La questione basca viene completamente ignorata dai mezzi di informazione italiani, e purtroppo anche da quelli alternativi. Vi prego di diffondere il più possibile questo articolo.
E' assurdo che la chiusura di un giornale passi quasi inosservata.
Grazie
Un saluto

Spagna: contro i baschi censura e tortura
(Home, La Redazione risponde )

I sindacati baschi convocano uno sciopero contro la violazione delle libertà democratiche
I sindacati ELA, LAB, ESK, STEE-EILAS, EHNE, ELB, HIRU ed EGAS hanno convocato per il prossimo 13 marzo uno sciopero di un'ora, tra le undici e trenta e le dodici e trenta del mattino, ed un atto politico di appoggio nel centro di Bilbo, per esprimere solidarietà con il quotidiano basco "Euskaldunon Egunkaria".
Come ha spiegato il segretario generale di LAB Rafa Díez Usabiaga, le iniziative avviate nell'ambito della campagna "Bai Egunkariari" ("Si a Egunkaria") mirano ad "incanalare la volontà e il coinvolgimento che si è manifestato in maniera massiccia" durante la manifestazione di Donostia dello scorso 22 febbraio. L'obiettivo dei sindacati baschi, che raccolgono più del 55% dei consensi tra i lavoratori di Euskal Herria, è dare una risposta forte all'appello lanciato da Kontseilua, il coordinamento delle associazioni e dei comitati che lottano per la normalizzazione della lingua basca, affinché il quotidiano venga immediatamente riaperto. Anche le associazioni studentesche e giovanili e numerosi intellettuali hanno dato la propria adesione alle mobilitazioni indette per il 13 marzo.

I fatti
Il 20 febbraio 2003 l'unico quotidiano in lingua basca, Euskaldunon Egunkaria, è stato chiuso dalla Polizia spagnola e 10 dei suoi massimi responsabili sono stati arrestati con l'accusa di "collaborazione o appartenenza ad ETA." Come conseguenza di tutto ciò, sono state sigillate tutte le sedi del giornale ad Andoain (Gipuzkoa), Iruñea (Nafarroa), Gasteiz (Araba) e Bilbo (Bizkaia).
Nella stessa operazione 300 effettivi della Guardia Civil spagnola, agli ordini del Giudice Juan del Olmo, titolare del Tribunale di Istruzione numero 6 della Audiencia Nacional di Madrid, hanno controllato e sequestrato i conti della riviste in lingua basca Argia e Jakin, requisendo in entrambe le redazioni numeroso materiale. Gli uffici della Federazione delle Ikastolas, le scuole basche, sono stati perquisiti e molto materiale pedagogico, contabile e culturale è stato portato a Madrid.
Secondo la Guardia Civil, "questa vasta operazione corona le indagini condotte dal Servizio di Informazione, riguardanti la strumentalizzazione da parte della banda terrorista ETA del quotidiano Egunkaria tramite la società commerciale Egunkaria S.A.".
L'operazione condotta dalla Guardia Civil ha portato alla chiusura del giornale e del suo sito internet. Contemporaneamente, l'intervento ha lasciato senza presenza in internet l'azienda di servizi in rete Plazagunea, con i conseguenti danni per numerosi utenti di lingua basca.

