Cari compagni e amici,
trovo interessanti i contenuti della vostra rivista on line, per tali motivi
vi invio il testo di questa mia riflessione critica sul libro "Il silenzio
dei comunisti" che è stato gentilmente pubblicato dal quotidiano
socialista on line "L'Avvenire dei lavoratori".
Cordialmente
Bruno Pierozzi sindacalista Spi Cgil naz.
PERCHÉ È SCOMPARSA LA CULTURA COMUNISTA IN ITALIA
Non c'è dubbio che il Partito comunista di massa come lo abbiamo conosciuto
in Italia dal secondo dopoguerra in poi ha avuto un peso specifico notevole,
sia in termini quantitativi (iscritti e votanti) che qualitativi per l'egemonia
culturale che riuscì ad esercitare nella società italiana.
Nella disamina dei motivi che hanno portato alla sua trasformazione (da Pci
a Pds, comprensiva di una scissione a sinistra con Rifondazione Comunista) certo
è stata fondamentale la congiuntura internazionale, con la fine dell'Urss.
Ma ritengo che non sia quella la causa determinante della "fine" politica
e culturale del Pci. Credo che i fattori politici di quella "scomparsa"
debbano essere ravvisati nella impossibilità di coniugare una cultura
di fatto riformista (anche se mai esplicitamente ammessa) con la tensione verso
una rivoluzione resa impossibile sia per oggettivi fatti economici (sviluppo
capitalistico) sia per fattori di natura imperialistica e militare (controllo
Usa, Nato, e annesse strategie della tensione).
Il "fallimento" del Pci non è da ricercare come dicono alcuni
critici di destra e riformisti nella "paura di governare" di "sporcarsi
le mani", semmai è vero il contrario. Il crollo del Pci sarebbe
venuto egualmente, anche se non ci fosse stata la fine del moloch sovietico.
Il Pci - allorché fosse andato al governo - sarebbe infatti stato risucchiato
in una logica di compromesso, quella stessa logica che - benché all'opposizione
- lo vedeva cercare sistematicamente l'intesa con le forze politiche moderate
e con la borghesia politica ed economica. La contraddizione del Pci è
che spesso dall'opposizione "governava", forte del suo peso elettorale,
proponendo linee politiche più moderate di quelle di partiti riformisti
come il Psi (mi riferisco al Psi fino alla segreteria De Martino).
Questa linea politica ha origine con Togliatti e con la svolta di Salerno, anche
se i prodromi si trovano già nel Gramsci dell'Ordine Nuovo e poi in quello
maturo dei "quaderni dal carcere". Nasce quella cosiddetta originalità
teorica del comunismo italiano, che si fonda sia sul riconoscimento del parlamentarismo,
che nella collaborazione con le forze moderate, come nel caso della lotta al
fascismo. In sostanza possiamo affermare che la vocazione parlamentarista del
Psi di cui si faceva grande dileggio da parte della frazione comunista, che
dette vita a Livorno al Pci, era presente già nel Pci dalla sua fondazione.
Soltanto la frazione astensionista capeggiata da Bordiga fu sempre e conseguentemente
coerente con i princìpi veri del marxismo e del leninismo. Non a caso
Bordiga venne estromesso sia dalla segreteria che dagli organismi dirigenti,
e con lui tutti coloro che rimasero fedeli all'impostazione originaria del Pci.
Va peraltro ricordato che furono estromessi anche i cosiddetti "deviazionisti
di destra" come Tasca e che il Pci si apprestò a divenire un monolito
"centrista" in cui Togliatti cercò di bilanciare la linea staliniana
del "comunismo in un solo paese" con l'originalità d'analisi
gramsciana e la via italiana al socialismo.
Quello che mi colpisce, rileggendo oggi, libri o interviste di dirigenti del
Pci è il concetto di fedeltà alla "linea" che ha caratterizzato
i comunisti ai vari livelli, pur sapendo che si voleva conciliare l'inconciliabile,
ovvero Stalin con Gramsci.
