Cari compagni e amici,
trovo interessanti i contenuti della vostra rivista on line, per tali motivi vi invio il testo di questa mia riflessione critica sul libro "Il silenzio dei comunisti" che è stato gentilmente pubblicato dal quotidiano socialista on line "L'Avvenire dei lavoratori".
Cordialmente
Bruno Pierozzi sindacalista Spi Cgil naz.

Lettera aperta al compagno Foa su "Il silenzio dei comunisti"
(Home)


di Bruno Pierozzi


Non appartengo né alla tua generazione, né a quella di Mafai e Reichlin, in quanto nato a metà degli anni '50 quando nasceva il miracolo economico e l'Italia si avviava a diventare un paese certo più ricco, ma ancora culturalmente arretrato e democraticamente instabile. Nonostante ciò ho vissuto intensamente la politica della mia generazione, quella generazione che ha sfiorato il '68 perché troppo giovane, ma che ha avuto - direttamente o indirettamente - i propri riferimenti ideali e politici nella "sinistra storica" rappresentata dal Pci e dal Psi, assistendo poi alla progressiva decadenza del primo e alla degenerazione del secondo. Ho fatto del sindacato della Cgil la mia "scelta di vita" e in questo sindacato continuo a lavorare con impegno e passione, e oggi che c'è un attacco ai diritti dei lavoratori e alle rappresentanze democratiche da parte del governo e delle forze padronali, sono ancor più fiero di essere dalla parte giusta. Fatta questa breve premessa vengo al motivo della mia missiva.
Ho letto con attenzione lo scambio epistolare a tre (Foa - Mafai - Raichlin) contenuto nel volume "Il silenzio dei comunisti". Devo dire che ciò che più mi ha colpito è la asistematicità nel porre le questioni da parte tua e di conseguenza anche nelle risposte. Mi duole dirlo, ma vedo una regressione culturale da parte di molti esponenti "storici" della sinistra marxista, o ex marxista, che oggi sono incapaci di proporre una analisi strutturale e sovrastrutturale dell'attuale fase dello sviluppo capitalistico, quello che per comodità definiamo come "globalizzazione".
Io, ahimè, sono ancora un comunista che altri definirebbero "ortodosso", e per ortodosso intendo dire che continuo a credere nella veridicità della critica dell'economia e nella metodologia di Marx. Ritengo quindi la storia come frutto della "lotta di classe" e il materialismo dialettico la giusta strada per l'interpretazione dei fatti umani.
Fatta questa breve premessa vorrei entrare nel merito di alcune domande da te poste e che non hanno trovato adeguate risposte. La prima perché il PCI si è dissolto e di conseguenza perché non c'è più la "voce dei comunisti"; la seconda cos'è il comunismo oggi.