Cos'è Egunkaria?
Egunkaria è l'unico quotidiano che si pubblica integramente in euskara, la lingua basca. Esce sei giorni a settimana e la sua distribuzione arriva alle sette province basche ad entrambi i lati della frontiera franco-spagnola. Non è quindi solo l'unico quotidiano scritto in euskara ma anche l'unico di copertura nazionale basca, con tutto ciò che questo può significare in una regione che ha nella lingua il principale contrassegno identitario. Offre inoltre una versione riassunta on-line in inglese. Dalla sua fondazione Egunkaria ha continuato a sviluppare gradualmente la qualità della sua informazione, passando delle 32 pagine iniziali alle 60 attuali e coprendo tutte le aree informative: nazionale, locale, internazionale, sport, cultura...
La creazione di questo mezzo d'informazione fu resa possibile, come comunemente avviene in Euskal Herria, grazie al contributo attivo di migliaia di persone che rivendicano il diritto di comunicare in quella che viene unanimemente considerata la più antica lingua d'Europa.
L'idea di costruire Egunkaria nacque nel 1989 quando 70 persone, tra le quali personalità di spicco della cultura basca, giornalisti della radio e televisione basca pubblica, di settimanali e riviste, militanti di organizzazioni o istituzioni per la promozione dell'euskera, si riunirono per dar vita a "Egunkaria Sortzen" che poi fondò il quotidiano. Nella primavera del 1990 veniva lanciata una campagna di sottoscrizione che toccava ogni angolo dei Paesi Baschi. L'obiettivo era arrivare non solo al "militante culturale", ma alla gente comune. Le iniziative locali si conclusero il 15 luglio 1990 con un meeting nel velodromo di Donostia a cui parteciparono 17 mila persone. In questo modo furono raccolti 50 milioni di pesetas (300 mila euro). Un'altra parte del capitale fu apportata attraverso quote azionarie di 500.000 pesetas (3 mila euro) acquistate da amministrazioni comunali, scuole, imprese private, sindacati. Questo ha permesso di portare il capitale iniziale a 150 milioni di pesetas (900 mila euro). Il 6 dicembre 1990 è uscito il primo numero di "Euskaldunon Egunkaria". Nel giro di un anno, "Egunkaria" riusciva a vendere 11.200 copie al giorno, che raggiungevano 45.000 lettori.
L'euskera è parlato da 700 mila persone su una popolazione di tre milioni di abitanti. Di questo 20% molti non sono alfabetizzati adeguatamente in euskera. Il problema dei dialetti, della recente istituzione dell'euskera batua (euskera unificato varato nel 1964), della forte presenza linguistica spagnola e francese, rendono ineludibile il sostegno dell'amministrazione pubblica per iniziative in favore dell'euskera. Ciò nonostante, i promotori consideravano che un quotidiano non doveva dipendere da alcun potere politico. Quindi pensarono di creare un quotidiano indipendente ma aperto alle collaborazioni con tutte le istituzioni: la "Comunità Autonoma del Paese Basco", la "Comunità Foral della Navarra" e le istituzioni di Euskadi nord (Stato francese). Egunkaria ha sempre affrontato enormi difficoltà nello sviluppare un lavoro giornalistico che della pluralità delle opinioni ha fatto sempre la sua bandiera.
Ciò però non è bastato ai mezzi d'informazione spagnoli che da anni alimentano campagne diffamatorie contro i media baschi, e in particolare contro Egunkaria e Gara, con il pretesto del "terrorismo".

Chi sono i detenuti?
I detenuti sono:
1 - Martxelo Otamendi. È il direttore di Euskaldunon Egunkaria ed ex professore nella scuola basca del suo municipio, Tolosa. Lavora nella Televisione Pubblica Basca ETB come presentatore e direttore di un programma di dibattito sociopolitico.
2 - Iñaki Uria. Attualmente in prigione. È membro del Consiglio di Amministrazione. Ha una lunga militanza nel mondo della lingua e cultura basca. Fu uno dei promotori della rifondazione della rivista settimanale Argia.
3.- Juan Mari Torrealdai. È membro del gruppo dirigente di Egunkaria e direttore della pubblicazione culturale e letteraria in euskara Jakin. È uno degli esponenti più importanti della cultura basca fin dagli anni sessanta. Fu editore della rivista Anaitasuna.
4.- Pello Zubiria. Secondo alcuni mezzi di comunicazione spagnoli avrebbe cercato di suicidarsi durante il suo periodo di isolamento seguito al suo arresto. È stato il primo direttore di Egunkaria ed è attualmente vicedirettore del menzionato settimanale basco Argia.
5.- Luis Goia. Produttore di film e membro del Consiglio di Amministrazione del quotidiano.
6.- Fermín Lazkano. Addetto dell'impresa Plazagunea che promuove integramente servizi e prodotti informatici in basco. È membro del Consiglio di Amministrazione di Egunkaria. Anteriormente era stato professore e responsabile dell'associazione di baschizzazione ed alfabetizzazione degli adulti AEK.
7.- Inma Goia. È membro del Consiglio di Amministrazione di Egunkaria.
8.- Xabier Alegría. Membro di Udalbiltza, l'Associazione Nazionale dei Comuni baschi. In passato è stato professore e responsabile di AEK.
9.- Xabier Oleaga. Attualmente in prigione. Responsabile del settore Comunicazione e Relazioni esterne della Federazione delle Ikastolas. È stato dirigente del giornaliero Egin negli anni 90. Fa parte del Consiglio di Amministrazione di Egunkaria.
10.- Txema Auzmendi. Sacerdote Gesuita. È membro della Direzione di "Radio Popolare - Herri Irratia" la cui programmazione è bilingue. Fa parte del Consiglio di Amministrazione di Egunkaria.

