israele che non possono scappare oltre il
confine. È a causa del piano di Israele che non hanno cibo, acqua, energia
con cui sopravvivere. È a causa del piano di Israele che gli ospedali di
Gaza non hanno elettricità e hanno scarse forniture mediche con le quali
poter prendersi cura dei feriti e salvare vite. E Israele ha bombardato
vaste aree di Gaza, colpendo infrastrutture civili ed altri siti che
godono dello status protetto secondo il diritto internazionale. Non ci
sono luoghi sicuri dentro la Striscia di Gaza».
- 5 gennaio. L’analista Rami Khoury, di cittadinanza
statunitense, direttore dell’Issam Fares Institute of Public Policy and
International Affairs presso l’American University di Beirut e del
quotidiano libanese "Daily Star", vede molte analogie tra
Hamas e Hezbollah. «La prima riguarda l’origine: Hamas e Hezbollah non
esistevano prima del 1982. La loro nascita e la loro forza deve essere
vista in gran parte come una risposta all’occupazione di Israele ed alle
sue politiche di colonizzazione in Palestina e in Libano, assieme ad altre
ragioni secondarie. Hamas e Hezbollah sono i figliastri ideologici del Likud,
e soprattutto di Ariel Sharon, la cui adozione della violenza, del
razzismo, e della colonizzazione come mezzi primari per gestire il
rapporto con le popolazioni arabe occupate ha alla fine generato la
volontà di resistere. Il trio che sta attualmente portando avanti
l’eredità di brutalità di Sharon –Ehud Olmert, Ehud Barak, e Tzipi Livni–
sembrano geneticamente ciechi di fronte al fatto che quanto più Israele fa
uso della forza e della brutalità contro gli arabi, tanto più aspra sarà
la risposta sotto forma di movimenti di resistenza più efficaci e dotati
di un più ampio appoggio popolare». La seconda analogia riguarda le
capacità militari. «Hezbollah e Hamas hanno entrambi incrementato in
maniera consistente la loro determinazione e la loro capacità di
utilizzare diversi razzi e missili per attaccare ripetutamente Israele.
Cosa ancora più importante, sono meglio in grado di proteggere i loro
dispositivi lanciarazzi dagli attacchi preventivi di Israele. Il numero di
vittime israeliane negli anni più recenti è dell’ordine di poche
centinaia, di fronte alle migliaia di palestinesi che Israele ha ucciso.
Ma il livello di distruzione e il computo delle vittime non sono i criteri
più utili da usare in questa analisi. I reali criteri di ciò che conta
politicamente sono il tormentoso senso di vulnerabilità di Israele, e la
sensazione palestinese di maggior confidenza, di sfida, e di avere la
capacità di rispondere agli attacchi. È una (…) tangibile vittoria per Hamas
anche soltanto riuscire a continuare a lanciare 30-40 razzi al giorno
verso il sud di Israele». La terza analogia riguarda «la
convergenza fra religione, nazionalismo, governance, e politica. Sia
in Palestina che in Libano, i sistemi politici laici dominanti si sono
dimostrati disfunzionali, corrotti, e incapaci di proteggere la società
dall’aggressione israeliana o dai conflitti e dalla criminalità interna.
Movimenti come Hamas e Hezbollah si sono sviluppati in gran parte per
colmare l’assenza di efficace governance, e di sicurezza, di fronte
agli attacchi israeliani e in fatto di ordine interno». Khoury non può
far a meno di notare che i due gruppi ricoprono «ruoli molteplici che
rispondono ai reali bisogni dei loro cittadini e dei loro elettori nel
campo della governance, della sicurezza locale, della difesa
nazionale, e dei servizi di base – responsabilità che i loro governi
nazionali laici non sono riusciti ad assumersi». La
combinazione di queste caratteristiche rende perciò «estremamente
difficile per Israele "sconfiggere" Hezbollah e Hamas nella loro
attuale configurazione, indipendentemente da quanta morte e distruzione
Israele rovescerà sulle loro società».
- 5 gennaio. Tsahal usa armi al fosforo bianco sulla
Striscia di Gaza. Si tratta delle stesse terribili munizioni impiegate
dagli USA in Iraq nel novembre del 2004 a Falluja. È quanto rivela il
britannico Times, ricordando che, in base al Trattato di Ginevra del 1980,
il fosforo bianco «non può essere usato come arma di guerra nelle aree
popolate da civili, anche se non ne è vietato l’'impiego appunto come
cortina fumogena o come bengala per illuminare le aree» dove operano
le truppe. In realtà, secondo il Times, vengono usate nelle aree
urbane «per snidare i cecchini o quanti restano appostati tra le
macerie per far esplodere gli ordigni improvvisati» al passaggio delle
truppe. Israele ha riconosciuto di aver usato il fosforo bianco nel Libano
meridionale durante la disastrosa guerra dell'estate del 2006 contro le
milizie sciite di Hezbollah. «Impiegare tali proiettili in una delle
aree più densamente popolate del mondo come la Striscia di Gaza alimenterà
ulteriormente le critiche contro l'offensiva israeliana che ha già causato
almeno 2.300 feriti», scrive il quotidiano britannico. «Se il
fosforo bianco è stato sparato in maniera deliberata sulla gente, qualcuno
finirà alla Corte per i crimini di guerra all’Aja», ha commentato l'ex
maggiore dell'esercito britannico, Charles Heyman, perché «è anche
un arma terroristica. Le gocce di fosforo bruciano al contatto con la
pelle». Il fosforo bianco è stato ampiamente utilizzato dagli USA
anche nel Vietnam. Il fosforo bianco viene conservato sott’acqua o in
azoto perché a contatto con l’ossigeno presente nell’aria produce anidride
fosforica generando calore. L’anidride fosforica reagisce violentemente
con composti contenenti acqua (come i corpi umani) e li disidrata
producendo acido fosforico. Il calore sviluppato da questa reazione brucia
la parte restante del tessuto molle. Il risultato è la distruzione
completa del tessuto organico.
- 6 gennaio. L’Operazione "Piombo Fuso" è
parte di un più vasto programma militare e d'intelligence israeliano. È la
tesi del docente universitario Michel Chossudovsky sul sito Global Research.
