Osservazioni sulla questione
del debito pubblico e sul blocco capitalistico dominante in Italia
Cari
amici di Indipendenza,
ho letto
con interesse l’articolo sul debito nel numero 16 di Indipendenza. L’ho
trovato decisamente informato ma soprattutto “informativo”.
Mi permetto di esternare qualche considerazione.
Innanzitutto, la questione meno importante: anche se
il 100% dei titoli di Stato fossero acquistati
all’interno di uno Stato, il crescere di tale debito non mi sembra problema
irrilevante. D’accordo, lo Stato non va in fallimento. Però,
innanzitutto può essere alimentata l’inflazione con tutti gli annessi e
connessi. Sappiamo che vengono sfavoriti in tal caso
coloro che percepiscono redditi fissi (salari in particolare), ma anche i
settori imprenditoriali, quelli maggiormente concorrenziali, che non riescono a
scaricare adeguatamente i crescenti costi (monetari) sui prezzi. Inoltre,
quanto più tempo intercorre tra la produzione (costi) e la vendita (ricavi),
più difficile è fare correttamente i calcoli
contabili, conoscere l’ammontare dei guadagni (o delle perdite) in termini reali;
diventa quindi più complicato redigere i bilanci aziendali, in specie di
previsione. Quando poi si vende a credito, con forti dilazioni di pagamento
–mentre magari si debbono liquidare quasi subito i
costi delle materie prime e, logicamente, quelli salariali– i calcoli si fanno
ancora più incerti. E via dicendo.
Il problema decisivo mi sembra però quello delle
direzioni di spesa: un discorso non meramente economico-quantitativo, ma
qualitativo, di settori finanziati. Certamente, è stato messo in luce quanto
sia aumentata la nostra dipendenza dal sistema economico mondiale, dominato
dalle istituzioni statunitensi o da quelle egemonizzate dagli USA. Tuttavia,
non mi sembra abbastanza messo in luce il contesto
nazionale (non solo italiano) che ha visto sempre, pur con i cambiamenti
intervenuti, il dominio del blocco costituito dal capitale bancario
(finanziario) alleato di una grande industria sostanzialmente poco competitiva e
sempre bisognosa di assistenza da parte del “pubblico”. Tale blocco ha avuto
qualche scossone in Italia, in specie a cavallo dell’ultimo anno (Cirio e
Parmalat), ma si è ripreso alla grande, tanto che oggi comanda più di prima con
il “malefico trio” (Ciampi-Fazio-Montezemolo), cui
sono ormai succubi non solo il centrosinistra (un suo pilastro essenziale che
sia o non sia al Governo) ma l’intero centrodestra, in cui si erano verificate
alcune crepe (Tremonti-Lega) sia pure senza alcun respiro strategico.
Si è ormai cristallizzata, nel corso di decenni,
quella situazione che ho paragonato, con tutte le cautele del caso, a quella
della Repubblica di Weimar, con la corruzione e il parassitismo del grande capitale. In questo si è visto giusto a denunciare la
stupidità e grossolanità delle accuse –manipolate dal quel consesso giudiziario
particolarmente pericoloso che fu mani pulite–
di ladroneria e simili lanciate contro DC-PSI per operazioni (politiche quanto
sociali) che furono, al di là dei “normali” casi di corruzione individuale, del
tutto consone al dominio del blocco capitalistico finanziario-industriale (e
pubblico-privato) sopra considerato, però in una situazione internazionale
caratterizzata fino all’89-91 dall’esistenza dei “due campi”, eccetera.
Starei certo attento alle trasformazioni
subite da tale blocco, nell’ultimo decennio in particolare –il regresso del
“pubblico” rispetto al “privato”– ma sarei ancora più attento alla permanenza
del dominio del complesso bancario-industriale arretrato e non competitivo. Il
tutto condito da uno “Stato sociale” che si tenta di non distruggere –per non
mettere in agitazione il “parco buoi” controllato dalla “sinistra”, da decenni
il vero alleato, con tante frizioni di carattere esclusivamente redistributivo
(di reddito e di potere), del blocco capitalistico parassitario in oggetto– ma
di erodere comunque con sistematicità, poiché ormai la
situazione internazionale, se non parte una robusta ripresa generale, non
consente più la “socialità” protrattasi fino alla caduta del “socialismo reale”
(la Germania di Schroeder è, nell’attuale tornante storico, paradigmatica a tal
riguardo).