Egunkaria: gli arrestati denunciano torture
Tutti i detenuti sono rimasti almeno cinque giorni in isolamento in base alla "Legge Antiterrorismo". Tutti sono stati maltrattati e cinque sono stati torturati fisicamente e psicologicamente nella sede di Madrid della Direzione Generale della Guardia Civil, così come ha potuto raccontare al momento della sua uscita dalla prigione di Soto del Real il direttore del quotidiano. Martxelo Otamendi, rilasciato su cauzione, ha denunciato di aver subito torture durante la sua permanenza nella mani della "benemerita" spagnola.
"Mi hanno fatto spogliare, mi hanno applicato la "bolsa" (una busta di plastica sulla testa per impedire la respirazione), mi hanno imposto di fare esercizi fisici per ore. Tra continue minacce e percosse mi urlavano che "prima o poi avremmo cantato". Sentivo le urla degli altri compagni. Juan Mari Torrealdai, una delle figure più importanti della cultura basca e che non ha nulla a che vedere con ETA, è stato pestato di botte" ha dichiaro alla TV pubblica basca ETB Otamendi aggiungendo "Questa è una situazione che leggiamo sui libri che parlano del franchismo ma la situazione di impunità non è cambiata". Otamendi ha ricordato che i numerosi casi di tortura nei confronti di cittadini e cittadine basche "non hanno la stessa possibilità di diffusione che ho io in questo momento".
Anche Iñaki Uria, Xabier Oleaga e Xabier Alegria hanno denunciato di esser stati torturati dalla Guardia Civil. Nei loro racconti la pratica della "bolsa", della "rueda", cioè colpi inferti al prigioniero da poliziotti disposti in circolo, la simulazione di un'esecuzione sommaria, colpi inferti con giornali arrotolati, flessioni e altre vessazioni. L'amministratore delegato di Egunkaria, Iñaki Uria, ha denunciato che durante i cinque giorni nei quali è rimasto in isolamento, è stato obbligato a spogliarsi in numerose occasioni. Uria ha raccontato anche che durante gli "interrogatori" un poliziotto disse che un altro giornalista, Martin Ugalde, era morto durante la perquisizione della sua casa. Invece Luis Goia ha raccontato di aver sentito un suo collega, Pello Zubiria (in stato di isolamento per ben sette giorni), gridare "uccidetemi" ai poliziotti che lo torturavano.
Nonostante Amnesty Internacional, la commissione contro la tortura dell'ONU e quella dell'Unione Europea, denuncino annualmente la tortura come pratica comune nei commissariati e nelle caserme spagnole, il governo Aznar respinge stizzosamente le accuse. La tortura in Spagna è un argomento tabù anche sui mezzi d'informazione. L'atteggiamento omertoso sull'argomento da parte dei mass media spagnoli è rafforzato da misure coercitive del Governo del Partido Popular che nel 2000 ha chiuso il sito web della Associazione contro la Tortura di Madrid.
Dal 1992 al 2001 nel Paese Basco sono stati formalmente denunciati più di 950 casi di tortura. Solo l'anno scorso sono stati ben 150 i casi riportati. Elettrodi, asfissia, percosse, simulazioni di esecuzioni, violenze sessuali sono alcuni dei metodi usati dai poliziotti spagnoli per interrogare i prigionieri. Dal 1977 sette militanti baschi sono morti durante la detenzione. Ma la tortura non riguarda solo i baschi. Nelle carceri e nei commissariati di polizia sono decine negli ultimi anni le vittime mortali soprattutto tra gli immigrati, tanto che organismi umanitari internazionali hanno accusato le forze di sicurezza spagnole di attuare sistematicamente con "motivazioni razziste". Gli stessi organismi hanno denunciato il Governo spagnolo per la sua politica di copertura della tortura attraverso le amnistie e le promozioni concesse a quei pochi funzionari condannati dagli stessi tribunali spagnoli. Non è un caso che sia stata concessa una medaglia al merito a Melinton Manzanas: commissario della "Brigada Politico-Social" di Donostia, cioè della polizia politica franchista, fu il maggiore responsabile dell'applicazione della tortura durante il regime, prima di essere assassinato da ETA nel 1968.