«I bombardamenti aerei e l'invasione terrestre di Gaza ora in corso da
parte delle forze di terra israeliane devono essere analizzati all'interno
di un contesto storico. L'operazione "Piombo Fuso" è un'impresa
attentamente pianificata, a sua volta parte di un più vasto programma
militare e d'intelligence israeliano formulato per la prima volta dal
governo del primo ministro Ariel Sharon nel 2001», scrive Chossudovsky.
Il docente universitario parte dalla "Operazione Vendetta
Giustificata" di Sharon, con cui i caccia F-16 furono inizialmente
usati per bombardare le città palestinesi. Un’operazione «presentata
nel luglio 2001 al governo israeliano di Ariel Sharon dal capo di stato
maggiore dell'IDF Shaul Mofaz, con il titolo "La distruzione
dell'Autorità Palestinese e il disarmo di tutte le forze armate"»,
ed avente l’obiettivo di «rioccupare tutta la Cisgiordania e
possibilmente la Striscia di Gaza al costo probabile di
"centinaia" di vittime israeliane», come riporta il Washington
Times (19 marzo 2002) e «distruggere l'autorità palestinese e
mettere Yasser Arafat 'fuori gioco' (Ellis Shulman, "Operation Justified
Vengeance": a Secret Plan to Destroy the Palestinian Authority, marzo
2001)».
- 6 gennaio. L’"Operazione Vendetta
Giustificata" ha avuto anche il nome di "Piano Dagan", in
riferimento al generale in congedo Meir Dagan, attuale capo del Mossad,
l’agenzia d'intelligence di Israele. Il Generale della Riserva Meir Dagan
era il consigliere di sicurezza nazionale di Sharon durante la campagna
elettorale del 2000. «Il 'Piano Dagan' prevedeva la cosiddetta "cantonalizzazione"
dei territori palestinesi attraverso la quale Cisgiordania e Gaza
sarebbero stati totalmente separati l'una dall'altra, con
"governi" separati in ciascun territorio. In base a questo
scenario, già previsto nel 2001, Israele avrebbe negoziato separatamente
con le forze palestinesi dominanti in ciascun territorio». Il Piano Dagan
ha stabilito una continuità nei programmi d'azione militare e d'intelligence.
«In attesa delle elezioni del 2000, a Meir Dagan fu assegnato un ruolo
chiave. Diventò l'intermediario di Sharon per i temi della sicurezza con
gli inviati speciali del presidente Bush, Zinni e Mitchell. Successivamente
fu nominato direttore del Mossad dal Primo Ministro Ariel Sharon
nell'agosto 2002. Nel periodo post-Sharon è rimasto capo del Mossad. È
stato riconfermato nella sua posizione di direttore dell'intelligence dal
Primo Ministro Ehud Olmert nel giugno 2008». A Meir Dagan, in armonia
con le controparti USA, hanno fatto capo varie operazioni militari e
d'intelligence. «Senza menzionare il fatto che Meir Dagan, da giovane
colonnello aveva lavorato a stretto contatto con l'allora ministro della
difesa Ariel Sharon nelle incursioni a danno degli insediamenti
palestinesi a Beirut nel 1982. L'invasione di terra di Gaza nel 2009,
sotto molti punti di vista, ricalca da vicino l'operazione militare del
1982 condotta da Sharon e Dagan».
- 6 gennaio. Da Sharon a Olmert, ci sono elementi di
continuità da "Vendetta giustificata" a "Piombo Fuso"?
Chossudovsky rileva quattro elementi: «1. L'assassinio nel novembre
2004 di Yasser Arafat. Questo assassinio è stato nel tavolo dei progetti
dal 1996 nell'ambito della "Operazione Campi di Spine". Secondo un
documento dell'ottobre 2000 preparato dai servizi di sicurezza, su
richiesta dell'allora Primo Ministro Ehud Barak, si sosteneva che "Arafat,
la persona, è una grave minaccia alla sicurezza dello Stato [di Israele] e
il danno che risulterà dalla sua scomparsa è minore del danno causato
dalla sua esistenza" (Tanya Reinhart, Evil Unleashed, Israel's move to
destroy the Palestinian Authority is a calculated plan, long in the making,
Global Research, dicembre 2001. Dettagli del documento furono pubblicati
su Ma'ariv, 6 luglio 2001)». L’assassinio di Arafat sarebbe dunque
stato parte del Piano Dagan del 2001. «Con ogni probabilità, fu portato
avanti dall'intelligence israeliana. Era intesa a distruggere l'Autorità
Palestinese, fomentare divisioni all'interno di al-Fatah così come tra al-Fatah
e Hamas. Mahmud Abbas è un quisling palestinese. Venne installato come
leader di al-Fatah, con l'approvazione di Israele e degli Stati Uniti, che
finanziano le forze paramilitari e di sicurezza dell'Autorità Palestinese».
- 6 gennaio. Punto numero 2: la rimozione e ridislocazione,
in base agli ordini del Primo Ministro Ariel Sharon nel 2005, di tutte le
colonie sioniste a Gaza, 7mila persone. «La questione delle colonie di
Gaza fu presentata come parte della "road map verso la pace"
sponsorizzata da Washington. Celebrata dai palestinesi come una
"vittoria", questa misura non era diretta contro i coloni
sionisti. Era piuttosto il contrario: faceva parte della operazione
coperta complessiva, che consisteva nel trasformare Gaza in un campo di
concentramento. Finché i coloni vivevano dentro Gaza, l'obiettivo di
sostenere un vasto territorio-prigione sigillato non poteva essere
conseguito. La realizzazione concreta della "Operazione Piombo
Fuso" imponeva "niente ebrei a Gaza"». Punto numero
tre: la costruzione del famigerato Muro dell’Apartheid, decisa all'inizio
del governo Sharon. Punto numero 4: la vittoria elettorale di Hamas nel
gennaio 2006. «Senza Arafat, gli architetti dell'intelligence militare
israeliana sapevano che al-Fatah sotto Mahmud Abbas avrebbe perso le
elezioni. Questo faceva parte dello scenario, già previsto e analizzato
ben prima. Essendo in capo ad Hamas la responsabilità dell'autorità
palestinese, e nell'usare il pretesto che Hamas è un'organizzazione
terroristica, Israele avrebbe intrapreso il processo di "cantonalizzazione"
come formulato nel Piano Dagan. Al-Fatah sotto la guida di Mahmud Abbas
sarebbe rimasta formalmente responsabile della Cisgiordania. Il governo
regolarmente eletto di Hamas sarebbe stato confinato nella Striscia di
Gaza».