Tatticamente, nel medio periodo, sarei favorevole ad una più spinta internazionalizzazione delle varie economie, perché vi vedo la possibilità di uno scombussolamento generale: sia del blocco parassitario più volte nominato, sia della sua “alleanza” di fondo con i “lavoratori” (organizzati e controllati da oligarchie particolarmente corrotte ed inefficienti anche capitalisticamente parlando), destinati ad essere “coccolati” nominalmente –ad esempio, con i discorsi di Montezemolo– e tosati realmente; ma con cautela, possibilmente affidandosi alla “sinistra”, e alla sua vocazione alla “responsabilità di Governo”, almeno fin dove e fin quando sarà possibile. Se avanza l’internazionalizzazione economica, tale blocco sociale incontrerà sempre maggiori difficoltà nel realizzare efficacemente la sua politica (da definire, senza mezzi termini, reazionaria), e ciò potrebbe sconvolgere gli attuali assetti sociali e politici. E’ solo una possibilità, ma con una sorta di autarchia nazionale si prolungherebbero i tempi dell’agonia.
In ogni caso, bisognerà passare sul “cadavere” del blocco capitalistico, già più volte nominato, e dei suoi
“rappresentanti” politico-ideologici sia di “destra” che di “sinistra”. Per
questi motivi, non credo assolutamente agli schieramenti (del resto solo
elettorali) denominati centrodestra e centrosinistra –il che non equivale a
negare il più radicale antagonismo tra le culture e ideologie di destra e di
sinistra– mentre giudicherei positiva l’eventuale
crescita di una “massa qualunquistica”, che fosse disgustata di entrambi gli
“opposti” schieramenti, senza però cadere nell’inganno del centrismo, in specie
se fosse messa in condizioni di forte disagio da una grave crisi sociale e
politica (e magari economica). Solo da questa eventuale
massa qualunquistica potrebbe nascere una forza di cambiamento radicale. Se
semplicemente in direzione di un nuovo centro capitalistico di tipo imperialistico
o invece di una reale trasformazione dei rapporti sociali in senso
anticapitalistico, non è cosa che si possa decidere in
base a teorizzate tendenze “oggettive”. Tutto dipende dai rapporti di forza e
da chi dimostrerà maggiore lucidità di visione. Certamente, dipenderà anche da
una chiarezza teorico-sociale che oggi non abbiamo; ma
non da una teoria che ci garantisca l’inevitabile vittoria storica di “soggetti
sociali” inventati da cariatidi politiche –partitiste o movimentiste,
neocomuniste o neosocialiste, fa poca differenza– in più o meno effettiva buona
fede.
Analizzando il più
oggettivamente possibile le prospettive per il futuro, constato
che non esistono, come si credeva in passato, soggetti capaci di trasformare il
sistema capitalistico agendo dall’interno dello stesso. Cioè
non esistono soggetti in grado di mettere in moto una effettiva transizione
ad altra (realmente altra) formazione sociale, nell’ambito di uno
scontro diretto tra queste eventuali forze di trasformazione e le forze che
intendono conservare l’ordine capitalistico. Non si deve più pensare nei vecchi
termini dello scontro capitale/lavoro (salariato) pur mutando i soggetti a
confronto. Non credo a questa prospettiva.