Il significato della chiusura di Egunkaria
Non è la prima volta che il Governo del Partido Popular chiude mezzi di informazione, procedura quantomeno "insolita" in un paese che si definisce democratico, in quanto suppone una violazione flagrante della libertà di stampa e di espressione. La chiusura manu militari di Egunkaria non può non richiamare alla memoria quanto avvenne nel 1936, quando l'unica altra esperienza di quotidiano in euskera, Eguna, venne chiusa dai miliziani di Francisco Franco, che inaugurarono quarant'anni di clandestinità per la lingua basca, eliminata coattamente addirittura dalle lapidi oltre che dalla vita pubblica e dalla scuola.
Egunkaria è il quarto mezzo d'informazione basco chiuso dalla magistratura spagnola dopo l'avvento del regime parlamentare. Nel 1998 era toccato al quotidiano basco Egin ed all'emittente radiofonica Egin Irratia. Nel 2000 è stata la volta del mensile Ardi Beltza. La chiusura dei mezzi di comunicazione scomodi rappresenta una tradizione consolidata nella storia della politica spagnola verso le minoranze. Nei Paesi Baschi da sempre il diritto a una propria cultura è stato osteggiato se non criminalizzato. Vale ricordare solo che Sanchez de Erauskin, il direttore del settimanale Punto y Hora, fu condannato ad un anno di prigione, che compì integralmente, per aver pubblicato un articolo nel quale citava il Re spagnolo come responsabile indiretto degli squadroni paramilitari che assassinarono quaranta persone nei Paesi Baschi tra il 1975 e il 1981. Per citare un altro caso, l'avvocato basco Castells vinse dinanzi alla Corte di Giustizia Europea una causa per la condanna inflittagli da un tribunale spagnolo per il contenuto di un articolo inerente le responsabilità del Governo spagnolo nella "guerra sporca" contro l'indipendentismo basco.
Nel caso di Egunkaria la misura coercitiva assume un significato ancor più grave, avendo privato la società basca dell'unico quotidiano scritto integralmente in una lingua in pericolo di estinzione. Oltre a punire idee e opinioni, lo Stato Spagnolo dimostra la volontà di eliminare la lingua basca dallo spazio pubblico. Solo lo sforzo e la mobilitazione dei lavoratori di Egunkaria ha permesso alla società basca di avere a disposizione nelle edicole, già dal 21 febbraio, un nuovo giornale di 16 pagine redatto interamente in euskera. Già nel 1998 il quotidiano Egin fu sostituito in pochi mesi dal nuovo quotidiano Gara creato grazie al contributo economico de decine di migliaia di semplici cittadini, di artisti, intellettuali ecc. Oggi, a poche settimane di distanza, "Egunero" porta le sue pagine a 20 ed aumenta la propria tiratura raddoppiando il numero di lettori rispetto a Egunkaria.
La precedente chiusura di Egin insegna che l'obiettivo del nazionalismo spagnolo è zittire le voci di dissenso e non perseguire responsabilità individuali in materia di terrorismo. Egin fu chiuso, i suoi impianti smontati e resi inservibili, i suoi conti sequestrati, i suoi giornalisti arrestati e perseguitati, ma poi le indagini si sono bloccate mancando una qualsiasi base giuridica del provvedimento. Nonostante ciò Egin è scomparso dal panorama informativo basco, il vero obiettivo dell'intera operazione.
Per il Governo spagnolo tutte quelle persone o strutture politiche, sociali, sindacali o istituzionali che lavorano in modo democratico e pacifico all'interno di un processo di cambiamento politico, sono dei "terroristi", dei sovversivi. Questa è anche la ragione che ha motivato la chiusura di Egunkaria e la detenzione di dieci persone, di cui una di 81 anni, la cui unica colpa è quella di aver sempre difeso a spada tratta la propria lingua e la propria cultura. Questa è la strada intrapresa dalla destra nazionalista spagnola dal suo arrivo al potere nel 1996, anno a partire dal quale Aznar ha messo in atto una vera e propria escalation repressiva ai danni del movimento politico, associativo e giovanile basco, accusato di rappresentare in sé una opzione di tipo terroristico e quindi illegale. Si cominciò con l'arresto, nel 1997, dei 23 membri della direzione collettiva del partito Herri Batasuna, poi tutti liberati dopo mesi di carcere in quanto il teorema di Baltazar Garzon non aveva basi giuridiche. Poi vennero la chiusura di Egin ed Egin Irratia, la messa fuori legge delle organizzazioni politiche di sinistra KAS e EKIN, i cui militanti vennero accusati (anche in questo caso senza una minima prova) di essere l'apparato politico di ETA. Più tardi furono messe fuori legge le organizzazioni giovanili Jarrai e quelle che la sostituirono, cioè Haika prima e Segi poi. La stessa cosa è successa al vasto e capillare movimento pro-amnistia che difende i detenuti politici baschi, che sono attualmente 700, un numero assai più alto che nei tempi della dittatura franchista. Sono stati chiusi per legge le Gestoras Pro Amnistia e poi Askatasuna. Anche una organizzazione popolare che lavora sul terreno culturale per l'alfabetizzazione in basco di decine di migliaia di adulti, cioè AEK, oltre che la rete delle ikastolas, le scuole autogestite che insegnano a più di 100.000 alunni ogni anno, devono subire gli attacchi della magistratura spagnola.
La criminalizzazione dei movimenti politici e sociali scomodi viene scientificamente applicata anche in altri casi, come dimostra l'accanimento politico e giudiziario contro la piattaforma "Nunca Mais" che in Galizia sta coraggiosamente denunciando le responsabilità del Governo Aznar nella tragedia della petroliera Prestige.
Tutto ciò in un clima "militarizzato" dalle velleità imperialiste della Spagna in Venezuela (appoggio al fallito golpe anti Chavez) e dalla Santa Alleanza al fianco di George W. Bush contro l'Iraq, nonostante la stragrande maggioranza dell'opinione pubblica iberica sia nettamente contraria ad una invasione del paese mediorientale.