Il "Muro
dell’Apartheid" in Cisgiordania
- 6 gennaio. Eccoci quindi all’invasione di terra dei
nostri giorni. «Israele non sta mirando a obbligare Hamas a
"cooperare". Ciò cui assistiamo è la messa in pratica del
"Piano Dagan" così come formulato inizialmente nel 2001, giacché
si appellava a: un'invasione del territorio a controllo palestinese da
parte di circa 30mila soldati israeliani, con la ben definita missione di
distruggere l'infrastruttura della leadership palestinese e di requisire
gli armamenti attualmente posseduti dalle varie forze palestinesi, ed
espellendo o uccidendo la sua leadership militare. (Ellis Shulman, op. cit.».
Secondo Chossudovsky, «l’espulsione di massa potrebbe avvenire in
qualche fase finale dell'invasione di terra, se fossero gli israeliani ad
aprire i confini di Gaza per consentire un esodo della popolazione. Fu da
parte di Sharon il riferimento all'espulsione come una soluzione in stile
1948. Per Sharon è solo necessario trovare un altro Stato per i
palestinesi: "la Giordania è Palestina", era una frase che fu Sharon
a coniare" (Tanya Reinhart, op. cit.)».
- 6 gennaio. Il disastro umanitario era dunque già
stato pianificato. «L’8 dicembre, il numero due del Dipartimento di
Stato USA, John Negroponte, era a Tel Aviv per discussioni con le
controparti israeliane, compreso il direttore del Mossad, Meir Dagan (…) I
bersagli militari di Hamas non sono il principale obiettivo. L'Operazione
"Piombo Fuso" è intesa, in modo abbastanza deliberato, a causare
vittime civili (…) L’obiettivo di lungo periodo di questo piano, così come
formulato dai decisori politici israeliani, è l'espulsione dei palestinesi
dalle terre palestinesi. Terrorizzare la popolazione civile, assicurando
la massima distruzione della proprietà e delle risorse culturali. La vita
quotidiana dei palestinesi deve essere resa insostenibile. Devono essere
segregati in città e borghi, impediti dall'esercitare una vita economica
normale, tagliati fuori da luoghi di lavoro, scuole e ospedali. Ciò incoraggerà
l'emigrazione e indebolirà la resistenza nei confronti di future
espulsioni».
- 7 gennaio. «A Beirut, nel 1982, sono stato
testimone di orrori che pensavo non avrei mai più rivisto. E invece, 27
anni dopo, a Gaza la situazione dei palestinesi è ancora peggiore». Lo
afferma il dottor Mads Gilbert, norvegese, specializzato in anestesia e
medicina d'urgenza. Il governo israeliano dice che «il 90% degli
obiettivi distrutti sono quelli prestabiliti, ma oltre il 90% dei feriti
che curiamo è rappresentato da civili: allora sono proprio i civili che
vogliono colpire», afferma il dottore norvegese contattato
telefonicamente da il Manifesto.
-
7 gennaio. Due giorni fa, intervistato dall’agenzia Misna, il professor Mads Gilbert, membro della organizzazione umanitaria
Norwac che si trova a Gaza nell’ospedale di Shifa, aveva denunciato
l’uso di armi proibite sui civili di Gaza. «Non sono in grado di dire
se gli israeliani stiano usando armi al fosforo bianco o all'uranio
impoverito, ma sicuramente stanno ‘sperimentando’ sulla popolazione di
Gaza nuovi ordigni chiamati Dime (Dense inert metal explosive); si tratta
di esplosivi di grande e controllata potenza che causano amputazioni e
danni letali per chiunque venga colpito nel raggio di 10 metri». Gilbert
parla di persone che vengono portate a pezzi in ospedale, letteralmente
tagliate in parti, e di conseguenze di lunga durata sui sopravvissuti. «Su
questi strumenti di guerra non ci sono ancora sufficienti ricerche",
aggiunge il dottore, sappiamo però che chi sopravvive ha molte
probabilità di contrarre un tumore ed è comunque destinato ad una vita
da disabile». Le ipotesi di Gilbert, sono formulate sulla base di
altre esperienze di guerra, di quella del Libano in particolare dove,
nel 2006, gli israeliani vennero accusati di utilizzare proprio esplosivo
'Dime' e fosforo bianco come da loro stessi ammesso in seguito. «Non abbiamo un
laboratorio dove poter analizzare campioni», aggiunge il medico
norvegese, «ma parlo a ragion veduta sulla base dei corpi senza vita e
dei feriti che continuano ad affollare questo ospedale. Ci sono corpi
fatti a pezzi le cui ferite non sono state sicuramente causate da armi
convenzionali, ci sono altri corpi che arrivano completamente bruciati,
con gli organi interni decomposti». Una tragedia umanitaria, sottolinea
Gilbert, che colpisce indiscriminatamente tutti senza distinzione di
sesso, di età, di occupazione: «Gran parte dei feriti che stiamo
trattando ha subìto gravi amputazioni; tutto quello che sta avvenendo a
Gaza va contro ogni regola del diritto internazionale. Sento parlare di
guerra ad Hamas, ma i miei occhi vedono solo bombardamenti sistematici
contro la popolazione civile anche con armi vietate dalla comunità
internazionale».
- 7 gennaio. Una delegazione israeliana di Phisicians
for human rights, così come i giornalisti di Rai news 24, avevano
già fatto luce nel 2006 (in Libano e sempre a Gaza) su questi fenomeni. I
feriti appaiono colpiti allo stesso modo: ustioni e ferite gravissime,
profonde, nelle parti basse del corpo, fino ad arrivare ad amputazioni,
come se le ossa fossero state tagliate con una sega. Molto probabilmente
si tratta di una nuova arma. Sulla rivista statunitense Defense tech
si leggeva di un tipo di bomba di piccolo diametro che viene lanciata da
aerei telecomandati, i droni. Questa arma, la DIME (Dense Inert Metal Explosive),
ha un involucro di fibra di carbonio che al momento dell’esplosione si
frantuma in piccoli frammenti, che schizzano e colpiscono nell’arco di 4
metri. Nell’esplosione viene, però, liberata anche una polvere di
tungsteno che si carica di energia e distrugge e taglia con un’angolatura
particolare tutto ciò che incontra sempre nell’arco di 4 metri. Sarebbe
questa polvere carica e il calore che sprigiona a provocare le
amputazioni. Il tungsteno potrebbe anche avere effetti cancerogeni.