PERCHÉ È SCOMPARSA LA CULTURA COMUNISTA IN ITALIA
Non c'è dubbio che il Partito comunista di massa come lo abbiamo conosciuto in Italia dal secondo dopoguerra in poi ha avuto un peso specifico notevole, sia in termini quantitativi (iscritti e votanti) che qualitativi per l'egemonia culturale che riuscì ad esercitare nella società italiana.
Nella disamina dei motivi che hanno portato alla sua trasformazione (da Pci a Pds, comprensiva di una scissione a sinistra con Rifondazione Comunista) certo è stata fondamentale la congiuntura internazionale, con la fine dell'Urss. Ma ritengo che non sia quella la causa determinante della "fine" politica e culturale del Pci. Credo che i fattori politici di quella "scomparsa" debbano essere ravvisati nella impossibilità di coniugare una cultura di fatto riformista (anche se mai esplicitamente ammessa) con la tensione verso una rivoluzione resa impossibile sia per oggettivi fatti economici (sviluppo capitalistico) sia per fattori di natura imperialistica e militare (controllo Usa, Nato, e annesse strategie della tensione).
Il "fallimento" del Pci non è da ricercare come dicono alcuni critici di destra e riformisti nella "paura di governare" di "sporcarsi le mani", semmai è vero il contrario. Il crollo del Pci sarebbe venuto egualmente, anche se non ci fosse stata la fine del moloch sovietico. Il Pci - allorché fosse andato al governo - sarebbe infatti stato risucchiato in una logica di compromesso, quella stessa logica che - benché all'opposizione - lo vedeva cercare sistematicamente l'intesa con le forze politiche moderate e con la borghesia politica ed economica. La contraddizione del Pci è che spesso dall'opposizione "governava", forte del suo peso elettorale, proponendo linee politiche più moderate di quelle di partiti riformisti come il Psi (mi riferisco al Psi fino alla segreteria De Martino).
Questa linea politica ha origine con Togliatti e con la svolta di Salerno, anche se i prodromi si trovano già nel Gramsci dell'Ordine Nuovo e poi in quello maturo dei "quaderni dal carcere". Nasce quella cosiddetta originalità teorica del comunismo italiano, che si fonda sia sul riconoscimento del parlamentarismo, che nella collaborazione con le forze moderate, come nel caso della lotta al fascismo. In sostanza possiamo affermare che la vocazione parlamentarista del Psi di cui si faceva grande dileggio da parte della frazione comunista, che dette vita a Livorno al Pci, era presente già nel Pci dalla sua fondazione. Soltanto la frazione astensionista capeggiata da Bordiga fu sempre e conseguentemente coerente con i princìpi veri del marxismo e del leninismo. Non a caso Bordiga venne estromesso sia dalla segreteria che dagli organismi dirigenti, e con lui tutti coloro che rimasero fedeli all'impostazione originaria del Pci. Va peraltro ricordato che furono estromessi anche i cosiddetti "deviazionisti di destra" come Tasca e che il Pci si apprestò a divenire un monolito "centrista" in cui Togliatti cercò di bilanciare la linea staliniana del "comunismo in un solo paese" con l'originalità d'analisi gramsciana e la via italiana al socialismo.
Quello che mi colpisce, rileggendo oggi, libri o interviste di dirigenti del Pci è il concetto di fedeltà alla "linea" che ha caratterizzato i comunisti ai vari livelli, pur sapendo che si voleva conciliare l'inconciliabile, ovvero Stalin con Gramsci.
Ma fu il "compromesso storico" berlingueriano, la vetta di quella politica riformista e "conservatrice" che mise in campo il tentativo di conciliare il clericalismo con il comunismo, sperando di portare al governo il Pci e creare una sintesi politica più avanzata di quella del centro sinistra.
Sappiamo come è finito quel disperato tentativo di conciliare riforme strutturali e potere democristiano. E non a caso nasce in quella fase il fenomeno BR e di altre formazioni terroristiche come assurda risposta di una intellettualità di sinistra estremista ad una situazione politica senza sbocchi. Quello è stato l'epilogo di quella politica riformista a metà incarnata da Togliatti che ogettivamente era finità con la morte del leader allorché come disse con una battuta tagliente Pajetta (riportata nel volume di Foa) con la morte di Togliatti si chiudeva una fase e non se ne apriva un'altra.

E SE AVESSE RAGIONE BORDIGA?
Essendo cresciuto politicamente nel Pci ho sempre criticato aspramente ogni forma estremismo, del resto lo criticava lo stesso Lenin. Tra gli estremisti di cui il partito insegnava a diffidare non c'erano solo gli extraparlamentari di turno, ma anche i "padri" dell'estremismo, e uno di questi - insieme al mai totalmente riabilitato Trotskj - era l'ingegnere Bordiga, padre fondatore del Pcd'I.
Bordiga, aveva secondo il Pci grandi torti perché da ortodosso marxista affermava che la rivoluzione sovietica non aveva futuro perché nata in un paese industrialmente arretrato (e la storia gli ha dato ragione); rispetto al fascismo diceva che era una variabile del capitalismo (e anche questo è nelle cose); sul parlamentarismo affermava che i comunisti possono partecipare all'azione parlamentare, ma che non la ritengono un fine, in quanto la rivoluzione è l'unico mezzo per abbattere il capitalismo (e anche qui mi pare che i fatti dimostrino il vero).
Il problema è dunque la coerenza tra l'affermazione di essere comunista e i mezzi per raggiungere tale fine. Quando leggo che dirigenti dell'ex Pci provavano una sorta di compatimento per chi credeva nella rivoluzione, mi chiedo perché si iscrissero al Pci invece che al Psi, al Psdi, o al Pri. E questo rafforza la mia tesi iniziale sul fatto che il Pci dopo Bordiga e dopo la parentesi resistenziale, culminata con l'estromissione di Pietro Secchia, è divenuto un partito riformista, mentre nel Psi nonostante tutto, rimasero forti spinte massimaliste (senza dare a questo aggettivo valore negativo) fino agli anni '70.

