Scuola e “cultura di sinistra”
Cari
amici,
volevo
iniziare questo mio contatto complimentandomi con voi per la rivista e per la
tipologia delle analisi, circostanziate e approfondite e che io condivido quasi
sempre, visto che a me il frontismo non è mai piaciuto. Leggendo i commenti di
molti lettori, noto che alcuni amici non riescono ad andare oltre le adesioni
vagamente fideistiche ad un credo internazionalista e
“no-global” o ad un vecchio marxismo molto sui
generis. Sulla fede, come sull’esistenza di Dio, non si discute, ma sulle
motivazioni ci sono margini di discussione e di motivazioni, che spesso mancano
negli amici lettori. Mi sembra che i danni che ha fatto la “cultura” di
sinistra in Italia siano molto, molto profondi nel tessuto socio-culturale. È
noto che la DC si disinteressava della tipologia culturale e d'insegnamento che
veniva data nelle scuole. Ciò avrebbe potuto esser democratico, di fatto portò
ad una mono-cultura sinistroide e, ovviamente, trasformista (i miei vecchi
compagni di scuola, ora quarantenni, all'epoca extraparlamentari di sinistra,
oggi sono tutti in ruoli non interni al sistema, ma addirittura organici e
coesi con esso). Mi piacerebbe che qualcuno di voi analizzasse questo aspetto,
io credo deleterio, di questa trasmissione, orientata partiticamente,
del sapere, sia a livello delle medie superiori sia a livello universitario (è
noto che almeno un 60% –a occhio– dei docenti universitari attuali facevano
parte dell’ex PCI o ne erano dei simpatizzanti). A presto. Graziano F. (Sardegna)
Caro
Graziano,
quello
dell'educazione, e della scuola, è un problema che ci sta molto a cuore, come
senz'altro avrai notato leggendo i numeri della rivista, ed è un problema molto
ampio. Cogliendo lo spunto sull’esigenza di democraticità a cui ti
richiami nella lettera a proposito del disinteresse della DC, a nostro parere
la scuola dovrebbe costituire uno spazio effettivamente pubblico di formazione,
sganciato dai parametri e dalle esigenze del produttivismo,
del praticismo laburista, eccetera. Uno sfondo che
sia però non-capitalistico più che anticapitalistico. Riteniamo infatti
che il costituire una sorta di scuola di partito –anche se del partito migliore,
quello anticapitalista ed antimperialista– possa innescare dinamiche
deleterie. Occorrerebbe invece lavorare, nell’ambito di quell’asse culturale
cui abbiamo fatto cenno in passati numeri di “Indipendenza”, sulla ‘libertà’ di
formazione e dialettica: attraverso, appunto, la cultura (che vuol dire coltivazione)
nel concreto linguistico, storico, letterario, geografico, matematico-geometrico-scientifico, eccetera. La realtà
della scuola, come ben sai, si sta incamminando su un sentiero ben lontano da
questa prospettiva. Anche qui vale la considerazione per cui la struttura dei
sistemi scolastici, i programmi didattici, l'orientamento ideologico più o meno
evidente di questi ultimi, non sono isolabili dal contesto politico/sociale
nazionale. Nessun settore, sia esso politico, economico o culturale, è infatti
sospeso in una sorta di “vuoto pneumatico”.
Detto
questo, la tua domanda interessa due “momenti” della riflessione storica e
politica sul nostro paese.
Il primo è
quello di rendersi conto se veramente la cultura genericamente definita di
"sinistra" e facente capo, politicamente, al PCI, fosse egemone –e in
che misura– nel mondo della scuola e nella trasmissione del sapere. Anche
perché la definizione di "cultura di sinistra", alla quale imputi
"profondi danni" nel tessuto sociale italiano, appare problematica,
qualora si voglia scendere nel merito, al di là di qualche considerazione
generica. Ci rendiamo conto che, inviandoci questo messaggio di posta
elettronica, non hai potuto meglio circostanziare il tuo pensiero. Ciò non di
meno, al fine di capire meglio il tuo approccio e spingere altri ad intervenire
nel dibattito, solleveremo alcuni punti che fungano da orientamento nella
discussione.
