Osservazioni sulla questione del debito pubblico e sul blocco capitalistico dominante in Italia
(Home, La Redazione risponde)

 

Cari amici di Indipendenza,

ho letto con interesse l’articolo sul debito nel numero 16 di Indipendenza. L’ho trovato decisamente informato ma soprattutto “informativo”. Mi permetto di esternare qualche considerazione.

Innanzitutto, la questione meno importante: anche se il 100% dei titoli di Stato fossero acquistati all’interno di uno Stato, il crescere di tale debito non mi sembra problema irrilevante. D’accordo, lo Stato non va in fallimento. Però, innanzitutto può essere alimentata l’inflazione con tutti gli annessi e connessi. Sappiamo che vengono sfavoriti in tal caso coloro che percepiscono redditi fissi (salari in particolare), ma anche i settori imprenditoriali, quelli maggiormente concorrenziali, che non riescono a scaricare adeguatamente i crescenti costi (monetari) sui prezzi. Inoltre, quanto più tempo intercorre tra la produzione (costi) e la vendita (ricavi), più difficile è fare correttamente i calcoli contabili, conoscere l’ammontare dei guadagni (o delle perdite) in termini reali; diventa quindi più complicato redigere i bilanci aziendali, in specie di previsione. Quando poi si vende a credito, con forti dilazioni di pagamento –mentre magari si debbono liquidare quasi subito i costi delle materie prime e, logicamente, quelli salariali– i calcoli si fanno ancora più incerti. E via dicendo.

Il problema decisivo mi sembra però quello delle direzioni di spesa: un discorso non meramente economico-quantitativo, ma qualitativo, di settori finanziati. Certamente, è stato messo in luce quanto sia aumentata la nostra dipendenza dal sistema economico mondiale, dominato dalle istituzioni statunitensi o da quelle egemonizzate dagli USA. Tuttavia, non mi sembra abbastanza messo in luce il contesto nazionale (non solo italiano) che ha visto sempre, pur con i cambiamenti intervenuti, il dominio del blocco costituito dal capitale bancario (finanziario) alleato di una grande industria sostanzialmente poco competitiva e sempre bisognosa di assistenza da parte del “pubblico”. Tale blocco ha avuto qualche scossone in Italia, in specie a cavallo dell’ultimo anno (Cirio e Parmalat), ma si è ripreso alla grande, tanto che oggi comanda più di prima con il “malefico trio” (Ciampi-Fazio-Montezemolo), cui sono ormai succubi non solo il centrosinistra (un suo pilastro essenziale che sia o non sia al Governo) ma l’intero centrodestra, in cui si erano verificate alcune crepe (Tremonti-Lega) sia pure senza alcun respiro strategico.

Si è ormai cristallizzata, nel corso di decenni, quella situazione che ho paragonato, con tutte le cautele del caso, a quella della Repubblica di Weimar, con la corruzione e il parassitismo del grande capitale. In questo si è visto giusto a denunciare la stupidità e grossolanità delle accuse –manipolate dal quel consesso giudiziario particolarmente pericoloso che fu mani pulite– di ladroneria e simili lanciate contro DC-PSI per operazioni (politiche quanto sociali) che furono, al di là dei “normali” casi di corruzione individuale, del tutto consone al dominio del blocco capitalistico finanziario-industriale (e pubblico-privato) sopra considerato, però in una situazione internazionale caratterizzata fino all’89-91 dall’esistenza dei “due campi”, eccetera.