COSA RIMANE DEL PCI?
Cosa riamane del Pci per chi, come me, si è formato e ha militato nel Pci?
Oggi a posteriori, posso criticarlo, non per essere stato troppo massimalista, ma semmai troppo riformista, rimane di quell'esperienza un elemento importante: il rigore. Sì il rigore nell'analisi e il rigore morale.
Oggi si avverte drammaticamente la mancanza di un partito comunista coerente con i propri fini, in cui i dirigenti ed i militanti esprimano quello stesso rigore d'analisi e nei comportamenti che contraddistinse i fondatori del Pci.
Oggi che posso rileggere la storia del Pci senza distorsioni teoriche, riscopro la grandezza di due dirigenti come Bordiga e Secchia quali esempi di quel rigore, di quella profonda convinzione politica ed etica che animò il primo Pci fino alla resistenza.
Bordiga nei fatti si ritirò dalla vita politica attiva coerente con l'analisi marxiana secondo la quale la lotta politica serve per preparare la rivoluzione e non per altri obiettivi. La lotta al riformismo socialista da cui nacque il Pcd'I poggiava su due gambe: l'astensionismo elettorale e la rivoluzione proletaria. C'è chi dirà che se si fosse seguita quella strada la borghesia avrebbe vinto su tutti i fronti. Ma i fatti mi pare che dopo più di un secolo di riformismo socialdemocratico dimostrino inequivocabilmente che nella disputa tra capitale e riforme ha vinto il capitale. Nonostante questo fallimento epico delle socialdemocrazie, rispetto all'obiettivo finale, ovvero il socialismo, si assiste ad una sorta di "apologia del riformismo" che non trova contrasto, se non in settori marginali della sinistra antagonista e movimentista.
Mi permetto di criticare in ultimo questa forma banale di analisi, rivalutando il pensiero marxiano originale, che non si fonda sulle supposizioni ma su fatti concreti come il sistema produttivo capitalistico e l'analisi delle sue contraddizioni.
Ribadisco quindi l'attualità dell'analisi marxiana e la necessità del comunismo quale unica prospettiva di liberazione. Liberazione dalla servitù economica ed etica imposta dal capitale che produce alienazione materiale e psicologica. A coloro che dicono che il comunismo ha fallito replico semplicemente con un dato oggettivo: ha fallito in Russia, in Cina a Cuba perché ha voluto saltare una fase dello sviluppo capitalistico che è imprescindibile. Quello non era comunismo, era una sperimentazione forzosa di concetti che per dispiegarsi hanno bisogno di un terreno di sviluppo economico proprio del capitalismo maturo.

CONCLUSIONE
Ho messo in pratica il consiglio espresso nel tuo libro sulla necessità che c'è a volte di "prendersi una pausa per riflettere".
Ecco nella mia pausa ho riscoperto l'identità perduta, quella di un comunismo che non ha fretta, che non fa compromessi con il potere costituito, che attende con pazienza e lavora per costruire le condizioni della rivoluzione proletaria mondiale, anche se oggi questa terminologia può sembrare arcaica, ma non lo sono i contenuti che la sostengono. Questo non vuol dire rimanere passivamente in attesa che maturino le condizioni economiche, che avvenga il "crollo".
Certamente credo all'impegno e alle lotte per il miglioramento economico e sociale che svolgono i sindacati e anche i partiti della sinistra riformista, ma non lo ritengo esaustivo. Ritengo sia solo una parte, seppur necessaria, per migliorare le condizioni di vita delle masse popolari in questo sistema. Ma occorre guardare più in alto, occorre continuare a credere che sia possibile trasformare questa società, a partire dalla trasformazione irreversibile del sistema produttivo e di consumo attuale, ovvero abbattendo il capitalismo.
Per alcuni è una follia. Secondo me invece è una necessità storica e il comunismo è l'ineludibile destino dell'umanità futura. Il vero problema del comunismo oggi non è il possesso materiale dei mezzi di produzione, ma il possesso intellettuale, lottare contro l'espropriazione della personalità, della creatività, dell'intelligenza. Il mondo capitalista in questa fase della cosiddetta globalizzazione sta sempre più accentrando la ricchezza in poche mani e con essa il potere decisionale. La democrazia viene svuotata di contenuto e i cittadini perdono sempre più ogni potere decisionale di controllo sullo sviluppo economico e sociale. Questi sono i veri problemi dell'umanità attuale. La lotta contro la distruzione dell'ecosistema è ormai la priorità vera dello scontro tra capitale e lavoro (nell'accezione più ampia). Lo scontro è radicale e tra due sole opzioni possibili: dittatura del capitale o governo pianificato planetario, questo ultimo unica via per salvare la natura e gli esseri umani dall'estinzione.
Come sempre lo scontro non può trovare una soluzione intermedia, e il riformismo è la soluzione intermedia che ha sempre portato alla vittoria del capitale. Il partito comunista nacque per battere il riformismo senza riforme e il massimalismo delle parole, e credo che ancora oggi la scelta di Livorno del 1921 sia quella giusta.
Chissà, forse un giorno avremo conferma che l'ingegnere napoletano in fondo aveva visto giusto.