- 7 gennaio. «Gaza assomiglia sempre più ad un grande
campo di concentramento». Lo ha detto il presidente del Pontificio
consiglio per la giustizia e la pace (una sorta di "ministro della
giustizia" del Vaticano), il cardinal Renato Raffaele Martino, in
un'intervista al quotidiano online ilsussidiario.net. Israele,
tramite il portavoce del ministero degli Esteri, Igal Palmor, ha
denunciato le parole del cardinal Martino, accusandolo di aver utilizzato
termini «della propaganda di Hamas».
- 7 gennaio. Attaccate i soldati USA in Iraq come
vendetta per quello che Israele sta facendo ai palestinesi a Gaza. È
l’invito rivolto da Muqtada al Sadr, che chiede «alla resistenza
irachena di mettere in atto operazioni di vendetta contro gli Stati Uniti
– il partner principale del nemico sionista». In un comunicato diffuso
dal suo ufficio di Najaf –nel giorno della festività religiosa della Ashura,
in cui gli sciiti ricordano il martirio dell’imam Hussein, nipote del
profeta Manometto, ucciso nella battaglia di Karbala del 680 d.C.
dall’esercito del califfo sunnita Yazid– Sadr ha chiesto inoltre a «tutti
i Paesi che ospitano sul loro territorio ambasciate israeliane di chiudere
queste missioni diplomatiche che sono la fonte del terrorismo nei Paesi
arabi e islamici, in segno di appoggio al popolo palestinese». Il
leader sciita ha esortato anche gli iracheni a «mettere bandiere
palestinesi sul tetto di tutti gli edifici, moschee, e chiese in segno di appoggio
ai mujaheddin di Gaza». Negli ultimi giorni, nelle principali città
irachene, fra cui Baghdad, Mosul, e Falluja, ci sono state manifestazioni anti-israeliane.
Il Primo Ministro Nuri al-Maliki –rientrato di recente da una visita in Iran–
ieri aveva criticato i Paesi arabi per l’assenza di supporto nei confronti
dei palestinesi, e aveva invitato «i nostri fratelli arabi e musulmani
a rompere i rapporti con lo Stato usurpatore e a sospendere tutte le
relazioni diplomatiche con Israele, e a porre fine a qualsiasi contatto
–pubblico o segreto– con il regime assassino».
- 8 gennaio. «La guerra del 2006? Sarà per voi una
passeggiata nel parco rispetto a quello che vi succederà in caso di nuova
aggressione». Ha usato queste parole il leader di Hezbollah, Hassan Nasrallah,
per mettere in guardia Israele dalle tentazioni di aprire un secondo
fronte. Parlando in videoconferenza a decine di migliaia di sostenitori,
riuniti nello stadio di Beirut in occasione della festività musulmana dell'Ashura,
Nasrallah ha paragonato ieri la situazione di Gaza alla guerra in Libano
del 2006. Dopo aver elogiato il presidente venezuelano Hugo Chavez per
avere espulso l'ambasciatore israeliano, ha invitato i paesi arabi a non
normalizzare le loro relazioni con Israele. In particolare, il leader del
Partito di Dio ha attaccato l'Egitto, colpevole di non aver aperto il
valico di Rafah. «Hanno bisogno di oltre 650 morti e 2.500 feriti per
cominciare ad aiutare la gente di Gaza?» ha detto. Nasrallah ha infine
attaccato gli USA, che mirerebbero a liquidare una volta per tutte la
questione palestinese, consegnando Gaza all’Egitto e parti della Cisgiordania
alla Giordania.
- 8 gennaio. «Quello che non sapete su Gaza».
È il titolo di un articolo di Rashid Khalidi, professore di studi arabi
alla Columbia University, pubblicato sul New York Times. Il professore
rileva che «la maggioranza di chi vive a Gaza non è lì per scelta. Un
milione e cinquecentomila persone stipate nelle 140 miglia quadrate della
striscia di Gaza fanno parte per lo più di famiglie provenienti dai paesi e
dai villaggi attorno a Gaza come Ashkelon e Beersheba. Vi furono condotte
a Gaza dall’esercito israeliano nel 1948». L’articolo del quotidiano USA
ricorda altresì che gli abitanti di Gaza «vivono sotto l’occupazione
israeliana dall’epoca della Guerra dei sei giorni (1967). Israele è
tuttora considerata una forza di occupazione, anche se ha tolto le sue
truppe e i suoi coloni dalla striscia nel 2005. Israele controlla ancora
l’accesso all’area, l’import e l’export, e i movimenti di persone in
ingresso e in uscita. Israele controlla lo spazio aereo e le coste di
Gaza, e i suoi militari entrano nell’area a piacere. Come forza di occupazione,
Israele ha la responsabilità di garantire il benessere della popolazione
civile della striscia di Gaza (Quarta Convenzione di Ginevra)».
- 8 gennaio. La situazione per gli abitanti di Gaza è
peggiorata dopo la vittoria di Hamas nelle elezioni per il Consiglio
Legislativo Palestinese del gennaio 2006. Con l’appoggio degli Stati Uniti
e dell’Unione Europea, «carburante, elettricità, importazioni,
esportazioni e movimento di persone in ingresso e in uscita dalla striscia
sono stati lentamente strozzati, causando problemi che minacciano la
sopravvivenza (igiene, assistenza medica, approvvigionamento d’acqua e
trasporti). Il blocco ha costretto molti alla disoccupazione, alla povertà
e alla malnutrizione. Questo equivale alla punizione collettiva –con il
tacito appoggio degli Stati Uniti– di una popolazione civile che esercita
i suoi diritti democratici». Togliere il blocco, insieme con la
cessazione del lancio dei razzi, era uno dei punti chiave del cessate-il-fuoco
fra Israele e Hamas nel giugno scorso. «L’accordo portò a una riduzione
dei razzi lanciati dalla Striscia: dalle centinaia di maggio e giugno a
meno di venti nei quattro mesi successivi (secondo stime del governo
israeliano). Il cessate-il-fuoco venne interrotto quando le forze
israeliane lanciarono un imponente attacco aereo e terrestre ai primi di
novembre; sei soldati di Hamas vennero uccisi».