Starei certo attento alle trasformazioni subite da tale blocco, nell’ultimo decennio in particolare –il regresso del “pubblico” rispetto al “privato”– ma sarei ancora più attento alla permanenza del dominio del complesso bancario-industriale arretrato e non competitivo. Il tutto condito da uno “Stato sociale” che si tenta di non distruggere –per non mettere in agitazione il “parco buoi” controllato dalla “sinistra”, da decenni il vero alleato, con tante frizioni di carattere esclusivamente redistributivo (di reddito e di potere), del blocco capitalistico parassitario in oggetto– ma di erodere comunque con sistematicità, poiché ormai la situazione internazionale, se non parte una robusta ripresa generale, non consente più la “socialità” protrattasi fino alla caduta del “socialismo reale” (la Germania di Schroeder è, nell’attuale tornante storico, paradigmatica a tal riguardo).

Tatticamente, nel medio periodo, sarei favorevole ad una più spinta internazionalizzazione delle varie economie, perché vi vedo la possibilità di uno scombussolamento generale: sia del blocco parassitario più volte nominato, sia della sua “alleanza” di fondo con i “lavoratori” (organizzati e controllati da oligarchie particolarmente corrotte ed inefficienti anche capitalisticamente parlando), destinati ad essere “coccolati” nominalmente –ad esempio, con i discorsi di Montezemolo– e tosati realmente; ma con cautela, possibilmente affidandosi alla “sinistra”, e alla sua vocazione alla “responsabilità di Governo”, almeno fin dove e fin quando sarà possibile. Se avanza l’internazionalizzazione economica, tale blocco sociale incontrerà sempre maggiori difficoltà nel realizzare efficacemente la sua politica (da definire, senza mezzi termini, reazionaria), e ciò potrebbe sconvolgere gli attuali assetti sociali e politici. E’ solo una possibilità, ma con una sorta di autarchia nazionale si prolungherebbero i tempi dell’agonia.

In ogni caso, bisognerà passare sul “cadavere” del blocco capitalistico, già più volte nominato, e dei suoi “rappresentanti” politico-ideologici sia di “destra” che di “sinistra”. Per questi motivi, non credo assolutamente agli schieramenti (del resto solo elettorali) denominati centrodestra e centrosinistra –il che non equivale a negare il più radicale antagonismo tra le culture e ideologie di destra e di sinistra– mentre giudicherei positiva l’eventuale crescita di una “massa qualunquistica”, che fosse disgustata di entrambi gli “opposti” schieramenti, senza però cadere nell’inganno del centrismo, in specie se fosse messa in condizioni di forte disagio da una grave crisi sociale e politica (e magari economica). Solo da questa eventuale massa qualunquistica potrebbe nascere una forza di cambiamento radicale. Se semplicemente in direzione di un nuovo centro capitalistico di tipo imperialistico o invece di una reale trasformazione dei rapporti sociali in senso anticapitalistico, non è cosa che si possa decidere in base a teorizzate tendenze “oggettive”. Tutto dipende dai rapporti di forza e da chi dimostrerà maggiore lucidità di visione. Certamente, dipenderà anche da una chiarezza teorico-sociale che oggi non abbiamo; ma non da una teoria che ci garantisca l’inevitabile vittoria storica di “soggetti sociali” inventati da cariatidi politiche –partitiste o movimentiste, neocomuniste o neosocialiste, fa poca differenza– in più o meno effettiva buona fede.

Analizzando il più oggettivamente possibile le prospettive per il futuro, constato che non esistono, come si credeva in passato, soggetti capaci di trasformare il sistema capitalistico agendo dall’interno dello stesso. Cioè non esistono soggetti in grado di mettere in moto una effettiva transizione ad altra (realmente altra) formazione sociale, nell’ambito di uno scontro diretto tra queste eventuali forze di trasformazione e le forze che intendono conservare l’ordine capitalistico. Non si deve più pensare nei vecchi termini dello scontro capitale/lavoro (salariato) pur mutando i soggetti a confronto. Non credo a questa prospettiva.