Ad
esempio: la "cultura di sinistra", secondo te, è ancorata all'idea di
eguaglianza inserita nella prospettiva di superamento del capitalismo? O la si
può tranquillamente estendere al libertarismo
consumistico, del tutto compatibile con il modello americano almeno in alcune
fasi, che certamente ha fatto breccia nel nostro paese dagli anni Sessanta in
poi? E in questa seconda ipotesi, che differenze sostanziali vi sono tra tale
generica "cultura di sinistra" e la cultura filo-capitalistica,
impregnata di “americanismo”, dell'attuale destra italiana? Come si pongono,
realmente, queste "culture" nei confronti dell'indipendenza nazionale
e della liberazione dai rapporti sociali capitalistici? La cultura di sinistra
in Italia è un complesso oggetto di riflessione. Pasolini,
che si definiva pur sempre "un marxista che vota PCI" (una mente critica, dunque, che, pur essendo di un’altra pasta
rispetto ai dirigenti di quel
partito, confluiva alla fine nella Chiesa piciista, era cioè interno ad un
pensiero che, in nome di una “fede nel progresso storico”, invitava a votare
PCI), cosa aveva da spartire, come orientamenti
sull'educazione e la trasmissione della cultura, con ministri, politici e
burocrati di sinistra –non solo PCI, ma anche PSI, sinistra DC, ecc.– che si
sono occupati di scuola dagli anni Sessanta in poi? E inoltre: in che misura la
classe intellettuale operante sul piano della politica didattica e dell'insegnamento
nelle scuole italiane, e facente riferimento al PCI e alla sinistra anche
extraparlamentare, influiva davvero sulla trasmissione della cultura? Quale
cultura e storia italiana è stata infine trasmessa alle generazioni di
studenti? Forse in un modo comunque in linea con l'orientamento capitalista e
filo-statunitense della classe dirigente del nostro paese?
Sono molte
domande, ce ne rendiamo conto, ma sono necessarie se si vuole orientare il
discorso sui binari di una riflessione seria e approfondita. Più domande che
risposte, certo, almeno per ora, ma solo le domande poste correttamente
permettono di liberarsi dalle "idee ricevute" e di capire più a fondo
il passato.
In
definitiva, non riteniamo soddisfacente additare genericamente la
“cultura di sinistra” come colpevole della decadenza del sistema scolastico
italiano, o come responsabile della trasmissione distorta e parziale del
passato. Questo, nota bene, non significa rimuovere, ad esempio, il ruolo
negativo giocato dal PCI anche nell’impedire la formazione di una
cultura realmente anticapitalistica. Nemmeno sottacerne la struttura illiberale
ed antidemocratica, così come la mentalità acriticamente identitaria
di molti suoi aderenti, che si sono ripercossi anche nel mondo
scolastico. Bisogna però inquadrare il ruolo giocato anche da questo partito in
un ambito più generale, nel quadro storico e geopolitico
degli ultimi 60 anni. E circostanziare dunque, sul piano politico e culturale,
i flussi di decisione, gli agenti decisori, gli intellettuali capaci di
progettare e dirigere i cambiamenti. L’eredità della cultura del PCI (da prima del 1989, in ogni caso) appare
senz’altro problematica per motivi precisi. Perché, innanzitutto, essa è del
tutto inserita nelle dinamiche di costruzione del prodottore-consumatore
capitalistico, al servizio di quel modo di produzione che pure tale partito –e
tale cultura politica– avrebbe dovuto e dovrebbe –chi se ne dice erede–
combattere. E perché, inoltre, ha prodotto e continua a produrre nella quasi
totalità degli eredi di quel mondo (il PCI e l’universo politico/culturale che
gli gravitava attorno) una incomprensione (a volte) e una ostilità di fondo
(più spesso), verso la questione nazionale italiana, sovente in nome di un
astratto e pregiudiziale europeismo.