- 8 gennaio. Il professore rileva infine che «colpire
civili, sia da parte di Hamas che di Israele, è potenzialmente un crimine
di guerra. Ogni vita umana è preziosa». Ma i numeri parlano da soli: «circa
700 palestinesi, per la maggior parte civili, sono stati uccisi da quando
è esploso il conflitto alla fine dello scorso anno. Per contro, sono stati
uccisi 12 israeliani, per la maggior parte soldati. Il negoziato è un modo
molto più efficace per affrontare razzi e altre forme di violenza. Questo
sarebbe successo se Israele avesse rispettato i termini del cessate-il-fuoco
di giugno e tolto il suo blocco dalla striscia di Gaza». La guerra
contro la popolazione di Gaza non riguarda in realtà i razzi e la
"sicurezza" di Israele. «Molto più rivelatrici le parole
dette nel 2002 da Moshe Yaalon, allora capo delle Forze di Difesa
israeliane:"Occorre far capire ai palestinesi nei recessi più
profondi della loro coscienza che sono un popolo sconfitto"».
- 8 gennaio. Fuoco anche sull’ONU. L’UNRWA, l’agenzia
delle Nazioni Unite preposta agli aiuti ai palestinesi, ha annunciato di
sospendere le sue attività umanitarie nella Striscia di Gaza dopo che
soldati israeliani hanno aperto il fuoco contro un suo convoglio
umanitario, uccidendo due autisti palestinesi. Secondo le
informazioni del portavoce dell'ONU, Richard Miron, il convoglio si
era avvicinato al valico di Erez dopo aver avvertito del passaggio
l’esercito israeliano. Dopo l'incidente, tutti i convogli diretti a Erez
e al valico commerciale di Kerem Shalom sono stati sospesi. Kerem Shalom è
stato finora il principale punto di transito per gli aiuti umanitari
destinati a circa 750.000 abitanti della Striscia di Gaza. Ieri più di 45
palestinesi sono rimasti uccisi e oltre 100 feriti in un attacco
israeliano contro una scuola gestita dall’UNRWA nel nord della Striscia di
Gaza, secondo fonti mediche palestinesi.
- 8 gennaio. Ci sarebbero le foto delle munizioni e
le ustioni sui corpi delle vittime palestinesi a provare l’uso di fosforo
bianco nell’offensiva israeliana. Lo ribadisce il Times di Londra
che nei giorni scorsi aveva accusato Tel Aviv di usare la sostanza vietata
dagli accordi internazionale.
- 8 gennaio. Le ragioni dei massacri di Gaza? Ezio Bonsignore
su Pagine di difesa inizia con lo sgombrare il campo dalla
questione dei razzi di Hamas. «Eliminare semplicemente la capacità di Hamas
di costruire e lanciare razzi, senza affrontare i veri termini del
problema, non servirebbe a nulla». Anche Bonsignore, così come Chossudovsky,
richiama direttive strategiche e politiche risalenti al governo Sharon. «L’allora
Primo Ministro decise di abbandonare il processo di pace, perché era ormai
sin troppo evidente che una pace negoziata sarebbe stata possibile, solo a
patto di accettare dei pesanti compromessi sulle questioni chiave
–Gerusalemme, il controllo delle fonti idriche, i confini del futuro stato
palestinese, il ritorno dei profughi– su cui invece Israele non era e non
è disposto a cedere di un millimetro. Inoltre, era importante impedire che
il piano di pace saudita prendesse forza. Sharon decise quindi di creare
unilateralmente lo "Stato palestinese", così come Israele era
disposto ad accettarlo, e di offrirlo ai Palestinesi –prendere o lasciare.
Da qui il ritiro dalla Striscia di Gaza, che ad Israele non interessa più
che tanto e che sarebbe in ogni caso non assimilabile, mentre invece è
continuata e continua la creazione di nuovi insediamenti in Cisgordania
(Giudea e Samaria)».
- 8 gennaio. Ma quale "Stato palestinese"
aveva in mente Sharon? «Una specie di Bantustan dove rinchiudere
persone di razza e/o religione indesiderabile, o per dirla in modo un po’
antipatico una riedizione del Ghetto di Varsavia (che difatti aveva la sua
brava amministrazione autonoma)». La pre-condizione essenziale per
questo piano era «l’evoluzione dell’Autorità Nazionale Palestinese in
un governo legittimo e riconosciuto come tale a livello internazionale, e
che fosse disposto ad accettare formalmente il suo "Stato"
dichiarando chiusa la questione. Questo avrebbe non solo risolto il
problema per Israele (anche se solo temporaneamente, vista l’altissima
fertilità degli Arabi Israeliani e l’impossibilità di espellerli), ma
anche e sopratutto avrebbe liberato tutti gli stati Arabi dalla sempre più
pesante e male accetta necessità di sostenere la causa palestinese,
permettendo loro di impostare le proprie relazioni con Israele e
soprattutto gli Stati Uniti su basi completamente nuove». Ma la
creazione di un governo legittimo e internazionalmente riconosciuto
passava per libere elezioni. «E qui, venne commesso l’errore capitale
di permettere ad Hamas di parteciparvi. Se si sia trattato del risultato
di un "diktat" da parte americana, come sostengono oggi gli
Israeliani, oppure di un fenomenale errore di valutazione, fatto sta che
venne commesso». Hamas non solo partecipò alle elezioni, ma le vinse
alla grande. Questa situazione rischiava di rovinare tutto il piano
–non perché Hamas sia un’organizzazione terroristica e voglia la
distruzione di Israele, ma perché non avrebbe mai accettato come
"Stato" il Bantustan che Israele era disposto a cedere. Da qui,
l’organizzazione del colpo di stato di Abu Mazen, che però è riuscito solo
a metà – e, ancora una volta, è straordinario vedere come una raffinata
campagna propagandistica sia invece riuscita a convincere tantissima,
troppa gente che il governo palestinese legittimo sia quello di Abu Mazen,
e che il golpe lo abbia fatto Hamas».