Nella storia, mi sembra si siano verificate –e non
vedo perché non debbano ancora verificarsi– radicali trasformazioni (che
chiamerei comunque rivoluzionarie) interne al
capitalismo (rivoluzioni tecnico-produttive, politiche, culturali). La lotta,
in tali fasi o epoche di cambiamento, non ha provocato la vera fuoriuscita dal
sistema del capitale, ma ha comunque creato, e creerà,
gravi contraddizioni, acute lotte “intestine”, sconvolgimenti sociali che
produrranno forti disagi e ribellioni e disfacimento del preesistente
ordinamento. In queste faglie, aperte da quello che un tempo si denominava
conflitto intercapitalistico (o interimperialistico), si può inserire chi
(eventuali agenti strategici politici) crede nella possibilità di contestare e
rivoluzionare gli stessi assetti capitalistici.
Per il momento, termino qui. Cari saluti.
Gianfranco La Grassa
17 agosto 2004
Caro Gianfranco,
ci ha fatto piacere ricevere la tua lettera, e le tue
osservazioni costituiscono per noi sempre uno stimolo di riflessione. Andiamo
alle questioni che sollevi.
Per
quanto riguarda le conseguenze del debito pubblico di cui tratti, intanto una
premessa: l’articolo sul debito voleva essenzialmente smontare le tesi
propagandate in questi anni dai circoli politici, economici e massmediatici
dominanti. Rilevare che il debito pubblico –nel caso che i
relativi titoli siano sottoscritti dai “cittadini” di quel determinato Stato– costituisca contemporanamente un credito pubblico, è
preliminare per confutare i tagli alla spesa, l’aumento della pressione fiscale
e le privatizzazioni effettuate nell’ultimo decennio proprio in nome della
riduzione del debito (l’ultimo Documento di programmazione economica e
finanziaria presentato da Siniscalco non fa eccezione). Lungi, poi,
dall’intenzione di voler “suggerire” un’indirizzo di
politica economica “autarchica” alle classi dominanti. In realtà, i capitalisti
nostrani perseverano a ricercare l’assistenza finanziaria dello Stato, come
negli anni Settanta ed Ottanta. Il contesto
geopolitico è però cambiato, e loro non possono prescindere dall’adeguarvisi.
Tale processo non è però indolore. Nemmeno per loro. Da parte nostra, il
rilevare queste contraddizioni (neoliberismo statunitense e processo di unificazione europea da un lato, declino del capitalismo
italiota dall’altro) è funzionale a mostrare il peso dei condizionamenti
esterni e dunque l’esistenza di una condizione di dipendenza. E senza rimuovere questi vincoli e condizionamenti, è
impossibile qualsiasi progetto alternativo di società altra.
Altra cosa sarebbe una
disquisizione teorica e soprattutto pratica (nel senso
di analizzare i reali effetti prodotti storicamente) sul debito pubblico, sulle
sue potenzialità e sui suoi limiti. Nel testo si accennava alle conseguenze
sulla redistribuzione del reddito: il pagamento degli interessi sul debito si
sostanzierebbe in un onere sui “contribuenti” a favore dei detentori di titoli.
Tali effetti redistributivi, tanto più ampi quanto risultino
alti i tassi d’interesse, costituiscono un rilevante problema. Altri effetti
del debito, come ad esempio la possibile produzione d’inflazione,
andrebbero meglio esaminati e discussi magari con
altre “campane”. Scendendo sul terreno dell’analisi storico-economica, sulla
scorta di quanto scrive Augusto Graziani, si scopre che l’inflazione conosciuta
in Italia negli anni Settanta-Ottanta (chissà perché le attuali statistiche
fanno di tutto per nascondere quella odierna) è stata
fondamentalmente un’inflazione che trae origine dalla dipendenza esterna:
un’inflazione cosiddetta da costi (primo tra tutti, il petrolio); legata
alla svalutazione della lira (che si ripercuoteva sul costo delle importazioni)
nel nuovo contesto di cambi flessibili determinato dalla dichiarazione di
inconvertibilità del dollaro di Nixon del 1971; specialmente a partire dagli
anni Ottanta, un’inflazione da prezzi amministrati (per risanare i
bilanci delle imprese di pubblici servizi, si aumentavano le tariffe pubbliche)
e da tassi d’interesse (l’aumento dei tassi d’interesse a livello
internazionale nei mercati finanziari si ripercuoteva anche sui tassi praticati
dalle banche a favore delle imprese, che a loro volta le scaricavano sui
prezzi).