Nella storia, mi sembra si siano verificate –e non vedo perché non debbano ancora verificarsi– radicali trasformazioni (che chiamerei comunque rivoluzionarie) interne al capitalismo (rivoluzioni tecnico-produttive, politiche, culturali). La lotta, in tali fasi o epoche di cambiamento, non ha provocato la vera fuoriuscita dal sistema del capitale, ma ha comunque creato, e creerà, gravi contraddizioni, acute lotte “intestine”, sconvolgimenti sociali che produrranno forti disagi e ribellioni e disfacimento del preesistente ordinamento. In queste faglie, aperte da quello che un tempo si denominava conflitto intercapitalistico (o interimperialistico), si può inserire chi (eventuali agenti strategici politici) crede nella possibilità di contestare e rivoluzionare gli stessi assetti capitalistici.

Per il momento, termino qui. Cari saluti.

 

Gianfranco La Grassa

17 agosto 2004    

 

 

La Redazione risponde:

 

Caro Gianfranco,

ci ha fatto piacere ricevere la tua lettera, e le tue osservazioni costituiscono per noi sempre uno stimolo di riflessione. Andiamo alle questioni che sollevi.

Per quanto riguarda le conseguenze del debito pubblico di cui tratti, intanto una premessa: l’articolo sul debito voleva essenzialmente smontare le tesi propagandate in questi anni dai circoli politici, economici e massmediatici dominanti. Rilevare che il debito pubblico –nel caso che i relativi titoli siano sottoscritti dai “cittadini” di quel determinato Stato– costituisca contemporanamente un credito pubblico, è preliminare per confutare i tagli alla spesa, l’aumento della pressione fiscale e le privatizzazioni effettuate nell’ultimo decennio proprio in nome della riduzione del debito (l’ultimo Documento di programmazione economica e finanziaria presentato da Siniscalco non fa eccezione). Lungi, poi, dall’intenzione di voler “suggerire” un’indirizzo di politica economica “autarchica” alle classi dominanti. In realtà, i capitalisti nostrani perseverano a ricercare l’assistenza finanziaria dello Stato, come negli anni Settanta ed Ottanta. Il contesto geopolitico è però cambiato, e loro non possono prescindere dall’adeguarvisi. Tale processo non è però indolore. Nemmeno per loro. Da parte nostra, il rilevare queste contraddizioni (neoliberismo statunitense e processo di unificazione europea da un lato, declino del capitalismo italiota dall’altro) è funzionale a mostrare il peso dei condizionamenti esterni e dunque l’esistenza di una condizione di dipendenza. E senza rimuovere questi vincoli e condizionamenti, è impossibile qualsiasi progetto alternativo di società altra.

 

Altra cosa sarebbe una disquisizione teorica e soprattutto pratica (nel senso di analizzare i reali effetti prodotti storicamente) sul debito pubblico, sulle sue potenzialità e sui suoi limiti. Nel testo si accennava alle conseguenze sulla redistribuzione del reddito: il pagamento degli interessi sul debito si sostanzierebbe in un onere sui “contribuenti” a favore dei detentori di titoli. Tali effetti redistributivi, tanto più ampi quanto risultino alti i tassi d’interesse, costituiscono un rilevante problema. Altri effetti del debito, come ad esempio la possibile produzione d’inflazione, andrebbero meglio esaminati e discussi magari con altre “campane”. Scendendo sul terreno dell’analisi storico-economica, sulla scorta di quanto scrive Augusto Graziani, si scopre che l’inflazione conosciuta in Italia negli anni Settanta-Ottanta (chissà perché le attuali statistiche fanno di tutto per nascondere quella odierna) è stata fondamentalmente un’inflazione che trae origine dalla dipendenza esterna: un’inflazione cosiddetta da costi (primo tra tutti, il petrolio); legata alla svalutazione della lira (che si ripercuoteva sul costo delle importazioni) nel nuovo contesto di cambi flessibili determinato dalla dichiarazione di inconvertibilità del dollaro di Nixon del 1971; specialmente a partire dagli anni Ottanta, un’inflazione da prezzi amministrati (per risanare i bilanci delle imprese di pubblici servizi, si aumentavano le tariffe pubbliche) e da tassi d’interesse (l’aumento dei tassi d’interesse a livello internazionale nei mercati finanziari si ripercuoteva anche sui tassi praticati dalle banche a favore delle imprese, che a loro volta le scaricavano sui prezzi).