- 8 gennaio. La presenza di Hamas a Gaza rende
impossibile procedere con la creazione di uno "Stato"
palestinese. Hamas non riconoscerà in alcun modo la legalità dei confini
del ghetto in cui è attualmente rinchiuso. «L’obiettivo politico di Israele
consiste quindi nel togliere di mezzo Hamas, non tanto come
"lanciatore di razzi" e neppure come organizzazione
terroristica, ma proprio come forza politica. L’idea è che con la Striscia
riportata sotto l’autorità di Abu Mazen, l’Autorità Nazionale Palestinese
potrebbe invece accettare la Striscia, più qualche brandello di Cisgiordania,
come il territorio del proprio "Stato"». Il problema, però,
è che dato il consenso attorno ad Hamas, «non si può sperare di
eliminarlo come forza politica soltanto mediante una lunga serie di
assassini "mirati". Bisogna invece che sia la popolazione
palestinese stessa a ritirare il proprio appoggio per Hamas, e a darsi (o comunque
accettare) una nuova leadership politica più "flessibile". È
questo lo scopo ultimo di "Cast Lead", e il motivo per i tanti –troppi–
casi di "incidenti" e "danni collaterali" a danno di
civili». Un approccio "vincente"? «In Libano, esattamente
lo stesso approccio ("punire" la popolazione libanese per il suo
appoggio a Hezbollah, in modo da creare una specie di crisi di rigetto)
non solo non ha funzionato, ma ha regalato a Hezbollah un potere politico,
che prima del conflitto era impensabile».
- 9 gennaio. L’ONU denuncia crimini contro
l’umanità. L’Alto commissario dell’ONU per i diritti dell'uomo, Navi Pillay,
ha denunciato oggi «gravi violazioni dei diritti umani» nella
Striscia di Gaza ed ha sollecitato l'apertura di un'inchiesta indipendente
sulle violenze compiute dall'inizio dell'offensiva israeliana. «L'impossibilità
di accedere ai servizi di base e la distruzione delle infrastrutture
espongono la popolazione di Gaza a rischi addizionali. Tali condizioni
rappresentano gravissime violazioni dei diritti umani». L’ONU ha
anche denunciato l’uccisione con un bombardamento dell'esercito
israeliano di 30 civili che facevano parte di un gruppo di 110 palestinesi
riuniti in una casa di Gaza. «Secondo diverse testimonianze, il 4
gennaio, dei soldati hanno evacuato e raggruppato circa 110 palestinesi in
una sola casa a Zeitun (di questi la metà erano bambini) ordinando loro di
restare all'interno dell'immobile», dice l'ufficio ONU per il
coordinamento umanitario (Ocha) in un comunicato. «Ventiquattr'ore più
tardi, le forze israeliane hanno bombardato a più riprese quella casa,
uccidendo circa 30 persone», aggiunge il comunicato. Sotto le
rovine dell'edificio colpito dal fuoco israeliano potrebbero trovarsi
ancora altri cadaveri, ha detto all’ANSA una donna sopravvissuta al
massacro, che è adesso ricoverata all'ospedale Shifa di Gaza. Nel massacro
la donna, 29 anni, persi due dei suoi sei figli, ha precisato che le forze
israeliane hanno ordinato a un centinaio di membri del clan di entrare in
un magazzino, che successivamente è stato colpito da due cannonate: una
all'ingresso e l'altra all'interno dell'edificio. Solo con la prima tregua
umanitaria di mercoledì i feriti hanno potuto raggiungere l'ospedale Shifa.
- 9 gennaio. Hamas: la risoluzione ONU non ci
riguarda. Il rappresentante di Hamas in Libano, Osama Hamdan,
ha questa mattina respinto la risoluzione del Consiglio di sicurezza
dell’ONU in merito a Gaza. «Non ci riguarda», ha detto Hamdan
perché «non siamo stati consultati in merito e non prende in
considerazione il nostro punto di vista e gli interessi del nostro popolo».
Fawzi Barhum, un portavoce di Hamas aveva detto che «le Nazioni Unite
hanno posto sullo stesso piano le vittime e i loro aggressori». Un
portavoce del movimento palestinese Hamas, Sami Abu Zuhri, ha annunciato
che domani una delegazione di Hamas è attesa al Cairo, su invito
dell'Egitto «per dare la risposta del movimento all'iniziativa
franco-egiziana per il cessate il fuoco, che sarà solo nell'interesse del
popolo palestinese».
- 9 gennaio. Gheddafi esorta gli arabi a combattere
con i palestinesi. Il numero uno libico Muammar Gheddafi ha lanciato
un appello a tutti gli arabi perché vadano a combattere al fianco dei
palestinesi contro Israele. Lo ha riferito l’agenzia di stampa libica
Jana. «Esorto gli arabi ad aprire la porta al volontariato per
combattere Israele al fianco dei palestinesi». Nei giorni scorsi Gheddafi
aveva criticato i governi arabi per il loro atteggiamento morbido nei
confronti dell'attacco israeliano a Gaza e aveva chiesto di boicottare Israele.
- 9 gennaio. Israele sta sperimentando armi proibite
contro la popolazione civile di Gaza. Dopo il Times di Londra,
anche il New Weapons Research Committee, una commissione
indipendente di scienziati con base in Italia, denuncia l'utilizzo di
proiettili al fosforo bianco da parte dell'esercito israeliano a Gaza. «Si
sta ripetendo ciò che è già avvenuto in Libano nel 2006, quando Israele
utilizzò nel conflitto contro l’organizzazione sciita Hezbollah il fosforo
bianco, il Dense inert metal explosive (Dime) e gli ordigni termobarici,
tre tipologie di strumenti di offesa riconoscibili per le caratteristiche
delle ferite che provocano, nonché le bombe a grappolo e i proiettili
all'uranio, che hanno lasciato tuttora sul terreno nel Paese dei cedri
tracce di radioattività e ordigni inesplosi», si legge in un
comunicato dell'associazione che riunisce scienziati di diversi settori e
nazionalità. Nei blog di quotidiani inglesi come il succitato Times
e The Guardian circolano altre testimonianze a riguardo. Ahmed Al Dabba,
un ragazzo di 26 anni che vive nella parte orientale della Striscia ha
postato il suo racconto delle prime ore dell’attacco, quando ancora
funzionavano le reti telefoniche e telematiche, racconta di essere salito
sul tetto della sua casa non lontano dal valico di Karni e di aver visto
centinaia di bombe a conchiglia al fosforo bianco lanciate nella notte. «Ne
ho contate almeno duecento in un’ora ».