Graziani rileva pure che
l’inflazione degli anni Settanta risultava gradita
alle imprese, poiché vedevano in essa una via per aumentare i prezzi più dei
salari, riducendo così il costo del lavoro. La situazione cambia negli anni
Ottanta in conseguenza dei cambi fissi indotti dallo SME: l’aumento dei prezzi
non veniva più compensato da una svalutazione della
lira, e ciò si traduceva in un peggioramento della competitività internazionale
delle imprese. Sempre nell’opera Lo sviluppo dell’economia italiana, in riferimento al pericolo d’inflazione derivante dal
debito, Graziani cita un’opera di Franco Reviglio, il “padrino” di Siniscalco e
Tremonti, secondo cui «tali pericoli sarebbero provenuti dalla natura
inefficiente della spesa pubblica, che alimentava la domanda senza accrescere
la capacità di produzione del paese». Il debito non risulta
dunque di per sé un fattore d’inflazione: fondamentali sono il contesto in cui
si inserisce e le condizioni sotto cui opera.
Questi ed altri aspetti
andrebbero indubbiamente meglio approfonditi. Quello che comunque
mi sembra indubitabile è che il debito pubblico, trattandosi essenzialmente di
uno strumento di finanziamento per uno Stato, si traduce nel
foraggiamento di un determinato assetto di classi dominanti. Se
il terzo debito pubblico al mondo è quello italiano, il primo rimane quello
statunitense. Ma la differenza sostanziale tra i due paesi –e questo punto lo hai sottolineato ampiamente nelle tue opere– è data dalla
tipologia del blocco dominante, che si concreta in una certa direzione
data alla spesa pubblica: lì è funzionale anche allo sviluppo di
settori trainanti, qui al mantenimento di classi parassitarie ed
inefficienti.
Arriviamo dunque al cuore della
tua missiva: «il dominio del blocco costituito dal capitale bancario
(finanziario) alleato di una grande industria
sostanzialmente poco competitiva e sempre bisognosa di assistenza da parte del
“pubblico”(…) Blocco che oggi comanda più di prima con il “malefico trio”
(Ciampi-Fazio-Montezemolo), cui sono ormai succubi non solo il centrosinistra
(un suo pilastro essenziale che sia o non sia al Governo) ma l’intero
centrodestra». Completamente d’accordo con quanto affermi. È vero che nell’articolo sul
debito non si è analizzato il contesto italiano, ma ciò per non appesantire il ragionamento svolto, tanto più che
anche sull’editoriale di quel numero (per non dire di altri articoli ed
editoriali pubblicati in precedenza sulla rivista, oltre
che sul sito) non si lesinano analisi informativo/critiche
di detto contesto.
