TRA TERRA E BIBBIA
Ho vissuto più volte da volontario la baraccopoli di
Korogocho, in Kenia, a due passi dai grattacieli di Nairobi. L’ho vissuta nella
sua interezza, camminando fra le capanne di sterco e fango, fra l’odore
penetrante del liquame, spaventato dalla diossina che un’immensa discarica a
cielo aperto, bruciando, consegna ai polmoni degli abitanti.
Devastandoli.
Ho giocato con bimbi uguali a quelli di tutto il mondo, con la stessa voglia di
correre e crescere, consapevole che solo uno su dieci di loro diverrà adulto.
Sono entrato in capanne dove persone malate riuscivano a sorriderti solo perché
tenevi per mano il loro figlio, ho guardato e sono uscito, inutile nella mia
impotenza. Sono stato ad una messa celebrata nel capannone di legno, quattro
ore di funzione e canti con una potenza tale da far paura e con la capacità di
farti capire l’assurda inutilità di oro ed argento a corollario della
religione.
Sono stato crocefisso da un bambino che ha spezzato una carota in due parti, la
sua merenda e forse anche cena, offrendomene la metà solo perché avevo giocato
con lui.
A poche centinaia di metri i grattacieli di Nairobi diretti verso il cielo, le
strade piene di auto, gli uffici lussuosi, l’occidente ricco ed opulento a
vomitare la realtà che avevo attorno, la realtà dell’80% del mondo.
Ho vissuto lo slum di Nairobi, l’ho vissuto e sono andato via, troppo vigliacco
per restare in quel posto dove mi era stato regalato il mondo in cambio di
niente. Ma le stesse cose ho incontrato in Madagascar, in Senegal, in Camerun,
in Malawi e in tanti altri posti dove la sopravvivenza si cattura giorno
dopo giorno senza mai la certezza di possederla.
Lo slum di Nairobi, oltre 300mila persone vivono lì, periodicamente decidono di
scacciarli. Gigantesche ruspe entrano fra le case, scardinano i pochi sogni, la
voglia di vivere ancora, nonostante tutto. Anni fa era già
successo, migliaia di persone erano riuscite a fermare la devastazione a
rischio della vita. Ma fra le capanne crollate si dice abbiano trovato la morte
persone che non avevano la forza per uscire. O forse che non volevano
semplicemente andarsene. Si dice che un’impresa della grande madre della
libertà, l’America, abbia deciso di costruire sulla collina un enorme complesso
per il golf, nobile gioco di nobili persone che certo non possono avere sotto
gli occhi lo spettacolo di una baraccopoli con le sue disgraziate vicende e
pestilenziali odori. La concentrazione per un buon colpo ne risulterebbe
compromessa. Per questo motivo l’anno scorso si parlava di demolizione sicura e
totale, la luce divina del benessere mal si associa al male della povertà. In
Kenia nessuno può acquistare la terra, appartiene interamente allo Stato che
può decidere in ogni momento la requisizione.
Io non credo a girotondi, appelli, preghiere alle autorità del mondo per molte
delle quali gli esseri umani senza risorse sono poco più che fastidiosi
insetti. Non lo credo, anche se sono certamente importanti come tutte le
ribellioni a situazioni simili. Credo invece che colpire gli interessi
economici ottenga il risultato migliore, perché solo il denaro e l’interesse
hanno valore per il potere. Perché allora non sensibilizzare tutte le agenzie
di viaggio, contestare le vacanze in terra keniota fino a quando una parte del
salato visto d’ingresso non venga destinato alla costruzione di villaggi,
strutture di accoglienza, di cura? Perché non far comprendere a chi sogna il
sole dorato delle spiagge africane e i safari fra esotici animali che questo
avviene fra il dolore inimmaginabile di milioni di persone devastate fra AIDS e
fame?
Solo con la consapevolezza di tutti l’assurda sperequazione nelle condizioni di
vita del pianeta potrà, lentamente, ridursi. Un semplice caso non ci ha portato
a nascere e morire a poche ore d’aereo, per questo dobbiamo trovare la voglia
di lottare per dei fratelli privi di ogni cosa, cercare di cambiare qualcosa.
L’ingiustizia atroce di quello slum non è la sua demolizione, ma la sua
esistenza stessa. Anche se fra sterco e fango esiste un’umanità autentica,
spesso dimenticata dal quotidiano vivere della nostra parte di mondo.
Ma forse tutto si può spiegare con le parole di un vescovo sudafricano (non particolarmente amato dalla chiesa), Demond Tutu: «Sono arrivati. Loro avevano la bibbia e noi la terra. Ci hanno detto di chiudere gli occhi e pregare. Lo abbiamo fatto e quando li abbiamo riaperti, loro avevano la terra e noi la bibbia in mano».
4 settembre 2005