Rifiuto unanime nella società basca
La reazione alla chiusura di Egunkaria è stata unanime e totale in tutta Euskal Herria. La misura può godere di una copertura di carattere giudiziario, ma in realtà gli stessi mezzi di informazione spagnoli hanno denunciato come fosse stata ordinata direttamente dal governo di Madrid. Non è un caso che solo i partiti nazionalisti spagnoli, quello popolare e quello socialista, abbiano appoggiato il provvedimento. Tutte le altre forze politiche, sociali e sindacali basche hanno respinto la chiusura del diario e la detenzione dei suoi responsabili, considerando che questa attuazione risponde esclusivamente a una volontà censoria e repressiva del governo.
Ma anche nelle fila del Partito Socialista alcune voci di dissenso si sono levate immediatamente, rompendo il tacito ma ferreo accordo con i popolari che ha contraddistinto la scena politica spagnola in materia di appoggio alla repressione antibasca. Alcuni esponenti della sezione basca del PSOE si sono addirittura spinti a partecipare alla imponente manifestazione che il 22 febbraio ha portato per le strade di Donostia più di 100.000 persone contro la censura e contro la tortura, una cifra enorme se si pensa che i cittadini baschi sono neanche tre milioni.
Le perplessità degli esponenti socialisti non nascono solo dalla qualità delle motivazioni presentate dal giudice (in realtà le "prove" - che risalgono al periodo 1990/1993 - sono come sempre inconsistenti e pretestuose), né dalle possibili relazioni con l'Eta da parte di alcuni giornalisti della testata ("ma forse sarebbe stato sufficiente agire contro individui concreti che vi lavorano", ha sottolineato il presidente dei socialisti baschi Jesús Eguiguren), bensì anche dalla sproporzione che esiste tra il (presunto) reato e un provvedimento che colpisce l'intero organico di un giornale da sempre disposto ad accettare sulle proprie colonne opinioni di ogni tipo, linea editoriale che ha sempre contraddistinto Egunkaria. Inoltre, ha destato una certa inquietudine la notizia secondo la quale il comunicato stampa in cui si annunciava l'operazione contro Egunkaria sarebbe stato ideato di comune accordo dal giudice Del Olmo e dal Ministro degli Interni spagnolo, a dimostrazione della ormai consolidata saldatura tra il potere esecutivo e quello giudiziario sperimentata anche nel caso della messa fuori legge di Batasuna e del varo della "Legge dei Partiti".
Da parte loro i partiti regionalisti baschi PNV ed EA hanno ribadito il proprio no al provvedimento di chiusura del giornale e la non intenzione di sospendere i finanziamenti all'editoria in lingua basca e ad Egunkaria in particolare. Ma come spesso accade il cosiddetto nazionalismo basco moderato parla due lingue: il "ministro" basco degli Interni, Balza, ha affermato che se l'ordine di chiusura del giornale fosse giunto alla polizia autonoma questa avrebbe ubbidito.