Ma fu il "compromesso storico" berlingueriano, la vetta di quella
politica riformista e "conservatrice" che mise in campo il tentativo
di conciliare il clericalismo con il comunismo, sperando di portare al governo
il Pci e creare una sintesi politica più avanzata di quella del centro
sinistra.
Sappiamo come è finito quel disperato tentativo di conciliare riforme
strutturali e potere democristiano. E non a caso nasce in quella fase il fenomeno
BR e di altre formazioni terroristiche come assurda risposta di una intellettualità
di sinistra estremista ad una situazione politica senza sbocchi. Quello è
stato l'epilogo di quella politica riformista a metà incarnata da Togliatti
che ogettivamente era finità con la morte del leader allorché
come disse con una battuta tagliente Pajetta (riportata nel volume di Foa) con
la morte di Togliatti si chiudeva una fase e non se ne apriva un'altra.
E SE AVESSE RAGIONE BORDIGA?
Essendo cresciuto politicamente nel Pci ho sempre criticato aspramente ogni
forma estremismo, del resto lo criticava lo stesso Lenin. Tra gli estremisti
di cui il partito insegnava a diffidare non c'erano solo gli extraparlamentari
di turno, ma anche i "padri" dell'estremismo, e uno di questi - insieme
al mai totalmente riabilitato Trotskj - era l'ingegnere Bordiga, padre fondatore
del Pcd'I.
Bordiga, aveva secondo il Pci grandi torti perché da ortodosso marxista
affermava che la rivoluzione sovietica non aveva futuro perché nata in
un paese industrialmente arretrato (e la storia gli ha dato ragione); rispetto
al fascismo diceva che era una variabile del capitalismo (e anche questo è
nelle cose); sul parlamentarismo affermava che i comunisti possono partecipare
all'azione parlamentare, ma che non la ritengono un fine, in quanto la rivoluzione
è l'unico mezzo per abbattere il capitalismo (e anche qui mi pare che
i fatti dimostrino il vero).
Il problema è dunque la coerenza tra l'affermazione di essere comunista
e i mezzi per raggiungere tale fine. Quando leggo che dirigenti dell'ex Pci
provavano una sorta di compatimento per chi credeva nella rivoluzione, mi chiedo
perché si iscrissero al Pci invece che al Psi, al Psdi, o al Pri. E questo
rafforza la mia tesi iniziale sul fatto che il Pci dopo Bordiga e dopo la parentesi
resistenziale, culminata con l'estromissione di Pietro Secchia, è divenuto
un partito riformista, mentre nel Psi nonostante tutto, rimasero forti spinte
massimaliste (senza dare a questo aggettivo valore negativo) fino agli anni
'70.
COSA RIMANE DEL PCI?
Cosa riamane del Pci per chi, come me, si è formato e ha militato nel
Pci?
Oggi a posteriori, posso criticarlo, non per essere stato troppo massimalista,
ma semmai troppo riformista, rimane di quell'esperienza un elemento importante:
il rigore. Sì il rigore nell'analisi e il rigore morale.
Oggi si avverte drammaticamente la mancanza di un partito comunista coerente
con i propri fini, in cui i dirigenti ed i militanti esprimano quello stesso
rigore d'analisi e nei comportamenti che contraddistinse i fondatori del Pci.
Oggi che posso rileggere la storia del Pci senza distorsioni teoriche, riscopro
la grandezza di due dirigenti come Bordiga e Secchia quali esempi di quel rigore,
di quella profonda convinzione politica ed etica che animò il primo Pci
fino alla resistenza.
Bordiga nei fatti si ritirò dalla vita politica attiva coerente con l'analisi
marxiana secondo la quale la lotta politica serve per preparare la rivoluzione
e non per altri obiettivi. La lotta al riformismo socialista da cui nacque il
Pcd'I poggiava su due gambe: l'astensionismo elettorale e la rivoluzione proletaria.