Graziani rileva pure che l’inflazione degli anni Settanta risultava gradita alle imprese, poiché vedevano in essa una via per aumentare i prezzi più dei salari, riducendo così il costo del lavoro. La situazione cambia negli anni Ottanta in conseguenza dei cambi fissi indotti dallo SME: l’aumento dei prezzi non veniva più compensato da una svalutazione della lira, e ciò si traduceva in un peggioramento della competitività internazionale delle imprese. Sempre nell’opera Lo sviluppo dell’economia italiana, in riferimento al pericolo d’inflazione derivante dal debito, Graziani cita un’opera di Franco Reviglio, il “padrino” di Siniscalco e Tremonti, secondo cui «tali pericoli sarebbero provenuti dalla natura inefficiente della spesa pubblica, che alimentava la domanda senza accrescere la capacità di produzione del paese». Il debito non risulta dunque di per sé un fattore d’inflazione: fondamentali sono il contesto in cui si inserisce e le condizioni sotto cui opera.

Questi ed altri aspetti andrebbero indubbiamente meglio approfonditi. Quello che comunque mi sembra indubitabile è che il debito pubblico, trattandosi essenzialmente di uno strumento di finanziamento per uno Stato, si traduce nel foraggiamento di un determinato assetto di classi dominanti. Se il terzo debito pubblico al mondo è quello italiano, il primo rimane quello statunitense. Ma la differenza sostanziale tra i due paesi –e questo punto lo hai sottolineato ampiamente nelle tue opere– è data dalla tipologia del blocco dominante, che si concreta in una certa direzione data alla spesa pubblica: è funzionale anche allo sviluppo di settori trainanti, qui al mantenimento di classi parassitarie ed inefficienti.

 

Arriviamo dunque al cuore della tua missiva: «il dominio del blocco costituito dal capitale bancario (finanziario) alleato di una grande industria sostanzialmente poco competitiva e sempre bisognosa di assistenza da parte del “pubblico”(…) Blocco che oggi comanda più di prima con il “malefico trio” (Ciampi-Fazio-Montezemolo), cui sono ormai succubi non solo il centrosinistra (un suo pilastro essenziale che sia o non sia al Governo) ma l’intero centrodestra». Completamente d’accordo con quanto affermi. È vero che nell’articolo sul debito non si è analizzato il contesto italiano, ma ciò per non appesantire il ragionamento svolto, tanto più che anche sull’editoriale di quel numero (per non dire di altri articoli ed editoriali pubblicati in precedenza sulla rivista, oltre che sul sito) non si lesinano analisi informativo/critiche di detto contesto.