La riforma della scuola di Luigi Berlinguer, ministro
nel governo Prodi (centrosinistra), senza dimenticare quelle dei suoi
successori (De Mauro, ancora centrosinistra, e
soprattutto Moratti, centrodestra), non sono forse
espressione dell’americanizzazione da tempo in
via di dominanza, del capitalismo rimondializzato, e
delle politiche europee –imposte e mai dibattute democraticamente– di
questi anni? L’egemonia culturale non sembra tanto quella della “sinistra”,
quanto quella “nordamericana” e capitalista, che anche attraverso
l’Unione Europea impregna di sé tanto il centrosinistra quanto il centrodestra,
sempre più simili a due “stili” diversi di gestione della stessa politica di
fondo.
Il secondo
"momento" di riflessione è capire quali dinamiche interne ed esterne
alla sinistra italiana e al paese stesso abbiano favorito quella sorta di
"approdo in massa" degli esponenti del PCI e della sinistra a
posizioni politiche e culturali nettamente filo-capitalistiche,
filo-statunitensi e quasi dogmaticamente avverse a ciò che esse stesse
rappresentavano fino ad una trentina d’anni fa. Quale che fosse il livello di
"egemonia" che il ceto politico/intellettuale di sinistra aveva sulla
scuola italiana dal 1945 al 1989, è comunque storicamente certo che tale ceto, insieme agli apparati partitico/sindacali
PCI/CGIL, si sia fatto trovare tanto impreparato ad affrontare le evoluzioni
politiche, economiche e geopolitiche del tardo Novecento sul piano teorico,
quanto invece "preparato" a saltare sul carro del vincitore e addirittura
a proporsi come "nocchiero" della nuova fase capitalistica ri-mondializzatasi dopo il collasso del blocco comunista.
Ciò induce, con ragione, a pensare che chi, a sinistra, era in grado di agire e
orientare l'azione politica, avesse già
da tempo abdicato de facto a ogni
idea di superamento del capitalismo e della dipendenza dagli USA. Per capire
questa dinamica, occorre tracciare la storia del PCI almeno a partire dalla
Resistenza, attraverso la direzione di Togliatti, i
rapporti sia con l'URSS, sia con gli USA e con la DC della classe dirigente
comunista, il contraddittorio rapporto con l'industrializzazione e il boom
economico negli anni Sessanta, e il Sessantotto. Il tutto, sia chiaro,
alla luce degli equilibri geopolitici internazionali,
all'epoca incentrati sul bipolarismo USA (NATO) - URSS (Patto di Varsavia). Su
questi problemi, due studiosi del marxismo che certamente conoscerai, Costanzo Preve e Gianfranco La Grassa, hanno dedicato alcuni studi
di sicuro interesse negli anni Novanta (ad esempio, La fine di una teoria, CRT 1996). La struttura quasi “chiesastica”
del Partito comunista, la natura di un’ideologia spesso in bilico tra essere
una “pseudoscienza” e una “quasi-religione”,
un nichilismo filosofico di fondo unito però alla certezza di impersonare il
“progresso storico”, sono tutti aspetti decisivi per comprendere la facilità
con cui l’intera costruzione partitico/ideologico/culturale abbia collassato,
dando però ai propri esponenti ampie possibilità di “riciclarsi” come alfieri
del “capitalismo buono” e “riformista” contro gli “orrendi” e malvagi berlusconiani… Anche in questo caso, tuttavia, sarebbe
gravemente errato ridurre tutta la storia politica
del PCI, della sua classe dirigente e della sua cultura a questo, senza entrare
nel merito delle questioni storiche, considerandole anche alla luce degli
equilibri internazionali più che mai decisivi nel caso italiano.
A presto
Indipendenza
9
settembre 2004