Con l’articolo sul
debito, interessava sostanzialmente focalizzare, porre l’attenzione sui legami
di dipendenza. A nostro avviso, è alla luce di tali relazioni di subalternità
che bisogna ragionare sull’assetto capitalistico italiota. Lo stesso attuale
assetto delle banche nostrane è una conseguenza del processo di
unificazione europea (la riforma Amato-Carli del 1990, che avviò la
privatizzazione del sistema bancario, fu fatta in osservanza di una direttiva
europea sul sistema bancario) e delle privatizzazioni dei primi anni Novanta
effettuate su spinta sempre dell’Unione Europea, e sostanzialmente decise dalle
banche d’affari statunitensi. Claudio Costamagna, uno dei responsabili per
l’Europa della Goldman Sachs, disse qualche anno fa ad Affari e Finanza
che tutte le operazioni di concentrazione del sistema bancario vennero gestite da loro. Mario Draghi, ex potente direttore
generale del Tesoro, è attualmente “Vice
Chairman” proprio della Goldman Sachs. Lo stesso Prodi è stato per tre anni e mezzo consulente
della Goldman Sachs, ed ha curato molto i rapporti con personaggi della finanza
internazionale come Soros. Ne I giorni dell’IRI,
recentemente ripubblicato in edizione economica dalla Mondadori, Massimo Pini,
ex consigliere dell’IRI in quota ai socialisti, traccia un ritratto al vetriolo
di questo vero e proprio esponente da borghesia compradora. Stando a
quanto afferma Pini, Prodi ha contrastato a fondo
addirittura la Mediobanca di Cuccia, che dalle privatizzazioni di Comit e
Credito italiano usciva a sorpresa rafforzata, e ciò al fine di rompere il suo
monopolio negli affari italiani per aprirne il mercato alle banche d’affari
statunitensi (non dimentichiamoci che il primo “cliente” delle banche d’affari
statunitensi è stata la Parmalat di Tanzi). Scrive sempre massimo
Pini (Il Giornale, 1 novembre 1996): «la sinistra democristiana, Ciampi e i loro accoliti non vedono l’ora di
vendicarsi dei torti subiti quando Mediobanca faceva sì che le azioni si
pesassero e non si contassero. Alle partecipazioni incrociate del “salotto
buono”, vogliono sostituire il capitalismo di massa del risparmiatore
trasformato in azioni: il caso Eni insegna. E tanto meglio
se quei risparmi provengono dall’estero». Detto per inciso, il consiglio di amministrazione
dell’ENI, dal 30 maggio 2002, non vede alcun rappresentante del Tesoro
nonostante la propria golden share. «La
scelta è stata effettuata per garantire la massima
autonomia gestionale al consiglio di amministrazione», recitava il comunicato del Tesoro. L’Eni risulta
sostanzialmente di proprietà di fondi esteri (avrebbero raggiunto il 40%).
Insomma, la
condizione di dipendenza (anche) del sistema economico italiota non può essere
tralasciata. L’avanzare del processo di unificazione
europea, la sempre più spinta americanizzazione del sistema
capitalistico non solo italiano, sta producendo una più spinta dipendenza da
oligarchie finanziarie statunitensi. Anche il caso di Telecom Italia è emblematico. Nel saggio L’Affare Telecom di Giuseppe
Oddo e Giovanni Pons (ma non solo in questo), emerge il ruolo giocato da banche
d’affari come la Chase Manhattan nel finanziare la prima scalata alla Telecom
condotta da Colannino e benedetta da D’Alema. Colannino è un personaggio che è
assurto al rango di capitalista grazie all’appoggio di circoli finanziari
statunitensi. Lo stesso Il Foglio del 21 agosto scrive che «scalate come quella alla Telecom di Colannino, oppure iniziative come il suo quarto polo
motociclistico mondiale, avvengono non per la personale disponibilità di
liquidità, ma perché si rivolgono al mercato», cioè ad oligarchie finanziarie a dominanza statunitense. Colannino non è
il solo. Nel saggio in questione di Oddo e Pons, si
trova un paragrafo, intitolato “l’amico americano”, dedicato alla figura di
Tronchetti Provera. Le sue fortune sono collegate alla vendita di una società
del gruppo Pirelli (la Otusa) alla
statunitense Corming. In quell’occasione, stratosferico fu il premio incassato
da Tronchetti Provera. «Senza quella
vendita, la Pirelli non avrebbe avuto la base finanziaria per acquisire il
controllo della Telecom dieci mesi più tardi», scrivono Oddo e Pons. Curiosamente, il consulente della Corming per
l’acquisizione della Otusa è stata ancora la
Chase Manhattan.