C'è chi dirà che se si fosse seguita quella strada la borghesia
avrebbe vinto su tutti i fronti. Ma i fatti mi pare che dopo più di un
secolo di riformismo socialdemocratico dimostrino inequivocabilmente che nella
disputa tra capitale e riforme ha vinto il capitale. Nonostante questo fallimento
epico delle socialdemocrazie, rispetto all'obiettivo finale, ovvero il socialismo,
si assiste ad una sorta di "apologia del riformismo" che non trova
contrasto, se non in settori marginali della sinistra antagonista e movimentista.
Mi permetto di criticare in ultimo questa forma banale di analisi, rivalutando
il pensiero marxiano originale, che non si fonda sulle supposizioni ma su fatti
concreti come il sistema produttivo capitalistico e l'analisi delle sue contraddizioni.
Ribadisco quindi l'attualità dell'analisi marxiana e la necessità
del comunismo quale unica prospettiva di liberazione. Liberazione dalla servitù
economica ed etica imposta dal capitale che produce alienazione materiale e
psicologica. A coloro che dicono che il comunismo ha fallito replico semplicemente
con un dato oggettivo: ha fallito in Russia, in Cina a Cuba perché ha
voluto saltare una fase dello sviluppo capitalistico che è imprescindibile.
Quello non era comunismo, era una sperimentazione forzosa di concetti che per
dispiegarsi hanno bisogno di un terreno di sviluppo economico proprio del capitalismo
maturo.
CONCLUSIONE
Ho messo in pratica il consiglio espresso nel tuo libro sulla necessità
che c'è a volte di "prendersi una pausa per riflettere".
Ecco nella mia pausa ho riscoperto l'identità perduta, quella di un comunismo
che non ha fretta, che non fa compromessi con il potere costituito, che attende
con pazienza e lavora per costruire le condizioni della rivoluzione proletaria
mondiale, anche se oggi questa terminologia può sembrare arcaica, ma
non lo sono i contenuti che la sostengono. Questo non vuol dire rimanere passivamente
in attesa che maturino le condizioni economiche, che avvenga il "crollo".
Certamente credo all'impegno e alle lotte per il miglioramento economico e sociale
che svolgono i sindacati e anche i partiti della sinistra riformista, ma non
lo ritengo esaustivo. Ritengo sia solo una parte, seppur necessaria, per migliorare
le condizioni di vita delle masse popolari in questo sistema. Ma occorre guardare
più in alto, occorre continuare a credere che sia possibile trasformare
questa società, a partire dalla trasformazione irreversibile del sistema
produttivo e di consumo attuale, ovvero abbattendo il capitalismo.
Per alcuni è una follia. Secondo me invece è una necessità
storica e il comunismo è l'ineludibile destino dell'umanità futura.
Il vero problema del comunismo oggi non è il possesso materiale dei mezzi
di produzione, ma il possesso intellettuale, lottare contro l'espropriazione
della personalità, della creatività, dell'intelligenza. Il mondo
capitalista in questa fase della cosiddetta globalizzazione sta sempre più
accentrando la ricchezza in poche mani e con essa il potere decisionale. La
democrazia viene svuotata di contenuto e i cittadini perdono sempre più
ogni potere decisionale di controllo sullo sviluppo economico e sociale. Questi
sono i veri problemi dell'umanità attuale. La lotta contro la distruzione
dell'ecosistema è ormai la priorità vera dello scontro tra capitale
e lavoro (nell'accezione più ampia). Lo scontro è radicale e tra
due sole opzioni possibili: dittatura del capitale o governo pianificato planetario,
questo ultimo unica via per salvare la natura e gli esseri umani dall'estinzione.
Come sempre lo scontro non può trovare una soluzione intermedia, e il
riformismo è la soluzione intermedia che ha sempre portato alla vittoria
del capitale. Il partito comunista nacque per battere il riformismo senza riforme
e il massimalismo delle parole, e credo che ancora oggi la scelta di Livorno
del 1921 sia quella giusta.
Chissà, forse un giorno avremo conferma che l'ingegnere napoletano in
fondo aveva visto giusto.