Rifiuto internazionale
Proteste contro la chiusura del giornale sono arrivate da Reporters Sans Frontières, da Amnesty International, dall'Associazione europea dei giornali di regioni con lingue minoritarie o regionali (Midas), dal deputato verde italiano Mauro Bulgarelli, dall'ex presidente della Repubblica e senatore a vita Francesco Cossiga. Quest'ultimo ha chiesto di conoscere il giudizio che il governo intende esprimere "sulle vergognose parole di approvazione di questo atto lesivo della libertà democratiche da parte del presidente del governo di Madrid, il tardofranchista Josè Maria Aznar, di cui si profila la pericolosa candidatura alla presidenza della commissione esecutiva dell'Ue".
Il Segretario Generale dell'International Federation of Journalists, Aidan White, ha segnalato che "la chiusura di questo giornale in lingua basca rappresenta un attacco alla libertà di stampa". Per White "Egunkaria è un mezzo di comunicazione assai più indipendente rispetto agli altri che esistono in Euskal Herria (...)" (vedere www.ifj.org). Tra le prime denunce realizzate da personalità ed organismi internazionali spiccano quella di José Bové di "Via Campesina", quella delle Madri di Plaza de Mayo.
Anche in settori politici e culturali tradizionalmente ostili al nazionalismo basco si diffonde la convinzione che l'offensiva del nazionalismo spagnolo non è diretta a combattere l'ETA, bensì a criminalizzare il popolo basco, la sua identità, il suo diritto all'autodeterminazione, instaurando nel Paese Basco un vero e proprio "Stato di eccezione" che viola e sospende numerose garanzie costituzionali e diritti individuali dei cittadini baschi e, indirettamente, di quelli spagnoli.

Marco Santopadre (Radio Città Aperta, Roma)
Giovedì 6 marzo 2003

La Redazione risponde:

Poche ore dopo le info inviateci da compagni baschi sulla chiusura di Egunkaria e l'accavallarsi via via degli aggiornamenti provvedevamo ad un primo lancio della notizia nel nostro indirizzario elettronico (che include non solo singoli e realtà di 'movimento', ma anche svariati giornalisti di ogni tendenza, organi di stampa, radiofonici, televisivi, eccetera). Abbiamo quindi proceduto alla traduzione di una serie di scritti da Gara rendendoli disponibili anche sul sito www.rivistaindipendenza.org (vedi "Novità"). La notizia è stata anche inclusa nel blocco quindicinale (16-28 febbraio) del notiziario internazionale aggiornato ogni 15 giorni (due volte al mese) sul sito. Disponibili a dare il nostro contributo anche per altro, ti salutiamo.
P.S.: in allegato alcune riflessioni a margine del tuo scritto inviatoci