Da questi piccoli squarci emerge, dunque, come sia l’appoggio di circoli finanziari dell’imperialismo dominante a determinare l’ascesa di certi personaggi al rango di “grandi capitalisti” di casa nostra. Per fare un altro esempio, in un’intervista sul Sole 24Ore di qualche mese fa, rilasciata da un dirigente della Morgan Stanley, emergeva che proprio tale banca d’affari statunitense avrebbe gestito l’“internazionalizzazione” e l’espansione della Tod’s di Della Valle, ma anche della De Longhi e di altre medie imprese non nominate. È pensabile, in tale scenario, che sorgano improvvisamente dal nulla settori capitalistici dominanti interessati ad opporsi all’imperialismo statunitense? Quand’anche fosse, non è più probabile che questi finiscano con il fare la fine di un certo Enrico Mattei?
In realtà, se c’è un ambito da cui eventualmente sarebbe potuta
sorgere qualche frazione di classe dominante antistatunitense, era dalle
partecipazioni statali. Non a caso sono state liquidate. Nel
libro di Massimo Pini, ma anche in altre opere, è stato messo in luce il
fallimento del progetto di Guarino, ex ministro dell’industria negli anni di Amato, di “ristrutturazione” dell’economia mista nostrana
nel nuovo scenario “globalizzato” e competitivo. Guarino intendeva creare due
super-holding in cui fare confluire le fondazioni bancarie, INA, IMI, BNL, ENI
ed ENEL, i pezzi migliori dell’IRI come la STET. Guarino ammoniva che, nel
nuovo scenario “globale”, se non si fosse perseguita
tale strada, e si fosse optato per le privatizzazioni delle imprese l’una
separatamente dalle altre, il sistema italiota sarebbe finito nella trappola
delle alleanze subalterne con gruppi stranieri. Guarino, ampiamente demonizzato
dalla grande stampa come la Repubblica, venne
sconfitto. Amato e Barucci, spalleggiati da Confindustria e dalla Banca
d’Italia di Ciampi, cancellarono il progetto delle super-holding. Un anno dopo,
Ciampi istituì il comitato per le privatizzazioni
all’interno del ministero del Tesoro. Mario Draghi avrebbe poi smantellato
l’economia mista secondo i desiderata delle banche
d’affari statunitensi.
Insomma, dalle
classi dominanti economiche nostrane non crediamo si possa aspettare
qualcos’altro che lo stare legati al carro del più forte. Non bisogna poi
dimenticarsi degli effetti determinati dal processo di unificazione
europea, che restringono sempre più le possibilità materiali anche per
un’intesa tra blocchi capitalistici antistatunitensi. Significativo
il numero di Le Monde Diplomatique di giugno: un articolo di Halimi
riportava i risultati di uno
studio dell'agenzia di rating Standard & Poor's, secondo cui, prima del
2050, l'indebitamento supererà il 200% del prodotto interno lordo in Germania,
in Francia, in Portogallo, in Grecia, in Polonia e nella Repubblica ceca. È da
rilevare come l’indebitamento di paesi come Francia e Germania, seppur non
raggiunga ampiamente i livelli italiani, sia in costante crescita proprio a
partire
dall’avvio
dell’Atto unico europeo. Essendo l’indicatore economico debito pubblico/PIL
(Prodotto interno lordo) monitorato dalla Commissione Europea un rapporto, ciò
è da collegare con la diminuzione del tasso di crescita in tali paesi. Il
processo di unificazione europea sta mettendo in
grossa difficoltà anche un paese come la Germania.
Rivelatrice in tal senso un’intervista rilasciata da
Mario Monti al Corriere
della Sera,
nella quale quest’ultimo riferiva dei tentativi di pervenire, nel 1996, ad una direttiva
sulla disciplina delle Offerte pubbliche d'acquisto. «L'obiettivo era quello
di rendere più contendibili le società quotate. L'Italia, che già aveva una
legge avanzata sull'Opa, avrebbe avuto tutto l'interesse che anche l'economia
più forte del continente, quella tedesca, dovesse sottostare a
un'analoga apertura. La Commissione, del resto, aveva già raggiunto un
successo costringendo la Germania ad abolire le
garanzie pubbliche a favore delle banche, un sistema che legava il credito
alla politica. Si trattava di smantellare l'altro fortino. Ma
l'assemblea di Strasburgo si divise, 273 voti a favore e 273 contro, e la
direttiva venne respinta (...) Durante la presidenza
italiana del 2003, è stata alla fine varata una direttiva Opa molto diluita,
che fece tornare il sorriso a Berlino. Era così annacquata che il commissario
competente, Frits Bolkestein, la voleva ritirare».