- 9 gennaio. Tutto lo stretto necessario per la vita
di stenti di Gaza proviene dall'Egitto, attraverso i tunnel. Gli stessi
tunnel bombardati nelle ultime ore dai caccia F16 israeliani, coinvolgendo
nelle distruzioni le migliaia di case di Rafah vicine al confine. Rileva
il pacifista Arrigoni che «non vi è alcun dubbio che attraverso i
cunicoli sotto Rafah passassero anche armi, le stesse che la resistenza
sta impiegando oggi per cercare di arginare le temibile avanzata dei
mortiferi blindati israeliani, ma è poca cosa rispetto alle tonnellate di
beni di consumo che confluivano in una Gaza ridotta alla fame da un
criminale assedio. Su internet è facile reperire foto che
documentano come anche il bestiame passava per i tunnel al confine con
l'Egitto. Capre e bovini addormentati e imbragati venivano fatti calare in
un pozzo egiziano per riemergere da quest'altra parte e rifornivano di
latte, formaggi e carne. Anche i principali ospedali della Striscia si
approvvigionavano clandestinamente al confine. I tunnel erano l'unica
risorsa che ha consentito alla popolazione palestinese di sopravvivere
all'assedio; un assedio che qui, ben prima dei bombardamenti, causava un
tasso di disoccupazione del 60%, e costringeva l'80% delle famiglie a
vivere di aiuti umanitari». Allo stato, sono 768 i morti palestinesi,
3129 i feriti, 219 i bambini ammazzati. «A Zaytoun, quartiere a Est di
Gaza city, le ambulanze della Croce Rossa hanno potuto accorrere sul luogo
di una strage solo dopo diverse ore, dietro coordinamento dei vertici
militari israeliani. Quando sono arrivati, hanno raccolto 17 cadaveri, e
10 feriti, tutti appartenenti alla famiglia Al Samouni. Una esecuzione
perfetta, nei corpicini dei bambini morti, è possibile notare non schegge
di esplosivo, ma fori di proiettile».
- 9 gennaio. In Cisgiordania stanno tutti dalla parte
di Hamas. Ben Lynfield su The Independent constata che tra i
palestinesi di Cisgiordania cresce l'odio nei confronti di Israele, e lo scetticismo
verso la strada del negoziato con lo Stato sionista scelta dal presidente
dell'Autorità Palestinese, Mahmoud Abbas. «Sono anni che la diplomazia
propugnata da Abbas è difficile da vendere ai palestinesi, perché ha
portato poco o nulla sollievo dall'occupazione o miglioramenti nella loro
vita quotidiana: solo l'espansione degli insediamenti israeliani». I
checkpoint impediscono i movimenti dei palestinesi, spesso li umiliano, e
paralizzano la vita economica, mentre prosegue l'espropriazione della terra
palestinese e la minaccia di incursioni o di arresti da parte
dell'esercito israeliano. «A questa frustrazione esistente –che ha
aiutato Hamas a sconfiggere Fatah, il movimento di Abbas, alle elezioni
del 2006– adesso si aggiunge la rabbia popolare e lo sgomento per la
carneficina fra i concittadini palestinesi a Gaza. Le forze di
sicurezza dell'Autorità Palestinese stanno tenendo sotto stretto controllo
le proteste, impedendo scontri con i soldati israeliani, e arrestando
chiunque innalzi striscioni di Hamas durante le manifestazioni. Ma i segni
che ostentano identificazione con gli abitanti di Gaza in difficoltà sono
ovunque». I leader di Fatah, che associano gli appelli all'unità
nazionale con accuse a Hamas di essere la causa delle sofferenze a Gaza,
versano nella paura. «Se Hamas dovesse vincere, e gli israeliani
alzassero bandiera bianca, ci sarà un problema in Cisgiordania: il numero
dei sostenitori di Hamas aumenterà, e anche i regimi arabi avranno
problemi», dice Ziad Abu Ein, il vice ministro per le questioni dei
detenuti, che è stato per 13 anni nelle carceri israeliane. Un insegnante
in una scuola dell'ANP parlava di un attacco israeliano contro una scuola
delle Nazioni Unite a Gaza, che ha ucciso almeno 40 persone, e di altre
uccisioni di civili. «La sensazione è di forte rabbia (…) Siamo furiosi
con l'Autorità Palestinese, e siamo furiosi con i regimi arabi. Quando c'è
un invito a convocare un meeting arabo sembra che stiano dando a Israele
mano libera per fare ciò che vuole». Un altro dipendente dell'ANP, di Nablus,
città nel nord della Cisgiordania, dice: «Voglio educare i miei bambini
a odiare Israele. Se non potrò fare qualcosa io, forse potranno farla i
miei figli. Li educherò a combattere gli israeliani».
- 10 gennaio. Chi ha lanciato i razzi katiusha dal
Libano del sud sulla città israeliana di Nahariya? Hezbollah ha negato un
suo coinvolgimento e, poco dopo, la responsabilità dell’attacco è stata
attribuita al Fronte popolare-Comando generale, una piccola formazione
guerrigliera palestinese che, probabilmente, ha voluto vendicare le
centinaia di morti di Gaza. Secondo Osama Safa, direttore del Centro
libanese per gli studi politici di Beirut, il lancio di razzi è stato un
atto isolato, che difficilmente avrà un seguito. «L’unico attore protagonista
che potrebbe scendere militarmente in campo contro Israele è Hezbollah, ma
il movimento sciita, nonostante l'acceso discorso pronunciato l'altro
giorno da Hassan Nasrallah (il segretario generale del Partito di Dio,
ndr), non ha alcuna intenzione di farsi trascinare in un conflitto con
Israele, conoscendone bene i rischi politici oltre che quelli militari. Hezbollah
in questo momento è molto impegnato in politica interna (in vista
delle elezioni legislative di giugno, ndr). In ogni caso non intende
violare l'accordo di tregua (con Israele) sancito dalla risoluzione 1701
dell'ONU nel 2006 ed entrare in conflitto con il contingente Unifil in
Libano del sud. Ricorrerà alle armi solo se attaccato». In ogni caso i
massacri di Gaza avranno, «presto o tardi, conseguenze in vari paesi. I
governi arabi sono riusciti, sino ad oggi, a contenere le proteste, a
minimizzare, spesso usando la forza, l'urto della rabbia popolare ma
questa pressione non può essere controllata all'infinito, esploderà ad un
certo punto se Israele non fermerà le sue forze armate a Gaza». Safa
prevede che cresceranno «movimenti e partiti di opposizione che
non limiteranno la loro protesta alla critica dell'atteggiamento morbido
di alcuni regimi arabi verso ciò che accade in questi giorni a Gaza, ma
chiederanno anche rinnovamento e riforme. Questa regione è in fermento da
anni, ha dovuto sopportare guerre devastanti, come quella combattuta in
Iraq dagli Stati Uniti e la Gran Bretagna, e le masse arabe vivono in
perenne stato frustrazione di fronte ad una giustizia internazionale che viene
applicata in modo diverso alle parti in conflitto».