Qualche riflessione che scaturisce da spunti del tuo scritto che ci hai inviato in allegato. Josè Maria Aznar è sicuramente ben più di un tardofranchista. Si tratta di una nuova forma di fascismo di cui andrebbe corretto il nome (quando si intende comunicare a tutti) perché non in grado di esprimere pienamente una modernità di forme e di espressione che rischia di 'caricaturarne' e sminuirne la portata. Tardo-franchista evoca un'idea di appendice, di qualcosa di agonico e prevedibilmente superabile, quella di fascismo richiama peraltro a forme e sostanze che nell'insieme, a livello di massa, non sono percepite come tali. Paradossalmente la durezza dei toni rischia di concorrere alla rimozione della sostanza. Il totalitarismo moderno ha saputo assumere al suo interno, e non solo come armamentario dialettico ('ideologico'), tanto il fascismo quanto l'anti-fascismo, se non addirittura l'anti-nazismo (Milosevic e Saddam come "nuovi Hitler", solo per fare un banale esempio da vulgata dominante) e la sua parvenza democratica, i suoi richiami alle libertà indubbiamente strumentali e falsi, impongono anche un vocabolario aggiornato. Curiosamente è proprio in Euskal Herria che, ante litteram, abbiamo una sorta di riprova di tutto questo, una sperimentazione da 'laboratorio' di quel che oggi è più su larga scala. Il presunto passaggio 'democratico' della Spagna dopo la morte di Franco e l'eliminazione di ETA del suo delfino, Carrero Blanco, a metà degli anni Settanta, privò il movimento indipendentista basco di buona parte del sostegno internazionale di sinistra e antifascista, perché si ritenne che si fosse aperta una fase nuova, democratica appunto. Che così non fosse non è solo l'operato (da alcuni anni a questa parte) delle forze di cui Aznar è espressione pubblica a dircelo, ma -e solo come punta dell'iceberg- pensa ai GAL dell'epoca 'socialista'. Fascismo ieri e fascismo oggi, certo, per chi, accantonando le diversità di forma, bada alla sostanza. Ma assolutamente incomprensibile e confinabile in un ghetto se si vuole intervenire nelle dinamiche sociali e politiche in Stati che si definiscono democratici e che sono fautori di non meglio chiariti valori cosiddetti 'occidentali'. Tanto più se si intende parlare non a circoli ristretti, ai soliti più o meno 'noti', ma ben oltre.

Il caso basco ripropone inoltre la questione nazionale. Nel relazionarsi con le impropriamente dette "minoranze nazionali", e quindi nell'esplicazione degli interessi di classe all'interno della nazionalità apparentemente dominante (sovente con appendici di riferimento all'interno anche della nazionalità dominata, pensa ad esempio proprio al PNV basco, su un piano di convergente sistemazione compromissoria di distinte istanze di classi a diverso titolo dominanti) sovente (per dirla eufemisticamente...) rileviamo una confusione semantica e quindi concettuale, e quindi (ancor più rilevante) nella prassi politica, tra Nazione e Stato, quindi tra nazionalismo e statalismo. Come "Indipendenza" da molti anni portiamo avanti un discorso politico/culturale su queste questioni e lo riteniamo un necessario retroterra su cui lavorare incessantemente per concorrere al formarsi, in termini nazionalitari (secondo l'accezione non etnicista che propugniamo e che del resto ha riscontri nel mondo, non solo in Europa, all'interno di realtà fattivamente operanti), di un processo di liberazione che rompa radicalmente con il paravento patriottardo e presunto nazionale di cui si ammantano le classi dominanti fattesi Stato e a tutt'oggi, nell'epoca della cosiddetta globalizzazione (leggasi: imperialismo monocentrico USA in un contesto di conflittualità intercapitalistico), nient'affatto in via di superamento. Ciò investe anche gli Stati dominanti. L'esistenza di questioni nazionali irrisolte nel cuore (anche) dell'Europa occidentale è quindi solo, nella nostra ottica, parte del problema. Noi conferiamo valenza strategica alle potenzialità nazionalitarie di liberazione di cui certe realtà di liberazione (in Europa sicuramente quella basca) sono espressione. Non c'è liberazione nazionale senza concomitante intervento sul terreno anticapitalistico (oltre la dicotomia indubbiamente non equivalente, ma non meno pericolosamente fuorviante, di liberismo e "keynesismo"). Terreno anticapitalistico che necessita di una serie di interventi preliminari, circostanziabili e praticabili. L'ossatura complessiva della pratica di emancipazione basca concorre, con la sua specificità, a fungere anche dialetticamente, in tal senso, da prezioso laboratorio. Converrai, infatti, che non basta limitarsi ad una generica rivendicazione della "giustizia sociale" quando, ad esempio, anche forze di estrema destra se ne fanno fautrice, senza mai scendere non diciamo nell'estremo dettaglio (nessuno ha una ricetta certa e compiuta di un modo di produzione post-capitalistico e di una formazione sociale compiutamente non capitalistica) ma certamente nel merito, e non superficialmente. Non solo. La fase storica (prevedibilmente non breve) che si vive nel pianeta richiede in modo concomitante (nella conduzione delle lotte) e preliminare (sul terreno fattuale, di sbocco cioè concreto e possibile di una progettualità di liberazione nazionale e sociale) l'assunzione dell'anti-imperialismo quanto a forme e metodi di costruzione di detto movimento di liberazione relazionati ai suoi sbocchi di preparazione del terreno. Non si costruisce alcuna società liberata in un territorio occupato militarmente e/o economicamente, finanziariamente, politicamente.