Con l’articolo sul debito, interessava sostanzialmente focalizzare, porre l’attenzione sui legami di dipendenza. A nostro avviso, è alla luce di tali relazioni di subalternità che bisogna ragionare sull’assetto capitalistico italiota. Lo stesso attuale assetto delle banche nostrane è una conseguenza del processo di unificazione europea (la riforma Amato-Carli del 1990, che avviò la privatizzazione del sistema bancario, fu fatta in osservanza di una direttiva europea sul sistema bancario) e delle privatizzazioni dei primi anni Novanta effettuate su spinta sempre dell’Unione Europea, e sostanzialmente decise dalle banche d’affari statunitensi. Claudio Costamagna, uno dei responsabili per l’Europa della Goldman Sachs, disse qualche anno fa ad Affari e Finanza che tutte le operazioni di concentrazione del sistema bancario vennero gestite da loro. Mario Draghi, ex potente direttore generale del Tesoro, è attualmenteVice Chairman” proprio della Goldman Sachs. Lo stesso Prodi è stato per tre anni e mezzo consulente della Goldman Sachs, ed ha curato molto i rapporti con personaggi della finanza internazionale come Soros. Ne I giorni dell’IRI, recentemente ripubblicato in edizione economica dalla Mondadori, Massimo Pini, ex consigliere dell’IRI in quota ai socialisti, traccia un ritratto al vetriolo di questo vero e proprio esponente da borghesia compradora. Stando a quanto afferma Pini, Prodi ha contrastato a fondo addirittura la Mediobanca di Cuccia, che dalle privatizzazioni di Comit e Credito italiano usciva a sorpresa rafforzata, e ciò al fine di rompere il suo monopolio negli affari italiani per aprirne il mercato alle banche d’affari statunitensi (non dimentichiamoci che il primo “cliente” delle banche d’affari statunitensi è stata la Parmalat di Tanzi). Scrive sempre massimo Pini (Il Giornale, 1 novembre 1996): «la sinistra democristiana, Ciampi e i loro accoliti non vedono l’ora di vendicarsi dei torti subiti quando Mediobanca faceva sì che le azioni si pesassero e non si contassero. Alle partecipazioni incrociate del “salotto buono”, vogliono sostituire il capitalismo di massa del risparmiatore trasformato in azioni: il caso Eni insegna. E tanto meglio se quei risparmi provengono dall’estero». Detto per inciso, il consiglio di amministrazione dell’ENI, dal 30 maggio 2002, non vede alcun rappresentante del Tesoro nonostante la propria golden share. «La scelta è stata effettuata per garantire la massima autonomia gestionale al consiglio di amministrazione», recitava il comunicato del Tesoro. L’Eni risulta sostanzialmente di proprietà di fondi esteri (avrebbero raggiunto il 40%).

 

Insomma, la condizione di dipendenza (anche) del sistema economico italiota non può essere tralasciata. L’avanzare del processo di unificazione europea, la sempre più spinta americanizzazione del sistema capitalistico non solo italiano, sta producendo una più spinta dipendenza da oligarchie finanziarie statunitensi. Anche il caso di Telecom Italia è emblematico. Nel saggio L’Affare Telecom di Giuseppe Oddo e Giovanni Pons (ma non solo in questo), emerge il ruolo giocato da banche d’affari come la Chase Manhattan nel finanziare la prima scalata alla Telecom condotta da Colannino e benedetta da D’Alema. Colannino è un personaggio che è assurto al rango di capitalista grazie all’appoggio di circoli finanziari statunitensi. Lo stesso Il Foglio del 21 agosto scrive che «scalate come quella alla Telecom di Colannino, oppure iniziative come il suo quarto polo motociclistico mondiale, avvengono non per la personale disponibilità di liquidità, ma perché si rivolgono al mercato», cioè ad oligarchie finanziarie a dominanza statunitense. Colannino non è il solo. Nel saggio in questione di Oddo e Pons, si trova un paragrafo, intitolato “l’amico americano”, dedicato alla figura di Tronchetti Provera. Le sue fortune sono collegate alla vendita di una società del gruppo Pirelli (la Otusa) alla statunitense Corming. In quell’occasione, stratosferico fu il premio incassato da Tronchetti Provera. «Senza quella vendita, la Pirelli non avrebbe avuto la base finanziaria per acquisire il controllo della Telecom dieci mesi più tardi», scrivono Oddo e Pons. Curiosamente, il consulente della Corming per l’acquisizione della Otusa è stata ancora la Chase Manhattan.