- 10 gennaio. Ascolta, Israele! Stefano Nahmad, della
Rete degli ebrei contro l’occupazione, scrive una lettera ai
massacratori sionisti, pubblicata su il Manifesto di ieri: «hai
fatto una strage di bambini e hai dato la colpa ai loro genitori dicendo
che li hanno usati come scudi. Non so pensare a nulla di più infame (…) li
hai chiusi ermeticamente in un territorio, e hai iniziato ad ammazzarli
con le armi più sofisticate, carri armati indistruttibili, elicotteri
avveniristici, rischiarando di notte il cielo come se fosse giorno, per
colpirli meglio. Ma 688 morti palestinesi e 4 israeliani non sono una
vittoria, sono una sconfitta per te e per l'umanità intera». Nahmad,
ricordando che anche la sua famiglia ha subito le persecuzioni naziste,
proclama di rinnegare lo Stato di Israele. «Io oggi sono palestinese.
Io sto dalla parte del popolo palestinese e della sua eroica resistenza.
Io sto con l'eroica resistenza delle donne palestinesi che hanno
continuato a fare bambine e bambini palestinesi nei campi profughi, nei
villaggi tagliati a metà dai muri che tu hai costruito, nei villaggi a cui
hai sradicato gli ulivi, rubato la terra. Sto con le migliaia di palestinesi
chiusi nelle tue prigioni per aver fatto resistenza al tuo piano di annessione
(…) Ascolta Israele, ascolta questi nomi: Deir Yassin, Tel al-Zaatar, Sabra
e Chatila, Gaza. Sono alcuni nomi, iscritti nella Storia, che verranno
fuori ogni qualvolta si vedrà alla voce: Israele».
- 10 gennaio. Cosa mostra la risoluzione ONU adottata
ieri dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU e respinta da Israele e Hamas? Interessanti
le considerazioni di Franco Venturini sul Corriere della Sera, che
implicitamente rilevano l’importanza di manifestare per Gaza. Il
giornalista rileva che la risoluzione, al di là della sua irrilevanza
immediata, «lancia qualche segnale interessante. Il primo è che
reclamando una tregua immediata e durevole, il pieno ritiro delle forze
israeliane da Gaza e la ripresa della distribuzione degli aiuti umanitari
nella Striscia (sospesi dopo l'uccisione di due dipendenti delle Nazioni
Unite), il testo offre copertura diplomatica alla non molto diversa
iniziativa franco-egiziana dei giorni scorsi. Il secondo è legato alla
posizione degli Stati Uniti, unici tra i 15 membri del Consiglio ad aver
scelto l'astensione». Venturini si domanda perché gli USA non abbiano
votato a favore del testo, considerata la cancellazione di «tutte le
espressioni considerate anti-israeliane, e nonostante la parola chiave
voluta dagli USA (tregua "durevole", cioè con l'eliminazione
della minaccia missilistica di Hamas)». La risposta è che «altre
cruciali parti della risoluzione (tregua immediata, ritiro completo) non
trovano il consenso di Israele». In altre circostanze, però, gli USA
avrebbero votato contro, non si sarebbero astenuti. La verità è che «le
pesanti implicazioni umanitarie degli scontri creano imbarazzo anche nelle
cancellerie più vicine alle ragioni di Israele. E infatti non si tratta di
schierarsi contro Gerusalemme. Sarkozy, che per primo ebbe parole dure
contro l'attacco israeliano, ha avuto anche parole durissime sulle
responsabilità di Hamas. Come la Gran Bretagna. E mentre Germania e USA
compivano un tratto di strada in senso inverso. Insomma, quando l’ONU
parla di 257 bambini uccisi, nessun sistema democratico può rimanere
indifferente. E l'astensione USA, invece del solito voto contrario, vuol
dire questo: cari israeliani, noi rimaniamo e rimarremo vostri amici (e Obama
precisa: non parlerò con Hamas) ma sappiate che il tempo non è illimitato».
- 10 gennaio. Israele blinda l'informazione. Per non
far vedere i suoi crimini ed occultare le immagini dei suoi militari
uccisi. Gli oltre 400 giornalisti stranieri, accreditati presso le
autorità governative israeliane, continuano a vedersi interdetto l'accesso
alla Striscia. Il portavoce militare Peter Lerner ha spiegato che solo un
numero limitato di giornalisti potranno entrare a Gaza solo «embedded», al
seguito delle truppe israeliane. La scorsa settimana la Corte Suprema di
Gerusalemme, accogliendo una petizione presentata dall'Associazione della
Stampa Estera, aveva sentenziato il diritto dei giornalisti stranieri ad
entrare a Gaza. Le autorità militari israeliane non hanno però dato
seguito pratico a quella sentenza.
- 10 gennaio. Ci serve altro tempo contro Hamas. Lo
chiede il ministro degli Esteri israeliano Tzipi Livni al quotidiano
statunitense The Washington Post, a cui non pone alcun limite
temporale all'offensiva israeliana nella Striscia di Gaza. Quanto al
futuro sostegno dell'Amministrazione Obama, il capo della diplomazia
israeliana si è detta convinta che «Israele e Stati Uniti
condividono non solo gli stessi valori, ma anche gli stessi interessi».
Livni ha poi sottolineato come Israele in questo momento abbia il sostegno
degli "Stati arabi moderati": «non voglio mettere in
imbarazzo nessuno, ma so di rappresentare anche i loro interessi».