Pur nell'articolazione sintetica, quasi telegrafica (apodittica, direbbe qualcuno) di quanto sopra, si innestano da qui quei nessi 'di stimolo' con quanto da te scritto. Rifiutiamo di intendere come "nazionalistico" l'operato di figure e figuri come Aznar (il tema richiederebbe indubbiamente ulteriori chiarimenti). Se è già meglio la definizione che usi, riferendoti a PNV ed EA, di "partiti regionalisti baschi", per il PP di Aznar si potrebbe parlare di "partito regionalista castigliano" con l'aggiunta 'di destra', o di altre espressioni, a caratterizzarlo meglio. Parlare di nazionalismo spagnolo significa conferire un ambito assolutamente improprio a questo epigono contemporaneo di Giorgino Bush (prendila come una battuta realistica, non come riduzione personalistica...). Attenzione, infine, a non 'confondere' rapporti di forza inter-statuali, gerarchicamente piramidali, in un generico ed onnicomprensivo "imperialismo" (quando scrivi: "...Tutto ciò in un clima "militarizzato" dalle velleità imperialiste della Spagna in Venezuela (appoggio al fallito golpe anti Chavez) e dalla Santa Alleanza al fianco di George W. Bush contro l'Iraq..."). Allo stato attuale, cioè da almeno 50-60 anni ai giorni nostri, e prevedibilmente per del tempo ancora, parlare di imperialismo spagnolo, tedesco, italiano è un non-senso. Ragioni di spazio non consentono adesso di entrare in modo più circostanziato sul piano teorico e fattuale del tema (l'imperialismo), che senz'altro non può restare alla riproposizione acritica delle cinque caratterizzazioni che ne dava Lenin. Se vuoi lo si può riprendere. Lo strapotere militare e di condizionamento massmediatico, di inculturazione statunitense (quel che potremmo definire "americanismo esterno") ha introdotto, e non da oggi, tali effetti per cui non vi è un Impero senza Imperialismo alla Negri detto Tony, e quindi un fronte unico degli interessi delle multinazionali che avrebbero come braccio armato la NATO e quindi gli USA, ma un imperialismo statunitense che mira a farsi imperiale, cioè ad includere gli affari sul pianeta come parte della propria politica interna. Non più come competenza, ancora in certe aree, del proprio Dipartimento di Stato, come estero appunto. Definire i fattivi interessi in Venezuela (e non solo lì) della Spagna, come altrove dell'Italia, della Germania, eccetera, non deve far perdere di vista la subalternità -rispetto alle classi dominanti statunitensi- di questi interessi grande imprenditorial/capitalistici privi del decisivo supporto militare. Che vi sia, da parte dell'(unico) imperialismo attualmente egemone (quello USA), una concessione ad 'altri' di aree di influenza più o meno marginali, e comunque in comparti a ben vedere mai decisivi per gli interessi principali (leggi classi dominanti statunitensi), è sempre frutto di una contropartita, in cui non solo si mettono a disposizione propri mezzi e uomini a fini strategici complessivi per il principale attore, ma anche si svolge una funzione politica (pensa al ruolo svolto dall'asse Berlusconi-Aznar-Blair in questa fase di preparazione alla guerra d'aggressione all'Iraq, la cui importanza e portata è per la Casa Bianca strategica e decisiva quanto a conseguenze ed assetti cui questa intende preludere). Ma le concessioni di cui sopra non fanno un imperialismo del o dei subalterni. Per quanto in aree delimitate, regionali appunto, questi Stati subalterni, tra loro non necessariamente allo stesso livello rispetto al patron di riferimento, possano esprimersi anche in termini 'pesanti'. Diciamo di più. In certi casi si tratta di concessioni avvelenate, soprattutto nei confronti di potenziali 'concorrenti' sul terreno grande imprenditoriale: un modo per controllarne (ed occuparne), nell'ottica delle varie contropartite, risorse e possibili potenzialità (e velleità) di sviluppo capitalistico autonomo e/o concorrente appunto. Anche qui 'tocchiamo' un punto che andrebbe meglio trattato. In caso è possibile tornarci su. Saluti