Da questi piccoli squarci emerge, dunque, come sia l’appoggio di circoli finanziari dell’imperialismo dominante a determinare l’ascesa di certi personaggi al rango di “grandi capitalisti” di casa nostra. Per fare un altro esempio, in un’intervista sul Sole 24Ore di qualche mese fa, rilasciata da un dirigente della Morgan Stanley, emergeva che proprio tale banca d’affari statunitense avrebbe gestito l’“internazionalizzazione” e l’espansione della Tod’s di Della Valle, ma anche della De Longhi e di altre medie imprese non nominate. È pensabile, in tale scenario, che sorgano improvvisamente dal nulla settori capitalistici dominanti interessati ad opporsi all’imperialismo statunitense? Quand’anche fosse, non è più probabile che questi finiscano con il fare la fine di un certo Enrico Mattei?

In realtà, se c’è un ambito da cui eventualmente sarebbe potuta sorgere qualche frazione di classe dominante antistatunitense, era dalle partecipazioni statali. Non a caso sono state liquidate. Nel libro di Massimo Pini, ma anche in altre opere, è stato messo in luce il fallimento del progetto di Guarino, ex ministro dell’industria negli anni di Amato, di “ristrutturazione” dell’economia mista nostrana nel nuovo scenario “globalizzato” e competitivo. Guarino intendeva creare due super-holding in cui fare confluire le fondazioni bancarie, INA, IMI, BNL, ENI ed ENEL, i pezzi migliori dell’IRI come la STET. Guarino ammoniva che, nel nuovo scenario “globale”, se non si fosse perseguita tale strada, e si fosse optato per le privatizzazioni delle imprese l’una separatamente dalle altre, il sistema italiota sarebbe finito nella trappola delle alleanze subalterne con gruppi stranieri. Guarino, ampiamente demonizzato dalla grande stampa come la Repubblica, venne sconfitto. Amato e Barucci, spalleggiati da Confindustria e dalla Banca d’Italia di Ciampi, cancellarono il progetto delle super-holding. Un anno dopo, Ciampi istituì il comitato per le privatizzazioni all’interno del ministero del Tesoro. Mario Draghi avrebbe poi smantellato l’economia mista secondo i desiderata delle banche d’affari statunitensi.

 

Insomma, dalle classi dominanti economiche nostrane non crediamo si possa aspettare qualcos’altro che lo stare legati al carro del più forte. Non bisogna poi dimenticarsi degli effetti determinati dal processo di unificazione europea, che restringono sempre più le possibilità materiali anche per un’intesa tra blocchi capitalistici antistatunitensi. Significativo il numero di Le Monde Diplomatique di giugno: un articolo di Halimi riportava i risultati di uno studio dell'agenzia di rating Standard & Poor's, secondo cui, prima del 2050, l'indebitamento supererà il 200% del prodotto interno lordo in Germania, in Francia, in Portogallo, in Grecia, in Polonia e nella Repubblica ceca. È da rilevare come l’indebitamento di paesi come Francia e Germania, seppur non raggiunga ampiamente i livelli italiani, sia in costante crescita proprio a partire dall’avvio dell’Atto unico europeo. Essendo l’indicatore economico debito pubblico/PIL (Prodotto interno lordo) monitorato dalla Commissione Europea un rapporto, ciò è da collegare con la diminuzione del tasso di crescita in tali paesi. Il processo di unificazione europea sta mettendo in grossa difficoltà anche un paese come la Germania.

Rivelatrice in tal senso un’intervista rilasciata da Mario Monti al Corriere della Sera, nella quale quest’ultimo riferiva dei tentativi di pervenire, nel 1996, ad una direttiva sulla disciplina delle Offerte pubbliche d'acquisto. «L'obiettivo era quello di rendere più contendibili le società quotate. L'Italia, che già aveva una legge avanzata sull'Opa, avrebbe avuto tutto l'interesse che anche l'economia più forte del continente, quella tedesca, dovesse sottostare a un'analoga apertura. La Commissione, del resto, aveva già raggiunto un successo costringendo la Germania ad abolire le garanzie pubbliche a favore delle banche, un sistema che legava il credito alla politica. Si trattava di smantellare l'altro fortino. Ma l'assemblea di Strasburgo si divise, 273 voti a favore e 273 contro, e la direttiva venne respinta (...) Durante la presidenza italiana del 2003, è stata alla fine varata una direttiva Opa molto diluita, che fece tornare il sorriso a Berlino. Era così annacquata che il commissario competente, Frits Bolkestein, la voleva ritirare».