Questa intervista è esemplificativa di come certi grandi
Stati stiano sostanzialmente sulla difensiva di fronte
al procedere dell’unificazione. È un processo che non è
voluto, bensì subìto, ma che progressivamente produce conseguenze non di
poco conto. Significativo quanto pubblicato dai
quotidiani tedeschi di un mese e mezzo fa: industriali e banchieri tedeschi si
mostravano preoccupati di fronte alle ventilate pretese di una banca d’affari
statunitense di acquisire la Deutsche Bank. Non è superfluo ricordare come il
sistema bancocentrico tedesco è il modello capitalistico che da sempre ha
contraddistinto la Germania: sia dal secondo
dopoguerra, ma anche prima, quando la Germania era uno Stato imperialista in
piena regola.
Concludendo: il procedere del processo d’integrazione
europea e la sempre più aggressiva riaffermazione dell’imperialismo
statunitense stanno producendo effetti rilevantissimi. Anche
se non si scorgono segni premonitori di un conflitto interimperialistico, si
assiste ugualmente al degrado delle condizioni materiali e sociali di vita. Andrà crescendo senza dubbio la “massa qualunquistica”, e le
premesse per lo sconvolgimento dei rapporti sociali ci sono tutte. Il
terreno su cui “gruppi anticapitalistici” possono
operare c’è già ora. Ma cosa dovrebbero fare tali
“gruppi anticapitalistici”? Quali scelte compiere? Dal nostro punto di vista,
sarebbe preliminarmente decisivo predisporre un terreno d’intesa programmatico
in cui diverse classi sociali dominate possano
riconoscersi. Tu stesso, ai tempi del Teatro dell’assurdo scritto con
Costanzo Preve, affermavi ad esempio che non bisognava demonizzare il lavoro
autonomo, ma predisporre un terreno d’intesa tra lavoro autonomo e lavoro salariato
contro le pasassitarie oligarchie capitalistiche. Perché non provare a lavorare
a partire da quella ipotesi, magari da allargare ad
altri soggetti sociali, la cui intesa andrebbe costruita su un terreno
programmatico? Perché non partire proprio dalle esigenze materialistiche
delle classi sociali dominate di questo paese, seriamente compromesse dalla
subalternità di fase all’imperialismo statunitense ed al processo di unificazione europea?
Le contraddizioni interimperialistiche che tu
richiami possono senz’altro migliorare il terreno per l’azione delle classi
dominate, ma non sono di per sé risolutive. Anche durante la seconda guerra mondiale, con l’entrata in
guerra degli Stati Uniti a fronteggiare l’imperialismo tedesco, ci fu un
conflitto interimperialistico. Le classi dominate non ne hanno però
approfittato. Ci siamo invece ritrovati con gli USA padroni di casa. Le
radicali trasformazioni interne al capitalismo, come tu
ben rilevi, hanno creato e creeranno gravi contraddizioni, acute lotte
“intestine”, sconvolgimenti sociali, nelle cui “faglie” si possono contestare e
addirittura rivoluzionare gli stessi assetti capitalistici. Ma affinchè la
possibilità venga colta, la stessa storia ci mostra
che bisogna muoversi su un terreno nazionale, ovverosia di convergenza
programmatica tra classi sociali dominate. Storicamente si vedano, in tal
senso, gli esempi di Lenin in Russia e di Mao in Cina.
Sarebbe
interessante interrogarsi sul perché, sul come e anche su quali assi muoversi
per costruire una politica effettivamente alternativa. Avremo modo di
ritornarci, a voce o per iscritto. La lettera si è già fatta lunghetta. Un caro
abbraccio da noi tutti.
Indipendenza
24
agosto 2004