Questa intervista è esemplificativa di come certi grandi Stati stiano sostanzialmente sulla difensiva di fronte al procedere dell’unificazione. È un processo che non è voluto, bensì subìto, ma che progressivamente produce conseguenze non di poco conto. Significativo quanto pubblicato dai quotidiani tedeschi di un mese e mezzo fa: industriali e banchieri tedeschi si mostravano preoccupati di fronte alle ventilate pretese di una banca d’affari statunitense di acquisire la Deutsche Bank. Non è superfluo ricordare come il sistema bancocentrico tedesco è il modello capitalistico che da sempre ha contraddistinto la Germania: sia dal secondo dopoguerra, ma anche prima, quando la Germania era uno Stato imperialista in piena regola.

 

Concludendo: il procedere del processo d’integrazione europea e la sempre più aggressiva riaffermazione dell’imperialismo statunitense stanno producendo effetti rilevantissimi. Anche se non si scorgono segni premonitori di un conflitto interimperialistico, si assiste ugualmente al degrado delle condizioni materiali e sociali di vita. Andrà crescendo senza dubbio la “massa qualunquistica”, e le premesse per lo sconvolgimento dei rapporti sociali ci sono tutte. Il terreno su cui “gruppi anticapitalistici” possono operare c’è già ora. Ma cosa dovrebbero fare tali “gruppi anticapitalistici”? Quali scelte compiere? Dal nostro punto di vista, sarebbe preliminarmente decisivo predisporre un terreno d’intesa programmatico in cui diverse classi sociali dominate possano riconoscersi. Tu stesso, ai tempi del Teatro dell’assurdo scritto con Costanzo Preve, affermavi ad esempio che non bisognava demonizzare il lavoro autonomo, ma predisporre un terreno d’intesa tra lavoro autonomo e lavoro salariato contro le pasassitarie oligarchie capitalistiche. Perché non provare a lavorare a partire da quella ipotesi, magari da allargare ad altri soggetti sociali, la cui intesa andrebbe costruita su un terreno programmatico? Perché non partire proprio dalle esigenze materialistiche delle classi sociali dominate di questo paese, seriamente compromesse dalla subalternità di fase all’imperialismo statunitense ed al processo di unificazione europea?

Le contraddizioni interimperialistiche che tu richiami possono senz’altro migliorare il terreno per l’azione delle classi dominate, ma non sono di per sé risolutive. Anche durante la seconda guerra mondiale, con l’entrata in guerra degli Stati Uniti a fronteggiare l’imperialismo tedesco, ci fu un conflitto interimperialistico. Le classi dominate non ne hanno però approfittato. Ci siamo invece ritrovati con gli USA padroni di casa. Le radicali trasformazioni interne al capitalismo, come tu ben rilevi, hanno creato e creeranno gravi contraddizioni, acute lotte “intestine”, sconvolgimenti sociali, nelle cui “faglie” si possono contestare e addirittura rivoluzionare gli stessi assetti capitalistici. Ma affinchè la possibilità venga colta, la stessa storia ci mostra che bisogna muoversi su un terreno nazionale, ovverosia di convergenza programmatica tra classi sociali dominate. Storicamente si vedano, in tal senso, gli esempi di Lenin in Russia e di Mao in Cina.

Sarebbe interessante interrogarsi sul perché, sul come e anche su quali assi muoversi per costruire una politica effettivamente alternativa. Avremo modo di ritornarci, a voce o per iscritto. La lettera si è già fatta lunghetta. Un caro abbraccio da noi tutti.

 

Indipendenza

24 agosto 2004